PARTE PRIMA: PROLOGO

 

I ricordi non passano mai
Stanno con noi
Sono molto più forti di noi
Più vivi.

A. Minghi, I Ricordi del Cuore

 

Quando sei un bambino, non sai cos’è la vita.
Trascorri i giorni pensando a quelli successivi, pensando alle avventure che ti aspettano, agli amici e alle torte, alle estati e al ritorno a scuola, ai Natali e ai compleanni.
Ma non sai cos’è la vita.
Ti limiti a viverla, senza sapere esattamente perché.
Ma poi un giorno ti svegli, e ti sembra che tutto, attorno a te, sia cambiato. Sia diverso. Ti guardi attorno stranito, quasi meravigliato di quello che vedi. Perché quello che vedi è lo stesso di quello che hai visto in passato. Eppure è comunque diverso. Non capisci perché è diverso, ma lo accetti e continui a vivere. Fino a che lo capisci. E in quel momento capisci cos’è la vita, perché la stai vivendo e diventi l’uomo che sei e speravi di diventare.
E’ una certezza che ti colpisce, come un martello colpisce un’incudine. Così forte, che ti porta a cambiare a e vederti intorno.
A vedere che non c’è solo sole attorno a te.
Ma c’è nebbia.
Pioggia.
Neve.
Che sono lì, sospese in cielo. E si formano, e si disfano. Come la sicurezza che credevi di possedere, ma in realtà non hai mai avuto.
Perché non esiste una certezza.
E’ un miraggio nel mezzo del deserto della vita. E’ il sogno che ti fa andare avanti. E’ l’oasi che vorresti raggiungere. Per sfuggire da tutto.
Dal dolore. Dalla paura.
Dal vuoto che si crea sotto i tuoi piedi. All’improvviso. Senza che tu ne fossi a conoscenza, se non quando è troppo tardi. E cerchi disperato una mano che si protenda verso di te, e ti salvi la vita.
Avevo una sorella.
Si chiamava Samantha, e per quanto allora non riuscissi ad ammetterlo, era la vera gioia della mia vita. Erano le sue trecce che vedevo al mattino. I suoi sorrisi. I suoi occhi accigliati. I suoi lunghi capelli.
Aveva otto anni quando me al portarono via. Bamboccio incapace, la lasciai andare verso la luce che bloccava il mio corpo.
E lasciai che quella luce divenisse rabbia e senso di colpa. Che divenisse l’unica ragione che mi permetteva di aprire gli occhi alla luce del giorno. Per cercarla. Per scrutare ogni angolo. Ogni anfratto in cui potesse nascondersi la verità che mi avrebbe condotto a lei.
Ma se lasci che il tuo corpo rimanga bloccato a lungo, esso rimane comunque immobile, anche quando, all’improvviso, decidi di smuoverlo. E non ti resta che piangere…

***

Dana Scully alzò la cornetta al terzo squillo, appena prima che la segreteria scattasse con il suo noioso messaggio.

- Pronto? – dall’altra parte sentiva un silenzio teso, alternato ad un respiro breve e frettoloso. – Pronto? – ripeté. – Mulder, sei tu?

La paura s’insinuò dentro di lei, come una sottile stilettata nel cuore. Che ti entra lentamente e ti divora l’anima.

- Scully? – Sentì la sua voce roca arrancare dalla caverna del dolore.

- Mulder? Che è successo?

- Mia madre… mia madre è morta.