PARTE NONA: SPERANZE

 

Chiacago, Illinois
Aeroporto Internazionale
Ore 10,00 am
Domenica
 
Il capitano Rice ci guarda in cagnesco da quando ci siamo incontrati. Ci ha guardati in cagnesco mentre attendevamo che lo speaker annunciasse il nostro volo. E lo ha fatto per tutta la durata della traversata. Guardava me che fissavo le nuvole oltre il finestrino. E guardava Mulder che fissava le pareti bianche dell’aereo. E poi riguardava me. E riguardava Mulder. Senza riuscire a capire che stesse succedendo.
Non lo capisco neanche io.
So solo quello che ci siamo detti in macchina, mentre raggiungevamo l’aeroporto di Mirror Lake. Meglio, quell’unica frase che ho detto io. Mentre imboccavo la statale.

"Quello che è accaduto questa notte… è successo, e basta. Non pensiamoci più e concentriamoci sul caso."

E lui si è limitato ad annuire senza osare alzare gli occhi e guardarmi in faccia.
Solo che… non riesco a togliermi dalla testa quel turbine di sensazioni che mi devastavano quando lo sentivo muoversi dentro di me.
Ne sento la mancanza.
E comunque. Se non altro ho la certezza che non farò più sesso in vita mia, con nessun altro che non sia lui. Non che fino ad oggi non abbia condotto una vita casta e pudica.

"Dobbiamo affittare un’automobile." La voce di Bentham mi distrae, attirando il mio sguardo verso di lei.

Questa donna è una continua scoperta. Non riesco a capire che persona sia.

"Hammond non è lontana. Un paio d’ore di viaggio." Continua.

Mulder è impegnato ad osservare il tabellone luminoso che annuncia i voli in partenza e arrivo.

"Agenti?"

"Si, ha ragione." Ben annuisce sconcertata.

"Per lei va bene, agente Mulder?"

Ma dubito che il mio partner stia ascoltando.

"Anche per lui va bene." Rispondo al suo posto. La sua schiena coperta dal cappotto scuro non accenna ad alcun movimento.

Sorprendente ma vero, qui non nevica, anche se il freddo è ancora più pungente che in Montana.

"L’agente Mulder ha perso la voce?" Chiede lei, con una punta di ironia.

Si, mi ricorda proprio Melissa.

"Non è una buona giornata." Sussurro e riprendo a camminare verso l’uscita dell’aeroporto. Il capitano Rice è accanto a me e spinge il carrello con le nostre valige.

Con la coda dell’occhio vedo il mio partner attardarci a seguirci, fino a che è certo che non possa vedere il mio volto.

***

Hammond, Illinois
Casa di Frank Ruper
Ore 12,00 am
Domenica
 
Non mi aspettavo una casa del genere. Pensavo più alla vecchia soffitta di un condominio. Buia e piccola. Nel quartiere malfamato della città. Anonima, silenziosa e poco appariscente. E invece, ecco una casetta coloniale, nel mezzo di una distesa vasta e disabitata di campagna ghiacciata dal freddo.
Non so quanto questo ragionamento possa valere. Magari per una qualche legge statistica o contraddittoria, vivere in questo posto è più sicuro che confondersi nella marmaglia urbana dei sobborghi.
Quando ero ad Oxford pensavo di rendermi anonimo in mezzo ai biondi studenti inglesi, invece l’unico Yankee del corso è arrivato primo in graduatoria.
Non riuscirò mai a capirla, la vita.
Bentham ha parcheggiato in un vialetto coperto di foglie morte e umide ed è uscita immediatamente a controllare che la situazione fosse sotto controllo.
La vecchia casa in legno ha la porta chiusa e le imposte delle finestra sbarrate. Sembra che non ci sia nessuno.

"E’ sicura che il signor Ruper sia qui?" Scully si è avvicinata al capitano Rice e le ha parlato con la sua voce ferma e rassicurante che mi fotte letteralmente il cervello. Forse un po’ roca per il freddo.

Scully l’ha sempre odiato.

"Penso di si."

Mi tengo lontano dalla conversazione. Mi siedo sul cofano della macchina e lascio che le loro voci si mischino con il silenzio dell’aria. La strada principale è almeno ad un miglio da qui. Ci siamo addentrati in un percorso accidentato senza asfalto che ci ha condotti a questa casa.

"Pensa?"

"Sono venuta qui solo una volta, ma le posso assicurare che la casa è questa."

"Da quanto tempo non sente il signor Ruper?"

"Cinque mesi." Ben si volta verso la mia partner e le si avvicina. Mi piace quella donna. "Ci siamo scritti per un po’, dopo la morte di Bates." La sua voce si incrina. Forse mi piace perché in lei rivedo me stesso, o quello che vorrei essere. Il dolore e la rabbia per aver perso qualcuno e qualcosa, strappato via dalla follia senza scrupoli e coscienze. Ma lei non si è lasciata vincere dalle emozioni. Io si. "Ma poi diventava troppo pericoloso mantenere i contatti. Frank temeva per la mia vita, così decise di non scrivermi più."

"Quindi lui non sa che stavamo arrivando."

"Non ho avuto modo di avvertirlo. Possiamo aspettarlo dentro." Lascia Scully e si avvia verso il portico che si antepone alla facciata della casa.

"Ha la chiave?" Scully le va dietro di qualche passo.

Bentham fruga sotto un’asse dimessa del pavimento, accanto agli infissi della finestra.

"Frank usa ancora vecchi metodi per le chiavi di riserva." Tira fuori una piccola chiave di bronzo scuro. "Non si è mai fidato a spedircela. Temeva potesse finire nelle mani sbagliate." La serratura fatica a scattare, ma alla fine la porta si apre con sinistro cigolio delle congiunture.

"Entriamo?"

***

Verso Hammond, Illinois
Ore 11:15 am
Domenica
 
Quest’atmosfera non mi piace. Odio quando la tensione circola nell’aria e inizia a soffocare chiunque la respiri. E odio non poter fare niente per questa tensione.
E’ evidente che è accaduto qualcosa.
Non che non abbia notato lo sguardo di lui. Una via di mezzo fra un cucciolo addormentato e indifeso e un cane rabbioso. Ma da questa mattina le cose sono peggiorate.
Mister Armani non osava sollevare lo sguardo da terra o dal soffitto. Suppongo abbia imparato a memoria ogni trama della moquette dell’aereo e del soffitto dell’aeroporto.
La piccola rossa non sembra sapere che pesci prendere. Guarda lui, poi smette di guardarlo e tenta di ancorarsi alla realtà.
Quando li ho incontrati la prima volta pensavo di averli inquadrati, anche se non riuscivo a comprendere appieno il comportamento di distacco e affetto che li univa. Ma ora ogni minima teoria che il mio cervello può aver formulato è stata spazzata via.
Deve essere accaduto qualcosa. E’ evidente.
La mia copilota, nel sedile accanto, è assorta nella lettura dello stradario dell’Illinois, ma posso vedere fin troppo bene che il suo sguardo non sta guardando assolutamente niente. Entra ed esce dalla sua dimensione, e quelle rare volte in cui approda sul pianeta terra lo fa per fissare dallo specchietto retrovisore la tetra figura che copre il sedile posteriore, dietro al mio. Figura che, ovvio, non intende minimamente ricambiare il suo sguardo. Perché dovrebbe farlo? Il grigiore della statale sembra molto più interessante di due occhi azzurri che ti fissano.
La cosa divertente è che conosco troppo bene i loro sguardi, e mi evocano ricordi che fanno troppo male perché possano riaffiorare così facilmente.
Butto un’occhiata ai cartelli e vedo che mancano pochi kilometri ad Hammond città. Ancora qualche metro e potrò svoltare verso la casa di Frank.

***

Hammond, Illinois
Casa di Frank Ruper
Ore 07:30, pm
Domenica
 
La notte è scesa placida sulla campagna dell’Illinois, silenziosa e fredda. Oscura. Vivendo in città, si dimentica quanto possa essere nera la notte. Lì ci sono lampioni, luci di case e fari di automobili. Qui solo la luna, le stelle e un lampioncino sul portico in legno.
Di Frank Ruper ancora nessuna traccia.

"Lo sa che si prenderà un malanno se resta qui fuori?" La voce calma di Ben mi raggiunge con una nuvola di vapore che si disperde attorno.

Ma avevo bisogno di aria.

"E’ una bella serata." Rispondo invece. Dentro c’era Mulder seduto immobile sul divano. Era troppo vederlo lì e far finta di niente.

"Si ghiaccia." Si sfrega le mani e si siede accanto a me sui gradini del portico. "Odio il freddo." Aggiunge poi, in un tocco di simpatia e umanità.

Le sue parole mi strappano un sorriso.

"Anche io." Mormoro. Accuccio le mani lungo i fianchi perché possano prendere un po’ di calore.

"Non mi aspettavo che foste così." Esordisce lei.

Averla accanto, in silenzio per qualche istante, stava diventando calmante. Era una bella sensazione. Ma anche parlarle deve esserlo. Beh, lo suppongo. Non ha nulla di quel tono irrisorio e gelido dei primi giorni. Tolta la divisa.

"Così come?" Mi volto a guardarla, e, per la prima volta, mi rendo conto di quanto sia giovane. I capelli nerissimi le cadono armoniosi sulla spalle. Un piacevole contrasto con il suo incarnato pallido.

"Così poco stronzi." Mi disarma, e non posso fare a meno di ridere. Piano, ma, signori, sto ridendo. "Ho visto una coppia di agenti, una volta, che avrei preso volentieri a schiaffi."

"Dipende." Mi limito a rispondere.

"Oh, si. Se uno è stronzo è stronzo."

Un’altra risata. Definitivamente, mi sta facendo bene questa conversazione.

"E lui?"

"Chi?"

"Il modello con il broncio che si porta dietro. E’ sempre così?"

"Mulder."

Annuisce e si volta a guardarmi. "Mulder." Ripete. Ha occhi sinceri, più di quanto potessi aver mai notato. Ma alcune rughe attorno ad essi contano il dolore che devono aver sopportato.

"Non è un buon periodo."

"Non è una buona giustificazione perché la tratti male."

"Pensa che lui mi tratti male?"

Un’alzata di spalle. "Non conosco i vostri rapporti, ma da quello che ho visto… non c’è dialogo, non c’è relazione, non c’è integrazione, non c’è interazione."

"E’ una psicologa?"

"Per carità, Dio me ne scampi e liberi." Fa un ampio gesto con le mani come per scacciare quel pensiero dalle nostre teste.

"Mulder lo è." Commento.

"Oh."

"Sua madre è morta la scorsa settimana."

Bentham si limita a guardarmi senza parlare. La sua espressione cambia, come se mille ricordi le fossero piombati sugli occhi. Improvvisi, come un’onda che travolge la costa. Inaspettata.

"Mi dispiace." Sussurra roca e si volta verso la strada buia e sterrata di fronte a noi.

La sagoma dell’auto a noleggio è nascosta dall’oscurità.

"Un infarto. Non ha più nessuno." Continuo, e mi volto anch’io a guardare il nulla.

"Ha lei."

"Sono solo la sua collega di lavoro. Una sua amica."

"La sua amica." Puntualizza. E non c’è bisogno alcuno di altri commenti.

Lei ha capito. Almeno credo.

"Non lo so." Mi limito a dire.

E per un po’ sosteniamo il reciproco silenzio.

"Dove avete trovato quelle lettere?" E si volta nuovamente a guardarmi.

"Mulder… le ha trovate a casa di sua madre. Suo padre era coinvolto nei rapimenti. E’ una lunga storia." Mi sfrego le mani per trovare calore e mi giro anch’io verso di lei. "Non ha idea del perché?"

"Perché… cosa? Perché quelle lettere fossero a casa della madre dell’Agente Mulder?" Annuisco. "Non sapevo neanche che esistessero. Si… ho visto alcune lettere che mia madre e mio padre si scrissero nel periodo della guerra, ma non mi sono mai presa la briga di controllarle. E dopo la morte dei miei e di Tania, non ho più pensato di farlo. C’erano altre cose."

Annuisco di nuovo. "Forse volevano nascondere qualsiasi prova dei rapimenti." Riprende. "Anche semplici lettere."

La sua voce si incrina. "Come mai indagate su queste cose?" Ricomincia. Chiude le mani fra loro e vi soffia dentro per riscaldarle. Il freddo sta aumentando. "Insomma, è un’indagine ufficiale dell’FBI o… ufficiosa?"

Sento le mie labbra curvarsi in un breve sorriso. Sapevo che questa domanda sarebbe arrivata. Prima o poi. "La nostra sezione si occupa di queste cose."

"Cioè, di alieni e cose del genere?" Sembra stupita.

"Manifestazioni spettrali, rituali, mostri, ecc, ecc." Ora sembra incredula.

"Vuol farmi credere che nell’FBI c’è una sezione così?"

Annuisco. "Si. Gli X-Files."

"E perché X-Files? Voglio dire… da cosa deriva questo nome?"

"E’ legato al fatto…" Ma le parole mi muoiono in gola, ed entrambe ci voltiamo verso i fari che si avvicinano nel vialetto. Un furgoncino malconcio parcheggia accanto alla nostra auto. Ha la carrozzeria rossa e i vetri sporcati dal tempo.

Il rombo del motore si interrompe all’improvviso. Dal vetro del cruscotto vedo l’ombra di un uomo che ci fissa. Me. E Bentham, accanto a me, che si è alzata in piedi. La portiera viene aperta e chiusa, e un uomo brizzolato e claudicante inizia ad avvicinarsi a noi.

"Oh mio Dio, Ben!" Esclama, e si avvicina per abbracciarla.

***

Hammond, Illinois
Casa di Frank Ruper
Ore 07:30, pm
Domenica
 
E’ troppo bello e troppo penoso ascoltare la sua voce impastata dal freddo. E sentirla ridacchiare e un colpo all’inguine che fa male.
Ho fantasticato centinaia di volte su noi due. Disteso sul mio divano, al buio, con i gemiti provenienti dal televisore. La mia testa volava oltre i confini della realtà, a toccare il sogno e i desideri. In una dimensione in cui lei ed io condividevamo lo stesso letto. Nudi, potevo sentire il suo profumo mentre ero disteso su di lei. E la sentivo ridacchiare, e guardavo i suoi occhi infiammarsi mentre la penetravo lentamente. Quei sogni finivano con me che venivo dentro di lei, la mia mano nei boxer e la nostalgia per qualcosa che, chissà, un giorno, sarebbe anche potuta accadere.
Oh, si. E’ accaduta. E nel modo più dannatamente sbagliato possibile.
Dannazione.
Questo soffitto non è minimamente accettabile.
Ora non mi resta altro che sperare. Sperare che Samantha sia ancora viva, da qualche parte, là fuori. Sperare di ritrovarla e riprendere la mia vita con lei.
Se così non fosse, non saprei che altro fare.
Mi passo una mano tra i capelli e ascolto il silenzio provenire dall’esterno, alternato a sommesse voci femminili. Come una calma melodia di sottofondo.
Mi piace pensare che Scully abbia qualcuno con cui parlare. Ora. E mi piace pensare che quella persona sia il capitano Rice. Non so perché, ma mi è subito piaciuta. Al di là del sospetto, i suoi occhi, la sua espressione, mi hanno colpito. E non solo perché è una bella ragazza. Non vi è nulla di minimamente sessuale nelle mie parole. No. E’ per quello che trasmette. E mi piace pensare che lo stia trasmettendo a Scully.
Non ho osato guardarla per tutto il giorno, e non credo ci riuscirò ora in avanti.
Mi faccio troppo schifo.
Chiudo gli occhi per un attimo, sperando forse che il peso che mi opprime la testa sparisca un po’. Ma quando li riapro, striature dorate zebrano il soffitto del soggiorno e si sente lo strisciare di pneumatici sul sentiero.
E’ arrivato qualcuno.
E faccio appena in tempo ad alzarmi, stirarmi la schiena e voltarmi, che la porta si apre, la luce viene accesa, e un uomo claudicante e capelli brizzolati appare sulla soglia.
Frank Ruper, immagino.

***

Hammond, Illinois
Casa di Frank Ruper
Ore 08,00 pm
Domenica
 
E’ un uomo che non mi aspettavo.
Non so realmente cosa immaginassi. Forse un tizio dallo sguardo indurito dalle troppe esperienze della vita. Un uomo alto, corpulento, e maestoso. Non che Frank non abbia lo sguardo del soldato di trincea, quello sguardo che aveva mio padre quando dava ordini ai suoi sottoposti e lo stesso che vedevo negli occhi dei marines di ritorno da una missione all’estero.
E’ evidente che lui sa. Ma ancora non sappiamo cosa.
Si è sorpreso nel vedere Bentham, e noi con lei. In brevi istanti gli abbiamo condensato gli avvenimenti dell’ultima settimana. E quando Mulder si è presentato –poche parole roche dopo quasi 24 ore di silenzio-, lo ha guardato con cipiglio sorpreso e stupefatto. Annuendo lentamente. Ma non ha detto nulla.
Ha preteso che ci sedessimo, mentre preparava un buon caffè. Non l’acqua calda dello Starbucks, ha precisato, vero caffè, macinato a mano.
E ora siamo immobili con le nostre tazze fumanti tra le mani, mentre attendiamo che Frank Ruper smetta di sorseggiare caffè e inizi a parlare.

"Così… lei è il figlio di William Mulder." Non è una domanda, questo è certo.

Frank posa la tazza sul tavolino e fissa Mulder.

Lui annuisce. "Si. Conosceva mio padre?"

"Non di persona. Ma a volte ho sentito parlare di lui." Ci guarda con cipiglio serio e riprende a raccontare. "Quando ero in quella base della California. Ci sono rimasto più di sei mesi. Forse sette. O otto. Non ricordo bene. La percezione del tempo, in quel posto, è piuttosto relativa. Poi sono riuscito a scappare e ho fatto in modo che non mi trovassero."

"Frank, la sorella dell’agente Mulder è stata rapita il 27 novembre del ’73." Interviene Bentham.

"Si, sapevo che rapirono alcune persone a Washington. Parenti dei cospiratori. Un patto con il diavolo che non doveva essere stipulato."

"Mia sorella non venne rapita a Washington." Mulder mormora stanco e lo guarda, attendendo una risposta celere.

"Oh… sentii di alcune difficoltà nel gruppo, defezioni all’ultimo minuto. Non sapevo che si trattasse di sua sorella. Qual’era il suo nome?" Il suo tono è calmo, mentre rievoca, domanda e racconta. Ma posso giurare di vedere fremere le sue mani. Magari è solo una mia impressione.

"Samantha."

"Samantha…" Sussurra fra sé.

"Una… una ragazzina con i capelli lunghi. E mossi. Abbastanza alta per la sua età."

Ma Frank rimane in silenzio.

"Non ricorda nulla?" Mi intrometto anch’io.

"In quella base… c’erano parecchi rapiti. Ci facevano esperimenti. E ci sorvegliavano, perché non fuggissimo."

"Ma lei l’ha fatto."

"Sono un marine, agente Scully. Una base militare non può spaventarmi più di un campo di concentramento vietnamita."

Frank ci squadra.

"Ricordo che si parlava di alcuni ragazzini. E di una in particolare, piuttosto indisponente e vivace." Le labbra di Mulder si arricciano in un timido sorriso. "Seppi che alcuni di quei ragazzini non riuscirono a superare i test, ma altri erano vivi quando me ne andai."

"E…" Mulder deve deglutire per ricacciare indietro le lacrime. "Pensa che siano ancora lì?"

"Si."