ANGELS

di Lezar82 ( lezar82@supereva.it)

Disclaimer, note e tutto il resto nella pagina introduttiva

Note: una cosa prima di iniziare... volevo solo avvertirvi che volutamente tutta la prima parte e l'ultima sono molto liriche mentre il corpo centrale è prosa vera e propria... poi un'altra cosa... ci sono dei termini un pò "coloriti" nella parte in prosa... mi dispiace per chi dovesse rimanerne disturbato... che posso dirvi... passate oltre!

 

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DEDICATO a coloro che hanno perso qualcuno di importante nella loro vita e a quanti hanno provato la gioia di ritrovare qualcuno che credevano di aver perso per sempre.

DEDICATO A DAVIDE... OVUNQUE TU SIA, DONA UN PO' DI PACE A CHI TI PIANGE!

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III PARTE: Born Again

 

 

"Spend all your time waiting for that second change

For the break that will make it ok

There's always some reason to feel not good enough

And it's hard at the end of the day

I need some distraction or a beautiful release

Memories seep from my veins

Let me be empty and weightless and maybe

I'll find some peace tonight

In the arms of Angel far away from here

From this dark, cold hotel room, and the endlessness that you feel

You are pulled from the wreckage of your silent reverie

You're in the arms of the Angel; may you find some confort here..."

 

 

Un battino d'ali che insegue un soffio di vento assetato d'aria buona.

E quello fugge via inquieto, aspettando il giusto tempo perchè il destino si compia.

Le lancette della vita scorrono lente e costanti,

una nenia lamentosa che accompagna il nostro cammino.

Nulla perturba il suo stato.

Egli è stato, è e sarà per sempre...

Lì accanto a noi... costruendo la strada che dobbiamo percorrere.

Lì accanto a noi... frugando negli inquieti animi umani un barlume di sogno e speranza.

Lì accanto a noi... attendendo il giorno prescelto perchè ogni cosa ritorni nel grembo materno.

E tutto sia come fu all'inizio.

Che nulla possa più turbare i nostri giorni.

Che tutto sia come deve essere.

 

 

".....So tired of the straight line, and everywhere you turn

There's vultures and thieves at your back

The stoorms keeps on twisting, you keep on building the lies

That make up for all that you lack

It dont't make no differencs, escape one last time

It's easier to believe

In this sweet madness, oh this glorious sadness

That brings me to my knees

In the arms of Angel far away from here

From this dark, cold hotel room, and the endlessness that you feel

You are pulled from the wreckage of your silent reverie

You're in the arms of the Angel; may you find some confort here..."

 

°°°°°

 

Una decisione presa insieme.

L'unica possibile.

L'unica che avrebbe fatto pensare ad un seppur incerto domani.

Lasciare tutto.

Lasciarsi tutto dietro e ricominciare.

Lasciare casa, amici, lavoro.

E ricominciare.

Lontano.

Ricominciare sperando di ritrovare almeno un barlume di quella felicità che era mancata per troppo tempo nella loro vita.

Quella felidità della cui esistenza erano certi, perchè essi stessi l'avevano provata... per un breve ma chiaro istante del loro cammino.

Quella felicità che avrebbe permesso loro di rinascere.

Pure e semplici vite in un universo di anime, sbattere violente contro barriere invisibili cercando il dolce e caldo tepore di un sorriso.

 

°°°°°°

 

Il sole aveva completato il suo giro intorno alla Terra e aveva ricominciato il suo lento cammino.

Il bruno delle foglie aveva lasciato ben presto il posto agli sterili rami dell'inverno e agli stanchi colori della primavera.

Ma verso maggio i boccioli di rose, viole e gigli avevano iniziato ad animare il piccolo giardino fuori casa.

Il salice che quasi ostruiva il passaggio sul molo in legno aveva rinvigorito il suo fogliame e scendeva lento e forte sul terreno.

Le siepi erano diventate di un promettente verde vivo mentre qua e là spuntavo piccole e tenere foglioline appena nate.

Le nuvole non impedivano mai che si vedesse il cristallino azzurro del cielo e quando le tenebre calavano sul mondo piccole fiammelle illuminavano la volta perchè l'uomo non perdesse mai il giusto sentiero.

Lentamente tutto ritornò alla vita.

 

°°°°°°

 

-Scully, dove sei?

Una limpida voce maschile echeggiò dalla stanza che s'affacciava sul retro della casa.

Mulder uscì in giardino dalla porta a vetri del salotto e avanzò lentamente scrutando intorno per riuscire a vederla.

La scorse.

Seduta sotto il salice.

Lo scroscio dell'acqua sul molo del vicino laghetto.

Il roseto con teneri boccioli bianchi e rosa.

E lei che li accarezzava.

E li guardava estasiata come fossero un miracolo mai visto.

Mulder non se la sentì di spezzare quell'incanto e si avvicnò cauto senza far alcun rumore fermandosi a pochi passi da lei.

Si sporse per quanto potè e le si avvicinò all'orecchio.

-Ehi!- sussurrò  e lei si voltò sorridendo.

-Ti  ho chiamata prima...

-Scusa ero qui e non ti ho sentito. Guarda! -esclamò voltandosi nuovamento verso il cespuglio di rose- Sono sbocciate finalmente!

Mulder mise il freno alla sedia, serrò le braccia e si issò lasciandosi infine cadere lentamente dietro di lei.

-Sbaglio o non devi stancarti in questo modo?

-Non mi sto stancando!

Si lasciò andare sul petto di Mulder che la strinse a se sprofondando il viso tra i suoi capelli.

-Mulder sono incinta non in fin di vita!

Lo sentì ridacchiare e baciarle la tempia.

Scully adorava questi momenti.

Le sembrava quasi che non esistesse passato per loro, nulla di ciò che era accaduto.

Nulla.

Solo presente e un radioso futuro.

-Lo so -replicò lui- ma non posso fare a meno di preoccuparmi.

-Un pò di movimento mi fa bene. Sono diventata un specie di pallone volante.

-Si, ma sei il mio pallone volante e mi vai bene così.

Lei ridacchiò e sospirò contro il suo collo.

Ma poi il suo sorriso svanì.

Chiuse gli occhi e inspirò a lungo il suo profumo.

Lui se ne accorse.

E ne conosceva anche il motivo.

Inutile chiederlo.

Pensieri che aleggiavano su entrambi.

Il silenzio fu loro compagno per minuti che sembravano ora... e giorni... e mesi interi.

Lenti e necessari.

Nessuno osava parlare e interrompere così quel tacito dialogo.

Solo sguardi e tocchi di mani.

Carezze e lunghi sospiri.

Baci appena accennati e mute parole che pronunciavano le loro anime.

Trascorrevano molto del loro tempo in quel modo.

Così.

A lasciare che il proprio spirito si rinvigorisse con quel rumoroso silenzio e con la loro reciproca presenza.

E null'altro.

-Mulder...

Scully iniziò inaspettata per entrambi.

-Shhhh.... lo so

-Non pensavo che saremmo arrivati fin qui.

-Lo so... neanch'io.

-E' come essere usciti da una nebbia fitta che avvolgeva entrambi impedendoci di vedere al di là di noi stessi e al di là del mondo in cui ci eravamo rintanati.

-Ma la nebbia prima o poi si dirada... anche se a volte è necessario che piova.

-Pensavo fossimo arrivati ad un punto di non ritorno... che ci saremmo persi per sempre.

-Anch'io... ma non riuscivo a farmene una ragione...

-Mi dispiace averti fatto soffrire... mi dispiace che...

Le alzò il mento con due dita e le sorrise.

-Sono dove voglio essere, con chi voglio essere... ci è stata data un'altra possibilità... non sprechiamola rivangando il passato.

-Hai ragione.

-Se c'è qualcuno che deve dire grazie, quello sono io... ma adesso siamo qui, stiamo bene... e non dobbiamo permettere a nessuno di rovinare quello che stiamo costruendo.

-E se non fosse questo il nostro destino? Se... se dovesse capitarci qualcosa?

-Dana... cerchiamo di pensare solo al presente... a questa casa che abbiamo affittato, al giardino che hai piantato, a nostro figlio che nascerà fra qualche settimana... il passato... il futuro... avremo tempo per pensarci... per rimpiangerli o respingerli... ma non ora, non in questo momento...

Scully annuì e si voltò ad osservare quelle frange azzurre che era possibile scorgere dai fitti rami del salice.

-Ci dovremo sposare

Esordì lei con tomo calmo e sereno ma lui non rispose.

Non ne avevano mai parlato in maniera esplicita, anche se l'idea aleggiava da tempo nelle loro teste.

Sposarsi.

Era difficile pensare a qualcosa di così definitivo.

Non era una situazione facile per loro.

Certo avevano superato momenti difficili nei mesi passati.

Momenti che essi stessi temevano di non oltrepassare.

Ed invece ce l'avevano fatta.

E la loro situazione poteva definirsi tuttosommato... normale, nonostante avessero cancellato quel termine dal loro vocabolario.

Nulla nella vita di entrambi era normale.

Nulla lo era già da molto tempo.

Per la gente comune la loro non era certo normalità.

Ma poco importava infondo.

Stare bene.

Con se stessi.

Con gli altri.

Tranquillità.

Serenità.

Gli ingredienti indispensabili.

Poco importa come si è riusciti a procurarseli.

La loro in quel momento era sicuramente normalità.

Ma forse la normalità non era suffciente per un passo così grande come quello del matrimonio.

Non era sufficiente quella comunione di anima e corpo che già esisteva tra loro.

No.

Sotto quel punto di vista potevano considerarsi sposi di lunga data.

No.

Era necessaria anche una stabilità che ancora non avevano raggiunto.

Presto l'avrebbero fatto.

Sicuramente.

Presto, con la nascita del loro bambino, avrebbero raggiunto anche quella.

E allora avrebbero potuto pensare anche a loro.

Si trattava di aspettare.

Non molto.

Ma comunque aspettare.

Scully si scostò da lui e si inginocchiò pronta ad alzarsi.

Ma Mulder la bloccò e la fece voltare, serrandole la vita.

-Non intendevo subito.

Lui continuava a guardarla.

-Ma dovremo iniziare a pensarci... se sei d'accordo.

Mulder abbassò lo sguardo e lasciò la sua presa.

-Che c'è?

Dana gli si accostò prendendogli il viso fra le mani.

-Non sarà facile avermi fra i piedi in ogni momento.

-Credi che adesso lo sia?

Accennò ad un lieve sorriso.

-Pensi che se su un pezzo di carta c'è scritto che noi siamo sposati sia diverso dal vivere come stiamo vivendo in questo momento?

-No.

-E allora qual'è il problema?

-E' che... il matrimonio è qualcosa di molto più definitivo del semplice stare insieme e nella situazione in cui mi trovo...

-Forse una volta ma oggi come oggi con i divorzi...

La guardò preoccupato.

-Ma dai stavo scherzando!

Lei sorrise ma non riuscì a coinvolgere anche lui.

-Dai Mulder!

-Per me è dannatamente importante!

-E credi che per me non lo sia?

-Certo che lo è... però...

-Cosa?

-Perchè?

-Perchè... cosa?

-Vuoi diventare mia moglie?

Si avvicinò a lui, fermandosi a pochi centimetri dalla sua bocca.

-Perchè ti voglio bene... perchè sei il padre di mio figlio... perchè voglio vivere con te... sempre... perchè... perchè voglio fare l'amore con te ogni notte... perchè... perchè fin da quando sono piccola ho sempre sognato di sposare un uomo bello e sexy da mozzare il fiato... perchè... perchè quando inizi a fare lo sdolcinato non riesco a dirti di no... perchè... perchè voglio vedere scritto il tuo cognome accanto al mio.

Gli sfiorò le labbra con le sue.

Un tenero e casto bacio.

Fresco e dolce.

Simile a quello di una timida ragazzina alle sua prima esperienza.

Sorrisero entrambi.

-Mi sembrano ottimi motivi.- riprese lui.

-Che fai rimani qui mentre preparo la cena? -chiese lei sfiorandogli la guancia con il palmo della mano.

-Sicura che non vuoi una mano?

Lei scosse il capo.

-Sicura?

-Si... non preoccuparti.

-Davvero, se vuoi ti do una mano.

-Figurati! Vedrai che fra cinque minuti è tutto pronto!

Lei si alzò e si diresse verso la porta a vetri da cui era uscito Mulder poco prima.

-Non stancarti troppo!- le gridò lui voltandosi leggermente.- E se c'è qualche problema interrompi quello che stai facendo e chiamami!

Lei gli fece un cenno di assenso con la mano, prima di scomparire, inghiottita dal buio della casa.

Mulder se ne stette lì a guardare il vuoto lasciato da Scully.

Era venuto il momento di fare i conti con se stesso e con la sua vita.

Non certo per se stesso.

No.

Ma per la persona - e presto le persone- che viveva accanto a lui.

Era stato un borioso e strafottente figlio di puttana durante la maggior parte della sua vita.

Una delusione per tutti.

Per suo padre.

Per sua madre.

Per i suoi professori ad Oxford.

Per i suoi insegnanti all'accademia.

Per i suoi diretti superiori.

Lui era quello che aveva permesso che la sua sorellina di otto anni venisse rapita.

Lui era quello che era fuggito in Inghilterra per non affrontare la realtà.

Lui era quello che aveva mandato a puttane una brillante carriera universitaria come psicologo.

Lui era quello che aveva gettato nel cesso una brillante carriera nel Bureau per andare a caccia di omini verdi e strani giochi della natura.

Pensava che in fondo la sua vita fosse quella.

Deriso da tutti.

Pochi amici.

Tanto lavoro.

Quello che tutti giudicano uno schifo.

Ma poi...

Poi, un lontano giorno di primavera lei era entrata nel suo ufficio.

E lentamente si era radicata nel suo lavoro... nella sua vita... nella sua pelle...

... ed era giunta lì, dritta nel suo animo e l'aveva folgorato.

Non sapeva neanche come fosse accaduto...

Semplicemente una mattina era arrivato in ufficio un pò in ritardo.

Solitamente era lui che apriva la porta del seminterrato.

Ma quella mattina l'aveva trovata  socchiusa, segno che Scully era  già dentro.

L'aprì lentamente e rimase a contemplarla per buoni cinque minuti senza che lei se ne accorgesse.

Non riusciva a distoglierle lo sguardo da dosso.

Non riusciva a parlare.

La guardava e basta.

Si meravigliava di riuscire ancora a respirare.

Lei era appoggiata da una spalla agli schedari e leggeva assorta un plico.

Aveva uno dei suoi soliti tailleurs ma i bottoni della giacca erano tutti sbottonati.

Le gambe leggermente incrociate.

Il viso era concentrato ma estremamente rilassato... poco trucco,  una sottile ciocca sbarazzina che si rifiutava di restar ferma dietro l'orecchio.

Un pallido raggio di sole che illuminava il volto.

Lei di colpò sollevò il capo e gli sorrise incuriosita.

-Perchè te ne stai impalato sulla porta? -gli chiese.

Balbettò qualcosa che la fece avvicinare giocherellando con il plico.

-Che hai? Perchè sei tutto rosso?

Continuava a sorridere.

Le ricambiò il sorriso...

Era la prima volta che arrossiva nella sua vita!

Poi si chinò e le diede un bacio sulla guancia, anche se poi gli costò fatica allontanarsi dalla sua pelle.

L'aveva presa alla sprovvista.

Non lo aveva mai fatto.

Da quando lavoravano insieme non aveva mai salutato Dana Scully con un innoquo bacio sulla guancia.

Questa volta fu lei a rimanere a fissarlo mentre lui si toglieva il cappotto e si sistemava la giacca.

-Cos'è, vuoi copiarmi?

Disse con fare sarcastico evitando di guardarla negli occhi.

-No... mi chiedevo solo quale occasione speciale fosse oggi per un simile trattamento.

-Nulla... -lo sguardo ancora basso per evitare il suo... poteva giurare che il suo corpo stesse tremando- non posso salutare la mia partner con un casto bacio sulla guancia?

-Certo!- esclamò a millimetri dal suo viso

Si voltò e fissò dei pozzi blu luminosi e caldi.

-Ma fallo più spesso... in modo che mi abitui.

E tutto iniziò.

Timide battutite più o meno casuali e mirate all'inizio, sempre più pungenti man mano che le settimane passavano.

Fino a che una domenica mattina non si decise.

Aveva passato una notte insonne.

Nel petto una morsa che gli impediva di respirare.

Nello stomaco una tenaglia.

Sintomi che si erano andati rafforzando nei giorni passati.

Averla tutto il giorno accanto e non poterle fare altro che sfiorarla.

Quella notte il culmine.

Non poterla avere fra le sue braccia.

E stringerla.

E respirare il suo profumo.

Il profumo della sua pelle.

E poterla toccare.

E sentire la propria pelle a contatto con la sua.

Così, alle prime luci dell'alba si era alzato e aveva iniziato la sua lenta preparazione.

Quando arrivò da lei...

Tutto avvenne in maniera quasi naturale, non ci vollero molte parole.

Avevano trascorso momenti bellissimi.

Avevano trascorso momenti bruttissimi.

Per colpa sua.

Perchè era un idiota deficiente che in fondo alla sua anima sapeva bene di aver paura di quel rapporto.

Aveva paura  di lei.

Aveva paura di ciò che provava per lei, di ciò che lei lo faceva diventare, aveva paura che il suo cuore non riuscisse a contenere tutta quella passione che lei gli suscitava.

E aveva rovinato tutto.

Sperava di poter ritornare quello che era un tempo ma il dolore era troppo forte da sopportare.

Dopo l'incidente sapeva che per lui non ci sarebbe stato più nessun futuro... e forse ne era contento.

Non immaginava di poter ricominciare... e ricominciare con lei.

... e ricominciare in quel modo.

Erano arrivati lì, in quella casa, poche settimane dopo che lui era uscito dall'ospedale, con tanto rancora ancora dentro... e dolore.

Erano mura fredde e senza calore, dovevano essere ridipinte e riparate in alcuni punti.

Il giardino doveva essere ripulito e ripiantato.

Pian piano le pareti avevano ripreso il loro antico splendore.

Il giardino aveva ripreso colore.

E le loro membra intorpidite avevan ripreso vigore.

Aveva fatto l'amore dopo tanto tempo in quella casa.

Una notte era semplicemente accaduto.

Non perchè l'avessero deciso e pianificato.

Era accaduto e basta.

Ed erano scoppiati a ridere poco dopo.

Ridevano come non facevano da tanto tempo.

Ed erano rossi in viso.

Da allora sembrava che gli ingranaggi della vita avessero iniziato a girare per il giusto verso.

Scully era rimasta incinta dopo quella notte.

Certo non avevano badato a protezioni.

Ma in fondo andava bene così.

Nel fondo delle loro anime volevano quel bambino.

Per ricominciare veramente.

Per ricominciare da dove avevano interrotto.

E i mesi avevano iniziato a scorrere lenti e silenziosi.

Soffi tranquilli.

E ogni giorno sembrava un'onirica visione del sonno di un neonato.

Si.

Un sogno.

Era forse un sogno quello che stava vivendo?

Forse.

O forse la giusta ricompensa per due anime che troppo avevano sofferto... e patito... e sopportato... nella loro esistenza.

Un tonfo sordo lo destò dai suoi pensieri.

Una folgorazione gli illuminò la mente.

Dana.

Si alzò sulle braccia e si rimise sulla sedia.

Staccò il freno e si precipitò in casa.

Il cuore gli martellava nel petto.

Una sensazione.

Una brutta sensazione.

E quella dannatissimo "No, non può accadere" che continuava a pulsargli nella testa.

Arrivò sulla soglia della cucina e la vide.

Riversa a terra.

Una braccio disteso.

L'altro sul grembo quasi a voler proteggere in qualche modo quella creatura che portava dentro di se.

Mulder si alzò di scattò dalla sedia e barcollando  prese il telefono e si inginocchiò accanto a lei.

Pigiò tremando i numeri della testiera, pregando qualsiasi Dio lo stesse ascoltando di non portarglieli via... di prendere lui se fosse stato necessario.

E lassù qualcuno li guardava sapendo già la fine della storia e sperando che loro facessero le giuste mosse per non cambiarne la trama.

I miracoli hanno spesso bisogno di sacrifici estremi per compiersi.

E spesso i sacrifici non sono altro che prove di uno spettacolo che presto verrà portata in scena per la prima volta.

E vedrà le luci del palco.

E quelle dei visi degli spettatori.

E i loro applausi.

 

***********

 

Per la prima volta nella mia vita sto pregando.

Non so chi.

Non so che cosa.

Prego chiunque sia lassù.

Prego chiunque ci sta guardando in questo momento.

Prego chiunque sia in grado di farlo.

Prego che lei non vada via.

Non potrei sopportarlo.

Non ora.

Non ora che siamo ad un passo dalla felicità più assoluta.

Non ora che ogni problema è superato.

Non ora che è nato nostro figlio.

Chiunque ci sia lassù.

Perchè ora?

Perchè non ti sei preso me quando c'è stato il momento per farlo?

Perchè hai fatto in modo che io ritornassi in vita?

Perchè l'hai fatta ritornare da me?

Perchè hai fatto in modo che fossimo felici?

Perchè?

Perchè?

Perchè se era questo che ci aspettava?

Una settimana ad aspettare che lei riprenda a vivere o muoia per sempre.

Una sterile stanza d'ospedale.

Macchinari e tubi.

E di là nostro figlio che aspetta la sua famiglia.

Perchè volevi farmi soffrire?

E' per questo che mi hai fatto improvvisamente riprendere a camminare?

Perchè io guarissi e vedessi la mia ragione di vita morire al mio posto?

Merito di soffrire.

Merito ogni pena.

Merito fiamme e fuoco... e dolore.

Merito mille lame che mi straziano il cuore.

E strumenti di tortura che mi lacerano le carni.

Io lo merito ma lei no.

Lei non merita di soffrire.

Non merita di soffrire mai più... non dopo quello che ha sofferto e di cui mi sento responsabile.

Un'altra colpa che si aggiunge al lungo elenco.

Un'altra colpa per chi merito una punizione.

Ma Dana...

Lei deve essere felice... ora, con nostro figlio.

Ti ringrazio per questo.

Perchè lui è vivo e pieno di vita.

Ma ha bisogno di una madre.

E io della mia compagna.

Dana crede in te.

So che perdoni chi ha peccato.

So che puoi tutto.

Non ti chiedo di perdonare le mia colpe.

Non mi merito questo.

Ma ti prego.

Ti prego... fa che riapra quegli occhi.

Fa che mi guardi e mi sorrida ancora...

E mi possa riscaldare il cuore.

Fa che possa vedere suo figlio.

E lo possa stringere tra le braccia.

E lo possa veder crescere.

Quanto a me...

... mi basta esserci da lontano.

Null'altro.

Nulla.

 

°°°°°

 

Ero lì.

Un piccolo lembo di terra sbiadito e seminascosto dalle nubi.

Il velo turchino delle acque si intravedeva dalle rare fessure di nebbia.

Un eco lontano di flutti leggeri infrangersi contro banchi sommersi di lido.

Lo stridore smorzato dei bianchi gabbiani della vicina banchina.

Ero lì.

Seduta di fronte ad un amico di antica data.

Un'ombra accanto a me.

Sbiadita anch'essa ma di forte spirito.

Mani nelle mani.

Dita tra le dita.

E fissavo lontano.

Chi fosse... chi non fosse....

Perchè era lì.

Domande...

Potevo aspettare per le risposte.

Lì c'era quello che cercavo.

E non volevo andar via.

Lei lo sapeva.

Era una donna.

Lunghi capelli le incorniciavano il viso...

Sbiaditi e fragili come delicata porcellana.

Mi lasciò la mano.

La mia pelle bruciava al suo tocco.

Ma il tormento era facile da sopportare.

Sale.

Su.

Le dita sui miei capelli.

Intrecciarsi di dita.

Sfiorare.

Velluto e seta.

Giù.

Lungo il mio corpo.

Strane emozioni.

Infinite sensazioni.

La sua mano calda sul mio ventre.

---E' ora.

Chi sei?

---E' ora.

Dove siamo?

---E' ora.

Voglio restare qui con te.

Vidi il suo corpo.

E il mare mescolarsi al colore candido della sua pelle.

Rosa di pesca sbiadito.

Profumo di rose.

Il capo contro il mio.

E calde lacrime che bruciavano sulla mia pelle.

Sul suo animo.

Sul mio.

Perchè devo andar via?

---Così deve essere.

Non voglio andar via.

---Così deve essere.

Si allontanò piano.

Freddo sulla mia pelle.

Tesi la mia mano e fiorare la sua.

E fu un attimo.

Lei scomparve lasciando dietro di se una scia dorata.

Intorno il mare scomparve.

E il suono delle onde.

E il suono dei gabbiani.

La nebbia avvolse il mio corpo.

Il buio.

Paura e terrore invasero il mio animo.

Poi una fioca luce in lontananza.

Rumori ovattati mentre le immagini erano sempre più nitide.

E lui era accanto a me.

Il viso addormentato.

Il broncio di un neonato.

Posai una mano tra i suoi capelli.

Spettinati e soffici.

Li intrecciai con le dita e questo lo destò.

Alzò il capo e mi fissò.

E poi sorrise come mai era accaduto nella sua vita.

 

°°°°°°

 

-Mulder?

-Non parlare.

Si alzò e non permise alla sua bocca di pronunciare alcuna parola.

Toccò le sue labbra.

Lieve scossa di energia per entrambi.

Bacio dolce.

Impastato a lacrime che quattro occhi versavano involontari.

-Credevo di avervi persi.

Mormorò lui.

Il viso nascosto tra i capelli di lei.

Incapace di mostrarsi.

Incapace di mostrare al mondo la sua felicità e la sua remota sofferenza.

-Vuoi dire che...

-Si... nostro figlio sta benissimo.

Le si pose davanti sorridendo.

-E'... è maschio?

-Si... il più bel bambino del mondo.

Lei sorrise e pianse e scostò lo sguado sbarrando gli occhi incredula.

Che fosse un sogno ciò che la vita le stava mostrando?

O era forse quella realtà che entrambi attendevano da tempo?

Un miracolo?

O il vero corso del destino?

-Mulder tu...

-Si... non cammino ancora bene...

-Come... quando...

Le troppe emozioni le impedivano di formulare frasi concrete.

-Quando... quando ti ho vista riversa in cucina... tre settimane fa... non lo so come può essere accaduto... mi sono alzato di colpo dalla sedia e... ho afferrato il telefono e sono... sono venuto accanto a te.

-Il dottore cosa... cosa dice? Tu non potevi più migliorare... tu...

-Non dice nulla... assolutamente nulla... Chissà... magari qualcuno lassù ha voluto così!

-Mulder... devo dirti una cosa... mentre ero... sono stata in un posto... con me c'era qualcuno.

La zittì posandole l'indice sulle labbra.

Sorrise e si avvicinò per sussurrarle qualcosa.

"Lo so -disse vicino al suo orecchio come se quelle poche parole potessero fuggir via se fosse stato più lontano- lo so, l'ho visto anch'io... lo so" 

 

°°°°°

 

Quattro occhi si scrutarono compiaciuti.

Sorrisero.

Due mani si strinsero.

Quattro occhi guardavano e vegliavano.

Lontani, ma molto vicini quanto nessuno potesse immaginarlo.

Erano lì.

E assolvevano quello che si erano promesse quando si erano incontrate.

Anni prima.

Seppur di anni si possa in qualche modo parlare.

Lì.

Due corpi si abbracciarono.

Trasformando il dolore in speranza.

Trasformando la speranza in felicità.

Per sempre.

 

"... In the arms of the Angel; may you find some confort here."

 

 

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RINGRAZIAMENTI FINALI

a mia zia per avermi prestato la sua enciclopedia medica e alla mia amica Eli per la parte medica.

a quanti mi hanno scritto per sapere quando avrei messo on-line la fanfic.

a tutti coloro che mi hanno sempre incoraggiato.

a quanti, spero, la pubblicheranno.

a quanti hanno avuto il coraggio di pubblicare i miei precedenti lavori.

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Baci a tutti.

Alla prossima,                         31 Ottobre 2001

 

 

 

Seconda Parte