- TITOLO: Una vita e una
città
- AUTRICE: Lezar
- RATING: Uhm... NC-17? R? Diciamo una via di mezzo.
- GENERE: M/Other
- SPOILER: Dopo En Ami più
o meno...
- FEEDBACK: Ovvio che si a theonlytruth@crazy-land.net
- DISCLAIMER: M e S sono di
CC&C, il resto è mio.
- NOTA 1: Non so quanto
questa storia possa piacere. Ma è nata così e così ve la tenete.
- La vita è una città.
- La vita è Caotica. Rumorosa.
Afosa e Fredda. Dolce e Importante. Paurosa. Bella e Brutta. Ricca e Povera.
- La vita è piena di cassonetti
dellimmondizia e di monumenti, di quartieri delite e borghi di chi tira avanti
con la forza della speranza e della disperazione.
- La vita è fatta di strade che
vanno sempre dritte e di altre che svoltano, di strade che si incrociano continuamente e
di altre che non si incontrano mai, di strade che ti portano via e di altre che ti
conducono al cuore.
- Questa è la vita.
- Una città.
- Buia e Luminosa.
- Grande e Piccola.
- E solo questo.
- Una vita e una città.
xxx
PRIMA GIORNATA
- Non sapevo da quanto stavo
correndo.
- Le mie gambe bruciavano metri e i
miei polmoni si riempivano dellaria gelida della notte. Ma la mia testa non era lì.
I miei occhi vedevano ombre ma focalizzavano ricordi. E il tempo si rincorreva dentro di
me, liberando quellenergia che avevo bisogno di scaricare.
- Ecco perché stavo correndo.
- Ma non sapevo da quanto.
- Non mi importava.
- Le lancette erano diventate una
semplice costante relativa che scandiva piccoli momenti della mia vita. E, mentre ogni
cosa continuava a scorrere come sempre, io non riuscivo più a trovare la mia via.
- Avevo perso la sua bussola, e gli
avvenimenti si erano susseguiti troppo in fretta perché avessi potuto assimilarli.
- Mi trovavo privo di una delle mie
mete e con una libertà che non ero in grado di gestire. Mi aggiravo annoiato e stanco,
ripetendomi che presto avrei trovato unaltra strada. Ma sapevo che non sarebbe stato
così. Si, lo sapevo.
- Quando finalmente i miei muscoli
avvertirono la stanchezza, mi accasciai accanto ad un palo della luce. La notte era nera e
silenziosa. Di quel silenzio che spaventa. Quel silenzio che circonda il tuo letto, quando
sei un bambino e un incubo ti porta a credere che un mostro si aggira nellombra
senza che tu sia in grado di vederlo. Quel silenzio che fodera unanima che ha
smarrito la strada. Quel silenzio che foderava la mia. Un silenzio senza echi, senza
suoni, senza sospiri. Un silenzio di nulla.
- Scrollai il capo e mi rimisi in
piedi, incamminandomi a passo lento e malfermo lungo vie che non conoscevo. Il freddo mi
sferzava il viso e lasciava che i miei occhi lacrimassero. Forse avrebbero lacrimato
comunque. Non lo so. Ma lasciatemi credere che sia vero, ve ne prego.
- Quando uscii dal crogiolo di case
e vicoli in cui mi ero immerso, iniziai a scrutare insegne luminose e bande sbandate di
uomini. Se è possibile, erano conciati peggio di me. Latmosfera piena di alcool e
fumo e la musica che usciva dai locali mi stordì più di quanto non lo fossi già. Una
babele di suoni e profumi forti che mi accompagnò lungo strade che non frequentavo. Non
di solito almeno. Non da molto tempo.
- Non ricordavo esattamente perché
avessi smesso di farlo. Un po di pelle senza impegno, musica schifosa e whisky
scadente sembravano una proposta più che allettante. Perché non ne avevo più
approfittato? Lo ignoravo.
- No, anzi. Non lo volevo
ammettere.
- Perché io non ero più io da
molto tempo. E forse iniziava a mancarmi il vecchio essere me.
- E quando mi ripromisi di
ritornare, confuso, disturbato e privo ormai di un ritmo costante che dividesse la mia
giornata, non sapevo che sarebbe accaduto realmente.
°°
- In retrospettiva, fu un po
difficile dire come ero arrivato a casa. Non che fosse veramente importante. Ma volevo
saperlo lo stesso.
- Mi ero addormentato sul divano.
Le tuta lercia ancora addosso e capelli in disordine. Venni svegliato dallassolo
acuto dei Pink Floyd. La radio era accesa e sbraitava toni incomprensibili. A giudicare
dalla stanchezza e dal sonno, dovevo essere tornato tardi e aver dormito molto poco. Mi trascinai fino al bagno, e quando mi accorsi
che non cera acqua calda era troppo tardi. Il freddo intirizzì il mio corpo e non
bastò il mio Hugo Boss a scaldarmi. E neppure le lamentele della vecchia signora Lanosi,
del piano sopra al mio, per essere stata svegliata dalla radio nel cuore della notte. Mi
scusai con lei, almeno credo, e mi avviai in ufficio, con lo spirito degli ultimi giorni.
Uno spirito sepolto sotto tre metri di terra. Uno strano miscuglio di stanchezza, rabbia e
frustrazione che mi faceva sentire stanco, incazzato e frustrato.
- Ovviamente.
- E neanche la figura di Scully
concentrata su un file mi fece calmare. E no! Perché la colpa del mio stato era solo sua!
- Ok, non era sua. O, almeno, non
solo. Mi sentivo così già prima. Dopo la morte di mia madre e la verità su Samantha.
Stavo cercando a fatica di uscirne, quando lei sparì e poi scoprii che era partita per un
viaggio con il nostro peggior nemico. Come mi sarei dovuto sentire? Ero spaventato.
Terrorizzato. Temevo di stare per perdere anche lei.
- Non potevo ancora perdonarla per
quello che aveva fatto.
- Bene.
- Nemmeno lei perdonava me per
essermela presa con lei.
- Bene.
-Buongiorno, Scully- mormorai.
Esitai un attimo, prima di entrare e dirigermi verso la scrivania. Solo allora riuscii a
captare la sua risposta. Occhi bassi, sguardo teso verso il rapporto che stava leggendo.
Neanche lo sforzo di alzare la testa qualche secondo verso di me.
-E arrivato qualche file?-
mi tolsi il soprabito e lappesi, mentre ascoltavo la sua risposta annoiata che mi
diceva di no, che doveva andare a Quantico per una autopsia.
- Uscì dallufficio qualche
secondo dopo, cappotto su un braccio, file e chiavi della macchina in mano. Dritta e
impettita.
- Che ci crediate o no, era la più
lunga conversazione degli ultimi giorni.
- Il primo giorno dopo la sua
vacanza non ci eravamo neppure salutati.
- Per lappunto, eravamo
regrediti di 7 anni.
- Giusto per scondire ancora di
più linsalata amara che stavo già mangiando.
- Bleah.
- Rimasi in ufficio tutto il giorno
a completare rapporti che erano rimasti ad attenderci per mesi. Non avevo nulla da fare.
- In realtà, non so dire se li
completai davvero o cosa scrissi. Lunica cosa che mi fa sperare è che Skinner non
batté ciglio quando li lesse. Quindi, o era rintronato anche lui o, alla fin fine, avevo
scritto qualcosa di sensato.
- Non lo saprò mai e non mi
interessa.
- Quando tornai a casa trovai un
messaggio sulla segreteria. Scully.
- Sono a casa. Ci vediamo lunedì.
- (Era venerdì. Non me ne ero
accorto. Non badavo molto ai giorni.)
- Neanche il gusto di chiamarmi di
persona.
- Certo, perché farlo se puoi
incidere la tua voce su un nastro?
- Non ci pensai due volte.
- Lasciai pistola e distintivo.
- Mi rimisi il cappotto e uscii di
casa. Per camminare. Ovunque le mie gambe mi avrebbero condotto.
°°
- Di solito, frequentavo quei posti
quando ero giovane o quando pensavo che la vita fosse una puttana (o che io fossi una
puttana).
- Insomma, uno di quei locali dove
cè talmente tanto buio che lunica cosa che guardi è il palcoscenico dove
ballano tizie semi nude (o del tutto nude, dipende dai punti di vista). Quei posti dove il
fumo galleggia nellaria assieme a quelle canzoni dove cantanti pseudo sconosciute
sembrano avere un orgasmo ad ogni strofa, dove il barista è un barbone che vende liquori
di quinta mano e il bancone una striscia di linoleum unta che non viene lavata dai tempi
delle guerre dIndipendenza.
- Il luogo in cui va chi crede che
la sua vita valga meno di niente o chi non sa che farsene della vita.
- Tirando le somme, quei tre
giovanotti che sbavavano vicino ai tanga delle ballerine, quei due in fondo al locale con
una pinta in mano e unaccesa discussione in atto, i quattro o cinque, soli e
disperati, che guardavano il palco ma, in realtà, non guardavano niente, e poi,
ovviamente, cero io (forse il peggiore fra tutti loro).
- Me ne stavo in silenzio al
bancone, sorseggiando un whisky dal sapore schifoso e osservando le ballerine muoversi
sinuose. In realtà, mi ero imposto di non pensare e stavo cercando di mantenere la
promessa.
- Da fuori proveniva il
chiacchierio della ressa e altra musica.
- Ma era inutile, non ascoltavo
nulla.
- Pensavo che alla fine della
serata sarei stato talmente ubriaco che mi avrebbero gettato fuori dal locale del tutto
incosciente. Ma mi sbagliavo, perché al quinto o sesto bicchiere (o anche di più, in
realtà non stavo contando) una voce si fece maliziosa vicino a me.
-Ciao, è libero il posto
accanto al tuo?
- Una delle ballerine che avevano
allietato la serata.
- Una capigliatura biondo platino,
un top striminzito e un fisico da vieni qui e scopami.
- Pensai che la mia serata sarebbe
andata diversamente da come me lero immaginata solo un attimo prima.
- Non ero andato troppo lontano.
- La invitai a sedersi, bevemmo un
martini doppio (senza olive, ci speravate forse?), ci presentammo. Mulder. Brigid. Bevemmo
ancora. Una vodka liscia, senza ghiaccio (non esisteva neanche quello).
- Decidemmo di salire al piano di
sopra.
- Cerano delle stanze.
- Iniziammo a toccarci sulle scale.
Quando arrivammo in camera i miei pantaloni fremevano per essere tolti. Il suo top era
sparito. Lei iniziò a cercare un preservativo.
- E poi accadde qualcosa.
- Mi bloccai.
- Non potevo. Non ci riuscivo.
- Glielo dissi.
-Scusa, non posso.
- Mi disse che mi avrebbe aiutato.
- Ma io non potevo, non potevo.
- Raccattai la mia roba, mi rimisi
la camicia e il cappotto e andai via, sentendomi una vera merda fino a che non ritornai a
casa, mi gettai sul letto e lasciai che la mia erezione si sgonfiasse nei pantaloni.
xxx
SECONDA GIORNATA
- Passai il sabato steso sul letto,
ripetendo a me stesso che ero uno stronzo.
- Non mi feci la doccia fino al
pomeriggio. Non ne vedevo la necessità. A
questo punto, non ero riuscito a sbattermi neanche una puttana. A chi poteva fregare
qualcosa? A me no di certo.
- Mi feci la doccia solo perché,
quando mi alzai dal letto per andare a bere, mi vomitai addosso e dovetti togliermi
lHugo Boss per evitare di mandare in fumo 400 dollari di vestito.
- Lacqua era fredda. Di
nuovo. Ma rimasi sotto il suo getto ugualmente. Non mi chiedete il perché, per piacere.
- Poco dopo ricevetti una chiamata
dai ragazzi. Avevano in programma un raid su internet, mi interessava?
- Uhmm
no, grazie. Non mi
interessava più niente ormai.
- Non mi interessava neanche il
sesso, come potevo eccitarmi con un raid su internet?
- Provai a fare zapping in tv. Poi
passai alle mie cassette. Neanche Lucy che montava Pierre riusciva a prendermi. Così
spensi anche il VCR e uscii di casa.
- Avevo bisogno di una birra.
- Una cosa innocente. Una birra e
quattro passi.
- Ritornai in quel locale.
- Non so perché. Onestamente, il
solo rivederlo mi faceva venire la nausea. Era la prova vivente che non solo ero finito
come essere vivente, ma anche come animale.
- Tentennai prima di entrare, ma
poi, in definitiva, era sabato, cera confusione (per quanto ce ne possa essere in un
locale del genere) e magari lei non mi avrebbe visto.
- Si poteva fare.
- Quando entrai, i posti al bancone
(cinque in tutto) erano già occupati, così come quasi tutti i tavoli. Mi sedetti fra due
vecchietti con le orbite di fuori che fissavano come ebeti le ballerine, e due (un uomo e
una donna, moro lui, rossa lei) che ci stavano dando dentro alla grande.
- Lui aveva pantaloni e boxer
abbassati, lei la gonna alzata, e poi mi fermo qui perché il resto è troppo disgustoso
da raccontare.
- Lei era lì. Si muoveva sul palco
con le sue gambe lunghe e sode e i capelli svolazzanti ai lati. Ordinai una birra (in fin
dei conti ero uscito per quella, no?) e la bevvi lentamente, mentre lo spettacolo finiva e
apparivano sul palco nuove ballerine. Mi accorsi che uno dei posti al bancone si era
liberato. Mi sedetti lì. Ordinai un martini. E poi accadde.
- Lei venne da me.
- Mi sentivo una merda a rivederla.
- Magari a lei non fregava un
accidente, ma per lego è frustrante vedere in faccia i propri insuccessi.
- Glielo dissi e lei ordinò altri
due martini.
- Parlammo un po, poi mi
afferrò una mano e mi trascinò con lei.
- Non la fermai anche se volevo. Ma
lei non fece niente.
- Mi condusse in quella stanza.
Chiuse la porta e si sedette con me sul letto, rimanendo lì, in silenzio, mentre
leco della musica del locale trasudava dai muri.
-Ascolta, io
- osai, ma lei
mi precedette.
-Si, lo so. Non vuoi fare sesso
con me. Non credere che mi faccia piacere fare sesso con gli sconosciuti. Si vede lontano
un miglio che sei sullorlo della disperazione e sicuramente una scopata non è
quello che ti ci vuole. Però
Fred credo che si riferisse al barista-
ieri ti ha visto andare via e se lè presa con me. Così oggi
quando usciamo
da qui, fa finta di essertela spassata. E lascia 50 dollari.
- La guardai sorpreso. Ma lei
sembrò non accorgersene minimamente.
- Era un fiume in piena.
- A questo punto potevo anche
mettermi comodo a mangiare pop-corn mentre lei recitava il suo monologo.
-Lo so che sembra caro. Ma ti
assicuro che se vai sulla 24° i prezzi possono arrivare anche a 70 o 80. Non sono tutti
miei i 50 dollari. A me rimangono solo 20 dollari. O 15. A seconda dellumore di
Fred.
Riprese appena fiato.
-Fred non è cattivo, in fondo.
Ma qui abbiamo tutti bisogni di soldi. E poi lui ci paga bene per gli spettacoli e se
qualcuno prova a molestarci gliele suona di santa ragione. Una volta un tizio iniziò a
palparmi il culo. Fred gli fece togliere il vizio. E stato Fred che mi ha aiutata
quando ero in difficoltà. Ah
Fred è il barista avevo visto bene.
Il monologo si interruppe e lei
iniziò a mangiucchiarsi le unghia e a giocherellare con quella che, a questo punto, avevo
intuito essere una parrucca.
-Hai voglia di fare quattro
chiacchiere?- mi domandò.
Mi chiesi se cera un
minuto in cui teneva la bocca chiusa.
-Perché non lascio i 50 e me ne
vado?- feci io, alzandomi in piedi e dando uno sguardo alla stanza. Vabbè, chiamarla
stanza era un complimento.
-Davvero- continuò lei.- Ma non
qui. Perché non vieni a casa mia? E a due isolati da qui. Fra una mezzoretta
vado via. Potresti aspettarmi fuori. Fred non vuole che vada via con i clienti.
Riuscii ad aprire a mala pena la
bocca.
-Va bene. E deciso.
Aspettami allangolo.
- Si alzò, mi scompigliò i
capelli e mi fece segno di andar via.
- Le lasciai un bigliettone da 50 e
uscii dalla stanza.
- A questo punto potevo fregarmene
e ritornare a casa. Ma non lo feci. Laspettai
veramente e poco dopo la vidi arrancare verso di me sorridente e infreddolita. La solita
parrucca, il solito vestito striminzito e una giacchetta che la copriva appena.
- Ci incamminammo verso il suo
appartamento. Nessuno faceva caso a lei, al suo abbigliamento. A essere onesti,
lunico fuori posto lì ero io.
- Abitava in una delle case
popolari più schifose che abbia mai visto in vita mia. Ultimo piano. Monolocale e bagno
separato.
- Era lunica cosa che poteva
permettersi, mi raccontò mentre eravamo ancora sulle scale.
- Tutto sommato era tenuta bene. Ed
era pulita. A confronto, casa mia sembrava una discarica abusiva.
- Mi fece sedere su un vecchio
divano sfondato e, quando si cambiò, mi chiese di girarmi. Sorrisi per la prima volta
dopo tanto tempo.
- Si barricò in bagno, e, quando
uscì, mi trovai davanti una bambina.
- Stavo per scoparmi una ragazzina?
Dio, quanti anni aveva?
- Glielo chiesi.
-Ventitrè.- mi rispose, ma i
capelli ricci e castani, lo sguardo sorridente e la tuta che aveva indossato le davano
molto di meno.- Davvero.- confermò, vedendo i dubbi spalmati sulla mia faccia.- Lo so che
sembro più piccola. E per questo che mi trucco quando vado al lavoro. Se vuoi ti
faccio vedere la mia carta didentità.
-Non è necessario- risposi.
-Bene. Vuoi qualcosa? Un caffè?
O magari un tea. Altro alcool no, a meno che tu non voglia tornare a casa del tutto
sbronzo. Il tea va bene. E poi è una notte fredda, ci riscalderà. Questo appartamento è
molto freddo, ma ci si fa labitudine. Puoi accendere la stufetta, per favore?
- Mi indicò un angolo della
stanza, mentre riempiva la teiera e la metteva sul fuoco.
- La stufetta era un
pezzo danni trenta. Qualche anno più indietro e avrei dovuto riempirla di carbone.
-Lho trovata da un
rigattiere.- riprese a parlare, mentre apriva due bustine di tea e le metteva in due
tazze- E molto vecchia ma funziona ancora. Non si è mai rotta, ci crederesti?
Volevo comprarne una nuova, ma mi hanno chiesto 65 dollari. E cerano anche gli
sconti, ci pensi?- versò lacqua nelle tazze e me ne porse una.- Potrebbero anche
abbassare i prezzi, no? Tanto ormai le case dei ricchi hanno i riscaldamenti e non
cè più bisogno delle stufe.- Bevve un sorso.- Allora, che ti è successo?
-In che senso?
-Hai laria di uno che non
si aggira senza sapere che fare della sua vita. Ho ragione? Che cè?- vide la mia
faccia disgustata quando provai a bere un sorso di tea.
-Avresti un po di
zucchero?
-Ah, si, giusto. Scusa.- me ne
versò tre cucchiaini abbondanti.- Io lo bevo senza. So che può sembrare una stronzata,
ma il tea senza zucchero libera dalle tossine e non fa ingrassare.
-Non ho mai sentito che il te fa
ingrassare.- buttai sarcastico, mentre lasciavo che lo zucchero si sciogliesse lentamente.
Non mi aveva dato un cucchiaino per girare, ma non avevo neanche lintenzione di
chiederglielo. Avrebbe iniziato a raccontarmi la storia dei suoi cucchiaini e,
onestamente, ero stanco di storie.
-Beh, in se no.- un altro sorso
di tea.- Ma se inizi a metterci quintali di zucchero si.- altro sorso.- Allora, che ti
succede?
-Francamente, non penso che tu
possa riuscire a capire la mia situazione.
Ero stato cattivo. Lo ammetto.
-Perché? Pensi che mia vita sia
stata facile? Che sia facile?
-No- espirai. Mi massaggiai
larcata del naso. Iniziavo ad essere stanco.
-Credi che mi piaccia lavorare
in un night di merda e succhiare il cazzo agli uomini? Pensi che voglia questo dalla
vita?- Bevve lultimo sorso di tea e lasciò la tazza nel lavandino.- Certo che no,
non credi? Ma non ti danno niente se non hai i soldi.
-Beh, potevi sempre lavare i
pavimenti invece di fare la puttana!
- Lasciai la tazza per terra e mi
alzai in piedi.
- Mi accorsi per la prima volta
della sua altezza. Anche senza tacchi, doveva arrivare ad 1.70.
-Credi che non labbia
fatto? Ho lavato pavimenti e non ci pagavo laffitto. Poi ho iniziato a lavorare
anche nel parcheggio dello stadio nel week-end e continuavo a non coprire tutte le spese.
Lì fuori non è un luna park, non è la bambagia, il luogo delle meraviglie dove tutti ti
aspettano a braccia aperte. E tu dovresti saperlo.
-E perché dovrei?- incrociai le
braccia sul petto e attesi.
-Jeans Levis e giacca di
pelle mi parlano di un florido conto in banca. Ma hai laria di uno che ha visto la
merda molto da vicino.
-Sei una psicologa da strapazzo
o cosa?
Cazzo, ero io lo psicologo e mi
stava facendo analizzare da una puttana.
Era il colmo.
-No, una specie. Voglio studiare letteratura. E sai
comè
analizzare una vita o analizzare un romanzo è la stessa cosa.
- Solo allora mi guardai in giro e
vidi mucchietti di libri sparsi sul pavimento.
- Sociologia della Letteratura.
- Percorsi letterari.
- Romanzi di Dickens. Opere di
Shakespeare, Marlowe, e Hawthorne.
- Seguì il mio sguardo.
-Voglio entrare alla GeorgeTown
Univertity. Ho lesame di ammissione fra tre settimane. E per questo che ogni
tanto mi sbatto qualcuno. Arrotondo un po. Luniversità costa. Ma se rientro
fra le prime dieci in graduatoria, vinco una borsa di studio e posso starmene tranquilla.
Sostenni il suo sguardo per un
po. Ma poi non ci riuscii e abbassai gli occhi. Esausto.
-Allora, che cè?-
riprese. La guardai.- In che guaio sei? Tua moglie ti ha lasciato? Hai perso il lavoro?
Hai scoperto di avere un cancro al cervello? Cosa?
-E solo un periodo
difficile.- risposi a stento. Insomma, chi era quella li? Che voleva da me? Perché voleva
sapere i fatti miei? E perché io glieli stavo raccontando?- Sono successe troppe cose in
troppo poco tempo. E non riesco a raccapezzarmi.
Mi passai le mani nei capelli.
-Nessuno ha mai detto che vivere
è facile, no? Si cade. Ci si rialza. Si ricade. Ci si rialza.
-Non è così semplice. Dovrei
raccontarti la storia della mia vita.
-Spara, sono tutta orecchie.
- La guardai e, per un attimo, mi
ricordò gli anni del college. I primi tempi, dopo essere arrivato ad Oxford. Prima di
Phoebe. Brenda e Cameron facevano parte del mio gruppo. Eravamo tutti ragazzi nuovi, ci
sentivamo spaesati e ci facevamo compagnia. Ci raccontavamo storie. Storie di noi.
- Brenda e Cameron ti guardavano
avide di particolari.
- Avevano i suoi stessi occhi.
-Eh
diciamo solo
che
- da che parte dovevo cominciare? Riassumere la mia vita era come scrivere un
libro di psicologia femminile dal titolo ciò che le donne sono ma gli uomini non
capiscono.- Venticinque anni fa mia sorella venne rapita.- evitai ogni riferimento
ad alieni e cospirazione. Non perché temevo di essere considerato fuori di testa. Certo
che no. Ma temevo che avrebbe iniziato un documentario alla Discovery Channel
sullargomento. Meglio evitare.- Lho cercata, per tutta la mia vita. E qualche
settimana fa, sono venuto a sapere che è morta. Come se non bastasse
pochi giorni
prima che venissi a conoscenza della verità su mia sorella, mia madre si è uccisa.
-Mi dispiace.- bisbigliò.
Ed era sincera.
-E qualche giorno fa, la mia
collega di lavoro si è messa in un pasticcio, ha rischiato la pelle e io ho rischiato di
perdere anche lei.
Al solo ricordo di Scully e
lUomo che fuma lo stomaco mi si blocca.
-E questa è stata la goccia che
ha fatto traboccare il vaso, giusto? Parlami di lei.
- Fissai il suo sguardo
dattesa e mi stupii.
- Pensava davvero che la vita fosse
simile a un romanzo. E io le stavo anche dando corda.
-Devo andare.- sbottai risoluto,
e mi avviai verso la porta.
-E per lei che non sei
riuscito a fare sesso con me, vero?
- Continuava a parlare come se io
fossi ancora accanto a lei.
- Pazzesco.
-Grazie di tutto, Brigid.
Aprii la porta e, senza neanche
voltarmi, me ne andai.
xxx
TERZA GIORNATA
- Lunedì.
- Giornata del cazzo di per sé.
(ma lo sarebbe anche il martedì, se il lunedì fosse festivo. Ovviamente, è solo una mia
opinione.)
- Giornata da debellare, se colei
che consideravi e consideri- la persona più importante della tua vita, si comporta
come se non esistessi.
- A questo punto sarebbe potuto
venire anche Tooms, e Scully non si sarebbe scomposta minimamente. O, per lo meno, lo avrebbe pregato di non sporcare
troppo.
- Se solo fossi riuscito a capire
cosa circolava nella sua testa
Ma, in fondo, come potevo sperarci, se non riuscivo a
capire cosa circolava nella mia di testa?
- Così, dopo una giornata in cui
gli unici rumori erano stati il ticchettio dei tasti del computer e il fruscio di fogli,
presi il cappotto e me ne andai.
- La notte stava avvolgendo la
città, le insegne si stavano illuminando, la gente passeggiava tranquilla, i turisti
affollavano i monumenti ed io avevo una gran voglia di scendere dalla macchina e sparare a
qualcuno.
- La loro felicità mi disturbava.
- Non era giusto che non me ne
toccasse neanche una porzione.
- Prima di tornare a casa, comprai
una pizza e qualche birra. Almeno avrei trascorso la serata in compagnia.
- Ma la compagnia non fu quella che
speravo.
- Me la ritrovai davanti. Come un
perverso scherzo del destino. Anzi, no. Non me la ritrovai semplicemente davanti. Me la
trovai davanti alla porta del mio appartamento.
- Per lo meno aveva avuto il buon
gusto di mettere jeans e maglione.
- Mi sorrise non appena mi vide, e
mi venne incontro. Per quanto mi riguarda, non sorrisi affatto, mi fermai a metà
corridoio ed ero alquanto scocciato.
-Buona la pizza! Che cè
sopra? Ci sono i peperoni? E la salsiccia? Hai fatto bene a prenderla, ho una fame. Da
stamattina ho bevuto solo caffè. Ho studiato tutto il giorno. Allora come è andata la
giornata di lavoro? Stanco?
-Che fai qui?- risposi di
rimando, scansandola e dirigendomi al mio appartamento.
-Sabato te ne sei andato.
Pensavo che volessi continuare la conversazione.
- O forse era lei che voleva
continuarla?
- Iniziava davvero ad irritarmi.
- O forse era la sua ostinazione ad
irritarmi?
- Di una cosa ero certo. Era un
po troppo ficcanaso per i miei gusti.
-Come hai fatto a sapere dove
abito?
La dannatissima chiave
continuava a darmi problemi. Era un pezzo che mi ripromettevo di cambiare la serratura.
Perché non lavevo ancora fatto?
-Ti ho cercato sullelenco.
-Ci sono cinque Mulder
sullelenco.- ribattei stizzito, incazzato con lei, con me stesso, con la chiave e
con la pizza calda che mi stava bruciando la mano.
-Di cui tre donne, e ovviamente
non potevi essere tu. Poi cerano un Albert e un Fox. Mi parevi un tipo da Fox.
Comunque
prima di venire ho telefonato. Ho sentito la tua voce in segreteria.
Non sono in casa, lasciate un messaggio. Telegrafico. Ho riconosciuto la voce.
Che razza di nome è Fox?
Tolsi la chiave della serratura
e mi voltai verso di lei.
-Perché non la pianti di
parlare, non ti togli dai piedi e mi lasci in pace?
-Hai avuto una brutta giornata,
lo capisco. Quello che ti ci vuole è una bella doccia. Mettiamo la pizza in forno così
rimane calda. Intanto potrei apparecchiare. Mi dai la chiave, vedo che sei in
difficoltà.- Ovviamente non attese la mia risposta, perché prese la chiave e inizio ad
armeggiare vicino alla serratura.- Anche io ho avuto problemi con la mia serratura una
volta. A volte bisogna solo oliarla. Soprattutto quando è inverno.
- Aprì la porta, entrò e andò ad
accendere la luce.
- Quando mi decisi ad entrare, si
era già tolta la giacca e aveva iniziato a fissare i pesci dellacquario.
-Non me lhai detto che hai
un acquario. Un mio amico di scuola aveva un acquario come questo. Ho sempre voluto avere
un animaletto domestico. Magari, un giorno, mi prenderò un gatto. si voltò verso
di me.- Bella casa. Vai a farti la doccia o mangiamo subito la pizza?
Appoggiai il cartone della pizza
e le birre sul tavolino e iniziai a sfilarmi il cappotto.
-Non mi pare di averti invitata.
Gettai il soprabito per terra e
mi lasciai cadere sul divano. Lei mi guardò con cipiglio contrariato. Pensavo che avesse
capito che praticamente la stavo cacciando.
-Non dovresti lasciare gli
indumenti in giro- raccolse il cappotto da terra e iniziò a piegarlo con cura. No, a
quanto pare, no
non aveva capito il concetto.- A parte il fatto che rende la casa
disordinata e poi i vestiti si sgualciscono e si rovinano. Dovresti averne più cura.
Appoggiò il cappotto sulla
sedia e si venne a sedere accanto a me.
-Allora, che razza di nome è
Fox? Era il nome di un nonno, un trisavolo? Perché i tuoi ti hanno dato il nome di un
animale?
-Perché a te hanno dato il nome di una puttana?
-Non è il nome di una puttana!-
ribatté sulla difensiva.
-Ah, no? Brigid non è il nome
di una puttana?
- Sarcastico. Pungente.
- Volevo che se ne andasse. Che mi
lasciasse in pace.
- Lo volevo veramente?
-Brigid non è il mio vero nome,
idiota! Fa solo più fico quando vado con i clienti. Mi chiamo Edith. E Edith è un nome
bello. Un po particolare, ma certo non strampalato come il tuo.
La guardai veramente seccato.
-Si può sapere che cazzo vuoi
da me?
-Io niente. Sei tu che vuoi
qualcosa da me. Tu vuoi parlare con qualcuno. Vuoi sfogarti, perché non riesci a tenerti
tutto dentro. Ma non sai con chi. Non puoi farlo con tua madre o con tua sorella, mi
dispiace ancora. Con tuo padre forse, ma ancora non lo hai fatto, quindi o è morto anche
lui o non avete un buon rapporto. Con i tuoi amici no, perché conoscono il tuo problema,
e, ovviamente, neanche con la collega che è allorigine del problema. Prima però,
mangiamo, ok? Non si ragiona bene a stomaco vuoto.
- Aprì la scatola della pizza e
inizio a ingozzarsi della mia funghi, peperoni, pepe verde e salsiccia.
- Mangiai in silenzio, ma per Edith
o Brigid o come diavolo si chiamava il silenzio era una specie di miraggio nel deserto.
- Mi raccontò di come andasse bene
a scuola e di come poi labbandonò per seguire un chitarrista da strapazzo che
valeva meno di niente, che la mise incinta, e le provocò un aborto spontaneo a forza di
calci e pugni. Lei provò a tornare a casa. Ma la sua famiglia era del sud, una famiglia
allantica e non la rivollero più. Quando arrivò a Washington incontrò Fred.
- Finì la pizza, gettò il cartone
e si appollaiò sul bracciolo del divano in attesa che io parlassi.
-Che vuoi che ti dica?-
sbadigliai io.
- Diede una lunga occhiata ai miei
vestiti.
- Completo grigio, cravatta blu,
camicia bianca.
-Che fai nella vita? Operaio non
sei, e non sembri neanche un commesso. Che sei
un bancario, un commercialista? La
faccia dellavvocato non ce lhai. Che sei?
-Agente dellFBI.
-Ah- fece soltanto.- E un
lavoro divertente? Ti pagano bene?
Neanche se le avessi detto che
Pamela Anderson si era rifatta il silicone.
-Non pensi che potrei
arrestarti?- glielo chiesi, ma lei mi gelò con uno sguardo innocente e impertinente.
- Non so il vero motivo.
- Ma quello sguardo mi turbò.
-No, lo avresti già fatto. Ho
già avuto qualche FBI tra i miei clienti. Ma non mi chiedere il nome. Non me lo ricordo.
Non mi ricordo quasi mai i loro nomi. Veramente non ricordo quasi nulla di loro. A volte
mi ricordo il loro umore. Di solito sono frustrati o incazzati neri e allora vogliono una
scopata veloce perché vogliono sentirsi importanti. In realtà non valgono niente. Tu
invece sei diverso.
-E
perché?
-Non lo so di preciso. Suppongo
sia una sensazione. Allora, comè arrestare i cattivi? Dite frasi come fermo o
ti spacco la faccia?. Fate come nel film Protezione Testimoni? O come in Fargo? La tua collega è
come quella di Fargo?
Cosa?
-Cosa? -Appunto.- Hai visto
troppi film. Non è nulla di esotico o divertente. Tante scartoffie, tanta merda e ci
pagano pure poco.
-Beh, più di me di sicuro.-
ridacchiammo entrambi. Lei con un sorriso aperto e cordiale. Io con la bocca mezza aperta
e le labbra un po sbilenche- Allora, la collega
è la tua partner?
- Non risposi.
- Il sorriso era svanito.
- Non mi diede il tempo di
replicare.
-Da quanto lavorate insieme?
-Un po di anni.- mi sentii
rispondere.
-Quanti?
-Sette.
-Ohhh
crisi del settimo
anno. Come si dice, in un matrimonio la crisi arriva dopo sette anni. Se la superate
vivrete felici e contenti per il resto della vita. Che ha generato la crisi? Miss Sette
anni si vede con un altro?
-Non si chiama Miss Sette
anni
si chiama Dana. E poi
mi pare di averti già detto cosa è successo, no?
-Ah, si la storia che Miss Sette
anni si è messa in un pasticcio
bla,bla,bla. Che pasticcio?
-La smetti di chiamarla Miss
Sette anni?
-Ok, ok- alzò le mani in segno
di resa- Miss set
Dana si è messa in questo pasticcio. Che pasticcio?
La guardai storto.
-Ti ha mai detto nessuno che sei
una rompicoglioni?
-Si, si. Un mucchio di gente.
Ovviamente dipende dal significato che dai alla parola. Una volta un tizio me lo ha detto
dopo che aveva avuto il miglior orgasmo della sua vita. Che potevo farci io? Insomma,
aveva un pene insignificante e gli ho rotto veramente le palle per concludere qualcosa di
decente. Insomma, alla fine lui mi fa Sei davvero una rompicoglioni. Lo disse
molto soddisfatto mentre si rialzava i pantaloni
Aspetta, come si chiamava
James. Si, lui me lo ricordo. Non mi ricordo i nomi di tutti. Giusto qualcuno, i più
significativi.
Edith poteva tranquillamente
riscrivere il vocabolario. Le sue spiegazioni e le sue etimologie erano davvero originali.
Di sicuro, non annoiavano.
-Bene, quindi Dana
Dana e?
-E basta.
Ci mancava solo che le dicessi
cognome, numero di telefono e numero di conto bancario ed eravamo sistemati.
-Bene. Dana E Basta si è messa
in un pasticcio, ha rischiato di morire. Tu hai avuto una fottuta paura di perderla.
E
-E arrabbiata con me.-
esalai, senza che ne avessi davvero lintenzione.
-Perché? Mi pare che quella che
si è messa nei guai è lei, non tu. Insomma, quello che dovrebbe arrabbiarsi è
lamante lasciato solo, no? O lei si è arrabbiata perché tu ti sei arrabbiato?
Che diavolo
-No, senti
lei ed io
noi, non stiamo insieme.
-No?!? E perché?!?
- La sua espressione diede un nuovo
significato alla parola meraviglia.
- Valutai le opzioni.
- Quanto tempo avrei impiegato a
raccontarle tutta la storia, ma veramente tutta, con uno stile talmente lineare da non
dare adito a domande, riflessioni o voli pindarici di nessun tipo?
- Quali erano le mie prospettive,
se le avessi raccontato ogni cosa?
- Quali erano i rischi?
- Mi sarebbe rimasta appiccicata
per sempre?
- Era probabile.
- Avrebbe iniziato ad invadere la
mia vita?
- Idem come sopra
- Nah
le opzioni erano troppo
sfavorevoli per continuare.
-Non sono fatti tuoi!- sbottai
allimprovviso e mi alzai.
Lei fece altrettanto
-Scusami, ma ora dovresti
andartene.
-Perché? Hai sonno?
- Dio. Era irritante.
- Era davvero così stupida? O
faceva la gnorri per finta?
-No, perché ti devi togliere
dalle palle!
- Aprii la porta e le feci segno di
sloggiare.
- Lei non si scompose. Mi sorrise,
richiuse il cappotto e se ne andò a passo lento.
- Pregai di non vederla mai più
nella mia vita. Ma evidentemente le linee di comunicazione erano intasate e il messaggio
di supplica da parte mia non arrivò a destinazione.
xxx
QUARTA GIORNATA
- Ovviamente, quando le mattinate
si susseguirono, il breve intermezzo musicale di nome Edith e quella ventata di
distrazione che aveva portato scomparvero (mi stava sulle palle, è vero, ma era stata un
diversivo.), e la sensazione che la mia vita stesse diventando un cumulo di macerie
bruciate diventava ogni giorno più vivida.
- Che pensare altrimenti, dal
momento che Scully mi stava cancellando dalla sua vita? Dire che era fredda è come dire
che Bruce Willis recupererà i capelli.
- Se io ero in ufficio, lei andava
a Quantico. Se lei rimaneva in ufficio, non
mi degnava di uno sguardo. Me ne sarebbe bastato anche uno incazzato, ma non cera
neanche quello.
- Così, quel giovedì, decisi che
un po di aria fresca mi avrebbe fatto bene e me ne andai. Erano le undici circa.
- Mi infilai in un bar chiassoso
dove ordinai un aperitivo e un gin tonic, che sorseggiai lentamente mentre assorbivo le
chiacchiere degli altri e i posteriori delle segretarie. Da quanto tempo non mi guardavo
intorno?
- Beh, dovevo ricominciare.
- E ritornai in ufficio con saldi
propositi verso le due del pomeriggio. Possibile che fossi stato fuori così tanto?
- Vabbè, chi se ne frega.
- Ritornai alla scrivania risoluto
e iniziai a lavorare, quando entrò Scully con un fascicolo.
La ignorai. Non mi avrebbe
salutato come al solito. Invece parlò.
-Ha chiamato qualcuno mentre eri
fuori. Cercava te.
Chi mai poteva cercarmi? Di
solito non mi cercava mai nessuno.
-Una ragazza. Mi ha detto di
chiamarsi Brigid.
- Cazzo. No!
- Stava esagerando.
- E, dallespressione di
Scully, la cosa non le aveva fatto molto piacere.
- Anzi, per nulla.
- Cazzo! Cazzo!
-Le ho detto che non ceri.
Iniziai a mordermi le labbra
confuso. Cioè
più che confuso, ero completamente terrorizzato. I miei rapporti con
Scully erano già quelli che erano. Anche questa
-Scully
-Ti pregherei di avvertire le
tue avventure di non chiamare in ufficio. Hai un cellulare. Usalo!- non fu solo quello che
disse. Ma il modo in cui lo disse. Del tutto disinteressato. Quasi con disprezzo.
E non potei sopportarlo. Non
più.
-Quello che faccio nella mia
vita provata non dovrebbe interessarti, Scully.
Le risposi a tono, ma lei non si
scompose.
-Infatti. Ecco perché ti ho
pregato di lasciarla fuori dallufficio. E poi
- Ma si interruppe, prendendo a
leggere il file che aveva in mano.
- No, Scully. Questa volta la
conversazione non sarebbe finita lì.
-E poi?- insistetti.
-Niente. Lascia perdere.
Sbrigativa.
-Noo, dimmi!
Provocatorio.
-Quanti anni ha quella ragazza?
Sorrisi sarcastico.
-Che ti importa?
- Vidi il suo viso arrossarsi.
- Si stava incazzando.
- Bene.
-Dato che dalla voce non le si
dava più di ventanni, mi piacerebbe che non si spargesse la voce che vai a letto
con le lattanti.
-Perché? La nostra reputazione
è già andata a farsi fottere, qual è il punto? Lhai detto tu che la mia nostra
vita privata non deve entrare nellufficio, no? O ti rimangi la parola. Perché ti
ricordo che l ultima volta che mi sono appena affacciato nella TUA vita
privata, tu sei andata su tutte le furie.
- Cattivo.
- Mi guardò con rabbia.
- Me lo meritavo.
-Stronzo!
- Lasciò lufficio e mi
lasciò solo come un cretino.
- No, davvero ero da picchiare.
- Dannazione, perché
perché
continuavamo a girarci intorno? Avevamo parlato. Davanti al mio appartamento. Le avevo
detto che era la pietra della mia vita. Mi aveva detto che ero la sua costante.
- Qual era allora il problema?
- Le parole?
- Era un percorso senza fine, senza
meta.
Perché rifiutavamo di crescere?
°°
- Dopotutto ero anche incazzato con
Edith.
- Come le era saltato in testa di
chiamarmi in ufficio? E di presentarsi come Brigid poi?!
- No.
- Avrebbe dovuto uscire per sempre
dalla mia vita.
- Quando arrivai a casa sua, erano
le quattro del pomeriggio. Il quartiere era silenzioso, e diverso dalla notte. Quasi
morto. Quasi inumano.
- Per un attimo mi fermai ad
ascoltare, ma poi, risoluto, mi avventurai lungo le scale del condominio.
- Il legno del corrimano
scricchiolava, e dagli appartamenti proveniva un sordo chiacchiericcio.
- Quel posto di giorno metteva i
brividi.
- Quando bussai alla sua porta,
sembrò non esserci. Riprovai e, dopo due minuti abbondanti, sentii una vocina assonnata
che sbraitava.
-Nessuno ti ha insegnato un modo
più educato per rispondere?
-Che vuoi?- mi rispose, ma non
aprì.
-Farti uscire dalla mia vita.
-Fottiti.
-Penso che a quello ci abbia
già pensato tu. Vuoi aprire questa cazzo di porta o no?
- Lo fece.
- Era in pigiama.
- Sembrava ancora più piccola.
- Mi fece entrare, mi disse di
prendermi un po di caffè se lo volevo e si chiuse in bagno.
- Sentii lacqua della doccia
scorrere e, lentamente, la rabbia verso di lei iniziò a sbollire.
- Quando uscì fresca e vestita,
era svanita del tutto, e, al suo posto, una vaga sensazione di stanchezza.
-Scusa per poco fa.- iniziò.-
E venuto un cliente. E lultimo, lo giuro. Lho detto anche a Fred.
E ho ridotto anche il numero delle serate al locale. Devo studiare. Fred non ha detto
niente. Te lho detto che è una brava persona, no? Scusa se ho chiamato in ufficio.
Mi ha risposto Miss Sette anni?
Annuii.
-Mi è sembrata un tantino
seccata. Sbaglio?
-Abbiamo litigato. Di nuovo.- le
risposi, e sentii come la consapevolezza di tutto quello che era accaduto fra me e Scully
negli ultimi giorni mi ricadesse addosso allimprovviso. Fu traumatico. Fisicamente.
- Lei mi guardò.
- Edith mi scrutò in volto con
unespressione di totale comprensione. Come se sapesse davvero cosa stavo provando in
quel momento.
- Ovviamente durò un attimo.
- Non poteva essere altrimenti.
-Ovvio. Gli uomini sono stupidi.
Sanno solo litigare e non sanno mai quando tenere la bocca chiusa. Usciamo? E
arrivato un piccolo luna park. Si è fermato a pochi isolati da qui. A questora
sarà affollato.
- Si mise il cappotto e uscì di
casa, attendendo che la raggiungessi così che potesse chiudere la porta.
- Camminammo in silenzio. Il che era un piccolo miracolo dal mio punto di
vista.
- Forse dipese dal fatto che
arrivammo al parco cinque minuti dopo essere usciti di casa. Ci sedemmo e, tra gli
schiamazzi dei bambini e la musica delle giostre, iniziammo a parlare.
- Iniziò a parlare. Meglio
precisarlo.
-Allora. Comincia dal principio.
- E lo feci.
- Non so perché.
- Non so perché avessi iniziato a
fidarmi di una prostituta da quattro soldi.
- Ma lo feci.
- E mi fece bene.
-Ci misero insieme sette anni
fa. Andavamo daccordo, eravamo buoni colleghi, ma io non mi fidavo di lei, non
allinizio almeno. Temevo che lavessero mandata per spiare il mio lavoro.
-Perché?
- Nuova definizione di meraviglia
nr°2.
- A questo punto iniziai a
sospettare che quellaria innocente era sua. Che non era una finzione.
-Diciamo che
non ho un
metodo di lavoro molto ortodosso.
-Ho idea che ci sia un però
nellaria.
La guardai sincero e annuii.
-Iniziai a preoccuparmi per lei
e poi lei venne rapita.
-Caspita! Hai fatto
labbonamento. Prima tua sorella. Poi la tua collega. Ce nè qualcun altro? Potresti chiedere un bonus dacquisto, non
trovi?
Daccordo, cancelliamo
lultima parte.
-E un tuo vizio
interrompere la gente quando parla o lo fai solo con me?
-Scusa.- e fece una linguaccia.
Presi un profondo respiro.
-Lei ritornò. In coma. E stava
per morire. Uscì dal coma e andò tutto bene. Riprendemmo a lavorare insieme. Io stavo
bene. Ma poi
poi ogni cosa crollò addosso. Si ammalò di cancro e fu sul punto di
morire. Veramente questa volta. Vederla lì
io
ero
avevo paura. Non capivo il motivo, ma avevo paura. E questa
paura mi ha accompagnato anche dopo. Poi, quando iniziai a non avere più paura
incontrai la mia ex.
-Quelle hanno sempre la loro
colpa.- mi interruppe e la guardai di sbieco.- Vedi che lo so. Cera un tizio. Uno
dei miei clienti. Avevamo scopato tutta la notte. Poi la mattina, mentre si rivestiva e mi
lasciava i soldi (tanti bei bigliettoni), mi pregò di non raccontare a nessuno quello che
avevamo fatto (come se lo facessi! Si vedeva che era un novellino!), perché lui era solo
incazzato con la moglie che aveva incontrato un ex e gli aveva dato corda. Che idiota!
Ah
scusa. Continua.
-Grazie- annuii e proseguii-
Diana
-Unaltra con la D?! Hai la
passione per le D?
-Vuoi che ti racconti questa
storia o no?
-Hai ragione, hai ragione. Va
avanti.
-Diana
lei era
non
lo so
Ero invaghito di lei
-E Dana E Basta non lha
presa bene. Si è sentita tradita. Come collega. Come amica. E anche come qualcosa di
più. Ho ragione?
-Si- fiatai.
-E tutto questo è
successo
-Un anno fa.
-Oh, bene. Quindi la questione
Diana si è risolta. Lex è sparita e tu hai capito che eri follemente innamorato di
Miss Sette anni.
Non risposi.
-Però non hai mai avuto il
coraggio o loccasione di condividere linformazione con lei. Poi è successa la
tragedia di tua madre e tua sorella. Lei ti è stata vicina. Poi lei si è messa nei pasticci. Tu le hai
rimproverato la stronzata che ha fatto. Avete litigato e ora non vi parlate più. Vero?
- Rimasi a bocca aperta.
- Due erano le cose. O era talmente
brava ad interpretare la vita da indovinare quella altrui.
O era una maga e aveva consultato i tarocchi prima di parlare con me.
-Vero?- insistette.
-Si.- risposi a denti stretti.
- Mi passai una mano tra i capelli
e li trovai umidi.
- Ero nervoso.
-Allora qual è il problema? Tu
vai da lei, ti scusi, le dici che è lunica donna con cui vorresti andare a letto
per il resto della vita e vivete felici e contenti.
-Quanto sei romantica!
Sarcastico.
-Mi pare che neanche tu sia un
tipo molto romantico. Non penso che se ti presentassi in smoking a casa sua, con un mazzo
di rose e un anello e le chiedessi di avere lonore di diventare suo marito, lei ti
crederebbe. Al più si metterebbe a ridere. Non è che le potessi dare torto.- Mi
sembri un tipo passionale e molto fedele. Il fatto che non abbia voluto fare sesso con me
per non tradirla
beh, non è da tutti, capisci? E non state insieme. Suppongo che,
quando sarà, ti dimenticherai che esiste il genere femminile. Avrai occhi solo per lei. E
questa è una bella cosa, sai?- Oddio, aveva ripreso con i suoi monologhi.- Anche io spero
di trovarlo un giorno. Un amore così. Dana dovrebbe essere fortunata ad avere te. E tu ad
avere lei. Siete fortunati. Forse io sono contaminata. Ho visto troppe schifezze nella mia
vita. Ma so che la vita è come una città. Ci sono le cose brutte. Ma ci sono anche le
cose belle. Voi fate parte della seconda categoria. Non dovresti perdere altro tempo.
Si alzò e si alzò il bavero
della giacca.
-Dove vai?- le chiesi.
- E quasi mi rammaricai che stesse
andando via.
- Quasi.
- Meglio sottolinearlo.
-Mi pare di avertelo detto. Devo
studiare. E devi andare anche tu. Non devi perdere tempo. Parlale.
- Si incamminò senza voltarsi e la
vidi scomparire nella folla del luna park.
- Rimasi lì fino a che il sole non
si eclissò del tutto, gli schiamazzi diminuirono e poi scomparvero e il parco sembrò
essere diventato uno spento cimitero di ferro.
- Solo allora decisi di andare via.
- Il freddo sferzava lasfalto
e sinsinuava lungo il cappotto. Rimbombava nella strada e tornava indietro.
- Come stavo facendo io.
- Quando raggiunsi la mia macchina,
guardai su, allultimo piano.
- La luce era accesa. Era dentro.
Stava studiando, o almeno lo sperai.
- Ebbi la tentazione di salire da
lei. Parlarle ancora. Ma poi non lo feci.
- Misi in moto e partii.
xxx
QUINTA GIORNATA
- Essendo un essere umano e un
uomo, per essere precisi, non seguii immediatamente il consiglio.
- Non che non fossi stato sul punto
di parlare. Cerano state due o tre occasioni. Scully ed io in ufficio, vecchie
scartoffie e unatmosfera che, apparentemente, sembrava essere tornata quella di una
volta.
- Puntualmente mi sbagliavo. Il suo
sguardo severo e irritato si posava su di me, ed io ritornavo timido nei miei spazi a
leccarmi le ferite.
- La rabbia non cera più.
- Cera solo tristezza per
occasioni perse e parole dette.
- Non pensai a lungo alle parole
che Edith mi disse quel giorno al parco. Forse perché, incosciamente, stavano lavorando
per me. E forse furono loro che mi diedero il coraggio o lincoscienza di uscire di
casa, quel sabato pomeriggio, e andare da lei.
- Non ero realmente risoluto.
Diciamo pure che me la stavo facendo sotto. Ma non potevo permettere che la mia paura
distruggesse lunica vera strada della mia vita.
- Così, presi il mio cuore in mano
e glielo diedi.
- Quando venne ad aprirmi, fu
meravigliata di vedermi.
- Che si stesse chiedendo se fossi
venuto per fare il primo passo? Si, è così.
- Mi fece accomodare.
- Indossava un paio di vecchi jeans
e un maglione largo.
- Era raro (ed è raro) vedere Dana
Scully in abiti casual. Sono sexy. Credetemi, lo sono, se sei abituato a vedere la tua
donna compita e agghindata tutto il giorno.
- Mi chiese se volessi qualcosa da
bere.
- Rifiutai.
-Bene.- iniziò poi.- Perché
sei qui?
-Perché dobbiamo parlare.- mi
tremava la voce. Ero emozionato. Sensazione infantile? Ebbene, ero un bambino.- Questa
situazione
il nostro rapporto
Scully
ci sto fottutamente male.
-Mi pare che sia stato tu ad
iniziare, no? Ti ho spiegato le mie ragioni. Ti ho detto che ho provato a contattarti
tramite posta. Ma tu sei andato su tutte le furie. Ti aspetti che me ne stia tranquilla al
mio posto e ti dica che hai ragione?
Si stava alterando.
-No.- espirai.- Dana non sono
venuto qui per litigare o
per decidere chi ha torto o chi ha ragione in questa
storia.- rimase colpita e in silenzio, così decisi di continuare. Forse ero sulla buona
strada.- Se cè una cosa che ho capito in questi giorni, è che abbiamo torto
entrambi e abbiamo ragione entrambi. Ho sbagliato a prendermela con te e tu hai sbagliato
ad andare con Smoking Man. Ma
te lho detto, non sono venuto per questo.- Mi
interruppi. Sentii la gola seccarsi e inghiottii saliva per cercare di tirar fuori le
parole. Non era facile.- Io
ero terrorizzato. Che tu mi avessi mentito, che fossi
andata con lui
di non rivederti più
di
di ritrovarti cadavere da
qualche parte. E quando me ne sono reso conto
- Mi passai le mani fra i capelli e
guadai in ogni direzione possibile. Ma non lei. Lei no.
- A questo punto ignoravo la sua
reazione. Non che avesse reale importanza.
- Continuava a rimanere in
silenzio.
- Forse era stupita. O forse stava
pensando a come potermi uccidere meglio.
- Davvero. Lo ignoravo.
-So che hai una tua vita, le tue
cose
so che hai bisogno di avere questa vita e di gestirla da sola
ma voglio
esserci anche io. Voglio esserci anche io in questa vita. Non come collega o amico. Non
solo
Capisci che voglio dire?
- Patetico.
- Che dire di più?
-No- fiatò e alzai lo sguardo
verso di lei.- Non ho capito.
- Ma non era così.
- Certo che aveva capito.
- Quel sorrisetto sulle
labbra
certo che aveva capito. Ma voleva che glielo dicessi. Si. Dovevo dirlo.
Gesù, come?
- Mi sarei reso ridicolo.
-Scully
- mi lamentai, e
lei si avvicinò a me. Lentamente. Potevo sentire il profumo della sua pelle e la
consistenza dei suoi capelli.
-Si?
- Divertita e maliziosa.
- Piccolo diavolo.
-Devo dirtelo per forza?
- Annuì.
- Presi aria. Molta aria.
-Ahmm
io ti
- Non mi lasciò concludere e mi
divorò le labbra.
- Fu come raggiungere il paradiso e
linferno contemporaneamente.
- Quando le nostre labbra si
dischiusero. Le nostre lingue si intrecciarono e assaggiai il suo sapore.
- La Manna degli Ebrei e
lambrosia degli dei.
- Le mie mani incontrarono la pelle
della sua schiena. Le sue mani la pelle della mia.
- La mia giacca fu tolta.
- Le due maglie anche. E ci
ritrovammo in camera da letto, affamati della nostra pelle.
- I pantaloni finirono per terra e
stette ad osservare la mia erezione che spingeva per trovare uno spiraglio di libertà.
- Ero imbarazzato.
- Era divertita.
- Impertinente tracciò la linea
dei miei boxer con le dita prima di abbassarli.
- Rimase stupefatta.
- Fui orgoglioso. Un gorgoglio
puramente maschile, sia chiaro. Ma sono pur sempre un uomo. Ed ero ridotto in quello stato
a causa sua. Doveva ritenersi fortunata.
- Ero suo.
- Ero caldo.
- Era delicata.
- Quando accarezzò il mio pene. La
pregai di fermarsi.
- Avevo uno scopo, e non era certo
quello di venirle in mano.
- Le diedi una piacevole
distrazione, baciandole ogni centimetro della sua pelle a mia disposizione.
- La sua biancheria volò accanto
ai miei boxer.
- Praticamente perfetta.
- Uno scultore greco non avrebbe
saputo fare di meglio. Forme armoniche e tentatrici. Ma era ancora presto.
- Cademmo sul letto in un groviglio
di membra e risate. La sua pelle era velluto sulla mia, soda e liscia come seta.
- Non smetterei mai di toccarla.
-Sei piccolina- la provocai in
un orecchio.- Ho paura di farti male.
-Questo lo dici tu.- vocina da
sesso telefonico. Da dove diavolo laveva tirata fuori?
- Non ebbi tempo di appurarlo.
- Mi spinse di schiena sul
materasso e si mise su di me. Lo sguardo divertito e sexy.
- Ho un buon autocontrollo, grazie
tante. Almeno evito di dover cambiare i pantaloni tre volte al giorno.
- Giocò con me, ma quando il gioco
non fu più divertente, mi accolse in lei. E fu un inferno di fiamme ed estasi e sembrò
non dover finire mai.
- Ci incontrammo a metà strada.
- Lei urlò ed urlai anchio.
Insieme.
- Poi ci spegnemmo beati e ricadde
su di me.
- Ascoltammo i nostri respiri come
dolci assoli di flauti.
- E mi ritrovai a pensare a quello
che mi aveva detto Edith. La sua definizione di rompicoglioni. Non aveva poi
tutti i torti.
-Dana?- tentai. La voce ancora
affaticata. Capitemi, era stato lorgasmo più sbalorditivo della mia vita.
-Uhm?- mi rispose. Occhi chiusi,
capelli scompigliati e guancia appoggiata al mio petto. Il mio concetto di beatitudine.
-Sei una gran rompicoglioni.
- Si destò di scatto e mi guardò
dritto negli occhi.
- Ma io le sorridevo.
-Scusa?- mormorò. La voce roca
e assonnata.
- Era possibile fermare il tempo e
rimanere a letto con lei per sempre?
- Me lo chiesi.
- Irresistibile.
-Non fraintendere. Nel senso
proprio nel termine. Rompi. Coglioni. Come
schiaccianoci.
- Sorrise.
- Iniziava a comprendere.
- Eravamo sulla stessa onda.
- Perfetto.
-Ti rendi almeno conto che
domani non sarò in grado di camminare? In ufficio si burleranno di me.- feci il bambino.
- Volevo un dottore che si
prendesse cura di me.
- Captò i miei pensieri.
-Vediamo cosa posso fare.
- Scivolò lungo il mio corpo e mi
prese in bocca.
- E a questo punto persi qualsiasi
cognizione.
- Spazio e tempo caddero di
importanza.
xxx
- Più vivo e più mi rendo conto
che la vita (la mia come quella di tutti gli altri) è simile ad una città. Non può
essere altrimenti.
- E ho tutta lintenzione di
esaminarla come tale.
- Dopo quella volta, ritornai a
casa sua quattro settimane dopo.
- Bussai e stetti ad aspettare. Ma
non arrivò nessuno.
- Provai due giorni dopo, ma la
scena fu uguale alla precedente.
- Al mio terzo tentativo decisi di
aspettare. E feci bene.
- Verso le otto e mezzo di sera lo
vidi arrivare.
- Non era solo.
- Entrambi vestiti di tutto punto.
Seri. Ma la luce nei suoi occhi traspariva lo stesso.
- Di ritorno dal lavoro
probabilmente.
- Non appena mi vide si fermò e
lei fece altrettanto.
- Gli sorrisi, ma sentii una punta
di imbarazzo ad essere lì, in quella situazione.
- Lei mi fissò e mi scrutò.
- Sicurezza e territorialità. E un
cartello che indicava proprietà privata.
- Sono una donna anche io
dopotutto.
-Scully- fece lui. Scully. Miss
Sette anni aveva un cognome finalmente.- Lei è
Edith.
- Mi porse la mano.
- Cordiale.
- Le porsi la mia.
- Sorridente.
-Edith
?- mi chiese.
-Edith e basta.
- Annuì.
- Si guardarono negli occhi. La
rassicurò. Si rassicurò.
- Avevano trovato la loro strada.
-Allora, cosa fai qui?- mi
domandò.
-Volevo solo farti sapere che ho
superato lesame di ammissione.
Mi sorrise.
-Sono davvero felice per te.
Annuii.
-Sono arrivata terza in
graduatoria e ho vinto la borsa di studio. Mi hanno dato un alloggio al campus e ho anche
trovato un lavoretto part-time nella biblioteca. Giusto per avere qualcosa in tasca.
-Vuoi
vuoi che ti dia una
mano con i bagagli?
-Non è necessario. Ci penserà
Fred. E poi, ho dato via molte cose.
- Era vero.
- Mi ero sbarazzata di molti abiti
(li avevo dati ad una ragazzina che aveva preso il mio posto nel locale). Molte cose le
avevo buttate.
- Ero una persona diversa. O forse,
come mi dicono in molti, lo sono sempre stata.
-Bene.
Annuii ancora.
-Buona fortuna allora.-
continuò.
-Anche a voi.- sussurrai. E li
vidi oltrepassarmi e sparire nellappartamento.
- Me ne andai poco dopo.
- La vita è fatta di cose brutte.
E vero ed io le ho viste.
- Ma è fatta anche di cose belle.
Ci sono, credete a me. Bisogna cercarle. Come qualsiasi cosa. Come cerchi il vecchio
maglione che non metti da una vita e non trovi più. O come cerchi una via che non conosci
sullo stradario della tua città.
FINE.
- Ho cercato di far parlare i personaggi. Di dire concetti, oltre
che parole. Non so se sono chiari. Forse alcuni. Forse tutti. Forse nessuno. Non importa.
Avevo bisogno di scriverli.
- Primo e ultimo nc-17 (o
quello che è) che scrivo, spero vi sia piaciuto.
- Alla prossima.
30 giugno 2003