EPILOGO

 

Riesce appena a vedere i suoi passi.
Ma li sente.
Nella testa.
Tac.
Tonf.
Non ricorda perché è lì. Eppure si guarda attorno. In cerca di qualcosa.
In fondo al corridoio, un’aureola di luce si dirada lentamente dalla parete. Il pavimento ne riceve un semplice riflesso.
Una sagoma tracciata in bianco si protende per uscire dall’oscurità. Ma, per lo più, è inghiottita e scompare.
Nessuno può vederla.
Ha una sensazione.
E’ strano.
Quasi un benessere e un timore insieme.
Come se, dopo tanto tempo, avesse ritrovato qualcosa che gli mancava. Eppure, teme ancora di perderlo.
E poi lo sente.
Un rumore sordo che gli martella nel cuore.
E si maledice per se stesso e per quello che ha fatto.
Corre.
Corre.
Ma sembra che la fine non giunga mai.
Corre e una fitta s’instaura permanente in lui, lacerandogli lentamente la ragione.
A stento può percepire l’essere giunto in quella sala.
Non capisce cosa sia. Non gli importa davvero.
Perché è concentrato tutto nell’esile figura che giace immobile ed esangue, distesa per terra.
"Scully…" Sente la sua bocca mormorare. Un mantra che gli si strozza in gola. Assieme alla certezza che la distruzione della sua anima avverrà senza che lui possa impedirlo. Senza che lo voglia davvero.
Sente ogni particella della sua vita scivolare via. Cadere a terra con un tonfo.
Tonf.
Poi diventa buio e spalanca gli occhi.

***

Ricomincia a respirare lentamente.
Una sensazione di vaghezza.
E’ disorientato.
Non capisce.
Avverte uno strano odore.
Sembra… disinfettante.
Ha sempre odiato quell’odore. Gli fa venire in mente brutte sensazioni. Brutti pensieri. Brutti ricordi. E passi della sua vita che vorrebbe seppellire nella sua coscienza.
Gli fa sempre venire la nausea l’odore di disinfettante.
Sbatte le palpebre e si schiarisce gli occhi.
Si sente stanco, ma cerca ugualmente di alzare il capo e capire.
Si guarda attorno.
E’ in una stanza asettica. A tinte chiare. Ha una flebo in un braccio, e un’anonima coperta blu è distesa su di lui.
C’è una porta. Color nocciola.
Dall’esterno provengono frettolosi suoni. Attutiti.
Dev’esserci vita là fuori.
La finestrella in plexiglas dà immagini sfocate. Poco percepibili, ma comunque certe per un occhio esperto.
E lui lo è.
Contare le volte in cui è finito in ospedale, gli farebbe aumentare il mal testa. Come se quello che ha non fosse sufficiente.
In ospedale.
Come c’è finito?

***

George Washington Hospital
11:15, am

"Allora, agenti?" Skinner indossava un impermeabile blu scuro che ammantava la sua figura. Non avevano mai notato quanto fosse imponente. Non veramente almeno. "Esigo una spiegazione."

"Anche noi, signore." La prima a parlare fu Scully. Aveva appena indossato un tailleur semplice, dal taglio più sportivo del solito.

Lo sguardo duro e perplesso di Skinner viaggiò nell’aria e li immobilizzò.

"Sono stato buttato giù dal letto alle 5 del mattino, dal Sergente Nancy Barnett, della polizia locale, perché due agenti alle mie dipendenze giacevano privi di sensi nella Galleria Nazionale. Mi piacerebbe sapere perché." Infilò le mani nelle tasche e sospirò a lungo.

"E’…"

"Eravamo lì per indagare, signore." Mulder intervenne prontamente, prima che Scully potesse dire altro. Le mani infilate nelle tasche dei jeans.

Scully gli gettò uno sguardo interrogativo.

"Su cosa esattamente, agente Mulder?"

Odiava quando Skinner gli parlava in quel modo. Lo faceva diventare nuovamente un bimboccio di dieci anni che doveva giustificare una marachella.

"Su un omicidio, signore."

"Un omicidio?"

"Si, avvenuto due giorni fa nella galleria, signore. La vittima era Clay Hawkins, il direttore della fondazione Hawkins per la ricerca storica."

"Clay Hawkins?"

"Proprio lui, signore. Avevamo anche un sospettato, Elyot Carson, un ricercatore della fondazione. L’ultima persona ad aver visto la vittima."

"Che sarebbe l’uomo che vi ha trovati questa mattina e ha avvertito la polizia."

"Ci ha trovati Elyot Carson?" Scully intervenne nuovamente, una punta di meraviglia nella sua voce.

"Si." Espirò Skinner. "Si era recato di buon ora alla galleria per controllare che fosse tutto in ordine. E’ tutt’ora in corso l’inaugurazione di una mostra di una tomba egizia del XV secolo. Inaugurazione che, per inciso, è iniziata con due ore di ritardo a causa vostra. Clay Howkins ha chiamato l’FBI perché risponda dell’accaduto, l’FBI l’ha chiesto a me, ed ora io lo chiedo a voi. Cosa è successo?"

"Signore…"

"Non abbiamo una spiegazione plausibile, signore." Scully intervenne, fermando Mulder dal rispondere e dall’indisporre ulteriormente Skinner.

"Bene."

Mulder fissò Scully corrucciato.

"Il direttore si aspetta che prenda provvedimenti." Esalò, avvicinandosi ai due.

Gli agenti annuirono lentamente.

"Evitate di farvi vedere in ufficio per tutta la settimana, e se vi aspettate che per l’intero mese vi permetta di mettere il naso fuori dal vostro ufficio vi sbatto fuori." Skinner parlò lentamente, scandendo, cupo e cadenzato, ogni singola parola. "Fra due settimane vi voglio nel mio ufficio pronti ad aiutare la sezione amministrativa a brigare le pratiche arretrate. Buona giornata, agenti." Gettò loro uno sguardo veloce e si diresse verso la porta.

Uscì dalla stanza di Scully, e la sua figura scomparve. Poi solo l’oscillazione della porta, fino a che il legno non rientrò nei suoi margini.

***
 
Fox Mulder’s Apartment
2:05, pm
 
Pensa a tutte le volte in cui i pensieri hanno iniziato a rotolargli in testa. Come le palline di un flipper impazzito. Solo che prima o poi le palline del flipper le fermi. Invece le palline della sua testa continuano a schizzar via.
Pensa che potrebbe non pensare, ma non gli pare una buona soluzione. Semplicemente, non ci riuscirebbe. Sarebbe troppo complicato fermare i suoi pensieri. In quel momento. Ci sono troppe cose.
Potrebbe provare con l’alcol,
La bottiglia di birra è aperta. Sul tavolo. Mezza piena. Abbandonata.
Potrebbe provare con il sesso.
Ma quella non gli pare proprio una bella idea. Non ha voglia di un giochetto di mano. Non in quel momento.
Sa che neppure i suoi video potrebbero aiutarlo.
Così che sta lì.
E pensa.
Ha lasciato il pallone da basket abbandonato in un angolo. Ad un certo punto, lo sbattere contro il pavimento aveva iniziato ad infastidirlo.
Alexandria è percorsa da qualche macchina. Un paio di clacson.
Ma si sentono solo molto lontani.
Non può smettere di pensare.
E’ tutto un rullargli in testa.
Tutta la situazione con Scully. La faccenda dell’indagine. Quella strana realtà che avevano vissuto e che Scully continuava a negare come un sogno.
E un’intera settimana libera da riempire.
Con tutti quei pensieri e quelle sensazioni che gli frullano nel cervello.
Non ha mai provato a psicanalizzarsi.
Non veramente.
Ha troppa paura.
Ha paura di quello che potrebbe scoprire.
Non che non lo sappia già.
Si, lo sa.
O almeno sa quello che è e quello di cui ha bisogno.
Sa quello che non ha e quello che vorrebbe avere.
Sa di essere un perfetto idiota, perché non dovrebbe essere lì, disteso sul suo divano. Non in quel momento. No.
No, dovrebbe essere da un’altra parte.
Che aspetta, allora?
Si alza di colpo, e ha solo il tempo di infilare una giacca sulla sua t-shirt sgualcita.
Prende di mira la porta poiché è il suo obiettivo.
E il malandato legno d’avventure si chiude alle sue spalle.

***

Dana Scully’s Apartment
2:45, am
 
Dana Scully non aveva sentito bussare. Semplicemente se lo ritrovò davanti non appena entrò nel soggiorno.
L’accappatoio bianco l’avvolgeva tutta, ma lasciava scoperte porzioni di pelle e ossa sporgenti. I capelli le ricadevano scomposti sulle spalle e sugli omeri. Bagnati assumevano il tono del rame scuro. Quasi fuoco cupo.

"Dobbiamo parlare." Esordì lui. Aveva il volto contratto, come se gli fosse costato fatica dire ciò che aveva detto. O forse era solo imbarazzato ma cercava di nasconderlo.

"E questo giustifica il fatto che tu non abbia bussato?" Non voleva dargliela vinta così facilmente. Lui le rispose con una semplice alzata di spalle. "La prossima volta usa la chiave." Poteva contare sulla punta delle dita le volte in cui l’aveva fatto. Pericoli e mostri d’ogni genere erano inseriti nel pacchetto.

"Vedrò di ricordarmene." Sussurrò roco. Assunse un tono che Dana Scully non gli aveva mai sentito.

Qualcosa di profondo.
Ma era difficile dire cosa.

"Allora, di cosa vuoi parlare?" Si allontanò dal suo sguardo teso e intenso. E si diresse in cucina, attendendo che Mulder le rispondesse.

Ma quando la risposta arrivò, non fu capace di muoversi ancora, se non voltarsi nuovamente verso di lui.
Incredula.

"Sei andata a letto con lui?"

"Cosa?" Fu l’unica parola che la sua bocca riuscì ad articolare.

"Con Ed Jerse, ci sei andata a letto?"

"Che razza di domanda è?"

Forse stava ancora sognando.

"Hai capito bene… ci hai fatto sesso, Scully?" Lui sembrava risoluto. Ad una prima occhiata, poteva assicurare che appariva perfettamente a suo agio, se non fosse per il leggero tremolio delle sue mani. Mani, per inciso, nascoste nelle tasche dei jeans.

"E tu vieni qui a chiedermi dove e con chi ho fatto sesso?!" Iniziò ad alterarsi.

Non riusciva a credere che stesse accadendo davvero. Che era capitato? Dove erano finite la collaborazione, il rispetto e l’amicizia che li avevano sempre legati?

Mulder annuì vigoroso. "Si." Espirò nervosamente e iniziò a camminare impaziente verso il divano.

Scully era a pochi passi da lui. Poteva sentire l’odore del suo shampoo, e del bagnoschiuma che usava di solito.

"Perché non vuoi rispondermi, Scully?" Aggiunse. Quasi innocente. Come se avesse fatto una domanda legittima e la risposta gli spettasse di diritto.

"E se ti chiedessi io quando, dove e con chi hai fatto sesso, eh? Che mi diresti?"

"Due anni fa, con una sospettata. L’ultima volta che ho fatto sesso con una donna." Lo disse velocemente, quasi volesse liberarsi di un peso che gli gravava da troppo tempo. "Come vedi… non ho problemi a risponderti." La fissò in attesa. "Allora?"

"Beh… se tu non hai problemi a sbandierare la tua vita sessuale, per me non è così." Gli rispose dura. Gli voleva fare male.

Gli voltò le spalle e si allontanò di un passo. Ma anche questa volta la sua voce la fermò, e non poté che voltarsi e fronteggiarlo nuovamente.

"Perché hai così paura, Scully?"

"Io? Io avrei paura?"

Questa volta fu lui a non poter reggere il suo sguardo. E abbassò il capo, dirigendosi verso la finestra.
Era un bel pomeriggio di sole. Uno di quei pomeriggi invernali in cui ti vien voglia di uscire anche se sai bene che ti gelerai.
La luce filtrava piano attraverso le tende, e si depositava adagio sulla superficie che aveva innanzi.
Mulder si arrestò ad osservare lo strano gioco che la luce creava sulla superficie di legno della scrivania. Poi si voltò e si appoggiò al bordo.

"Che cosa vuoi, Mulder?" La tensione era ancora alta. Potevano sentire i loro respiri alternarsi nell’aria.

"Non lo so." Sibilò, quasi non volesse dirlo davvero. "Forse… che ritorni tutto come prima." E alzò il capo per incontrare il suo sguardo.

"Non credo… sarà possibile." La voce di Scully s’incrinò.

"Perché?" Il suo era quasi un lamento.

"Perché stavo… stavo per perdere me stessa, Mulder."

Lui annuì piano. "Ed è per questo motivo che sei andata a letto con Ed?"

"Oh, Mulder, per favore!" Cominciò ad irritarsi di nuovo. "Se sei venuto per sapere questo, sei pregato di andartene."

Una goccia d’acqua si staccò dalla punta dei suoi capelli, e scivolò lungo il pendio di pelle scoperto. Scully se lo deterse distratta, lasciando che l’accappatoio svelasse l’ombra del suo seno.
Mulder la guardò rapito.
Quel semplice gesto innocente aveva risvegliato i suoi istinti. E il desiderio di vedere di più di quello che veniva celato.
Vedere il suo corpo, ed entrare nella sua anima.

"Cosa pensi sia stato?" Le mormorò. Tentativo estremo di tornare alla normalità.

"Cosa?"

"Quello che abbiamo visto. Quello… che ci è successo."

"Non so. Le analisi non hanno rivelato niente, ma questo non esclude il fatto che possono averci iniettato qualcosa." Non lo guardava.

I suoi occhi fissi verso un punto indefinito della parete. Anche Mulder guardò in quella direzione, ma tutto ciò che vi vide fu una macchia luminosa che si sbiadiva verso il pavimento.
Quasi un sole che stesse scomparendo lentamente.

"Non pensi possa essere… altro?" Lo disse piano. Quasi non volesse farsi sentire.

"E cosa? Reincarnazione? Esistono svariati tipi di droghe e allucinogeni dai più diversi effetti, Mulder."

"Si… beh… non importa."

Sembrava un discorso senza senso.
Frustrante per di più.
Si stava innervosendo.

"Allora, Mulder…" Si voltò a guardarlo. "Mi vuoi dire una volta per tutte perché sei venuto? Perché sono stanca, mi sento ancora addosso l’odore di ospedale, nonostante la doccia, e ho una gran voglia di mettermi sotto le coperte e dormire."

Lui aprì la bocca per rispondere. Dalla sua gola uscì un suono roco. Come se le parole rifiutassero d’uscire.

"Mulder?" Lui si limitava a guardarla.

Scully espirò spazientita.
Ma questa volta non fece in tempo a voltarsi e ad incamminarsi verso la cucina.

"Perché ti amo."

Scully non credeva d’aver compreso. Lo vide avvicinarsi con passo dinoccolato. Quasi stanco. Quasi timoroso d’arrivare lì dove stava anche lei.

"E… e volevo sapere… e… mi sento un idiota a dirlo, ma ero geloso." Espirò e deglutì. "Di Ed Jerse. Lo sono tutt’ora."

Lei si limitava ancora a fissarlo.

"Perché… perché lui ha capito qualcosa che io non avevo compreso. Perché lui è stato in grado di darti qualcosa che io non sono riuscito a darti. A… capirti in un modo in cui io non sono stato capace." Scully si mosse lentamente e si lasciò cadere sul divano. Il volto abbassato, lo sguardo verso il pavimento. Mentre ciocche di capelli umidi le ricadevano intorno al viso.

"E… mi dispiace, Scully. Di non averlo fatto. Di essere stato arrogante… egoista… ed egocentrico. Mi dispiace davvero."

Mulder si accasciò lentamente sul tavolinetto di fronte al divano. E si torturava le mani.

"Il fatto è… è che ti davo per scontata. E invece non è così. Ma ora l’ho capito."

"Per Ed?" Le sue parole uscirono come vento in mezzo al vento.

Le percepiva appena.

"Lui me lo ha fatto comprendere, ma ero troppo arrabbiato per dirtelo. Poi… il tempo è passato, e non ho mai avuto il coraggio per farlo."

"E cosa…"

"Io non so cosa ci sia successo, Scully, ma… so quello che ho visto. E quello che ho sentito. Non solo l’amore, Scully… anche se, vederlo così chiaramente mi ha fatto comprendere molte cose. Non solo quello. Ho sentito dolore." Mulder si fermò un attimo, ma Scully sembrava inerme. Chiusa nel suo nido impenetrabile. "Quando rapirono Samantha, ero troppo piccolo per metabolizzare un dolore così grande. E quando fui in grado di farlo, quel dolore si era trasformato. In rabbia e senso di colpa. Ma ora… ora ho visto e sentito cosa significherebbe perderti. E non fa differenza, che io sia con te o che ti tenga a distanza e neghi quello che provo… il dolore sarebbe identico. E allora ho pensato… ho pensato che non valeva la pena. Che avrei fatto meglio a mandare all’aria le mie paure e le mie insicurezze e dirtelo… Scully?"

Lei era ancora immobile.
Non si aspettava certo una resa incondizionata da parte sua. A dire il vero si aspettava che lei lo sbattesse fuori di casa. O peggio ancora chiedesse il trasferimento ad altra sezione. Ma questo…
Beh, questo era inaspettato.
Forse aveva sbagliato tutto di nuovo.

"Bene." Sussurrò. "Quello che... che dovevo dirti l’ho detto. Passa una buona settimana, Scully. E… ci vediamo il prossimo lunedì."

Fu sul punto di alzarsi.
Il bacino sollevato appena, quando lei lo fermò. Gli afferrò le mani e lo costrinse a sedere di nuovo.

"Non andartene." Riuscì a mormorargli. "Resta."

Le sue dita esili giocavano con le mani grandi e scure di lui. Quasi scomparivano.
Non appena alzò il viso, Mulder s’accorse dei suoi occhi lucidi. Le lacrime sul punto di cedere.

"Scully?"

Era davvero bravo. L’aveva fatta piangere.
Meritava un premio per la stupidità.

"Rimani qui."

"Perché?"

Il bacio che gli diede. Quell’istante in cui poté percepire la morbidezza delle sue labbra. Quell’attimo fu la migliore risposta che potesse desiderare.

***

Dana Scully’s Apartment
5:35, am
Non aveva mai pensato che sentire un uomo nudo respirare fosse così affascinante.
O forse non era affascinante la parola esatta. Forse era la sensazione di entusiasmo e tranquillità che provava. Strana combinazione.
O forse l’avere Mulder sotto di sé le era sufficiente.
Erano svegli, e guardavano il sole alla finestra colorarsi e farsi più scuro. Prima di scomparire del tutto perché arrivasse la sera.

"Sei ancora qui?" Lo sentì mormorare tra i suoi capelli. Le sue mani continuavano a cingerle la vita.

"Uhm." I peli radi sul suo torace le solleticavano la pelle del viso. Ma non le davano fastidio.

Poteva dire che fosse piacevole. In qualche modo lo era.

"Forse potevamo spostarci sul letto." Continuò lui.

"Non ce n’è stata l’occasione."

Le righe in rilievo del divano non dovevano essere troppo comode per la sua schiena nuda.
Ma allora non se n’erano preoccupati.
A dire il vero, non si erano preoccupati di nulla.
Eccetto della loro pelle. E della loro bramosia d’incontrarsi.
Di nulla. Nemmeno di come da un bacio erano finiti per terra. Scully poteva sentire ancora la sensazione di freddo quando la pelle delle sue gambe aveva toccato il pavimento. Uno shock che confondeva e arricchiva il calore che le cresceva dentro.
Non si erano preoccupati neppure dei vestiti. Quella prima volta. Scostati appena.
E non si erano concessi una pausa. Le loro bocche avevano continuato a cercarsi. I loro vestiti erano scomparsi. E si erano trovati sul divano. Ansimando esausti e appagati.
Scully gettò un’occhiata al mucchio di indumenti sparso attorno al divano, e ridacchiò.

"Che c’è da ridere?"

"Niente." Sussurrò lei.

"Beh… se non altro… significa che sei felice." Commentò lui.

"Lo sono." Ridacchiò lei.

"Anche io. Anzi, a dire la verità… mi sento proprio bene."

Scully alzò la testa, e fissò il sorrisino impertinente che era apparso sulle sue labbra.

"Ci credo." Lo canzonò lei. "Mul…"

La lui le catturò le labbra.
E non badarono agli squilli provenienti dai vestiti sparsi sul pavimento. E nemmeno a quelli dalla camera da letto.
Perché mai?
Non contava nulla in quel momento, eccetto il loro sapore, le loro lingue e le loro bocche. Che si mordevano e si succhiavano. O si toccavano semplicemente.

"Uhm… prima di venire qui, mi domandavo…" Cercò di boccheggiare e riprendere fiato. Scully gli lasciava una scia di saliva e sensazioni lungo il collo. "… mi domandavo come avrei… potuto occupare… occupare un’intera settimana." La sentì ridacchiare e rise anche lui. "Ora… ora credo di saperlo."

Scully ritornò a posarsi sul suo torace e sembrò acquietarsi.
Sembrò.
Perché le sue mani continuarono a muoversi. Lungo i suoi fianchi. Fino a che non trovarono qualcosa che le colpirono.
Con il dito una scia lunga e stretta che gli correva su un lato. E si scostò per guardarla meglio.
Una cicatrice.
Sembrava fresca. Ancora arrossata. Ma poco profonda.

"Da quanto ce l’hai?"

Mulder sollevò il capo e guardò corrucciato il suo fianco destro.

"Non sapevo di averla."

"Non ti sei accorto di essertela fatta?"

Lui negò lentamente. E fu sul punto di parlare ancora quando udirono lo squillo del telefono.

"Qualcuno ci sta cercando." Sentenziò Scully. Mettendosi seduta per raggiungere l’apparecchio.

"Lascia che ci cerchi, Scully. Una volta tanto che ce la spassiamo..."

Anche se, ad essere onesti, non gli dispiaceva affatto avere una visuale così perfetta del seno della sua partner.
Non che prima non l’avesse notato. Ma aveva avuto anche altro a cui pensare.

"Potrebbe essere importante." Rispose. E si sporse, afferrando la cornetta e portandosela all’orecchio.

- Scully…- le sentì dire. –Oh, salve.- …. –Si.- … … – No - … -Ahm… non saprei.- … -Arrivederci.-

Terminò. Ma lo sguardo dubbioso che aveva sul viso mise in agitazione Mulder.

"Chi era?" Le chiese, cercando di nascondere la sua ansia.

La guardò portarsi l’antenna del cordless alla bocca, e giocarci brevemente. Un gesto quasi infantile e spontaneo.
No.
Non poteva, ne voleva, credere assolutamente che la giornata migliore della sua vita fosse stata rovinata da qualcosa.

"Scully?"

"Era Elyot Carson."

"Carson? E che voleva?"

"Ha detto di aver parlato con Skinner e che… è stato lui a dargli i nostri numeri."

"Perché ha contattato Skinner?"

Mulder si mise a sedere.
Scully gli sedeva posata sulle gambe. Innocente. Senza rendersene conto. Ma Mulder sorrise lo stesso.

"Perché… hanno scoperto qualcosa."

"Cosa?"

"Dopo averci trovato, hanno ispezionato i reperti e hanno notato qualcosa che prima non avevano visto." Fece una pausa. Assorta. "Un’iscrizione sul sarcofago."

"Mi sembra un po’ improbabile che non l’abbiano vista prima." Fece notare lui.

"Infatti, secondo Carson quell’iscrizione non c’era."

"E comunque… cosa dice quest’iscrizione?"

"Qui viene la parte strana… lo so che può sembrare assurdo… "Scully lo guardò, ancora incredula.

"A me? Può sembrare assurdo a me? Dai, Scully… allora?"

"Non diceva molto in realtà… A Mulder e Scully. Con gratitudine."

"Scully?"

E nel frattempo Ra calava definitivo oltre i confini dell’orizzonte, ed Osiride si preparava a percorrere Nut con la sua barca.

 

 

FINEEEEE

 

Note: Whoaaa!!! Non ci credo! Ho finito! Sono le 18:19 del 10 giugno 2004, e sono molto, molto felice di aver terminato questa fanfic. Considerando che ho iniziato ad elaborarla lo scorso autunno, beh… spero ne sia valsa la pena (e la fatica). Non voglio tediarvi con altre note (di solito suonano a rottura), ma ancora qualcosina che non potevo inserire all’inizio o nel glossarietto. Dunque, l’intera vicenda storica si svolge nel 1457 a.C., anno in cui il faraone Thutmosis III vinse il popolo del Mitanni (come Benu Nefer racconta ad un certo punto della storia). I nomi dei protagonisti sono in egiziano antico: Pekheret significa medicamento, Menekh degno di fiducia, Benu Nefer il buon airone, Pazair il veggente, Nejem la dolce, Isefet caos, Di Mer Hotep colui che dona e ama la pace. Fine delle note tediose, ma, prima di concludere, voglio ringraziare Anasilv per il supporto e lo splendido lavoro di beta, Angelita per la lettura in anteprima, e anche Chlax che mi ha convinta a leggere Katherine of Ireland, da cui è partito tutto (a proposito, se vi piacciono gli AU, vi consiglio caldamente di leggerla, assieme a Familiar Heart). Spero di non avervi annoiato troppo, alla prossima!