TITOLO: Le vie del deserto
AUTRICE: Lezar (theonlytruth@crazy-land.net )
RATING: R, Nc-17? Fate voi, per me è lo stesso.
GENERE: AU – ANGST – UST - MRS
DISCLAIMER: I personaggi non sono miei e bla-bla-bla
FEEDBACK: Si, ovviooo!
SPOILER: alcuni episodi che evito di svelarvi (hi, hi, hi), qualcosa di 3, la fanfic è ambientata dopo Never Again, ma prima di Memento Mori. Diciamo pure che Memento Mori e tutto il resto non esistono. Folle? Può darsi, ma volevo il rapporto tra M e S in un certo modo e mi sembrava che un post-NA ci stesse bene!
ARCHIVIAZIONE: chiedete prima il mio consenso.
SUMMARY: omicidi, rancori e amore sulle strade del tempo.

 

***

 

PROLOGO

La notte raffreddava il deserto, i suoi sentieri annegavano in gorghi senza uscita. La duna di sabbia si incuneava stretta, orlando una via ciottolosa e dura. Un masso, quasi sul ciglio, proiettava un’ombra scura e deformata davanti a sé. Ombra che si perdeva in altre ombre e altre ancora, in un cielo di macchie scure illuminate dal sorgere della luna.
Immobili.
Senza tempo.
Come il silenzio.
Tutto era silenzio. Non un fremito. Immane e immortale. Il silenzio che affida all’eternità l’ebbrezza della vita. Quel silenzio che cancellava le orme che lo sciacallo aveva lasciato nel suo cammino. Rapido. Frettoloso. Guardingo. Lo sciacallo giaceva fermo, seduto su un banco roccioso, confuso fra le ombre.
Attendendo.
Attendendo fino a che il silenzio fu bruscamente interrotto dal lieve mormorio di passi che toccavano il suolo.
Lo sciacallo si alzò, e attese che l’ombra si avvicinasse.

"Perché hai voluto vedermi?" L’ombra guardò tesa dietro di sé e s’aggiustò il manto che le celava il volto.

"Volevo essere sicuro che rispettassi gli accordi."

"Ne dubiti?"

"Questa mattina ti ho visto parlare amabile con un allievo del nostro amico."

"Un giovane che potrebbe allietare le mie giornate. Non vengo meno al mio accordo."

"Due blocchi d’argento, quattro di rame, un buon asino e due giovenche grasse."

"E’ quanto avevamo pattuito."

"Al vecchio molo sulla riva occidentale, ai ruderi della casa del barcaiolo. Alle 11 della sera. Fra tre giorni. Vieni da sola."

"Mi accompagnerà solo un servo di provata fedeltà."

"Un passo falso e la luce di Ra non solleticherà più il tuo volto."

"Nessun passo falso. Rispetterò i patti se tu farai lo stesso."

Lo sciacallo annuì e si coprì il capo con un mantello di lana nera. Si allontanò, l’ombra seguì i suoi passi. Poi si divisero, inghiottiti dalla notte e dal deserto.

***

Li vede per la prima volta.
Non che non ci fossero già. Prima. Ma ora li vede.
Li vede davvero.
Il buio. L’oscurità.
Si allontana di qualche passo dalla porta d’ingresso.
La luce del lampione sulla strada filtra dalle tapparelle della finestra. Zebrata. Fioca.
L’acquario si contorna di un alone azzurro che si perde sulla parete.
Nera.
Si guarda attorno.
Spaesato.
Da qualche parte, qualcuno ascolta un concitato dibattito in tv. Una macchina solca l’asfalto e si allontana da Alexandria.
Non sa cosa fare.
Avverte un vuoto. Improvviso. Una mancanza. Fisica.
Non sa come colmarla.
Fa qualche passo in avanti e volta lo sguardo verso il televisore.
Ennesima scatola di solitudine.
Lui lo sa.
Espira profondamente. Non tanto. Ma quanto basta perché possa risuonare nelle sue orecchie.
Un sospiro.
Il silenzio.
Si porta una mano al collo e inizia a slegarsi il nodo della cravatta. Nervosamente. Come se all’improvviso si fosse accorto di non poter più respirare.
Forse è così.
La lascia cadere sul pavimento. Scivola giù dal suo collo. Lungo le spalle.
Si attorciglia su se stessa.
Si lascia cadere sul divano. E’ stanco. Le mani gli coprono il viso. Cadono sulla bocca.
Poi, abbandonate. Inermi.
I suoi occhi rimangono ad osservare il soffitto.
Le luci iniziano a spegnersi.
E lui spera di non sognare ancora.

***

George Washington Gallery
0:15, am

Elyot posò il vaso canopo sulla pedana e si fermò a fissarlo. Gli occhi dello sciacallo lo guardavano smorti e privi di colore. Le iscrizioni rosse sulla pancia si leggevano a stento.

"Hai terminato?" La voce stridula del suo capo lo irritò.

"Quasi." Esalò, cercando di ricomporre il suo aspetto usuale.

"Bene, io vado a casa." Disse Hawkins con leggerezza. "Controlla che sia tutto in ordine prima di andar via. La mostra è domani e non voglio sorprese."

"Certo." Rispose Elyot. Quieto. Anche se in cuor suo avrebbe voluto mollarlo, così, su due piedi, dirgli tutto quello che aveva dovuto digerire nell’ultimo anno e lasciare che se la sbrigasse da solo.

Clay Hawkins approvò con un leggero accenno con il capo.
Elyot vide la sua figura piccola e tozza allontanarsi a passi stretti e nervosi, e ritornò al suo lavoro solo quando nella sala si ristabilì il silenzio.
Ricoprì i vasi canopi con una teca di vetro, e badò che non vi fosse alcun granello di polvere sulla loro superficie.
Era importante.
Era il vero scopo della sua vita. Maneggiare quei reperti. Toccarli. Studiarli. Prendersi cura di loro. Come fosse la loro balia.
Si.
Un lieve sorriso si smorzò sulle sue labbra.
Al diavolo tutti i Clay Hawkins della terra!
A lui non interessava la fama. Non gli interessava vedere il suo nome esposto e abusato.
Non era Clay Hawkins lui.
Doveva avere solo un po’ di pazienza.
Ancora un altro anno nella fondazione, e avrebbe avuto il background sufficiente per entrare come ricercatore nell’università di Seattle.

"Solo un po’ di pazienza." Sussurrò. "Solo un po’ di pazienza."

Espirò e si avvicinò alla teca che conteneva il sarcofago.
Qualcosa non lo convinceva.
Non ne aveva visti molti nella sua vita, non così da vicino almeno. Però li aveva studiati. Aveva letto pagine e pagine di letteratura, resoconti di spedizioni, analisi di laboratorio fatte con le tecniche più avanzate.
Eppure…
C’era qualcosa…
Scrollò il capo e ridacchiò a dispetto di se stesso.
Si stava facendo suggestionare.
Ovvio.
L’emozione di aver avuto tra le mani quei reperti, l’atteggiamento irritante del suo capo, e la stanchezza lo stavano facendo diventare paranoico.
Cosa mai poteva esserci di anomalo?
Era un sarcofago.
Un sarcofago con una mummia saccheggiata e rovinata, certo. Ma era pur sempre un sarcofago.
Si portò una mano guantata agli occhi e se li stropicciò.
Una buona dose di sonno. Ecco quello che gli ci voleva. Sette ore di filato nel suo letto, una bella doccia e una ricca colazione.
Espirò ancora e si avviò verso la fine della galleria.
Poi lo sentì.
Un attimo.
E pensò fosse stato un miraggio della sua mente.
Poi lo avvertì di nuovo.
Più nitido e più forte.
E si fermò.
Forse erano le sue scarpe da tennis sul linoleum del pavimento.
Lo sentì ancora.
Si stava avvicinando.
Elyot si voltò lentamente verso la direzione da cui riteneva che quello strano cigolio provenisse.
I guanti di lattice tolti a metà.
Ancora.
Non poteva essere frutto della sua immaginazione.
Forse un ladro.
Ma sarebbero scattati i sistemi di allarme.
Si mosse lentamente.
Ogni passo breve e cauto. Il cuore gli martellava nel petto. Le gola si stava seccando rapidamente.
Doveva far qualcosa.
Doveva pensare.
Chi mai poteva entrare nella galleria a quell’ora? Le guardie di sicurezza? Clay Hawkins?
Può darsi.
Lo sentì ancora.
Strisciante.

"C’è qualcuno?" domandò all’aria. La sua voce risuonò nel silenzio. Nessuna risposta. "Hawkins, è lei?"

Non avvertì più nulla.
Stette in ascolto per qualche secondo, voltando lo sguardo e cercando di penetrare nell’oscurità dei corridoi attigui. Cercando un’ombra. La presenza di qualcuno.

"C’è nessuno?"

Niente.
Forse si era sbagliato fin dall’inizio.
Buttò fuori quell’aria che non s’era accorto di trattenere, e si mosse. Lentamente. Cercando di pensare in fretta nel caso avesse dovuto affrontare un intruso.
Avrebbe lamentato l’accaduto alla direzione. Il servizio di sicurezza scadente non era una garanzia per future esposizioni. Non si poteva rischiare di mettere in pericolo reperti di sì gran valore. Non era possibile che…
Ogni pensiero gli morì sul nascere.
Era ad un paio di metri da lui. Gli occhi rossi. Il corpo vacuo e nero.
Piccolo.
Etereo.
Quasi una preda assetata che attende la sua prossima vittima.
Sembrava galleggiasse, emettendo rantoli infernali.
Terrore.
Sotto di lui.
Elyot abbassò un attimo lo sguardo.
La bocca bloccata.
E lo vide.
Clay Hawkins a terra. La sua sagoma evidente. I lineamenti che si aprivano nella penombra.
Alzò nuovamente gli occhi, e vide che la creatura lo fissava. Pronto ad uccidere anche lui, pensava.
Paralizzato.
Ma non avvenne.
L’essere si limitò a fissarlo. La bocca famelica, aperta, emetteva uno strano sibilo. Un rantolo.

"I…SSSS….EE"

Elyot deglutì. Colla. O una colata di cemento dritta nel suo stomaco.

"Co… cosa vuoi? Chi… che cosa… cosa sei?"

La voce lontana miglia e miglia dall’essere la sua.

"III…SS…EE…F…"

"Cosa... cosa dici?"

"III….SSEE…FFF…"

Un respiro vago.
Divenne tale. Il gemito.
Quasi umano.

"III…SEEEFFFEE…"

Un barlume di vita.

"ISEE….FEEEE….TTT"

"Ise... Isefet?"

"ISEFET"

E poi scomparve.

***

Dana Scully’s Apartment
8:05, am
 
E’ bello la mattina.
C’è uno strano sapore.
C’è un sole pallido appena e quel colore. Rosa sbiadito.
Quasi giallo, quasi arancione.
Quasi azzurro, quasi rosso.
Quel colore indefinito che c’è solo la mattina.
Scully è lì.
Immobile.
Seduta sul divano.
Fissando un punto indefinito della parete. Come se tutto il tempo si sia condensato in quell’istante e si perpetui fermo.
Immutabile.
Come se non esista un passato.
Non un futuro.
Solo il presente.
Quello.
Quell’attimo.
La luce del sole. Il silenzio. Una striscia di fumo che si inalbera sottile. Esile e profumata dalla tazza del caffè abbandonata sul tavolino. La porta dell’appartamento accanto si apre e si chiude poco dopo. Il pendolo, dal piano di sopra, tintinna cadenzato.
Lo squillo del telefono.
Scully trasale un attimo e socchiude gli occhi, lasciando andare un lieve sospiro.
Il telefono continua a suonare.
Squilla e squilla ancora.
Ancora. E ancora.
Finché lei non allunga la mano ed afferra la cornetta.

"Pronto?"

"Scully, sono io." Non appena sente la sua voce, trattiene il fiato per un momento.

"E’ sabato." Come se possa essere una giustificazione convincente.

"Si, lo so. Mi dispiace disturbarti. Ma Skinner in persona ci vuole sul caso." Telegrafico ed efficiente. Lei resta in silenzio. "Scully, sei lì?"

"Si." E’ un sospirare stanco. "Dove sei?"

"Alla George Washington Gallery. C’è stato un omicidio."

"Ti raggiungo al più presto."

E la comunicazione si chiude.
Rimane ad ascoltare la linea interrotta lampeggiare nella cornetta.
La depone lentamente e si alza in piedi.
La tazza del caffè deposta sul tavolino.
Fredda.

***

George Washington Gallery
8:55, am
Una lunga scia di sangue. Era denso. Scuro. Si frantumava in piccoli rigagnoli e si coagulava intorno ad un lenzuolo bianco che ricopriva un corpo.
Dana Scully si fermò un attimo ad osservare l’ennesima testimonianza di morte. Era un patologo. Conosceva la morte. Riusciva a scomporla. A penetrarne le cause. I motivi. Aveva visto centinaia di vite spezzate prima del loro tempo. Le aveva esaminate.
Eppure non riusciva a capirla.
La morte.

"Lei chi è?"

Una voce di donna.
Scully alzò gli occhi e vide avvicinarsi un’afroamericana sulla quarantina in completo blu scuro e sguardo penetrante.

"Agente Speciale Dana Scully." Rispose, mostrando il suo tesserino.

"Oh, mi scusi. Sergente Nancy Barnett."

Le due donne si strinsero cordialmente la mano e sostennero entrambe un attimo di silenzio.

"Sa dove si trova il mio collega? L’agente Fox Mulder." Fece Scully.

"E’ con il sospettato. In un ufficio al primo piano.» Ribatté il sergente, indicando una rampa di scale in fondo al corridoio.

"C’è anche un sospettato?"

"In realtà, è la persona che ci ha avvertiti." Scully e Nancy si avviarono insieme. I passi misurati ma veloci. "Ma ci sono alcune prove contro di lui."

Salirono le scale in silenzio, e proseguirono fino ad una porta in legno chiaro.
Una targhetta nera incisa su di essa.
Clay Hawkins
Piuttosto professionale.
Ma anonima.

"Il suo collega è qui dentro. Se aveste bisogno di noi, siamo di sotto per i rilievi." Fece il sergente e lasciò che Scully entrasse da sola nella stanza.

Venne colpita dalla luce.
Un’enorme finestra che si affacciava sulla luce del primo mattino. Un’enorme scrivania sgombra e arredata sobriamente.

"Scully?"

Dana voltò il capo per incontrare lo sguardo del suo partner. A pochi passi da lui un impettito agente di polizia e un ragazzo dal viso stravolto.
Il sospetto.

"Scusa il ritardo." Gli disse, quando Mulder le si avvicinò. "Ho incontrato un po’ di traffico sulla statale."

"Non importa."

Evitarono di guardarsi negli occhi.

"Allora, cosa è successo?" Scully si soffermò ad osservare il giovane. La barba di due giorni e gli occhi rossi esaltavano il pallore del viso.

"La vittima si chiamava Clay Hawkins. Era il direttore della fondazione Hawkins per la ricerca storica. Stava organizzando l’esposizione di alcuni ritrovamenti fatti durante l’ultima campagna di scavo finanziata dalla fondazione. Oggi ci sarebbe stata l’inaugurazione." Professionale.

"Lui invece chi è?"

"Elyot Carson. Ricercatore della fondazione. Dice che ieri sera era qui per sistemare gli ultimi reperti e di… di aver visto un mostro ai piedi del cadavere del suo capo." La voce piuttosto roca, notò Scully. Non doveva aver dormito molto.

"Un mostro?"

Mulder annuì e per un attimo i loro sguardi si incrociarono complici.
Solo per un attimo.
Scully espirò e si avvicinò al giovane.

"E così… sarebbe stato un mostro ad uccidere il suo capo." Fece scettica.

Il giovane la guardò stanco e irritato.

"Capisco che le venga difficile credermi, ma è la verità. Glielo giuro." Esasperazione.

"E come… com’era questo *mostro*?"

"Non l’ho visto bene. Era… un… una specie di essere fluttuante. Aveva gli occhi rossi ed emetteva uno strano suono. Non avevo mai visto una cosa del genere prima."

Scully annuì poco soddisfatta.

"Bene." Disse poi. "Perché non mi racconta cosa è successo ieri sera."

"L’ho già detto al sergente e al suo collega." Rispose Elyot. Stizzito.

"Me lo ripeta, sia gentile."

Carson sospirò sonoramente, e chiuse un attimo gli occhi prima di cominciare.

"Era passata mezzanotte. Stavo sistemando alcuni vasi canopi in una teca."

"Qual era l’oggetto della mostra?" Intervenne Mulder.

"Una tomba egizia del 1457 a.C. circa. Il sarcofago. La mummia e il corredo funerario."

"Grazie. Vada pure avanti." Lo invitò l’agente.

"Dicevo… sistemavo i vasi canopi quando il mio capo è venuto a dirmi che andava a casa. Ci siamo salutati. L’ho visto andar via. Poi ho terminato il mio lavoro, ho dato un’ultima occhiata al sarcofago e me ne stavo andando, quando l’ho sentito. All’inizio ho pensato… ho pensato che fosse il cigolio delle scarpe sul pavimento o che fosse frutto della mia immaginazione. Ero stanco e avevo bisogno di dormire." Si fermò un attimo e diede uno sguardo a Mulder e Scully. "Ma poi l’ho sentito ancora. E ancora. Era un cigolio, o qualcosa di simile. Mi è venuto in mente che potesse essere Hawkins o qualcuna delle guardie di sicurezza. Così… ho parlato, ho chiesto chi ci fosse, ma non mi ha risposto nessuno. Anche il cigolio si è fermato, così ho pensato che fosse entrato qualche intruso. Ho iniziato ad avvicinarmi, e poi, quando sono arrivato al corridoio, l’ho visto."

"Il mostro?" chiese Scully.

Carson annuì. "Mi guardava con… con quegli occhi rossi." Proseguì. "Pensavo che mi avrebbe ucciso. Come aveva ucciso Clay."

"Lei prima ha detto di non aver visto bene questo… mostro. Per qualche motivo?"

"Era buio. Il corridoio era illuminato solo dal neon di emergenza alla parete."

"Quindi… lei afferma di aver visto un mostro uccidere il suo capo in un corridoio buio?"

"Lei pensa che io sia pazzo." Sputò Elyot con rabbia.

"Noi non pensiamo nulla, signor Carson." Intervenne Mulder. "Cerchiamo solo di capire come sono andare le cose."

"Sono andate esattamente come vi ho detto!"

"Quindi… un mostro avrebbe ucciso il suo capo. C’è qualcos’altro?" Riprese Scully.

"Si." Esalò Elyot. "Non so se può essere utile al caso, però… il sarcofago aveva qualcosa di strano."

"Cosa?" Chiese Mulder.

"Non so di preciso… una sensazione."

"Una sensazione?" Rimarcò Scully. Carson annuì. "Nient’altro?"

"Si… ehm, il mostro…. ha detto qualcosa. ISEFET"

"ISEFET?" Fece Mulder.

Carson annuì. "ISEFET. E’ un termine egizio. Significa Caos."

"E secondo lei che vuole dire?" Continuò l’agente.

"Non lo so. Forse è il suo nome."

Per un attimo scese il silenzio.
Fuori, il sole si era alzato ancora e la luce dalla finestra aveva cambiato angolazione.

"Quali erano i suoi rapporti con Clay Hawkins, signor Carson?" Domandò Scully. Elyot si irrigidì.

"Non… non buoni." Dichiarò alla fine.

"Come mai?"

"Io… diciamo che non approvavo il modo di fare di Clay." Tagliò corto il giovane.

"In che senso?" Insistette Mulder.

"Clay Hawkins non era esattamente uno storico. Men che meno dell’antico Egitto. Aveva solo ereditato la fondazione, e acquisito titoli per il buon nome e il prestigio della sua famiglia."

"Invece lei no."

"Ho sudato per arrivare dove sono." Aggressivo. "Due anni fa, quando Clay mi ha assunto, pensavo… pensavo che sarebbe stata la mia occasione. Invece poi… poi ho conosciuto Clay. Sfruttava il lavoro di noi ricercatori. Non amava i reperti. Amava solo la fama e il denaro. Ma non l’ho ucciso." Si fermò un attimo per riprendere fiato. Il suo collo si era striato di rosso. "E’ vero, odiavo Clay, ma fra un anno avrei lasciato la fondazione. Non avevo motivo di ucciderlo. Non avrei mai potuto."

Scully annuì. Scettica.

"Va bene, signor Carson. Abbiamo finito. L’agente la porterà in centrale per le formalità del caso." Fece cenno al poliziotto. I due lasciarono la stanza poco dopo.

"Ha ragione." La voce di Mulder si frappose fra i suoi pensieri.

Scully fissava la libreria in mogano scuro colma di volumi costosi.

"Su cosa? Sull’essere innocente o sul fatto che il suo capo è stato ucciso da un mostro di 4000 anni?"

"Andiamo, Scully."

Frustrato.

"Abbiamo un movente, Mulder. Plausibile." Si voltò verso di lui e lo fronteggiò. "Carson era stanco, teso e odiava il suo capo. Cos’è, vuoi una confessione scritta?"

Mulder espirò.

"E allora dov’è l’arma del delitto? Perché non sono state trovate tracce di sangue su di lui? Perché non se ne è andato, invece di avvertire le guardie?"

"Non lo so. Può darsi che non volesse ucciderlo, ma che sia accaduto mentre litigavano. Ad ogni modo, dovremo aspettare i risultati dell’autopsia prima di fare ipotesi più concrete."

Mulder annuì, distogliendo lo sguardo da lei.

"Te ne occupi tu?" Esalò.

"Si. Vado immediatamente." E lasciò la stanza.

Lui rimase ancora lì.
Qualche minuto, non di più.
Per riflettere.
Al di là del caso.
Quando era avvenuto?
Come?
Non che non si parlassero. Certo che no. Loro… parlavano, discutevano, lavoravano, si salutavano e tornavano a casa.
Tutto qua.
Ma mancava qualcosa. Mancava l’affiatamento.
Il ritmo.
Qualcosa da rimpiangere. Senza dubbio.
Mulder sospirò, si passò una mano tra i capelli e si avviò verso la porta.

***

George Washington Gallery
7:30, pm
C’era un mucchietto di bucce sull’asfalto.
Cadevano dall’alto.
Fox Mulder sgranocchiava semi di girasole in silenzio. Al buio. Finestrino aperto.
Il lampione in strada formava un’aureola dorata ai suoi piedi. Un alone sbiadito solleticava il cofano della macchina.
Si allungò per prenderne una nuova manciata, ma udì dei passi. Tacchi cadenzati che si avvicinavano.
Ne prese solo un paio.
La portiera si aprì e Dana Scully si sedette al suo fianco.

La luce all’interno dell’automobile si spense poco dopo.

"Perché ci incontriamo qui e non in ufficio?" Voce stanca. Quasi esasperata.

Mulder rimase a fissare la sagoma della galleria per qualche secondo. In silenzio. Gettando le ultime bucce dal finestrino, e annusando appena l’aria fredda che proveniva dall’esterno.

"Devo controllare qualcosa. Cosa è emerso dall’autopsia?" Chiuse il finestrino e si spostò sul sedile. Non la guardò.

Entrambi i loro sguardi fissi di fronte a sé.

"Qualunque cosa abbia ucciso Clay Hawkins gli ha quasi reciso di netto la testa. E’ morto subito."

"Quale pensi possa essere l’arma del delitto?"

"Non lo so. Un’arma da taglio molto affilata suppongo. Non sono state trovate tracce di tessuti estranei. Il taglio era netto. Ho fatto fare un calco. Verrà confrontato con le armi che abbiamo in archivio. Avremo i risultati nei prossimi giorni." Rimasero in silenzio. I loro respiri risuonavano a stento. Accanto a loro, rare macchine stridevano l’asfalto. "Tu, cosa hai trovato?"

"Ho parlato con gli altri membri della fondazione. Gli altri ricercatori. Anche se riluttanti, hanno confermato l’opinione di Elyot su Hawkins."

"Questo rafforzerebbe l’ipotesi che è stato Carson ad uccidere Clay."

"I colleghi di Elyot dicono che non farebbe mai una cosa del genere. Elyot ama il suo lavoro e fra un anno avrebbe lasciato la fondazione."

"Quindi tu credi che sia innocente." Mulder annuì. "Perché siamo venuti qui?"

"Ripensavo a quello che Elyot ci ha detto questa mattina."

"Cosa?"

"Quell’essere, ISEFET. Le anomalie che Elyot ha riscontrato nel sarcofago."

"Mulder…"

"C’è qualcosa che non quadra, Scully."

"Anche ammettendo che non sia stato Carson ad uccidere Hawkins, è probabile che quello che Elyot ha visto era un banalissimo assassino. Solo che il buio e la stanchezza gli hanno annebbiato la vista. Non è improbabile."

"No, non lo è. Però…"

"Non crederai alla storia del mostro!" Sbottò Scully e si voltò verso di lui.

Mulder le lanciò un’occhiata.
Volle distogliere il suo sguardo. Ma non vi riuscì.

"Perché, sarebbe la prima volta?" Ribatté quieto.

Scully deglutì e lo guardò ancora.

"No." Fiatò alla fine, e girò gli occhi verso il marciapiede e l’entrata nella galleria.

Ancora silenzio.
Stava diventato noioso.
Pesante.

"Scully…" Mulder aprì la bocca ma non riuscì a pronunciare parola. "Perché… perché Elyot avrebbe dovuto dire di aver visto un mostro? Se era buio, era stanco e non ha visto bene l’assassino, perché inventarsi la storia del mostro. Avrebbe potuto dire semplicemente di non aver visto nulla. E invece…"

"Potrebbe star coprendo l’assassino."

Mulder scosse lievemente il capo. "Non so. Ci sono troppe contraddizioni, troppe poche prove. Solo prove… circostanziali."

"Ma sufficienti per fare di lui un sospettato."

"Si" Fiatò lui. Quasi impercettibile.

"Andiamocene a casa."

Ma Mulder non l’ascoltò. Aprì la portella della macchina, e si diresse a grandi falcate verso l’entrata della galleria.

"Mulder?!" Gridò Scully, raggiungendolo immediatamente.

"Devo solo controllare una cosa, Scully."

Mostrarono i relativi tesserini alle guardie di sicurezza ed entrarono nell’edificio.
Era inquietante.
L’atmosfera.
Come sospesa.
L’ambiente vasto e semi buio. In penombra.
I loro passi, cauti, echeggiavano. Quasi. Un rumore sordo.

"Cosa siamo venuti a fare qui dentro a quest’ora?" mormorò Scully. La voce malferma. Gli occhi veleggiavano sul corpo di Mulder.

Non rispose alla domanda. Ma si avvicinò alla teca che custodiva il sarcofago.
La targhetta in bronzo ne riportava brevi informazioni.
Di Mer Hotep - Tebe – 1457 a.C. – Sarcofago dorato con ornamenti in turchesi e lapislazzuli.

"Mulder?"

"Cosa potrebbe esserci di sbagliato qui?" le sussurrò. Gli occhi fissi sul corpo bendato e rigido. Accanto, una testa d’uomo malamente dipinta su legno scadente.

"Cosa vuoi che ti dica?"

"Elyot diceva di aver notato che qualcosa non quadrava in questo sarcofago."

"No, Elyot parlava solo di una sensazione." Lo corresse Scully. Si guardò intorno, posando gli occhi sul corridoio buio alla sua destra. "Ora, possiamo tornare a casa?"

"Non lo so." Mulder sospirò. "C’è qualcosa che mi sfugge. Qualcosa… qualcosa è accaduta qui, Scully."

"Si, un’omicid…"

"Hai sentito?" Mulder la interruppe bruscamente. Si allontanò dal sarcofago e si avvicinò a lei. Solo pochi passi in quella direzione.

"No, non ho sentito nie…"

Ma lo avvertì anche lei.
Un sibilo.
Un gemito.
Un lamento.
Qualcuno che si avvicinava.
Dal corridoio dove giaceva ancora la sagoma del corpo di Clay Hawkins.

"Vado a vedere che succede." Sussurrò Mulder.

E all’improvviso lei ebbe paura.
Era viscerale. Qualcosa che proviene dal di dentro. Qualcosa di antico. Di sepolto e tramandato.
Lo afferrò per un braccio. Lui si voltò e i loro occhi si incrociarono.
Davvero.
Per la prima volta.
Dopo tanto tempo.

"Sta tranquilla." La rassicurò. "Do un’occhiata e torno."

Scully annuì e lo vide allontanarsi lentamente verso il corridoio.
I suoi passi erano misurati..
Si portò una mano al fianco ed estrasse la pistola. Dubitava che potesse servire a qualcosa. Ma averla in mano gli dava un senso di sicurezza.
Non ne sapeva il motivo.
Ma aver visto lo sguardo preoccupato della sua partner. Aver visto lo sguardo della sua partner. Punto. Gli fece desiderare di tornare da lei. Vivo. Sano. E vedere ancora quello sguardo.
Prese un respiro profondo e si inoltrò nel corridoio.
A pochi passi da lui, il neon di emergenza alla parete emetteva un debole alone sul pavimento.
I rilievi della scientifica erano durati tutta la giornata. Il posto era stato ripulito.
Nessuna traccia di sangue. Solo lo scheletro di un corpo che giaceva all’obitorio.
Non c’era nulla di anomalo.
Nessun sibilo. Nessun gemito strano.
Iniziò a rilassarsi.
Forse Scully aveva ragione. Non c’era nessun mostro. O se anche c’era, era apparso solo a Clay Hawkins ed Elyot Carson.
Fece qualche passo in avanti.
E poi lo sentì.
Un rumore sordo. Lontano. Strisciante.
Alzò la pistola e la puntò davanti a se, restando in ascolto.
Ancora.
Proveniva dalle sue spalle.
Si voltò. Il cuore gli tamburellava nel petto.
E quando lo sentì ancora, capì.
Dannato lui.
Dannata la sua curiosità.
Perché l’aveva lasciata sola?
Erano pochi metri alla fine del corridoio. Pochi metri, e sarebbe rientrato nella galleria. Eppure gli sembrò una distanza infinita. Gli sembrò che il tempo si fosse fatto pesante. O troppo veloce.
Perché quando arrivò, non seppe più cosa fosse il respiro. O alcuno dei sensi. Che lo abbandonarono, nell’istante in cui pose i suoi occhi sul corpo senza vita della sua partner.
Distesa a terra.
Il volto riverso sul pavimento.
E sangue.
Tanto.
Un’aureola che circondava il suo viso.
E si espandeva.
Mulder lasciò cadere la pistola, avvicinandosi lentamente e accovacciandosi accanto a lei.

"Scully…"

La sua mano tremò, quando tentò di accarezzarle i capelli.
Erano ancora caldi. Morbidi setosi.
Terrore.
Qualcosa che non aveva mai provato prima, si insinuò dentro di lui. Devastandolo. Frantumando il suo cuore in cenere ardente.
Distruttivo.
Assoluto.
Deglutì. A mala pena.
Quando lo sentì ancora.
Non lo sentì. In realtà.
Lo percepì soltanto. Alla sua destra.
Ebbe il tempo di voltarsi.
Di guardare la sua ombra nera e fluttuate avvicinarsi a lui.
Poi dolore.
Buio.
Una parola.
ISEFET.