TITOLO: Another Time - Denique
AUTRICE: Lezar
GENERE: MrS... mas o menos
RATING: R... mi sembra
SPOILER: Hollywood AD
DISCLAIMER: Non mi prendo la responsabilità di quello che Carter ha combinato.
FEEDBACK: Ovviamente si a theonlytruth@crazy-land.net

Enjoy!

 
Beatitudine. Paradiso di panna e seta.
Che altro si può pretendere di più?
Vi prego, voglio rimanere qui. Posso restare? Solo un altro po’ d’eternità. E’ tutto quello che chiedo.
Qui, proprio qui. Su questo letto. Tra queste lenzuola sudate e umide. Con il suo sorriso che mi fissa e paralizza e la sua pelle avvinghiata alla mia. Tra i nostri sospiri e le nostre labbra che si sfiorano. Con il suo calore che circonda il mio e la sua passione che inonda i miei sentieri.
Qui. Solo qui.
Chiedo solo di rimanere qui.

**

Non che non sapessi che prima o poi saremmo arrivati a questo punto. Cioè, era evidente. O, per lo meno, era evidente a tutte quelle persone che abbiamo incontrato negli ultimi sette anni (e ne abbiamo incontrate davvero tante). Anche al consorzio era evidente. E all’intera FBI. Alle guardie all’ingresso, agli agenti e alle segretarie, che riempiono i bagni con le loro chiacchiere.
A tutti.
E, è un po’ difficile dirlo, anche a noi. Solo che per noi era come un miraggio, un’oasi in mezzo al deserto a cui tendere, ma impossibile da raggiungere. Quasi un gioco, ecco.
Avevamo altre cose, noi. Avevamo un lavoro che era –ed è- gran parte della nostra vita. Avevamo la nostra partnership a visioni polari e la nostra amicizia. Avevamo quell’insolito cocktail di tenerezza e riverenza l’uno nei confronti dell’altro, e rispetto e confidenza e affetto. Avevamo tutte queste cose. E onestamente il sesso ci sembrava solo il passo che avrebbe complicato ogni cosa.
Così abbiamo continuato a camminare su quella sottile linea che divide due mondi. L’amicizia –per quanto stretta sia- dall’amore. Quel limbo che è senza nome e che sembrava bastarci.
Ma poi le cose iniziarono a cambiare, e non mi perderò in valutazioni su dove, come e quando. Perché successe. Lo so io, come lo sa lui. E questo è sufficiente.
Iniziò a cambiare qualcosa. All’inizio era solo una sensazione. Un po’ come svegliarsi al mattino e sentire nostalgia di un sogno. Poi la sensazione iniziò a diventare fisica e pericolosa. A sentirsi sulla nostra pelle. E divenne desiderio di qualcosa che non avevamo e volevamo avere.  I nostri occhi ne divennero carichi e, se all’inizio potevamo nasconderlo, poi divenne sempre più difficile, finché fu impossibile, e rimanemmo nudi, alla luce del sole.
Così.
Accadde.
Iniziammo a sentirne il bisogno. Era una necessità.
Per quanto fosse difficile ammetterlo –e ci costò molto, credetemi-, dovevamo varcare quella soglia, dovevamo aggiungere a tutte quelle cose che avevamo già, la passione e l’intimità.
Ne sentivamo la mancanza.
Di lui.
Sentivamo la mancanza del sesso.
E’ strano sentire la mancanza di qualcosa che non si è mai avuta, è quasi un vuoto che ti corrode dentro. O un fuoco, nel nostro caso.
Era una situazione nuova ed era difficile gestirla.
Poi Mulder è partito per l’Inghilterra ed io ho incontrato Daniel, capendo molto di più di quanto non abbia mai fatto negli ultimi sette anni.
Fu un tuffo nella mia vita, in ricordi e sensazioni lontane. Fu un continuo squarciare e ricomporre e scoprire nuovi sentieri, cancellando per sempre le false piste.
Fu così.
Semplice e diretto, eppure mi colpì con tanta forza che persi l’equilibrio e il mio cavallo iniziò a cavalcare senza una guida sicura.
Pensavo che Mulder sarebbe stato via più a lungo, che quel tempo, anche se breve, mi avrebbe permesso di riprendere in mano le redini e il mio galoppo.
Ma non fu così. Perché l’imprevedibilità, che è sempre stata sua, uscì dal cilindro del mago e me lo fece incontrare lì dove non avrei dovuto. E mi fece fare cose che non pensavo dovessero accadere. Non così presto.
Non so perché ci lasciammo andare, perché gli parlai in quel modo, perché lui si mise quei dannatissimi boxer di seta neri, ignorando o dimenticando gli effetti del suo corpo.
Forse eravamo stanchi e frustrati. O forse, nella nuova dimensione in cui eravamo piombati, con quella necessità che sentivamo impellente, la stanchezza e la frustrazione presero il comando e fluirono con i nostri corpi.
Avevo paura, quando tutto fu finito e il suo respiro suonava sotto di me come la più bella delle melodie.
Avevo paura e glielo dissi e lui mi concesse l’eternità per arrivare a lui.
E giuro che non lo sapevo.
Non sapevo di essere così.
Perché all’inizio non era così. Non era voluto.
Il bottone era saltato dall’asola senza che me ne accorgessi.
La lavanderia aveva combinato un pasticcio con il mio tailleur e la gonna si era misteriosamente ristretta.
Ma poi vidi l’effetto che gli errori facevano su di lui. E iniziai a divertirmi.
Un divertimento innocente e quotidiano. Me lo faceva sentire vicino, nonostante la distanza.
Fino a che non parlò. Non sputò fuori ogni cosa.
E vidi il suo sguardo stanco e ribelle, la sua energia sudare sui pori della sua pelle e sbatacchiare i suoi capelli come quelli di un bambino.
Decisi di parlargli, di dirgli che avevo scelto.
Ma una telefonata bloccò ogni cosa.
Un omicidio bloccò ogni cosa. Una dannatissima coppa. O forse quel maledetto produttore, con le sue battutine insinuanti che cementarono il nostro sparuto coraggio nell’imbarazzo.
Così, eccoci qui.
Quattro settimane di ferie forzate, passate a girovagare sul set di uno stupidissimo film.
E che film poi. La nostra vergogna. La nostra rovina.  Non che mi importi. La nostra reputazione è già sotto terra, tante grazie.
Ma è stato imbarazzante vedere su uno schermo gigante la pellicola indiscussa dei nostri sogni.
Mulder mangiava pop-corn quando l’ho trovato.
Il caro, vecchio skinnettino ci aveva dato la carta di credito della vecchia signora FBI –era il minimo-, ed io ho colto l’occasione.
Divertiamoci, siamo ancora giovani.
Oddio, non è stata una pazza nottata in discoteca. Ma è stata una serata pazza lo stesso. E dolce. E rivelatrice. E lussuriosa. E un mucchio di altre cose.
Un vecchio locale che dava sulla baia di Santa Monica. Non era il più elegante. Né il più costoso. Né il più frequentato.
Ma preparano una pasta alla marinara meravigliosa. E Mulder lo sapeva (che avesse già programmato tutto?). C’era una melodia soul in sottofondo, zuccherosa e chiara. E le onde del mare.
E poi c’era Mulder, il piatto migliore. Allegro, beffardo, irriverente, dolce e galante. Con quella luce monella negli occhi che mi mancava.
Abbiamo parlato. Di ogni cosa. Di cose stupide. Di ricordi. Di argomenti seri e ammiccanti. Non abbiamo parlato di lavoro, ma, soprattutto, non abbiamo parlato di quella cosa. Non so perché. Forse non ne sentivamo la necessità, o forse il momento parlava da solo.
Era quasi l’una, ma la nottata era troppo bella per darci la buonanotte e rinchiuderci nelle nostre stanze. Così abbiamo camminato silenziosi lungo il mare. Mano nella mano. Come ragazzini.
Per nulla imbarazzati, o strani.
Semplicemente noi.
Siamo arrivati in un piccolo hotel dalle porte ampie e ariose. L’insegna diceva che era a quattro stelle, ma non aveva nulla di quello spocchioso albergo da star dove eravamo stipati da settimane. No, niente affatto. L’interno riservava morbidi divani in pelle grigia, faretti smorzati, e legno alle pareti, legno sui tavolini, tanto legno. E tanto azzurro. E blu. E turchese e ceruleo e cobalto.
Una distesa marina e una barca in cui riposare.
Abbiamo chiesto una camera. Senza pensarci. Tra lo sguardo dubbioso del tizio al bancone e le nostre mani che sudavano.
La stanza era magnifica.
Intima, piccola e silenziosa.
Abbiamo fissato il mare dal balcone, fino a che non ho sentito le sue labbra sfiorarmi il collo e la mia pelle fremere. Fino a che non mi sono voltata e ho incontrato il suo sapore. Fino a che non ho sentito la zip del mio vestito calare via, la sua giacca e la sua camicia finire nel vuoto. Fino a che non l’ho sentito su di me e sapevo che la nostra estate era giunta.
Senza parole.

**

Rimanere qui.
Nulla esiste, eccetto i nostri corpi.
Il mio ormai fiacco, il suo teso ancora un attimo prima di crollare su di me. Morbido e senza peso.

-Vacci piano dolcezza. Non sono più un ragazzino.- sento che mormora sotto di me. La sua voce è un fremito appena, assonnata e dolce.

-Come mi hai chiamata?- ribatto io.

Si, stanotte voglio giocare.
Perché è follia e pazzia. E il mondo non c’è e ci siamo solo noi. Perché mi sento viva, e voglio che la vita perpetui il suo imperativo.

-Zuccherino?- mi fa impertinente, mentre solleva il capo e mi guarda con occhietti scuri e sorridenti.

Vuole giocare anche lui.

-Pasticcino? Coniglietta? Tesoruccio?

Non mi da il tempo di rispondere, perché lascia che le sue labbra tacciano le mie.

-Allora, Scully- fa poi. Il tono cadenzato e sexy, pericolosamente vicino al mio orecchio.- Suppongo che tu abbia preso una decisione, giusto? La mia tortura è finita?

-Suppongo di si.

-Sia chiaro.- ribatte lui, sollevandosi e mettendosi al mio fianco.- Non che non fossero graditi sguardi e bottoni saltati. Solo… voglio la mia parte.

Come dirgli di no? E’ come dire di no ad un bambino.
Non si può. Non è corretto.
E’ sempre lui a vincere.

-Bene- faccio io. Perché onestamente non so cos’altro dire.

Non riesco a pensare davanti ai suoi occhi. Non se mi guarda come se fossi una Venere rossa appena scesa dall’Olimpo. Non se inizia a mordicchiarmi il collo e ad accarezzarmi il fianco. Non se mi ricopre con il suo corpo e sento che la sua beatitudine è ricominciata.
Mi chiedo come faccia. Da dove gli arrivi tanta energia.
Riuscirò a resistergli?

 

 

FINE

 

Raccogliete le vostre mascelle. Lo so, non scrivo così. Ma la vita è dura e noi dobbiamo esserlo di più, così è meglio lasciare piccoli spiragli alla follia.
Un saluto a tutti i miei lettori. Spero di ritornare presto.
Besos a Todos.