TITOLO: The End for a new beginning II parte
AUTORE: Lezar82
GENERE: Msr, Angst, Mulder POV, Scully POV... poi non so.
RATING: PG-15...
SPOILER: Per Manum
DISCLAIMER:bla,bla,bla... la solita solfa, XF e i suoi personaggi non mi appartengono, non voglio violare alxun copyright ecc, ecc...
COMMENTI: Ci terrei anche solo per sapere se l'idea che ho avuto vi ha fatto piacere! a lezar82@supereva.it
NOTE: allora, prima di iniziare alcune cosette... proprio per far contenti quelli che sono fissati con la cronologia, vi dico che la prima parte della ff è ambientata  subito prima del doppio episodio A Christmas Carol/Emily... la seconda parte subito dopo il secondo flashback di Per Manum (quando Scully dice a Mulder che la cura non ha funzionato)... mentre però nella prima parte ho tentato di improntare una relazione tra i due molto simile alla serie, in questa parte ho sapientemente evitato di adeguarmi alla distorta visione del mondo di CC (una donna e un uomo che decidono di avere un bambino insieme, in qualunque modo esso sia, non possono essere soltanto vecchi e cari amici...). BUONA LETTURA!

 

Scully's Apartment
Georgetown
Washington DC
Ore 3, am

 

Che faccio qui?
O meglio, riformuliamo la domanda... che faccio qui, disteso sul divano di Scully lasciando che l'oscurità riempia i miei occhi e un sottile lenzuolo sembri una gabbia troppo piccola per potermi contenere?
Credo che sia questa la domanda più giusta...
E la risposta è.... è.... non lo so.
E perchè non lo so?
Perchè... perchè.. non lo so.
Mi sto dando risposte molto esplicative, non trovate?
Ma giuro che sto pensando a motivi plausibili  per la mia attuale condizione che ha fatto scappar via il sonno a gambe levate come i gatti randagi che fuggono alle mani tentacolari dei bambini.
Randagi...
Bella parola... ha molto a che fare con lo stato mentale del mio animo in questo momento.
Ecco... mi sento randagio, intento a vagare per vie oscure e infinite di una città sconosciuta, abbandonato dal suo vecchio padrone e all'infima ricerca di qualcuno che possa rendermi maggiore calore del fuoco di fiammifero pronto a spegnersi ricevuto prima. Ma non è una ricerca facile... sarò costretto a vagare per vicoli e interi quartieri, spilucchiando l'immondizia dei cassonetti e assaggiando calci e pugni... e forse, e dico forse, solo allora riuscirò trovare qualche piccola paffuta manina che mi raccoglierà dal freddo della pioggia di ritorno da scuola e mi porterà nella sua casa, al caldo.... al sicuro... mi porterà in questa casa.
Questa casa... tutte le strade portano a questa casa, tanto per parafrasare un vecchio proverbio.
Non importa quali scorciatoie imbocchi, quali strade interne, quali viottoli... alla fine arriverai sempre qui.... in questa casa... colonna miliare del tortuoso percorso che è stata la mia vita... la nostra vita.
La vita mia e di un'altra persona che distesa in un freddo letto lontano pochi passi da me, cerca di scacciare i suoi demoni.
Ed io dovrei essere lì con lei...
Ed io invece sono qui e non so perchè...
Però... aver ragionato tanto sul mio attuale stato emotivo per giungere ad un ipotetico perchè è una gran bella soddisfazione.
Eppure dovrei saperlo il motivo...
Gliel'ho detto io il motivo... gliel'ho spiattellato in un sussurro poche ore fa tra lacrime e frustrazione e rabbia e dolore che emergevano nitide dai nostri occhi... dalla nostra pelle... delle nostre bocche...
"Non smettere di credere in un miracolo" le ho detto
Non smettere di credere... le ho detto... ho detto a lei... e a me?
A me l'ho detto?
Non lo so... diamine non lo so... non sono molto sicuro di dove fosse la mia mente in quel momento, se con lei o ad annegarsi nelle lacrime che ha visto nei suoi occhi.Troppe cose sono successe in poco tempo... troppe  perchè le si possa assimilare e capire e razionalizzare...
Non che poi ci sia molto da razionalizzare in tutto questo.
La ragione centra poco o forse nulla... è più questione di pelle e istinto e di impulsi irrazionali che circolano liberi nelle vene non appena si da loro un piccolo spiraglio per respirare.
Non credo che Scully, quando mi ha telefonato in ufficio pochi mesi fa e con voce tremante mi ha chiesto se volevo aiutarla a diventare madre e ha ascoltato a lungo il mio respiro attraverso la cornetta prima di dirmi "pensaci" e chiudere, avesse sfoggiato la sua consueta razionalità. E neanche credo lo abbia fatto io quando sono arrivato qui poche ore dopo e le ho detto di si mentre si scioglieva in un pianto liberatorio. Non è che sia mai stato molto razionale nelle mie scelte di vita... anzi non lo sono mai stato...ma per lo meno mi rendevo conto delle mie azioni, dei miei gesti... ero consapevole di essi. Questa volta invece il mio cervello ha chiuso i battenti per qualche settimana, per tutto il tempo in cui sono andato in quella dannatissima clinica a donare una parte di me affinchè il miracolo si compisse, per tutto il tempo in cui ho atteso fuori, seduto su un freddo sedile, mentre un minuscolo tubicino impiantava nostro figlio nel ventre di sua madre, la prima... la seconda volta... le terza volta... l'ultima... quando Scully mi teneva la mano e tremava, mi teneva la mano e non voleva lasciarla, mi teneva la mano quando il dottore la invitava ad entrare per giocare l'ultima carta all'insolito poker che avevamo intrapreso, mi teneva la mano quando la facevo alzare, le baciavo la fronte, le baciavo le mani e le dicevo di entrare con un sorriso di speranza che sorprendeva anche me.
E d'un tratto, non appena lo scatto della porta annunciava che l'ultima partita stava per finire, la mia testa aveva ripreso a funzionare... e a capire...
A  capire che diventare padre era diventata una delle sue prime priorità.
A capire che la relazione con quella donna che ti aveva affidato la tua anima da quel giorno sarebbe per forza di cose cambiata... e sarebbe cambiata in meglio.
A capire che se anche quel tentativo fosse sprofondato negli abissi di un oceano troppo nero le loro anime si sarebbero inesorabilmente spezzate e avrebbero fluttuato in un brodo di nulla e sordità, soffocate da un dolore troppo grande per poter essere assorbito dallo scandire dell' orologio che scorre sulle nostre vite.
Era una bella favola... o forse un bel sogno... il cavaliere che salva la sua donzella dal drago cattivo per coronare il loro sogno d'amore.
Ma tanto per riscrivere la storia, il destino stabilì che il lieto evento dovessere essere cambiato e il finale della storia dovesse adeguarsi ai moderni tempi dell'oblio, dove la maggiorparte delle speranze si infrangono al suolo come bicchieri di cristallo e ci si crogiola nell'improvviso vuoto e nella stanchezza che ci rimangono mentre ne raccogliamo i pezzi per gettarli insieme agli altri rifiuti della nostra vita.
...........
E io le ho detto "Non smettere di credere in un miracolo"
Perchè l'ho fatto?
Perchè se non ci credevo neanche io?
Perchè aveva bisogno di conforto e speranza questa sera...
Perchè un miracolo può sempre avvenire...
Perchè la vita è imprevedibile...
Perchè...
Cazzate!
Io lo so perchè!
Lo so.
Perchè non volevo consolare lei, no... non volevo consolare solo lei.
Stupido egoista... volevo consolare anche me stesso!
Ho sopportato tanto nella mia vita. Ho visto le mie illusioni, le mie speranze, la mia erta strada sgretolarsi davanti e dietro di me lasciandomi sul un puntello si roccia in  mezzo al nulla.
L'ho sopportato piangendo e soffrendo in silenzio e continuando ad andare avanti nonostante tutto.
Ma questo no, non posso sopportarlo.
E se non posso sopportarlo io, io che in fondo in questa storia sono entrato in punta di piedi prima di farmi coinvolgere totalmente... non oso immaginare cosa stia provando lei in questo momento. Certamente un dolore più nero del mio, più radicato del mio, che si è insinuato subdolo fin da quel giorno in cui ha scoperto di non poter generare un'altra vita, fin da quando le ho detto titubante nello squallido ascensore dell' Hoover Building che le nascondevo la verità facendomi piccolo davanti alla sua anima e maledicendomi in ogni lingua conosciuta e non, soprattutto sapendo che lei avrebbe capito i motivi della mia reticenza e mi avrebbe perdonato... come sempre.
Scosto le lenzuola e mi isso in piedi, aspettando e sperando che l'oscurità che mi circonda mi accolga tra le sue braccia e mi seduca lasciandomi svuotato e privo di energia.
Ma invece dell'oscurità inizia ad avvolgermi il suono rotto e strozzate di due occhi che si sforzano di alleviare un corpo reso ormai troppo gracile dalle troppe sofferenze in cui è intrappolato.
E mi ritrovo a camminare esitante fino alla sua stanza, al suo letto dov'è rannicchiata e scossa da inconsueti tremori che potrebbero essere scambiati per epilessia se non sentissi profondi singhiozzi provenire dal fondo della sua gola.
Rimango a fissarla e non riesco a parlare.
Non l'ho fatto da quando si è districata dal mio abbraccio.
Non l'ha fatto neanche lei.
Mi ha evitato, ci siamo evitati. Lei in bagno per quasi due ore e poi nella sua camera da letto.
Io in salotto a fissare lo schermo piatto e grigio del televisore.
Ma adesso sono qui e la guardo e l'unica cosa che vorrei fare è unirmi alla sue lacrime e soffrire con lei e trasferire il suo dolore dentro di me.
Mi siedo alla sue spalle e continuo a non parlare.
Le sue mani sono giunte e vicino al capo, troppo simile ad un'insperata preghiera. E le ricopro con la mia e continuo a non parlare.
Non abbiamo bisogno di frasi fatte e della monotonia delle parole a meno che esse non sgorghino dal profondo della propria anima.
Ma voglio dirle che ci sono, che non me ne sono andato, che sono con il suo dolore, che soffro con lei.
Smette di singhiozzare, nonostante i suoi occhi continuino a versare acri lacrime sulle sue guance.
Si volta e mi guarda e lascia che le accarezzi il viso e mi permette di salire sul suo letto e di sedermi accanto a lei e di prenderla in grembo e lasciare che poggi la sua guancia sul mio petto... e lascia che la stringa forte a me e l'avvolga con le mia braccia.
E intanto continua a guardarmi e a piangere silenziosa.
E io guardo lei.
E lei guarda me.
Strano valzer di occhi il nostro.
Poi la sento. Avvicinarsi a me ancora più di quanto non lo fosse già, sfiorare il mio viso con il suo e riprendere a dare libro sfogo alla sua anima, aggrappandosi a me per non sprofondare per sempre.
"Che vuoi che faccia Scully, dimmi che posso fare per alleviare il nostro dolore", ho il coraggio di dire, inconsapevole di dove il mio corpo abbia trovato l'ispirazione e la forza per una simile frase.
E so di iniziare a piangere, incapace di trattenere lacrime che da troppo tempo erano sull'orlo dei miei occhi pronte per sgorgare come un fiume in piena.
"Amami", mi risponde tra i singhizzi "Non ce la faccio da sola... Amamiamamiamamiamamiamamiamami", continua in una cantilena.
"E' quello che sto facendo... è quello che voglio fare... è quello che farò per il resto della mia vita se lo vorrai"
E sono appena consapevole di quello che accade.
Un dialogo ridotto a poche parole, due corpi intrecciati come le fila della catena della vita, suoni confusi e immagini contorte e in preda all'estasi, e il tentativo di riuscire lì dove la scienza con le sue umane menti e i prodotti materiali dell'intelletto ha fallito.
Non so perchè ci stiamo finalmente concedendo quel piacere che ci siamo a lungo negati mentre attraversavamo l'inferno per raggiungere la spiaggia del Purgatorio. Non so perchè sta accadendo ora, non so perchè stiamo cercando di creare una vita nel più classico dei modi pur consapevoli che questo non accadrà, impegnandoci e dando tutto ciò che abbiamo di noi stessi per riuscire nell'impresa.
Non lo so.
Non so che accadrà domani.
Non so che accadrà fra un mese... o due.
Non so se quando ci sveglieremo scopriremo che è stato il più bello dei sogni  o il peggiore degli incubi.
Non so se questo è l'atto conclusivo di un film che nessuno andrà a vedere e noi ci ritroveremo bloccati nel limbo.
Non lo so
Ma so quello che sta accadendo adesso
So che significa per lei e so che significa per me.
Lo so.
E non voglio che finisca.

 

NOTE PRIMA DI ANDARE AVANTI: allora... quello che ho scritto sopra potrebbe (e sottolineo cento volte) essere effettivamente accaduto dopo la scena di PM... certo CC non ci farà mai vedere nulla di tutto questo nè ci farà mai sapere come è stato concepito William (troppa grazia poi)... nè il mio vuole essere un tentativo di spiegarlo (non ci siamo per nulla con i tempi); sta di fatto però che Will in qualche modo è stato concepito, e se l'IVF non ha funzionato e il bambino è di Mulder i due devono per forza aver passato una notte insieme... vuoi una volta, vuoi più di una, questo poco importa.... Ehm... mi sono persa... ah, si... tutto ciò che sta sotto, contrariamente alla prima parte, esula dalla serie, da quello che CC ci ha fatto vedere e/o intendere, me lo sono inventata di sana pianta. Spero vi piaccia lo stesso! Buona lettura!

 

XoXoXoXoXoXoXoXoXoXoXoXoXoXoXoXoXo

new-new-new-new-new-new-new-new-new-new-new-new-new-new-new

Scully's Apartment
Georgetown
Washington DC
Ore 6, am
Three mounths after

 

Mi piace guardarlo dormire.
La mattina presto, mentre Washington è ancora addormentata, la casa immersa ancora nel silenzio e nel calore della notte, i nostri corpi vicini e cullati dal tepore delle coperte e i raggi di sole che filtrano dalla tapparelle troppo lievi e sfocati perchè possa essere pienamente mattina.
Più volte in passato ho visto i suoi occhi arrendersi alla stanchezza nel sedile passeggero di una delle  tante automobili prese a noleggio... o ai tranquillanti di uno dei tanti, troppi,  ospedali che abbiamo visitato negli ultimi anni.
Era un sonno tormentato il suo, e il mio un guardare preoccupato.
Ora è diverso.
Lui è diverso... lo sono anch'io.
E questa situazione è diversa.
L'ho sperimentato per la prima una mattina di tre mesi fa, dopo la tacita preghiera che c'eravamo scambiati solo poche ore prima. Non perdere la speranza. Nessuno dei due. E tentare.
Quando mi svegliai, il corpo ancora intorpidito e gli occhi di sonno... ma lui era accucciato accanto a me con un'espressione completamente rilassata. I capelli erano sparati in una dozzina di direzioni... un velo scuro di barba gli velava le guance... le labbra leggermente socchiuse. I miei occhi avevano iniziato a bagnarsi, e non solo per la meravigliosa sensazione di pace che mi aveva colta in quel momento, a quella vista. No. Ma per la consapevolezza di ciò che era accaduto fra noi... e per ciò che esso significava.
Certo, il nostro rapporto era cambiato da tempo. Preventivare un figlio non è come comprare un cane. Ma... avevamo fatto solo questo. Preventivare. Anzi, avevo fatto solo questo. Mulder mi aveva semplicemente seguita. Non avevamo mai parlato di famiglia, matrimonio, convivenza. Non aveva preteso nessuna promessa da me.  Aveva detto solo "si"... aveva detto "si, voglio aiutarti"... aveva detto "si, prendi una parte di me se ti serve"... aveva detto "si, possiamo fare un figlio". Non mi aveva mai chiesto "voglio essere il padre di mio figlio". Non mi aveva mai chiesto di pensare al dopo.
All'inizio credevo che il seguirmi in quell'impresa fosse solo un tacito modo per scusarsi del male che era più che convinto di avermi provocato.
Ed io non gli avevo chiesto spiegazioni di sorta.
Ma poi dopo i primi tentativi, il suo sguardo, i suoi gesti...  non erano quelli di un caro amico, non solo. Nei suoi occhi, nelle sue premure verso di me  la vivida speranza che il miracolo si compisse. La speranza di diventare padre.
Era quasi divertente vederlo impacciato e teso. Nei giorni di attesa, prima che l'ennesima sentenza di morte venisse emessa.
"Vuoi qualcosa di particolare per cena?".
"Dovresti riposare di più".
"Non è necessario che tu faccia quell'autopsia".
"Vengo da te e ci vediamo un film in TV".
"Vai a casa, che ai rapporti ci penso io".
Era entrato nella mia quotidianità, come il caffè con panna in ufficio o lo stridulo beep della sveglia al mattino.
Non era più essere solo colleghi stretti o buoni amici.
Iniziava ad affiorare qualcosa che entrambi eravamo consapevoli di custodire.
E sapevamo che stava accadendo.
E non facevamo nulla per forzarlo.
Succedeva e basta.
Lentamente e costantemente, come il lento svuotarsi di una clessidra.
E lasciavamo che accadesse.
Ma contemporaneamente le speranze crollavano una ad una.
E la felicità diventava speranza.
E la speranza rassegnazione.
E la rassegnazione dolore.
Quando andai dal medico, tre mesi fa, con la quasi assoluta certezza che anche l'ultimo tentativo era fallito e un flusso di sangue e dolore stava trascinando anche le nostre anime, non volli che venisse con me.
Speravo di non coinvolgerlo nella mia sofferenza.
Ma ormai anche lui era dentro.
Anche per lui il dolore fu fisico e intenso.
E mentre mi stringeva a lui, mentre mi diceva di non smettere di credere in un miracolo, io maledivo me stessa, per averlo trascinato in quell'abisso.
Solo quando rimasi sola nella mia stanza. Quando mi misi sotto le coperte e avvertii i primi brividi assalirmi, capii che ormai non potevo più fare a meno di lui. Che forse non sarei mai uscita da quell'incubo, ma che sicuramente non sarei riuscita a farlo se lui non fosse stato accanto a me.
E da allora.
Continuiamo il nostro lavoro.
E viviamo la nostra vita insieme.
E andiamo a dormire nello stesso letto la sera.
E ci svegliamo nello stesso letto la mattina.
Credo che Mulder sappia che il mattino presto mi soffermo a guardarlo.
Ma non dice niente.
Non ha mai detto niente.
"Mi basta vederti felice", mi ha detto la mattina di tre mesi fa, dopo essersi svegliato, "il resto non ha più importanza".
Questa è una delle tante mattine.
Ieri sera, siamo arrivati a casa stanchi e assonnati.
Il più stanco dei due era lui, ma ha insistito per vedere un film in videocassetta.
A metà del primo tempo si è addormentato sulla mia spalla e ho dovuto svegliarlo ai titoli di coda, trascinandomelo letteralmente in camera da letto.
Voleva mettersi sotto le coperte completamente vestito, il che doveva essere una delle sue abitudini prima che iniziasse a dormire con me.
Sono riuscita a togliergli pantaloni e maglietta, prima che crollasse sul cuscino.
A volte è peggio di un bambino.
Ma questo già lo sapevo, prima ancora che iniziassimo a vivere insieme.
Oggi è sabato.
Ho iniziato ad adorare i sabato mattina.
Niente ufficio e possiamo stare insieme tutto il giorno.
Possiamo toccarci tutto il giorno, senza gli sguardi indiscreti e maliziosi del Bureau.
Riusciamo a fingere bene quando siamo in pubblico, a volte ci lasciamo andare solo nel seminterrato.
Non abbiamo molte visite e i rischi sono ridotti praticamente a zero.
Skinner credo inizi a sospettare qualcosa. Ma non è persona da spettegolare in giro o da rovinare le vite alle persone... a Mulder e a me nello specifico.
La nostra resta comunque una situazione strana.
E prima o poi dovremo risolverla.
Mulder praticamente vive da me.
Ha un suo posto nell'armadio, le sue videocassette -quelle decenti-, i suoi libri. Gli ho concesso anche il pallone da basket, a patto che non rompa nulla e non inizi a disturbare troppo i vicini.
Si reca una volta alla settimana a casa sua per recuperare qualche pezzo che ha dimenticato e per dare da mangiare ai suoi pesci.
L'altro giorno il padrone di casa mi ha fermata sulle scale, chiedendomi se volessi cambiare il contratto di affitto. Mi sono limitata a digli che "il mio collega dorme momentaneamente da me per un problema al suo appartamento". Ci ha creduto... ha fatto finta di crederci. Tutti nel palazzo sanno come stanno le cose. Le nostre urla la notte non sono esattamente ciò che potrebbe essere considerato discrezione. Mi chiedo se, un giorno di questi, debba mettere un annuncio ufficiale nella bacheca dell'atrio, assieme agli avvisi delle riunioni di condominio.
Ma Mulder non può assolutamente rompere il suo contratto d'affitto.
L'FBI verrebbe a sapere della nostra situazione, ci dividerebbero e chiuderebbero gli X-Files.
E questo per il momento non deve accadere.
Il programma di oggi dovrebbe essere molto simile a quello di tutti gli altri sabato dei mesi scorsi.
Rimarremo nel letto più del dovuto, andremo al suo appartamento, compreremo qualcosa da mangiare per strada e ritorneremo qui.
Non possiamo trascorrere un sabato mano nelle mano nel parco di Washington.
Andarcene in giro e pranzare in bel localino.
Ma per ora ci basta questo.
 
Inizia a stropicciarsi gli occhi.
Si sta svegliando.
Di solito, il sabato mattina si sveglia intorno alle 7:30 e rimane nel letto fino alle otto almeno, costingendo anche me a farlo.
Ma ieri sera ha dormito due ore buone sul divano che vanno a sottrarsi a quelle dedicate al sonno notturno.
Apre gli occhi pigramente, per poi richiuderli e sistemarsi  comodamente sul mio sterno, chiedendo implicitamente un pò di collole. Resterebbe ore su di me, se questo significasse ore di carezze sul suo viso e sui suoi capelli.
Chi l'avrebbe mai detto di Mulder?
Sa diventare un gran pantofolaio quando vuole, come un cucciolo che si accoccola davanti al fuoco di un caminetto.

"Buongiorno" inizio, tracciandogli il contorno del mento con le dita.

Lui mi sorride, prima di sollevarsi a fatica, darmi un timido bacio e sistemarsi accanto a me.

"'giorno", risponde, stropicciandosi gli occhi.

"Ieri eri proprio stanco".

"Lo so... ma mi è piaciuta molto la parte i cui tu mi spogliavi...", sorride sornione.

"Pensavo fossi troppo assonnato per accorgetene"

"Mai"

"Allora che si fa stamattina?", mi chiede, dandomi lievi baci sulla tempia.

"Quello che facciamo tutti i sabato mattina?"

"Non devo andare al mio appartamento"

"Colazione?"

"Ancora è presto per la colazione"

Inizia a baciarmi il collo.

"E allora che vuoi fare?"

Domanda retorica la mia, inizio ad intuire i suoi progetti... almeno quelli a breve termine.

"Non lo intuisci?"

Al momento non ho le facoltà per rispondere.
Inizio a perdere lucidità e lascio che le sensazioni mi avvolgano completamente.

 

XoXoXoXoXoXoXoXoXoXoXoXoXoXoXoXoXo

 

Scully's Apartment
Georgetown
Washington DC
Ore 7:30, am

 

E' una bella sensazione.
Essere stanchi poco dopo essersi svegliati, intendo.
Beh... è bello pensando al motivo per cui si è stanchi.
Decisamente un bel motivo.
Scully è in cucina, prepara la colazione.
Di solito, dopo essere stato intimato di rimanere a letto e farle fare tutto il lavoro, la seguo in cucina. Lei alza gli occhi al cielo, io la bacio, le sorrido e iniziamo a lavorare insieme.
Questa è la prima mattina che le do retta.
Ma avevo bisogno di starmene un pò da solo a pensare.
Naturalmente poco fa non abbiamo usato protezioni.
Non abbiamo bisogno che qualcosa blocchi la corsa dei miei spermatozoi verso il suo utero o li uccida prima del tempo.
Contraccettivi eliminati dal nostro vocabolario.
La speranza c'è ancora.
Scully non sa che, se dovesse rimanere incinta, la trascinerei in municipio il giorno stesso in cui me lo dice.
Non gliel'ho detto. Voglio che sia una sorpresa.
Non è che non possa farlo ora.
Sposarla intendo.
Ma è passato troppo poco tempo e al momento abbiamo troppo da perdere.
Non è che poi sia una scelta difficile per me.
Chi sceglierei tra Scully e gli X-Files?
Scully, è ovvio.
Continuerei le indagini per conto mio, fuori dagli schemi e dalle direttive come ho sempre fatto.
Ma lei ha bisogno del suo lavoro, ha bisogno di indagare, di litigare dialetticamente con me in ufficio, di scrivere rapporti.
Ed io non posso negarle tutto questo.
Non abbiamo superato il trauma che ci ha colpiti, benche la situazione sia notevolmente migliorata rispetto a tre mesi fa.
E il lavoro fa bene ad entrambi.
Non abbiamo ancora archiviato la faccenda nella sezione "Traumi del passato da superare ma non dimenticare"
Nella sezione in cui sono finiti anche il rapimento di mia sorella -forse-, la morte di Melissa, il rapimento di Scully e il suo cancro.
Ma decisamente la situazione non può continuare così per molto.
Praticamente abito da lei, vivo con lei in ogni momento e la cosa... è la cosa più bella che mi potesse capitare nella vita.
Qualche settimana fa la signora Scully è arrivata all'improvviso.
Fortuna ha voluto che quel giorno avesse dimenticato le chiavi.
Altrimenti lo spettacolo non sarebbe stato tanto piacevole... essendo lei in quella categoria di persone classificate come "madri" e si sa che il desiderio di una madre -di quasi tutte almeno- è vedere la propria figlia su un altare con il velo e l'abito bianco e il proprio genero ad attenderla speranzoso, sapendo bene ciò che accadrà quando i novelli sposi arriveranno nella nuova casa ma facendo finta di non saperlo.
Semplicemente eravamo avvinghiati sul divano, completamente nudi e stavamo per giungere nel punto di non ritorno.
All'inizio abbiamo ignorato il campanello, ma al "Dana, sono io... puoi aprire che ho dimenticato le chiavi" siamo saltati in piedi come molle e nel giro di pochi minuti lei si è ricomposta -più o meno- ed io mi sono fiondato nudo in camera da letto, portando con me il resto dei nostri vestiti.
Ho sentito le loro voci mentre cercavo di rimettermi in sesto.
Ma credo fosse comunque evidente cosa Scully ed io stessimo facendo prima che lei arrivasse, data l'occhiataccia che mi ha rifilato Maggie quando sono arrivato in salotto, l'ho salutata brevemente e mi sono rifugiato in cucina.
La signora Scully sa.
Sa che praticamente vivo a casa della figlia.
Sa che ho una relazione con lei.
Scully glielo ha dovuto dire una sera e le ha detto anche, nel modo più gentile possibile, di non impicciarsi in quella parte della sua vita.
Ma anche se Maggie sa, meglio non condividere questioni così intime con lei.
Anche perchè poi, al di là dell'imbarazzo che ne avremmo, inizieremmo a toccare questioni di cui preferirei non parlare.
Religione in primis.
Può accettare una cattolica convinta che sua figlia conviva con un uomo o che non si sposi in chiesa? Può accettare che sua figlia abbia una relazione con un ateo, o al massimo ebreo, benchè non pratichi più la religione dalla Pasqua del '72, quando mia madre invitò a casa un paio di vicini per festeggiare secondo tradizione?
Onestamente non so.
E, a quanto pare, neanche Scully gradisce molto l'intervento di sua madre nella sua vita sentimentale. Credo che abbiano avuto una seria discussione in passato sull'argomento, ma Dana non me ne ha ancora parlato... quando vorrà farlo io sarò qui.
Per il momento lascio che la situazione resti in stallo, poi si vedrà.
 
Mi alzo stancamente dal letto.
Scully ci sta mettendo più tempo del solito.
Mi trascino in cucina e quello che vedo onestamente mi piace poco.
C'è del latte sul pavimento e dal cartone disteso per terra ne esce altro.
Lei è appoggiata al tavolo con entrambe le mani.
Che diavolo è successo?

"Dana?", le sto a pochi millimetri e le appoggio una mano tremante sulla spalla.

Lei si volta, notando la mia preoccupazione.

"Mi dispiace di aver versato il latte".

Stacca le mani dal tavolo, cercando di ricomporsi, ma la faccio voltare verso di me prendendole il viso tra le mani.

"Che vuoi che mi importi del latte?"

"Ho avuto un capogiro", ammette finalmente.

Ma c'è qualcos'altro, perchè la Dana Scully che conosco io dice "Sto bene" anche quando sta molto male.
Ok, Fox, calmati...
Che diamine sta succedendo?

"Dana?"

Continuo a tremare.
Non era così che avevo immaginato la giornata.

"Davvero Mulder, è stato solo un capogiro"

Fa un sorriso forzato, si divincola e si piega sul pavimento per recuperare il cartone del latte.
Quando fa così mi fa letteramente incazzare.
Non posso pretendere di privarla del tutto dei suoi spazi e della sua indipendenza... non voglio. Neanche lei lo fa con me, anche se non ce n'è bisogno perchè solitamente mi limito i miei spazi da solo.
Ma, diavolo! Gradirei essere informato sulla sua salute!
Lei lo sa, sa che la mia paura più grande è perderla.
Lo sa che se le dovesse capitare qualcosa non potrei sopravvivere.
Lo sa che mi preoccupo quando mi accorgo che c'è qualcosa che non va.
Non le do il tempo di prendere il cartone, che la trascino il salotto, la faccio sedere, mi inginocchio di fronte a lei e le prendo le mani incitandola a parlare.
Ma lei si limita a fissare le nostre dita intrecciate.
Dopo qualche minuto di assoluto silenzio, dove l'unico rumore è stato il mio respirare molto più rapido del normale, apre la bocca.

"Mulder... te l'ho detto, è stato un semplice capogiro... dimentichiamolo, facciamo colazione... e passiamo un sabato tranquillo, ok?"

Alza lo sguardo per incrociare i miei occhi preoccupati.
Nella sua voce nulla che possa essere paragonato a convinzione o sicurezza. E lei lo sa.

"Tu dimmi che sta succedendo, e poi facciamo quello che vuoi"

"Mulder..."

"Allora?"

"Ok"

Fa un segno d'assenso con il capo, prima di abbassarlo nuovamente e riprendere a parlare.

"Non è stata... non è stata la prima volta"

L'affermazione mi colpisce come una pallottola: dov'ero io quando è accaduto? perchè non me lo ha detto?
Una dozzina di scenari iniziano ad affollare la mia testa.

"Da quando dura?"

"Da qualche settimana...", mi guarda e sa le domande che le vorrei fare, "mi... mi dispiace non averti detto nulla... vedrai che non è niente."

"Sei andata da un medico?"

"No"

E allora scatto perchè onestamente non riesco a capire il suo comportamento.

"Ma porca misera! Che hai in testa!"

Ho urlato.
Per la prima volta da quando stiamo insieme, non solo stiamo litigando, ma ho urlato con lei.
E me ne pento, soprattutto guardando il suo volto mortificato e pronto al pianto.
Mi alzo sulle ginocchia e l'attiro a me, accarezzandole i capelli.

"Scusa, non volevo urlare... perdonami.... ma sono preoccupato Scully... ho paura"

Mi da un bacio umido sul collo e siamo fronte contro fronte come tante volte è accaduto in passato.

"Stamattina cambiamo gli schemi e andiamo dal tuo medico"

"Mulder..."

"Magari è solo un pò di stress... non è facile non avere contatti fisici mentre siamo al lavoro... almeno per me"

Riesco a farla sorridere... uno di quei sorrisi timidi e appena accennati che mi fanno impazzire.

"Forza", le dico afferrandole le mani e facendola alzare, "vai a farti una doccia, io pulisco in cucina e ti raggiungo, ci vestiamo e andiamo dal dottore"

Annuisce e mi da un bacio sul petto, prima di scomparire dietro la porta del bagno.
Continuo a fissare il vuoto davanti a me, anche quando sento l'acqua della doccia.
Sarà una lunga giornata.

 

XoXoXoXoXoXoXoXoXoXoXoXoXoXoXoXoXo

 

Studio del dottor Rumfield
Washington DC
Ore 7:30, am

 

Il dottore mi guarda e non sa cosa dire.
E onestamente non sono da meno.
Ho seri dubbi che le dita delle mie mani possano ritornare al loro posto quando uscirò da qui.
Ammesso che riesca a trovare la forza per uscire da qui.
Mulder è fuori e aspetta da almeno due ore. Ormai sarà diventato il miglior esperto di pettegolezzo di Hollywood e dintorni.
Il seno rifatto di Pamela Anderson o l'ultimo matrimonio di Liz Taylor non hanno più segreti per lui.
Non ha insistito per entrare con me nello studio di Rumfield.
Sarebbero sorte troppe domande.
Il dottore conosce Mulder come il mio collega, come il mio amico.
Si è perso le ultime puntate della storia e onestamente non mi andava proprio di raccontargliele.
Fox, quando l'infermiera mi ha detto che potevo accomodarmi, ha semplicemente annuito e mi ha sussurrato che mi avrebbe aspettato tranquillamente seduto a leggere qualche rivista.
Credevo che avrei fatto semplicemente qualche analisi, ma, devo essere sincera, non mi sono fatta vedere troppo nello studio ultimamente e Rumfield ha insistito per farmi un mini check-up.
Analisi del sangue.
Pressione.
Cuore.
Polmoni.
Articolazioni.
E una serie infinita di domande del tipo "stai prendendo medicinali", "sei stata ferita in servizio o hai subito traumi di recente", "descrivimi nel dettaglio i sintomi che hai avuto".
Nel frattempo quella pettegola della sua infermiera -un altro buon motivo per far rimanere Mulder fuori dallo studio- gli aveva consegnato i risultati delle analisi.
Un breve sguardo e la fatidica domanda.

"Prendi la pillola?"

Naturalmente era una domanda retorica, dato che, essendo Rumfield il mio medico, sapeva bene il calvario da cui ero uscita.
Avrei voluto ridergli in faccia, ma qualcosa nella sua espressione mi aveva suggerito che era dannatamente serio.
Gli ho risposto tranquillamente di no.
Ha annuito sollevato, prima di aprire un cassetto e lanciarmi qualcosa tra le mani, indicandomi il bagno.
Al che ho iniziato ad intuire, dato che quello che mi aveva dato era un comunissimo test di gravidanza, che, contro ogni previsione e logica umana, è poi risultato positivo.
Quando sono uscita dal bagno mi ha riferito del risultato delle analisi e abbiamo tacitamente concordato per un'ecografia.
Essendo medico ero consapevole delle mie condizioni e del fatto che anche la presenza di cisti ovariche o polipi uterini poteva far credere ad una gravidanza.
Nessuna cisti ovarica.
Nessun polipo uterino.
E da allora sto ancora qui a guardare quell'esserino nel monitor e non so che dire.

"Hai avuto rapporti ultimamente?"

Una domanda intelligente non trovate?
Ma anche lui è evidentemente imbarazzato.
Non posso dirgli che Mulder e io ci saltiamo addosso a vicenda ogni volta che ne abbiamo la possibilità, così mi limito a rispondere: "Secondo lei?"

"Certamente si".

Spegne il monitor e mi da un tovagliolo di carta per ripulirmi delle sostanza gelatinosa che mi ha spalmato sulla pancia.
Mi rivesto e poi ci ritroviamo uno di fronte all'altro.
Mi porge una busta con il risulato delle analisi, io la prendo.
Tutto nel più assoluto silenzio.

"Io non so che dirti Dana", inizia sospirando, "noi ci conosciamo da tanti anni..."

"Com'è possibile?"

"Non lo so... è una bella notizia per te... in questo momento?"

Gli sorrido... quest'uomo è completamente nel pallone.

"Oh Dio, si... si che lo è"

Finalmente si lascia andare anche lui e mi abbraccia.
Sono sicura di vederlo emozionato.
Ha combattuto la mia battaglia con me all'inizio, prima di lasciare la postazione di comando a mani più esperte del settore.
Ci lasciamo con un sorriso.
Mi avvicino alla porta ed esito ad aprirla.
Un altro problema.
Nei mesi in cui Mulder ed io abbiamo tentato l'inseminazione artificiale, avevo iniziato a fare le prove su ciò che gli avrei detto se fossi rimasta incinta, e come.
Sono tre mesi che non mi alleno e onestamente non so come dirglielo.
Sono certa della sua reazione, un pò meno della mia.
Ma mi faccio forza e abbasso la maniglia.

 

XoXoXoXoXoXoXoXoXoXoXoXoXoXoXoXoXo

 

Studio del dottor Rumfield
Washington DC
Ore 7:30, am

 

Scully è là dentro da una vita.
Mentre io mi sto letteralmente spappolando le riviste di costume che ogni buon medico deve avere nella propria sala d'aspetto.
Forse avrei fatto meglio ad andare con lei.
Al diavolo i pettegolezzi.
Conosco Rumfield da almeno cinque anni.
Non so quante volte ho accompagnato Scully o sono venuto a ritirare qualche prescrizione, mentre lei era impegnata ad affettare qualche cadavere.
Dana mi ha detto di conoscerlo praticamente da quando giunse il primo anno a Quantico.
Quasi dieci anni.
Con il tempo sono diventati buoni amici, ma lei è restia un pò con tutti a parlare della sua vita privata.
Non voleva dirgli di noi.
Ho rispettato la sua scelta.
E poi, da quanto ho intuito, l'infermiera è una gran pettegola e forse non è stato proprio un male non essere entrato con lei.
Rimetto a posto l'ennesima rivista sulla pila che giace sul tavolino e mi alzo in piedi, iniziando a camminare lentamente.
L'ansia mi sta uccidendo.
Non deve essere nulla di grave mi dico.
Sicuramente non è nulla di grave.
Ma i miei pensieri si bloccano, e così il mio andare, non appena sento lo scatto della serratura di una porta e vedo lei uscire dall'uscio bianco e cercarmi con lo sguardo.
Mi sorride quando mi vede e si avvicina.
Cerco di carpire qualcosa dalla sua faccia.
E'... non preoccupata... shockata... ma tranquilla.
Ha una busta marroncina in mano, che suppongo contenga i risultato delle analisi che ha fatto.
"Possiamo andare"
Annuisco ed usciamo insieme dall'edificio.
Il viaggio in macchina è tranquillo, tranquillo ma silenzioso.
Scully non ha detto nulla da quando siamo partiti, ed io non intendo forzarla, nonostante la curiosità al momento mi stia uccidendo e non solo quella.
Ma non le chiedo niente.
Se fosse stato qualcosa di grave, me ne avrebbe parlato non appena entrati in macchina. Ne sono sicuro. Nonostante ciò che è successo stamattina, non è solita nascondermi le cose, soprattutto se queste sono veramente importanti.
L'unica cosa che mi ha nascosto fino ad ora è stata una partita di baseball in TV che avevo dimenticato. Ma lo ha fatto solo per passare la serata con me, e le ho perdonato la mancanza molto volentieri.
 
Non c'è molto traffico per strada.
E' sabato e la maggiorparte degli uffici e le scuole sono chiusi.
Arriviamo a casa intorno alle due del pomeriggio, dopo solo mezzora di macchina.
Scully è ancora tranquilla.
Mentre camminiamo nel pianerottolo mi prende la mano. Incontriamo la signora Wait, quella del secondo piano, che ci guarda in cagnesco. Ma Scully invece di lasciare le mie dita si avvicina ancora di più a me.
Onestamente non so se essere felice, sorpreso o turbato.
Estraggo le chiavi dalla tasca.
La toppa scatta velocemente.
Sta diventando tutto troppo facile...
Mi allontano dalla porta, cercando di togliermi la giacca, ma poi mi accorgo che lei è rimasta vicino all'uscio e mi guarda sorridendo.

"Che c'è?" le chiedo.

Ma lei continua a sorridermi.

"Dana?"

Si getta su di me con fin troppa veemenza.
Perdo l'equilibrio e cado di schiena sul divano portandomela dietro.
Sono lì che sto per alzare il capo per controllare che non si sia fatta male ma mi ritrovo la sua testa a pochi centimetri dalla mia.
E continua a sorridere.

"Fox", al che già mi allarmo, "dobbiamo cercare una casa più grande, questa non basterà più"

Non credo che il dottore le abbia consigliato una casa più grande.
O forse si.
E poi che nesso hanno i suoi malori, le analisi, il suo improvviso buon umore e una casa più grande?
Ehm...
E' un gioco di associazioni di idee... le ho fatte all'università e anche in accademia.... un pò come i voli pindarici che poi pindarici non sono... ma onestamente questo è il caso più difficile che mi sia mai capitato.
Dunque, associamo.
Malori-analisi.
Le analisi hanno rivelato la causa dei malori.
Risultato analisi-buon umore.
Le analisi non hanno rivelato nulla di grave e quindi è felice di questo.
Bene, per le prime tre voci è fatta.
Ma che può centrare con tutto questo la necessità di avere una casa più grande?
Che può significare quest....
O Mamma!
No, non è possibile...
Fate che non stia sognando!
Non deve essere un sogno questo!
Non può essere vero... cioè...
Devo iniziare a sorridere anche io perchè lei inizia a ridacchiare.
Non riesco a parlare... non so che dire.

"Il medico, non sa come può essere accaduto... ma... ", inizia lei, io sono completamente paralizzato, "avremo un bambino!"

Affonda il volto nel mio collo e, poco dopo, sento   le sue lacrime scendere sulla mia pelle.
E sono lacrime di gioia questa volta.
Ok... ora è arrivato il mio turno di parlare.
Bene... che dice un futuro padre in queste occasioni?

"Dana", inizio io titubante.

Lei alza il capo e due occhi rossi ma luminosi iniziano a fissarmi.

"Dimmi", fa lei con voce tremante.

"Dammi un pizzicotto"

Ride e mi sfiora leggermente le labbra con le sue.

Ok, non è un sogno.

"Dana", ricomincio io.

"Si?", risponde lei, palesemente divertita dalla scenetta che abbiamo iniziato.

"E' aperto il municipio a quest'ora?"

 

 

FINEEEEEEEEEE!!!!!!!!!!!!!


Bene, bene... dopo un lungo calvario sono giunta in cima alla montagna e per fortuna ho trovato due stelle luminose.
Ho iniziato questa fic da un'idea affacciatasi nel mio cervello in un uggioso pomeriggio mentre il pulman che mi riportava a casa dall'uni giaceva nel silenzio e nel rollio delle ruote e il mio inseparabile lettore cd aveva esaurito le batterie.
Ma lo spunto iniziale comprendeva solo la prima parte della fic e l'inizio della seconda. L'idea della sua continuazione mi è venuta ed è stata buttata giù in una mattinata.
Vorrei ringraziare i miei più accaniti sostenitori, coloro che pubblicheranno in futuro, mi auguro, la fic e coloro che, spero, mi manderanno i loro commenti.
A tal proposito, vi riscrivo il mio indirizzo e-mail ( lezar82@supereva.it ), e, se proprio non vi va di scrivere una e-mail, il mio mb è aperto a tutti!