Titolo: White Christmas’ Days
Autrice: Lezar
Rating: PG
Genere: Sbaciucchiosa vignettina natalizia
Timeline: settima serie, natale 1999, millennium non esiste qui.
Feedback: Certamente si a theonlytruth@crazy-land.net
Disclaimer: Mulder, Scully e tutta la sua famiglia appartengono a CC, ecc, ecc..
 
 
 
Ufficio degli X-Files
23 Dicembre 1999
ore 10:20, am
 
Aspettate, com’è che si chiamava?
Ah, si.
Antonio.
Ma noi lo chiamavamo Tony, ed era un ufficiale della marina italiana. Era in visita negli Stati Uniti, lontano dalla sua famiglia, e trascorse quel Natale con noi.
Fu un bel Natale, quello.
Papà era a casa, iniziò a nevicare, ricevetti il ‘piccolo chimico’ e mi abbuffai di tacchino, crema di patate e torta alle noci della zia Joan.
Fu l’ultimo Natale della mia infanzia.
L’anno dopo papà venne trasferito a San Diego, iniziai le medie, poi tutti iniziammo a crescere e il resto è inutile che ve lo racconti.
Sto diventando nostalgica? Si, lo ammetto.
Ma è l’aria.
E le vetrine e i cori, le luci e quel piccolo ramo di vischio che sono riuscita ad attaccare alla porta, nonostante i grugniti poco entusiastici di Mulder.
Mulder…
E’ da questa mattina che non lo vedo. Se n’è andato con il suo sorrisino da ‘guai in arrivo’, dopo aver ricevuto una telefonata sospetta. Spero che non ritorni con un…
Mi rimangio tutto.
Eccolo che entra.
Ha l’aria da ‘Scully, so che ti chiedo molto, ma è importante. Ascoltami.”
Abbasso il file che stavo leggendo (cioè, diciamo pure che mi limitavo a fissarlo), e mi metto a braccia conserte di fronte a lui.

“Spara.”

“Scully, certe volte mi spaventi, lo sai? Dovrei aprire un file su di te.” Porta il suo metro e novanta di pelle e muscoli a due passi da me.

Ok, Dana. Calma.

“Sarebbe il terzo,” commento. E posso vedere come la sua pelle frema per l’eccitazione. Vuole parlare. Non vede l’ora di farlo. Sembra uno scolaretto ansioso di recitare la sua poesia. “Che è successo questa volta?”

“Un caso interessante.”

So che ci gira intorno per indorarmi la pillola. Ma mi rifiuto di andare a zonzo per gli Stati Uniti d’America il 23 di dicembre, a caccia di zombie fantasma.

“Vai al sodo.”

“Un’apparizione.” Esordisce un po’ troppo velocemente. Tento di aprire la bocca, ma lui mi anticipa. “Si, lo so, ma ascoltami soltanto, va bene?” Annuisco. Poso sulla scrivania il file che ho in mano e mi volto in attesa. “Era il 1849 e in una piccola cittadina della Virginia, morì Mark Jansen. Tifo, Scully. Lo portò via alla sua famiglia, a sua moglie e a sua figlia Melinda a soli 26 anni,” Conclude, tutto infervorato.

Mulder dovrebbe lavorare come narratore. Lo giuro, avrebbe successo. Di certo guadagnerebbe di più del suo attuale stipendio.

“Storia triste, Mulder, ma non vedo cosa centriamo noi.”

“Ora ci arrivo. Dunque… Mark morì in ottobre. La sua famiglia lo pianse a lungo, fino a che non arrivò Dicembre. Era la vigilia di Natale. La piccola Melinda era nella sua cameretta e si preparava per la messa di mezzanotte, quando gli apparve suo padre. Vicino al camino. E iniziò a parlare, solo che non riusciva ad emettere alcun suono. La bambina si spaventò, ma poi riuscì a riprendersi. Fino al 1879.”

“Trent’anni anni dopo.” Commento.

Perché Mulder tira fuori storie di fantasmi sempre a Natale? Si diverte?
Davvero, l’anno scorso se ne uscì con la casa stregata. Quest’anno questo. Mi chiedo cosa accadrà l’anno prossimo.

“Si. Era la vigilia di Natale. Matilda, la figlia di Melinda, ebbe la stessa visione di sua madre. E la stessa cosa accadde 30 anni dopo, nel 1909, con Martha, la figlia di Matilda, nel 1939 con Marion, figlia di Martha, e nel 1969 con Muriel, la figlia di Marion.”

“Quindi… queste apparizioni avvengono ogni trent’anni.”

Lui annuisce a labbra strette. “La vigilia di Natale.”

“La vigilia di Natale.”

“E queste bambine avevano tutte la stesse età. Otto anni.”

“Questa storia mi sta facendo venire il mal di testa.” Sospiro e abbasso il capo.

Non vi ho ancora detto che su Washington, da qualche giorno, soffia un vento gelido? Bene, rimedio subito. E’ un’aria subdola che si insinua sotto i vestiti e fa ghiacciare le ossa. Quel freddo di cui senti parlare in Minnesota, non a Washington DC. Qui fa freddo, chiaro. Ma non COSI’ freddo. E questo freddo non mi piace per niente.
Risultato?
Un torcicollo che si è installato sulla mia testa da due giorni e non accenna ad andar via.
Non so come faccia Mulder a resistere.

“Non ti stuzzica neanche un po’?” Tenta.

“E’ una storia affascinante, Mulder. Ma domani è la vigilia di Natale e noi non siamo gli acchiappafantasmi.”

“Muriel non ci chiede tanto.” Mormora. Ha iniziato a mordesi il labbro inferiore e ha assunto la sua dannatissima faccia da monello a cui non si può dire di ‘no’.

Mio Dio, dovrebbero fare un vaccino e rendere il genere umano immune da un simile cataclisma. Mi chiedo quante persone abbia conquistato con quello sguardo…

“Hai contattato quella donna?”

“Veramente è stata lei a chiamarmi. Ha letto il mio nome su una rivista… e… insomma, sua figlia Morgan ha otto anni e domani è la vigilia di Natale.”

“E che dobbiamo fare noi? Invocare lo spirito del suo trisavolo e domandargli perché ha preso l’abitudine di apparire ogni trent’anni?”

Non ci posso credere. L’ironia di Mulder è contagiosa.

“Una cosa del genere.” Borbotta.

“Domani è la vigilia di Natale. Devo essere da mia madre per le sette di sera, mangiare la cena della vigilia, scartare i regali, andare a Messa.”

“Ti prometto che saremo di ritorno per le sette.”

Guardo i suoi occhi di attesa che mi supplicano di assecondare il loro padroncino.
E alla fine cedo.

“E va bene. Ma alle sette in punto dovrò essere davanti alla porta di mia madre, intesi?”

“Promesso.” Mi risponde con un sorriso. Mi porge il cappotto e usciamo dall’ufficio.

Non crediate che sia diventata più malleabile a causa del Natale.
E’ che…
Voi non potete capire. Non vivete continuamente a contatto con un modello ambulante, che profuma di buono ogni volta che ti passa accanto e che ti guarda con occhietti teneri da gatto. E la cosa più tragicamente divertente (o comicamente tragica) è che lui non lo sa. O finge di non sapere. Comunque stiano le cose, sta diventando intossicante.
Non posso continuare a far finta di niente quando poggia la sua mano sulla mia schiena, o si china per abbracciarmi, o mi da un bacio sulla guancia (delicato colpetto di labbra che mi fa impazzire).
E la cosa diventa ancora più difficile quando siamo fuori.
Perché un conto è essere soli in ufficio, e allora posso anche flirtare un po’ (flirtare… diciamo scherzare… non allarghiamoci adesso). Un altro è essere fuori, sotto gli occhi di tutti. E allora devo essere l’inflessibile agente speciale Dana Scully. Anche se mi sto sciogliendo e l’unica cosa che vorrei fare è…
Ok, diamoci una calmata per piacere.
Che mi fate dire?
Non posso dire certe cose, soprattutto davanti ad un pubblico.
In realtà non posso neanche pensarle, perché la mia pelle inizia ad arrossire e Mulder pensa che mi senta male.
(Gli uomini non hanno immaginazione quando serve)
E’ successo proprio qualche giorno fa.
Eravamo in ufficio, a compilare rapporti. Io tuffata in un angolo, mezza assiderata. Lui sbuffante alla sua scrivania, in maniche di camicia rivoltate e occhiali.
Davvero, avete mai provato Mulder con gli occhiali?
Per il vostro bene, non fatelo.
E’ una droga.
Inizi a fissarlo di sfuggita, ma poi i tuoi occhi rimangono ipnotizzati e il tuo cervello inizia a pensare cose che avrebbero fatto venire un infarto alla mia maestra della quinta classe, suor Claretta.
Comunque, ero lì, tentando di dare coerenza al rapporto che stavo scrivendo, e la mia pelle iniziava a diventare violacea, mentre tentavo di scacciare dalla mia testa il mio collega in occhiali e nient’altro disteso sul mio divano a leggere, quando ho sentito il suo sguardo posarsi su di me. Ha iniziato a chiedermi se stavo bene, a dirmi che dovevo prendere il suo posto alla scrivania, che devo mangiare di più e coprirmi meglio, ed è arrivato anche a sfiorarmi la tempia con il palmo della mano. Ovviamente son dovuta correre in bagno e rimanerci il tempo sufficiente a riprendere il controllo, e ho trascorso la successiva ora ad evitare il suo sguardo preoccupato e a ripetergli che avevo avuto solo un colpo di calore, che stavo bene, e bla-bla-bla…
Non si può resistere al Mulder con gli occhiali.
Come non si può resistere al Mulder di una normale giornata di ufficio, quando arriva al mattino, con un’aria imbronciata, gli occhi ancora assonnati e i capelli umidi di doccia cascanti sulla fronte. Le mattine del ‘ma io non voglio fare i compiti, posso guardare la tv invece?’.
Bene.
Diciamo che con il secondo Mulder ho anche imparato a conviverci. Ma tutta la mia buona volontà va a farsi benedire quando Mulder sfoggia il suo accento del New England in sussurri a fior di labbra ornate dal suo sorriso.
Lui ti guarda, ti parla, e tu ti senti liquefare come se si fosse in piena estate e non a –10°, e gli annuisci non perché tu sia particolarmente d’accordo con lui (in verità, in quel momento, non capisci realmente cosa stia dicendo), ma perché non sei fisicamente in grado di parlare.
E’ una tattica che a volte usa con me, o per convincere qualche impiegata (o impiegato) un pochino reticente.
Come l’addetta alla modulistica per il noleggio macchine che in questo momento sta sbavando di fronte a lui.
Sta calma, tesoro, e asciugati quella bava!
Oddio, l’ho detto?
Si. Si, l’ho detto.
Ma non posso farci niente, è più forte di me. Perché ogni volta che Mulder sfoggia quelle sue maniere da lord inglese e divo del porno con qualunque essere vivente gli graviti attorno, oltre a mettere in allerta i miei ormoni sopiti, fa anche venire fuori la mia vena territoriale.
Non è gelosia.
E’ solo che non sopporto che qualcuno occupi i nostri spazi.
Soprattutto se quel qualcuno è una biondina da paginone centrale di Playboy, che vorrebbe azzannare il mio inconsapevole partner.
O forse Mulder ne è cosciente, solo che non ci fa caso.  Considera normale che qualunque donna voglia saltargli addosso.
Così liquida tal Eleonor con uno dei suoi collaudati sorrisi e scendiamo al parcheggio macchine, diretti verso la nostra sedan grigio scuro.

“Dovremmo consigliare all’FBI di acquistare qualche macchina rossa. O blu elettrico. Almeno per il periodo di Natale.” Dice all’improvviso, mentre mi apre lo sportello e poco dopo mi raggiunge in macchina.

“Potremmo metterci anche delle lucine colorate e adesivi a forma di Babbo Natale.”

Mulder mi guarda sbilenco, mentre mette in moto e si avvia per uscire da parcheggio. “Sto avendo un brutto effetto su di te, Scully.” Mi dice con un sorriso da ‘vieni e qui e scopami’, e indirizza la sua attenzione alla strada.

Tu non ne hai idea, Mulder, vorrei rispondergli.
Lui non ha idea dell’effetto che ha su di me.
Ma che mi succede?
Cosa c’era nel mio caffè questa mattina?
No, sarà l’aria. Certo, l’aria di Natale fa sempre un certo effetto su di me. Come se ritornassi bambina e mi sentissi libera di fare ciò che voglio.
Si, è questo.
Si tratta solo di resistere qualche giorno e poi tutto ritornerà alla normalità.
Bene.
Decisa e risoluta.
Ci fermiamo prima a Georgetown, a casa mia, e poi ad Alexandria, a casa sua. Recuperiamo le nostre valige da viaggio (da quando lavoro con Mulder ho imparato a tener sempre pronta una valigia, per qualsiasi improvvisa evenienza), e partiamo alla volta di Hagerstown, nome che Mulder ha omesso di rivelarmi fino a che non abbiamo imboccato l’autostrada. Perché Hagerstown è a nord, a nord di Washington, a nord della Virginia, al confine con la Pennsylvania. Il che significa altro freddo, come se questo non fosse già abbastanza.
Il viaggio è tranquillo, come sempre.
Mulder, al volante, ogni tanto fa qualche commento mentre mangiucchia semi di girasole. Io cerco di mantenermi il più lontano possibile da lui, e intanto sfoglio le su note sul caso.
Ovviamente, non ho ancora capito cosa mai potremmo fare noi per il problema della signora Gabin (Muriel). Ma non usciamo sul campo da quasi un mese, abbiamo trascorso quasi tutto dicembre a compilare rapporti e moduli, e Mulder sembrava entusiasta di avere qualcosa fra le mani.
Chiudo il notes, lo metto nel portaoggetti, e volgo lo sguardo verso il finestrino.
Quando lasciamo l’autostrada e imbocchiamo la statale, il paesaggio inizia lentamente a cambiare. Le campagne sono coperte da una sottile patina di brina ghiacciata, ma, più saliamo, più la brina è sostituita dalla neve.
A Washington non è ancora nevicato quest’anno.

“Allora, Scully, cerchiamo prima un motel o andiamo direttamente a casa dei signori Gabin?”

Lo so che è un commento innocuo, ma mi fa fremere lo stesso.

“Andiamo dai Gabin. Magari possiamo risolvere la questione in giornata e tornare a Washington durante la notte.”

“Bene.”

E’ l’ultima parola per i successivi trenta minuti, quando arriviamo a Hagerstown e scopriamo che la casa dei Gabin non è in città, ma a mezzo miglio di distanza. Un’allegra fattoria isolata dal resto del genere umano.
Mulder mi lancia di sfuggita un’occhiata preoccupata, ma non apre bocca. Dal canto mio, sto cercando di mettere da parte tutti gli sdolcinati sentimenti di affetto&simpatia verso di lui per trovarmi nel giusto umore quando inizieremo a litigare. Anzi, inizierò a litigare.
Dopo altri venti minuti di strada, mentre il gelo inizia a penetrarmi nella pelle, scorgiamo una casa coloniale a tre piani in fondo ad un lungo viale in terra battuta e ciottoli. Mulder si avventura tra gli steccati che lo delimitano e ferma la sedan davanti ad un porticato in legno coperto di neve.
A dire la verità, qui tutto è coperto di neve. Dalle distese di terra ai nostri lati, alle finestre, al granaio al limite della tenuta.
Una donna minuta ci viene incontro con passo frettoloso. Indossa degli spessi pantaloni di velluto, una maglia a collo alto e una camicia di flanella a scacchi.

“Entrate, qui fuori si gela.” Ci invita e la seguiamo nell’ingresso della casa.

Una ventata di calore ci investe. Sento un fuoco crepitare nel caminetto, e tutta l’atmosfera è piacevolmente accogliente.
Il pavimento, le pareti e il mobilio in legno. I festoni di Natale attorno al corrimano delle scale. L’odore di qualcosa di buono proveniente dalla cucina.

“Siete voi gli agenti dell’FBI?” Fa lei, dopo averci squadrati.

Beh, certo non possiamo essere agricoltori. Al massimo possiamo sembrare venditori ambulanti, ma ci manca la classica valigetta.

“Si. Agente Mulder. Questa è la mia collega, Dana Scully.”

La donna ci porge cordialmente la mano e ci invita ad accomodarci in salotto.

“Sono Muriel Gabin. Sedetevi. Vi porto del caffè.” Ed esce dalla stanza.

“Per lo meno non congeliamo.” Commento sarcastica.

Mulder apre la bocca per rispondere, ma poco dopo entra Muriel con due coppe fumanti.

“Prego.” Dice e ce le porge con fare gentile, prima di sedersi.

Noi facciamo altrettanto, occupando i posti sul divano di fronte a lei.

“Sono contenta che siate venuti. Domani è la Vigilia di Natale e non rimane molto tempo.”

“Perché non ci ha avvertiti prima?” Chiede Mulder.

“Non sapevo a chi rivolgermi. Poi un mese fa ho letto il suo nome su una rivista, giù in città, all’emporio. Diceva che lei era dell’FBI e che si occupava di casi paranormali. Lo dissi a mio marito, John, ma lui mi rispose che era una sciocchezza. Solo che il tempo passava, e io… non potevo permettere che Morgan passasse quello che ho passato io.” La sua voce si incrina leggermente.

“Ci racconti cosa successe.” Intervengo, e la donna annuisce.

“Avevo la stessa età di mia figlia. Mia madre non mi aveva mai parlato di questa storia, e mia nonna era morta troppo presto, quando avevo quattro anni, per potermela raccontare. Era il ventiquattro di dicembre. Dovevano essere… le dieci e mezzo della sera, forse le undici, ed ero nella mia stanza. Stavo indossando l’abito nuovo che mi aveva regalato mia madre, quando l’ho sentito. Un’aria fredda alle spalle. Ho pensato che la finestra si fosse aperta, ma, quando mi sono voltata, l’ho visto. Non mi ricordo molto… ricordo che ho iniziato ad urlare…” Si ferma un attimo per riprendere fiato. “Ho pochi ricordi delle settimane successive. Il dottore mi disse che era stato un forte shock, ma riuscii a riprendermi. Solo in estate dissi a mia madre quello che avevo visto e lei mi raccontò tutta la storia. E ora che Morgan ha compiuto otto anni… ho paura che accada anche a lei.”

“Abitava sempre in questa casa?” Le chiedo.

“Si.” E accompagna le parole con un cenno del capo. “Tutti i Jansen hanno vissuto qui, fin da quando Mark Jansen la costruì. Nel tempo sono stati fatti dei restauri, ma la casa è identica.”

“E Morgan dorme nella stanza che è stata sua e di tutte le bambine prima di lei?”

Muriel annuisce ancora. “Si. Morgan ha messo dei poster alle pareti, i suoi giochi, ma c’è ancora il camino e la finestra. Venite.” Si alza e ci fa cenno di seguirla.

Posiamo le nostre tazze di caffè intatte e procediamo sulle scale, fino all’ultimo piano.
La stanza di Morgan è simile a quella che Melissa ed io condividevamo alla vecchia casa, prima che papà venisse trasferito a San Diego. Era una soffitta simile a questa, con il soffitto inclinato e una grande finestra di fronte alla porta.
Il camino sembra che non venga usato da molto, ma è tenuto molto bene. C’è un calorifero accanto al letto e, dalla parte opposta, una scrivania, una libreria, e una cassapanca colma di bambole e peluche. Il piumone rosa è piegato accuratamente sotto il cuscino in tinta.
Sembra la stanza di una normale bambina di otto anni.

“Morgan voleva che le comprassimo un computer quest’anno, ma John ed io pensiamo che sia ancora troppo piccola.” Inizia Muriel, mentre Mulder ed io ci guardiamo attorno. “Forse il prossimo anno, quando inizieranno anche dei corsi a scuola.”

“La stanza ha avuto delle modifiche? Non so, è stata ingrandita o rimpicciolita?” chiedo, mentre sbircio fuori dalla finestra.

Una furgone coperto di neve si sta avvicinando dal vialetto.

“No. A parte alcuni lavori al tetto cinque anni fa.”

“Signora Gabin, è sicura di non ricordare nient’altro di questa storia?” Chiede Mulder, mentre ispeziona il camino. “Anche solo un particolare. Qualcosa che le ha detto sua madre o che ha ascoltato per caso.”

“No. Nulla. Potrete aiutarci?”

Mulder mi lancia uno sguardo d’intesa.

“Ci proveremo, signora Gabin.”

Da sotto arriva il rumore sordo di una porta che viene chiusa, e subito avvertiamo dei piccoli passi affrettati salire le scale.
Una testolina rossa e riccia compare poco dopo, con uno zaino rosa in spalla, e la divisa della scuola.

“Morgan, tesoro. Saluta i signori.”

“Salve. Chi siete?”

La bambina ci guarda con sospetto e avanza in attesa di risposta.

“Loro sono delle persone che devono aiutare la mamma per una cosa.”

Morgan ci squadra.

“Ciao.” Inizia Mulder, porgendole la mano. “Io sono Fox. E lei è Dana.” Mi indica con il capo e io faccio un breve cenno con la testa.

“Morgan, perché non ti cambi, e non inizi a fare i compiti?”

“Mmm mmm.” Commenta la bambina. Getta lo zaino per terra e inizia a togliersi il cappotto.

“Andiamo di sotto.” Ci accenna Muriel.

Ci chiudiamo la porta alle spalle e scendiamo le scale.
Un uomo alto e robusto ci attende in salotto.

“John, questi sono due agenti dell’FBI.” L’uomo ci fissa e ci tende una mano. Indossa dei jeans scoloriti e un fitto maglione di pelliccia.

“John Gabin, piacere di conoscervi.”

“Dana Scully. Lui è il mio collega Fox Mulder.” Mi presento.

“Ho detto a mia moglie che sarebbe stato inutile chiamarvi. Ma lei ha insistito. Io… non credo molto a queste storie di fantasmi e apparizioni, ma credo a mia moglie e non voglio che accada qualcosa a nostra figlia.”

“Certo, signor Gabin. Faremo il possibile.” Interviene Mulder.

“Di qualunque cose abbiate bisogno, siamo a vostra disposizione.”

“Potreste consigliarci un buon motel.” Ne approfitto. Ho idea che la cosa andrà per le lunghe. Oltretutto sono quasi le cinque e mezza del pomeriggio.

“Oh…” I due coniugi si guardano un po’ interdetti, prima che Muriel prenda la parola. “In città non ce ne sono molti. Erano quattro fino ad ottobre, ma poi Jane, una delle proprietarie, è morta -Aveva ottantatre anni-, e gli eredi hanno venduto la proprietà. Ora ne sono rimasti solo tre, ma non credo che abbiano ancora stanze libere.  Siamo a Natale ormai, molti parenti sono venuti a trascorrere la festa con i propri cari. E poi, a dieci miglia da qui, c’è una delle più grandi piste di pattinaggio della costa nord.” Muriel sembra entusiasta della cosa. “Hanno costruito un grosso hotel, ma è sempre pieno, così, nei periodi di punta, molti alloggiano in città.”

“Se non trovate posto potreste rimanere qui.” Propone John, voltandosi verso la moglie.

“Si, certo.” Si accoda Muriel. “C’è una stanza libera al piano di sopra. Tutte le altre sono inagibili a causa della scorsa nevicata che ha fatto crollare il tetto, ma quella è spaziosa e funzionale.”

“Ehm…” Lancio uno sguardo di fuoco a Mulder. “Tenteremo in città. Sono sicura che riusciremo a trovare qualche stanza.”

Mulder annuisce. “Allora… arrivederci, signori Gabin. A domani.”

“Arrivederci,” rispondono in coro i due, e usciamo di nuovo al gelo della strada.

Ovviamente, giunti in città, non riusciamo a trovare neanche una stanza libera. Oddio, una c’era. Una singola, in soffitta, senza riscaldamento, ma, a meno che non vogliamo che ci ritrovino ghiaccioli, non è proprio il caso.
Così ritorniamo dai Gabin, consumiamo un’ottima cena, e ci chiudiamo nella suddetta stanza con una scatola di materiale vecchio di cent’anni.
Carte catastali perfettamente in regola.
Lettere.
Documenti di proprietà.
E una serie di fotografie.

“Ehi, Scully, vieni a vedere.” Mulder è seduto sull’unico letto della stanza e continua a esplorare la scatola. Quanto a me, ho preferito lasciar perdere e iniziare a tirar fuori dalla valigia il necessario per la notte. E’ mezzanotte, il torcicollo non mi da tregua, e ho sonno.

Mi avvicino, e Mulder mi porge quattro fotografie. Alcune sono molto antiche, altre più recenti, ma tutte mostrano la stessa immagine.

“Morgan?” Chiedo stupita.

“No. Melinda. Matilda. Martha. Marion. E scommetto che anche Muriel, a otto anni, era identica a sua figlia.”

“Ma allora…”

“Allora… è probabile che, quel Natale, Mark abbia fatto visita a Melinda per dirle qualcosa, solo che la bambina si è spaventata, e da allora ritorna ogni trent’anni, perché crede che quelle bambine siano ancora sua figlia.”

“Un fantasma che ha ancora un legame sulla terra.” Commento.

“E’ un classico, Scully.”

“No. E’ Ghost, hai presente il film con Demi Moore?”

“Qui non siamo in presenza di un omicidio. E’ solo un padre che, da circa 150 anni, vuol dire qualcosa a sua figlia.”

Lo fisso. “Bene. Abbiamo scoperto l’arcano. Ora possiamo andare a dormire?”

Mulder annuisce. Scende dal letto, prende dal suo borsone degli indumenti ed esce dalla stanza. In fondo al corridoio c’è un minuscolo bagno che ha ceramiche molto antiche.
Rimango sola, e inizio a togliermi il tailleur e a indossare il mio pigiama di seta. L’atmosfera è illuminata da lampade in stile coloniale alle pareti e sui comodini. I caloriferi funzionano a pieno regime e, tutto sommato, non fa poi tanto freddo qui dentro.
Sulla parete sopra il caminetto c’è un ritratto di famiglia. Anche mia nonna ne aveva uno, ma poi l’umidità lo rovinò a tal punto che la tela iniziò a sgretolarsi. Lei lo tenne appeso fino all’ultimo, ma poi dovette arrendersi all’evidenza. La cornice in legno venne salvata, ma ciò che rimaneva della tela venne gettata.
Mi allontano dal camino e per poco non finisco stesa a terra. Mulder ha lasciato le sue scarpe in mezzo alla stanza.
Possibile che non abbia il benché minimo senso dell’ordine?
Non è naturale che un uomo di quasi quarant’anni sia così disordinato. Scarpe gettate chissà dove, indumenti che fuoriescono dal borsone, impolverati fogli sparsi sul letto.
Sospiro sonoramente e inizio a rassettare i suoi disastri. Accosto le sue scarpe ad una parete, gli ricaccio nel borsone gli abiti, e inizio a rimettere nella scatola il materiale che abbiamo utilizzato.

“Fai ordine, Scully?” La sua voce mi coglie all’improvviso. Mi volto verso la porta, e lo vedo entrare e chiuderla dietro di sé. Sta per gettare gli abiti che ha in mano sul borsone, ma gli lancio un’occhiataccia e lui si piega per sistemarli meglio.

Indossa una t-shirt a mezze maniche e vecchi pantaloni di una tuta.
Come fa a non aver freddo?
E’ un calorifero umano o cosa?

“Dato che qualcuno qui non sa neanche cosa sia…” Commento. Rimetto il coperchio sulla scatola e la poggio per terra, accanto al camino.

Quando mi rialzo, il collo riprende a farmi male e mi porto istintivamente una mano dietro alla nuca.

“Scully?”

Eccola là. Preoccupazione.
Mulder riesce a passare dalla modalità ‘compagno di giochi’ a quella ‘ho paura per te’ in meno di un secondo.

“Non è niente, Mulder. Ho solo preso freddo.”

“Perché non me l’hai detto?” Si avvicina.

“Non sto morendo dissanguata. E’ soltanto un torcicollo.” Mi lamento. Perché, per quanto apprezzi le premure di Mulder, la verità è che, a volte, la sua iper-protettività nei miei riguardi diventa irritante.

“Che ha bisogno di un bel massaggio. Vieni.”

In pratica, non mi lascia il tempo di protestare. Mi fa sedere sul letto. Si mette dietro di me e inizia a passare le sue dita sulla base del mio collo.
Oddio.
Così no.
Questo è troppo per qualunque donna con un minimo di senno.
Non puoi resistere a un tizio che profuma di doccia fresca e ha il suo corpo praticamente modellato sulla tua schiena, che passa le due lunga dita sui tuoi muscoli e li scioglie come se fossero semplici nodi.

“Meglio, Scully?” Mi sussurra.

Adesso stuzzica anche?
Lo so che parlava del torcicollo, ma una donna, in simili circostanze, pensa ad altro.

“Mmm mmm,” rispondo.

“Bene.” Mi sussurra, poi si china e posa un bacio sulla mia nuca. “Sei a posto.” Ma invece di andarsene, mi abbraccia per la vita e posa il capo sulla mia spalla.

Se non conoscessi così bene Mulder, penserei che questo gesto abbia un altro significato, ma non è così. Mulder è un arguto e brillante agente dell’FBI, un po’ pazzoide ma geniale. E’ solo che in alcuni frangenti diventa un cucciolo che ha bisogno di affetto.

“Ce l’hai ancora con me, Scully?” Mi bisbiglia in un orecchio. Il tono basso e roco mi fa venire la pelle d’oca.

“Non ce l’ho con te.” Gli rispondo, cercando di tenere ferma la voce.

“Quindi, non mi incolpi di averti portato in mezzo alla neve e al freddo, il 23 dicembre, in una sperduta contea al confine con la Pennsylvania, alla ricerca di un fantasma?”

Avevo detto che dovevo litigare con lui?

“No.” Mormoro, e lo sento sorridere contro la mia pelle. Lascia un bacio sul mio collo, stringe brevemente l’abbraccio e poi si alza.

E’ una perdita fisica.

“Andiamo a letto.” Sussurra.

Io posso solo annuire.
Mi alzo anch’io e scosto il piumone a rombi, quando lo vedo afferrare un cuscino e dirigersi verso la minuscola poltrona che giace in fondo alla stanza.

“Che fai?”

“Vado a dormire.”

“Non essere ridicolo. Domani ti sveglierai tutto indolenzito se dormi su quell’affare. Il letto è grande, possiamo condividerlo.”

Lo vedo indugiare e, in tutta onestà, la cosa mette in agitazione anche me. La notte è imprevedibile e domani non vorrei svegliarmi in posizioni imbarazzanti.
Ma tant’è. E’ una situazione di emergenza.

“Non importa, Scully. La poltrona andrà benissimo.”

L’idea di risvegliarsi in situazioni imbarazzanti spaventa anche lui.

“Allora la prendo io. Sono più piccola di te.” Propongo.

“No.”

“Se non dormi sul letto tu, non ci dormo neanche io.” Lo ricatto e lo vedo fissarmi.

Va bene. Lo ammetto.
La situazione è imbarazzante ecc. Però sono anni che non mi sveglio con un uomo accanto.

“Se la metti così…” Indugia e ritorna verso il letto, sistemando il cuscino e scostando il piumone.

Ci stendiamo entrambi, ai limiti estremi del materasso, e rimaniamo a fissare il soffitto. La luce crea strane ombre.

“Domani c’è la riunione dei parenti?”

“Si, ma non saremo tantissimi. Charlie trascorrerà le feste a casa dei suoceri, e la sorella di mia madre con il marito avevano già prenotato una settimana in montagna.”

“Ti farò arrivare in tempo.”

“Buona notte, Mulder.” E mi volto di lato, dandogli la schiena.

“’Notte, Scully.” Mi risponde lui e spegne le luci.

La stanza rimane immersa nel buio.
Sento il respiro di Mulder rallentare e diventare regolare.
Rimango ad ascoltare i rumori della casa, ma poi mi addormento e non sento più niente.

***

Mmm Mmm
Ecco qual’era il mio programma per la giornata di oggi fino a ieri mattina.
Alzarsi intorno alle otto. Fare un salto in ufficio per sistemare le ultime carte. Tornare a casa e fare un bel bagno caldo e profumato. Pranzare in maniera leggera e tranquilla. Caricare la macchina e andare da mia madre, dove trascorrere una tranquilla vigilia di Natale in famiglia.
E invece no.
Sono le sette del mattino del 24 dicembre, e mi trovo in una cittadina, alla ricerca di un fantasma vecchio di 150 anni, mentre Mulder russa accanto a me.
Ok, va bene.
Non sta russando.
Dorme molto profondamente, e, a guardarlo bene, mi verrebbe voglia di stendere la mano e scostargli i capelli che gli cadono sulla fronte.
E’ una piacevole novità.
Non solo il fatto che abbiamo condiviso il letto questa notte, ma anche il fatto che stia dormendo così bene. Mulder soffre di insonnia cronica e, a meno che non sia sotto l’effetto di un sedativo, si sveglia facilmente. Invece ora sembra che sia caduto in letargo.
Sarà l’aria di campagna.
Comunque sia, è ora di alzarsi.
Scosto le coperte e metto il primo piede per terra.
Dio che freddo! Perché non ho avuto la brillante idea di portare una vestaglia? Se non mi sbrigo rischio il congelamento.
Richiudo le coperte, vado al borsone e tiro fuori una maglia, un paio di jeans e la borsa da bagno.
Sto per uscire, quando mi volto nuovamente verso il letto.
Forse dovrei svegliarlo.
Mi avvicino, e inizio a scrollargli una spalla, ma, invece di svegliarsi, emette una specie di grugnito e si accoccola più profondamente nel cuscino.

“Mulder?” sussurro. “Mulder, svegliati.”

“Mmm.”

Se avessi saputo che sarebbe stato così difficile svegliarlo mi sarei fatta prestare una sveglia dalla signora Gabin.

“Mulder, andiamo. Sono le sette e abbiamo un caso da risolvere.” Gli dò un’altra scrollata. “Mulder?”

Inizia ad aprire gli occhi e a voltarsi verso di me. I capelli sono sparati in una dozzina di direzioni diverse, ha un velo di barba sulle guance, un buon profumo e un aspetto piacevolmente arruffato.

“Ben svegliato.”

“Ciia-oo.” Biascica mentre sbadiglia.

“Occupo il bagno per prima, va bene?”

Annuisce, ed esco quasi subito, prima che i miei ormoni sollecitati dal sonno e dal fatto di aver condiviso un’intera notte con lui, mi inducano a fare qualcosa che non devo fare.
Cerco di allontanare questi pensieri sotto il getto d’acqua, ma non ci riesco.
Mi sento ancora il suo profumo addosso.
Nonostante i miei timori, non è accaduto nulla di irreparabile. Ci siamo mantenuti nelle nostre posizioni e non sono nate situazioni imbarazzanti.
Vabè, forse durante la notte saranno pure accadute ma nessuno di noi lo saprà mai.
Però…
Però ho pur sempre condiviso il letto con lui.
Potevo sentire il suo profumo sulle lenzuola e il suo calore, pochi minuti fa, quando ho aperto gli occhi e mi sono ritrovata davanti il suo viso addormentato.
Quello che avrei voluto fare realmente era accucciarmi accanto a lui e continuare a dormire.
Basta, Dana!
Mulder è il tuo collega, è il tuo migliore amico e certi pensieri sono del tutto fuori luogo!
Mi tolgo il bagnoschiuma dalla pelle ed esco dal box doccia, avvolgendomi in un accappatoio. Mi asciugo in fretta e mi vesto altrettanto velocemente.
Forse se impegno il mio cervello smetto di pensare a certe cose.
Esco dal bagno e, quando ritorno nella stanza, vedo Mulder accanto alla finestra, assorto ad osservare il paesaggio innevato di fronte a lui.

“Ti piaceva la neve quando eri piccola, Scully?”

“Si.” Chiudo la porta dietro di me e mi avvicino a lui.

“Anche a me. Sarebbe bello avere tempo per giocare con la neve, non credi?”

Eh?

“Se quest’anno nevica a Washington, potremmo spendere un sabato a fare pupazzi di neve.”

Si volta e quasi ho un tuffo al cuore.
Ho detto di non poter resistere al Mulder che spara sorrisini sexy? Beh, ho mentito.
Non riesco a resistere neanche quando Mulder spara questi sorrisi dolci e teneri. Come se tutta la nostra vita si fosse risolta in una mattinata di dolci e giochi sulla neve.
Sono sensazioni diverse.
E’ difficile spiegare, ma nel primo caso, quando Mulder ti guarda di sbieco e fa quel mezzo sorriso che ti fa ribollire, l’unica cosa che vorresti fare è saltargli addosso e strappargli anche la pelle. Nel secondo invece… hai solo voglia di gettargli le braccia al collo, riempirlo di baci e lasciarti fagocitare dal suo abbraccio.

“E’ una promessa, Scully. Ricordalo.” Mi stampa un bacio tra i capelli, raccatta i suoi vestiti ed esce.

Ecco.
Avere tutte queste mulderesche manifestazioni in così breve tempo sta diventando intossicante.
Devo prendere un po’ d’aria.
Do’ una sistemata al copriletto e ai cuscini, sistemo la mia valigia e scendo al piano di sotto.
C’è aria di festa.
Morgan è con suo padre in salotto, addobbano l’albero e il camino. Muriel è in cucina, una tavola imbandita da una calda colazione e dolci profumi che provengono dal forno.

“Buongiorno, agente Scully. Dormito bene?”

“Si, grazie.”

“Perché non si siede e fa colazione?”

“Non doveva disturbarsi.” Scelgo una sedia e inizio a versarmi bollente caffè in una tazza.

“Si figuri. E’ solo un po’ di caffè e una torta appena sfornata. Le faccio compagnia.” Si siede accanto a me e si versa una tazza di caffè.

“Allora, ieri avete scoperto qualcosa in quella scatola che vi ha dato mio marito?”

Annuisco. “Si. Ma preferisco parlarvene quando Mulder sarà qui.”

“Da quanto siete insieme?”

“Quasi sette anni ormai.” Rispondo con un attimo di nostalgia.

Però… a marzo sarà il nostro settimo anniversario.

“Siete una bella coppia.” Commenta Muriel con un sorriso.

Oh mio Dio. Ma che ha capito?

“Beh…” Come glielo spiego?

“Molte coppie si lasciano dopo i fatidici sette anni. Anche John ed io abbiamo avuto un periodo di crisi in quel periodo, ma poi ebbi Morgan. Voi due però… sembra che andiate molto d’accordo.”

“Signora Gabin… l’agente Mulder ed io…”

Muriel ha un lampo di stupore.

“Oh… voi due non…”

“No. Siamo partner sul lavoro da sette anni. Siamo buoni amici, ma nulla di più.”

Il che è una spudorata bugia, almeno per quanto mi riguarda, ma non è il caso di condividere l’informazione.

“Ma… voi… mi scusi, agente. Vi ho visti così uniti, così affiatati che ho pensato… Oh mio Dio, e questa notte…”

“Il letto era grande, non si preoccupi… abbiamo imparato ad adattarci.”

“Ma non è stato un po’…” Insinua Muriel.

“Mulder è un vero cavaliere.” Dico, ed è vero. Il settanta percento degli uomini se ne sarebbe approfittato, ne sono certa.

“Davvero lo sono, Scully?” Mulder entra a grandi falcate in cucina e si avvicina al tavolo. Indossa un paio di jeans, tubolari, e un maglione da cui è possibile intravedere lo scollo della sua t-shirt. “Buongiorno, signora Gabin.”

“Buongiorno a lei.”

Mulder si siede alla mia destra e si riempie una tazza di caffè.

“Agente Mulder,” inizia Muriel. “Sono così dispiaciuta. Se avessi saputo che lei e l’agente Scully… insomma, avrei cercato di trovare un’altra sistemazione.”

“Nessun problema, signora Gabin. Ho dormito come un angioletto.” Le risponde con un sorriso.

Per un attimo cala il silenzio. Ognuno di noi immerso nei propri caffè. Poi il signor Gabin e Morgan entrano in cucina soddisfatti.

“Mamma, abbiamo finito le decorazioni.” Dice entusiasta la bambina. “Credi che Babbo Natale sarà contento?”

“Certo, tesoro. Però ora… perché non vai nella tua stanza a giocare e a scegliere un bel vestito per questa sera?”

Morgan annuisce e corre via dalla stanza, mentre suo padre occupa una sedia accanto a sua moglie.

“Buongiorno agente Scully. Agente Mulder.” Inizia. “Dormito bene?”

“Si, grazie.” Rispondo.

“Agente Mulder, l’agente Scully mi ha detto che ieri avete trovato qualcosa di interessante.” Muriel è impaziente di sapere.

“Si. Per lo più la scatola conteneva vecchie mappe e vecchi documenti. Ma scavando abbiamo trovato queste.” Mulder tira fuori dalle tasche posteriori dei jeans le quattro foto, e le mostra ai coniugi Gabin.

Lo stupore si dipinge sui loro occhi.

“Ma…” La voce di Muriel è strozzata.

“E’ Morgan!” Esclama John, ritornando a fissare le foto.

“No. Sono Melinda. Matilda. Martha. Marion. Possiamo avere anche una sua foto a otto anni, signora Gabin?” Chiede Mulder.

“Non è necessario.” Sussurra Muriel. “Io… noi pensavamo che fosse una coincidenza.”

“Cosa?”

“Morgan è la copia di mia moglie alla sua età.” Risponde John alla mia domanda. “Credevamo che fosse un caso… a volte accade… ma non potevamo immaginare che… Cosa significa tutto questo?”

Anche Muriel si volta verso Mulder in attesa di una risposta.

“E’ probabile che Mark stia tentando di dire qualcosa a sua figlia da 150 anni. Il problema è scoprire cosa.”

“Voi non avete idea di cosa possa essere? Non so… qualche storia che si tramanda nella vostra famiglia.” Intervengo.

“No.” Fa Muriel negando impercettibilmente con il capo.

“Avete mai gettato qualcosa in questi anni?” Riprende Mulder. “Magari qualche oggetto ormai vecchio che giaceva in cantina.”

“No,” risponde John.

“Mi ricordo… una volta gettammo dei vestiti, io avevo dieci anni… ma appartenevano alla bisnonna.” Interviene Muriel.

Mulder sospira, ed io non trovo nulla di meglio da fare che spostare lo sguardo verso la parete alla mia sinistra.
C’è una finestra decorata in legno Me velata da una tendina bianca.
E sopra un orologio che segna le 9:00.

“Cosa possiamo fare?” Riprende la signora Gabin.

“Mark ritorna ogni trent’anni per dire qualcosa alle bambine. Se non scopriamo cosa, dovremo rimanere qui fino a questa sera per chiederglielo.” Mormora Mulder.

Il mio sguardo si posa su di lui.
Sa che non possiamo rimanere qui. Devo essere a casa di mia madre per le sette di questo pomeriggio.
E lui lo sa. Infatti ha quell’aria supplichevole del ‘Scully, non è colpa mia’.

“Ma oggi è la vigilia di Natale. Avrete le vostre famiglie da raggiungere, una cena da consumare vicino all’albero e una messa da ascoltare.”

“Non si preoccupi, signora Gabin.” Dice Mulder con fare disinvolto.

Certo, lui trascorrerà questa serata a guardare i ‘suoi’ film o al massimo giù alla tana, dai Gunmen, a piratare il sito del Pentagono.
Lui non ha un’orda di parenti che ti metterà al rogo se non rispetti la tradizione.

“Piuttosto,” continua. “Avete per caso lettere o… non so… un diario di Mark, di sua moglie o di sua figlia?”

“No, mi sembra di no.” Fa John.

“No. Quella scatola che vi abbiamo già dato conteneva tutto il passato di questa casa.” Conferma Muriel.

“Come mai?” Chiedo.

“Non so bene la storia… non so come andò… ma sembra che la proprietà, per un certo periodo di tempo, sia stata venduta e i nuovi proprietari gettarono tutto ciò che vi era conservato.”

“Quando accadde?”

“All’inizio del ‘900. I Jansen si indebitarono per un’annata scarsa, così dovettero dare in pegno la fattoria. Dieci, quindici anni dopo riuscirono a riscattarla, e da allora non è stata più venduta.”

“Quindi, è possibile che ciò che cerchiamo non sia più qui ormai.” Commenta Mulder, e inizia a tamburellare un dito sul tavolo.

John e Muriel si lanciano un’occhiata.
Sto per alzarmi e andare alla finestra, quando dei passi frettolosi scendono le scale e si avvicinano alla cucina.
Ci voltiamo tutti quando entra Morgan.

“Cosa c’è, tesoro?” le chiede sua madre.

“C’era un signore di sopra.”

Mulder ed io ci guardiamo un attimo negli occhi.

“Un signore?” fa John.

La bambina annuisce. “Ma ora se n’è andato.”

“Da dove è entrato, lo sai?”

“No. E’ apparso e poi è scomparso.”

Morgan sembra tranquilla, mentre sua madre si porta le mani alla bocca.

“Apparso e scomparso?” Domanda Mulder.

“Si.”

“E… ti ha detto qualcosa?”

“Mmm Mmm.” Mormora la bambina a labbra strette. “Mi ha detto che trovavo il cavallo giù, in fondo alla botola, e di dirlo a mamma, perché lei non lo sapeva. Mi ha detto che era una sorpresa e che mi voleva bene. E poi è andato via.”

John Gabin ci guarda, aspettando che si faccia qualcosa.
Ma cosa?

“Morgan.” Inizia Muriel. “Ti andrebbe di costruire un bel pupazzo di neve?”

“Davvero posso, mamma?”

“Certo. Vai. Papà ed io dobbiamo parlare con questi signori.”

Morgan sembra entusiasta di poter giocare con la neve. E in effetti, nonostante il freddo, il cielo è limpido e non c’è vento.

“Copriti bene!” Le grida Muriel, mentre la bambina esce di casa.

“Come avete intenzione di procedere?” Fa John con una certa urgenza.

“Mark quest’anno è arrivato in anticipo e Morgan non sembra essersi spaventata. Anzi.” Inizia Mulder. “A questo punto non ci resta che trovare questo cavallo.”

“E’ probabile che si tratti di un cavallo a dondolo che Mark stava costruendo per sua figlia.” Continuo io. “Morgan ha parlato di una botola. Avete idea di cosa sia?”

Muriel scuote la testa. “No. Non ci sono botole qui.”

“Nei campi?” Domando.

“Me ne sarei accorto.” Risponde John. “E lo stesso vale per il granaio. Non c’è assolutamente nulla.”

“E in cantina?”

I signori Gabin si guardano.

“Non lo sappiamo.” Mormora Muriel. “Ci sono vecchi mobili che non vengono spostati da anni. Forse è lì sotto.”

E va bene.
Si va in cerca del cavallo perduto.

 

***

Sulla strada per Washington
24 dicembre 1999
ore 7:15, pm
 
Davvero grande!
Non solo siamo in abbondante ritardo sulla tabella di marcia, ma la statale è intasata, ogni stazione radio trasmette Silent Night e altre atrocità natalizie, e da lontano le luci di Washington capitale ci salutano allegramente.
Perfetto!
E tutto questo perché Mulder è precipitato in una botola in cantina ed è atterrato accanto ad un cavallo di legno incompleto.
Cosa potrei chiedere di più?
Magari che il mio partner rompesse questa tensione silenziosa che è precipitata in macchina, invece di emettere grugniti e smorfie di dolore e di fissare assorto le automobili che ci sono intorno.
Sbuffo, e mi volto verso il finestrino.
Il tizio dell’automobile accanto alla nostra è piuttosto agitato, e pigia sul clacson come un forsennato. Come se servisse a qualcosa.
D’accordo.
Sono agitata anch’io. E non solo perché quando arriverò a casa di mia madre mio fratello mi truciderà.
E’ tutta questa giornata che è stata surreale.
Siamo scesi nella cantina dei Gabin, e Mulder e John hanno impiegato un’ora buona a spostare mobili e a togliersi la polvere dai vestiti e dai capelli. Finalmente abbiamo trovato la botola, ma la serratura era saldata. E, mentre il signor Gabin era di sopra a cercare la fiamma ossidrica, la lastra in ferro della botola, evidentemente del tutto consumata, si è rotta ai piedi di Mulder.
Il cavallo è stato trovato, ma Mulder si è procurato escoriazioni al braccio che hanno richiesto una visita all’ospedale locale, alcuni punti e un’antitetanica.
Poi siamo ritornati dai Gabin, abbiamo fatto i bagagli, e siamo partiti, senza che Mulder dicesse mezza parola, eccetto uno sguardo di commiserazione per se stesso.
Gli lancio un’occhiata.
Lo so che si sente in colpa.

“Per lo meno… Mark ha trovato un po’ di pace adesso.” Espiro lentamente. La mia voce risuona nell’automobile e si mischia al ronzio del traffico.

“Cosa?” Mulder si volta un attimo verso di me, e mi trafigge con i suoi piccoli occhietti da cucciolo.

“Dicevo solo che questa giornata non è stata poi così inutile.”

Annuisce e inizia a tamburellare un dito sullo sterzo.
Cala di nuovo il silenzio.
La fila inizia a muoversi, e Mulder tenta di infilarsi in un varco…
Aspettate…
Fatto.
Siamo fuori dalla statale.
La strada è libera e si scorre velocemente.

“Torni a casa?” Chiedo ancora.

Mulder annuisce lentamente. “Si. Mi fermo a prendere una pizza.” Svolta a sinistra e imbocca la via dove si trova la casa di mia madre. Da lontano posso vedere l’automobile di Bill sul vialetto. Accanto ce n’è un’altra. Immagino che sia di zio Albert.

“Di a tua madre che la colpa del tuo ritardo è mia. Scusami con lei.” Sussurra, mentre parcheggia accanto al marciapiede.

“Perché non lo fai di persona?” Propongo, guardandolo di sbieco.

In realtà è un po’ che vorrei chiederglielo.

“No, Scully.”

“A mia madre farebbe piacere che rimanessi con noi a cena.”

“Davvero, Scully… non credo che sia il caso.” Sussurra. “E’ una cena di famiglia, io non c’entrerei niente.”

“Anche gli amici partecipano alle cene di famiglia.”

“Starò bene. Vado a casa. Mangio una pizza e filo a letto. Faccio il bravo. Te lo prometto.”

“Mulder… non ti lascio trascorrere un altro Natale da solo. Te lo scordi.” E mi allungo di colpo, rubando le chiavi della macchina dal cruscotto.

“Questo è ricatto.” Finalmente si volta a guardarmi.

“Chiamalo come vuoi. Ma se non entri tu, non lo faccio neanche io.” Slaccio la cintura di sicurezza e mi metto a braccia conserte.

“Vogliamo iniziare a litigare sul vialetto di casa di tua madre?”

“Si, se non entri con me.”

“Se entro con te, c’è la possibilità che tuo fratello mi picchi con il tacchino.” Fa ironico, e mi scappa una risatina.

Lo so che Bill ha un’avversione particolare verso di lui. Ma da un anno a questa parte sembra essersi un po’ addolcito sulla questione.

“A lui ci penso io.”

“Non voglio che litighiate per colpa mia.”

“Bill ed io litighiamo sempre e comunque, indipendentemente dalla causa e dal giorno.” Mulder espira sonoramente. “Lì dentro non c’è solo Bill.”

“Ecco, appunto. Non conosco nessuno.”

“Le uniche due persone che non conosci sono i miei due zii, Albert e Jane. E posso assicurarti che non sono come Bill.” Mi guarda e fa una smorfia. Sembra un bambino che sa di aver perso il gioco e mette il broncio. Sarebbe fuori luogo se mi chinassi in avanti e lo baciassi? “E poi voglio essere sicura che prenda gli antibiotici.”

“Non sono così irresponsabile come credi, Scully.” Borbotta contrariato, ma riesce a strapparmi un sorriso.

“No, sei anche peggio.” Lo scruto un attimo. “Andiamo.”

Esco dalla macchina e lo trascino lungo il vialetto di mia madre.

“Scullyyy…” Cerca di trattenermi. “Non ho neanche regali.”

“Che ti importa dei regali!”

Vediamo la porta aprirsi e mia madre uscire in compagnia della zia.

“Dana! Eravamo preoccupati!”

Mulder sta per aprire la bocca, ma lo anticipo.

“Un caso. Ci saremmo messi in viaggio prima, ma Mulder è caduto per… salvare una bambina, così siamo dovuti andare in ospedale.” Il mio partner mi guarda di sbieco. Va bene, le cose non sono andate esattamente così, ma sono quisquilie. Il succo è lo stesso.

“Oh mio Dio! E ora stai bene, Fox?” Fa mia madre preoccupata.

“Si, grazie signora Scully. Mi dispiace per il ritardo.”

“Non lo dire neppure.” Gli sorride e poi si volta verso zia Jane. “Jane, questo è Fox, il collega di Dana all’FBI.”

La zia porge la mano e guarda Mulder con evidente curiosità.

“Lui rimane con noi a cena, Dana?” Mi chiede la zia abbastanza eccitata.

“Si.” Dico velocemente, prima che Mulder cambi idea e se la svigni.

“Bene, andiamo dentro! Coraggio!”

Sarà una cena divertente.

 ***

Casa di Maggie Scully
24 dicembre 1999
ore 10:55, pm
 
E lo è stata.
Non ricordavo un Natale così bello da quell’ultimo anno che trascorremmo nella vecchia casa, prima di San Diego e dei problemi.
E Mulder, nonostante tutto, penso che si sia divertito.
Ha aiutato lo zio Albert a sistemare le ultime luci, e ha sopportato bene le occhiatacce di Bill durante la magnifica cena a base di tacchino e crema di patate e quelle compiaciute di zia Jane. Zia Jane che, per inciso, mi ha sottoposto al terzo grado, mentre lavavamo i piatti e Mulder era in salotto, seduto accanto al camino, e leggeva a Matthew una storia di Natale.
Così che ora sono qui, nel cortile posteriore di mia madre, e osservo il vapore bianco che crea il mio respiro.
Fa freddo. Veramente freddo, in verità. Ma avevo voglia di respirare ancora quest’aria. Perché domani sarà Natale, e poi tutto ritornerà alla normalità e quest’aria svanirà con essa.

“Scully?” Sorrido, ma non mi volto verso di lui. Lo sento avvicinarsi e camminare sull’erba per raggiungermi. “Sei cosciente che si gela e tu non hai neppure il cappotto?”

Annuisco. “Si.” Mi giro e vedo i suoi occhi fissarmi luminosi e felici. E’ raro che Mulder mostri questo aspetto di se. Non posso biasimarlo, chiaro. Ma mi piace vederlo tranquillo e rilassato una volta tanto.

“Tua madre ha detto di prepararvi, dovete andare in Chiesa.”

“Tu non vieni?”

“La religione ed io abbiamo fatto un patto di non aggressione. Va bene così. Mi sono divertito. Grazie.” Mi sorride e mi attira a se. “Davvero, Scully. E’ stata una bella vigilia.” Sussurra ancora, la voce smorzata dai miei capelli.

“Anche io sono stata bene.”

Vedete che intendo?
Può essere considerato umano resistere a un cucciolo d’uomo caldo che ti abbraccia, ti coccola, ti sussurra dolci parole all’orecchio e non ha nessuna intenzione di lasciarti andare?
No che non può.
Non posso allontanarmi ora.

“Mi dispiace averti trascinato in giro per la Virginia la vigilia di Natale.” Bisbiglia e il mio cuore inizia a perdere colpi.

So di stare arrossendo.
Ma non è per quello che ha detto.
No.
E’ per come lo ha detto, e per quello che mi ha provocato.
Un bisbiglio caldo che ha elettrizzato le mie vene, un mormorio ornato di tenerezza e un leggero senso di colpa e qualcosa… qualcosa che è meglio non definire.

“Non è stato così male, dopotutto.” Rispondo, tentando di tenere sotto controllo la voce.

“No. Non direi.” Mi stacco leggermente da lui, ma Mulder mi trattiene. Mi ha afferrata per la vita e mi tiene stretta a lui. I suoi occhi fissi sui miei. Profondi. Caldi. E seri. Oh Dio! “Mi piacerebbe che si ripetesse ancora, Scully.” Le mie dita scivolano sulla sua camicia. La sua pelle è calda e freme leggermente.

“Cosa?” Domando, ma la voce mi si blocca a metà. Com’è che ho improvvisamente la gola secca?

“Ho dormito troppo bene, Scully. Come non dormivo da anni. Vorrei dormire ancora così. Scacci i miei demoni, Scully… se sei con me.”

“Ahmmm…” In realtà il mio sembra più un grugnito soffocato.

Vorrei ridere.
O piangere.
O, per lo meno, capire che diamine sta accadendo.

“Cioè… vorresti dormire ancora con me.”

E’ una domanda? Un’affermazione?
Non lo so.
Annuisce lentamente e un sorriso sincero appare sulle sue labbra.

“Si. E… non solo quello a dire la verità.”

Apro la bocca per rispondere, ma non ci sono risposte per quello che accade.
Non ci sono risposte, o altre domande, quando abbassa il capo, mi stringe a se e posa le sue labbra sulle mie.
Non c’è passione. Non solo.
Non c’è dolcezza. Non solo.
Non c’è paura. Non solo.
C’è ognuna di queste cose.
Giuste, com’è giusto questo bacio.

“Buon Natale, Scully.” Mi sussurra, la sua fronte appoggiata alla mia, gli occhi chiusi per metà.

Poi lo sentiamo.
Un leggero tocco bagnato che si posa sulle nostre guance.
Alziamo entrambi gli occhi e un lento scendere di fiocchi bianchi ricopre il cielo.

“Sta nevicando.” Sussurro e inizio a ridere.

Mulder ride con me.
E non è un ridere ironico o spiritoso.
E’ un ridere sincero che riscalda il cuore.

“Rientriamo?” Mi chiede poi, mentre strofina i palmi delle mani sulla mia schiena. “Sei gelata.”

Annuisco, e ci avviamo abbracciati verso la porta.

“Vai a casa o dai ragazzi?”

“A casa. E’ stata una giornata lunga. Sono successe tante cose,” e mi rivolge un’occhiata divertita. “Ho mangiato un’ottima cena e ora sono veramente stanco. Andrò di filato a letto.”

“Non dormire troppo, Mulder.”

Gli lancio un sorriso enigmatico, e lo vedo leggermente arrossire.
Non credevo che avrei mai visto una cosa del genere nella mia vita.
Mr. Battutina Insinuante che arrossisce.

“Andiamo.” E me lo tiro dentro casa.

***

Casa di Mulder
250 dicembre 1999
ore 08:50, pm
 
Mulder ha ragione.
In due si dorme meglio.
Altrimenti non mi sentirei così bene.
Ok.
Diciamo che si dorme bene quando c’è la volontà di farlo e i due in questione non si detestano, anche se cordialmente.
E sicuramente Mulder ed io non ci detestiamo.
O almeno, io non lo detesto.
Come potrei?
Dorme così bene. Con la bocca leggermente aperta, i capelli arruffati, l’aria sottilmente imbronciata e tutto il suo corpo premuto su di me.
Come posso detestare una visione del genere?
Non si può.
Lui non so.
Beh, non che mi detesti, ma quanto brontolerà se lo sveglio in questo istante?
Non possiamo oziare nel letto tutto il giorno. No che non sarebbe carino, ma ci sono cinque centimetri di neve e ho voglia di camminarci sopra.

“Mulder? Mulder, svegliati. E’ tardi.”

Grugnisce e si accoccola ancora di più su di me.

“Mulder?”

Gli do un bacio tra i capelli.

“E’ Natale.” Bofonchia.

“Lo so. Ma sono quasi le nove, e ho voglia di uscire.”

“Voglio rimanere qui con te. Tu no?”

 “Possiamo continuare quando torniamo.” Propongo, e mi sembra un’idea accettabile.

Apre gli occhi e mi guarda con un’espressione adorabile.
Onestamente, se continua a fissarmi in questo modo, dubito che manterrò fede ai miei propositi.

“Significa che potremo spassarcela sul divano come ragazzini, mentre danno i cartoni alla tv?”

“Una cosa del genere.” E mi sorride. Un sorrido sbilenco, mentre soffoca uno sbadiglio.

“Non devi andare da tua madre?”

Scuoto il capo. “No, oggi no.”

“Vado a fare una doccia.” Conclude. Mi strappa un sorriso a fior di labbra, scende dal letto e arriva barcollante fino al bagno.

Poco dopo sento l’acqua iniziare a scorrere.
C’è solo quello, e poi silenzio.
Non quel silenzio carico di tensione. O di paura. O magari entrambe.
E’ un silenzio tranquillo.
Di quelle mattine, quando ti alzi e senti che tutto va come deve andare e sei sereno.
Sospiro e inizio a fissare la porta del bagno.
Forse potrei raggiungerlo.
Magari lo vedrei arrossire di nuovo.
Di certo non se lo aspetta. Sarà il mio regalo.
Vado.
Buon Natale a tutti!

 

 

The End.

Note: fantasia natalizia; nulla di veramente serio, solo una sfiziosità, dato che siamo in periodo e dobbiamo essere tutti più bravi e più buoni.