Titolo: On the road
Autore: Lezar  theonlytruth@crazy-land.net
Spoiler: Tanti!!! Nove anni sono un periodo di tempo molto lungo!
Rating: Pg
Genere: Angst, romance, nel senso che M e S hanno una relazione già all'inizio della fic, non nel senso che è una fanfic sdolcinata, non pensate male!, Mulder Pov, Scully Pov.
Feedback: Ve ne supplico, rispondo sempre!
Disclaimer: sono solo in prestito, non li uso a scopo di lucro o con l'intento di violare nessuna legge!!! Drive dei Rem appartiene a loro... non fatemi causa!!
Note: Come nei migliori telefilm, ogni tanto giunge l'ora di una rimpatriata per chi si fosse perso qualche episodio.

 

Avrei voluto dirti che prego che qualsiasi cosa accada, tu ci sia sempre, tu sia sempre con me.  

 

 
Statale per Luray,
Virginia
1:20, am
 
Vedo l'asfalto correre veloce sotto di me, come se fosse un rullo in movimento. E anche se so che è questo furgone a muoversi... anche se so che la fisica e la scienza e la ragione mi dicono il contrario... non posso impedire a me stessa di provare una simile sensazione.
Le sensazioni sono la nostra anima irrazionale.
Strano che sia io a dirlo... ma la vita mi ha cambiata profondamente... e, assieme ad essa, qualcuno di importante che ne è diventato uno dei pilastri.
Quello stesso qualcuno che ha intrecciato le dita della sua mano con le mie e mi massaggia la pelle con il pollice. Un tocco appena che mi fa sentire bene.
Quello stesso qualcuno di cui ascolto i battiti ritmici e regolari attraverso il braccio su cui ho appoggiato la testa.
Ricordo volte in cui mi sono posata esausta sul suo torso nudo e il battito del suo cuore, come una dolce ninna nanna, mi ha cullato nel sonno.
Mulder non ha detto una parola da quando ci siamo incontrati ma i suoi occhi hanno parlato più di quanto egli stesso immagina.
I suoi occhi possono diventare gorghi così intensi e profondi che ci si è attirati inesorabili senza avere la possibilità di ritrarsi.
E in quegli occhi ho letto terrore... un terrore così radicato e violento che ha marchiato la mia anima e quasi mi ha tolto il respiro.
Non oso immaginare cosa deve aver provato nelle ultime ore... non oso perchè conosco simili sensazioni e so che fanno talmente male da lasciare distrutti moralmente e fisicamente.
Le ho provate troppe volte negli ultimi mesi e le provo ancora... ogni volta che penso a William... ogni volta che penso a me e Mulder e alla nostra condizione, al costante pericolo che corriamo... ogni volta che ripenso che avrei potuto perdere Mulder per sempre.
Quasi rido se mi rendo conto di quanto sono cambiata e quanto la mia vita è cambiata da quando ho incontrato Mulder.
Ha stravolto tutti i miei piani, tutti i miei livelli, le mie idee, le mie convinzioni, i miei modi di affrontare la vita o di considerarla.
Quando uscii dall'accademia ero giovane, ambiziosa e con solide basi a sorreggermi.
Non appena ho incrociato il suo sguardo ironico e pungente, le mie basi si sono sgretolate e ho dovuto ricostruirle mattone dopo mattone, seguendo direzioni di cui non conoscevo neanche l'esistenza.
E lì dove prima la strada della mia vita voltava a destra ora svolta a sinistra, lì dove procedeva dritta e senza intoppi adesso è una serie di cunetti e dossi.
Alla fine il traguardo è stato diverso, ma assai migliore di ciò che potessi minimamente immaginare.
Volevo diventare una donna in carriera quando ero più giovane, e, solo quando lo fossi diventata, realizzare il sogno di mia madre di vedermi sistemata, con un marito medico magari e due o tre bimbetti che sgambettavano per casa.
Volevo...
Lentamente le mie priorità si sono trasformate, i miei sogni e le mie ambizioni sono diventate altre.
Solo un anno dopo aver lavorato con Fox Mulder, la mia prima preoccupazione era diventata tenere aperta la caccia alla verità e continuare a lavorare con lui.
E più il tempo passava, più i miei occhi cambiavano... e cambiava il mio modo di guardarlo e di guardare al nostro lavoro... una crociata che da sua era diventata anche mia... era diventata nostra.
Nostra è una bella parola.
Lentamente siamo diventati noi.
E' stato un processo lungo, difficile, tortuoso... per entrambi.
Ci sono stati momenti in cui ad ogni mio passo avanti lui ne faceva due indietro o viceversa.
Ed Jerse e Diana Fowley.
Sono due nomi che nessuno dei due scorderà facilmente, ma la lontananza ha fatto bene ad entrambi... a volte è necessario essere sul punto di perdere qualcosa per capirne l'importanza.
E' la vita che è fatta così.
Non c'è logica.
E' uno schema razionale di irrazionalità.
Non sappiamo perchè le cose accadono, quando, dove accadono.
Ma accadono e ci cambiano profondamente e non possiamo fare a meno di accettare tali cambiamenti.
Quella mattina, quando mi sono svegliata nel suo letto...
Erano le 5:56 e iniziai a fissare la mia immagine riflessa nello specchio sopra di me... il mio volto privo di parole e il mio corpo ancora intorpidito e intrappolato tra le coperte. Non guardai accanto a me... non potevo... non volevo... non ne avevo bisogno.
Avvertivo il suo odore... il nostro profumo che mi perforava le narici e mi inviava flash della notte trascorsa... le sue mani su di me, la sua bocca su di me... il suo corpo che si muoveva sul mio e mi inondava di sensazione troppo intense da descrivere.
Non avevamo detto una parola durante la notte... avevamo scrutato i nostri occhi e avuto le conferme che cercavamo.
Mi alzai e mi diressi dritta in bagno, raccattando i miei vestiti dal pavimento.
Volevo urlare e mettermi a piangere di gioia e rifugiarmi ancora tra le sue braccia, avvertire il suo calore diffondersi sulla mia pelle, sentire la sua pelle a contatto con la mia... volevo... ma non lo feci.
Qualcosa mi bloccò... paura forse.
Mi limitai a fissarlo beato ed esausto e ad andare via.
Arrivai a casa poco dopo. Il tempo di una doccia veloce e me ne stetti in accappatoio sul divano, con la mia tazza di caffè fumante tra le mani, a fissare il vuoto.
In ufficio fu difficile. La tensione era palpabile ad ogni minimo movimento... che si temperasse una matita o si prendesse un fascicolo dall'archivio era un continuo muoversi a scatti, guardarsi fugaci senza avere il coraggio di fissarsi negli occhi.
Percepivo il suo dispiacere... probabilmente si aspettava di trovarmi al suo fianco al mattino.
Pronunciò una frase completa solo a fine giornata. "Hai dimenticato un paio di cose a casa mia ieri", mi disse, "Se vuoi posso riportartele qui. A domani."
Non ritornammo sulla questione per parecchio tempo, ma tra noi qualcosa cambiò. Senza che ce ne rendessimo conto, il nostro atteggiamento mutò e ci ritrovammo molto più vicini di quando pensassimo o credessimo potessimo arrivare ad essere.
Fu lui a riaprire la questione.
Sarà stata la giornata particolare, quel dannatissimo film, l'aria di Los Angeles o l'atmosfera un pò brilla che avevamo respirato tutta la notte... Eravamo nella mia stanza di albergo ed era affacciato al balcone.
L'avevo raggiunto dopo essermi tolta quel dannatissimo vestito e indossato una larga e certo più comoda t-shirt. Il panorama era il perfetto compendio di natura e artificio... il silenzio della notte e i rumori pacati e flebili del creato, le luci forti e i rumori abbaglianti di Hollywood... ma per me non v'era nulla di tutto questo... solo il suo profilo, sottilmente illuminato... gli occhi chiusi e il corpo mollemente rilassato sulla ringhiera.
Aveva tolto giacca e papillon e la camicia era finita fuori dai pantaloni.
Mi ero soffermata a guardarlo per un istante, prima di avvicinarmi anche io alla ringhiera e appoggiarmi a fissare il panorama. Pensavo che non mi avesse sentito arrivare ed ero sul punto di avvertirlo della mia presenza, quando aprì la bocca e miele uscì dalle sue labbra.
"Quando ho fatto l'amore con te, Dana, l'ho fatto perchè volevo, perchè sentivo che era giusto, perchè la mia anima era in pace e si era ricongiunta alla tua. E so che per te è stato lo stesso.", disse con gli occhi chiusi.
Dire che mi morì il fiato in gola è poco... In realtà non avevo idea di cosa dire... aveva dannatamente centrato il punto.
"So che hai avuto paura... che hai paura", continuò voltandosi e avvicinandosi a me, "Anche io ho paura... ma non possiamo permettere che la paura rovini... ogni cosa."
Non mi diede il tempo di rispondere o di replicare in alcun modo, perchè catturò le mie labbra e non le lasciò andare più.
Non fu semplicemente fare l'amore, fu una perenne congiunzione di anime e di cuori e di spiriti... un vero matrimonio, se è lecito usare questa parola.
Sicuramente ero già incinta di William anche se ancora non lo sapevo.
Dopo...
Dopo fu un sogno... un breve sogno prima che l'incubo piombasse sulle nostre vite.
Quando Mulder tornò mise della distanza fra noi e, benchè giustificassi il suo comportamento e lo comprendessi, anche io mi allontanai.
Poi non so che accadde... improvvisamente cambiò. Anche se non me lo ha mai detto, suppongo che avesse capito che il bambino che portavo in grembo era suo.
Descrivere quei pochi giorni in cui eravano tutti e tre insieme, come una famiglia?
Quasi impossibile.
Cinque giorni scolpiti nella mia testa e legati ad essa con piombo e cemento.
La prima sera fu strana. Lui era... impacciato... amorevolmente impacciato. Mi lasciò William solo perchè lo potessi allattare... per il resto, lo cullò tutto il tempo fino a che non si addormentò, tenendolo stretto a se ed osservandolo come un miracolo inatteso.
Dopo aver messo William nella sua culla, si sdraiò con me sul letto e mi strinse a sè... senza parlare, senza chiudere gli occhi... rimase immobile ad ascoltare il mio respiro e ad avvertire il suo corpo accanto al mio. Rimanemmo così fino a che William non iniziò a reclamare il suo pasto e fui costretta ad alzarmi. Si avvicinò a noi, sistemando la testa sulla mia spalla e fissando nostro figlio vivere felice. "Grazie", mi sussurrò all'orecchio e fu l'unica parola che pronunciò per tutta la notte.
Il mattino dopo, quando mi svegliai, trovai Mulder seduto sul letto accanto a me che giocherellava in silenzio con William. Si girò a guardarmi e mi sorrise, sussurrandomi che aveva sentito che Will si era svegliato e lo aveva trovato che tubava felice con le coperte.
Fu la prima mattina di una famiglia normale.
Mentre allattavo William, Mulder si feceva la doccia. Mentre mi facevo la doccia, Mulder preparava la colazione. La consumammo in silenzio, quasi temessimo di spezzare quel sogno. Due tazze di bombe allo zucchero e latte... e poi, non so neanche come accadde, mi ritrovai tra le sue braccia.
"Sei ancora affamato?", gli chiesi. Lui sussurrò un "si" strozzato, ma nei suoi occhi vidi che aveva bel altro tipo di fame. "Vieni di là allora... William dormirà ancora per un pò".
I giorni successivi furono ugualmente intensi e normali, fino a che Kersh non si presentò a casa nostra, avvertendoci del pericolo che Mulder correva. Discutemmo per la prima volta quella sera... parole miste a lacrime e rabbia. Mulder era irremovibile, non voleva andare via... non voleva separarsi da noi. Accettò solo dopo le mie suppliche e avvertendo il pericolo che William ed io avremmo corso standogli accanto. Mi disse un "Va bene" sussurrato, prima di rifugiarsi in camera da letto ad osservare il lento alzarsi e abbassarsi del torace di nostro figlio, quasi fosse un pagliativo alla sua rabbia... al suo dolore.
Il giorno successivo... cerco di non pensare a quella mattina... è un ricordo troppo straziante.
Uscì dal bagno pronto a partire: una t-shirt grigia, una paio di jeans, due tubolari neri ai piedi e una profonda espressione di rassegnazione sul volto. Avevo ancora William in braccio, tentando di calmarlo.
"Stava piangendo?", mi chiese.
Annuii senza avere la forza di parlare e gli passai nostro figlio.
Lo cullò e gli parlò dolcemente fino in camera da letto. Non riuscii a seguirli ma quando Mulder ritornò da me aveva gli occhi rossi e le guance bagnate. Mi fece un sorriso sbilenco mentre cercava di asciugarsi le lacrime con il dorso della mano.
"Stai attento", gli sussurrai.
Annuì piano e si avvicinò.
Ci ritrovammo intrecciati in un ammasso di braccia e dolore, corpo e anima come una cosa sola.
"Stai attenta anche tu. Prenditi cura del nostro ometto mentre sono via."
Lo seguii lungo il corridoio del pianerottolo e lo vidi sparire dietro le ante dell'ascensore. Andai alla finestra e lo osservai mentre entrava in macchina e partiva. E in quel momento capii davvero che l'incubo, che credevo fosse terminato con la nascita di nostro figlio, era ancora ai suoi inizi.
Ora... quasi che il destino si diverta a giocare con noi... ho di nuovo Mulder ma non ho William... e stiamo andando incontro al nulla senza sapere la nostra meta.
Mulder fissa la vita scorrere via dal finestrino, come me...
Quasi avverta il mio sguardo sul suo volto si volta e mi sorride appena, avvicinando le labbra alla mia testa.
"Mi perdoni?" mi chiede in un flebile mormorio e da un caldo e lieve bacio ai miei capelli.

 

X-X-X-X

Statale per Luray,
Virginia
1:20, am
Vedo l'asfalto correre via dal finestrino e mi incanto a guardarlo come se fosse un pagliativo alla mia vita.
Ho la testa appoggiata al vetro, come se un freddo e duro pezzo di vetro possa sostenermi e raffreddare il mio senso di colpa e il mio terrore che ancora non si è assopito nonostante l'abbia accanto a me.
Non le ho detto ancora nulla da quando ci siamo incontrati... semplicemente non riuscivo a dirle nulla. Ma ho intrecciato le mie dite attorno alle sue, ascolto la sua pelle sfregare la mia, sento che è corpo e materia che non fugge via e ho la certezza che sia reale e non frutto di un sogno che scomparirà al mio amaro risveglio.
Ascolto il suo respiro soffiare lento nel silenzio, intento a calmare le acque in burrasca del mio spirito.
E' capitato che mi addormentassi al suono del suo respiro, avvertendo il suo calore accanto al mio: un sonno senza incubi, un sonno di pace.
Strano l'effetto che Scully ha su di me... che ha sempre avuto. Uno strano ascendente che per la prima volta nella mia vita non ho respito, ma ho lasciato che mi avvolgesse totalmente, mi completasse, fosse il mio sostegno, riuscendo ad entrare nelle minuscole faglie della mia poderosa armatura di dolore.
E lentamente sono diventato una nuova persona, una persona con nuove verità, più consistenti e vere... forse più reali, perchè esistenti e presenti.
La guardavo con gli occhi di superba superiorità... la giovane professoressa saccente che emanava scienza e razionalità, qualcuno da stuzzicare e pungere.
Fatto sta che alla fine del nostro primo caso sono stato io a chiamarla.
Pensavo fosse venuta a spiarmi, a rubarmi i miei files, la mia ricerca della verità, la mia vita. Di fatto è stata la mia più fedele alleata, la mia ancora... è stata lei la mia vita.
Mi sembra quasi assurdo se ripenso a quanto è stato difficile e lungo metabolizzare questa nuova dimensione... e so che per lei è stato lo stesso.
Un mio passo avanti equivalevano spesso a due passi indietro da parte sua e viceversa.
Diana Fowley ed Ed Jersey.
Due nomi che nessuno dei due scorderà molto facilmente.
Sono stati la punta dell'iceberg.
Dopo Diana pensavo che per noi non ci sarebbe stato più futuro... per me e Scully intendo.
Si, lo so... sono un borioso figlio di puttana...
Per fortuna Dana, quanto a testardaggine, continua a gareggiare con me.
Adoro la sua testa dura.
Probabilmente è grazie alla sua testa che ora siamo dove siamo... anche se a volte fatico a capire i suoi ragionamenti.
Ma si sa... la vita è per lo più irrazionale, fatta di esperienze improvvise e inaspettate che non sai come, non sai perchè accadono ma sai che devi accettarle perchè è giusto che sia così.
Quella mattina, quando mi sono svegliato, ho avvertito immediatamente un odore frizzante nell'aria... un buon odore.
Ho fatto lunghi e profondi respiri, sperando di incamerarne la sua essenza; poi ho steso la mano per attirarla a me e mi sono accorto che il lato accanto a me era vuoto e freddo.
Mi sono voltato a guardare terrorizzato, tendendo l'orecchio per avvertire insoliti rumori per casa che mi dimostrassero la sua presenza nelle stanze della mia vita.
Silenzio.
Mi sono accasciato sul cuscino che aveva accolto i suoi capelli e la sua pelle, seppellendoci il viso fino a non poter più respirare.
E il tormentato "perchè" mi è rimbalzato nella testa per tutto il tempo in cui mi sono alzato, ho fatto la doccia e mi sono sbarbato, mi sono vestito e sono arrivato in macchina al seminterrato.
L'ufficio era chiuso, come al solito.
Appena entrai un vago odore stantio di muffa colpì le narici... come al solito.
Era come se non fosse accaduto nulla, come se il mondo avesse continuato a girare imperterrito... come se quella fosse stata una notte come tante.
E come al solito, poco dopo il mio arrivo, avvertii l'eco di tacchi sul pavimento e la vidi sbucare dalla porta bardata in un severo tailleur blu scuro.
Non dicemmo una parola, ma i nostri sguardi parlarono fin troppo, evocando immagini nitide e infuocate.
E non parlammo per tutto il giorno.
Solo a fine giornata, quando ormai indossavo il cappotto e cercavo le chiavi della macchina nelle tasche, le sussurrai qualcosa di molto stupido... beh... diciamo che allora mi sembrò stupido.
"Hai dimenticato un paio di cose a casa mia ieri", dissi, "Se vuoi posso riportartele qui. A domani."
Lentamente gli ingranaggi della nostra vita ritornarono al loro solito posto, anche se qualcosa cambiò tra di noi... non so bene cosa... la sentivo più vicina ed io mi sentivo più vicino a lei.
Di fatto non ritornammo sulla questione.
Lei non ci ritornò mai. Io ci rimuginai su per parecchio tempo, cercando il modo e il momento giusto per poter parlare.
Non so perchè accadde proprio quella notte.
Non avevo pianificato nulla.
Non era in programma neanche la carta di credito dell'FBI e la cena in quel localino su Long Beach veramente.
Ma mi è sempre piaciuta la spontaneità.
Eravamo in quel dannatissimo e costosissimo albergo.
Sul balcone c'era un aria frizzante e fresca e un'atmosfera quasi arcadica.
Abbandonai papillon e giacca sulla prima sedia che trovai e me ne stetti appoggiato alla ringhiera attendendo che Scully mi raggiungesse.
Lo fece pochi minuti dopo con passo felpato e grazia. Ma la sentii ugualmente.
E le parole iniziarono ad uscire da sole, senza che quasi mi rendessi conto di quello che dicevo, se non quando mi ritrovai le sue labbra tra le mie.
I giorni a seguire furono come sogni... come se la vita si fosse improvvisamente circondata di minuscoli batuffoli di morbida ovatta.
Ma il sogno fu ben presto soppiantato da un incubo. Un incubo da cui mi risvegliai mesi dopo trovando di fronte a me e dentro di me una realtà profondamente cambiata.
All'inizio non capivo. Non riuscivo a capire me stesso e non riuscivo a capire quella strana situazione in cui il mio posto agli X-Files era stato occupato e Scully era incinta di chissà chi.
E la trattai male... come al solito.
L'ho detto che sono un borioso figlio di puttana, no?
La notte dopo essere riuscito a sfuggire dal Centro Federale di Statistica... beh... non riuscivo a dormire; così presi un calendario e iniziai a contare a ritroso... e a capire.
Lì per lì ero terrorizzato.
Quando fui praticamente certo di quello che era accaduto mi accasciai sul divano in uno stato catatonico. Ma poi iniziai a prendere consapevolezza degli importanti cambiamenti che stavano per avvenire nella mia vita e degli errori a cui dovevo rimediare.
Come faccio a descrivere quei pochi giorni in cui eravano una vera famiglia?
Giuro, mi sentivo un idiota con quel fagottino caldo e morbido tra le braccia... un idiota assolutamente estasiato.
Ho guardato Scully allattare nostro figlio.
Ho guardato William aggrapparsi con le sue mani piccole e paffute al seno di sua madre e ho avvertito come se il mondo attorno a me improvvisamente fosse scomparso ed esistessimo solo noi tre.
Non sapevo che dire, non trovavo le parole per esprimermi e così dissi solo un "Grazie" sussurrato, lasciando che il mio corpo parlasse per me.
Il mattino dopo mi sono svegliato al leggero suono di un vagito. Scully dormiva profondamente accanto a me mentre William era già sveglio per scoprire il mondo.
Lo guardavo e lo toccavo come fosse una sacra reliquia artefice di un miracolo... ed in effetti è così.
Quando Kersh bussò alla nostra porta e lo vidi sulla soglia con il volto teso capii che la nostra pace era finita e sarebbe iniziato un incubo ancora più spaventoso dei precedenti.
Dana voleva che andassi via, che fuggissi lontano, che scomparissi... che li abbandonassi. E c'è voluta tutta la sua testa dura e le sue lacrime a convincermi.
Il mattino dopo me ne stavo con nostro figlio in braccio, accanto alla sua culla e gli sussurravo parole incoerenti e senza senso mentre cercavo di impedire ai miei occhi di non piangere.
Salutai Scully vicino alla porta con l'assoluta consapevolezza che stavamo per imbarcarci lungo le rotte dell'inferno.
Credevo davvero che andando via lei e soprattutto nostro figlio sarebbero stati al sicuro da tutti e tutto.
Credevo che cercassero solo me, che William fosse un normale miracolo... ma mi sbagliavo.
E ora ho di nuovo Scully accanto a me, ma, per uno scherzo del destino, nostro figlio è stato portato via dalle nostre vite che fuggono come questo asfalto verso il nulla.
Giro il capo e vedo Scully che mi fissa.
Accenno un timido sorriso, sfiorando la sua testa con le mie labbra.
"Mi perdoni?" le chiedo in un flebile sussurro prima di darle un caldo bacio tra i capelli.
 

X-X-X-X

Statale per Luray,
Virginia
1:20, am
 
La luce dei rari lampioni che incontravano sulla strada fendeva improvvisa i finestrini del furgone, e stordiva il funereo silenzio in cui giacevano.
Il rollio del motore e il vento che frustrava il metallo.
Forse il flebile stridere dei pneumatici sull'asfalto.
Il giovane al volante aveva un volto serio ma molto più disteso rispetto a poche ore prima.
Li avevano seminati e avevano portato a termine l'operazione.
Poteva considerarsi una giornata positiva tutto sommato.
Diede sguardi fugaci allo specchietto retrovisore, sorprendendo Mulder e Scully scambiarsi una rapida occhiata di perdono e speranza.
Reyes guardava distratta la strada, disegnando strane ombre sul vetro del finestrino, una spirale sinuosa e allungata che si avvolgeva su se stessa.
Accanto a lei, Doggett aveva disteso le gambe e allungato il capo sul poggiatesta. Guardava il soffitto con occhi chiusi e mascella contratta, immobile, quasi non respirasse.
Skinner, dietro di loro, osservava estasiato e stranito il fondo nero del furogne, il lucido del metallo su cui di tanto in tanto si rifletteva la luce dei lampioni. Dalle mani traspariva un calma apparente, tradita dal leggero fremito della mascella.
Un'aria pesantemente stantia che consumava l'ossigeno e impediva ai cervelli di pensare.
Un leggero movimento, interruppe la monotona immobilità e li fece voltare.
La porta che divideva in due zone diverse il furgone si aprì.
I due giovani di colore uscirono per primi occupando gli ultimi due sedili rimasti liberi.
Pochi attimi dopo si affacciarono anche Max e JD.
I jeans e le camicie erano stati sostituiti da una divisa nera, con tasche sui pantaloni e sulla giacca da cui si intravedeva una t-shirt grigia.

-Fateci capire? Dovremo rimanere in piedi per il resto del viaggio?- mormorò imbronciato Cain.

Ma il suo tentativo di smorzare la tensione fu vano.
Gli occhi di Mulder e Scully, Doggett, Reyes e Skinner erano puntati su di loro e attendevano risposte.
Paura.
Speranza.
Rassegnazione.
Rabbia.
Attesa.
Erano scritti con le maiuscole nel loro sguardo, aspettando che qualcuno li dissetasse.

-Ok. Magari è venuto il momento delle spiegazioni- borbottò Owen, sedendo per terra accanto a Skinner.

-Dove stiamo andando?- il tono del vicedirettore era secco e conciso.

-Vedo che vuole andare al sodo.- un sorrisino ironico e compiaciuto apparve sulle labbra di JD.- Abbiate pazienza, tra un pò saremo arrivati.

Si sedette accanto ad Owen e attese l'inevitabile raffica che presto sarebbe piovuta su di loro.
E così fu.

-Chi siete veramente?- fece Monica pacata cercando di nascondere un certo fremito.

-Anche questa domanda dovrà attendere la sua risposta- ribattè Max, incrociando le gambe e assumendo un irritante atteggiamento provocatorio- Però se volete possiamo dirvi i nostri veri nomi!

-La smetta!- sbottò Doggett con occhi infiammati d'ira. Max e Owen non si scomposero minimamente, quasi che quella situazione li divertisse.- Rispondete alle domande senza troppe storie!!

-E' una minaccia, Agente Doggett?- si intromise il ragazzo di colore.- Non so quanto le convenga minacciarci.

-Iniziamo da voi.- Monica parlò a tono con una punta di sfida nelle parole- Non mi sembra sia buona educazione non presentarsi, non trovate?

-Pienamente d'accordo- fece la ragazza di colore- Io sono Ina e lo spilungone accanto a me- al che il ragazzo si voltò a guardarla con una smorfia divertita sulle labbra- è Noel.

-Noel e Ina.- sussurrò Skinner.

-Esatto- continuò la ragazza con un sorriso compiaciuto- e i due farfalloni accanto a lei sono Lukah- e indicò JD- e Alexis- puntò il dito verso Max

-Sempre gentile- borbottò Max.

-Non rompere! Chissà che avete combinato tutto questo tempo!- gli ribattè Noel con malizia.

-Che diavolo... non avrete messo strane idee in testa a Sari e Isi, vero?- chiese Alexis sinceramente allarmato.

-Può darsi...- Ina lasciò volutamente il discorso sul vago.

-Fateci capire... ci aspettano due mogli amorevoli o due diavoli che ci inseguiranno per tutta la base con il macabro intento di crocifiggerci?- fece sospettoso Lukah.

Ina e Noel fissarono per un attimo lo sguardo veramente preoccupato dei due prima di scoppiare in una fragorosa risata.
 
I cinque assistettero alla scena con sconcerto.
E i loro volti mostravano tutta la perplessità che maturava nel loro animo. A dirla tutta iniziavano a sospettare che quei quattro fossero del tutto matti.
Il giovane alla guida si accorse del loro stato e intervenne a placare i loro dubbi.
Sulle sue labbra un sorriso divertito e quasi compiaciuto.

-Non temete, non sono impazziti- disse loro, guardandoli fugace dallo specchietto retrovisore. E vide cinque sguardi sorpresi che lo fissavano.- Stemperano la tensione.

Meravigliati davvero che stesse leggendo dentro di loro.
Letteralmente.

-Comunque... io sono Rob. Quella lì è Jessi.

La ragazza che era accanto a lui sollevò appena la mano, un breve gesto d'assenso prima di tornare china sul suo portatile a lavorare.
Il suo sguardo oscurato dalla notte e dal buio, mentre un lieve profilo del suo volto si delineava appena davanti ai loro occhi.

-A me non sembra che siano normali.- sussurrò Monica.

Rob rise brevemente prima di riportare la sua completa attenzione alla strada.

-Agente Reyes, mi aspettavo un maggiore senso dell'umorismo da parte sua!- sbottò Ina ancora presa dalle risate.

-Qui c'è poco da ridere.- affermò serio Doggett.

-E' vero!- confermò convinto Alexis- Non si ride sulle disgrazie altrui!

-Noi verremo sbranati da Sari e Isi e voi ridete?- rincarò Lukah.

Ina e Noel fissarono i due seri.
Ma fu solo un momento.
Ripresero a ridere come prima. Forse con più gusto.

-Al diavolo!- sbottò Alexis.

Chinò il capo e rimase a fissare il pavimento del furgoncino con gli occhi socchiusi e corrucciati.

-Rob, accendi un pò la radio!- ordinò Lukah, prima di appoggiarsi da una spalla al fianco del sedile di Skinner e attendere in silenzio che le prime note stemperassero i suoi timpani.

Il ragazzo al volante allungò una mano verso il cruscotto, manovrando attorno ad una strana forma rettangolare che si illuminò.
Cambiò diverse frequenze prima di fermarsi alla voce dei Rem che regalavano un sogno sulla strada.

Smack, crack, bushwhacked.
Tie another one to the racks, baby.
Hey kids, rock and roll.
Nobody tells you where to go, baby.
What if i ride? What if you walk?
What if you rock around the clock?
Tick-tock. Tick-tock.
What if you did? What if you walk?
What if you tried to get off, baby?
Hey, kids, where are you?
Nobody tells you what to do, baby.
Hey kids, shake a leg.
Maybe you're crazy in the head, baby.
Maybe you did. Maybe you walked.
Maybe you rocked around the clock.
Tick-tock. Tick-tock.
Maybe i ride. Maybe you walk.
Maybe i drive to get off, baby.
Hey kids, shake a leg.
Maybe you're crazy in the head, baby.

Le risate di Ina e Noel si arrestarono presto.
Doggett, Reyes, Skinner, Mulder e Scully fissarono lo strano ed equivoco gruppo che faceva loro compagnia.
Si rassegnarono.
Sospirarono e si adagiarono comodamente sui loro sedili attendendo che la strada finisse.

Ollie, ollie.
Ollie ollie ollie.
Ollie ollie in come free, baby.
Hey, kids, where are you?
Nobody tells you what to do, baby.
Smack, crack. Shack-a-lack.
Tie another one to your back, baby.
Hey kids, rock and roll.
Nobody tells you where to go, baby.
Maybe you did. Maybe you walk.
Maybe you rock around the clock
Tick-tock. Tick-tock.
Maybe i ride. Maybe you walk.
Maybe i drive to get off, baby.
Hey kids, where are you?
Nobody tells you what to do, baby.
Hey kids, rock and roll.
Nobody tells you where to go, baby, baby, baby.

 

X-X-X-X

Shenandoah Valley,
Monti Appalachi,
confine con il West-Virginia
3:15, am
 
Il furgone iniziò a rallentare lentamente fino a fermarsi del tutto.
Il motore borbottava silenzioso e un leggero singulto scoteva le pareti metalliche intorno a loro.
Dai finestrini si delineava appena il profilo di una fitta foresta che orlava orgogliosa i lembi estremi della strada. Di fronte la sagoma vaga di una muraglia in ferro e cemento. L'aria spessa di nera porpora e luttuoso velluto, quasi figurata dai doppi pennelli di un borioso pittore.
Il tempo stantio e immobile, come se la vita avesse smesso di vivere, intrappolata nell'istante di una fotografia.
Durò qualche attimo.
Il furgone iniziò a muoversi lentamente, mentre un rombo sordo si diffondeva nell'aria, riempiendo il silenzio.
La forte luce che li investì fu accecante e improvvisa tanto che Mulder e Scully, Doggett, Reyes e Skinner distolsero lo sguardo e socchiusero gli occhi.
Come se un mondo nuovo ed estraneo si stesse mostrando loro, dopo aver vissuto all'ombra per anni, racchiudendo e nascondendo il bocciolo tenero e delicato della speranza e del futuro
Il furgone si fermò definitivamente.
Attorno, il silenzio modulato solo da lievi brusii e vaghi rumori provenienti dall'esterno.
Quando riaprirono gli occhi, Rob aveva ancora la mano sulla toppa dell'accensione e stava sfilando le chiavi.
Jessi, al suo fianco, chiudeva il portatile con cui aveva lavorato durante il viaggio e riordinava alcune cartelle sparse sul cruscotto.
Lukah e Alexis si erano alzati in piedi e si stiracchiavano con piacere, cercando di riarmonizzare i muscoli. Ore di viaggio seduti sul fondo di un furgone non dovevano essere piacevoli per nessuno!
Monica gettò uno sguardo fuori dai finestrini intravedendo una strana struttura dalle pareti in cemento leggermente inscurito dal tempo.
Un paio di furgoni identici, neri e lugubri, erano parcheggiati accanto ad una inferriata smaltata.
Due moto nere e ben lucidate, con la targa cancellata e le ruote consunte e sporche di una strana fanghiglia bianchiccia.
Una semplice porta di ferro alla parete più lontana e un'altra al suo fianco si intravedeva appena.
Due giovani, un ragazzo e una ragazza, dalla faccia apparentemente pulita e innocente si stavano avvicinando con una tranquillità disarmante.
Sembrava che stessero attendendo il loro arrivo.
Probabilmente era così.
Monica diede una leggera gomitata sul fianco di Doggett, richiamando la sua attenzione e indicandogli i due fuori dall'abitacolo.
Anche Skinner si volse.
E Mulder e Scully.
Stettero a fissare i due che si avvicinavano con passo deciso ma tranquillo e si fermavano ad appena un metro dal mezzo.
Un rollare veloce e improvviso li fece voltare.
Noel e Ina sostavano accanto alle portiere aperte.
Una scia di luce fendeva le loro gambe e le illuminava lasciando al buio il resto del corpo.
Un bagliore argentato rompeva la monotonia funerea del furgone, come la mano di un bambino, con le dita piccole e ancora paffute che arrivavano a stento a formare un viottolo sicuro sul fondo prima di allungarsi in un alone sbiadito.

-Si scende!- squillò Alexis, inoltrandosi nella scia di luce e scendendo dal mezzo.

Lukah lo seguì pochi istanti dopo.
Rob e Jessy scesero dalle portiere anteriori. I cinque ancora rimasti seduti si alzarono, tastando le gambe per cercare di eliminare quel torpore in cui erano inesorabilmente piombate.
Potevano scorgere di scorcio dai finestrini lo strano gruppo che si era formato all'esterno.
Lukah e Alexis parlavano con aria seria ma rilassata.
Il volto di chi comanda.
Il volto di chi sta impartendo ordini.
Rob e Jessy lo osservavano con rispetto.
Rispetto dovuto a chi comanda.
Rispetto dovuto a chi sta impartendo ordini.
Annuirono un paio di volte e si allontanarono.
Quando i cinque uscirono dal furgoncino, poterono vedere appena le loro ombre entrare in una delle due porte metalliche e sparire alla loro vista, mentre uno stridulo ferreo facevo eco nell'aria.
Si guardarono in giro incusiositi.
Sembrava essere una strana area di parcheggio.
Dietro di loro un muro di cemento e metallo.
Sulle loro teste una volta a botte di lamine verdognole notevolmente spesse e in fila, esattamente al centro, una serie di riflettori accecanti, come un plotone di esecuzione schierato e pronto per eseguire il verdetto. Coni di luce che si incrociavano, si intrecciavano, fondevano le loro vite per formarne una sola.

-Dove siamo?- chiese Mulder.

-Vi affidiamo a questi due ragazzi- fece Alexis, ignorando volutamente la domanda e indicando i due che erano appena arrivati.

Un ragazzo e una ragazza di neanche 24 anni, forse di meno.
La faccia pulita e sorridente.
Lui doveva avere capelli castani, ma quasi non se ne distingueva il colore tant'erano corti.
I tratti del viso e la pelle olivastra denotavano un'origine indiana.
Chayenne forse.
O forse Apache.
Lei aveva un volto quasi imbarazzato, mascherato da leggeri efelidi che le coprivano le gote e capelli rossicci che le scendevano sul viso come una cascata di lussuria.
La carnagione pallida faceva risaltare le vene del collo, un armonico e sensuale gioco di bianco e blu.
Portavano una divisa simile a quella che avevano indossato Lukah e Alexis durante il viaggio.
Un pantalone e una giacca sportiva neri con enormi tasconi e una t-shirt grigiastra.

-Salve- si presentò la ragazza elargendo un sorriso sincero- Benvenuti. Sono Violet. Questo è Anton.- il ragazzo che le era affianco fece un breve cenno con il capo.

Anton e Violet gettarono uno sguardo di intesa a Lukah, Alexis, Noel e Ina.

-Ci si vede fra un pò- sussurrò Lukah, prima che i quattro si incamminassero e sparissero dietro alla stessa porta dove erano entrati Rob e Jessi pochi minuti prima.

-Vogliate seguirci.- sussurrò Anton, iniziando a camminare.

Violet si pose in fondo al gruppo.
Sospettosi.
Cauti.
Per essere giovani avevano imparato bene la lezione, di qualunque cosa si trattasse.
Entrarono nella seconda porta e furono immessi in un lungo corridoio anonimo.
La luce dei neon sul soffitto non era molto forte, ma illuminava a sufficienza e si rifletteva sulle pareti metalliche.
Le suole delle scarpe scalpitavano sui pavimenti in ferro e un'eco fastidiosa si sparse nel piccolo ambiente.

-Non temete- iniziò Violet, quasi stesse leggendo nelle loro menti, nelle loro sensazioni- Questo fastidio terminerà presto. I pavimenti degli altri piani hanno comunissime piastrelle.

I cinque si guardarono l'un l'altro senza replicare e indagare oltre.

-Almeno voi... potete dirci dove stiamo andando?- fece invece Scully.

-Ad incontrare alcune persone che ci tengono a vedervi.- rispose Anton.

Enigmatico.

-E' possibile sapere chi?- domandò Doggett.

-Presto lo vedrete di persona.- continuò il giovane.

Avevano imparato la lezione proprio bene.
Senza alcun dubbio
 
Il corridoio terminò.
Una strana struttura metallica chiudeva la via di accesso.
L'acciaio scuro non si lasciava fendere dalla luce ma modulava la sua superficie in strani rimandi di ombra e luce.
Violet si avvicinò ad un pennello scuro. La superficie era liscia e leggermente incavata al centro. Nulla che desse la possibilità di identificarne la natura comunque.
La ragazza allungò un dito, lo appoggiò un attimo sulla superficie e subito lo ritrasse portandoselo alla bocca.
Non accadde nulla per qualche minuto.

-Controllo impronte digitali?- chiese Monica.

-No- sorrise Violet, quasi che la domanda suonasse stupida- DNA, è più sicuro.

Nessuno ebbe il tempo di replicare.
Un rombo sordo rimbalzò intorno e due lembi spessi di acciaio si aprirono, lasciando intravedere quella che, a prima vista, sembrava la cabina di un ascensore.
Anton entrò per primo.
Poi i cinque.
In fine Violet.
Idem come prima.
Le ante si chiusero.
Le pareti trasparenti della cabina lasciavano intravedere scampoli di costoni rocciosi lisci e levigati in cui erano incastonate.
Nessun pannello di controllo all'interno.
Anton e Violet erano immobili. In attesa.
 
Un lieve scossone e l'ascensore iniziò a muoversi.
A scendere.
Nell'aria un leggero rombo sordo.
Poi solo silenzio a riempire le loro orecchie dubbiose e scavare nelle loro anime.
Skinner si avvicinò ad una parete tastandone la superficie.
Fredda, quasi ghiacciata.
Sembrava vetro ma non ne era certo.
Non aveva la consistenza del vetro, era più... compatto.

-Quest'affare sembra un bunker, se dovesse fermarsi si rimarrebbe intrappolati senza via di uscita.- borbottò poi.

-Non tema, vicedirettore.- fece Anton con voce pacata- Se anche dovesse fermarsi, ci sarebbero generatori di correnti a farlo ripartire.

-Perchè... non si muove con energia elettrica?- nella voce di Scully un tocco di curiosità e scetticismo.

-Oh mio Dio, no!- il tono di Violet e il suo perenne sorrisino iniziavano a dare sui nervi.- Sarebbe troppo rischioso.

-Come si muove allora?

-Levitazione magnetica.

-Levitazione magnetica?- intervenne Doggett.

-Si sfrutta il principio dell'opposizione dei poli magnetici. Ma ci sono solo dei protitipi per ora- proseguì Scully.

-Questo lo crede lei.- il tono da saputello di Anton mise fine alla conversazione.

Era come interrogare un muro.
I due non si sbottonavano.
Attenti alla conversazione, non si lasciavano ingannare dalla dialettica, centellinando informazioni e rispondendo a monosillabi.
 
L'ascensore si arrestò pacatamente.
Anton e Violet si spostarono davanti alle ante che si aprirono pochi istanti dopo.
Il giovane uscì per primo. La ragazza attese che i cinque fossero fuori per fare altrettanto.
Le ante dell'ascensore si chiusero dietro di loro.
Un piccolo corridoio ben illuminato si stendeva davanti. Le pareti in cemento bianco e uno spesso soffitto d'acciaio.
 
Proseguirono per una ventina di metri.
Il corridoio sfociava in uno spiazzo dalla forma vagamente quadrata che si incuneava in due bracci laterali e uno frontale.
Gli angoli erano rigati da pannelli di vetro frastagliato da cui si individuavano ombre che si muovevano dall'altra parte del muro.

-Cosa c'è lì?- chiese Mulder.

-Sale riunioni.- rispose brevemente Violet.- Vi porteremo a visitare la struttura più tardi.

-Dove conducono questi corridoi?- rincarò Monica.

-Ala addestramento a sinistra. Ricerche e comandi al centro. Dormitori, mensa e sale ricreative a destra.- fece secco Anton, imboccando il corridoio di destra.

-E' una sorta di... base militare?- domandò Doggett.

-Una specie, si.- mormorò brevemente Violet invitandoli a seguire Anton- Ma a noi non piace definirla così. Non ha nulla della severità militare questo posto. E' più... una grande famiglia.

-Dall'aspetto non si direbbe- sussurrò Mulder, ricevendo in risposta un sorriso divertito da parte della giovane.

Il corridoio appariva piuttosto anonimo. Una serie di porte in acciaio su cui la luce dei neon modulava lievi riflessi di azzurro.
Terminava in una biforcazione.
Imboccarono il corridoio di sinistra, una stampa dei precedenti, fermandosi qualche metro più avanti.
Una porta in acciaio.
Semplice e spartana.

-Siamo arrivati.- mormorò Anton aprendo la porta e scansandosi affinchè il gruppo potesse entrarvi.

Un ragazzino biondo dall'aspetto vagamente familiare dava loro le spalle.
Si voltò non appena udì lo scatto della porta che veniva chiusa, lasciando i presenti del tutto senza parola.

-Salve, ben arrivati.- li salutò.

Il bambino che aveva in braccio li guardava con curiosità.

-Gib... Gibson?- balbettò Monica.

Il ragazzo annuì, spostando lo sguardo e fissando Mulder e Scully.
I loro volti pietrificati e privi di parole.
La bocca aperta e asciutta da cui provenivano sibili strozzati e incomprensibili.

-Wil... William.- bisbigliò Scully, mentre una lacrima solitaria solcava la sua guancia, terminando la sua corsa per terra e alimentando il dolce lago della speranza.

 

 

Continua nel prossimo capitolo....

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NOTE:
La storia della levitazione magnetica è vera; si basa sul principio spiegato da Scully ed è vero che per ora ci sono solo dei prototipi.