CAPITOLO TREDICI

 

Presso Tunguska, Foresta Siberiana,
Russia, Ore 06.00 Am, Giovedì 27
Esiste un momento nella storia, in cui le forze magiche ed esterne al nostro mondo si mettono in moto.
Si tratta di un tempo che si perde in epoche lontanissime, di migliaia di generazioni or sono, quando l’uomo era appena apparso su questo pianeta.
Un’apparizione che la scienza, creata dall’uomo stesso, definisce oggi casuale.
Ma la magia, che l’uomo non ha creato, ma che ha piuttosto ereditato da un crogiolo d’energie radicate e profonde, lontane eppure vicinissime, antiche ma moderne, non definisce la venuta dell’uomo come casuale.
Essa immagina sia stata scritta come su un libro bianco, da mani antiche e sagge, e che debba proseguire per tutta la sua completezza, sino al senso finale.
Come leggere una parabola del Vangelo, una summa del Corano, un verso dei pensieri buddisti..esse ci spiegano una parte del tutto, una riga della verità…
Sta a noi concepirne il senso, la radicata profondità dell’insieme.
Così è per le leggi non scritte ma tramandate della magia, della parola che scolpì per prima sulla sabbia del mondo la parola uomo.
Essa ci pare oggi lontana, retaggio di superstizioni medioevali ed ignoranti, tipiche dei popoli primitivi che vediamo alla Tv, fra un hamburger e l’altro.
Ma la magia scorre in noi, sotto la nostra pelle, animando il senso stesso della nostra esistenza su questa Terra.
Non c’è nulla di primitivo o d’ignorante, nel credere a forze superiori ai mondi che crediamo di comprendere, alle forze che con arrogante presunzione, crediamo di saper controllare.
Ravvicinandoci a questa profonda e mistica anima primitiva di ognuno di noi, del nostro popolo degli uomini, sapremo capire le ragioni dell’io, della venuta di fenomeni e manifestazioni altrimenti precluse.
E sapremo, certamente, impedire che ciò che potrebbe distruggerci, prenda forza, animato dalla nostra indifferenza.
Ora questo momento, o entrambi i momenti in effetti, stanno per prendere forma.
Il momento della magia curativa, ma anche della distruzione assoluta.
E saranno poche pedine, pochissime, a spostare l’ago di questa bilancia immaginaria, in equilibrio dall’eternità del tempo, per rimetterlo nel consueto ordine delle cose, pronta a vegliare fra l’energia potente della natura, sino alla fine del tempo, o per far pesare un piatto nel vuoto abisso della distruzione.
Naturalmente Andrj Vassajev, non sa nulla di tutto questo.
Come ogni mattina si è svegliato all’alba, per andare a controllare le trappole sistemate nella foresta d’abeti e larici, sperando oltre che nel solito castoro, anche in qualche cincillà e se il buon Dio lo avesse voluto, anche in qualche visone.
Sì, esistono anche in Russia i visoni da allevamento, ma sono meno pregiati di quelli catturati nella foresta, forse per una reale bellezza e lucentezza della pelliccia, o più probabilmente per un capriccio vizioso d’allegre donnine Moscovite, che scimmiottano le grandi signore dell’Ovest.
Di ciò che è accaduto nel 1908 a Tunguska, sa poco e niente.
Leggende locali, più qualcosina letta scuola.
Del resto è un tipo di mondo a lui lontano, distante e sconosciuto.
Ha sempre sentito raccontare di un’enorme palla di fuoco che attraversò il terso cielo siberiano una notte di tanti anni prima.
La luce sostò a mezz’aria, come attratta da un piccolo accampamento indiano di cacciatori di pelli e pellicce, sistemate a pochi chilometri dal lago Baikal.
Si raccontavano strane cose su quei cacciatori e quella tribù…si diceva fossero cannibali, che avessero il potere di comunicare con la foresta e di captarne la "forza".
La foresta ha sempre posseduto una "forza" e a questo Andrj ci crede.
Quella mattina gli sembra, però, che quella forza sia assente, del tutto.
Da giorni andava scemando, ma adesso è esaurita, almeno per ciò che riesce a sentire.
Si avvicinò ad una trappola.
La tagliola era sistemata appena sotto un dito di neve e licheni, affinché non congelasse e si bloccasse divenendo un funzionante.
All’interno, il corpo congelato di una martora.
Le pelli di martora si vendevano bene, al mercato di Tunguska.
Si cavò di tasca il coltello dalla lama d’avorio bianco ed incise nell’arto intrappolato, liberandolo.
Ad un certo momento la luce si era schiantata al suolo, proprio su quelle tribù di cacciatori e commercianti di pelle e forse di teste, disintegrandosi e disintegrandoli.
L’impatto aveva avuto una violenza tale, che nessun resto era rimasto e tutti gli alberi erano crollati nel raggio di 300 chilometri.
Il suolo, duro e ghiacciato come una lastra di marmo, si era fuso, con un pozzo profondo e circolare, taciuto a tutti gli osservatori non russi dal 1908 ad oggi.
Il pozzo era proprio di fronte al punto nel quale adesso Vassajev stava scavando per rimuovere la tagliola.
La foresta era cresciuta, ricoprendo il punto d’impatto, e solo grazie agli ultimi macchinari moderni, alcuni scienziati erano stati in grado di trovarne oggi l’epicentro.
Il pozzo…sembrava roccia fusa, come il cono di un vulcano.
Le pareti lisce, di color ocra.
In quasi cento anni di studi, nessuno scienziato si era mai avventurato a formulare che cosa fosse davvero "il pozzo".
Stava lì, minaccioso in estate, coperto da uno strato di ghiaccio in inverno, come la bocca di un Dio malvagio…e forse così era.
Andrj avvertì un tremolio, che andava sempre più aumentando.
La prima neve cadeva a blocchi da certi abeti vicini.
Il tremore divenne sostenuto, con il passare dei secondi.
Andrj temette all’arrivo del terremoto, ed infilandosi la pelle di martora nella sacca appesa sulla spalla, scese rapidamente verso il sentiero, lontano dagli alberi.
Adesso il rumore del ghiaccio che si spezzava in due, poi in piccoli frammenti irregolari, era sinistro e assordante.

< Madonna mia…>, ansimò.

Qualche pino cadde.
Una grossa slavina di ghiaccio e terra, si staccò dalle pendici della collina, in cima al punto zero dell’impatto, nella depressione che ora era visibile solo con strumenti di rilevazione satellitare.
Vassajev scivolò, rotolando sino al termine del sentiero di terra battuta, coperto di ghiaccio e fango.
La sacca con le pelli era perduta chissà dove.
La vibrazione sotterranea, aumentò, sino a diventare un tuono.
Poi dal centro del pozzo, coperto da muschio e recintato da un’alta rete metallica, si alzò una colonna di luce ocra, quasi solida.
Vassajev sgranava gli occhi, il fiato impietrito, la mente bloccata dallo stupore.
Dalla fine del sentiero aveva modo di vedere bene al centro della rete, dove normalmente non c’era nulla, se non un soffice tappeto di muschi e licheni.
Si, qualche volta aveva veduto scienziati del KGB, aggirarsi lì, con torce e strumenti, la mattina presto, quando si alzava per ritirare le trappole…
Ma non era mai accaduto niente…certo, niente di quel che stava accadendo adesso.
La colonna di luce s’innalzò nel cielo, accompagnata da una sorta di musica ovattata e melodica.
Poi uscirono.
Andrj aveva sentito tante storie sui demoni che abitavano nel ventre della terra di Tunguska, prima dai nonni, poi dagli zii, anche dai genitori.
Anche la religione Ortodossa, diceva che i demoni venivano dal centro della terra..
E quelli….Gesù santissimo…se non erano demoni quelli…che altro potevano essere.
Uscirono a gruppi di dieci, per un totale di una settantina.
Tutti alieni mastodontici, guerrieri, eliminatori, legionari…del tipo che tanto stavano a cuore a Mulder e a Scully, per capirci.
Il "pozzo", era il medesimo che Mulder aveva raccontato al dottor Werber, durante le regressioni ipnotiche.
Sotto la terra di Tunguska, non stava un diabolico antro infernale, una bolgia caotica di demoni assetati di sangue..ma un’immensa astronave, dal cuore caldo e pulsante, dalla tecnologia inconcepibile per il povero Andrj Vassajev….per chiunque.
Le uova si erano aperte decenni prima…ma il momento della semina era giunto.
Vederli avanzare nella neve alta, era uno spettacolo dantesco.
Incutevano orrore, timore, facevano fibrillare la mente umana, per via dell’andatura, grottesca e innaturale.
Sembravano scavare solchi profondi nel ghiaccio, con le zampe possenti, come insetti che avanzino in uno strato di soffice farina bianca.
Si dispersero a raggio dal centro del buco, abbattendo la rete metallica come trattori di fronte ad una radice.
Lì udì emettere una sorta di roco respiro gutturale, una specie di gorgoglio interiore, sino al silenzio.
Lo spirito della foresta era morto del tutto, adesso.
Fece per mettersi in piedi, ma non gli riuscì.
Le gambe non lo reggevano.
Si segnò, convulsamente, un paio di volte, da destra a sinistra come fanno gli Ortodossi.
Sgattaiolò fra le fronde ghiacciate del sottobosco, ai piedi dei primi alberi di pino.
Ora la debole superficie di muschio che copriva il pozzo, era collassata.
Tutta l’area era collassata su se stessa.
Man mano che la colonna di luce diventava debole, si poteva vedere che si era spalancata una sorta di depressione circolare nel ghiaccio e nel terreno.
Sembrava tracciata con un compasso.
La colonna di luce divenne pulsante, ritmica.
Segnali…stavano mandando segnali.
Andrj udì un debole fruscio alle sue spalle e si voltò, tremante.
C’era…qualcosa alle sue spalle…

< Dio…non uno di quei cosi, ti scongiuro…>, pregò.

Ora le gambe lo sorressero, lo spinsero, senza che se ne rendesse conto.
Prese a correre verso la foresta, sul sentiero, lontano più possibile da quel…da qualunque cosa fosse quella colonna di luce con quei demoni che sgusciavano da essa.
La luce andava aumentando di variazione, segnali continui, un fitto alfabeto alieno, pieno di parole e discorsi.
Andrj scartò verso la foresta.
Correva come un matto, e forse lo era diventato.
Accanto ad un burrone, che costeggiava senza timore di caderci dentro per il semplice fatto che aveva esaurito del tutto ogni paura, avvertì una fitta tremenda alla gamba.
Sembrava che qualcuno gli avesse schiacciato la caviglia.
Si tastò il piede, mentre il ghiaccio condensava il suo fiato in una spessa nuvoletta bianca.

<…no..nnno…>, ansimò.

Una tagliola…cazzo…era inciampato in una sua tagliola.
Cercò la molla, per liberarsi la gamba e lo vide.
Uscì, ghignante, da un cumulo di neve e muschio.
Era orrendo, alieno, mostruoso, ma sorridente.
A meno di un metro da lui…
Lo aveva seguito, senza dubbio.
Andrj si portò le mani al viso, gridando.
Poi non si sentì più nulla.

***

CAPITOLO QUATTORDICI

 

Città di Darwin, Stato della Virginia,
Ore 07.10 Am, Giovedì 27 Giugno
Il vice sceriffo Greg Spencer era seduto davanti, al posto del conducente, tenendo fra le mani una tazza di caffè caldo.
Il fumo del caffè saliva, come un serpente pigro, con anelli ampi e quasi viscosi.
Il parabrezza dell’auto di servizio era appannato, colpa della condensa e dalla pioggerella divenuta fine e fitta.
Il tempo non pareva decidersi a mettersi al bello, colpa, dicevano i meteorologi, di una corrente Atlantica di bassa pressione, carica d’umidità e nuvole.
Spencer si spostò il cappello a tese larghe, da sceriffo, sorbendo un sorso.
Fece cenno ad uno dei due militari, un sergente, di favorire.
Il ragazzo, poco meno che trentenne, annuì.
Erano sulle tracce dell’auto, dalla prima mattina di quel Giovedì.
Il medico, il dottor Stevens, era stato ricoverato nell’ospedale da campo Mercoledì sera.
Delirava, totalmente privo di senno.
Lo aveva trovato lo stesso Greg, insieme alla sua "scorta", mentre pattugliava la città di Darwin.
Era stato naturale cercare a casa della figlia dello sceriffo, e lì aveva trovato una placida, sinistra, appiccicosa "tranquillità"…
Una sorta di silenzioso limbo di terrore, che aveva raggelato le ossa del vice-sceriffo da subito, appena varcata il cancelletto della staccionata.
La borsa medica del dottor Stevens abbandonata sulla veranda, accanto al dondolo nel quale, nelle serate di primavera quando l’aria è fresca ma gradevole, Truelove faceva giocare la piccola Kimberly.
Era chiusa, ma Greg evitò ugualmente di toccarla.
Solo sfiorandola, ebbe modo di captare la follia del proprietario, come se quell’oggetto semplice e quotidiano, celasse un’energia profonda, arcaica, ancestrale.
I soldati armarono, senza alcuna spiegazione, l’M-16.
Greg evitò, lo avrebbe evitato per tutto quel Mercoledì, come per tutta quella prima parte di mattinata, di porre domande.
Virus…si stanano i virus con una mitraglietta ?
Russi…e dove, a Darwin, per raccogliere funghi e trote ?
Cazzate ! Pure e semplici.
La verità, risiedeva nelle parole semplici e non dette di quella borsa, abbandonata lì come fosse un oggetto vetusto ed inutile, e tale era, di fronte a quel che si era scatenato.
Greg aprì la porta con calma, afferrando il pomello e ruotandolo.

< Anne…sono il vice sceriffo Spencer….>

Nessuna risposta.
Solo….una sorta di liquido appiccicoso, vischioso, attaccato alla suola di cuoio delle scarpe.
Una scia…che dalle scale scendeva al salotto, sino all’uscio.
Qualcuno….qualcuno aveva trascinato fuori qualcosa di sporco dal secondo piano…
Greg udì un verso, che gli fece gelare il sangue nelle vene.
Un verso esploso da una mente perduta nella follia.
I due soldati si voltarono all’unisono, spianando i fucili…poi si bloccarono, stupefatti.
Stevens…era in piedi, barcollante, gli occhi spiritati, quegli occhi sgranati e profondi, che solo i pazzi possiedono e che ti fanno tremare dalla paura.
Sembrano specchi verso la follia, pozzi nei quali temi di precipitare tu stesso, senza ritorno.
Rideva, un sorriso deforme, i capelli in piedi, spettinati, una mano tremante raccolta al petto, l’altra che brandiva un bisturi.

<…..ero venuto per la visita….per la visita…>, urlò.

La voce non era più la sua.
Apparteneva ad un "altro". Un "altro" malvagio, cattivo, che aveva preso il controllo del suo cervello, con ferocia, deciso a non lasciarlo più.
Il bisturi fendette l’aria, producendo una sorta di fischio appena udibile.

< …dottore ! Mi riconosce ? Sono io…sono Greg….>

Per un istante, Spencer temette che il dottor Stevens, impazzito, avesse fatto a pezzi Anne e Kimberly..magari lo stesso Truelove, che era andato lì a trovarle, quella mattina…
Cristo era così ! Era uscito di senno e li aveva affettati, tutti quanti…
Poi notò, non sapendo nemmeno lui come, che la lama dello strumento chirurgico era pulita, scintillante sotto la forte luce della lampada da salotto.

<…vengono dal buio…sbucano fuori così….swisss !!! >, gridò enfatico, quasi comico.

Non si mosse. Non un passo in avanti.
Uno dei due soldati prese la mira.

< Fermo ! Non gli spari….ci parlo io…! >, apostrofò Greg.

< …ero venuto per la visita….visita del cazzo !!! Inutili tutte le cose che studi……cioè…>

Parlava a Greg e ai due soldati, ma sembrava stesse tenendo una sorta di comizio di medicina all’università.
Fissava alunni attenti ed immaginari, seduti dietro lunghe file di banchi ovali, nel silenzio assoluto.

<…cioè…pensi sia tutta medicina…invece..invece è magia….nascono da dentro e non puoi fermali…l’ho..detto…non li porti via…non serve a niente…>

< Parli dello sceriffo…Hai visto lo sceriffo ? >

Rise, annuendo.

Adesso era pazzo del tutto, una pazzia assoluta, che faceva venire la pelle d’oca.

<….li ha visti…sul letto….non puoi farci nulla…>

Si gettò in avanti come una molla mal caricata.
Il bisturi sfiorò il braccio del vice-sceriffo, perdendo la propria corsa contro la parete del salotto, impiantandosi un poco e spezzandosi in due.
Si udì un "pack" secco, sordo.
Il colpo dell’M-16, esplose, centrando il medico alla spalla.
Un fiotto di sangue liquido e caldo, schizzò sulla parete, sul pavimento, insieme con un urlo gutturale.
Stevens cadde a terra, gli occhi riversi, la bava alla bocca.
Prese a dimenarsi, come colto da una crisi di nervi.
Greg gli afferrò gli arti, implorando aiuto da parte di uno dei due soldati.

< ..Aiutatemi a tenerlo fermo ! E chiamate un’ambulanza !!! >

Il sergente si chinò, gettando il fucile sul divano di pelle chiara, afferrandogli le caviglie e serrandole con decisione.

< Soldato ! Che fai ? Guardi il panorama ? Chiama quella fottuta ambulanza…! >

L’altro annuì.
Si trovarono così in tre, in quel salotto.
Stevens sembrava lottare contro i draghi che smontavano la sua mente, pezzo dopo pezzo.
Si rivolse a Greg, fissandolo come potesse trapassarlo con gli occhi.

<…alieni….è una cosa che non è’ umana…..sono mostri…mostriiii…>

Adesso strillava come una vecchia isterica.
Il suo corpo si muoveva a scatti, quasi fosse attraversato da una crisi epilettica.
L’ambulanza militare arrivò speditamente.
Il dottor Stevens fu caricato dopo una buona dose di sedativi, e finalmente il suo delirio ebbe termine.
Greg ispezionò rapidamente la casa di Anne e Kim.
Ogni volta che apriva qualche stanza, il sangue gli si ghiacciava nelle ossa.
C’era quella strana scia appiccicosa, quell’odore dolciastro…
Sul letto della cameretta di Kimberly, c’era una sorta di macchia verde grigiastra sul letto, appiccicosa e disgustosa, dalla forma umanoide.
Il vice sceriffo Spencer fu aggredito dalla nausea, quando vi entrò.
Tutto sembrava immerso in una sorta di follia alienante, un mondo distorto eppure normale, in cui gli oggetti quotidiani assumevano forme sinistre.
La lampada del comodino, era accesa, ma ugualmente si percepiva una sorta di oscurità profonda, devastante.
Notò impronte, di scarponcini alti, anfibi militari o da poliziotto, nel corridoio e nelle camere della donna e della figlia.
Truelove….si sarebbe giocato la reputazione che gli rimaneva, che era stato lui a trascinare qualcosa ( i cadaveri della figlia e della nipotina ? ) dalle loro camere al piano di sotto….ma perché cavolo lo aveva fatto ?
Ripensò al dottore..
Era del tutto evidente che era completamente uscito di senno.
I suoi erano solo i deliri di un pazzo.
Eppure Greg Spencer sapeva che una parte di quel che aveva sentito corrispondeva al vero.
Troppe cose lo confermavano.
Le assurde morti dei giorni precedenti, ad esempio.
Il comportamento pazzesco dello sceriffo Truelove…
Cercò per tutto il giorno di poter vedere Stevens, e quando finalmente vi riuscì, lo trovò imbottito di farmaci.
Nona aveva nemmeno la forza di parlare.
L’ospedale da campo appariva tranquillo.
Pochi degenti, grande calma, igiene.
Troppa calma….troppa igiene…
Che cosa gli aveva raccontato, nell’ufficio di Truelove, quel tenente ?

"Siamo in una situazione d’allarme giallo ed è possibile che la contaminazione biologica che ha colpito questo paese, sia opera di un’arma chimica o batteriologica della Russia "

Già…certo l’epidemia c’era….ma quella gente, quei soldati, erano troppo tranquilli, troppo professionali. Una situazione del genere avrebbe dovuto provocare allarme, anche fra personale esperto e qualificato.
Con l’antrace, a Washington, era stato molto peggio.
Oltretutto c’era un mucchio di gente che se ne andava in giro senza maschere di protezione o tute anticontaminazione, e da quando erano arrivati gli esperti della Croce Rossa, nessuno era stato vaccinato, nemmeno con un banale antibiotico.
Se era un’epidemia, e lo era, era certo che quei soldati sapevano bene quando si sarebbe scatenata.
Quell’epidemia…e l’arrivo in massa dei soldati, che si erano insediati in Darwin con la medesima tracotanza dei primi coloni indiani nel West.
Ma….che cosa poteva fare lui da solo ?
Il telefono, tutti i telefoni in verità, erano stati isolati.
Il cellulare era morto.
Le strade di accesso e di uscita al paese e alla valle, erano state chiuse.
Greg pensò così a quello che poteva aver pensato Truelove.
A scegliersi una strada alternativa, un percorso non segnato sulle mappe e quindi alieno a quei personaggi in tuta mimetica.
Perché, era un mistero.
Ma Truelove aveva capito cosa occorreva fare: allontanarsi da Darwin, da quei soldati, che pur agendo per "l’interesse della popolazione" se ne andavano in giro con l’M-16 carico.
Adesso era in auto con loro, ma in mezzo a quei boschi, gli sarebbe stato facile far perdere le proprie tracce.
Prima doveva trovare Truelove.
Era necessario che lo trovasse….per farsi spiegare che cosa diavolo aveva combinato, che era successo ad Anne e Kim, cosa aveva veduto…
Chiuse il termos, e riprese la guida.
L’auto adesso faticava nel percorso accidentato e fangoso del bosco, accanto al fiume.
Passarono accanto al " senatore Walter" e lì le tracce dei pneumatici, divennero nitide.
Aveva piovuto, ma nessuno era più passato per quel sentiero.

< Sceriffo…>, disse stancamente il sergente.

< Si..>

< Vorrei ci spiegasse le ragioni di questa sorta di gita fuori porta! Sinceramente non amo molto i boschi, e me ne sarei stato più tranquillo in città, davanti alla tv per le ultime dalla CNN…..>

Greg abbozzò uno stirato sorriso.

< Poteva anche rimanersene a Darwin, soldato ! Non le ho chiesto io di farmi da balia ! >

Era mattina, ma ugualmente occorreva la luce degli anabbaglianti, per fendere il caotico velo di foglie e rami del sottobosco.
Il sentiero presto sarebbe terminato, e li attendeva una bella passeggiata a piedi.
Certo, l’idea di dover andare a piedi nel bosco fangoso e bagnato, non spaventava Edith Koklus.
Aveva imparato a conoscere i boschi, i loro silenzi, la loro coltre d’immobile ed eterna maestosità.
Lei e altri cinque membri della tribù, percorrevano lentamente un invisibile sentiero magico, scavato nel nulla che separava questo mondo da un altro, appena di là dal percepibile.
"Volpe d’argento" era lì.
Lei teneva fra le mani l’amuleto forgiato con la terra, il sangue ed il fuoco.
Forse comprendeva solo la metà di quello che Albert Holsteen sapeva…
Ma era in ogni caso un passo importante, un gesto che doveva compiere, che doveva eseguire.
Presto il varco si sarebbe spalancato e le forze avrebbero preso a vorticare, impazzite, come un vento d’uragano, preceduto da una calma innaturale.
Erano anni, mesi, giorni, che la natura, dapprima lentamente, poi con sempre più intensa drammaticità, diffondeva il proprio messaggio, costante e solenne.
Edith non lo comprendeva del tutto, ma incarnava in quel momento le forze del cielo, della terra e del mare, dei tre grandi cerchi che tutto racchiudono, nella magia indiana.
Il gruppo indiano proseguì sino alla riva del fiume, proprio di fronte al capanno per la caccia alle oche.
Edith si bloccò, immediatamente seguita dal gruppetto.

<…ci siamo..>, sussurrò.

Il bosco era immerso nel silenzio, adesso.

***

CAPITOLO QUINDICI

 

Centrale elettrica abbandonata a Sud-Ovest di Fort Worth,
Stato del Texas, Ore 10.05 Pm, Giovedì 27 Giugno 2002

 

Ashley fece scattare il cavalletto dell’Harley, e rimase per un istante in contemplazione dei resti della vecchia centrale elettrica, accarezzata dal fiume.
Le macerie si alzavano grottesche e quasi fuori posto, simili a totem scolpiti da una mano antica e grezza, contro il cielo.
I tralicci caduti, enormi giganti piegati da una forza a loro superiore, non avevano
perduto alcuna maestosità, né cupezza.
Le loro strutture contorte, i loro acciai deformati e slabbrati, erano ancor più spaventosi, immersi nel buio della sera e nello sciacquio placido del fiume.
Anche Dana non potè fare a meno di irrigidirsi, quasi rapita dall’elettricità statica,
che gravava come una cappa spessa sopra la struttura.
Il borbottio della moto tacque, e Scully potè sentire distinto il tintinnio della marmitta che andava perdendo calore.
Il viaggio era stato rapido e frenetico.
Ashley cavalcava la moto con eleganza e padronanza del mezzo, schivando muri, marciapiedi, accarezzando curve e spingendo l’Harley Davidson nel buio fitto della notte senza alcun’esitazione.
Scully si resse forte, serrando le gambe e stringendo le mani attorno alla vita di lei.
Appena partita, quando ancora il gelo dell’aria arrivava a frustarle il viso, aveva tenuto gli occhi chiusi, stretti con tanta forza da avvertire dolore alle palpebre.
Poi, la voce di Ashley l’aveva costretta ad aprirne un filo, quanto bastava per darle ascolto.

< Freddo ? >, chiese a voce sostenuta.

< …si…effettivamente…>

< Non sei abituata…pensa che una volta sono arrivata sino alla periferia settentrionale del Canada…c’erano 22 gradi sotto lo zero…>

Scully li avvertiva adesso, nelle proprie ossa, ma evitò di parlarne.

<…sai perché sono andata fin laggiù ? >

Dana scosse la testa, mentre la moto scivolava accanto ad un grosso camion coperto, che illuminava le due donne con un denso fascio di luce alogena.

<..UFO ! C’era uno spettacolo splendido…>

Ora la conversazione prese interesse anche per Scully.

<….conoscevi Monica….? >, disse al suo orecchio, evitando di guardare il contachilometri, per evitare un attacco di panico.

< Da una vita, FBI ! Siamo cresciute insieme….è sempre stata una sognatrice, come me…non dovevano farle questo, quei bastardi del governo…>

Le lacrime provocate dal freddo, rigavano le guance di Scully, che ora focalizzava lo sguardo sullo sfrecciare dei lampioni e sulle scritte periferiche dei cartelli stradali.

<..scusa…tu sei una di loro…>

La frase le scivolò via, come la brina e la paura.
Tanto che Ashley fu costretta a ripeterla, affinché lei l’afferrasse.

<..non del tipo che intendi tu…non più…>

Fu una frase che le scaturì amara, senza che la voce né tradisse il turbamento.
Giunsero alla periferia della città.
Abbandonarono la strada principale e dopo qualche chilometro, anche quella secondaria, per immettersi in un oscuro e sconnesso sentiero di terra battuta.
La moto rallentò molto la corsa e Dana sentì lo stomaco liberarsi dalla morsa che per tutta la prima parte del viaggio le aveva bloccato la respirazione.

< ..qui siamo al sicuro…è un giro lungo ma deserto…potremo avvicinarci alla centrale senza esser visti…>

< Tu…mi hai detto che conoscevi Monica da parecchio tempo…e molto bene…>

Ashley annuì.

< Sai…sai che cosa poteva aver nascosto…il centro…magari lei stessa… in quella centrale ? >

Ashley si accese una Morley con uno zippo color argento, aspirando con gusto.

< …da quando il centro NUFOM era passato sotto la direzione di Karen Rome, ho preferito allontanarmene, come ha fatto Monkey… Karen e quel tipo…quella sorta di messia da quattro soldi…erano diventati cupi…quasi paranoici…Se c’è qualcosa di misterioso, di ancor più misterioso, volevo dire, in quella centrale, di certo è stato nascosto da quei due ! >

< Mi è stata consegnata una chiave…è di un armadietto…sai dove si trovano quelli di Karen e di Smith ? >

Aspirò con gusto, segno che aveva capito ed intendeva rispondere.

< …si…una volta, all’inizio della clandestinità del gruppo NUFOM, dopo il casino combinato da G-Men…Karen e Smith usavano Monkey come corriere, ma quella sera era talmente sbronzo da non reggersi in piedi… aveva bisogno di una persona che lo portasse laggiù, per… consegnare a quei tipi…delle cose…non so che tipo di cose…>

Si batté forte sul giubbotto di pelle nera, con il palmo della mano destra.

< Lo portai io alla centrale…così ho visto…>

Si bloccò.
Evitarono una grossa pietra traditrice, che spuntava dal centro del sentiero e la moto prese a percorrere una ripida discesa.

<..il fiume è alla fine della collina…da lì saremo nascosti e ci sarà possibile andare con maggiore rapidità…>

Ora faceva freddo davvero. Un gelo umido, che aggrediva le ossa, facendo rabbrividire.

< Stavi dicendo che avevi visto…>

Ashley sorrise.

< Non sei più un agente federale, ma spari domande più di una mitragliatrice, FBI ! >

< Mi chiamo Dana…ti pare il caso di nascondermi qualcosa ? >

Lei voltò appena la testa, con i capelli biondi che frustarono il viso di Scully, mossi dal vento.

<..affatto…bhè…appena ci sono arrivata a quella specie di rudere diroccato, che sarebbe quel che resta della centrale elettrica….mi sono venuti i brividi alle ossa.. Ma non brividi normali…una specie di scossa elettrica…quella zona è… carica di una sorta d’energia negativa…>

< ….energia negativa…>, sorrise Scully.

< Chiamala come vuoi…è presente ! E’ lì ! E quei tipi…Gesù…avevo conosciuto Karen una sola volta, qualche mese prima con Monica…allora mi era anche stata simpatica…avevamo fumato assieme…roba buona…colombiana…. Cioè….era già allucinata allora…hai presente ? >

Scully scosse la testa.
Ora la moto non le causava più sussulti…. viaggiare con Ashley era diventato anche piacevole.

<…No ! Che intendi ? >

<…Esaltata…convinta che gli alieni fossero pronti ad invaderci…che c’era una data…prestabilita…che occorreva fare qualcosa…qualsiasi cosa…Ma le presi per parole dette sotto lo sballo…sai se ne dicono di cazzate quando si fuma roba forte ! Ma quella sera alla centrale…quella sera…sembrava un fantasma…>

Una piccola smorfia d’incredulità si disegnò sul viso di Scully.
Era una smorfia dolce e simpatica, che tante volte aveva dipinto il suo viso quando Fox le accennava alle sue assurde teorie.

<…fantasma ? >

Ashley annuì, aspirando con gusto.

< Non fraintendere….voglio dire che sembrava persa…andata…non so se mi capisci…come fosse coinvolta in qualcosa di più grande di lei…>

Svoltarono dietro ad una rocciosa collinetta ed alla fine arrivarono quasi sulla riva del fiume Brazos.
Il viaggio procedette a buon’andatura, con la centaura capace, chissà come pensava Dana, di evitare le pietre aguzze e traditrici che spuntavano su quello sterrato irto di dossi e curve.
Giunsero, alla fine, davanti a ciò che restava della centrale elettrica.

<..non esageravi…su questa centrale…>, commentò.

Scese dalla moto, avvertendo un brivido alle carni, e trattenne uno starnuto con fatica.
Il cuore aveva smesso di battere all’impazzata, scosso dall’adrenalina, eppure quel viaggio era stato anche interessante.
Scully alzò le spalle e la fissò.

< Restiamo qui per tutta la notte…o andiamo ? >

Ashley annuì.
Gettò il mozzicone di sigaretta a terra, schiacciandolo con la suola dell’anfibio e le fece cenno di seguirla.
Monkey non aveva esagerato, circa il pericolo di quei ruderi.
Essi spuntavano contorti e slabbrati dalla sabbia rossa dello spiazzo, insieme a blocchi di cemento armato divelto e sradicato dal bombardamento.
Parte del terreno era ceduta, e grosse profonde voragini si aprivano in punti appena visibili.

< Si passa di qui…reggiti a questa putrella d’acciaio e non guardare in basso…>

Ashley svicolò agile fra un anomalo traliccio divelto e una profonda crepa irregolare, che si apriva ai suoi piedi.
Dana balzò sul traliccio schiantato a terra, reggendosi alla struttura con una mano e camminando lentamente verso la compagna di viaggio.
Sotto di se sentiva un rumore distinto: acqua che gorgogliava, probabilmente uno dei condotti per la centrale, che dalle viscere della terra si perdeva chissà dove.
Se fosse caduta….
Evitò quel pensiero, scacciandolo via.
Scesero per una sorta di precipizio irto e carico di crepitii elettrici, sino a quando Ashley balzò giù, d’un paio di metri.

< Avanti…>, la esortò.

Scully eseguì, atterrando agilmente e ora le due donne erano come inghiottite dalla cadente mostruosità della centrale abbandonata.
Ashley accese una piccola torcia portatile, puntandola verso un mastodontico terrapieno di cemento armato, semi distrutto.

< Una volta c’era un’entrata migliore….ma da qui si può ancora passare…>

Indicò una fessura larga poco più di due metri, oscura come l’occhio di un drago maligno.

< Gli alloggi sono giù…>

Dana annuì.
Si tastò le tasche del giubbotto, avvertendo il tintinnio delle chiavi e facendo leva sulla struttura, si calò all’interno.
Ashley era un metro avanti a lei, eppure era appena visibile.
Si trattava di un corridoio, stretto e in parte crollato sotto l’attacco dei soldati.
Dana avvertì acqua all’altezza delle caviglie.

< Il corridoio è allagato…>, commentò seccata.

< Si…per quasi cinquanta metri l’acqua arriva alle ginocchia, ma poi decresce… seguimi…>

Scully sbuffò, seccata ma decisa a proseguire.
L’acqua era scura, gelida e quasi densa.
Udirono il rumore continuo di un tubo reciso che vomitava acqua nel corridoio.
Mentre il corridoio andava salendo, sottraendo le loro gambe alla morsa ghiacciata dell’acqua, Scully mormorò:

< Conosci bene questo posto….>

< C’era roba da vendere qui…sai com’è…i soldi non bastano mai…>

Il corridoio divenne largo e dopo aver superato un cancello d’acciaio mezzo diroccato, videro davanti a loro una porta verde.

< Apri…la stanza è questa….>, disse Ashley.

La voce le tremava un poco.
Scully prese fiato, rigirandosi fra le mani le chiavi.
Ne provò un paio, trovando quella giusta al terzo tentativo.
La serratura scattò secca.
Ruotò la maniglia, aprendo a fatica.
La porta era scivolata da un cardine ed emise un sinistro gemito d’acciaio morente.
Si spalancò una sala piccola, miracolosamente libera da macerie e infiltrazioni d’acqua.
Sopra un tavolo pieno di polvere, qualcosa.

< …questo non l’avevo visto, l’ultima volta…> mormorò Ashley.

Scully si fece prestare la torcia, puntandola sul tavolo metallico.
Sopra, una sorta di piano circolare, di legno, scolpito e lavorato con colori smunti, ricavati dalla terra.
Minutissime incisioni, caratteri elaborati ma sconosciuti, sassolini colorati sistemati in un ordine preciso.

< Che accidenti sarebbe ? >

< Ho…visto questa cosa solo…una volta…in un libro sugli Indiani d’America..>, rispose Scully.

Si avvicinò per vedere bene.
Era così…aveva visto realmente solo su un libro, quel cerchio cabalistico.
Ma..sentiva dentro di se…di averlo già veduto molte volte…come se una parte del suo cervello, fosse stata istruita a rammentarlo a memoria.

<…è un…calendario…un cerchio magico per uno sciamano….una tavola nella quale lo stregone…incide ed elabora…i propri caratteri magici…>

< …e queste…scritte…? >

< Navajo….mi pare…scrittura indiana…senza dubbio…>

La data…la data era stata fissata.
Scully lo sentiva. Non aveva modo di spiegare, nemmeno a se stessa, perché era sicura di tutto questo, ma così era.
Quello era un cerchio che stava decifrando, anticipando…spiegando quel che era imminente.
Ma lo spiegava a beneficio di chi ?

<..naa…ed enoch emas..ee…>

Parlò scandendo quelle parole, come si formassero da sole, nella sua mente.

< Sai che cosa c’è inciso ? >, chiese Ashley, ammirata.

Dana scosse la testa, tremante.

< …no…io…non…capisco…mi è uscito così…>

Scully sembrava persa in fra quelle minute incisioni, quei tratti appena accennati su quella tavola di legno leggero, colorata, che dava l’impressione di un delicato cerchio celeste, astrale.
In esso i simboli segnati con i sassolini, sistemati in ordine crescente, come certe fasi lunari, in una sorta di messaggio criptico che s’insinuava nella mente razionale di Dana, scardinando difese ormai sempre più deboli.
Per Ashley quei sassolini, quella tavola, erano solo inquietanti, nulla più.
Afferrò Dana per un polso, scostandola.
La torcia illuminò un paio d’armadietti metallici.

<…ci sono altre…chiavi…qui….vediamo a che servono….>

Ora l’atmosfera onirica, densa, solida, magica del posto era palpabile.
Scully aprì il primo.
Una piccola nuvola di polvere rossa scese dal bordo, quando l’anta si aprì, scricchiolando.
All’interno…una bussola, una cartina piegata con cura.

< ..nulla di magico qui….>, disse con vuota ironia Ashley.

Scully si mise carponi, aprendo la cartina davanti a se, nel pavimento polveroso e impregnato di muffa.

< Apri l’altro….>

Le eseguì.
Scully percorreva la cartina con la luce della torcia.
Sul bordo erano segnati dei numeri, in lapis rosso.
Orientò un poco la bussola e si morse appena il labbro inferiore.

<….sai cos’è ? >

Ashley aveva fra le mani un frammento grande poco più di mattonella.
Era liscio, dai bordi irregolari, inciso con i medesimi caratteri della tavola.
Si chinò accanto a lei, porgendoglielo.

<..è metallico…sembra parte di una grande struttura…forse il pezzo di.. uno scafo…>

Uno scafo…uno scafo di che ?

<…tu..che cosa hai trovato ? >

< Sono coordinate… per una località..da quel che posso vedere nella cartina, si tratta di un posto nel deserto.. a Sud…SudOvest…a circa …duecento chilometri da qui…quasi al confine con il Messico…>

<…per quel che né so…li c’è solo sabbia e roccia…è tutto qui quel che dovevi cercare…? >

La domanda di Ashley non la disilluse.
Scully si sentiva improvvisamente certa, sicura che quel posto…quel luogo sperduto nel deserto, era…aveva qualcosa di importante.

< …debbo andare laggiù…è l’ultima meta di questo viaggio…l’ultima tappa…>

< Ne sei certa ? >

<..si…è…guarda qui…>

Indicò una piccola figura tracciata sulla mappa, accanto al luogo d’incontro.
Un uccello…un disegno di un uccello dal becco adunco.

<…è…>

< Un aquila…un aquila scarlatta…>, mormorò Dana.

Ashley trattenne qualsiasi commento.
L’atmosfera di quella stanzetta sommersa fra le macerie, era talmente densa di misticismo da impedire ogni ragionamento razionale.

<…va bene….ti ci accompagnerò…>, disse, gettandole un’occhiata sfuggente.

Scully fece un debole sorriso.

<…dalla mappa..sembra che dovremo inoltrarci nel deserto per quasi dieci chilometri….non è come arrivare sin qui…..>

Lei alzò le spalle.

< Esatto…E’ come arrivare sino alla periferia settentrionale del Canada… se non altro è più vicino…>

Si guardarono e sorrisero, annuendo.

***

CAPITOLO SEDICI

 

Bosco nei pressi di Darwin,
Stato della Virginia,Ore 07.40 Am, Giovedì 27 Giugno
Il delicato mormorio del fiume era il solo rumore che Edith e la compagnia di seguaci, udiva nel bosco.
Sembrava…sembrava che la natura si fosse fermata, trattenendo il fiato.
Greg Spencer e di due soldati, scesero dall’auto di pattuglia, percorrendo diverse decine di metri a piedi, in direzione del fiume.
Non era più possibile leggere nulla, dato che tutte le tracce adesso, erano immerse nel fango.
Ma Greg sapeva, conosceva bene quei luoghi…Lui stesso si era recato a caccia d’oche diversi anni prima..
La pioggia divenne una sorta di cappa gelida e fastidiosa.
Greg cercò le tracce, che nel sentiero erano visibili, inutilmente.
Udirono un rumore secco, come se un grosso gatto selvatico o qualche lince, si fosse mossa di scatto, nel sottobosco.
Poi più nulla.

< Andate via da qui ! >

Trasalirono.
Greg e i due soldati si voltarono di scatto, proprio nel punto in cui il pendio diventava scivoloso e si poteva vedere il riflesso verdastro del fiume fra le foglie del sottobosco.
Edith stava in piedi, su di una roccia piatta, lo sguardo fisso verso lo sceriffo e i militari.
Spencer strizzò le palpebre, per metterla a fuoco meglio.

< Edith ! Sono il vice-sceriffo…Sai che c’è un coprifuoco governativo ? Tu non puoi essere qui ! >

Edith non si mosse.
I soldati si sistemarono ai lati dello sceriffo, armando i fucili.
Greg gettò loro uno sguardo duro e deciso, che ebbe il potere di fargli abbassare gli M-16.

< Finitela…è una persona che conosco bene ! E’ innocua…>, mormorò, in realtà poco convinto.

Non che temesse Edith…ma con lei c’erano almeno altre quattro, cinque persone, che forse erano armate, senza contare che altri avrebbero potuto nascondersi nel sottobosco…
Gesù, quel che mancava era proprio una sparatoria stile Ok Corral, in quel bosco pieno di fango e pioggia.

< E’ la tua presenza, ad essere estranea all’ordine delle cose, Greg ! >

Le parole di Edith scivolarono nella pioggia, che adesso cadeva fitta.
Uno dei due soldati, puntò deciso l’M-16.

< Stiamo svolgendo una ricerca militare ! Lei ed il suo…"gruppo" di indiani siete in arresto ! >

Nello stesso istante, Truelove si decise ad uscire dal capanno.
Mulder era caduto in coma, almeno sembrava, dato che il suo sonno era spesso ed innaturale.
Si appiattì contro un cespuglio, avendo così modo di osservare la scena.
C’era Spencer con due soldati…ed un gruppo di persone, cinque o sei in tutto, a pochi metri dalla riva.
Era forse un convegno di svitati….?
Bhè..lui ed il suo curioso amico, mancavano.
Edith fece mezzo passo in avanti, non di più.
Il crepitio del fucile a ripetizione militare, sventrò il raggelante silenzio della foresta.
I colpi schizzarono fra le fronde, sibilando impazziti.

< Noooo ! >, urlò Greg.

Edith fu colpita un paio di volte e cadde a terra.

< Si toga dai piedi, sceriffo…qui siamo noi a dare gli ordini ! >, tuonò il sergente.

Il gruppetto di indiani si appiattì contro Edith Koklus come uno sciame di insetti su un fiore, in silenzio.
Greg impugnò la calibro 38 ed urlò:

< ..non date nessun ordine del cazzo, capito…? >

Per la prima volta in vita sua, vide due fucili alzarsi e puntare verso di lui ed ebbe così modo di comprendere che effetto facesse vedersi mirare addosso da distanza ravvicinata.
Un effetto schifoso, senza dubbio.
Gli si appiccicò addosso una paura fottuta.

< Si allontani dal bersaglio, sceriffo ! Abbiamo ordine di eliminare qualsiasi civile si aggiri fuori dai posti di blocco, e lo eseguiremo ! >

< Da quando è stato diramato questo "ordine " ? State per uccidere dei civili inermi e disarmati….siete impazziti ? >

Per un solo, debole istante, nella foresta non si udì alcun suono.
Solo la pioggia, che scendeva incurante della tensione, emetteva un debole fruscio.
Poi un rumore sordo, pesante, di una calibro 38 che tagliava l’aria con il suo grido.
Il sergente cadde a terra, trapassato alla testa e si abbattè come una sorta di pupazzo gettato via da un bambino stanco di quel giocattolo.
Truelove emerse alle spalle dei due soldati, la pistola d’ordinanza che fumava ancora.
Non appena il giovane soldato fece per voltarsi e sparare con l’M-16, Greg fece fuoco, centrandolo alla schiena.
Reagì d’istinto, non appena i suoi occhi riconobbero Truelove, come per una sorta di riflesso condizionato, che scattò improvviso.
Il fucile atterrò su un cespuglio di rovi, mentre il ragazzo rantolava a terra con gli occhi spalancati e la bocca colma di sangue.

<..sceriffo…>, mormorò Greg.

Truelove abbassò la pistola, sorridendo, mentre la ferita al centro del petto, si apriva, vomitando di nuovo sangue.

< Hai sbagliato a seguirmi, Greg….quella cosa è ancora in giro…>

Il vice-sceriffo avanzò di un paio di passi, tenendo sempre l’arma fra le mani, senza quasi rendersene conto.
Aveva ucciso un uomo…un ragazzo….perché ?
Per salvarsi, certo….ma in nome di Dio che stava succedendo a Darwin ?
Udì Edith rantolare e si voltò di scatto, quasi rammentando solo ora che lei era lì.
La sentì appena mormorare qualcosa.

<…la volpe…è qui…portatemi da lui…subito…>

I membri della setta la sollevarono, delicatamente come fosse una reliquia di valore inestimabile.

< Che fate ? Non deve muoversi…è ferita…occorre chiamare subito…>

La mano di Truelove si posò pesante sulla sua spalla, come una carezza gelida, cadaverica e si voltò.
Ora, che ebbe modo di vederlo da vicino, si accorse che lo sceriffo sarebbe presto morto.
Era pallido, ceruleo, gli occhi infossati nelle orbite, l’espressione assente, terrificante.
E non meno terrificante, fu quello che pronunziò:

< …lasciali fare…è giusto così…noi siamo stati portati qui per aiutarli…per sistemarci alle loro spalle e fare quel che è giusto fare…>

Non ebbe tempo di rispondere o fare domande.
Il gruppo con Edith sorretta al centro, arrivò sino al punto nel quale i due soldati giacevano in una pozza di sangue.
Poi uno dei cespugli si mosse, e dietro ad esso, il mostro.
Emerse repentino e viscido, come un’ombra mal costruita, dai riflessi verdastri.
Afferrò uno dei ragazzi che sorreggevano Edith, sbilanciando il gruppo ma non rallentandolo, e gli trapassò il petto con gli artigli.
Greg rimase a bocca aperta, gli occhi fissi su quel che vedeva e che al tempo stesso si rifiutava di ammettere come reale.
Comprese, per un rapido lasso, quale fosse stata la causa della pazzia del dottor Stevens.
Truelove fece fuoco, il colpo di grosso calibro, colpì il mostro alla schiena.
Uno schizzo sibilante di sangue verde, uscì dalla ferita e l’alieno si voltò.
Le zanne ingiallite e sporche di sangue del suo muso, scintillarono alla tenue luce del sottobosco.

<…che cosa…>, smozzicò Greg, alzando anch’egli l’arma.

< Mia figlia…o forse Kim…Dio solo sa cosa…>

Era impazzito…anche lo sceriffo…forse lo erano tutti e due, nel puntare le loro armi contro una sorta di carro armato lucertiforme, che avanzava deciso.
Ma almeno, Edith e il suo gruppo, erano stati lasciati liberi di guadare il fiume.
Edith udì i colpi sordi delle pistole, e suoni confusi, come di foglie e rami abbattuti.
Poi delle grida.
Grida orrende, e un suono ancor più terrificante, se possibile.
Il suono di carne strappata, lacerata, fatta a pezzi da artigli alieni, inumani.
Scivolò a terra.
Era fradicia, con le ferite che rilasciavano sangue a fiotti, ma incredibilmente non avvertiva dolore e si sentiva prossima all’estasi.
Aveva compreso del tutto il disegno che lo spirito della natura aveva disegnato per lei.
Sorrise.
Gli adepti si staccarono da lei, entrando nel capanno.
Uscirono sorreggendo ciò che era rimasto di Fox Mulder, mentre alle loro spalle la lotta diventava sempre più fioca.
L’alieno si alzò trionfante da un cumulo di sangue e da due corpi ridotti a brandelli.
Edith si sollevò.
Fox era sdraiato supino, lo sguardo fisso nel vuoto confuso della sua mente.
Lei, dolce e delicata come una madre di fronte al proprio figlio, le infilò una catenina d’ossa lavorate, al centro della quale spiccava una minuta, liscia, rappresentazione di un volpe color cenere.
E fu come se quel gesto, delicato e gentile, avesse il potere oscuro di una guarigione.
Mulder sbarrò gli occhi, divenuti neri e cupi, come la tetra profondità dell’abisso, sputando l’ultimo, denso, grumo di sangue rosso dalla bocca.
Nelle sue vene, adesso, scorreva solo un vischioso liquido verde.
Edith barcollò all’indietro, fra lo stupefatto e lo spaventato, mentre alle spalle del gruppo, qualcosa si tuffò in acqua, con un pesante tonfo sordo.
I cinque indiani si voltarono all’unisono, vedendolo emergere pesante dal fondo del fiume.
L’alieno, il mostruoso bozzolo umanoide che andava diventando adulto, ringhiò verso di loro.
Luccichio di bava appiccicosa, fra le fauci armate di zanne.
Ai lati della bocca, colava un rigagnolo di sangue verdastro.
Ululò qualcosa, un verso raccapricciante, mai udito su questo mondo, tremendo quanto l’ululato dei lupi in una steppa.

<…aquila nascente..fuggi via ! >, urlò disperato uno dei ragazzi che avevano scortato sin lì la donna sciamano.

Lei sorrise.
La ferita le vomitava sangue a fiotti, la debolezza sembrava accrescersi di questa perdita, tanto da farla crollare a terra.

<…fuggite…..andate……non è il vostro momento..>

Un cupo silenzio di terrore s’impadronì del gruppetto, mentre l’alieno fece uno scatto repentino in avanti.
Afferrò la donna per un polso, catapultandola a se come fosse una bambola di pezza.
Le zanne addentarono il suo cranio, spaccandolo in due, ma nemmeno allora Edith urlò.
Aquila nascente, rimase in silenzio, con il sangue che le sgorgava a fiumi dalla testa, a fissare Mulder.
Quel che un tempo era Fox Mulder, si era messo in piedi.
Le braccia erano lunghe, sproporzionate, quasi rami secchi pendenti verso il nulla.
Il cranio glabro, oblungo.
Ossa spugnose, emergevano dai lati della cassa toracica, in una sorta di grottesca corazza incompleta.
Gambe tozze e corte, che lo reggevano a stento.
Del resto, quando si sarebbe unito a Samantha, la forza di gravità non avrebbe avuto alcun senso.
Barcollò verso l’alieno, mentre i ragazzi indiani caddero in ginocchio, spaventati, attoniti, sconvolti dal terrore.
Fox non aveva più nulla di Mulder….ma ugualmente era ancora l’agente speciale dell’FBI.
La sua mente, immersa in una sorta di melassa gelatinosa e densa, si sforzava, con dolore quasi, di agire, di salvare la donna che quella sorta di drago insettoide, stava dilaniando.
Fece per parlare, senza riuscirvi. Le corde vocali erano rattrappite.
L’alieno staccò la testa oblunga, di forma allungata e corazzata, dal pasto, fissandolo.
Parve bloccarsi, quasi che nel suo cervello ancora in via d’apprendimento, avesse riconosciuto qualcosa di a lui superiore.
Poi si udì un sibilo acutissimo, che stordì qualche indiano, e fece strillare qualche altro.
Il cielo sembrò aprirsi come un velo strappato, e dalla luce bianchissima che ne nacque, si disegnò una forma immensa.
Una gigantesca astronave discoidale, luminescente come 1000 soli, che giunse come fosse mandata da Dio….o dal diavolo.
Si bloccò proprio sopra Fox, che alzò appena la testa ovale.
I suoi occhi nerissimi si spalancarono, in un misto di trepidazione, curiosità e terrore.
Il raggio bianco lo avvolse, come fosse solido.
Poi Mulder svanì nel ventre dell’astronave, così come Giona ebbe a svanire nel ventre del Leviatan.
Vi fu un suono secco, che spezzò in due il cielo e tutti i timpani dei ragazzi, poi l’astronave svanì, così com’era apparsa.
Dell’alieno e di Mulder, nessuna traccia.
Ora il mondo era ad un solo passo…uno solo dalla fine.

***

CAPITOLO DICIASSETTE

 

Luogo sconosciuto, Ore 11.03 PM
Giovedì 27 Giugno 2002
Aspirò il gusto acre della Morley, fissando il sinuoso movimento del fumo che saliva lentamente sino a disperdersi nell’aria.
Quel lento muoversi della colonna di fumo sotto le pieghe impercettibili dell’aria, aveva il potere di catturare Smoking Man in una sorta d’attenzione ipnotica.
Forse era uno dei motivi per i quali aveva preso a fumare.
Rammentò le lunghe ore nelle salette asettiche e alienanti di certi uffici federali di provincia, o nelle basi di massima segretezza, nell’attesa i cancellare prove, osservare cose e creature che risultavano incomprensibili per la maggior parte degli esseri umani…
Ecco, in tutte quelle occasioni, ( come durante il rapimento di Samantha, quel giorno del 27 Novembre a Chilmark…) il fumo e quelle evoluzioni casuali delle spirali color grigio cenere, erano le sole cose che gli conferivano calma e una sorta di compagnia.
Il pigro dissiparsi del fumo, assomigliava al tranquillo scorrere della vita di milioni d’americani, che avevano ormai le ore contate, presi in problemi insignificanti come il mutuo da pagare, i figli da far studiare, il televisore da far sistemare prima della partita di football.
Cose che non avevano mai sfiorato la vita di Smoking Man.
Esse appartenevano ad un mondo che si era chiuso alle sue spalle, proprio come la stanzetta scialba e bollente nella quale lui e William Mulder erano stati ricevuti da quel generale, alla base 51, in Nevada, nel 1961.
Quando la porta blindata si era serrata con un tonfo sordo dietro di loro, avvolgendoli nell’ascetica luce emanata dalla creatura…ecco il mondo reale aveva perduto ogni significato.
Smoking Man aveva visto quella…."creatura"…
Ritta in piedi, davanti a loro, in una sorta d’espressione ebete, che li fissava con occhi enormi ed esapodi.
La leggera pressione alla base del cervelletto, delicata come una carezza materna…
E la voce…
Una voce che nasceva e moriva nel cervello, appena echeggiante, assolutamente onirica.
Aveva barattato ogni cosa, per quella voce: una famiglia, le amicizie….ogni cosa…
Essa aveva trasformato la sua vita, come l’arrivo d’angeliche voci celesti, nel cuore di Giovanna D’Arco.
Udì bussare con circospezione e senza smettere di osservare il serpente di fumo biancastro che usciva dalla Morley, mormorò:

< Avanti…>

Sulla soglia, un paio di membri dell’Enclave.

<…è l’ultimo rapporto….>

Una piccola, greve pausa d’esitazione.

< Tutte le città degli Stati Uniti sono in assetto d’emergenza. La guardia nazionale, il CNGE, l’esercito, la CIA e tutte le strutture mediche ed ospedaliere della nazione, sono sotto il nostro controllo…>

Non si mosse.
Non portò nemmeno la sigaretta alle labbra.

<…perfetto…>

< Il Presidente terrà un discorso, nelle prossime ore….cercherà un’improbabile e…pittoresca mediazione con i Russi….>

< I politici….pensano al domani, anche quando non esiste più, il domani…! >

Lieve risata.

<…piuttosto…ha saputo dell’arrivo di Mulder…al centro della nave madre, nell’ultimo livello del Pentagono ? >

Aspirò con gusto la sigaretta. Era una delle ultime.

<..si…da poco…mi è stato detto…>

<…Mulder e sua sorella…si riuniranno…finalmente…>

Annuì.

< Già…finalmente…>

Li sentì mormorare qualcosa e si voltò.

< E Nat ? Sapete dove è finito ? >

< Non ne sappiamo nulla….è sparito…è ipotesi…corretta, ritenere che sia andato dalla figlia…Abbiamo modo di…impedirlo, se è questo ciò che desidera, signore…>

Spense la sigaretta.

< No…! Lasciamo che la riveda…>

Si alzò, arrivando all’attaccapanni e calzandosi la giacca.

< Debbo andare….>

< Ci sono altri preparativi da fare…>

Fece un sorriso sibillino.

< Vado da Tea Mulder…voglio che lei sì salvi…vi consiglio di portare nell’area segreta del Pentagono, tutti coloro cui tenete di più…coloro che saranno ammessi. Presto vi sarà una sorta di guerra nucleare, in questo paese ! >

Uno dei membri del consorzio segreto, lo afferrò per un braccio.

< Pare….che anche Alex Krycek sia svanito ! >

Si accese la Morley.

< Non importa ! >

Chiuse la porta dell’ufficio e salì nell’ascensore.
Il lento ronzio dell’apparecchio in funzione, dominò la scena per qualche secondo.

< Desidera…vedere…Mulder ? >

< Non nel suo attuale stato ! E’ pur sempre mio figlio…solo quando la fusione sarà completa…>

< Non è detto che la riconosca…allora…>

Si sfiorò le labbra, vincendo l’istinto di accendersi una nuova Morley.
Annuì.

< Va bene…solo qualche istante, non di più….>

---

Livello di sicurezza 7, Palazzo del
Pentagono, Stato della Virginia,
Giovedì 27 Giugno 2002, Ore 10.35 Pm
La pesante porta metallica si aprì, con un suono sordo, che si perse a fatica nel lungo corridoio.
Nat aveva l’impressione di udirlo ancora nel cervello, quando tastò la parete alla ricerca dell’interruttore a muro.
Lo trovò, sfiorandolo con il palmo della mano.
La potente luce della lunga lampada al neon, sistemata su catene metalliche infisse nel soffitto, si accese tremolando.
Jean scivolò a terra, il viso nascosto fra le mani tremanti, avvolta in un mare di sudore.
La maglietta era zuppa, i capelli appiccicosi, le braccia e le gambe bluastre di lividi che sembravano luccicare attraversati da riflessi rossastri.
Nat trattenne il fiato.
Vide sua figlia ridotta ad un corpo deformato dalle percosse, tremante e le parve piccolo, minuto, quasi Jean avesse ancora poco meno di dodici anni.

<…via…>, smozzicò.

Nat chiuse la porta alle proprie spalle, e nel farlo si sentì d’improvviso vecchio, quasi che ogni istante di permanenza nel livello di sicurezza sette, lo caricasse di lustri sulle spalle.

<…figlia mia…>

Jean sporse appena l’occhio sinistro, socchiuso dall’ematoma ma non quanto l’altro, da dietro la mano, quasi stesse spiando un qualcosa d’agghiacciante, d’impossibile comprensione.
E per lei era logicamente impossibile vedere in quella lurida cella, a centinaia di metri di profondità sottoterra, suo padre, morto moltissimi anni prima.
Quel che vedeva non era reale. Non poteva esserlo.
Nelle ultime ore, complici le percosse e la sete, aveva veduto molte cose irreali.
Figure sconosciute, indiane, che la chiamavano a se, compresa sua nonna Neve D’Inverno, che le sorrideva tutta contenta.
Non l’aveva mai veduta sorridere così, nemmeno quando le pettinava i capelli alla riserva Navajo tanti anni prima, quando Jean aveva 11 anni…
Lei, Raggio di Luna, adesso sapeva che quello era sempre stato il suo "vero" nome,
la udiva parlare, ma non capiva il senso di quel che la nonna le andava dicendo.

< …Corvo rosso….ti guiderà….tutto è pronto, nella Grande Prateria del Popolo degli Uomini…>

Corvo Rosso ?
Poi c’erano le urla.
Quelle le facevano tremare le gambe come una rana in inverno.
Urla orrende, che sembravano voler interrompere il dialogo fra Raggio di Luna e Neve D’Inverno, come una sorta di fastidiosa e raccapricciante interferenza.
Ma suo padre..
Nat le sembrava decisamente più reale di quanto non fosse stata la visione di sua nonna e soprattutto di quel che era avvenuto in seguito.
Lei si era ritrovata in una meravigliosa prateria, lussureggiante di salvia alta e verde.
Uno splendido bisonte bianco stava sulla collina che dominava la scena.
Giusto ad una decina di metri avanti a lei, un uomo ed una donna, nudi….
L’uomo era disteso a terra, supino, fra le braccia di lei, quasi seduta sulle gambe, la testa piegata in avanti, in una posa tanto dolce e leggera, da sembrare esser stata suggerita da uno scultore classico.
La donna aveva capelli rosso Tiziano, che scendevano lisci davanti al viso, l’uomo
mossi capelli castano scuri, il viso piacevole e regolare, l’espressione di chi si sia appena addormentato placidamente.
Camminò verso di loro, anche se i suoi piedi non sembravano sfiorare la superficie di quel prato immacolato.
Era vestita con una pelle di bisonte, le gambe nude, i capelli raccolti in due trecce lunghissime…( ma non aveva i capelli corti, adesso ? )
Un nastro dipinto da idiomi Navajo, le reggeva una splendida penna d’aquila.
Erano antichi, arcaici, la base di tutti gli idiomi degli Indiani d’America.
Si chinò sul corpo della donna, seduta con le braccia molli, in un abbraccio doloroso e infantile.
Reggeva il capo del proprio uomo, con due dita che ancora sfioravano i capelli di lui.
La rugiada del mattino, aveva bagnato quei capelli, quelle dita, quei corpi nudi e indifesi.
Scostò i capelli dal viso delle donna, e la guardò, senza comprendere chi fosse.
Ma sentiva di conoscerla, di conoscerla bene.
Poi erano sopraggiunte le urla, e la visione si era dissolta.
Con l’arrivo di suo padre, anche le urla erano sparite e fu un bene.
Il cuore non le avrebbe retto, se quelle urla fossero andate avanti ancora per un poco.

<…figliola…>

Nat parlava come se davanti vi fosse ancora Jean da bimba, il viso solare e meticcio, gli occhioni nocciola sgranati davanti alla vista dell’uniforme paterna, carica di medaglie e fregi militari…
Tese la mano in avanti, apparentemente nel nulla, in realtà fra quell’enorme distanza che separa la verità dalla menzogna, una distanza che William Mulder prima e Fox Mulder dopo, avevano percorso senza paura.
Lei non smetteva di tremare.
Nascose il viso fra le braccia, biascicando qualcosa.

< ..fatti abbracciare, Jeanine…>

Sbirciò di nuovo da dietro il braccio.
Nat era reale, n’era convinta senza dubbio alcuno.

<..papà…>

La voce era quella di una bambina, confusa e spaventata.
Nat s’inginocchiò accanto a lei, accarezzandole la testa con delicatezza, temendo di farle male.

<…Dio Onnipotente…non…avrei mai immaginato che ti facessero del male… che osassero farti questo…>

Il viso deformato e bluastro della figlia, appariva agli occhi del generale Grey, splendido, solare e incantato…non la vedeva, non la sfiorava da sedici anni…
Sedici anni vissuti come fosse morto, senza poterla vedere, ma seguendo la sua carriera con amore assoluto, accresciuto dalla lontananza e dal muro eretto fra loro.

<….sono stato lontano…bambina mia…lontano da te…per cose che…che non posso spiegarti adesso….perdonami…>

Un piccolo sorriso si disegnò sul viso di Jean.
Un sorriso macchiato di sangue scuro, raggrumato, fra le labbra tumefatte, eppure bellissimo per lui.

<…sapevo..sapevo che non eri morto….papà…>, biascicò.

Una lacrima fredda le scese dal viso tumefatto, malgrado ciò Jean ne colse il sapore salato, quasi i propri sensi si fossero acuiti con il dolore.
Nat le accarezzò i capelli sudati e sporchi di sangue, sentendoli morbidi e vellutati, dal delicato profumo di pesca, fra le dita.

< …uscirai subito di qui….ti porterò in un ospedale…>

Jean tossì, sputando un piccolo grumo di un qualcosa che appariva come sangue.

<…non c’è…rifugio per me…to lo sai…è finita…>

Nat scosse appena il capo, passandole un braccio sotto le ginocchia e l’altro sulla schiena, per poi sollevarla, senza apparente sforzo.
Jean pareva aver perso tutto il peso, divenendo scheletrica nel giro di poche ore.

<…no….non portarmi in nessun ospedale…>, sussurrò.

< Jean…Jeanine…tu non sai quel che dici….morirai se…..>

Jean tossì di nuovo.
Fu una tosse dolorosa, che la fece tremare e scuotere tutta.

<…sono già morta….ti chiedo…ti chiedo solo due cose, papà…>

Nat socchiuse le palpebre.
Sentiva il cordone ombelicale che le legava alla figlia, spezzarsi, sfilacciarsi istante dopo istante.

<…Jean…>

< ..giurami..giura..che farai quel che ti chiedo, papà..giuramelo….>

Nat ebbe un debole, doloroso cenno con il capo.

<…portami via da qui…voglio essere sepolta in un cimitero indiano… con poche ore d’auto…ci arriveremo…>

<..bambina mia…tu non sai ciò che dici…>

Tese la mano, accarezzandogli il viso ruvido, irto di rughe, che aveva dimenticato per sedici anni.

<…la tua pelle non è cambiata, vecchio…>

Nat le baciò la guancia.
Un bacio appena accennato, ma che le riempì il cuore di gioia, prima dell’ultimo
viaggio.
Suo padre non le aveva mai dato un bacio, nemmeno per la morte di nonna.

<…me lo devi….lo devi a tua figlia….per tutti questi anni di bugie, di menzogne …di falsità….sento che la mia gente mi chiama a se….>

Socchiuse le palpebre, prendendo un doloroso respiro.

<…se è questo ciò che mi chiedi, Jean….farò ogni cosa per esaudirti…bambina..>

Nathaniel Grey non aggiunse altro.
Scacciò dalla mente la certezza che non esistessero cimiteri indiani nella costa Est degli Stati Uniti per centinaia di miglia.
Se sua figlia aveva detto così, così era.
Aprì la porta blindata ed uscì, lungo quei corridoi che per sedici anni lo avevano segregato in una sorta di prigione dorata, opprimente e maligna.
Un agente del servizio di scurezza lo fissò, sgranando appena gli occhi.

<…generale…ma che sta facendo ? E’ una prigioniera… è contro qualsiasi procedura…>

Grey lo fissò, quasi trapassandolo con gli occhi vuoti e freddi.
Jean abbozzò un debole sorriso, mentre la mano tremante le cadeva nel vuoto, sino a penzolare alla stregua di un oggetto senza vita.

***

CAPITOLO DICIOTTO

 

Livello di scurezza numero 7, Pentagono
Stato della Virginia, Ore 01.00 Am,
Venerdì 28 Giugno 2002
Smoking Man non nascose un debole tremito d’eccitazione, curiosamente mescolato ad un’angoscia profonda, non appena spalancò la cella denominata:
" Controllo della purezza".
La stanza era vasta e uniformemente irradiata da una luce accecante.
Densa e bianca, appariva come il lenzuolo consunto di un fantasma.
Smoking Man arrivò accanto alla bolla criogenica più piccola, colma di uno spesso liquido verde.

<…..figlio mio…>, sussurrò.

Non era stata una buona idea.
Scendere sino all’ultimo livello, per vedere Fox..o quel che era diventato…

< La mutazione è al 98 %….nel giro di 15, 20 ore al massimo ci siamo…>

Mulder spalancò gli occhi obliqui, neri, senza pupille.
Era divenuto in parte alieno, anche nell’aspetto esteriore.
Le braccia erano lunghe e magre, la testa oblunga, le gambe corte e secche…
Il derma grigio, quasi raggrinzito.
Allungò appena l’arto desto, dal quale si staccavano decine di tubini a fibre ottiche, per il monitoraggio d’ogni singolo cambiamento cellulare.

<…è cosciente ? >

La domanda lo sorprese.
Smoking Man non aveva alcun’intenzione di pronunziarla, eppure scaturì senza apparente difficoltà.

< …probabilmente no….non si può dire con certezza…>

Voltò il capo, protetto dalla tuta bianca d’anticontaminazione, verso la bolla più grande.
Era enorme, quasi quattro volte quelle che conteneva Fox Mulder, e pulsava di energia propria.
La regina aliena all’interno.
Samantha…
Mosse anch’essa la testa esapode, guardandoli.
Gli stessi occhi di Fox….ma una sorta di divertita estrinsecazione maligna, pur in quel viso privo di espressioni facciali.

<….ci siamo….in nome di Dio….è arrivata la fine dell’umanità….l’inizio di una nuova era…>

Lui avvertì prepotente il bisogno della Morley.

<…andiamo via da qui….>, si limitò a sussurrare.

***

Presso il confine con lo Stato del Messico,
10 chilometri all’interno del deserto del Texas,
Ore 04.09 Pm, Venerdì 28 Giugno
 
Dense nubi di polvere rossastra, secca e pungente, si sollevavano come disegni oscuri.
Ombre nitide, di cactus e rocce tagliate dal vento del deserto, si disegnarono davanti a Dana e ad Ashley.
L’agente federale, bevve con avidità dalla borraccia appesa accanto alla coscia, mentre la centaura fece scattare il cavalletto della Harley, guardandosi attorno.

< La strada statale è finita da due chilometri…e dopo quella collina sassosa, ho proprio idea che termini anche il sentiero di terra battuta…>

Scully abbassò appena il capo, e una ciocca di capelli rosso Tiziano le scese, appiccicosa e sudata, davanti al viso.
Era sudata, stanca, con le ossa che dolevano, la schiena a pezzi per via delle vibrazioni e le buche, che la potente moto aveva regalato loro con sadica ostinazione.
Le coordinate era chiare…il posto era vicinissimo.
Udirono entrambe lo stridio acuto di un’aquila e Dana abbozzò un debole sorriso.
Ma le bastò incrociare i propri occhi con quelli di Ashley, per sentirsi d’un tratto colpevole.
Agli occhi della ragazza, quel posto era solo un deserto sassoso e pietroso, caldo sino all’inverosimile, e dimenticato da Dio e dagli uomini.
Sino a qualche mese prima, anche in Dana avrebbe scaturito il medesimo effetto.
Ma ora…ora era certa che il posto fosse quello.
Per cosa, non era in grado di dirlo, né su cosa si aspettasse di trovare, effettivamente…
Ma era così…
Forse una casa accanto ad un lago, con Sergej Yvanov che l’attendeva ?
O Fox che le veniva incontro con disarmante semplicità, mormorandole:

< Ben arrivata, Dana ! >

Il cuore le pianse, alla sola idea.
Scese dalla moto, reggendosi i fianchi con entrambe le mani, curvandosi all’indietro, per rimettere a posto la schiena.

<…buona idea….sgranchiamoci le gambe….la moto è sul punto di andare in ebollizione…>

Ashley balzò giù, passandosi la mano fra i capelli e gettandosi un fiotto di acqua fresca sul viso, arrossato e sporco di sabbia.
Scully si sentiva in debito, colpevole e incapace di dire qualsiasi cosa avesse senso, ora.
Ashley l’aveva portata sin lì, riempito la Davidson con un paio di pieni di benzina ed offertole una buona colazione ad un fast food, trenta chilometri prima.
Si sfiorò la catenina, con due dita.

<..Ashley…>

<…si ? >

Trovò il fermaglio con le dita e l’aprì, con un gesto rapido e minuto.

<…apri la mano…>

Ashley spense il sorriso, aprendo appena la destra, coperta da un guanto di pelle nera, tagliato.

<…è tua…Non ha un gran valore…economico…ma è stata importante per me…fu un dono di mia madre….tanti anni fa….custodiscila…>

Lei scosse il capo.

<…non posso…Dana…davvero non posso…>

Dana sorrise.
Fu il solito, splendido sorriso di Dana Scully, che trasformava il suo viso in una dolcissima alba radiosa.

<…ti prego…sento di dover proseguire sola…voglio la tenga tu…>

Ashley sgranò gli occhi, spostandosi i capelli di lato, con nervosismo.

< Dana…io…ho assecondato la tua…"percezione"….ma…vuoi davvero… inoltrarti nel deserto sola…? Qui non c’è nulla….solo sassi e sabbia…>

Scully annuì. Le chiuse a pugno la piccola mano, serrandovi all’interno la catenina d’oro.

<…è pazzesco..e se tu avessi avuto modo di conoscermi ancor prima, lo riterresti ancor più folle, da parte mia…Ma sento che qualcosa mi aspetta…mi attende… è attende me sola….Se…se riuscissi a salvare Mulder…a salvare tutti… lo dovrei solo a te…Non ho parole per ringraziarti…>

Ashley portò il pugno al cuore, prendendo un profondo respiro.

<…ho capito….che serve a poco, cercare di farti cambiare idea, Dana!Ma posso strapparti almeno una promessa?>

Lei alzò appena le piccole spalle, socchiudendo le palpebre.

<…se..non avessi tue notizie nel giro di un’ora….mi sentirò in dovere di venire a cercarti…non mi sembra molto, come condizione ! >

Scully le diede un piccolo bacio sulla guancia, poi si caricò sulle spalle la borraccia piena d’acqua e si calzò il capello dalle tese larghe, da cowboy e s’incamminò, fissandosi appena le scarpe.
Proseguì per qualche decina di metri, sino ad inerpicarsi per una collinetta pietrosa.
Allora si voltò, salutando la centaura con la mano aperta, l’espressione decisa, quasi lei potesse in qualche modo vederla, e fissando la bussola, proseguì la scalata.
Ashley si sdraiò accanto alla moto, nel piccolo cono d’ombra che questa proiettava a terra e scosse la testa.
Come aveva potuto lasciarla andare ?
Ma, nonostante lo sentisse appena, e non osasse ammetterlo a se stessa, anche lei "sapeva" che Dana stava facendo la cosa giusta.
L’ascesa di Scully proseguì per una dozzina di minuti. Non tanto per l’altezza della collina ( in realtà si trattava di un irto passo per nulla impegnativo ), quanto per le rocce, che sbucavano traditrici e aguzze dal terreno.
Se non avesse calzato comode scarpe da tennis, che le facevano sudare i piedi ma le garantivano agilità e aderenza al terreno, sarebbe scivolata di certo.
Quando giunse in cima, avvertì il bisogno feroce di bere, che scacciò subito.
La borraccia era capace, ma non infinita.
Si parò dal sole accecante con la mano, cercando di fissare avanti a se.
Solo sabbia rossastra, cactus che spuntavano come scheletri deformi dal deserto, e rocce.
Nuovamente udì inverso acuto dell’aquila.
Si voltò verso di esso, con il sole alla propria sinistra.
La collina, da quel lato, scendeva scoscesa, perdendosi in una sorta di budello oscuro.
L’oscurità era accentuata dall’ombra proiettata dal sole, ma ugualmente era notevole.
Sbirciò la bussola.
Dalle indicazioni, rinvenute in quella sala mezza distrutta sotto la centrale, quel posto valeva un altro…
Vide l’aquila vorticare ad ampi cerchi concentrici, abbassandosi ad ogni volteggio.
Per un istante temette che il rapace intendesse aggredirla, quando questo arrivò a sfiorarle la tesa del cappello.
Poi l’uccello svanì nel pertugio oscuro e lei si decise.
Prese a discendere con destrezza, mettendo i piedi e le mani nei punti sicuri, tastando la sicurezza delle rocce rosso mattone, fra le quali spuntavano radi ciuffi di gramigna selvatica.
Man mano che scendeva le sembrava che la temperatura andasse diminuendo, e comprese che per la particolare strettezza della gola, questa era con ogni probabilità immersa in una sorta d’ombra perenne.
Pensò anche ad altre cose, veramente.
Ad esempio che era folle scendere per una stretta gola nel deserto, immersa nell’ombra…avrebbe potuto balzare su l’aquila di prima ad esempio, e cavarle gli occhi…
O più realisticamente, qualche serpente, sarebbe sbucato da dietro un sasso e
l’avrebbe morsa.
Invece la discesa proseguì innocua.
La gola era protetta fra l’ombra della collina sassosa, e una sorta di colonnato di pietra naturale.
Erano sassi erosi dal vento, lisci come fossero fresati a mano, appena bucherellati da tane di termiti e qualche topo del deserto.
La gola si restringeva, divenendo alla fine, un cunicolo stretto poco più di un metro.
Rimase sospesa fra una pietra sporgente e il solido appiglio ai propri piedi, attratta dalla curiosa colorazione delle rocce.
Attorno al cunicolo, esse erano completamente nere.
Non aveva mai visto roccia simile….poteva trattarsi di carbone o qualche altro derivato naturale.
Tutta la gola era ad imbuto, quasi che chi avesse la sventura di avvicinarvisi, sarebbe caduto all’interno di quel cunicolo, per finire chissà dove.
Le colonne di pietra erano su tre lati, a semi cerchio….
Una disposizione troppo curata, perché fosse naturale.
Esitò per un attimo, sino a quando udì una voce esploderle nella mente.

<…è ora ! Scendi e affronta il tuo destino, Aquila Scarlatta ! >

La comprese nitidamente, ma era stata pronunziata in un linguaggio non suo.
Era Navajo….n’era certa.
Rabbrividì.
Avrebbe voluto che Mulder le fosse accanto, per sollevarla con una teoria assurda, ma così non era, non poteva essere..
Scivolò lentamente sino al bordo del cunicolo.
Il terreno pareva collassate su di esso, e si resse con sempre maggiore difficoltà sino al suo orlo.
Non vedeva nulla, all’interno.
Udì, per un istante, lo stridere dell’aquila…
Poi dei passi, alle proprie spalle.
Si voltò, spaventata e tesa.
Figure.
Un paio d’uomini, alti, possenti, che indossavano soltanto un piccolo perizoma di pelle di bisonte.

< Chi siete ? Che cosa volete ? >, biascicò.

<…Albert t’attende….Aquila Scarlatta…è giunto il momento del rituale…>

Fece per dire qualcosa, ma la vista divenne confusa.
I colori si accentuarono, fondendosi in un’iride caotica e vorticosa.
I suoni si allontanarono.
Cadde in ginocchio, le mani che si ferivano sui sassi minuti del terreno, il volto contrito da una nausea violentissima ed improvvisa.
Le colonne andavano incurvandosi, quasi fossero dita di un immenso gigante, che si chiudevano per afferrarla.
Vide Mulder che sorrideva, con il viso metà umano, metà alieno, Yvanov che faceva altrettanto, ridotto ad un ammasso di carne maciullata da quel mostro antidiluviano…
Poi tutto si perse nelle tenebre.

***

CAPITOLO DICIANNOVE

 

Chilmark, Stato del Massachusetts,
Ore 09.00 Pm, Venerdì 28 Giugno 2002
Si sedette su quel divano di pelle, proprio nel medesimo punto in cui aveva baciato per la prima volta Tea Mulder, quasi quarant’anni prima.
Lei si era scostata, turbata e al tempo stesso eccitata delle sue attenzioni.
Si accese la Morley, mentre il vento dei ricordi galoppava impetuoso, dapprima debole come un refolo di primavera, per poi divenire un uragano inarrestabile.
Uragano inarrestabile…come quello che stava accadendo..
Il conto alla rovescia, l’ora X….
Sorrise.
Fuori era abbastanza fresco, non più freddo come le serate precedenti.
Una lieve brezza si era alzata decisa, ma aveva spazzato via l’umidità, dando finalmente spazio alla bella stagione….Bella stagione..
La vita, dopo i fatti drammatici delle ultime ore, sembrava mutata da un incantesimo.
Le strade deserte, i rumori appiattiti da un silenzio assoluto, pesante come una cappa di piombo.
Il vociare dei bambini. era zittito dal greve e solenne discorso dello speaker, che preparava la nazione al discorso del Presidente.
Le stazioni radio, avevano interrotto il fiume continuo di notizie sui disordini, dei saccheggi, degli incidenti nei vari stati, dei dodici morti per una sommossa a Pittsburgh, dei New York paralizzata da disordini e caos, dell’assalto agli aeroporti, ed ogni emittente, trasmetteva la medesima voce registrata, come in una sorta di Grande Fratello di Orwelliana memoria.
Solo ogni quaranta minuti, chissà poi perché, era ripetuto l’appello alla vaccinazione da parte dell’istituto di igiene e profilassi, per cause " di forza maggiore".
Un’associazione pacifista del New England, aveva inscenato una manifestazione di protesta presso la Casa Bianca, con un funerale rappresentante l’America in una bara.
L’FBI e le varie polizie di stato, erano al lavoro senza sosta da ventiquattro ore.
A Boston sette cittadini americani di origine russa erano stati linciati dalla folla.
La madre di Fox stava seduta, di fronte a lui, fra loro il piccolo tavolino da tè in teck.

< Il mondo è alla svolta…al punto segnato e preparato dopo una vita di progetti e lavoro…è alla soglia dell’ultimo stadio prima della grandezza…>

Nessun entusiasmo in quelle parole.
Lei tremava, sul punto di crollare come non le era mai capitato, nemmeno quando
William era morto.

<..e tutto nacque sotto quella quercia, in quella giornata piovosa di primavera, con Fox e Dana e…lei..che giocavano…>

Aspirò lentamente.

< Era una vecchia trottola di legno…chi ci crederebbe ? Chi penserebbe ad una trottola di legno, come chiave dell’Apocalisse ? A quell’incidente…>

Lei si scosse.

< Basta ! Vattene da casa mia…non hai alcun diritto di stare qui ! >

Smoking Man si rigirò la sigaretta fra le dita ingiallite dal tabacco.

< …non trovi piacevole lasciarsi andare ai ricordi, Tea ? In fondo, essi hanno contribuito a cesellare la nostra esistenza, e a prepararci per un mondo migliore ! >

< Dov’è mio figlio ? Tu sai dove si è nascosto ! Vero ? >

Quell’incidente…se Samantha non fosse mai scivolata sulle radici bagnate della quercia e non si fosse ferita, se quel sangue vischioso e verde non fosse sgorgato dalle sue vene, Fox e Dana non si sarebbero mai arrampicati sino al davanzale del primo piano, aggrappandosi alla veranda, per sbirciare l’arrivo del dottor Asaky, a casa di papà Mulder.
Non avrebbero mai visto Samantha distesa sul letto, il braccio teso in avanti, la flebo che pompava una sorta di plasma verde in lei.
Né avrebbero visto William tremare e parlare frettolosamente con sua moglie.
Tanto meno Dana avrebbe rischiato una brutta caduta, scivolando sulle assi fradice della veranda e lui l’avrebbe afferrata per un braccio, sostenendola.
I loro occhi non si sarebbero incontrati e Dana non sarebbe arrossita come un peperone, smozzicando:

<…dai…piantala…>

E senza quel doloroso avvenimento, quella tragica fatalità, Tea e William sarebbero andati d’amore e d’accordo sino a quella fatidica notte del 27 Novembre.
Invece, Samantha si sarebbe alzata, una sera, svegliando Fox e costringendolo a seguirla in cima alla scala interna, con i piedi a penzoloni nel vuoto, mentre mà e pà discutevano di lei, di quel che le sarebbe accaduto.
E forse in Fox non si sarebbe mai accesa una sorta di scintilla cosmica, d’energia vitale che aveva la forza di contagiare anche Dana e tutti coloro che stavano attorno a quel folle agente federale.
Discutevano di cose come "adozione" e "creatura", concetti che i diligenti medici di Ishimaru ed Asaky, avrebbero presto rimosso dalle loro menti.
Come avrebbero cancellato quella cotta presa da Scully all’età di dieci anni.
Perché, naturalmente, una persona aveva veduto Fox e Dana arrampicarsi e spiare i dottori giapponesi, per nulla infastidito dalla pioggia che gli infradiciava la sigaretta.

< E’ una piccola spia…>, avrebbe detto sorridendo, riferito a lei, già coraggiosa e forte fin da allora.

Così, una sera sulle rive del lago di Quonochontaug, con Fox nascosto dietro ad un cespuglio e lei che cadeva a terra, spaventata, si sarebbe deciso di cancellare parte dei ricordi dei due ragazzi e di Samantha.
Smoking Man spense la sigaretta.

< Mi spiace che le mie visite, qui, siano vettori di astio, in te…Fox… so che sta bene…"loro" me lo comunicano.. Presto tornerà dove deve..dove doveva essere da sempre…>

Lei scosse la testa.

< Non…ho mai capito del tutto i tuoi discorsi…da grande capo.. Ma credo che se William fosse qui…ti maledirebbe…Hai distrutto tutto ciò che rimaneva della nostra vita, della nostra famiglia…>

L’uomo che Fox e Dana odiavano dal profondo del cuore e che in fondo, dal profondo del suo cuore, amava entrambi, mormorò:

< Presto tutti…tutti saremo una sola famiglia ! >

Alzò l’audio del televisore, quando apparve lo stemma della Casa Bianca a tutto schermo.
Tea barcollò reggendosi appena alla sponda del divano, vincendo con forza l’istinto di aggredire quel mostro, dalla sigaretta sempre accesa, che pure in quell’istante mostrava un disperato bisogno di amore e di paura.
Il Presidente Bush si schiarì la voce, fissando il vuoto della telecamera.

<…cittadini d’America, figlioli miei….ciò che mi accingo a comunicarvi, è tanto sconvolgente, da risultare incredibile! Nelle ultime, drammatiche ore, siamo precipitati in una crisi internazionale gravissima, peggiore ai fatti dell’11 Settembre! Non è il mio volere, quello di allontanare responsabilità di questa amministrazione per le conseguenze di ciò ha portato gli Stati Uniti D’America e la Federazione Russa, sull’orlo della guerra nucleare ! Se esistono mie colpe, esse andranno esaminate in tempi successivi !" Ciò che mi preme ora, è di scongiurare un’apocalisse drammatica, le cui ripercussioni sarebbero incontrollabili per noi e i nostri figli! Voglio rivolgermi al presidente della Federazione Russa, affinché ascolti la voce della ragione e della consapevolezza: saremo disposti ad accettare ogni nostro fardello sino all’ultimo secondo, prima della dichiarazione di guerra ! E’ l’ora della verità, qualsiasi siano le conseguenze ! Negarla, ora, e domani, ci macchierebbe di una colpa indelebile, quale mai gli Stati Uniti, nella loro storia di libertà e democrazia, hanno avuto ! Da molti decenni, addirittura da Roswell, il governo Americano, ha occultato e sfruttato gli eventuali frutti di una scoperta sconvolgente. Una scoperta che allora era impensabile rendere pubblica: la custodia di una astronave di origine aliena e di alcuni suoi occupanti…tutti, senza alcun dubbio di origine ….extraterrestre ! >

Un enorme brusio eruppe dal settore dei giornalisti, rimasti, sino a quell’istante, in silenzio.

< Prego…prego, signori ! Avrete tutto il tempo per le domande, a discorso ultimato ! Ho appreso da poco che il nostro sistema di sicurezza nazionale, ha testato per decenni, tremende armi batteriologiche, derivanti dallo studio di quelle forme di vita ! Posso però assicurare il presidente russo, che mai sono state utilizzate sul suolo sovietico ! Se ciò si fosse verificato, questo orrendo atto di aggressione ad una potenza straniera, non sarebbe dipeso dal presidente americano o dal Congresso, che…>

Smoking Man si riaccese la Morley.

<…hanno sempre operato all’oscuro di tale, inconcepibile aggressione ! Per mostrare la mia assoluta trasparenza su questa questione, che è ciò che sta trascinando il mondo nel caos, l’America è disposta a mostrare tutti i files riguardanti la segretezza nazionale, ma al tempo stesso, qualsiasi aggressione sul territorio statunitense, o in ambasciate a noi collegate, o a mezzi, uomini, e basi che battono bandiera Americana, saranno interpretate come un atto formale di belligeranza ! Non ripeteremo un secondo Pearl Harbor. Suggerisco al presidente Putin, la volontà di contattarlo personalmente, nel caso desiderasse interloquire solo con me, ma al tempo stesso, la fermezza della nazione Usa, nel difendere i propri uomini, le proprie donne, i propri figli, sarà integerrima ! Popolo d’America: le ore che stiamo vivendo sono difficili, dure, come mai in passato ! Ma vi chiedo unità e fermezza, coesione e spirito patriottico ! Nessuno vuole una terza guerra mondiale e ci batteremo con le armi della ragione e dalla pace, perché ciò non avvenga ! >

Ripose i fogli, pronto per l’assalto dei giornalisti.
Ma quasi nessuno seppe che dire.
Tutto era immerso in un silenzio innaturale.
Il brusio di sorpresa si era cristallizzato in una sorta d’analisi interiore, un misto d’antiche paure e di convinzioni e sospetti mai confessati.
Smoking Man si alzò, guardando la madre di Fox.
Lei si era portata la mano davanti alla bocca, per nascondere il tremito di terrore che la attanagliava.

<…siete stati…voi….voi avete scatenato tutto questo…>

< Era necessario….per garantire un futuro….>

< Non vedo…alcun futuro…avete condannato il mondo alla guerra…scatenato una tremenda epidemia mortale…>

Vacillò, ma si resse, con stoica fermezza.
Smoking Man aspirò lentamente dalla Morley.

< Ciò che abbiamo fatto è unire la nostra razza alla perfezione divina… il passo che ci unirà alle stelle ! Che innalzerà l’uomo alla destra di Dio ! Passo…che tuo figlio contribuirà a creare ! >

Arrivò a sfiorarle il viso, con una carezza delicata e gentile.
Tea Mulder avvertì il tremare di quella mano rugosa e fredda.
Forse una parte di Smoking Man, non credeva a quel che andava dicendo egli stesso.

<…abbiamo costruito la sola alternativa…alla catastrofe ! So che puoi capirlo…>

Il cuore batteva forte, come mai Smoking Man aveva sentito da anni.

<…cosa hai fatto a tuo figlio ? Che cosa senti per lui ? >

Lui spense la sigaretta e la abbracciò, accarezzandole appena i capelli corvini.
Non erano mai cambiati, nonostante gli anni.

<…amore…orgoglio…rispetto…>

Proprio in quel giorno, forse l’ultimo della razza umana, Smoking Man nacque per la seconda volta.

***

CAPITOLO VENTI

 

Livello di sicurezza numero sette,
Pentagono, Stato della Virginia, Ora esatta sconosciuta,
Venerdì 28 Giugno 2002
Udì per primo il gocciolare fastidioso, che proveniva da una sorta di struttura complessa, sistemata di fronte.
Dolore, intenso e lancinante, alla base del collo.
Riprendere lucidità era stato difficile, artificioso, quasi che Fox Mulder emergesse da un coma durato anni.
Il suo corpo….non gli apparteneva più…
Lo sentiva lontano, debole e minuto, deforme.
Il rumore della goccia continuava, e così spalancò gli occhi.
La debole illusione che si trattasse di un sogno, durò lo spazio di un istante.
Era in una grotta, dalle pareti irregolari, ruvide come pietra grezza.
No…piuttosto simile ad una sorta di secrezione densa e spugnosa.
Il corpo…Gesù che gli era capitato ?
Le mani…si fissò le mani, vedendole avvolte in un denso colore grigiastro.
Il mondo aveva perduto colore.
Le mani….Erano lunghe, ossute, come rametti pronti a spezzarsi.
La grotta era calda, e fu una delle prime cose che percepì con certezza.
Un caldo afoso, umido, che non lo infastidì più di tanto.
Fece per alzarsi, ma gli fu impossibile.
Le gambe…non era in grado di reggersi in piedi.
Erano corte e magre, quasi inutili propaggini di un corpo tozzo e magro.
Vide bene la grotta…non era una caverna, come aveva creduto dal primo momento..
Si trattava di una stanza ricavata da una sorta di resina gelatinosa, rinsecchita e durissima, dai tenui riflessi argentei.
Una debole luce pulsava, grigia come tutto il resto, per la sua vista uniforme.
In realtà la luce era bianchissima, quasi assoluta.
La bolla era immensa.
Del tutto identica alla propria, dalla quale era uscito a fatica, strisciando ed espellendo grumi di sangue ormai inutile per il suo metabolismo, essa differiva solo per le dimensioni.
Sembrava una sorta di gigantesca bolla verde, grande quanto una mongolfiera.
Fili spessi, come cordoni ombelicali, la sorreggevano.
E dalla parte oscura della stanza, colma di una sorta di muffa appiccicosa, apparve.
La solita, vacua, terrificante faccia dai lineamenti inespressivi.
Il corpo….era efebico, rinsecchito tranne che per l’addome.
Esso assomigliava ad un sacco gonfio, di colore giallastro, che proseguiva sino alle spalle della creatura, attaccandosi alla parete.
Non era solo appesa per quella propaggine…
Era lei stessa a crearla….a generare quella stanza, quel nido contorto e colmo di bolle pronte a dischiudersi.
Gli arti…erano assolutamente terrificanti.
Smisurati, magri e secchi, assomigliavano a nodose estremità, irte d’artigli affilati e sporchi di sangue, che spesso gocciolava pigramente a terra.
Il viso…gli occhi….enormi occhi a goccia, neri, oscuri e privi di qualsiasi riflesso umano.
Una vista che avrebbe condotto alla pazzia chiunque…ma non Fox Mulder.
Anzi, senza capirne il motivo, la accolse con serenità…sapeva, una parte di lui era certa, che non le avrebbe fatto del male.
La mano si mosse a scatti, come un burattino mosso da un incerto mangiafuoco, avanzando verso di lui.
Arrivò a sfiorargli il viso.
La mano, dalle quattro dita ossute e grigie, si aprì, ruotando leggermente.
Mulder fissò stupefatto quel che la mano serrava.
Una piccola, spelacchiata palla da baseball.

< Fox...Fox sono io...non mi riconosci, Fox ? Sono Samantha ! >

La capiva.
Capiva ogni sillaba, ogni parola di quella serie di suoni che sino a qualche istante prima, gli erano apparsi come aliene note musicali.

< Non avere paura, Fox…>

<…non ho paura….non ho alcuna paura….>, disse.

Ma non l’aveva propriamente detto.
La frase era uscita dalla sua mente e si era fusa con quella della creatura, della regina della covata aliena.

< Cercavamo da tanto, da tantissimo tempo, questa…>

Mostrò di nuovo la palla da baseball.
Fox sorrise. Il suo viso era appena solcato da un lineamento fisso, rigido, ma ugualmente parve disegnarsi a sorriso.

<….è la mia palla da baseball…L’hai sempre avuta tu ? >

< La posseggo da quel Natale, Fox…! Ora il tuo cammino ed il mio si sono completati ! >

< Cosa…cosa sono diventato ? >

Samantha si mosse verso di lui, cingendolo con quelle smisurate braccia rinsecchite, che avrebbero potuto ugualmente farlo a pezzi.

<…Parte di me…Ora l’avvento della nuova era è compiuto ! Presto tu ed io, domineremo su miliardi di figli, pronti a servirci ! Sarò in grado di generare altri come me, altri come i miei figli…sarò la regina della specie che cancellerà il mondo, per plasmarlo a sua somiglianza ! >

< Ed…hai bisogno di me ? >

La palla prese a roteare, lentamente.
Divenne luminescente, rimpicciolendosi.

< ..contiene la sequenza finale del DNA…che ti permetterà di unirti a me… di fonderci per creare l’essere più completo dell’Universo…Una regina in grado di auto riprodursi, per creare una genesi infinita di alieni…! >

Gli insetti….adesso comprese del tutto.
Comprese e non gli spiacque.
Era il suo destino, glielo diceva la voce nella mente.
L’addome di Samantha si aprì, come una finestra.
Vide dei ganci ossei, simili a quelli che spuntavano adesso dal suo torace e ne comprese la funzione.
Sarebbe entrato in lei, inglobandosi con la regina, e lei lo avrebbe parzialmente digerito, assimilandolo e fondendosi in una sola creatura.

< Vuoi seguirmi, Fox ? >, chiese.

Le immagini esplosero a miliardi nella sua testa.
Smoking Man, tutti gli scienziati del "progetto" , osservavano dallo schermo, immersi in un terrore estasiato.
Nessuno avrebbe mai immaginato nulla del genere.
Fox sorrise e tese la mano rinsecchita.
L’enorme insetto alieno che un tempo era stata sua sorella, proruppe in uno stridulo verso di trionfo.

***

CAPITOLO VENTUNO

 

Luogo sconosciuto, ora esatta sconosciuta
fra Venerdì 28 e Sabato 29 Giugno
La voce del deserto, ora silente, ora titanica, continuava alla stregua di un delicato e monotono sottofondo.
Una volpe del deserto caracollò sino all’orlo del pozzo sciamanico, nel quale Scully era precipitata, poi sgattaiolò via.
Dana si rese conto che il sogno, quello nel quale Mulder le appariva per metà alieno e Yvanov ridotto ad un ammasso di carne maciullata, non era terminato.
Aveva assunto forma più realistica, ma era pur sempre un sogno.
Infatti, era sempre nel deserto, ma quel luogo appariva del tutto privo di calore, e la luce del sole era "diversa", come innaturale.
Le ombre erano lunghe e strette, come ci si avvicinasse al tramonto, ma l’illuminazione intensa ed il sole alto.
Eppure quello era uno dei sogni più realistici che avesse mai fatto.
Sentiva la polvere fra le dita, la durezza delle pietre aguzze sulla schiena e sulle natiche, il vento scompigliarle i capelli rosso Tiziano.
Scully deglutì, sentendo la gola secca e piena di tossine.
Degli indiani veduti poco prima, nulla.
O erano svaniti con il sogno, e questo adesso la cullava sino al riposo, o se n’erano andati.
Albert Holsteen apparve d’improvviso, esattamente dietro ad un cono d’ombra prodotto da un cactus, quasi prendesse vita da esso.
La bandana rossa, raccoglieva i suoi capelli grigio cenere, sormontata da una penna d’aquila sulla destra.
Lei sgranò gli occhi verdi, cercando di mettersi in piedi.
Si mise in ginocchio, sentendosi debolissima, e mormorò debolmente:

< Albert…>

< Salve Aquila Scarlatta…ti aspettavamo….sei arrivata puntuale…>

Parlò con voce ferma ma gentile, com’era sempre stato, nello stile di uno sciamano.
Altre figure, accanto a lui, presero forma e Dana si sforzò di capirne l’identità.
Ora che uscirono dal cono d’ombra, mettendosi di fronte a lei, a meno di dieci passi, non le riusciva di credere in ciò che vedeva.
Jean Grey era vestita da nativa americana.
Una collana d’osso le orlava il petto florido e la della pittura rituale, preparata con colori di terra ed erba, dipingeva il viso della meticcia con una maschera metà azzurra e metà rossa.

< …seguici…>

L’esortazione di Albert la fece alzare del tutto e fissò con intensità il volto di una donna mai vista, Edith Koklus.
La fissava con espressione vuota, e Dana comprese che quella donna non era più viva.

<…vice-direttore Grey…che cosa ci fa qui ? >

La domanda le apparve assurda e fuori posto, ma ugualmente fu l’unica che seppe formulare.
Se era un sogno, perché chiedere spiegazioni ?
La osservò incuriosita. Jean aveva il medesimo sguardo vuoto di quella donna, anche se velato da maggior gentilezza.
Le afferrò la mano, e nello stringerla, Dana captò un brivido gelido.
Jean camminava a piedi nudi, quasi sfiorando il terreno sassoso, mentre la gonna di pelle di bisonte, le sfiorava le cosce.

<..capirai…Aquila Scarlatta…>

< …ma come….signore io…>

< Il mio nome è Raggio di Luna…>

Non disse altro.
Dana abbassò appena le palpebre e nel riaprirle si accorse che il paesaggio era mutato.
Davanti a loro, nel centro esatto di un cerchio disegnato da carbone nerissimo, una capanna Navajo, di forma tonda.
Era circondata da teschi di bisonte, issati su pali di sostegno.
La nuca prese a pulsarle, e avvertì una calda ventata di febbre.
Albert stava davanti all’ingresso e fece cenno alle donne di avvicinarsi.
Attraversarono un spiazzo circolare, antistante la capanna, sul quale era tracciato un mosaico di pietre finissime, del tutto identico a quello minuto rinvenuto da Scully e Ashley in quella stanza, sotto le rovine della centrale elettrica.
Era il luogo ! Scully n’ebbe una certezza assoluta.
Corvo Rosso scostò una tendina ed il profumo penetrante d’incenso, giunse nitido ai sensi di Scully.
Non era un sogno ! Non poteva esserlo.
Tremò un poco, ora scossa da una sorta di diffidenza innaturale, come se la parte razione della sua anima si ribellasse.
Si scostò i capelli dietro l’orecchio.

< Io…non sono indiana..sono Cattolica e credo che…>

< Ciò che ti attende è antico quanto l’uomo…Aquila Scarlatta… Viene da dentro di te…da qui…>

Albert le indicò il centro del petto, all’altezza del cuore.

<..e non possiede colore, né religione…Devi essere preparata..>

Vinse con fatica la diffidenza. Sete, dolore e fame erano svanite, non appena entrata nel cerchio della capanna.
Albert svanì dietro la tendina, mentre Raggio di Luna le afferrò di nuovo la mano…come mamma e papà, in una calda giornata di tantissimi anni prima, con il sole che picchiava forte anche allora.

< Sarai destinata a grandi cose, Dana…>, le aveva sussurrato papà.

Scacciò via quel ricordo.

< ..cosa vuol farmi ? >

Si erano bloccate di fronte ad un otre colmo d’acqua, sistemato in una delle tante ombre allungate di quel luogo.

< La cerimonia ha una sua costruzione…non ti è possibile entrare così.. Devi purificare il tuo corpo…pulirlo dal contatto avuto con un altro uomo… e adottare i nostri segni rituali….> fece per ribattere, dire qualcosa, ma si bloccò.

Jean adesso le appariva immersa in un’aura di beatitudine.
La pelle olivastra luccicava, cosparsa d’olio balsamico.
Si spogliò, facendo scivolare il vestito indiano ai suoi piedi, rimanendo nuda di fronte a Scully, con la collana d’osso che dondolava sullo sterno.
Prese una pezza giallognola, di pelle di camoscio, intingendola nell’otre.

< Raggio di Luna….io…è necessario che mi sia spiegato….ciò che debbo fare.. credevo…che venendo qui…avrei trovato Fox….>

< Lo troverai ! Troverai ciò che hai sempre cercato…>

Sentì la pezza scivolarle sul viso, bagnarle il collo e la fronte, le gote e le labbra e la cosa la immerse in una placida rilassatezza.
Jean le tolse la camicetta, il reggiseno, e la fece voltare di spalle.
Ora il tessuto spugnoso le attraversava le scapole, la schiena sudata e dolcissima e la realtà andava allontanandosi, lenta ma decisa.
L’acqua era fresca e piacevole. La sentiva scivolare sulle braccia, sul seno piccolo e morbido, sulle gambe e sul ventre piatto, raccogliendosi in una goccia nell’ombelico.
Dalla capanna, si alzò un canto tribale, atavico.
Ora l’acqua le bagnava i punti più intimi, senza malizia o noncuranza, ma con un esatto dosaggio delle due cose.
Quando anche i piedi furono puliti, aprì appena gli occhi.
Ora Jean stava disegnandole segni sulla pelle, e per compiere l’operazione, intingeva due dita, indice e medio della mano destra, in una colma ciotola di terracotta.

<…io…non…>

La voce le uscì a fatica, quasi non fosse la propria.
Brividi fortissimi le tagliarono in due la pelle, seguendo quei disegni precisi e antichissimi, e sempre più s’immergeva in un arcaico rituale indiano.
Realizzò d’essere in piedi, le braccia larghe, i palmi rivolti all’esterno con le ultime due dita d’ogni mano socchiuse e la testa abbassata del tutto.
Le dita di Raggio di Luna le disegnarono le natiche, l’incavo dell’inguine.
Fece per dire qualcosa, ma le uscì solo un piccolo gemito di dolcezza.
Il deserto…era sempre lo stesso, solo che sua madre e suo padre erano molto più giovani.
E lo era anche Albert.

< ….protegga la mia bambina…per favore…>

Le parole di Margaret Scully, il viso teso di papà, quello convinto di William Mulder….quella cerimonia era stata decisa allora ?
Albert le accarezzò i capelli rossi, porgendole una trottola di legno, allora integra e nuova.
I colori, stampati su di essa, erano vivi. Una splendida trottola fatta a mano.

< Tienila sempre con te…Aquila Scarlatta…>

Lei aveva sorriso.
Ora che stava nuda, ora che il suo corpo era percorso da disegni e dalla pittura indiana e da olio balsamico, ora rammentava tutto.
Come aveva potuto scordarlo ?
La stavano proteggendo…volevano fosse pronta per ciò che adesso si stava verificando.

---

Livello di sicurezza numero sette,
Pentagono, Stato della Virginia, Ora esatta
sconosciuta, Venerdì 28 Giugno 2002
L’operazione fu estremamente semplice ma al tempo stesso agghiacciante.
Samantha afferrò Fox con quattro delle sei estremità rinsecchite che era una sorta d’eufemismo definire arti, voltandolo di spalle.
Dalla bocca, una stretta fessura lineare, sgorgò fuori un denso, appiccicoso liquido color zucchero, dal sapore dolciastro, disgustoso.
Al contatto con l’aria, quel liquido gelatinoso, si essiccava rapidamente e Fox ebbe così modo di capire come Samantha aveva costruito tutto l’immenso alveare che poteva in parte vedere.
Esso si estendeva per chilometri sotto terra, in una sorta d’intricato sistema di gallerie tortuose, che portavano tutte alla camera della gestazione, nella quale Fox e Samantha si trovavano ora.
Un grumoso violo di sangue verde scaturì dalle labbra di Fox Mulder, mentre la sorella gli incideva la schiena, quasi stesse aprendo il carapace di qualche mollusco marino.
Non provò alcun dolore, naturalmente.
"Loro" erano estremamente capaci nel sopire qualsiasi dolore, come aveva sempre sentito e provato in svariati anni d’indagini.
La regina aliena si chinò su Fox, quasi spingendolo all’interno del proprio addome immenso, lavorando con abilità innaturale, figlia di movimenti esapodi, mentre il ronzio delle attrezzature aliene si accese alla stregua di un canto tribale.
Smoking Man spense la Morley, estasiato e disgustato.
Ora la secrezione andava depositandosi sull’addome, quasi come una medicazione improvvisata, che presto avrebbe richiuso lo squarcio nel corpo della regina aliena, incamerando Fox per sempre.

<…per domenica…sarà tutto finito…>, smozzicò, con le labbra tremanti.

***

CAPITOLO VENTUNO

 

Luogo sconosciuto, ora esatta sconosciuta,
fra Venerdì 28 e Sabato 29 Giugno
Le piccole gocce d’acqua rituale, scendevano lungo la pelle accalorata dal vento del deserto.
Il respiro era divenuto ritmico, ipnotico.
Tamtamtamtam…
Udiva quel suono costante, quasi provenisse da dentro di lei.
Dana era seduta con i glutei appoggiati ai talloni, le braccia cadenti ai lati dei fianchi, inebetita.
Era come se il calore del deserto le ardesse, dentro.
Non aveva mai provato nulla del genere in vita sua.
Benché fosse completamente nuda, non provava alcun imbarazzo.
Ora, davanti alla sua vista, si disegnò una fiamma rossastra.
Un fuoco magico, vivo e pulsante.
Ardeva ritmicamente al suono dei tamburi: tamtamtamtam..
Una splendida penna d’aquila le ornava il lato destro della testa.
Ora ( ma era realmente accaduto ora o prima ? Il tempo non aveva significato nel suo stato, in quel luogo…) danzavano intorno a lei.
Indiani, con splendidi abbigliamenti propiziatori: penne, copricapi colorati e sfarzosi.
Aprì a fatica le palpebre, rallentata dalla febbre che la divorava.
Tutto appariva immerso in una gelatina purpurea.
Parole e suoni lontani…
Pittura indiana sul dorso della sua mano.
Si guardò le braccia…la pittura correva dalle mani sino alle spalle e capì che era stata tracciata ovunque.
Le linee dalle nocche arrivavano alle spalle e lì si scioglievano in centinaia di puntini bianchi, come minute tracce di pennarello.
Sentiva quella pittura alla base del collo.
Un grosso sole dipinto nel ventre, con raggi rossastri, e linee, che dal pube scendevano alle gambe, sino ai piedi, colorati di un rosso denso e scuro, forse sangue.
Il fuoco irradiava luce calda a materna, che rendeva i tratti magici e vivi.
Avvertì il proprio petto nudo, muoversi piano, mentre quel calore e quei suoni la mantenevano in uno stato alterato di coscienza, quasi in sospeso fra realtà e fantasia.
Una mano antica, sicura come avesse compiuto il medesimo gesto da tempo immemorabile, le disegnò sulla schiena un’aquila dalle ali spiegate.
Il becco aguzzo del rapace, terminava alla nuca di Dana, sotto il segno perenne del suo rapimento.
Albert Holsteen terminò di disegnare il simbolo.
Era vestito con un abbigliamento curato, fatto di collane colorate, penne iridate, e si reggeva ad una verga sciamanica antichissima, dipinta da decine di simboli a lei ignoti.
Scully riconobbe in parte quel costume, quasi fosse cresciuta nel cerchio magico del campo.
Suoni, parole in lingua Navajo.
Scully stava seduta accanto al fuoco, mentre una patina di sudore e d’olio profumato, rendeva lucida ed eccitante il riflesso sulla sua pelle.
Gli indiani le danzavano attorno, quasi fosse un totem da adorare, e ad ogni movimento di quella danza curata e armonica, Scully si sentiva sempre più parte di quel disegno tracciato in ere lontanissime, ma quanto mai moderno adesso.
Albert si scostò da lei, facendole segno di seguirlo nella capanna e Scully fu attraversata da un momento di lucidità, nel quale si scoprì con i palmi colmi di sangue vivo e pulsante.

<..abbandona la realtà, Aquila Scarlatta….il rituale ti attende…>

Lei annuì, con semplicità, quasi fosse conscia di quanto stava per affrontare.
Si alzò, dirigendosi lentamente verso la capanna.
Scostò la tendina di protezione, immettendosi in un ambiente piccolo, di color giallo di marte acceso, che pareva palpitare di vita propria.
Un piccolo fuoco circondato da sassi bianchi, al centro.
Il fine riflesso della luce rossa della fiammella, percorreva le line del suo corpo, rendendole vive, purificandola dal contatto impuro avuto precedentemente e lavandole le carni.
Le fece cenno di sedersi e lei si sistemò senza esitare, quasi conoscesse il proprio posto, accanto ad altri indiani, Apaches, Sioux, Irochesi, Uroni, che fissavano quel fuoco pulsante.
Incrociò le gambe come loro, mentre i palmi delle mani si afflosciarono verso l’alto, aperti, appena appoggiati alle gambe.
La testa cadde all’indietro, quasi senza vita, non appena gli stregoni nella capanna iniziarono il canto evocativo.
Ogni barlume di lucidità era svanita, fuori di quella capanna, nella realtà…
Corvo Rosso agitò appena una piccola ciotola di terracotta, iniziando a porgerla allo stregone alla sua sinistra.
Il silenzio era spezzato dalle formule magiche, ed in esse si respirava la forza arcaica della foresta, del cielo, del cerchio magico delle acque sulla terra.
Bevvero tutti a turno, Scully compresa.
Era sangue, n’avvertì il caldo sapore non appena lo portò alle labbra.
Il canto rituale proseguiva, come il suono ipnotico dei tamburi.
Ora la capanna era svanita, era svanito il cerchio di carbone nero, era svanito il mondo reale.
Al suo posto una distesa.
Landa desolata, niente verde…niente verde……solo sabbia rossa e un cielo azzurro, poche nuvole….nubi che….tam tam tam…assumevano una forma precisa…una forma d’occhi…occhi di pavone, colorati…Ed ora quegli occhi si aprivano, colorando il deserto come l’arida tela di un pittore, ed il deserto diventava verde, il vuoto, una dolce prateria di salvia ed erba alta, le spoglie colline rigogliose di querce e alberi dal fusto nodoso e forte.
E, proprio di fronte a lei, tremante per l’emozione e con gli occhi verdi sgranati, un bisonte bianco.
Corvo Rosso apparve al suo fianco.
Dana era nuda, ma non provava alcuna timidezza né imbarazzo.
Le fu posta fra le dita una piccola aquila scavata da un osso di bisonte.
Il medesimo manufatto che era stato appeso al collo di Fox Mulder, e che adesso, mentre la regina stava assorbendolo dentro di se, era ancora legato al suo corpo, ultimo anello che lo ancorava alla realtà.
La landa terminava in un tortuoso, inquietante sentiero.
Era lastricato da pietre aguzze, che le avrebbero ferito i piedi nudi, se l’avesse percorso.
Un sentiero scolpito però, per lei.
Alti alberi spogli, scheletri ossuti e legnosi, si piegavano sul sentiero, per ammonirla a non percorrerlo.
Aquila Scarlatta…per la prima volta seppe che quello era sempre stato il suo nome, come aveva sognato tante volte, anche in quel motel, fin da quando i suoi genitori la portarono da Albert, decenni prima.
Quei segni, quella pittura, non erano stati semplicemente tracciati sul suo corpo, ma impressi, fusi ad esso da una discendenza lontana ma indelebile.

< Ora, Aquila Scarlatta, devi sapere la leggenda che ti ha condotto alle soglie di quel sentiero. Percorrerlo o no sta alla tua volontà…sappi che al di là di esso troverai la Volpe d’Argento, che ha bisogno di te. Da ciò che deciderai ora, dipende la tua salvezza, e la salvezza di tutti i cerchi del mondo, delle acque, del fuoco e della terra…>

Corvo Rosso parlava una lingua antichissima, precedente a quelle delle varie tribù Indiane d’America….ma Scully ne capiva ogni parola, come fosse Inglese moderno.
La voce di Corvo Rosso si diffuse lenta ma solenne:

"All’inizio del tempo, tantissime stagioni fa, quando ancora il mondo era popolato dagli spiriti delle acque, dell’aria, del fuoco e della terra, animali come i bisonti, le aquile, gli orsi e i puma di montagna, dominavano la grande prateria. Quando l’inverno era feroce, ed il gelo strappava la vita alle piante e agli  animali, una volpe osò per prima dubitare di ciò disegnava gli eventi. Perché gli spiriti diffondevano ora acqua, ora siccità, ora caldo mite, ora gelo impenetrabile, perché essi potevano e volevano decidere sulle stagioni, sul corso della vita stessa ? La volpe comprese ben presto, che la propria esistenza sarebbe mutata per sempre, perché quelle domande lo avrebbero perseguitato per sempre. Aveva raggiunto la consapevolezza, l’auto coscienza di se. Decise perciò, d’intraprendere un lungo viaggio sino ai confini del cerchio della Terra, per incontrare gli spiriti e parlare con loro. La volpe possedeva coraggio ed astuzia, ma ugualmente non sarebbe mai riuscito a compiere quell’impresa. Non era possibile per la volpe, vedere le stelle, le grandi distanze, il mondo dalla prospettiva del cielo. Occorreva per lui, una guida. Allora lo spirito dell’anima, che spesso si manifestava come un bisonte bianco, creò dalle stelle , un’aquila scarlatta. Questa, osservando il procedere della volpe, il suo cammino, sarebbe stata la sua stella, avrebbe indicato alla volpe il sentiero sul quale procedere, cosa evitare, chi seguire.
L’aquila e la volpe divennero subito amiche, poiché compresero che nessuna impresa può esser compiuta senza amicizia e coraggio, senza intelligenza e rispetto. Alla fine, dopo tante sofferenze e difficoltà, giunsero alla meta. Il cerchio si era chiuso, e al di là di esso si estendeva la prateria dell’infinito. La volpe si fermò sulla sua soglia. Osservò l’aquila scarlatta, che l’aveva sempre guidato senza mai fermarsi, senza mai rallentare il cammino per un suo scopo personale…"

Scully respirava piano.
Quella leggenda….era stata scritta per lei, scolpita nel suo cuore.
Corvo Rosso aveva solo rimosso un debole strato di polvere, facendole risplendere di nuovo.
Mulder…vita mia, amore mio solo, anima mia, fiamma del mio cuore….luce della mia coscienza….amo solo te, dal principio del tempo sino alla sua fine..
Scully aprì appena le palpebre, fissandosi.
I disegni sul suo corpo pallido e arrossato dal sole, erano nitidi.
Un percorso dell’anima.
Corvo Rosso, Albert Holsteen era giovane….un ragazzo…
Ma lì, il tempo non aveva senso.

<….indicami il mio sentiero, Corvo Rosso…>, smozzicò.

Lui aveva sorriso, indicando una splendida aquila che volava nel cielo azzurro, fra le nubi ad occhio di pavone.

<…è questo…il luogo dell’origine ? >, domandò lei.

Corvo Rosso annuì, flebilmente.
Poi riprese a scandire la leggenda.

"Le risposte sono scritte nella sabbia del deserto, e mosse dal vento della verità ! La verità che la volpe brama, è la chiave della vostra salvezza ma anche della assoluta distruzione ! Alla fine giunsero alla soglia del mondo, ove tutto finisce e tutto comincia. L’aquila, esausta, che aveva volato senza posarsi mai, cadde al suolo, morente. Lo spirito della verità le recise le ali, come simbolo di devozione. Volpe d’Argento si commosse: senza la sua guida, nulla avrebbe avuto senso, nemmeno le risposte a tutte le domande che lo assillavano. Fu così che lo spirito della vita si impietosì di nuovo. Li accolse entrambi nel vento caldo del deserto, fondendoli in una sola creatura. Una creatura che univa il coraggio dei due animali: astuzia e libertà, forza e dolcezza. Fu così che nacque l’umanità…"

Scully udiva, tremante per l’emozione.

<…aiutami…a capire il mio scopo, ora….>, sussurrò.

La mente era immersa nel debole torpore del risveglio mattutino, nel quale si è parzialmente assenti e presenti, simile all’estasi che segue un piacere assoluto e coinvolgente, che svuota corpo e mente, lasciando alcuni sensi solo flebilmente attivi.

< La morte…è solo un barriera, che gli spiriti del male, venuti dalle stelle, vogliono ergere per impedirti di fare ciò che devi….>

Agitò la verga sciamanica avanti a se, sollevando un potente refolo di vento, che scompigliò i capelli rossi di Scully.

<…ciò non deve accadere ! Le domande rivolte dalla volpe le sue preghiere per salvare l’aquila, erano esatte, ma ora solo l’esatto contrario della vita, può salvare il mondo dalla fine, dalla distruzione di ogni creatura del Popolo degli Uomini.. per impedire di far piombare il mondo in un antico caos, dominato da demoni del  male…Morte che tu…dovrai dare a colui che ami di più ! >

Ora Scully esitò, scossa dalla paura.

< Allora…è questo il senso di quel sentiero ? Ecco perché mi appare così oscuro…non percorreremo insieme il sentiero della Grande Prateria ? Mi separerò da lui ? >

Corvo Rosso le afferrò il viso, con due dita, con un gesto colmo di dolcezza, facendola sentire una bambina, di fronte ad una verità orrenda.

<…Nulla vi separerà ! La morte è solo una falsa barriera ! Ora…devi decidere da sola…>

Le porse un coltello, d’osso di bisonte levigato, dal manico ricurvo.
Dana rammentò il suo sogno, senza sapere che era stato lo stesso anche per Mulder.
Il coltello le tremava fra le dita, quasi fosse scolpito nel ghiaccio.
Grosse lacrime le scesero dalle gote.

<…ci…ci riuniremo…nei Pascoli del Cielo ? Io…devo sapere almeno questo…>

Corvo Rosso sorrise, salutandola, alzando la mano.

< Questa, Aquila Scarlatta, è un’altra storia ! >

Svanì, com’era apparso.
Scully cadde in ginocchio, nell’erba profumata della prateria, di fronte a quel terribile sentiero.

< …dovrò ucciderti…amore mio….amore mio immenso…>

Tutto così terribile, ma vero.
Pianse, copiosamente, sino a sollevare appena il capo, quando le lacrime non le arrivavano più.
Gli alberi si erano piegati ancor più…l’entrata era quasi del tutto ostruita.
Si alzò, avanzando con passo tremante, caracollando, stringendosi il coltello al petto, mentre il cuore le doleva.
Un dolore assoluto, quale mai Dana pensava di potersi confrontare.
E paradossalmente, ad ogni passo percorso verso quel sentiero cupo e terribile, di rami piegati e contorti nel quale non filtrava alcuna luce di quel cielo azzurro, aumentava in lei la consapevolezza di ciò che era giusto fare.
La sola, terribile salvezza per il genere umano.

---

Deserto del Texas, Ore 08.00 Am,
Sabato 29 Giugno 2002
Lo stiletto si aprì, con il solito sibilo improvviso.
Gli occhi di Ashley erano gonfi di lacrime e paura, identici a quelli di Monkey, quando il killer alieno gli aveva staccato la testa di netto, in quella lurida cantina ammuffita.
Sorrise.
Aveva captato l’odore di Scully nitidamente, lì.
E non serviva a niente, chiedere a quell’ammasso di carne dove si fosse diretta.
L’avrebbe trovata certamente.
Ma la cosa lo divertiva.
Si compiaceva del terrore che sgorgava dagli occhi delle creature di carne quando serrava loro la gola, o le minacciava con lo stiletto.
Per Scully non sarebbe servito.
L’avrebbe dilaniata con i propri artigli, le proprie zanne, immergendo il muso in quella carne morbida e calda.
Ormai Dana era inutile, e se l’avevano fatta arrivare sino a quel deserto, era perché li conducesse anche da quel manipolo di indiani esaltati da chissà quale ridicola leggenda ancestrale.
L’invasione era pronta, e di certo non si sarebbe fermata per un ridicolo rito di qualche stregone indiano.

<…dov’è ? >, chiese con espressione ironica.

Lei scosse il capo.
La moto era rovesciata a terra, e l’olio macchiava la polvere del deserto formando un impasto appiccicoso.
La sollevò afferrandola per la gola, e la sentì muoversi e dibattersi come una gallina prima che le tirassero il collo.

<..non lo…so…>, pianse.

Era vero. Lo capiva dalla sua espressione compassionevole, ma questo non cambiava le cose.
Era un guerriero, un soldato. La regina lo aveva creato per questo, ed aveva sempre eseguito ogni compito con assoluta perfezione.
Molti suoi fratelli erano stati uccisi, da Fox e uno anche da Scully.
Soprattutto questo fatto lo faceva arrabbiare.
Una donna…uno di loro era stato eliminato da una donna….prescelta sì che si vuole, ma pur sempre una donna.
Le avrebbe divorato lo stomaco, quand’era ancora viva, vedendola urlare dal dolore, per poi strapparle il cuore dallo sterno, ancora pulsante e vivo.
Rise.

<…non ti credo….puttana…>, ululò.

Un potente soffio di vento si librò improvviso.
L’odore di Scully era diventato potente, le sue narici da cacciatore lo captavano benissimo.
Il vento del deserto sollevò piccoli ramoscelli e sabbia, pietre minute e ghiaia appena avvertibile.
La gettò a terra, contro la moto, sentendola piangere dal dolore.
Stava accadendo qualcosa.
Qualcosa che non capiva.
L’odore della sua preda era persistente, ma Scully non era lì…era lontana eppure vicinissima…quasi..quasi che il corpo fisico della preda, andasse sciogliendosi nel deserto.
Ora la raffica di vento divenne potentissima.
Colonne di sabbia rossastra si alzarono con un ululato possente.
Mutò forma, divenendo quel che era sempre stato, un mastodontico alieno insettoide, massiccio ed inarrestabile.
Avanzò, verso il centro di quella tempesta improvvisa, verso la fonte dell’odore della sua preda.
Scully era lì, ma era come disciolta nel vento impetuoso.
Una colonna di sabbia e pietre, che avanzava ondeggiando in modo confuso, apparve all’orizzonte, sorprendendolo.
Non aveva mai visto un tornados.
Eppure quel tornados aveva il profumo dei capelli di Dana, della sua pelle, del suo sesso, del suo corpo di donna…
La colonna ululante di sassi, vento e sabbia puntò verso di lui, e la sua sommità divenne simile ad una bocca famelica, spalancata.
Il ruggito del vento nel deserto, divenne più potente di quello di mille leoni.
Smise di avanzare. Il vento era troppo potente, lo respingeva, lo rallentava, lo bloccava.
Si parò il viso con una delle sei zampe irte d’artigli, di fronte ad una forza che non comprendeva.
Il tornados avanzava come un fulmine, divorando chilometri, radendo al suolo i cactus e scavando un solco nel durissimo terreno del deserto.
Fece per scartare in una direzione, ma la colonna lo inghiottì, strappandolo da terra come un fuscello.
Emise un grido rabbioso, mentre le pietre, la sabbia, la furia del vento, gli spezzavano le ossa, la corazza chitinosa, le carni asciutte e compatte.
I sensi erano impazziti, inaffidabili.
Tutto, in quel tornados, ricordava l’odore di Scully, della sua pelle, del suo sesso, del suo corpo di donna…
La colonna di sabbia, mossa dalla ridicola, arcaica magia degli Anasazi, si sollevò per centinaia di metri.
Poi si divise, spezzandogli il corpo come un tronco di cactus ormai morente.
Ed alla fine tutto si calmò: il tornados svanì e l’urlo del deserto si perse nel chiarore del mattino.
Ashley, che aveva cercato Dana per ore, riprese a respirare, con il cuore che batteva impazzito, il terrore che le annebbiava i sensi, e la spalla spezzata che lanciava fitte tremende.
Nella capanna, il corpo nudo di Dana Scully era dov’era sempre stato: seduto, in un’assoluta immersione sciamanica.
I disegni indiani luccicano sul suo sudore, sull’olio profumato, che il fuoco rendeva magici e vivi.

***

CAPITOLO VENTIDUE

 

Notiziario della CNN di Sabato 29 Giugno, ore 10.45 PM.

"…le ultime, drammatiche notizie, ci giungono dalla costa Ovest, dove diverse sette religiose, hanno iniziato suicidi di massa, per l’imminente arrivo dell’apocalisse atomica. A Santa Monica, nello stato della California sono stati trovati trenta corpi di adepti alla setta del Museo Rosso, che con ogni probabilità si sono suicidati. Disordini e saccheggi invece in Alabama, in Georgia e nel New Messico… La situazione sfugge di mano alle autorità, che continuano a rivolgere appelli alla prudenza e alla vaccinazione preventiva. Circa quest’ultima imposizione del governo, che ha fatto vaccinare con forza decine di migliaia di bambini, molte associazioni e diversi esponenti politici si sono opposti, declamando il diritto al libero arbitrio. Le ultime notizie, hanno fatto intendere che il Congresso ed il presidente degli Stati Uniti, abbiano firmato il documento di risposta nucleare e che tutte le basi di confine e all’estero, abbiano armato le testate nucleari. Che Dio ci protegga…..che protegga uomini e donne di questo mondo…e che la ragione vinca sulla follia. "

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Luogo sconosciuto, Ora esatta indefinita

Il sentiero era irto, costellato da ambo i lati da alberi spogli, grottescamente deformi.
I rami ed i tronchi, assomigliavano a figure degli inferi, scavate nel legno dal dolore e dalla sofferenza.
Il sentiero era di pietra, arida ed aguzza pietra rossa, tagliente, come un lastricato d’infiniti denti ricurvi, che spuntavano dal nulla.
Ad ogni passo, ferivano in profondità i piedi di Scully.
Sferzate di dolore pungente, acuito dai rami che, bassi sino a sfiorare il pavimento di pietra, la tagliavano le carni, senza pietà per la sua pelle delicata e rosea.
Eppure il suo cammino non conosceva incertezza, quasi che quella sofferenza persistente, fosse una catarsi necessaria a scacciarne un’immensa, nell’anima.
Sul suo volto bellissimo, era dipinta un’espressione dolorosa, ma al tempo stesso soave e rilassata.
Diversamente da altre esperienze ascetiche, vissute dalla parte razionale di Scully con terrore, questa sembrava covata da decenni, nella sua anima.
Ed era stato probabilmente questo, il dono ricevuto da bambina.
Ma non le sfuggiva l’enormità del dolore che compiere quel gesto avrebbe comportato, per lei.
Non osava immaginarlo, eppure esso si disegnava lucido, negli occhi, come un’immagine fissa impressa in una macchina fotografica.
Lei seduta, con Fox nel grembo, morente…ed era stata lei ad ucciderlo…
Il sangue di quell’orrore, era vivo, nelle sue mani.
Pulsava come il suo, dentro il suo corpo, impazzito.
Quella trance medianica, non le aveva tolto la lucidità per capire, per scegliere.
Si alzò un improvviso vento gelido, che sferzò il suo corpo nudo, senza rallentarla.
Il sentiero ansimava parole orrende, frasi raggelanti, concetti cupi ed arcani, ma lei non vi prese attenzione.
Lo ignorava, lottava per non sentire la voce del male che cercava di arrestarla.
Ora il cielo, la prateria verde e il bisonte….tutto era svanito.
Era immersa in un pozzo nero, senza stelle.
Il bivio si parò innanzi a lei, quando quasi Dana fu costretta a procedere tentoni, per via dei rami.
Una via oscura, tetra e senza fondo, l’altra illuminata da una debole luce verde.
Socchiuse le palpebre ed attese.
La risposta le giunse subito.
Chiamalo. Chiamalo ora…

<….Mulder….Muldeeer….>

In quel momento, in quella notte di sabato, una notte che avrebbe potuto esser l’ultima per il genere umano, Fox Mulder aprì appena le palpebre.
Era rinchiuso nell’addome della regina, collegato a lei da centinaia di piccoli cordoni ombelicali, da nervature che andavano ispessendosi ad ogni istante.
Ma, pur immerso in quel ventre oscuro e malvagio, captò la voce di lei.
Era la voce di Dana…la voce di Scully.
Socchiuse le palpebre, rinchiudendo così quegli occhi enormi, a goccia, e la sentì di nuovo…

< Dana ! >

Il paesaggio era mutato.
Nessun’astronave aliena, nessuna cella incubatrice, niente pulsare di energia…
Solo una landa scossa dal vento caldo e sabbioso.
Il suo corpo…era normale…Era come se non fosse mutato mai nulla, in lui.
La vide.
Dana Scully era davanti a lui, nuda, con il corpo percorso da pittura indiana, i capelli mossi dal vento, l’espressione tesa e dolcissima.
Piangeva, grosse lacrime calde le rigavano le gote, ma era splendida.

< …Dana….>, mormorò.

La voce usciva, ma senza alcun suono reale.
Pensiero, sentimenti allo stato puro.
Lei si mise di fronte, fissandolo.
Accarezzò il suo viso, una carezza calda, intensa, assoluta.

< Amore….amore mio…>

Lui osservò i disegni….sinuosi, bellissimi.
Non trovò altre parole, altri pensieri, se non il suo nome.

<…ti amo….te lo giuro…ti amo più di tutto…>, mormorò lei, accarezzandogli i capelli, sfiorandogli le palpebre, tremante come una bambina.

La regina si mosse di scatto.
Mulder…era sempre nel suo corpo, ma lo stava perdendo.
Lo sentiva staccarsi dalla sua mente, come un pensiero lontano.
Scully chiuse le palpebre. Non doveva….non voleva vedere ciò che stava per fare.
Scostò la mano destra da dietro la schiena, liberandosi dal contatto con l’epidermide con quel coltello gelido.
Lo sollevò decisa, all’altezza del capo, ma la mano tremava.

<…è giunta la fine….amore….perdonami….perdonami…>

Fece per colpirlo, ma scivolò in ginocchio, il coltello stretto nelle dita, il pianto irrefrenabile.

<…non posso…in nome di Dio….non posso….>, pianse.

Fox si accovacciò accanto a lei, sollevandole le spalle e la testa, dandole un bacio sulla fronte.
Comprese ogni cosa…quanto si amassero, quanto era necessario ciò che Dana doveva fare.
Afferrò il suo viso fra le mani, accarezzandolo con amorevole dolcezza, ed anche in quella dimensione parallela e lontana, ne sentiva il calore amoroso, la morbidezza vellutata.
Samantha lo chiamava a se, con tutta la sua forza, ma Mulder era indifferente.

<…amore…era la cosa che dovevi fare dal principio…per salvarmi, per salvarci tutti….hai atteso anche troppo….è giunto il momento….>

Strinse a pugno la sua piccola mano, serrando nel palmo l’impugnatura del coltello.
Gli occhi bagnati di lacrime di Scully fissarono i suoi, con una luce tremante, disperata.

<…promettimi che ti salverai, Dana….>

<…mi salverò…amore mio…..mi salverò….>, sussurrò lei, sollevando il braccio, con il coltello che brillava di luce propria.

Lo abbassò senza vedere, colpendo alla cieca.
La lama d’osso penetrò nel petto di Fox senza alcuna difficoltà, e lui si accasciò, come una marionetta dai fili tagliati, senza un lamento.

< No ! >, urlò Dana.

Lo afferrò per le spalle, inginocchiandosi nella sabbia calda, appoggiando la testa del suo uomo fra i seni caldi e minuti.
Sollevò lo sguardo, incapace di vedere per via delle lacrime, ed accarezzandogli i capelli, baciandoli ed urlando:

<..noooo…>

Il coltello era ai suoi piedi, pulito, senza sangue.

<..che ho fatto…cosa ti ho fatto amore mio….>, sillabò, svuotata d’ogni energia.

L’addome della regina si aprì, di colpo, ed il corpo di Fox fu come sputato da quella sacca carnosa.
Un docile sorriso, come una liberazione interiore, si disegnò su quel viso simmetrico.
Era tutto finito !
Il viso di Mulder appariva sereno, nell’abbraccio di Scully, come se la morte avesse reciso quel rancore, quell’inseguimento tremendo, durato una vita.
Dana riprese il coltello, sollevandolo all’altezza del proprio ventre.

<…solo così…solo così…potrò…riunirmi a te….amore…>

Una fitta tremenda si aprì nella pancia, non appena la lama mistica la attraversò.
Sensazioni lontane, canti d’indiani, ritmici suoni di tamburi, dentro di lei.
Ora il sangue di entrambi si mescolava in una pozza densa, calda e sinuosa.
Corvo Rosso apparve davanti a loro.
Dana mosse appena le labbra, sporche di sangue.

< …è fatta….tutto si è compiuto….>

Poi baciò Mulder sul viso, un ultimo tenero bacio, e socchiudendo gli occhi verdi, si afflosciò, serena, tranquilla..
Il vento si placò, rispettoso della morte dei due eroi.
I loro corpi, abbracciati e distesi nella sabbia rossa, mostravano un lato tranquillo, quasi naturale, della morte.
Una morte immensa, proprio perché solitaria e dolcissima.
Accanto a Corvo Rosso, altre due figure.
Jean Grey e Frank Black, eterei come fantasmi, si avvicinarono ai corpi di Fox e Dana, raccogliendone gli amuleti d’osso, a forma d’aquila e di volpe.

< …è la fine….? >, chiese Frank.

Corvo Rosso annuì, sorridendo.

< La fine…del principio….>

Poi tutto si dissolse, in un ultimo colpo di vento.
Il silenzio, spettrale ed assoluto, calò nella sala di sicurezza del Pentagono.
La luce apparve e svanì, materializzando al centro dell’immensa sala di color bianco panna, la regina e sei alieni "grigi".
La femmina di quella razza enormemente evoluta ed antichissima, ma fragile come gli Anasazi stessi, posò a terra il corpo di Fox Mulder.
Parve che per un istante, da quegli occhi senza anima, si disegnasse una lacrima.
I "grigi" si allontanarono, abbandonandola a se stessa.
Era inutile, ormai.
Tutti coloro che avevano seguito le ultime fasi di ciò che avrebbe dovuto essere un trionfo, rimasero immobili, stupefatti.
La regina fece pochi passi, goffi e scoordinati, sino a posare il proprio corpo a terra, come dopo un lungo viaggio.
L’eternità, assaporata e condivisibile con Fox, era finita.
Si afflosciò goffamente, come goffamente muoiono gli insetti, in quella morte strana, che non sai mai se reale o fittizia, enormemente diversa dalla gloriosa morte precedente.
L’ultimo ricordo, in quella mente immensa, fu per lei e Fox, che giocavano sotto la quercia di casa a Stratego.
Quei pezzi piccoli, rossi e blu, mossi con maestria sul tavolo da gioco.
Ancora una volta, aveva vinto lui.

***

CAPITOLO VENTITRE’

 

Luogo sconosciuto

La prateria era bellissima.
Di un verde lussureggiante, mossa appena dal vento gentile, sotto un cielo azzurro, azzurro pavone, senza un filo di nubi.
All’orizzonte si stagliava un’immensa prateria di bisonti bianchi, piccoli, grandi, femmine e maschi…
Sulla piccola collinetta verde, Albert Holsteen, Jean Grey e Frank Black stavano in cerchio, le mani tese in avanti, il silenzio rotto solo dal richiamo di un’aquila.
Al collo di Frank, l’amuleto raffigurante la volpe, sul seno morbido di Jean, l’aquila di Scully.

< Ora le parole rituali, gli oscuri incantesimi, sono stati pronunziati. La valle che è davanti a voi, accoglierà i vostri spiriti, che si sono sacrificati, affinché altri possano andare avanti….così è stato e sempre sarà…perché qualcosa viva, qualcos’altro deve morire…>

Il rullo dei tamburi si spense.
Il fuoco, nel cerchio della capanna rituale nel deserto, fu spento.
Così come fu spento in California, in Virginia accanto al corpo di Frank Black, in infiniti altri cerchi magici, che la magia indiana, ereditata da voci senza tempo, da parole non scritte, da testi mai stampati eppure sempre presenti, aveva dettato.
Il fumo s’innalzò sonnolento, spesso e denso, come avvertisse il caldo del deserto, per poi sciamare e divenire più leggero, miscelandosi con l’atmosfera.
I disegni, magici cerchi e magici volti, magici simboli, furono cancellati nella sabbia, la cui forza aveva scritto la potenza della creazione, così come quella della distruzione.
Portarono il loro segnale silente, fatto di cenni e fragili gesti, sino alla collina, su cui stava issata la palizzata funebre di Albert Holsteen.
Foglie di quercia, paglia, e pali di legno robusto, secco.
Suo figlio appiccò il fuoco innalzando la pira rovente, senza mutare espressione.
Non aveva capito del tutto la magia del padre.
Ora, che il suo corpo avvolto nella coperta funebre, con i capelli raccolti da una bandana rossa e la penna di condor posta con cura, ora che il suo corpo si sarebbe arso, con spire di fumo che nero e denso si sarebbero unite al cielo, ora….ora iniziò a capire.
Capire sacri testi, scritti in una lingua tanto antica, da non esser più decifrabile.
Osservò un corvo spiccare il volo, con il gracchiare costante, nelle stagioni.
Si scostò un poco, certo che la terra avesse da mormorargli qualcosa.
Pronunziare parole lente, appena udibili, che non gli riuscì di capire.
Il tempo era iniziato, nuovamente.

***

Centro Neurologico di Georgetown, Stato di Washington
Ore 07.08 Am, Giovedì 11 Luglio 2002
Aprì la porta con timore, mentre le mani tremavano.
Lo vide seduto sulla branda, la testa appoggiata alla parete, lo sguardo fisso nel vuoto.
Fu come se una sensazione intensissima la travolgesse, martellandone i sensi, aggredendole il cuore.

<….Fox…>

Lui si girò appena, facendo un debole sorriso.
Dana Scully fece pochi passi, bloccandosi sulla soglia, quasi temendo che quell’altro non fosse che un sogno.
Mulder si alzò, la strinse a se con dolcezza, una dolcezza infinita, bloccata per troppo tempo.
I secondi sembrarono paralizzati, in quell’abbraccio….sentiva di nuovo il profumo della sua pelle candida, il calore di Scully, la morbidezza di quel corpo solo suo…
Sentì il cuore battere forte, come se solo allora il flusso delle cose, fosse ripreso solo allora.
La baciò sulla fronte, scostandosi un poco ed incrociando quegli occhi verdi.

<..sono così tante le cose…che non trovo le parole…> disse lei, spezzettando la frase con dolci sospiri.

Le fece cenno di sedersi accanto a lui e questa volta la baciò, tenero e appassionato, come si bacia un’amante, mentre una lacrima fredda le scendeva dalle gote.

< Dio…stavo…morendo dalla voglia di vederti….non appena ho ripreso lucidità.. non ho desiderato che questo…ma non mi permettevano di farlo… E’ stato tremendo…>

Sfiorò il suo viso, con due dita, accarezzandone la bocca, quasi per ritrovare un piacere dimenticato…era la bocca disegnata di Fox..dell’uomo che l’amava e che lei amava più di tutto…ed era lì…erano lì tutti e due.

<…mi sono….risvegliato in questa struttura ospedaliera…secondo i medici… bhè..anche secondo me…il mio stato mentale è andato migliorando Ogni sintomo della mia follia…è andato regredendo…e sarò dimesso fra breve.. dicono che tutto il periodo senza memoria…non è che la causa del mio stato mentale…però…però Dana….sono certo di esser fuggito dalla clinica del dottor Werber…di aver viaggiato…incontrato molte persone….mia sorella….e di.. di esser morto accanto a te, amore mio…>

Dana fece uno splendido sorriso, per la prima volta dopo settimane.
Ancora le risultava difficile crederci.
Si spostò il ricciolo ribelle dietro l’orecchio.

<…so..so che è poco razionale….Dana…ma sono certo che è tutto vero…>

La guardò, spiandone i gesti.
Dio..aveva sofferto enormemente, credendo d’averla perduta.
Ogni cosa aveva perso significato, senza di lei…aveva temuto che…quella stanza asettica e spoglia, nella quale si era svegliato, altro non fosse che l’Inferno, nel quale era intrappolato per l’eternità, senza Scully.
Vide delle piccole macchie cutanee, sul suo collo.

<…è un’irritazione ? >. chiese con un filo di voce.

Scully raccolse le gambe, portando le ginocchia accanto al mento, guardando furtivamente Mulder, carica d’imbarazzo.
Sembrava una bambina, che aveva compiuto una marachella e che stava per esser scoperta.
Lontana dalla Dana Scully d’ogni giorno.

<….sì tratta…di segni causati…da pittura indiana…! Una mia amica mi ha ritrovato accanto ad un dirupo, nel deserto del Texas…dove mi ero recata per…trovare prove…una cosa qualsiasi per salvarti…né io, né lei… rammentiamo tutto ma…questa pittura indiana era….impressa su tutto il mio corpo….>

Mulder annuì, per nulla sorpreso.
Le accarezzò il capo, sino a quando lei si posò sul suo petto, distendendosi un poco.

<…è giusto che tu sappia…che ho il ricordo nitido d’una…una cerimonia…un rito. Un rito che mi ha coinvolta….alla quale era presente anche Albert Holsteen…>

Ora la fissò di nuovo, abbastanza sorpreso.

< …io…è tutto così incredibile, Fox….Ho sognato una sorta di pozzo oscuro…una prateria…nella quale mi sono incamminata per raggiungerti….per portare a compimento..una sorta di missione…di obbligo mistico…che non sono in grado di descriverti chiaramente…>

Si bloccò. Troppo assurdo, pazzesco, innaturale.
Mulder deglutì, mentre un brivido gli trapassava le spalle.

< E’ tutto vero ! Capisci ? Tutto ! Il tuo sogno….quel luogo in cui dici d’esser stata…perché è lo stesso posto che ho visto e nel quale siamo morti…>

Lei socchiuse le palpebre, sentendo il petto possente di lui, muoversi.
Era così….felice…!
Quando aveva ripreso conoscenza, in quel deserto…era certa di averlo condannato, di aver gettato via giorni, mezzi, possibilità per salvarlo.
Poi era subentrata la paura…il panico per qualcosa che non capiva, che sfuggiva a qualsiasi analisi scientifica, razionale.
Ora qualsiasi teoria detta da Mulder, anche la più assurda, le era di conforto.

<…quanto dici….è impossibile, te ne rendi conto, vero ? >

Lui annuì.

< Nel mondo reale è così….ma la scena della nostra morte…io l’avevo già veduta prima…ed era vera ! Era tutto vero ! >

Ora chiuse del tutto gli occhi, desiderando di assopirsi così, placida, tranquilla, protetta.

< …ma allora….perché…come siamo tornati ? >

Fox prese un profondo respiro.

< Vi sono tante realtà, tanti mondi a noi sconosciuti…in uno di questi, noi… siamo morti…in un altro…siamo tornati…per proseguire il nostro cammino…>

Afferrò la sua mano, stringendola forte.

< ..amore mio….forse è vero che…l’amore è più grande della morte…>

Calò un lungo silenzio, fatto di dolci sentimenti, parole non dette, tenui sospiri.
Entrambi avevano compreso la magia degli Anasazi, una magia lasciata per le generazioni future, affinché fosse usata per salvare il mondo.
Ma anche il dolce, intenso silenzio che si cela fra due amanti.

<…sono libero ! Ho…ho sentito d’averla perduta ! >

La frase di Fox le trafisse il cuore.

<..parli..di tua sorella ? >

Fox annuì, muovendo appena il capo.

< Si…ma anche del mio rancore….della maledizione che…mi ha torturato… per tutti questi anni…>

La strinse a se…adesso era davvero tutto ciò che gli rimaneva nella vita…tutto.
Lei posò da un lato una cartelletta.

<…lavoro ? >, chiese Fox con lentezza.

Lei sollevò lo sguardo, guardandola con l’amorevole dolcezza di una bambina.

<….ci sono molte cose che…non sai…Fox…Jean Grey….Fox..mi spiace… ma è stata ritrovata arsa su…una sorta di rudimentale picca funeraria indiana…>

Fox non disse nulla….non occorrevano le parole, per capire chi si era sacrificato per entrambi.
La coccolò dolcemente, sperando che il tempo, quel tempo, non finisse mai.

***

Luogo Sconosciuto

Aspirò lentamente la Morley.
Quella che riteneva essere l’ultima sigaretta.
Poi, ne spense il mozzicone nel posacenere.
Il "Progetto"…era fallito !
Cinquanta anni di lotte, di battaglie, di disperati compromessi…
L’unica cosa che non era stato possibile pianificare, l’amore fra Mulder e Scully, era stata la chiave del fallimento.
Ma nonostante questo, mentre si rigirava fra le mani la calibro 38, pensava a quanto fosse fiero di suo figlio…a quanto fosse fiero di entrambi.
Essi avevano cambiato il futuro…
Il libro sulle leggende indiane era aperto, di fronte a lui.
Gli Anasazi…i capostipiti della magia indiana…che svanendo all’inizio del secondo millennio, avevano posto le basi per salvarne il terzo..
Armò la pistola, sussurrando:

< Fox…Dana…perdonatemi…>

Rumore d’auto, che sfrecciavano nel traffico, in lontananza.
La vita era ripresa…la guerra, che era stata a poche ore dall’inizio, l’Apocalisse, si era bloccata, così com’era stata attivata.
La porta si aprì, proprio in quel momento.
Nessuno dei membri dell’Enclave rimasti, disse alcunché, per lunghi, interminabili secondi.
Fu Smoking Man a parlare.

< Se..se siete venuti per uccidermi…vi dico che….ho intenzione di farlo io stesso…>

Socchiuse la cartelletta, nella quale aveva scritto le due lettere indirizzate a Fox e a Dana.

<..intendiamo informarla che…Alex Krycek è sparito..e che..ci sono altri e … se possibile, ancor più drammatici sviluppi della catastrofica situazione… recente…>

Lui sorrise. Un sorriso amaro, falso, vacuo.

< Lasciatemi solo…..per favore…>, sussurrò.

Fissò la pistola, serrandola fra le mani.

***

CAPITOLO VENTIQUATTRO

 

Volo 737, Washington-New York,
Ore 04.08 Pm, Sabato 20 Luglio

Aprì con evidente insoddisfazione la busta contenente il cibo pre-cucinato della linea e sorseggiò ilo caffè nero.

< Vedo che non ha perduto il suo inimitabile appetito, signore ! >

Il ministro di Grazia e Giustizia, si voltò sorpreso, fissando il proprio compagno di viaggio, sistematosi alla sua destra.

< Come dice ? >

Fox Mulder accentuò l’ironia nella voce.

< Parlo del suo appetito….ho cercato di contattarla almeno dieci volte nell’ultima settimana, ma mi hanno sempre detto che era a pranzo….sicuro di non avere il verme solitario ? >

< Chi è lei ? >

Fox mostrò il distintivo.

< Agente Mulder…>, sospirò il ministro,

< credevo che lei lasciasse in pace i poveri delegati del Congresso, almeno durante i voli di trasferimento….>

Mulder ripose il distintivo nella tasca interna della giacca, fissando avanti a se.

< Mi dispiace, ma era il solo modo per parlarle..>

Lui lo precedette.

< Immagino il motivo della sua….insistenza….ma credo che le cose si siano risolte in modo brillante, non trova ? >

Fox scosse appena il capo, deluso in modo evidente.

< Credevo che le promozioni portassero con se soddisfazione…ma non è il caso mio e di Scully….>

Il ministro abbandonò, un poco a malincuore, il pasto nel vassoio.

< Lei e Dana Scully siete stati promossi al ruolo di vice-direttori federali…e mi creda se le dico che ho dovuto abbattere molti ostracismi interni, perché ciò sia stato possibile…Non vedo alcuna mortificazione in una doppia promozione, Mulder…>

Fox sbuffò.

< Allora lei…ha letto il documento prima di vagliarlo ? >

< Certo ! Che domande ! E’ stato promosso da me…! >

< La realtà è che ci avete divisi….>

< Trova troppo lontana Washington da Quantico, ove è in istanza il vice-direttore Scully, Mulder ? Le dico che con le auto che vi potrete permettere, dato il vostro stipendio, vi sarà possibile vedervi nel giro di un’ora….>

Mulder gli regalò un’occhiata delusa.

< Buona battuta ! Credo che abbia imparato il sarcasmo dalle medesime persone che ci hanno esautorato dagli X-Files, vero ? >

Fu ricambiato con uno sguardo greve.

< Fingerò di non aver sentito…>

< E’ innegabile che la sezione X-Files sia chiusa….Ufficialmente è stata affidata ad altri agenti, ma io e Scully sappiamo bene quale sarà il loro livello d’interesse…>

< La sezione X-Files è ancora operativa ! La vostra promozione è divenuta ufficiale per via della meritoria opera da voi compiuta, circa le ricerche del virus derivante da una proteina aliena, come sa benissimo! O mi vuol far credere che preferiva una condanna in carcere per lei e la sua "amata" collega ? >

Una sinuosa hostess prese a raccogliere i vassoi.

< …non crediamo si debbano costruire carriere sulle menzogne…signore! I documenti che addossavano ogni responsabilità nel complotto al vice-direttore Jean Grey, sono falsi e lei lo sa benissimo ! >

Il ministro picchiò il pugno sul bracciolo, ora veramente spazientito.

< Basta Mulder ! La commissione di indagine aveva il diritto ed anche il dovere di prendere atto delle testimonianze firmate di un vice-direttore federale, anche se postume ! E otto diversi periti calligrafi dello stato, hanno autentificato quella confessione firmata, coma autentica ! >

Si voltò verso Mulder.

< Fu il vice-direttore Grey ad ingannare Dana Scully, a farla allontanare dalla sede dell’FBI senza autorizzazione, per una missione che si è rivelata solo …pittoresca….allo scopo di…>

< Lo…so….Allo scopo di trafugare i risultati delle nostre ricerche, su quella micidiale coltura virale d’origine aliena…! Lei ci crede davvero ? >

Alzò gli occhi al cielo.

< Mulder….per favore…>

< Non capisce che si è trattato dell’ultimo sacrificio del vice-direttore Grey per salvare l’agente Scully e me ? Jean Grey non ha tradito l’FBI ! Non ha tradito nessuno ! >

< Questa è una sua congettura, della quale non ha mai portato alcuna prova, durante l’istruttoria della commissione d’indagine ! Ciò che Jean Grey ha fatto è stato appurato da una seria indagine, compiuta da persone al di sopra di ogni sospetto…ora posso dirle che mi sta seccando, vice-direttore Mulder ? >

< Se così fosse…perché a me e a Scully è stata tolta la possibilità di continuare gli studi sul virus, sulle verità occultate dal nostro governo, sull’istanza di indagine al Pentagono, affinché sia scoperta quella sezione sotterranea che…>

Il ministro scosse il capo.

< Il virus è nelle mani del gruppo d’indagine interna della CIA e dei servizi segreti…Ci sono state connivenze e quel virus è oggetto di contesa fra noi e la federazione Russa…O dimentica che siamo stati ad un passo dalla terza guerra mondiale ? >

Mulder trattenne a fatica l’ira.

< Connivenze ? Chiama connivenze la vaccinazione di centinaia di bambini, le cui conseguenze possono essere inimmaginabili ? E’ possibile che occorra che il mondo vi scoppi davanti, affinché possiate capire che..>

< Il mondo stava per esplodere, e lei era in vacanza, Mulder ! >, gridò il ministro.

Fox si alzò, prendendo un profondo respiro.

< Immagino che la nostra discussione finisca qui ! >

< Esattamente ! E si metta in mente che la dispenso dal seccarmi con ulteriori paranoiche congetture ! Se ha prove oggettive me le mostri, altrimenti… svolga il suo incarico di vice-direttore federale con solerzia e lasci che alla sicurezza nazionale si dedichino altre persone ! >

Fox si spostò, pronto a tornare al proprio posto.

<Buon appetito…>, mormorò.

Scully lo aveva avvisato….che altro si aspettava ?
Si risedette, con la mente piena di pensieri.

---

Deserto del Texas, Ore 06.00 PM,
Sabato 20 Luglio 2002
Richiuse con un gesto nervoso lo spioncino del vagone merci, che brillava di luce riflessa, nello scalo deserto.
LA dottoressa Gale sorrise, entusiasta, nel vedere la creatura all’interno.
I medici, attorno a lei, parlottavano entusiasti.

< E’ un miracolo…! Credevamo che il "Progetto" fosse destinato a fallire… ed invece…>

< Non corriamo troppo con la fantasia…Non abbiamo idea se…questa inedita regina, sia fertile come lo era a suo tempo, Samantha Mulder ! >

Krycek emerse dal buio, con il viso inespressivo.

< Ma è un punto di partenza…il solo che c’è rimasto ! >, commentò uno dei membri dell’enclave.

< E’ stato un bene…adesso che i traditori come il generale Grey sono stati eliminati, e i falsi profeti come il nostro superiore in capo, sono stati smascherati….possiamo operare nella sacralità della nostra missione ! >

Kathy Gale sorrise.
Il merito era tutto suo.
Lei aveva salvato la regina prima che morisse.

< Signore…avrò l’onore di dirigere gli studi sulla creatura ? Credo che questo mi spetti di diritto…>

Krycek annuì.

< Certo ! Il mondo conoscerà presto una nuova era….>

< Ed il problema Mulder e Scully ? Ora non sono in grado di nuocere, ma…>

Alex si accese una Morley.

< Ogni problema…ha una soluzione ! >

Il vento smise di soffiare fra i vagoni abbandonati.

***

EPILOGO

 

Abitazione di Frank Black, Pittsburgh,
Stato della Pennsylvania, Ore 05.57 Pm,
Lunedì 22 Luglio
Piovigginava, quel pomeriggio.
Il cielo si era riempito di nubi da quella mattina, e Mulder si sentiva stanco e deluso.
Non si era rasato ed aveva la faccia sbattuta, quasi non avesse chiuso occhio da giorni.
Guardò la macchina, un Ford amaranto, posteggiata in fondo al viale e bussò con due dita.
Il porticato di legno chiaro, gli rammentò la casa di Chilmark.
Catherine aprì, asciugandosi le mani con uno straccio bianco.
Dalla tasca gli penzolavano un paio di guanti di gomma.
Fox si fissò le scarpe, ed esitò un attimo, quasi avesse a cercare le parole esatte, cosa che dipinse subito uno sguardo teso, nel viso della moglie di Frank.
Fox udì la piccola Jordan che gridava qualcosa, nel cortile del retro.

< Signora…Black ? Sono Fox Mulder….un agente speciale dell’FBI…>

Lei fissò Mulder, attraversandolo con lo sguardo.

< Hanno…hanno ritrovato Frank, non è vero ? >

Mulder sospirò, e nel farlo gettò fuori quelle parole, che gli pesarono immensamente.

< Purtroppo si…diversi giorni fa, nella foresta di Blue Ridge…Hanno identificato il corpo solo dopo un esame del DNA…lo ha compiuto la mia collega… Posso solo dirle…che mi dispiace. Ho lavorato per breve tempo con lui…. non posso spiegarle del tutto ciò che sento, ma…>

Chaterine tremò un poco, mentre lo straccio le cadde dalle mani.
Fox si tolse dalla tasca l’amuleto indiano a forma di volpe.

< Credo…questo è suo, signora Black ! E’ un amuleto rituale…simboleggia la mia anima….ed è giusto che lo conservi lei…>

Annuì, con le prime grosse lacrime, che spesse come gelatina, si staccavano a fatica dalle palpebre.

< …è il mio numero di telefono…lo conservi…e mi chiami….se avesse bisogno… di qualcosa….Posso solo dirle che suo marito ha contribuito a salvare la mia vita e…quella della mia collega…>

< …debbo….debbo dirlo a Jordan…>, mormorò, quasi come una scusa, e chiuse la porta.

Fox rimase per qualche istante sulla soglia.

<…amore…>

La debole voce di Scully lo distolse, e si voltò verso di lei.
Stava con l’ombrello aperto, com’era capitato appena prima di entrare in quel cinema, un’infinità di tempo prima.
Scese i tre gradini del porticato, incurante della pioggia.

<…dimmi come ti senti…>, sussurrò lei, amorevole.

Non le rispose.
Poi, non appena superarono il vialetto e lei richiuse il cancelletto della staccionata, si voltò mormorando:

<…un uomo…che ci conosceva appena…ha sacrificato la sua vita…per noi… Jean Grey…la sua reputazione…tutto ciò che di sacro aveva costruito… e che cosa abbiamo saputo dar loro in cambio ? Nulla ! >

Lei gli accarezzò le spalle.

< La promessa che continueremo…insieme ! Che cercheremo la verità ! Ora tutto il mondo sa…ciò che hai sempre ritenuto esatto: esiste una vita extraterrestre ! Forse non tutte le risposte sono arrivate, ma il piano che doveva distruggerci è fallito…Per me è una grande vittoria ! >

Mulder non annuì ne negò.
Le cinse le spalle, abbracciandola.
Prese due biglietti rosa, dalla tasca della giacca.

< Conosco un cinema, qui a Pittsburgh….>

Lei fece un debole sorriso.

<Cosa danno ? >

Salirono in auto e Fox mise in moto.

< La vita….è meravigliosa…>, mormorò.

Scully fece un cenno affermativo e la Ford partì, svanendo in fondo alla pioggia.

 

FINE