CAPITOLO TREDICI

 

Presso Tunguska, Foresta Siberiana,
Russia, Ore 06.00 Am, Giovedì 27
Esiste un momento nella storia, in cui le forze magiche ed esterne al nostro mondo si mettono in moto.
Si tratta di un tempo che si perde in epoche lontanissime, di migliaia di generazioni or sono, quando l’uomo era appena apparso su questo pianeta.
Un’apparizione che la scienza, creata dall’uomo stesso, definisce oggi casuale.
Ma la magia, che l’uomo non ha creato, ma che ha piuttosto ereditato da un crogiolo d’energie radicate e profonde, lontane eppure vicinissime, antiche ma moderne, non definisce la venuta dell’uomo come casuale.
Essa immagina sia stata scritta come su un libro bianco, da mani antiche e sagge, e che debba proseguire per tutta la sua completezza, sino al senso finale.
Come leggere una parabola del Vangelo, una summa del Corano, un verso dei pensieri buddisti..esse ci spiegano una parte del tutto, una riga della verità…
Sta a noi concepirne il senso, la radicata profondità dell’insieme.
Così è per le leggi non scritte ma tramandate della magia, della parola che scolpì per prima sulla sabbia del mondo la parola uomo.
Essa ci pare oggi lontana, retaggio di superstizioni medioevali ed ignoranti, tipiche dei popoli primitivi che vediamo alla Tv, fra un hamburger e l’altro.
Ma la magia scorre in noi, sotto la nostra pelle, animando il senso stesso della nostra esistenza su questa Terra.
Non c’è nulla di primitivo o d’ignorante, nel credere a forze superiori ai mondi che crediamo di comprendere, alle forze che con arrogante presunzione, crediamo di saper controllare.
Ravvicinandoci a questa profonda e mistica anima primitiva di ognuno di noi, del nostro popolo degli uomini, sapremo capire le ragioni dell’io, della venuta di fenomeni e manifestazioni altrimenti precluse.
E sapremo, certamente, impedire che ciò che potrebbe distruggerci, prenda forza, animato dalla nostra indifferenza.
Ora questo momento, o entrambi i momenti in effetti, stanno per prendere forma.
Il momento della magia curativa, ma anche della distruzione assoluta.
E saranno poche pedine, pochissime, a spostare l’ago di questa bilancia immaginaria, in equilibrio dall’eternità del tempo, per rimetterlo nel consueto ordine delle cose, pronta a vegliare fra l’energia potente della natura, sino alla fine del tempo, o per far pesare un piatto nel vuoto abisso della distruzione.
Naturalmente Andrj Vassajev, non sa nulla di tutto questo.
Come ogni mattina si è svegliato all’alba, per andare a controllare le trappole sistemate nella foresta d’abeti e larici, sperando oltre che nel solito castoro, anche in qualche cincillà e se il buon Dio lo avesse voluto, anche in qualche visone.
Sì, esistono anche in Russia i visoni da allevamento, ma sono meno pregiati di quelli catturati nella foresta, forse per una reale bellezza e lucentezza della pelliccia, o più probabilmente per un capriccio vizioso d’allegre donnine Moscovite, che scimmiottano le grandi signore dell’Ovest.
Di ciò che è accaduto nel 1908 a Tunguska, sa poco e niente.
Leggende locali, più qualcosina letta scuola.
Del resto è un tipo di mondo a lui lontano, distante e sconosciuto.
Ha sempre sentito raccontare di un’enorme palla di fuoco che attraversò il terso cielo siberiano una notte di tanti anni prima.
La luce sostò a mezz’aria, come attratta da un piccolo accampamento indiano di cacciatori di pelli e pellicce, sistemate a pochi chilometri dal lago Baikal.
Si raccontavano strane cose su quei cacciatori e quella tribù…si diceva fossero cannibali, che avessero il potere di comunicare con la foresta e di captarne la "forza".
La foresta ha sempre posseduto una "forza" e a questo Andrj ci crede.
Quella mattina gli sembra, però, che quella forza sia assente, del tutto.
Da giorni andava scemando, ma adesso è esaurita, almeno per ciò che riesce a sentire.
Si avvicinò ad una trappola.
La tagliola era sistemata appena sotto un dito di neve e licheni, affinché non congelasse e si bloccasse divenendo un funzionante.
All’interno, il corpo congelato di una martora.
Le pelli di martora si vendevano bene, al mercato di Tunguska.
Si cavò di tasca il coltello dalla lama d’avorio bianco ed incise nell’arto intrappolato, liberandolo.
Ad un certo momento la luce si era schiantata al suolo, proprio su quelle tribù di cacciatori e commercianti di pelle e forse di teste, disintegrandosi e disintegrandoli.
L’impatto aveva avuto una violenza tale, che nessun resto era rimasto e tutti gli alberi erano crollati nel raggio di 300 chilometri.
Il suolo, duro e ghiacciato come una lastra di marmo, si era fuso, con un pozzo profondo e circolare, taciuto a tutti gli osservatori non russi dal 1908 ad oggi.
Il pozzo era proprio di fronte al punto nel quale adesso Vassajev stava scavando per rimuovere la tagliola.
La foresta era cresciuta, ricoprendo il punto d’impatto, e solo grazie agli ultimi macchinari moderni, alcuni scienziati erano stati in grado di trovarne oggi l’epicentro.
Il pozzo…sembrava roccia fusa, come il cono di un vulcano.
Le pareti lisce, di color ocra.
In quasi cento anni di studi, nessuno scienziato si era mai avventurato a formulare che cosa fosse davvero "il pozzo".
Stava lì, minaccioso in estate, coperto da uno strato di ghiaccio in inverno, come la bocca di un Dio malvagio…e forse così era.
Andrj avvertì un tremolio, che andava sempre più aumentando.
La prima neve cadeva a blocchi da certi abeti vicini.
Il tremore divenne sostenuto, con il passare dei secondi.
Andrj temette all’arrivo del terremoto, ed infilandosi la pelle di martora nella sacca appesa sulla spalla, scese rapidamente verso il sentiero, lontano dagli alberi.
Adesso il rumore del ghiaccio che si spezzava in due, poi in piccoli frammenti irregolari, era sinistro e assordante.

< Madonna mia…>, ansimò.

Qualche pino cadde.
Una grossa slavina di ghiaccio e terra, si staccò dalle pendici della collina, in cima al punto zero dell’impatto, nella depressione che ora era visibile solo con strumenti di rilevazione satellitare.
Vassajev scivolò, rotolando sino al termine del sentiero di terra battuta, coperto di ghiaccio e fango.
La sacca con le pelli era perduta chissà dove.
La vibrazione sotterranea, aumentò, sino a diventare un tuono.
Poi dal centro del pozzo, coperto da muschio e recintato da un’alta rete metallica, si alzò una colonna di luce ocra, quasi solida.
Vassajev sgranava gli occhi, il fiato impietrito, la mente bloccata dallo stupore.
Dalla fine del sentiero aveva modo di vedere bene al centro della rete, dove normalmente non c’era nulla, se non un soffice tappeto di muschi e licheni.
Si, qualche volta aveva veduto scienziati del KGB, aggirarsi lì, con torce e strumenti, la mattina presto, quando si alzava per ritirare le trappole…
Ma non era mai accaduto niente…certo, niente di quel che stava accadendo adesso.
La colonna di luce s’innalzò nel cielo, accompagnata da una sorta di musica ovattata e melodica.
Poi uscirono.
Andrj aveva sentito tante storie sui demoni che abitavano nel ventre della terra di Tunguska, prima dai nonni, poi dagli zii, anche dai genitori.
Anche la religione Ortodossa, diceva che i demoni venivano dal centro della terra..
E quelli….Gesù santissimo…se non erano demoni quelli…che altro potevano essere.
Uscirono a gruppi di dieci, per un totale di una settantina.
Tutti alieni mastodontici, guerrieri, eliminatori, legionari…del tipo che tanto stavano a cuore a Mulder e a Scully, per capirci.
Il "pozzo", era il medesimo che Mulder aveva raccontato al dottor Werber, durante le regressioni ipnotiche.
Sotto la terra di Tunguska, non stava un diabolico antro infernale, una bolgia caotica di demoni assetati di sangue..ma un’immensa astronave, dal cuore caldo e pulsante, dalla tecnologia inconcepibile per il povero Andrj Vassajev….per chiunque.
Le uova si erano aperte decenni prima…ma il momento della semina era giunto.
Vederli avanzare nella neve alta, era uno spettacolo dantesco.
Incutevano orrore, timore, facevano fibrillare la mente umana, per via dell’andatura, grottesca e innaturale.
Sembravano scavare solchi profondi nel ghiaccio, con le zampe possenti, come insetti che avanzino in uno strato di soffice farina bianca.
Si dispersero a raggio dal centro del buco, abbattendo la rete metallica come trattori di fronte ad una radice.
Lì udì emettere una sorta di roco respiro gutturale, una specie di gorgoglio interiore, sino al silenzio.
Lo spirito della foresta era morto del tutto, adesso.
Fece per mettersi in piedi, ma non gli riuscì.
Le gambe non lo reggevano.
Si segnò, convulsamente, un paio di volte, da destra a sinistra come fanno gli Ortodossi.
Sgattaiolò fra le fronde ghiacciate del sottobosco, ai piedi dei primi alberi di pino.
Ora la debole superficie di muschio che copriva il pozzo, era collassata.
Tutta l’area era collassata su se stessa.
Man mano che la colonna di luce diventava debole, si poteva vedere che si era spalancata una sorta di depressione circolare nel ghiaccio e nel terreno.
Sembrava tracciata con un compasso.
La colonna di luce divenne pulsante, ritmica.
Segnali…stavano mandando segnali.
Andrj udì un debole fruscio alle sue spalle e si voltò, tremante.
C’era…qualcosa alle sue spalle…

< Dio…non uno di quei cosi, ti scongiuro…>, pregò.

Ora le gambe lo sorressero, lo spinsero, senza che se ne rendesse conto.
Prese a correre verso la foresta, sul sentiero, lontano più possibile da quel…da qualunque cosa fosse quella colonna di luce con quei demoni che sgusciavano da essa.
La luce andava aumentando di variazione, segnali continui, un fitto alfabeto alieno, pieno di parole e discorsi.
Andrj scartò verso la foresta.
Correva come un matto, e forse lo era diventato.
Accanto ad un burrone, che costeggiava senza timore di caderci dentro per il semplice fatto che aveva esaurito del tutto ogni paura, avvertì una fitta tremenda alla gamba.
Sembrava che qualcuno gli avesse schiacciato la caviglia.
Si tastò il piede, mentre il ghiaccio condensava il suo fiato in una spessa nuvoletta bianca.

<…no..nnno…>, ansimò.

Una tagliola…cazzo…era inciampato in una sua tagliola.
Cercò la molla, per liberarsi la gamba e lo vide.
Uscì, ghignante, da un cumulo di neve e muschio.
Era orrendo, alieno, mostruoso, ma sorridente.
A meno di un metro da lui…
Lo aveva seguito, senza dubbio.
Andrj si portò le mani al viso, gridando.
Poi non si sentì più nulla.

***

CAPITOLO QUATTORDICI

 

Città di Darwin, Stato della Virginia,
Ore 07.10 Am, Giovedì 27 Giugno
Il vice sceriffo Greg Spencer era seduto davanti, al posto del conducente, tenendo fra le mani una tazza di caffè caldo.
Il fumo del caffè saliva, come un serpente pigro, con anelli ampi e quasi viscosi.
Il parabrezza dell’auto di servizio era appannato, colpa della condensa e dalla pioggerella divenuta fine e fitta.
Il tempo non pareva decidersi a mettersi al bello, colpa, dicevano i meteorologi, di una corrente Atlantica di bassa pressione, carica d’umidità e nuvole.
Spencer si spostò il cappello a tese larghe, da sceriffo, sorbendo un sorso.
Fece cenno ad uno dei due militari, un sergente, di favorire.
Il ragazzo, poco meno che trentenne, annuì.
Erano sulle tracce dell’auto, dalla prima mattina di quel Giovedì.
Il medico, il dottor Stevens, era stato ricoverato nell’ospedale da campo Mercoledì sera.
Delirava, totalmente privo di senno.
Lo aveva trovato lo stesso Greg, insieme alla sua "scorta", mentre pattugliava la città di Darwin.
Era stato naturale cercare a casa della figlia dello sceriffo, e lì aveva trovato una placida, sinistra, appiccicosa "tranquillità"…
Una sorta di silenzioso limbo di terrore, che aveva raggelato le ossa del vice-sceriffo da subito, appena varcata il cancelletto della staccionata.
La borsa medica del dottor Stevens abbandonata sulla veranda, accanto al dondolo nel quale, nelle serate di primavera quando l’aria è fresca ma gradevole, Truelove faceva giocare la piccola Kimberly.
Era chiusa, ma Greg evitò ugualmente di toccarla.
Solo sfiorandola, ebbe modo di captare la follia del proprietario, come se quell’oggetto semplice e quotidiano, celasse un’energia profonda, arcaica, ancestrale.
I soldati armarono, senza alcuna spiegazione, l’M-16.
Greg evitò, lo avrebbe evitato per tutto quel Mercoledì, come per tutta quella prima parte di mattinata, di porre domande.
Virus…si stanano i virus con una mitraglietta ?
Russi…e dove, a Darwin, per raccogliere funghi e trote ?
Cazzate ! Pure e semplici.
La verità, risiedeva nelle parole semplici e non dette di quella borsa, abbandonata lì come fosse un oggetto vetusto ed inutile, e tale era, di fronte a quel che si era scatenato.
Greg aprì la porta con calma, afferrando il pomello e ruotandolo.

< Anne…sono il vice sceriffo Spencer….>

Nessuna risposta.
Solo….una sorta di liquido appiccicoso, vischioso, attaccato alla suola di cuoio delle scarpe.
Una scia…che dalle scale scendeva al salotto, sino all’uscio.
Qualcuno….qualcuno aveva trascinato fuori qualcosa di sporco dal secondo piano…
Greg udì un verso, che gli fece gelare il sangue nelle vene.
Un verso esploso da una mente perduta nella follia.
I due soldati si voltarono all’unisono, spianando i fucili…poi si bloccarono, stupefatti.
Stevens…era in piedi, barcollante, gli occhi spiritati, quegli occhi sgranati e profondi, che solo i pazzi possiedono e che ti fanno tremare dalla paura.
Sembrano specchi verso la follia, pozzi nei quali temi di precipitare tu stesso, senza ritorno.
Rideva, un sorriso deforme, i capelli in piedi, spettinati, una mano tremante raccolta al petto, l’altra che brandiva un bisturi.

<…..ero venuto per la visita….per la visita…>, urlò.

La voce non era più la sua.
Apparteneva ad un "altro". Un "altro" malvagio, cattivo, che aveva preso il controllo del suo cervello, con ferocia, deciso a non lasciarlo più.
Il bisturi fendette l’aria, producendo una sorta di fischio appena udibile.

< …dottore ! Mi riconosce ? Sono io…sono Greg….>

Per un istante, Spencer temette che il dottor Stevens, impazzito, avesse fatto a pezzi Anne e Kimberly..magari lo stesso Truelove, che era andato lì a trovarle, quella mattina…
Cristo era così ! Era uscito di senno e li aveva affettati, tutti quanti…
Poi notò, non sapendo nemmeno lui come, che la lama dello strumento chirurgico era pulita, scintillante sotto la forte luce della lampada da salotto.

<…vengono dal buio…sbucano fuori così….swisss !!! >, gridò enfatico, quasi comico.

Non si mosse. Non un passo in avanti.
Uno dei due soldati prese la mira.

< Fermo ! Non gli spari….ci parlo io…! >, apostrofò Greg.

< …ero venuto per la visita….visita del cazzo !!! Inutili tutte le cose che studi……cioè…>

Parlava a Greg e ai due soldati, ma sembrava stesse tenendo una sorta di comizio di medicina all’università.
Fissava alunni attenti ed immaginari, seduti dietro lunghe file di banchi ovali, nel silenzio assoluto.

<…cioè…pensi sia tutta medicina…invece..invece è magia….nascono da dentro e non puoi fermali…l’ho..detto…non li porti via…non serve a niente…>

< Parli dello sceriffo…Hai visto lo sceriffo ? >

Rise, annuendo.

Adesso era pazzo del tutto, una pazzia assoluta, che faceva venire la pelle d’oca.

<….li ha visti…sul letto….non puoi farci nulla…>

Si gettò in avanti come una molla mal caricata.
Il bisturi sfiorò il braccio del vice-sceriffo, perdendo la propria corsa contro la parete del salotto, impiantandosi un poco e spezzandosi in due.
Si udì un "pack" secco, sordo.
Il colpo dell’M-16, esplose, centrando il medico alla spalla.
Un fiotto di sangue liquido e caldo, schizzò sulla parete, sul pavimento, insieme con un urlo gutturale.
Stevens cadde a terra, gli occhi riversi, la bava alla bocca.
Prese a dimenarsi, come colto da una crisi di nervi.
Greg gli afferrò gli arti, implorando aiuto da parte di uno dei due soldati.

< ..Aiutatemi a tenerlo fermo ! E chiamate un’ambulanza !!! >

Il sergente si chinò, gettando il fucile sul divano di pelle chiara, afferrandogli le caviglie e serrandole con decisione.

< Soldato ! Che fai ? Guardi il panorama ? Chiama quella fottuta ambulanza…! >

L’altro annuì.
Si trovarono così in tre, in quel salotto.
Stevens sembrava lottare contro i draghi che smontavano la sua mente, pezzo dopo pezzo.
Si rivolse a Greg, fissandolo come potesse trapassarlo con gli occhi.

<…alieni….è una cosa che non è’ umana…..sono mostri…mostriiii…>

Adesso strillava come una vecchia isterica.
Il suo corpo si muoveva a scatti, quasi fosse attraversato da una crisi epilettica.
L’ambulanza militare arrivò speditamente.
Il dottor Stevens fu caricato dopo una buona dose di sedativi, e finalmente il suo delirio ebbe termine.
Greg ispezionò rapidamente la casa di Anne e Kim.
Ogni volta che apriva qualche stanza, il sangue gli si ghiacciava nelle ossa.
C’era quella strana scia appiccicosa, quell’odore dolciastro…
Sul letto della cameretta di Kimberly, c’era una sorta di macchia verde grigiastra sul letto, appiccicosa e disgustosa, dalla forma umanoide.
Il vice sceriffo Spencer fu aggredito dalla nausea, quando vi entrò.
Tutto sembrava immerso in una sorta di follia alienante, un mondo distorto eppure normale, in cui gli oggetti quotidiani assumevano forme sinistre.
La lampada del comodino, era accesa, ma ugualmente si percepiva una sorta di oscurità profonda, devastante.
Notò impronte, di scarponcini alti, anfibi militari o da poliziotto, nel corridoio e nelle camere della donna e della figlia.
Truelove….si sarebbe giocato la reputazione che gli rimaneva, che era stato lui a trascinare qualcosa ( i cadaveri della figlia e della nipotina ? ) dalle loro camere al piano di sotto….ma perché cavolo lo aveva fatto ?
Ripensò al dottore..
Era del tutto evidente che era completamente uscito di senno.
I suoi erano solo i deliri di un pazzo.
Eppure Greg Spencer sapeva che una parte di quel che aveva sentito corrispondeva al vero.
Troppe cose lo confermavano.
Le assurde morti dei giorni precedenti, ad esempio.
Il comportamento pazzesco dello sceriffo Truelove…
Cercò per tutto il giorno di poter vedere Stevens, e quando finalmente vi riuscì, lo trovò imbottito di farmaci.
Nona aveva nemmeno la forza di parlare.
L’ospedale da campo appariva tranquillo.
Pochi degenti, grande calma, igiene.
Troppa calma….troppa igiene…
Che cosa gli aveva raccontato, nell’ufficio di Truelove, quel tenente ?

"Siamo in una situazione d’allarme giallo ed è possibile che la contaminazione biologica che ha colpito questo paese, sia opera di un’arma chimica o batteriologica della Russia "

Già…certo l’epidemia c’era….ma quella gente, quei soldati, erano troppo tranquilli, troppo professionali. Una situazione del genere avrebbe dovuto provocare allarme, anche fra personale esperto e qualificato.
Con l’antrace, a Washington, era stato molto peggio.
Oltretutto c’era un mucchio di gente che se ne andava in giro senza maschere di protezione o tute anticontaminazione, e da quando erano arrivati gli esperti della Croce Rossa, nessuno era stato vaccinato, nemmeno con un banale antibiotico.
Se era un’epidemia, e lo era, era certo che quei soldati sapevano bene quando si sarebbe scatenata.
Quell’epidemia…e l’arrivo in massa dei soldati, che si erano insediati in Darwin con la medesima tracotanza dei primi coloni indiani nel West.
Ma….che cosa poteva fare lui da solo ?
Il telefono, tutti i telefoni in verità, erano stati isolati.
Il cellulare era morto.
Le strade di accesso e di uscita al paese e alla valle, erano state chiuse.
Greg pensò così a quello che poteva aver pensato Truelove.
A scegliersi una strada alternativa, un percorso non segnato sulle mappe e quindi alieno a quei personaggi in tuta mimetica.
Perché, era un mistero.
Ma Truelove aveva capito cosa occorreva fare: allontanarsi da Darwin, da quei soldati, che pur agendo per "l’interesse della popolazione" se ne andavano in giro con l’M-16 carico.
Adesso era in auto con loro, ma in mezzo a quei boschi, gli sarebbe stato facile far perdere le proprie tracce.
Prima doveva trovare Truelove.
Era necessario che lo trovasse….per farsi spiegare che cosa diavolo aveva combinato, che era successo ad Anne e Kim, cosa aveva veduto…
Chiuse il termos, e riprese la guida.
L’auto adesso faticava nel percorso accidentato e fangoso del bosco, accanto al fiume.
Passarono accanto al " senatore Walter" e lì le tracce dei pneumatici, divennero nitide.
Aveva piovuto, ma nessuno era più passato per quel sentiero.

< Sceriffo…>, disse stancamente il sergente.

< Si..>

< Vorrei ci spiegasse le ragioni di questa sorta di gita fuori porta! Sinceramente non amo molto i boschi, e me ne sarei stato più tranquillo in città, davanti alla tv per le ultime dalla CNN…..>

Greg abbozzò uno stirato sorriso.

< Poteva anche rimanersene a Darwin, soldato ! Non le ho chiesto io di farmi da balia ! >

Era mattina, ma ugualmente occorreva la luce degli anabbaglianti, per fendere il caotico velo di foglie e rami del sottobosco.
Il sentiero presto sarebbe terminato, e li attendeva una bella passeggiata a piedi.
Certo, l’idea di dover andare a piedi nel bosco fangoso e bagnato, non spaventava Edith Koklus.
Aveva imparato a conoscere i boschi, i loro silenzi, la loro coltre d’immobile ed eterna maestosità.
Lei e altri cinque membri della tribù, percorrevano lentamente un invisibile sentiero magico, scavato nel nulla che separava questo mondo da un altro, appena di là dal percepibile.
"Volpe d’argento" era lì.
Lei teneva fra le mani l’amuleto forgiato con la terra, il sangue ed il fuoco.
Forse comprendeva solo la metà di quello che Albert Holsteen sapeva…
Ma era in ogni caso un passo importante, un gesto che doveva compiere, che doveva eseguire.
Presto il varco si sarebbe spalancato e le forze avrebbero preso a vorticare, impazzite, come un vento d’uragano, preceduto da una calma innaturale.
Erano anni, mesi, giorni, che la natura, dapprima lentamente, poi con sempre più intensa drammaticità, diffondeva il proprio messaggio, costante e solenne.
Edith non lo comprendeva del tutto, ma incarnava in quel momento le forze del cielo, della terra e del mare, dei tre grandi cerchi che tutto racchiudono, nella magia indiana.
Il gruppo indiano proseguì sino alla riva del fiume, proprio di fronte al capanno per la caccia alle oche.
Edith si bloccò, immediatamente seguita dal gruppetto.

<…ci siamo..>, sussurrò.

Il bosco era immerso nel silenzio, adesso.

***

CAPITOLO QUINDICI

 

Centrale elettrica abbandonata a Sud-Ovest di Fort Worth,
Stato del Texas, Ore 10.05 Pm, Giovedì 27 Giugno 2002

 

Ashley fece scattare il cavalletto dell’Harley, e rimase per un istante in contemplazione dei resti della vecchia centrale elettrica, accarezzata dal fiume.
Le macerie si alzavano grottesche e quasi fuori posto, simili a totem scolpiti da una mano antica e grezza, contro il cielo.
I tralicci caduti, enormi giganti piegati da una forza a loro superiore, non avevano
perduto alcuna maestosità, né cupezza.
Le loro strutture contorte, i loro acciai deformati e slabbrati, erano ancor più spaventosi, immersi nel buio della sera e nello sciacquio placido del fiume.
Anche Dana non potè fare a meno di irrigidirsi, quasi rapita dall’elettricità statica,
che gravava come una cappa spessa sopra la struttura.
Il borbottio della moto tacque, e Scully potè sentire distinto il tintinnio della marmitta che andava perdendo calore.
Il viaggio era stato rapido e frenetico.
Ashley cavalcava la moto con eleganza e padronanza del mezzo, schivando muri, marciapiedi, accarezzando curve e spingendo l’Harley Davidson nel buio fitto della notte senza alcun’esitazione.
Scully si resse forte, serrando le gambe e stringendo le mani attorno alla vita di lei.
Appena partita, quando ancora il gelo dell’aria arrivava a frustarle il viso, aveva tenuto gli occhi chiusi, stretti con tanta forza da avvertire dolore alle palpebre.
Poi, la voce di Ashley l’aveva costretta ad aprirne un filo, quanto bastava per darle ascolto.

< Freddo ? >, chiese a voce sostenuta.

< …si…effettivamente…>

< Non sei abituata…pensa che una volta sono arrivata sino alla periferia settentrionale del Canada…c’erano 22 gradi sotto lo zero…>

Scully li avvertiva adesso, nelle proprie ossa, ma evitò di parlarne.

<…sai perché sono andata fin laggiù ? >

Dana scosse la testa, mentre la moto scivolava accanto ad un grosso camion coperto, che illuminava le due donne con un denso fascio di luce alogena.

<..UFO ! C’era uno spettacolo splendido…>

Ora la conversazione prese interesse anche per Scully.

<….conoscevi Monica….? >, disse al suo orecchio, evitando di guardare il contachilometri, per evitare un attacco di panico.

< Da una vita, FBI ! Siamo cresciute insieme….è sempre stata una sognatrice, come me…non dovevano farle questo, quei bastardi del governo…>

Le lacrime provocate dal freddo, rigavano le guance di Scully, che ora focalizzava lo sguardo sullo sfrecciare dei lampioni e sulle scritte periferiche dei cartelli stradali.

<..scusa…tu sei una di loro…>

La frase le scivolò via, come la brina e la paura.
Tanto che Ashley fu costretta a ripeterla, affinché lei l’afferrasse.

<..non del tipo che intendi tu…non più…>

Fu una frase che le scaturì amara, senza che la voce né tradisse il turbamento.
Giunsero alla periferia della città.
Abbandonarono la strada principale e dopo qualche chilometro, anche quella secondaria, per immettersi in un oscuro e sconnesso sentiero di terra battuta.
La moto rallentò molto la corsa e Dana sentì lo stomaco liberarsi dalla morsa che per tutta la prima parte del viaggio le aveva bloccato la respirazione.

< ..qui siamo al sicuro…è un giro lungo ma deserto…potremo avvicinarci alla centrale senza esser visti…>

< Tu…mi hai detto che conoscevi Monica da parecchio tempo…e molto bene…>

Ashley annuì.

< Sai…sai che cosa poteva aver nascosto…il centro…magari lei stessa… in quella centrale ? >

Ashley si accese una Morley con uno zippo color argento, aspirando con gusto.

< …da quando il centro NUFOM era passato sotto la direzione di Karen Rome, ho preferito allontanarmene, come ha fatto Monkey… Karen e quel tipo…quella sorta di messia da quattro soldi…erano diventati cupi…quasi paranoici…Se c’è qualcosa di misterioso, di ancor più misterioso, volevo dire, in quella centrale, di certo è stato nascosto da quei due ! >

< Mi è stata consegnata una chiave…è di un armadietto…sai dove si trovano quelli di Karen e di Smith ? >

Aspirò con gusto, segno che aveva capito ed intendeva rispondere.

< …si…una volta, all’inizio della clandestinità del gruppo NUFOM, dopo il casino combinato da G-Men…Karen e Smith usavano Monkey come corriere, ma quella sera era talmente sbronzo da non reggersi in piedi… aveva bisogno di una persona che lo portasse laggiù, per… consegnare a quei tipi…delle cose…non so che tipo di cose…>

Si batté forte sul giubbotto di pelle nera, con il palmo della mano destra.

< Lo portai io alla centrale…così ho visto…>

Si bloccò.
Evitarono una grossa pietra traditrice, che spuntava dal centro del sentiero e la moto prese a percorrere una ripida discesa.

<..il fiume è alla fine della collina…da lì saremo nascosti e ci sarà possibile andare con maggiore rapidità…>

Ora faceva freddo davvero. Un gelo umido, che aggrediva le ossa, facendo rabbrividire.

< Stavi dicendo che avevi visto…>

Ashley sorrise.

< Non sei più un agente federale, ma spari domande più di una mitragliatrice, FBI ! >

< Mi chiamo Dana…ti pare il caso di nascondermi qualcosa ? >

Lei voltò appena la testa, con i capelli biondi che frustarono il viso di Scully, mossi dal vento.

<..affatto…bhè…appena ci sono arrivata a quella specie di rudere diroccato, che sarebbe quel che resta della centrale elettrica….mi sono venuti i brividi alle ossa.. Ma non brividi normali…una specie di scossa elettrica…quella zona è… carica di una sorta d’energia negativa…>

< ….energia negativa…>, sorrise Scully.

< Chiamala come vuoi…è presente ! E’ lì ! E quei tipi…Gesù…avevo conosciuto Karen una sola volta, qualche mese prima con Monica…allora mi era anche stata simpatica…avevamo fumato assieme…roba buona…colombiana…. Cioè….era già allucinata allora…hai presente ? >

Scully scosse la testa.
Ora la moto non le causava più sussulti…. viaggiare con Ashley era diventato anche piacevole.

<…No ! Che intendi ? >

<…Esaltata…convinta che gli alieni fossero pronti ad invaderci…che c’era una data…prestabilita…che occorreva fare qualcosa…qualsiasi cosa…Ma le presi per parole dette sotto lo sballo…sai se ne dicono di cazzate quando si fuma roba forte ! Ma quella sera alla centrale…quella sera…sembrava un fantasma…>

Una piccola smorfia d’incredulità si disegnò sul viso di Scully.
Era una smorfia dolce e simpatica, che tante volte aveva dipinto il suo viso quando Fox le accennava alle sue assurde teorie.

<…fantasma ? >

Ashley annuì, aspirando con gusto.

< Non fraintendere….voglio dire che sembrava persa…andata…non so se mi capisci…come fosse coinvolta in qualcosa di più grande di lei…>

Svoltarono dietro ad una rocciosa collinetta ed alla fine arrivarono quasi sulla riva del fiume Brazos.
Il viaggio procedette a buon’andatura, con la centaura capace, chissà come pensava Dana, di evitare le pietre aguzze e traditrici che spuntavano su quello sterrato irto di dossi e curve.
Giunsero, alla fine, davanti a ciò che restava della centrale elettrica.

<..non esageravi…su questa centrale…>, commentò.

Scese dalla moto, avvertendo un brivido alle carni, e trattenne uno starnuto con fatica.
Il cuore aveva smesso di battere all’impazzata, scosso dall’adrenalina, eppure quel viaggio era stato anche interessante.
Scully alzò le spalle e la fissò.

< Restiamo qui per tutta la notte…o andiamo ? >

Ashley annuì.
Gettò il mozzicone di sigaretta a terra, schiacciandolo con la suola dell’anfibio e le fece cenno di seguirla.
Monkey non aveva esagerato, circa il pericolo di quei ruderi.
Essi spuntavano contorti e slabbrati dalla sabbia rossa dello spiazzo, insieme a blocchi di cemento armato divelto e sradicato dal bombardamento.
Parte del terreno era ceduta, e grosse profonde voragini si aprivano in punti appena visibili.

< Si passa di qui…reggiti a questa putrella d’acciaio e non guardare in basso…>

Ashley svicolò agile fra un anomalo traliccio divelto e una profonda crepa irregolare, che si apriva ai suoi piedi.
Dana balzò sul traliccio schiantato a terra, reggendosi alla struttura con una mano e camminando lentamente verso la compagna di viaggio.
Sotto di se sentiva un rumore distinto: acqua che gorgogliava, probabilmente uno dei condotti per la centrale, che dalle viscere della terra si perdeva chissà dove.
Se fosse caduta….
Evitò quel pensiero, scacciandolo via.
Scesero per una sorta di precipizio irto e carico di crepitii elettrici, sino a quando Ashley balzò giù, d’un paio di metri.

< Avanti…>, la esortò.

Scully eseguì, atterrando agilmente e ora le due donne erano come inghiottite dalla cadente mostruosità della centrale abbandonata.
Ashley accese una piccola torcia portatile, puntandola verso un mastodontico terrapieno di cemento armato, semi distrutto.

< Una volta c’era un’entrata migliore….ma da qui si può ancora passare…>

Indicò una fessura larga poco più di due metri, oscura come l’occhio di un drago maligno.

< Gli alloggi sono giù…>

Dana annuì.
Si tastò le tasche del giubbotto, avvertendo il tintinnio delle chiavi e facendo leva sulla struttura, si calò all’interno.
Ashley era un metro avanti a lei, eppure era appena visibile.
Si trattava di un corridoio, stretto e in parte crollato sotto l’attacco dei soldati.
Dana avvertì acqua all’altezza delle caviglie.

< Il corridoio è allagato…>, commentò seccata.

< Si…per quasi cinquanta metri l’acqua arriva alle ginocchia, ma poi decresce… seguimi…>

Scully sbuffò, seccata ma decisa a proseguire.
L’acqua era scura, gelida e quasi densa.
Udirono il rumore continuo di un tubo reciso che vomitava acqua nel corridoio.
Mentre il corridoio andava salendo, sottraendo le loro gambe alla morsa ghiacciata dell’acqua, Scully mormorò:

< Conosci bene questo posto….>

< C’era roba da vendere qui…sai com’è…i soldi non bastano mai…>

Il corridoio divenne largo e dopo aver superato un cancello d’acciaio mezzo diroccato, videro davanti a loro una porta verde.

< Apri…la stanza è questa….>, disse Ashley.

La voce le tremava un poco.
Scully prese fiato, rigirandosi fra le mani le chiavi.
Ne provò un paio, trovando quella giusta al terzo tentativo.
La serratura scattò secca.
Ruotò la maniglia, aprendo a fatica.
La porta era scivolata da un cardine ed emise un sinistro gemito d’acciaio morente.
Si spalancò una sala piccola, miracolosamente libera da macerie e infiltrazioni d’acqua.
Sopra un tavolo pieno di polvere, qualcosa.

< …questo non l’avevo visto, l’ultima volta…> mormorò Ashley.

Scully si fece prestare la torcia, puntandola sul tavolo metallico.
Sopra, una sorta di piano circolare, di legno, scolpito e lavorato con colori smunti, ricavati dalla terra.
Minutissime incisioni, caratteri elaborati ma sconosciuti, sassolini colorati sistemati in un ordine preciso.

< Che accidenti sarebbe ? >

< Ho…visto questa cosa solo…una volta…in un libro sugli Indiani d’America..>, rispose Scully.

Si avvicinò per vedere bene.
Era così…aveva visto realmente solo su un libro, quel cerchio cabalistico.
Ma..sentiva dentro di se…di averlo già veduto molte volte…come se una parte del suo cervello, fosse stata istruita a rammentarlo a memoria.

<…è un…calendario…un cerchio magico per uno sciamano….una tavola nella quale lo stregone…incide ed elabora…i propri caratteri magici…>

< …e queste…scritte…? >

< Navajo….mi pare…scrittura indiana…senza dubbio…>

La data…la data era stata fissata.
Scully lo sentiva. Non aveva modo di spiegare, nemmeno a se stessa, perché era sicura di tutto questo, ma così era.
Quello era un cerchio che stava decifrando, anticipando…spiegando quel che era imminente.
Ma lo spiegava a beneficio di chi ?

<..naa…ed enoch emas..ee…>

Parlò scandendo quelle parole, come si formassero da sole, nella sua mente.

< Sai che cosa c’è inciso ? >, chiese Ashley, ammirata.

Dana scosse la testa, tremante.

< …no…io…non…capisco…mi è uscito così…>

Scully sembrava persa in fra quelle minute incisioni, quei tratti appena accennati su quella tavola di legno leggero, colorata, che dava l’impressione di un delicato cerchio celeste, astrale.
In esso i simboli segnati con i sassolini, sistemati in ordine crescente, come certe fasi lunari, in una sorta di messaggio criptico che s’insinuava nella mente razionale di Dana, scardinando difese ormai sempre più deboli.
Per Ashley quei sassolini, quella tavola, erano solo inquietanti, nulla più.
Afferrò Dana per un polso, scostandola.
La torcia illuminò un paio d’armadietti metallici.

<…ci sono altre…chiavi…qui….vediamo a che servono….>

Ora l’atmosfera onirica, densa, solida, magica del posto era palpabile.
Scully aprì il primo.
Una piccola nuvola di polvere rossa scese dal bordo, quando l’anta si aprì, scricchiolando.
All’interno…una bussola, una cartina piegata con cura.

< ..nulla di magico qui….>, disse con vuota ironia Ashley.

Scully si mise carponi, aprendo la cartina davanti a se, nel pavimento polveroso e impregnato di muffa.

< Apri l’altro….>

Le eseguì.
Scully percorreva la cartina con la luce della torcia.
Sul bordo erano segnati dei numeri, in lapis rosso.
Orientò un poco la bussola e si morse appena il labbro inferiore.

<….sai cos’è ? >

Ashley aveva fra le mani un frammento grande poco più di mattonella.
Era liscio, dai bordi irregolari, inciso con i medesimi caratteri della tavola.
Si chinò accanto a lei, porgendoglielo.

<..è metallico…sembra parte di una grande struttura…forse il pezzo di.. uno scafo…>

Uno scafo…uno scafo di che ?

<…tu..che cosa hai trovato ? >

< Sono coordinate… per una località..da quel che posso vedere nella cartina, si tratta di un posto nel deserto.. a Sud…SudOvest…a circa …duecento chilometri da qui…quasi al confine con il Messico…>

<…per quel che né so…li c’è solo sabbia e roccia…è tutto qui quel che dovevi cercare…? >

La domanda di Ashley non la disilluse.
Scully si sentiva improvvisamente certa, sicura che quel posto…quel luogo sperduto nel deserto, era…aveva qualcosa di importante.

< …debbo andare laggiù…è l’ultima meta di questo viaggio…l’ultima tappa…>

< Ne sei certa ? >

<..si…è…guarda qui…>

Indicò una piccola figura tracciata sulla mappa, accanto al luogo d’incontro.
Un uccello…un disegno di un uccello dal becco adunco.

<…è…>

< Un aquila…un aquila scarlatta…>, mormorò Dana.

Ashley trattenne qualsiasi commento.
L’atmosfera di quella stanzetta sommersa fra le macerie, era talmente densa di misticismo da impedire ogni ragionamento razionale.

<…va bene….ti ci accompagnerò…>, disse, gettandole un’occhiata sfuggente.

Scully fece un debole sorriso.

<…dalla mappa..sembra che dovremo inoltrarci nel deserto per quasi dieci chilometri….non è come arrivare sin qui…..>

Lei alzò le spalle.

< Esatto…E’ come arrivare sino alla periferia settentrionale del Canada… se non altro è più vicino…>

Si guardarono e sorrisero, annuendo.

***

CAPITOLO SEDICI

 

Bosco nei pressi di Darwin,
Stato della Virginia,Ore 07.40 Am, Giovedì 27 Giugno
Il delicato mormorio del fiume era il solo rumore che Edith e la compagnia di seguaci, udiva nel bosco.
Sembrava…sembrava che la natura si fosse fermata, trattenendo il fiato.
Greg Spencer e di due soldati, scesero dall’auto di pattuglia, percorrendo diverse decine di metri a piedi, in direzione del fiume.
Non era più possibile leggere nulla, dato che tutte le tracce adesso, erano immerse nel fango.
Ma Greg sapeva, conosceva bene quei luoghi…Lui stesso si era recato a caccia d’oche diversi anni prima..
La pioggia divenne una sorta di cappa gelida e fastidiosa.
Greg cercò le tracce, che nel sentiero erano visibili, inutilmente.
Udirono un rumore secco, come se un grosso gatto selvatico o qualche lince, si fosse mossa di scatto, nel sottobosco.
Poi più nulla.

< Andate via da qui ! >

Trasalirono.
Greg e i due soldati si voltarono di scatto, proprio nel punto in cui il pendio diventava scivoloso e si poteva vedere il riflesso verdastro del fiume fra le foglie del sottobosco.
Edith stava in piedi, su di una roccia piatta, lo sguardo fisso verso lo sceriffo e i militari.
Spencer strizzò le palpebre, per metterla a fuoco meglio.

< Edith ! Sono il vice-sceriffo…Sai che c’è un coprifuoco governativo ? Tu non puoi essere qui ! >

Edith non si mosse.
I soldati si sistemarono ai lati dello sceriffo, armando i fucili.
Greg gettò loro uno sguardo duro e deciso, che ebbe il potere di fargli abbassare gli M-16.

< Finitela…è una persona che conosco bene ! E’ innocua…>, mormorò, in realtà poco convinto.

Non che temesse Edith…ma con lei c’erano almeno altre quattro, cinque persone, che forse erano armate, senza contare che altri avrebbero potuto nascondersi nel sottobosco…
Gesù, quel che mancava era proprio una sparatoria stile Ok Corral, in quel bosco pieno di fango e pioggia.

< E’ la tua presenza, ad essere estranea all’ordine delle cose, Greg ! >

Le parole di Edith scivolarono nella pioggia, che adesso cadeva fitta.
Uno dei due soldati, puntò deciso l’M-16.

< Stiamo svolgendo una ricerca militare ! Lei ed il suo…"gruppo" di indiani siete in arresto ! >

Nello stesso istante, Truelove si decise ad uscire dal capanno.
Mulder era caduto in coma, almeno sembrava, dato che il suo sonno era spesso ed innaturale.
Si appiattì contro un cespuglio, avendo così modo di osservare la scena.
C’era Spencer con due soldati…ed un gruppo di persone, cinque o sei in tutto, a pochi metri dalla riva.
Era forse un convegno di svitati….?
Bhè..lui ed il suo curioso amico, mancavano.
Edith fece mezzo passo in avanti, non di più.
Il crepitio del fucile a ripetizione militare, sventrò il raggelante silenzio della foresta.
I colpi schizzarono fra le fronde, sibilando impazziti.

< Noooo ! >, urlò Greg.

Edith fu colpita un paio di volte e cadde a terra.

< Si toga dai piedi, sceriffo…qui siamo noi a dare gli ordini ! >, tuonò il sergente.

Il gruppetto di indiani si appiattì contro Edith Koklus come uno sciame di insetti su un fiore, in silenzio.
Greg impugnò la calibro 38 ed urlò:

< ..non date nessun ordine del cazzo, capito…? >

Per la prima volta in vita sua, vide due fucili alzarsi e puntare verso di lui ed ebbe così modo di comprendere che effetto facesse vedersi mirare addosso da distanza ravvicinata.
Un effetto schifoso, senza dubbio.
Gli si appiccicò addosso una paura fottuta.

< Si allontani dal bersaglio, sceriffo ! Abbiamo ordine di eliminare qualsiasi civile si aggiri fuori dai posti di blocco, e lo eseguiremo ! >

< Da quando è stato diramato questo "ordine " ? State per uccidere dei civili inermi e disarmati….siete impazziti ? >

Per un solo, debole istante, nella foresta non si udì alcun suono.
Solo la pioggia, che scendeva incurante della tensione, emetteva un debole fruscio.
Poi un rumore sordo, pesante, di una calibro 38 che tagliava l’aria con il suo grido.
Il sergente cadde a terra, trapassato alla testa e si abbattè come una sorta di pupazzo gettato via da un bambino stanco di quel giocattolo.
Truelove emerse alle spalle dei due soldati, la pistola d’ordinanza che fumava ancora.
Non appena il giovane soldato fece per voltarsi e sparare con l’M-16, Greg fece fuoco, centrandolo alla schiena.
Reagì d’istinto, non appena i suoi occhi riconobbero Truelove, come per una sorta di riflesso condizionato, che scattò improvviso.
Il fucile atterrò su un cespuglio di rovi, mentre il ragazzo rantolava a terra con gli occhi spalancati e la bocca colma di sangue.

<..sceriffo…>, mormorò Greg.

Truelove abbassò la pistola, sorridendo, mentre la ferita al centro del petto, si apriva, vomitando di nuovo sangue.

< Hai sbagliato a seguirmi, Greg….quella cosa è ancora in giro…>

Il vice-sceriffo avanzò di un paio di passi, tenendo sempre l’arma fra le mani, senza quasi rendersene conto.
Aveva ucciso un uomo…un ragazzo….perché ?
Per salvarsi, certo….ma in nome di Dio che stava succedendo a Darwin ?
Udì Edith rantolare e si voltò di scatto, quasi rammentando solo ora che lei era lì.
La sentì appena mormorare qualcosa.

<…la volpe…è qui…portatemi da lui…subito…>

I membri della setta la sollevarono, delicatamente come fosse una reliquia di valore inestimabile.

< Che fate ? Non deve muoversi…è ferita…occorre chiamare subito…>

La mano di Truelove si posò pesante sulla sua spalla, come una carezza gelida, cadaverica e si voltò.
Ora, che ebbe modo di vederlo da vicino, si accorse che lo sceriffo sarebbe presto morto.
Era pallido, ceruleo, gli occhi infossati nelle orbite, l’espressione assente, terrificante.
E non meno terrificante, fu quello che pronunziò:

< …lasciali fare…è giusto così…noi siamo stati portati qui per aiutarli…per sistemarci alle loro spalle e fare quel che è giusto fare…>

Non ebbe tempo di rispondere o fare domande.
Il gruppo con Edith sorretta al centro, arrivò sino al punto nel quale i due soldati giacevano in una pozza di sangue.
Poi uno dei cespugli si mosse, e dietro ad esso, il mostro.
Emerse repentino e viscido, come un’ombra mal costruita, dai riflessi verdastri.
Afferrò uno dei ragazzi che sorreggevano Edith, sbilanciando il gruppo ma non rallentandolo, e gli trapassò il petto con gli artigli.
Greg rimase a bocca aperta, gli occhi fissi su quel che vedeva e che al tempo stesso si rifiutava di ammettere come reale.
Comprese, per un rapido lasso, quale fosse stata la causa della pazzia del dottor Stevens.
Truelove fece fuoco, il colpo di grosso calibro, colpì il mostro alla schiena.
Uno schizzo sibilante di sangue verde, uscì dalla ferita e l’alieno si voltò.
Le zanne ingiallite e sporche di sangue del suo muso, scintillarono alla tenue luce del sottobosco.

<…che cosa…>, smozzicò Greg, alzando anch’egli l’arma.

< Mia figlia…o forse Kim…Dio solo sa cosa…>

Era impazzito…anche lo sceriffo…forse lo erano tutti e due, nel puntare le loro armi contro una sorta di carro armato lucertiforme, che avanzava deciso.
Ma almeno, Edith e il suo gruppo, erano stati lasciati liberi di guadare il fiume.
Edith udì i colpi sordi delle pistole, e suoni confusi, come di foglie e rami abbattuti.
Poi delle grida.
Grida orrende, e un suono ancor più terrificante, se possibile.
Il suono di carne strappata, lacerata, fatta a pezzi da artigli alieni, inumani.
Scivolò a terra.
Era fradicia, con le ferite che rilasciavano sangue a fiotti, ma incredibilmente non avvertiva dolore e si sentiva prossima all’estasi.
Aveva compreso del tutto il disegno che lo spirito della natura aveva disegnato per lei.
Sorrise.
Gli adepti si staccarono da lei, entrando nel capanno.
Uscirono sorreggendo ciò che era rimasto di Fox Mulder, mentre alle loro spalle la lotta diventava sempre più fioca.
L’alieno si alzò trionfante da un cumulo di sangue e da due corpi ridotti a brandelli.
Edith si sollevò.
Fox era sdraiato supino, lo sguardo fisso nel vuoto confuso della sua mente.
Lei, dolce e delicata come una madre di fronte al proprio figlio, le infilò una catenina d’ossa lavorate, al centro della quale spiccava una minuta, liscia, rappresentazione di un volpe color cenere.
E fu come se quel gesto, delicato e gentile, avesse il potere oscuro di una guarigione.
Mulder sbarrò gli occhi, divenuti neri e cupi, come la tetra profondità dell’abisso, sputando l’ultimo, denso, grumo di sangue rosso dalla bocca.
Nelle sue vene, adesso, scorreva solo un vischioso liquido verde.
Edith barcollò all’indietro, fra lo stupefatto e lo spaventato, mentre alle spalle del gruppo, qualcosa si tuffò in acqua, con un pesante tonfo sordo.
I cinque indiani si voltarono all’unisono, vedendolo emergere pesante dal fondo del fiume.
L’alieno, il mostruoso bozzolo umanoide che andava diventando adulto, ringhiò verso di loro.
Luccichio di bava appiccicosa, fra le fauci armate di zanne.
Ai lati della bocca, colava un rigagnolo di sangue verdastro.
Ululò qualcosa, un verso raccapricciante, mai udito su questo mondo, tremendo quanto l’ululato dei lupi in una steppa.

<…aquila nascente..fuggi via ! >, urlò disperato uno dei ragazzi che avevano scortato sin lì la donna sciamano.

Lei sorrise.
La ferita le vomitava sangue a fiotti, la debolezza sembrava accrescersi di questa perdita, tanto da farla crollare a terra.

<…fuggite…..andate……non è il vostro momento..>

Un cupo silenzio di terrore s’impadronì del gruppetto, mentre l’alieno fece uno scatto repentino in avanti.
Afferrò la donna per un polso, catapultandola a se come fosse una bambola di pezza.
Le zanne addentarono il suo cranio, spaccandolo in due, ma nemmeno allora Edith urlò.
Aquila nascente, rimase in silenzio, con il sangue che le sgorgava a fiumi dalla testa, a fissare Mulder.
Quel che un tempo era Fox Mulder, si era messo in piedi.
Le braccia erano lunghe, sproporzionate, quasi rami secchi pendenti verso il nulla.
Il cranio glabro, oblungo.
Ossa spugnose, emergevano dai lati della cassa toracica, in una sorta di grottesca corazza incompleta.
Gambe tozze e corte, che lo reggevano a stento.
Del resto, quando si sarebbe unito a Samantha, la forza di gravità non avrebbe avuto alcun senso.
Barcollò verso l’alieno, mentre i ragazzi indiani caddero in ginocchio, spaventati, attoniti, sconvolti dal terrore.
Fox non aveva più nulla di Mulder….ma ugualmente era ancora l’agente speciale dell’FBI.
La sua mente, immersa in una sorta di melassa gelatinosa e densa, si sforzava, con dolore quasi, di agire, di salvare la donna che quella sorta di drago insettoide, stava dilaniando.
Fece per parlare, senza riuscirvi. Le corde vocali erano rattrappite.
L’alieno staccò la testa oblunga, di forma allungata e corazzata, dal pasto, fissandolo.
Parve bloccarsi, quasi che nel suo cervello ancora in via d’apprendimento, avesse riconosciuto qualcosa di a lui superiore.
Poi si udì un sibilo acutissimo, che stordì qualche indiano, e fece strillare qualche altro.
Il cielo sembrò aprirsi come un velo strappato, e dalla luce bianchissima che ne nacque, si disegnò una forma immensa.
Una gigantesca astronave discoidale, luminescente come 1000 soli, che giunse come fosse mandata da Dio….o dal diavolo.
Si bloccò proprio sopra Fox, che alzò appena la testa ovale.
I suoi occhi nerissimi si spalancarono, in un misto di trepidazione, curiosità e terrore.
Il raggio bianco lo avvolse, come fosse solido.
Poi Mulder svanì nel ventre dell’astronave, così come Giona ebbe a svanire nel ventre del Leviatan.
Vi fu un suono secco, che spezzò in due il cielo e tutti i timpani dei ragazzi, poi l’astronave svanì, così com’era apparsa.
Dell’alieno e di Mulder, nessuna traccia.
Ora il mondo era ad un solo passo…uno solo dalla fine.

***

CAPITOLO DICIASSETTE

 

Luogo sconosciuto, Ore 11.03 PM
Giovedì 27 Giugno 2002
Aspirò il gusto acre della Morley, fissando il sinuoso movimento del fumo che saliva lentamente sino a disperdersi nell’aria.
Quel lento muoversi della colonna di fumo sotto le pieghe impercettibili dell’aria, aveva il potere di catturare Smoking Man in una sorta d’attenzione ipnotica.
Forse era uno dei motivi per i quali aveva preso a fumare.
Rammentò le lunghe ore nelle salette asettiche e alienanti di certi uffici federali di provincia, o nelle basi di massima segretezza, nell’attesa i cancellare prove, osservare cose e creature che risultavano incomprensibili per la maggior parte degli esseri umani…
Ecco, in tutte quelle occasioni, ( come durante il rapimento di Samantha, quel giorno del 27 Novembre a Chilmark…) il fumo e quelle evoluzioni casuali delle spirali color grigio cenere, erano le sole cose che gli conferivano calma e una sorta di compagnia.
Il pigro dissiparsi del fumo, assomigliava al tranquillo scorrere della vita di milioni d’americani, che avevano ormai le ore contate, presi in problemi insignificanti come il mutuo da pagare, i figli da far studiare, il televisore da far sistemare prima della partita di football.
Cose che non avevano mai sfiorato la vita di Smoking Man.
Esse appartenevano ad un mondo che si era chiuso alle sue spalle, proprio come la stanzetta scialba e bollente nella quale lui e William Mulder erano stati ricevuti da quel generale, alla base 51, in Nevada, nel 1961.
Quando la porta blindata si era serrata con un tonfo sordo dietro di loro, avvolgendoli nell’ascetica luce emanata dalla creatura…ecco il mondo reale aveva perduto ogni significato.
Smoking Man aveva visto quella…."creatura"…
Ritta in piedi, davanti a loro, in una sorta d’espressione ebete, che li fissava con occhi enormi ed esapodi.
La leggera pressione alla base del cervelletto, delicata come una carezza materna…
E la voce…
Una voce che nasceva e moriva nel cervello, appena echeggiante, assolutamente onirica.
Aveva barattato ogni cosa, per quella voce: una famiglia, le amicizie….ogni cosa…
Essa aveva trasformato la sua vita, come l’arrivo d’angeliche voci celesti, nel cuore di Giovanna D’Arco.
Udì bussare con circospezione e senza smettere di osservare il serpente di fumo biancastro che usciva dalla Morley, mormorò:

< Avanti…>

Sulla soglia, un paio di membri dell’Enclave.

<…è l’ultimo rapporto….>

Una piccola, greve pausa d’esitazione.

< Tutte le città degli Stati Uniti sono in assetto d’emergenza. La guardia nazionale, il CNGE, l’esercito, la CIA e tutte le strutture mediche ed ospedaliere della nazione, sono sotto il nostro controllo…>

Non si mosse.
Non portò nemmeno la sigaretta alle labbra.

<…perfetto…>

< Il Presidente terrà un discorso, nelle prossime ore….cercherà un’improbabile e…pittoresca mediazione con i Russi….>

< I politici….pensano al domani, anche quando non esiste più, il domani…! >

Lieve risata.

<…piuttosto…ha saputo dell’arrivo di Mulder…al centro della nave madre, nell’ultimo livello del Pentagono ? >

Aspirò con gusto la sigaretta. Era una delle ultime.

<..si…da poco…mi è stato detto…>

<…Mulder e sua sorella…si riuniranno…finalmente…>

Annuì.

< Già…finalmente…>

Li sentì mormorare qualcosa e si voltò.

< E Nat ? Sapete dove è finito ? >

< Non ne sappiamo nulla….è sparito…è ipotesi…corretta, ritenere che sia andato dalla figlia…Abbiamo modo di…impedirlo, se è questo ciò che desidera, signore…>

Spense la sigaretta.

< No…! Lasciamo che la riveda…>

Si alzò, arrivando all’attaccapanni e calzandosi la giacca.

< Debbo andare….>

< Ci sono altri preparativi da fare…>

Fece un sorriso sibillino.

< Vado da Tea Mulder…voglio che lei sì salvi…vi consiglio di portare nell’area segreta del Pentagono, tutti coloro cui tenete di più…coloro che saranno ammessi. Presto vi sarà una sorta di guerra nucleare, in questo paese ! >

Uno dei membri del consorzio segreto, lo afferrò per un braccio.

< Pare….che anche Alex Krycek sia svanito ! >

Si accese la Morley.

< Non importa ! >

Chiuse la porta dell’ufficio e salì nell’ascensore.
Il lento ronzio dell’apparecchio in funzione, dominò la scena per qualche secondo.

< Desidera…vedere…Mulder ? >

< Non nel suo attuale stato ! E’ pur sempre mio figlio…solo quando la fusione sarà completa…>

< Non è detto che la riconosca…allora…>

Si sfiorò le labbra, vincendo l’istinto di accendersi una nuova Morley.
Annuì.

< Va bene…solo qualche istante, non di più….>

---

Livello di sicurezza 7, Palazzo del
Pentagono, Stato della Virginia,
Giovedì 27 Giugno 2002, Ore 10.35 Pm
La pesante porta metallica si aprì, con un suono sordo, che si perse a fatica nel lungo corridoio.
Nat aveva l’impressione di udirlo ancora nel cervello, quando tastò la parete alla ricerca dell’interruttore a muro.
Lo trovò, sfiorandolo con il palmo della mano.
La potente luce della lunga lampada al neon, sistemata su catene metalliche infisse nel soffitto, si accese tremolando.
Jean scivolò a terra, il viso nascosto fra le mani tremanti, avvolta in un mare di sudore.
La maglietta era zuppa, i capelli appiccicosi, le braccia e le gambe bluastre di lividi che sembravano luccicare attraversati da riflessi rossastri.
Nat trattenne il fiato.
Vide sua figlia ridotta ad un corpo deformato dalle percosse, tremante e le parve piccolo, minuto, quasi Jean avesse ancora poco meno di dodici anni.

<…via…>, smozzicò.

Nat chiuse la porta alle proprie spalle, e nel farlo si sentì d’improvviso vecchio, quasi che ogni istante di permanenza nel livello di sicurezza sette, lo caricasse di lustri sulle spalle.

<…figlia mia…>

Jean sporse appena l’occhio sinistro, socchiuso dall’ematoma ma non quanto l’altro, da dietro la mano, quasi stesse spiando un qualcosa d’agghiacciante, d’impossibile comprensione.
E per lei era logicamente impossibile vedere in quella lurida cella, a centinaia di metri di profondità sottoterra, suo padre, morto moltissimi anni prima.
Quel che vedeva non era reale. Non poteva esserlo.
Nelle ultime ore, complici le percosse e la sete, aveva veduto molte cose irreali.
Figure sconosciute, indiane, che la chiamavano a se, compresa sua nonna Neve D’Inverno, che le sorrideva tutta contenta.
Non l’aveva mai veduta sorridere così, nemmeno quando le pettinava i capelli alla riserva Navajo tanti anni prima, quando Jean aveva 11 anni…
Lei, Raggio di Luna, adesso sapeva che quello era sempre stato il suo "vero" nome,
la udiva parlare, ma non capiva il senso di quel che la nonna le andava dicendo.

< …Corvo rosso….ti guiderà….tutto è pronto, nella Grande Prateria del Popolo degli Uomini…>

Corvo Rosso ?
Poi c’erano le urla.
Quelle le facevano tremare le gambe come una rana in inverno.
Urla orrende, che sembravano voler interrompere il dialogo fra Raggio di Luna e Neve D’Inverno, come una sorta di fastidiosa e raccapricciante interferenza.
Ma suo padre..
Nat le sembrava decisamente più reale di quanto non fosse stata la visione di sua nonna e soprattutto di quel che era avvenuto in seguito.
Lei si era ritrovata in una meravigliosa prateria, lussureggiante di salvia alta e verde.
Uno splendido bisonte bianco stava sulla collina che dominava la scena.
Giusto ad una decina di metri avanti a lei, un uomo ed una donna, nudi….
L’uomo era disteso a terra, supino, fra le braccia di lei, quasi seduta sulle gambe, la testa piegata in avanti, in una posa tanto dolce e leggera, da sembrare esser stata suggerita da uno scultore classico.
La donna aveva capelli rosso Tiziano, che scendevano lisci davanti al viso, l’uomo
mossi capelli castano scuri, il viso piacevole e regolare, l’espressione di chi si sia appena addormentato placidamente.
Camminò verso di loro, anche se i suoi piedi non sembravano sfiorare la superficie di quel prato immacolato.
Era vestita con una pelle di bisonte, le gambe nude, i capelli raccolti in due trecce lunghissime…( ma non aveva i capelli corti, adesso ? )
Un nastro dipinto da idiomi Navajo, le reggeva una splendida penna d’aquila.
Erano antichi, arcaici, la base di tutti gli idiomi degli Indiani d’America.
Si chinò sul corpo della donna, seduta con le braccia molli, in un abbraccio doloroso e infantile.
Reggeva il capo del proprio uomo, con due dita che ancora sfioravano i capelli di lui.
La rugiada del mattino, aveva bagnato quei capelli, quelle dita, quei corpi nudi e indifesi.
Scostò i capelli dal viso delle donna, e la guardò, senza comprendere chi fosse.
Ma sentiva di conoscerla, di conoscerla bene.
Poi erano sopraggiunte le urla, e la visione si era dissolta.
Con l’arrivo di suo padre, anche le urla erano sparite e fu un bene.
Il cuore non le avrebbe retto, se quelle urla fossero andate avanti ancora per un poco.

<…figliola…>

Nat parlava come se davanti vi fosse ancora Jean da bimba, il viso solare e meticcio, gli occhioni nocciola sgranati davanti alla vista dell’uniforme paterna, carica di medaglie e fregi militari…
Tese la mano in avanti, apparentemente nel nulla, in realtà fra quell’enorme distanza che separa la verità dalla menzogna, una distanza che William Mulder prima e Fox Mulder dopo, avevano percorso senza paura.
Lei non smetteva di tremare.
Nascose il viso fra le braccia, biascicando qualcosa.

< ..fatti abbracciare, Jeanine…>

Sbirciò di nuovo da dietro il braccio.
Nat era reale, n’era convinta senza dubbio alcuno.

<..papà…>

La voce era quella di una bambina, confusa e spaventata.
Nat s’inginocchiò accanto a lei, accarezzandole la testa con delicatezza, temendo di farle male.

<…Dio Onnipotente…non…avrei mai immaginato che ti facessero del male… che osassero farti questo…>

Il viso deformato e bluastro della figlia, appariva agli occhi del generale Grey, splendido, solare e incantato…non la vedeva, non la sfiorava da sedici anni…
Sedici anni vissuti come fosse morto, senza poterla vedere, ma seguendo la sua carriera con amore assoluto, accresciuto dalla lontananza e dal muro eretto fra loro.

<….sono stato lontano…bambina mia…lontano da te…per cose che…che non posso spiegarti adesso….perdonami…>

Un piccolo sorriso si disegnò sul viso di Jean.
Un sorriso macchiato di sangue scuro, raggrumato, fra le labbra tumefatte, eppure bellissimo per lui.

<…sapevo..sapevo che non eri morto….papà…>, biascicò.

Una lacrima fredda le scese dal viso tumefatto, malgrado ciò Jean ne colse il sapore salato, quasi i propri sensi si fossero acuiti con il dolore.
Nat le accarezzò i capelli sudati e sporchi di sangue, sentendoli morbidi e vellutati, dal delicato profumo di pesca, fra le dita.

< …uscirai subito di qui….ti porterò in un ospedale…>

Jean tossì, sputando un piccolo grumo di un qualcosa che appariva come sangue.

<…non c’è…rifugio per me…to lo sai…è finita…>

Nat scosse appena il capo, passandole un braccio sotto le ginocchia e l’altro sulla schiena, per poi sollevarla, senza apparente sforzo.
Jean pareva aver perso tutto il peso, divenendo scheletrica nel giro di poche ore.

<…no….non portarmi in nessun ospedale…>, sussurrò.

< Jean…Jeanine…tu non sai quel che dici….morirai se…..>

Jean tossì di nuovo.
Fu una tosse dolorosa, che la fece tremare e scuotere tutta.

<…sono già morta….ti chiedo…ti chiedo solo due cose, papà…>

Nat socchiuse le palpebre.
Sentiva il cordone ombelicale che le legava alla figlia, spezzarsi, sfilacciarsi istante dopo istante.

<…Jean…>

< ..giurami..giura..che farai quel che ti chiedo, papà..giuramelo….>

Nat ebbe un debole, doloroso cenno con il capo.

<…portami via da qui…voglio essere sepolta in un cimitero indiano… con poche ore d’auto…ci arriveremo…>

<..bambina mia…tu non sai ciò che dici…>

Tese la mano, accarezzandogli il viso ruvido, irto di rughe, che aveva dimenticato per sedici anni.

<…la tua pelle non è cambiata, vecchio…>

Nat le baciò la guancia.
Un bacio appena accennato, ma che le riempì il cuore di gioia, prima dell’ultimo
viaggio.
Suo padre non le aveva mai dato un bacio, nemmeno per la morte di nonna.

<…me lo devi….lo devi a tua figlia….per tutti questi anni di bugie, di menzogne …di falsità….sento che la mia gente mi chiama a se….>

Socchiuse le palpebre, prendendo un doloroso respiro.

<…se è questo ciò che mi chiedi, Jean….farò ogni cosa per esaudirti…bambina..>

Nathaniel Grey non aggiunse altro.
Scacciò dalla mente la certezza che non esistessero cimiteri indiani nella costa Est degli Stati Uniti per centinaia di miglia.
Se sua figlia aveva detto così, così era.
Aprì la porta blindata ed uscì, lungo quei corridoi che per sedici anni lo avevano segregato in una sorta di prigione dorata, opprimente e maligna.
Un agente del servizio di scurezza lo fissò, sgranando appena gli occhi.

<…generale…ma che sta facendo ? E’ una prigioniera… è contro qualsiasi procedura…>

Grey lo fissò, quasi trapassandolo con gli occhi vuoti e freddi.
Jean abbozzò un debole sorriso, mentre la mano tremante le cadeva nel vuoto, sino a penzolare alla stregua di un oggetto senza vita.

***

CAPITOLO DICIOTTO

 

Livello di scurezza numero 7, Pentagono
Stato della Virginia, Ore 01.00 Am,
Venerdì 28 Giugno 2002
Smoking Man non nascose un debole tremito d’eccitazione, curiosamente mescolato ad un’angoscia profonda, non appena spalancò la cella denominata:
" Controllo della purezza".
La stanza era vasta e uniformemente irradiata da una luce accecante.
Densa e bianca, appariva come il lenzuolo consunto di un fantasma.
Smoking Man arrivò accanto alla bolla criogenica più piccola, colma di uno spesso liquido verde.

<…..figlio mio…>, sussurrò.

Non era stata una buona idea.
Scendere sino all’ultimo livello, per vedere Fox..o quel che era diventato…

< La mutazione è al 98 %….nel giro di 15, 20 ore al massimo ci siamo…>

Mulder spalancò gli occhi obliqui, neri, senza pupille.
Era divenuto in parte alieno, anche nell’aspetto esteriore.
Le braccia erano lunghe e magre, la testa oblunga, le gambe corte e secche…
Il derma grigio, quasi raggrinzito.
Allungò appena l’arto desto, dal quale si staccavano decine di tubini a fibre ottiche, per il monitoraggio d’ogni singolo cambiamento cellulare.

<…è cosciente ? >

La domanda lo sorprese.
Smoking Man non aveva alcun’intenzione di pronunziarla, eppure scaturì senza apparente difficoltà.

< …probabilmente no….non si può dire con certezza…>

Voltò il capo, protetto dalla tuta bianca d’anticontaminazione, verso la bolla più grande.
Era enorme, quasi quattro volte quelle che conteneva Fox Mulder, e pulsava di energia propria.
La regina aliena all’interno.
Samantha…
Mosse anch’essa la testa esapode, guardandoli.
Gli stessi occhi di Fox….ma una sorta di divertita estrinsecazione maligna, pur in quel viso privo di espressioni facciali.

<….ci siamo….in nome di Dio….è arrivata la fine dell’umanità….l’inizio di una nuova era…>

Lui avvertì prepotente il bisogno della Morley.

<…andiamo via da qui….>, si limitò a sussurrare.

***

Presso il confine con lo Stato del Messico,
10 chilometri all’interno del deserto del Texas,
Ore 04.09 Pm, Venerdì 28 Giugno
 
Dense nubi di polvere rossastra, secca e pungente, si sollevavano come disegni oscuri.
Ombre nitide, di cactus e rocce tagliate dal vento del deserto, si disegnarono davanti a Dana e ad Ashley.
L’agente federale, bevve con avidità dalla borraccia appesa accanto alla coscia, mentre la centaura fece scattare il cavalletto della Harley, guardandosi attorno.

< La strada statale è finita da due chilometri…e dopo quella collina sassosa, ho proprio idea che termini anche il sentiero di terra battuta…>

Scully abbassò appena il capo, e una ciocca di capelli rosso Tiziano le scese, appiccicosa e sudata, davanti al viso.
Era sudata, stanca, con le ossa che dolevano, la schiena a pezzi per via delle vibrazioni e le buche, che la potente moto aveva regalato loro con sadica ostinazione.
Le coordinate era chiare…il posto era vicinissimo.
Udirono entrambe lo stridio acuto di un’aquila e Dana abbozzò un debole sorriso.
Ma le bastò incrociare i propri occhi con quelli di Ashley, per sentirsi d’un tratto colpevole.
Agli occhi della ragazza, quel posto era solo un deserto sassoso e pietroso, caldo sino all’inverosimile, e dimenticato da Dio e dagli uomini.
Sino a qualche mese prima, anche in Dana avrebbe scaturito il medesimo effetto.
Ma ora…ora era certa che il posto fosse quello.
Per cosa, non era in grado di dirlo, né su cosa si aspettasse di trovare, effettivamente…
Ma era così…
Forse una casa accanto ad un lago, con Sergej Yvanov che l’attendeva ?
O Fox che le veniva incontro con disarmante semplicità, mormorandole:

< Ben arrivata, Dana ! >

Il cuore le pianse, alla sola idea.
Scese dalla moto, reggendosi i fianchi con entrambe le mani, curvandosi all’indietro, per rimettere a posto la schiena.

<…buona idea….sgranchiamoci le gambe….la moto è sul punto di andare in ebollizione…>

Ashley balzò giù, passandosi la mano fra i capelli e gettandosi un fiotto di acqua fresca sul viso, arrossato e sporco di sabbia.
Scully si sentiva in debito, colpevole e incapace di dire qualsiasi cosa avesse senso, ora.
Ashley l’aveva portata sin lì, riempito la Davidson con un paio di pieni di benzina ed offertole una buona colazione ad un fast food, trenta chilometri prima.
Si sfiorò la catenina, con due dita.

<..Ashley…>

<…si ? >

Trovò il fermaglio con le dita e l’aprì, con un gesto rapido e minuto.

<…apri la mano…>

Ashley spense il sorriso, aprendo appena la destra, coperta da un guanto di pelle nera, tagliato.

<…è tua…Non ha un gran valore…economico…ma è stata importante per me…fu un dono di mia madre….tanti anni fa….custodiscila…>

Lei scosse il capo.

<…non posso…Dana…davvero non posso…>

Dana sorrise.
Fu il solito, splendido sorriso di Dana Scully, che trasformava il suo viso in una dolcissima alba radiosa.

<…ti prego…sento di dover proseguire sola…voglio la tenga tu…>

Ashley sgranò gli occhi, spostandosi i capelli di lato, con nervosismo.

< Dana…io…ho assecondato la tua…"percezione"….ma…vuoi davvero… inoltrarti nel deserto sola…? Qui non c’è nulla….solo sassi e sabbia…>

Scully annuì. Le chiuse a pugno la piccola mano, serrandovi all’interno la catenina d’oro.

<…è pazzesco..e se tu avessi avuto modo di conoscermi ancor prima, lo riterresti ancor più folle, da parte mia…Ma sento che qualcosa mi aspetta…mi attende… è attende me sola….Se…se riuscissi a salvare Mulder…a salvare tutti… lo dovrei solo a te…Non ho parole per ringraziarti…>

Ashley portò il pugno al cuore, prendendo un profondo respiro.

<…ho capito….che serve a poco, cercare di farti cambiare idea, Dana!Ma posso strapparti almeno una promessa?>

Lei alzò appena le piccole spalle, socchiudendo le palpebre.

<…se..non avessi tue notizie nel giro di un’ora….mi sentirò in dovere di venire a cercarti…non mi sembra molto, come condizione ! >

Scully le diede un piccolo bacio sulla guancia, poi si caricò sulle spalle la borraccia piena d’acqua e si calzò il capello dalle tese larghe, da cowboy e s’incamminò, fissandosi appena le scarpe.
Proseguì per qualche decina di metri, sino ad inerpicarsi per una collinetta pietrosa.
Allora si voltò, salutando la centaura con la mano aperta, l’espressione decisa, quasi lei potesse in qualche modo vederla, e fissando la bussola, proseguì la scalata.
Ashley si sdraiò accanto alla moto, nel piccolo cono d’ombra che questa proiettava a terra e scosse la testa.
Come aveva potuto lasciarla andare ?
Ma, nonostante lo sentisse appena, e non osasse ammetterlo a se stessa, anche lei "sapeva" che Dana stava facendo la cosa giusta.
L’ascesa di Scully proseguì per una dozzina di minuti. Non tanto per l’altezza della collina ( in realtà si trattava di un irto passo per nulla impegnativo ), quanto per le rocce, che sbucavano traditrici e aguzze dal terreno.
Se non avesse calzato comode scarpe da tennis, che le facevano sudare i piedi ma le garantivano agilità e aderenza al terreno, sarebbe scivolata di certo.
Quando giunse in cima, avvertì il bisogno feroce di bere, che scacciò subito.
La borraccia era capace, ma non infinita.
Si parò dal sole accecante con la mano, cercando di fissare avanti a se.
Solo sabbia rossastra, cactus che spuntavano come scheletri deformi dal deserto, e rocce.
Nuovamente udì inverso acuto dell’aquila.
Si voltò verso di esso, con il sole alla propria sinistra.
La collina, da quel lato, scendeva scoscesa, perdendosi in una sorta di budello oscuro.
L’oscurità era accentuata dall’ombra proiettata dal sole, ma ugualmente era notevole.
Sbirciò la bussola.
Dalle indicazioni, rinvenute in quella sala mezza distrutta sotto la centrale, quel posto valeva un altro…
Vide l’aquila vorticare ad ampi cerchi concentrici, abbassandosi ad ogni volteggio.
Per un istante temette che il rapace intendesse aggredirla, quando questo arrivò a sfiorarle la tesa del cappello.
Poi l’uccello svanì nel pertugio oscuro e lei si decise.
Prese a discendere con destrezza, mettendo i piedi e le mani nei punti sicuri, tastando la sicurezza delle rocce rosso mattone, fra le quali spuntavano radi ciuffi di gramigna selvatica.
Man mano che scendeva le sembrava che la temperatura andasse diminuendo, e comprese che per la particolare strettezza della gola, questa era con ogni probabilità immersa in una sorta d’ombra perenne.
Pensò anche ad altre cose, veramente.
Ad esempio che era folle scendere per una stretta gola nel deserto, immersa nell’ombra…avrebbe potuto balzare su l’aquila di prima ad esempio, e cavarle gli occhi…
O più realisticamente, qualche serpente, sarebbe sbucato da dietro un sasso e
l’avrebbe morsa.
Invece la discesa proseguì innocua.
La gola era protetta fra l’ombra della collina sassosa, e una sorta di colonnato di pietra naturale.
Erano sassi erosi dal vento, lisci come fossero fresati a mano, appena bucherellati da tane di termiti e qualche topo del deserto.
La gola si restringeva, divenendo alla fine, un cunicolo stretto poco più di un metro.
Rimase sospesa fra una pietra sporgente e il solido appiglio ai propri piedi, attratta dalla curiosa colorazione delle rocce.
Attorno al cunicolo, esse erano completamente nere.
Non aveva mai visto roccia simile….poteva trattarsi di carbone o qualche altro derivato naturale.
Tutta la gola era ad imbuto, quasi che chi avesse la sventura di avvicinarvisi, sarebbe caduto all’interno di quel cunicolo, per finire chissà dove.
Le colonne di pietra erano su tre lati, a semi cerchio….
Una disposizione troppo curata, perché fosse naturale.
Esitò per un attimo, sino a quando udì una voce esploderle nella mente.

<…è ora ! Scendi e affronta il tuo destino, Aquila Scarlatta ! >

La comprese nitidamente, ma era stata pronunziata in un linguaggio non suo.
Era Navajo….n’era certa.
Rabbrividì.
Avrebbe voluto che Mulder le fosse accanto, per sollevarla con una teoria assurda, ma così non era, non poteva essere..
Scivolò lentamente sino al bordo del cunicolo.
Il terreno pareva collassate su di esso, e si resse con sempre maggiore difficoltà sino al suo orlo.
Non vedeva nulla, all’interno.
Udì, per un istante, lo stridere dell’aquila…
Poi dei passi, alle proprie spalle.
Si voltò, spaventata e tesa.
Figure.
Un paio d’uomini, alti, possenti, che indossavano soltanto un piccolo perizoma di pelle di bisonte.

< Chi siete ? Che cosa volete ? >, biascicò.

<…Albert t’attende….Aquila Scarlatta…è giunto il momento del rituale…>

Fece per dire qualcosa, ma la vista divenne confusa.
I colori si accentuarono, fondendosi in un’iride caotica e vorticosa.
I suoni si allontanarono.
Cadde in ginocchio, le mani che si ferivano sui sassi minuti del terreno, il volto contrito da una nausea violentissima ed improvvisa.
Le colonne andavano incurvandosi, quasi fossero dita di un immenso gigante, che si chiudevano per afferrarla.
Vide Mulder che sorrideva, con il viso metà umano, metà alieno, Yvanov che faceva altrettanto, ridotto ad un ammasso di carne maciullata da quel mostro antidiluviano…
Poi tutto si perse nelle tenebre.

***

CAPITOLO DICIANNOVE

 

Chilmark, Stato del Massachusetts,
Ore 09.00 Pm, Venerdì 28 Giugno 2002
Si sedette su quel divano di pelle, proprio nel medesimo punto in cui aveva baciato per la prima volta Tea Mulder, quasi quarant’anni prima.
Lei si era scostata, turbata e al tempo stesso eccitata delle sue attenzioni.
Si accese la Morley, mentre il vento dei ricordi galoppava impetuoso, dapprima debole come un refolo di primavera, per poi divenire un uragano inarrestabile.
Uragano inarrestabile…come quello che stava accadendo..
Il conto alla rovescia, l’ora X….
Sorrise.
Fuori era abbastanza fresco, non più freddo come le serate precedenti.
Una lieve brezza si era alzata decisa, ma aveva spazzato via l’umidità, dando finalmente spazio alla bella stagione….Bella stagione..
La vita, dopo i fatti drammatici delle ultime ore, sembrava mutata da un incantesimo.
Le strade deserte, i rumori appiattiti da un silenzio assoluto, pesante come una cappa di piombo.
Il vociare dei bambini. era zittito dal greve e solenne discorso dello speaker, che preparava la nazione al discorso del Presidente.
Le stazioni radio, avevano interrotto il fiume continuo di notizie sui disordini, dei saccheggi, degli incidenti nei vari stati, dei dodici morti per una sommossa a Pittsburgh, dei New York paralizzata da disordini e caos, dell’assalto agli aeroporti, ed ogni emittente, trasmetteva la medesima voce registrata, come in una sorta di Grande Fratello di Orwelliana memoria.
Solo ogni quaranta minuti, chissà poi perché, era ripetuto l’appello alla vaccinazione da parte dell’istituto di igiene e profilassi, per cause " di forza maggiore".
Un’associazione pacifista del New England, aveva inscenato una manifestazione di protesta presso la Casa Bianca, con un funerale rappresentante l’America in una bara.
L’FBI e le varie polizie di stato, erano al lavoro senza sosta da ventiquattro ore.
A Boston sette cittadini americani di origine russa erano stati linciati dalla folla.
La madre di Fox stava seduta, di fronte a lui, fra loro il piccolo tavolino da tè in teck.

< Il mondo è alla svolta…al punto segnato e preparato dopo una vita di progetti e lavoro…è alla soglia dell’ultimo stadio prima della grandezza…>

Nessun entusiasmo in quelle parole.
Lei tremava, sul punto di crollare come non le era mai capitato, nemmeno quando
William era morto.

<..e tutto nacque sotto quella quercia, in quella giornata piovosa di primavera, con Fox e Dana e…lei..che giocavano…>

Aspirò lentamente.

< Era una vecchia trottola di legno…chi ci crederebbe ? Chi penserebbe ad una trottola di legno, come chiave dell’Apocalisse ? A quell’incidente…>

Lei si scosse.

< Basta ! Vattene da casa mia…non hai alcun diritto di stare qui ! >

Smoking Man si rigirò la sigaretta fra le dita ingiallite dal tabacco.

< …non trovi piacevole lasciarsi andare ai ricordi, Tea ? In fondo, essi hanno contribuito a cesellare la nostra esistenza, e a prepararci per un mondo migliore ! >

< Dov’è mio figlio ? Tu sai dove si è nascosto ! Vero ? >

Quell’incidente…se Samantha non fosse mai scivolata sulle radici bagnate della quercia e non si fosse ferita, se quel sangue vischioso e verde non fosse sgorgato dalle sue vene, Fox e Dana non si sarebbero mai arrampicati sino al davanzale del primo piano, aggrappandosi alla veranda, per sbirciare l’arrivo del dottor Asaky, a casa di papà Mulder.
Non avrebbero mai visto Samantha distesa sul letto, il braccio teso in avanti, la flebo che pompava una sorta di plasma verde in lei.
Né avrebbero visto William tremare e parlare frettolosamente con sua moglie.
Tanto meno Dana avrebbe rischiato una brutta caduta, scivolando sulle assi fradice della veranda e lui l’avrebbe afferrata per un braccio, sostenendola.
I loro occhi non si sarebbero incontrati e Dana non sarebbe arrossita come un peperone, smozzicando:

<…dai…piantala…>

E senza quel doloroso avvenimento, quella tragica fatalità, Tea e William sarebbero andati d’amore e d’accordo sino a quella fatidica notte del 27 Novembre.
Invece, Samantha si sarebbe alzata, una sera, svegliando Fox e costringendolo a seguirla in cima alla scala interna, con i piedi a penzoloni nel vuoto, mentre mà e pà discutevano di lei, di quel che le sarebbe accaduto.
E forse in Fox non si sarebbe mai accesa una sorta di scintilla cosmica, d’energia vitale che aveva la forza di contagiare anche Dana e tutti coloro che stavano attorno a quel folle agente federale.
Discutevano di cose come "adozione" e "creatura", concetti che i diligenti medici di Ishimaru ed Asaky, avrebbero presto rimosso dalle loro menti.
Come avrebbero cancellato quella cotta presa da Scully all’età di dieci anni.
Perché, naturalmente, una persona aveva veduto Fox e Dana arrampicarsi e spiare i dottori giapponesi, per nulla infastidito dalla pioggia che gli infradiciava la sigaretta.

< E’ una piccola spia…>, avrebbe detto sorridendo, riferito a lei, già coraggiosa e forte fin da allora.

Così, una sera sulle rive del lago di Quonochontaug, con Fox nascosto dietro ad un cespuglio e lei che cadeva a terra, spaventata, si sarebbe deciso di cancellare parte dei ricordi dei due ragazzi e di Samantha.
Smoking Man spense la sigaretta.

< Mi spiace che le mie visite, qui, siano vettori di astio, in te…Fox… so che sta bene…"loro" me lo comunicano.. Presto tornerà dove deve..dove doveva essere da sempre…>

Lei scosse la testa.

< Non…ho mai capito del tutto i tuoi discorsi…da grande capo.. Ma credo che se William fosse qui…ti maledirebbe…Hai distrutto tutto ciò che rimaneva della nostra vita, della nostra famiglia…>

L’uomo che Fox e Dana odiavano dal profondo del cuore e che in fondo, dal profondo del suo cuore, amava entrambi, mormorò:

< Presto tutti…tutti saremo una sola famiglia ! >

Alzò l’audio del televisore, quando apparve lo stemma della Casa Bianca a tutto schermo.
Tea barcollò reggendosi appena alla sponda del divano, vincendo con forza l’istinto di aggredire quel mostro, dalla sigaretta sempre accesa, che pure in quell’istante mostrava un disperato bisogno di amore e di paura.
Il Presidente Bush si schiarì la voce, fissando il vuoto della telecamera.

<…cittadini d’America, figlioli miei….ciò che mi accingo a comunicarvi, è tanto sconvolgente, da risultare incredibile! Nelle ultime, drammatiche ore, siamo precipitati in una crisi internazionale gravissima, peggiore ai fatti dell’11 Settembre! Non è il mio volere, quello di allontanare responsabilità di questa amministrazione per le conseguenze di ciò ha portato gli Stati Uniti D’America e la Federazione Russa, sull’orlo della guerra nucleare ! Se esistono mie colpe, esse andranno esaminate in tempi successivi !" Ciò che mi preme ora, è di scongiurare un’apocalisse drammatica, le cui ripercussioni sarebbero incontrollabili per noi e i nostri figli! Voglio rivolgermi al presidente della Federazione Russa, affinché ascolti la voce della ragione e della consapevolezza: saremo disposti ad accettare ogni nostro fardello sino all’ultimo secondo, prima della dichiarazione di guerra ! E’ l’ora della verità, qualsiasi siano le conseguenze ! Negarla, ora, e domani, ci macchierebbe di una colpa indelebile, quale mai gli Stati Uniti, nella loro storia di libertà e democrazia, hanno avuto ! Da molti decenni, addirittura da Roswell, il governo Americano, ha occultato e sfruttato gli eventuali frutti di una scoperta sconvolgente. Una scoperta che allora era impensabile rendere pubblica: la custodia di una astronave di origine aliena e di alcuni suoi occupanti…tutti, senza alcun dubbio di origine ….extraterrestre ! >

Un enorme brusio eruppe dal settore dei giornalisti, rimasti, sino a quell’istante, in silenzio.

< Prego…prego, signori ! Avrete tutto il tempo per le domande, a discorso ultimato ! Ho appreso da poco che il nostro sistema di sicurezza nazionale, ha testato per decenni, tremende armi batteriologiche, derivanti dallo studio di quelle forme di vita ! Posso però assicurare il presidente russo, che mai sono state utilizzate sul suolo sovietico ! Se ciò si fosse verificato, questo orrendo atto di aggressione ad una potenza straniera, non sarebbe dipeso dal presidente americano o dal Congresso, che…>

Smoking Man si riaccese la Morley.

<…hanno sempre operato all’oscuro di tale, inconcepibile aggressione ! Per mostrare la mia assoluta trasparenza su questa questione, che è ciò che sta trascinando il mondo nel caos, l’America è disposta a mostrare tutti i files riguardanti la segretezza nazionale, ma al tempo stesso, qualsiasi aggressione sul territorio statunitense, o in ambasciate a noi collegate, o a mezzi, uomini, e basi che battono bandiera Americana, saranno interpretate come un atto formale di belligeranza ! Non ripeteremo un secondo Pearl Harbor. Suggerisco al presidente Putin, la volontà di contattarlo personalmente, nel caso desiderasse interloquire solo con me, ma al tempo stesso, la fermezza della nazione Usa, nel difendere i propri uomini, le proprie donne, i propri figli, sarà integerrima ! Popolo d’America: le ore che stiamo vivendo sono difficili, dure, come mai in passato ! Ma vi chiedo unità e fermezza, coesione e spirito patriottico ! Nessuno vuole una terza guerra mondiale e ci batteremo con le armi della ragione e dalla pace, perché ciò non avvenga ! >

Ripose i fogli, pronto per l’assalto dei giornalisti.
Ma quasi nessuno seppe che dire.
Tutto era immerso in un silenzio innaturale.
Il brusio di sorpresa si era cristallizzato in una sorta d’analisi interiore, un misto d’antiche paure e di convinzioni e sospetti mai confessati.
Smoking Man si alzò, guardando la madre di Fox.
Lei si era portata la mano davanti alla bocca, per nascondere il tremito di terrore che la attanagliava.

<…siete stati…voi….voi avete scatenato tutto questo…>

< Era necessario….per garantire un futuro….>

< Non vedo…alcun futuro…avete condannato il mondo alla guerra…scatenato una tremenda epidemia mortale…>

Vacillò, ma si resse, con stoica fermezza.
Smoking Man aspirò lentamente dalla Morley.

< Ciò che abbiamo fatto è unire la nostra razza alla perfezione divina… il passo che ci unirà alle stelle ! Che innalzerà l’uomo alla destra di Dio ! Passo…che tuo figlio contribuirà a creare ! >

Arrivò a sfiorarle il viso, con una carezza delicata e gentile.
Tea Mulder avvertì il tremare di quella mano rugosa e fredda.
Forse una parte di Smoking Man, non credeva a quel che andava dicendo egli stesso.

<…abbiamo costruito la sola alternativa…alla catastrofe ! So che puoi capirlo…>

Il cuore batteva forte, come mai Smoking Man aveva sentito da anni.

<…cosa hai fatto a tuo figlio ? Che cosa senti per lui ? >

Lui spense la sigaretta e la abbracciò, accarezzandole appena i capelli corvini.
Non erano mai cambiati, nonostante gli anni.