PROLOGO

 

Las Vegas, Stato del Nevada, Hotel
Palace, Ore 11.27 Pm, Lunedì 4 Agosto
Edna Pruvidence, osservava con aria divertita, il delicato sistema al neon che diffondeva una placida luce azzurrognola nella suite.
I tubi correvano al lato delle pareti, con forma simile a quella di colonne doriche, dell’epoca Greco-Romana, alla cui sommità stavano grossi vasi di felci.
Felci come quelle, Edna non era mai riuscita a coltivarne, pur essendo appassionata di floricoltura a Santa Monica, nella California.
Le felci avevano bisogno di molta acqua e di una costante umidità, cosa abbastanza difficile in California, ma ad allevar cactus lì, erano capaci tutti.
Suo marito Homer, le diceva da venticinque anni che era una testarda, ed, in effetti, aveva ragione.
Edna era sempre stata testarda, sia nell’allevare i figli, sia nel prendere le piccole decisioni domestiche, ma alla fine la spuntava quasi regolarmente.
Tranne che per le felci.

< Come credi faranno ? >

Parlava con voce sostenuta, per far sì che Homer, di là dalla porta della sauna, la sentisse.
La porta era di un legno massiccio, ornata da false decorazioni d’oro, mentre le pareti erano colme di mosaici in parte pruriginosi, che raffiguravano bellezze alla sauna, scene di vita romana ed ecc…
Tipico della cultura Americana, in fondo…appropriarsi di una storia che nemmeno è conosciuta…
Ma lasciando stare questo genere di disquisizioni, veniamo alla nostra coppia di piccioncini.
Edna non aveva idea che per le nozze d’argento, sarebbe finita a Las Vegas.
Las Vegas….una città fantasma, inesistente, come Disneyword.
Ancora non si era abituata al caos notturno di quell’insieme caotico d’alberghi, case da gioco, night club, streeptese house e chissà che altro.
Frotte d’auto dalla lunghezza spropositata, limuosine e Cadillac, Rolls e Aston Martin, affollavano i parcheggi, le vie, le immense strade illuminate a giorno.
La fantastica cascata di luci del Cesar Palace, si vedeva guardando dalla finestra.
Ragazze stratosferiche, in pratica nude, si aggiravano con falcate eleganti lungo le case da gioco, uomini ubriachi, caos ed in giro di dollari che avrebbe pareggiato il bilancio di uno stato dell’Africa centrale per almeno due anni.
Poi sarebbe giunta la mattina, e le luci si sarebbero spente, la gente sarebbe andata a dormire e qualcuno si sarebbe tolto la vita, complice la posta troppo alta alla roulette, o una sbronza colossale.
Una città al contrario, una vita disordinata e caotica, che certo non piacerebbe ad un’agente federale che ben conosciamo.
Adesso Scully è a letto, placidamente accarezzata sul pancino da Mulder…
Ma non c’interessa…non è venuto il loro momento, per ora…

< …E che né so…chi se ne frega ! >

Homer parlava sorridendo, seduto su di un gradino di mattoncini rossicci, nella sauna, avvolta da un accappatoio bianco.
Aveva lavorato come assicuratore per tutta la vita. Un lavoro squallido e noioso, che è additato generalmente per descrivere dei rompiballe.
Non che gli piacesse suonare alle porte delle brave persone di domenica mattina o di sabato pomeriggio, spiegando loro tutto ciò che era possibile sapere circa la polizza vita….
Ma lo pagavano per questo, no ?
Homer aveva sviluppato una sorta di malattia, che potremmo definire "tendinite del commesso venditore".
Alla stregua del braccio del tennista, essa si manifestava con dolori acuti, nel suo caso al tendine, causati dalle troppe ore alla guida d’auto dalla frizione dura o dal freno bizzoso.
Un po’ come quel dolore alla caviglia che adesso Mulder sta deliziosamente mitigando con piccoli baci, a Dana…
La malattia di prima, non quella del tennista, aveva costretto la compagnia di Homer a lasciarlo in ufficio, e ad elevargli lo stipendio perché non facesse loro causa.
Homer non avrebbe mai fatto causa a nessuno, ma aveva accettato subito il regalo della Marine Craddock United, per la quale lavorava…
Sapeva che a mettersi contro le compagnie c’era solo da rimetterci le penne.
Adesso la Marine gli ha pagato una vacanza premio, che si è guadagnato in ventisei anni di lavoro senza un’assenza.
Naturalmente Edna era rimasta stupefatta, ed una piccola lacrima le aveva rigato gli occhi azzurri, quando aveva saputo di Las Vegas.
In alternativa c’era la Florida, ma era troppo lontana e fuori stagione.
Oltretutto Edna aveva un terrore folle degli alligatori, benché ne avesse visto qualcuno solo alla tv.
Erano bestiacce cattive, quelle, che potevano mangiarti in un boccone.
D’alligatori, a Las Vegas, non ce n’erano, almeno come rettili.
L’albergo è di prima categoria. Un sei stelle…
A Las Vegas ci sono alberghi ad otto stelle, ma per i cognugi Pruvidence, sembra di essere finiti nel libro delle mille ed una notte.
Camerieri con giacche di velluto e ghette bianche alle scarpe, appartamenti con aria condizionata, alberghi tanto grandi da doversi munire di piantina per non perdersi nei corridoi, hall così grandi da far venire l’angoscia.
E prezzi….prezzi tanto alti da far accapponare la pelle….
Ma a parte gli extra, che Edna ed Homer a cinquantasei e sessanta anni suonati si risparmiano volentieri, tutto era spesato.
Quella sera, vincendo la tentazione della moglie, Homer si stava preparando per una bella serata al casinò interno dell’albergo.
Avrebbero fatto un giro alla roulette e alla slot machine, poi si sarebbero seduti ad un tavolo del pub interno, sentendo musica jazz e da night, sino a notte fonda.
Nessun orario, nessun dannato lavoro da portare a termine.
A Edna la vita tranquilla di casalinga, però, un poco mancava.
Si svegliava tutte le mattine, preparava la colazione e poi dopo che Homer se n’era uscito, si recava a far la spesa, al supermercato sotto casa.
Da quando i figli, Vincent e Deborah, si erano sposati, aveva creduto di non potersi mai più svegliare il mattino, di buon’ora a preparare la colazione.
Aveva attraversato un periodo di depressione e lui le era stato accanto, come quando erano appena sposati….
Amava il marito…
Ormai sapevano tutto l’uno dell’altra…
Homer capiva quando qualcosa non funzionava solo guardandola negli occhi, mentre lei faceva di meglio.
Sapeva se la giornata era stata buona o no, solo dal modo nel quale il marito chiudeva la portiera dell’auto, rincasando..

< Dico davvero….mi piacerebbe far crescere una felce così…>

Homer sudava abbondantemente.
Controllò più di una volta la temperatura della sauna…gli sembrava che facesse sempre più caldo, lì.
Edna scese dal letto, calzandosi le pantofole comode e rigirandosi le due dita di scotch con ghiaccio, ordinato dal marito.
Homer beveva scotch con ghiaccio da anni. Un bicchiere solo, al giorno.
Mai un dito di più.

< Lo finisci, lo scotch, o lo butto ? >

Nessuna risposta.
Il ghiaccio si era sciolto del tutto..
Scosse la testa.
Ciondolò un poco nella stanza, tanto grande da essere spettrale.
I suoni e le luci caotiche della città iniziavano a diffondersi.
Era ancora presto, in fondo…
Camminò, osservando curiosa il mosaico della stanza da letto.
Raffigurava un satiro, intento a sbirciare con inequivocabile oscenità, le vesti di una ragazza, probabilmente una vestale.
Scosse la testa.
Teneva il bicchiere con due dita.
Dita nervose, di una donna che aveva lavorato per una vita, come commessa e poi aveva deciso di lasciar perdere, quando le ossa stavano protestando per il troppo piegarsi e rimanere su due piedi..

< Homer….lo butto o no ? >

Nessuna risposta.
Adesso il senso d’indifferenza, lasciò il posto al disagio.
Che non la sentisse ?
Posò il bicchiere su un piccolo comodino a forma di colonna dorica e fece un paio di passi verso la sauna.
Vi bussò sopra con le nocche.
Nulla.

< Homer ? >

Niente.
Ora avvertì una sensazione di paura improvvisa, come una fiammata scaturita da una stufa mal regolata, che le attraversò le spalle.
Il cuore batteva forte, inquieto.
Bussò con maggior forza, quasi con durezza, adesso.
Solo silenzio.
Fece per dire qualcosa, ma la voce si strozzò in gola, mentre gli occhi si sbarrarono nel vuoto.
Pensò a molte cose.
Che Homer le stesse facendo una sorta d’assurdo scherzo cretino…
Che si sentisse male…
Che…
Si sfiorò la fronte, tremando.
Apri….apri quella porta…è scorrevole, si apre come niente..
Apri….che temi ? Di vederlo morto, stroncato da un infarto ?
Che temi ?
Apri….
 
Appoggiò l’orecchio alla porta di legno.
Non era solo silenzio.
Sembrava….che filtrasse una sorta di…respiro roco, un rantolo innaturale.
Appoggiò i palmi debolmente alla porta.

<..se è uno scherzo….non mi piace….>, biascicò.

Il rantolio, il verso gutturale, divenne più vicino.

Forse…stava male, era a terra…che aspetti Edna ?

Trattenne il fiato, serrando le labbra e chiudendo gli occhi, fino a quando fece scorrere la porta sulla guida, spalancandola.
Una vampata di vapore filtrò all’esterno, sibilando.

< Homer….? >, disse con un filo di voce, tremante.

Aprì gli occhi.
Vide….nel vapore spesso della sauna, era lì.
Indossava l’accappatoio alla vita, ma era in piedi.
Ma…ma quello non era Homer…non più.
Adesso sembrava…sembrava un ibrido mal costruito dal dottor Monroe…sull’isola misteriosa.
Il corpo era tozzo e un poco flaccido come quello di Homer…
Ma il braccio destro e la testa….Dio…che aveva quella testa…?
Cadde a terra, scivolando sulle pantofole, il fiato rotto e gli occhi sgranati, sconvolta dall’assurdo.
Il viso, la testa di Homer….era identica a quella di un gigantesco, abnorme alligatore, munito da centinaia di canini aguzzi, che sporgevano irregolari da una fauce grottesca.
Emise un ululato, un verso agghiacciante, scagliandosi contro di lei come una molla.
La sua coda sferzò l’aria.
Edna non fece nemmeno in tempo ad urlare.
Il muso le sventrò la pancia, sbatacchiandola contro il bordo della sauna.
Cercò, senza nemmeno rendersene conto, di proteggersi con le mani, mentre adesso l’alligatore le azzannava il collo, per poi staccarle la testa di netto.
La divorò per qualche osceno, interminabile secondo.
Poi si alzò in piedi, fissando con occhi vitrei la sala colma di vapore.
Il muso era un grumo di sangue e carne divelta, calda…
Barcollò all’indietro, per poi cadere pesantemente a terra.
Il cranio di Homer era spaccato in due, come gli fosse esploso il cervello.
I suoni, a Las Vegas continuavano….

***

CAPITOLO UNO

 

B.Beker Street 9, Washington DC,
Ore 09.00 Pm, Martedì 5 Agosto )
Accostò l’auto sul lato destro della strada.
Il caldo era feroce ed afoso, e con il calare della notte, era anche peggio.
L’asfalto rigettava la calura immagazzinata durante il pomeriggio, e si faticava a respirare.
Tutte le finestre erano aperte, tranne negli appartamenti muniti di condizionatore.
Mulder scese con sollievo dalla Ford blu notte, ma non appena prese una boccata di quell’aria viziata e colma d’umidità, rimpianse il debole condizionatore della vettura.
Rimase appoggiato all’auto, un piede contro la gomma, le mani incrociate, fissando il nulla avanti a se.
Aveva il panorama di una lunga sfilza di negozi, e di un sexyshop, che un tempo avrebbe calamitato il suo interesse.
Masticò con la solita calma il seme di girasole, aspettando.
Da quando aveva ricevuto un colpo di telefono, quella mattina in ufficio, il suo sesto senso si era attivato, ponendolo in una sorta di limbo, che inglobava l’azione.
Sapeva che quello squillo muto, non era "normale".
C’era qualcosa…qualcosa che si avvertiva anche dall’altra parte, dal suo ufficio lindo e fresco, contornato di piante e felci, di scartoffie su frodi bancarie ed amministrative..
Anche da quell’avamposto lunare, si captava una vecchia atmosfera, un senso penetrante di solenne cupezza, un riverbero di cose accadute e frequenti, che gli avevano segnato l’esistenza.
Così fu naturale trovare, poco dopo le sette, quando quella noia di lavoro era terminata, un biglietto, infilato nel pavimento della macchina.

" Sherlock Holmes 9, questa sera..tre prima che arrivi la nuova giornata…"

Sorrise, leggendolo.
Quel genere di trucchi erano tipici di Mr.X, antico informatore di Fox, che come tutti gli altri aveva fatto una brutta fine.
Sherlock Holmes….non occorreva poi tutto quest’acume, per capire che era riferito alla via…
A Washington c’era una sola Becker street…Sperò che l’intuito gli fosse al fianco, come sempre.
Aveva telefonato a Scully, inventando una scusa poco credibile, circa il suo trattenersi nell’ufficio per smaltire un paio di pratiche…
Dana aveva finto di credervi, sapendo cosa interessava davvero Mulder e provandone un poco paura.
Tre prima che arrivi il nuovo giorno…tre ore prima di mezzanotte ?
Sperava di si…
Anche se, con sincerità, non sapeva che cosa volesse da lui, quel misterioso e ludico personaggio.
Ormai Fox era fuori degli Xfiles….
Sì, certo, fuori….tanto fuori, da essersi immischiato di molte cose che non lo riguardavano affatto, d’essersi intrufolato nella vecchia sezione, a spiare i dossier del nuovo agente Folmer, che li catalogava con vacua sollecitudine..
C’era fuori di quell’ufficio un immenso mondo che aspettava lui e Scully, li aspettava entrambi, con i suoi mostri, le sue congiure, i suoi vampiri ed alieni…
C’era la vita di tutti e due, che era arrivata ad un filo, ad un bivio sempre più vicino, del quale era necessario imboccare una strada.
Non era più possibile continuare a svicolare le indagini, ottenere permessi fittizi e tirati per i capelli, nascondersi nelle tane come topi del deserto..
Era necessario che si facesse, che accadesse, che tutto andasse al diavolo o si risolvesse e così sia !
Sorrise di nuovo…bel ragionamento….pensò.
 
Ma sai anche tu che non è possibile…Che tutto è finito…Gli Xfiles, gli alieni, tua sorella…tutto…
Ed allora che ci fai qui, alle nove di sera, in una strada senza uscita, immersa nell’afa e nel buio, con la macchina accesa, i fari spenti, un seme di girasole che mangiucchi senza sapore, l’idea che Deep, che X, che..Nessuno, possano tornare, se non altro per toglierti un fardello dall’anima ?
 
Domande…domande che Fox Mulder si poneva in continuazione, da quando lui e Scully erano stati "promossi" a vice-direttori..
Perché non degradarli, dopo tutte le loro insubordinazioni ?
Perché minacciarli a vuoto, come fossero divertiti giochi di bambino, senza attuare radiazioni, licenziamenti, processi…?
Per quale motivo fingere che la sezione Xfiles potesse continuare senza di loro, alla stregua di una pianta recisa, le cui radici ancora cercavano nell’aria il nutrimento delegato alla terra e all’acqua ?
Domande….tante…che si accavallavano nella sua straordinaria mente analitica e inventiva, come quella più banale e pratica del perché avesse accettato un invito pericoloso, in una strada buia e deserta…
Perso in quei pensieri, notò solo all’ultimo istante un’auto che procedeva dall’imbocco alla strada, con i fari spenti a passo d’uomo.
Mulder si scostò dalla posa granitica nella quale era rimasto e si mise a poche spanne dalla portiera, fissando il lussuoso veicolo.
Quando la limousine fu a meno di tre metri dalla Ford del vice-direttore dell’FBI, accese gli abbaglianti, costringendolo a pararsi gli occhi dal flash di luci improvvise.
Una sagoma esile e alta quanto lui, scese.

< Non si muova né si avvicini, Mulder…>

La voce…era distorta da un sintetizzatore elettronico, e risultava grottesca, quasi caricaturale.

< Chi è lei ? >

< Il mio nome non conta…ho deciso di espormi al punto da incontrarla perché le sue mosse, vice-direttore Mulder dovranno essere molto oculate, in futuro ! >

Mulder abbassò gli occhi verso la superficie stradale, piena di buche e polverosa… impossibile pensare di guardare in viso quel misterioso individuo.

< Oddio….mi pare tanto simile ad una minaccia….>, mormorò ironico.

< Affatto…è un consiglio…Lei sta per avere fra le mani qualcosa di molto grosso, d’enorme….Non si limiti alle apparenze, vada sino in fondo..>

Ora il tono era del tutto simile a quello che Nessuno e Deep spesso usavano nei suoi confronti, anni prima.
Era come se la straordinaria macchina del tempo dei ricordi, si fosse messa in moto e trascinasse con se anche la realtà delle cose.

<…che intende ? Si renderà conto che per me, è problematico se non impossibile pensare di potermi fidare di lei…Non so chi sia, non ho mai lavorato con lei… Ed il suo modo di mettersi in contatto, assomiglia molto a quello di certi sicari di mafia…>

Attimo di breve esitazione.

< E’ necessario….assolutamente necessario ! Ripeto…non si fermi alle apparenze…Lei può fidarsi di sole altre due persone, al mondo…Una di queste è davanti a lei e le parla…Se scoprissero che ho avuto   l’ardire di incontrarla, sarei eliminato immediatamente ! >

Mulder si sfiorò le labbra.

< E’…vicino al senatore Matheson ? >

Altra esitazione.

< Molto più in alto…! Adesso lei salirà in auto. Io le appoggerò una busta sul cofano e me n’andrò…mi farò vivo se lo riterrò opportuno…Mi ha capito ? >

Mulder tacque.
Poteva vedere solo la sagoma, di quell’uomo.
E non gli piaceva il ricordo che essa recava in lui.

<…mi dirà, almeno, su cosa debbo orientare la mia attenzione ? >

< Avrà modo di saperlo da solo…Salga…siamo rimasti in questo vicolo per troppo tempo…>

Mulder si voltò, salendo nella Ford e appoggiando la testa contro il volante.
Se Dana fosse stata con lui, avrebbe di certo deprecato tutta l’operazione, non si sarebbe fidata, avrebbe preteso e forse ottenuto informazioni maggiori su quell’uomo.
Ma…ma c’era il solito, tremendo discorso alla base di tutto…
La reale, concreta possibilità che la sezione Xfiles tornasse a Fox e a Dana….
Che quell’uomo ombra, potesse….solo speranze, magari usate come maschere per nascondere la reale curiosità che spezzava lo sterno di Fox costringendolo a cooperare.
Gettò uno sguardo nello specchietto di destra.
Vide una sagoma scura appoggiare qualcosa e una debole luce…la luce di una sigaretta, fra le mani dell’uomo.
Doveva averla accesa di recente, perché nel colloquio non gli era apparsa visibile.
Una sensazione d’autodifesa, simile ad un sesto senso naturale, si accese in Fox Mulder.
Fu tentato di scendere, magari con la Beretta stretta fra le mani e di spianarla in faccia a quel tipo…
Ma si trattenne, stringendo il volante con entrambe le mani, quasi facesse uno sforzo di volontà enorme, che lo piegava dentro.
L’auto alla fine si allontanò, in retromarcia, sino a svanire nella strada principale.
Mulder deglutì a fatica, scese e notò sul cofano posteriore, una busta gialla.
Esitò nell’afferrarla, quasi potesse esplodergli fra le mani.
Poi se la infilò nella camicia e salì.
Partì subito, senza perder tempo, in retromarcia, evitando qualsiasi manovra, sino ad immettersi nella via principale.
Guidò per una decina di muniti, con la vena del collo che pulsava per la curiosità, le mani sudate, un senso di vertigine simile ad un crampo allo stomaco.
Alla fine accostò in un parking di un supermercato, ed accese la luce interna dell’auto.
Strappò il lembo superiore della busta, estraendone un foglietto.
Una sequenza di lettere e numeri, binarie:
ICM.
Più sotto una scritta:

"Gli Ebrei non sono persone che si possono accusare per niente "

Sbuffò.

< Chiarissimo..>, commentò con ironia.

Fu tentato dal gettare la busta dal finestrino dell’auto.
Aveva mille cose da fare, l’indomani, compresa una noiosissima riunione all’FBI.
Aveva perso del tempo inutilmente….
Ma ancora una volta l’istinto raffinato da anni di pratica agli Xfiles, era in movimento.
Sentiva che c’era davvero qualcosa di grosso, sotto…
Non poteva immaginare quanto.

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Washington, Cantieri Navali,
Ore 09.47 Pm, stesso giorno
Il caotico movimento dei cantieri, diminuiva di notte, ma non cessava.
Navi dal ventre colmo di merci da scaricare, aspettavano placide il movimento delle gru e dei caterpillar, che ne svuotavano il contenuto come insetti affamati.
I magazzini, sul lato ovest, erano attivi, con le luci giallognole che scacciavano ratti grossi come castori, ombre notturne e sonno incombente.
Eppure, in certe vie secondarie, il porto era tranquillo, con le ombre della notte che avevano preso lo spazio dovuto, l’umidità pregnante che puzzava ancor più nella
oscurità, i gatti che svicolavano fra le casse e i container.
La donna stava appoggiata ad una delle pareti del magazzino 18, sigaretta spenta in bocca, ampia treccia biondo chiara, che come una coda di cavallo pettinata e curata, svicolava dal cappello da baseball calato sin alla fronte.
Indossava una canottiera blu Prussia, che tratteneva a stento le forme procaci.
Infilò il pacchetto di Morley nelle capaci tasche ai lati del pantalone mimetico, trastullandosi con la cintura militare che le stringeva la vita stretta.
Faceva caldo ed era umido. Umido e puzzolente, lì..
Odiava l’odore penetrante della muffa, delle pareti umide e scrostate, del tanfo marino dello iodio, delle feci dei ratti…
Odiava porti e navi, cantieri navali e tutto quell’ambiente nel quale era appostata.
La monovolume che l’aveva portata ai cantieri navali, era parcheggiata ad un paio di magazzini di distanza, stretta in un vicolo lercio e colmo di rifiuti.
Udì dei passi.
Prese allora la torcia elettrica, che teneva alla cintura, puntandola in avanti.
Una grossa auto di color blu notte, sportiva, si bloccò all’imbocco del viale, spegnendo le luci.
Ne discese un uomo robusto, ma visibilmente zoppicante dalla gamba destra.
Chiuse con durezza la portiera, guardando in direzione del magazzino e scorgendo la luce della torcia. Alzò appena la mano destra, come saluto.
La donna spense la torcia.
Picchiettò nervosa sulla serranda metallica del magazzino, sino a quando l’uomo non le fu accanto.
L’uomo si avvicinò, abbastanza da captarne l’odore disgustoso.

< Hai intenzione di farmi prendere l’umidità per tutta sera, o ti decidi a farmi fare il giretto, pupa ? >, disse, con un tirato sorriso.

< Non sono certo la tua pupa, storpio ! >, ringhiò lei, accendendosi la sigaretta, ed aspirandone una boccata con gusto.

Nuovamente l’uomo prese a sorridere. Si mise sotto la debole luce della lampada che illuminava la serranda del magazzino, quasi sfiorando il corpo sudato della donna.
Il suo viso divenne visibile.
Era un volto magro, scarno, quasi fosse deturpato dalla polio, attraversato da una cicatrice biancastra, a forma d’amo, che dalla guancia si saldava al labbro superiore.
Completamente glabro, era invaso da cicatrici e macchie cutanee, scure come caffelatte.
Senza molti giri di parole, era ributtante.

< Andiamo…> disse lei, senza mutare espressione.

Il suo viso, invece, era affascinante e regolare, con gli occhi azzurri che brillavano nonostante la notte cupa e scura come pece.
La donna aspirò decisa dalla sigaretta.
Provava una sorta di fastidio, di ributtante astio, ogni qualvolta "J" si avvicinava.
Si staccò dalla parete, lasciandosi dietro una debole scia di fumo.
L’uomo esitò un attimo, guardandole il sedere tondo, che la mimetica aderente rendeva ancor più stuzzicante, poi eseguì, con una risata nervosa, simile allo squittio deforme di un enorme roditore malevolo.
La donna arrivò a fianco della monovolume, azionando con il telecomando, l’apertura delle portiere.

< Dietro…>, disse smozzicando.

Osservò lo storpio salire posteriormente e dopo aver gettato la sigaretta, balzò davanti, nel posto del guidatore.
Lui, "J" o meglio, "elemento J " com’era chiamato, si torse le mani guantate.
Indossava uno stretto impermeabile scuro, che lo faceva sudare in modo disgustoso.
Gli occhiali, spesse lenti nere come pece, non lasciavano trasparire alcun riflesso umano.
Gettò sul sedile un fascicolo, guardando avanti a se.
Accanto, una figura maschile, immersa nel buio.

<…Sei disgustoso…lo sai ? >

Tradì una pesante voce straniera.
Lui rise, fissando la dolce nuca della donna, che si era sciolta i capelli ed aveva gettato il cappello da baseball sul sedile accanto, vuoto.

< Piaccio alle pupe….per questo…come sta andando il mio…regalino ? >

<Non abbiamo ancora risposte…ci occorre tempo e prudenza…>

L’elemento J scosse la testa, accompagnando il movimento con una debole risata sibilante.
Da una delle tasche dell’impermeabile scuro, estrasse una minuta fiala chiusa da un tappo di cera rosso, contenente un liquido trasparente.
L’uomo nell’ombra si accarezzò la barba spessa e scura.

< Sarebbe…il tutto ? >

Altro sorriso, simile allo squittio di prima.

< Tutto quel che vi serve….il composto sarà vostro dopo la mia…ricompensa spirituale, per così dire…>

Lei si fissò le caviglie.
Un gesto di difesa, atto a non vedere in volto quella sorta di….manichino ributtante.

< Potrei ucciderla anche adesso, tovarisch…>

Risata, oscena e raggelante.
Aveva il suono di una tosse malsana, udibile solo in certi sanatori ormai chiusi e dimenticati.

< Vuole provare….? E’ meglio…lasciarmi tranquillo….>

L’interlocutore straniero fece un sottile sorriso d’ira.
Non lo sopportava più del dovuto…ma poteva servire alla loro causa.
Annuì.

< Nessuno ha intenzione di perder tempo in ridicole esibizioni da macho…

Le persone che finanziano la nostra lotta, ci chiedono risultati…>

< Lì avrete….mantengo sempre le promesse…conto vi facciate vivi quanto prima…>

Scese, lasciando dietro di se l’odore penetrante di una formalina mista a disinfettante, che provocava la nausea.
Si allontanò, senza voltarsi, con il passo caracollante con il quale era venuto.

< Lo odio….mi fa…senso….ma come cazzo facciamo a …? >, chiese la donna.

< Ricorda la nostra missione….la sacralità della nostra battaglia…Dio è con noi ! >

Lei ascoltò, senza tradire emozione.
Poi mise in moto e si allontanò.

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Appartamento di Dana Scully,
3170 W.53 Rd"35, Annapolis,
Stato del Maryland, Ore 12.25 Am
Mercoledì 6 Agosto
Udì la porta aprirsi e fece un debole sorriso.
Dana Scully era raggomitolata sotto le lenzuola di seta fresca, con la tv accesa, il telecomando appoggiato su un comodino.
La tv stava trasmettendo futili notizie su come preparare una magnifica maschera di bellezza, che Dana aveva ascoltato assente.
Il pensiero era rivolto a Mulder…
Sentendolo rincasare, ( perché quella ormai era casa loro…il loro nido, la loro tranquilla isola di felicità ), provò un sollievo palpabile.
Conosceva la capacità di Fox nel mettersi nei guai.
Era endemico, come il suo mangiucchiare semi di girasole..

< Sei arrivato…>, disse con voce amorevole.

Mulder posò la busta sul tavolo della sala, non curandosi assolutamente di sistemarla in un posto sicuro, ormai sempre più convinto di aver dato retta ad un mezzo matto….più matto di lui, senza dubbio…..o no ?

< Si…faccio una doccia ed arrivo….ti spiego…>

Scully spense la tv, abbracciandosi al morbido cuscino color azzurro chiaro e sorridendo.
La seta abbracciava e dava armonia al suo corpo nudo.
Faceva un caldo impossibile, anche di notte.
Normalmente Dana non dormiva nuda, anche quand’era stata sola…
Ma adesso le piaceva, maliziosamente, stringersi al corpo di Fox senza nulla addosso, quasi che ogni poro della sua epidermide delicata, avesse a sentirne, a captarne la sensazione penetrante, la ruvidezza maschile…
Ma adesso era lontana da quei dolci pensieri.
Fox aveva un problema.
Lo aveva fiutato nell’aria sin dalla telefonata del pomeriggio, e maggiormente adesso, quando Fox aveva varcato la soglia.
Udì l’acqua scendere e Mulder fischiettare debolmente sotto la doccia…altro indizio.
Mulder non fischiettava mai, se non quando la mente era impegnata in strani e contorti ragionamenti astrusi.
Fox emerse dalla doccia, con un accappatoio rosso, strofinandosi i capelli.

<…ho dovuto…inventarmi una scusa….con te…mi spiace…>

Lei si voltò, sorridendo.
Aveva i capelli rosso Tiziano, mossi, spettinati, che le scendevano dalla fronte e le coprivano parte del viso, ma ugualmente era bellissima.
Il faccino appena addormentato, gli occhi semi chiusi, la pelle liscia e morbida…
Un seno si notava appena, fra il lenzuolo e la mano chiusa di Dana, come a proteggersi.

< …….figurati…ti conosco bene….>, mormorò ironica.

Mulder s’infilò nel letto, una volta asciugatosi abbastanza completamente e la strinse al proprio petto, dandole un bacio sulle labbra.
Labbra fresche, morbide, dolcissime…
Guardò i suoi occhi.

< Sei…bellissima, Dana…>

Lei socchiuse le palpebre e smozzicò:

< Bugiardo….Ma mi piacciono queste bugie…>

Rise.
Baciò il suo petto e di nuovo la sua bocca, passandogli la manina fra i capelli umidi.

< Che hai combinato ? >

Mulder tacque per alcuni istanti.
Le sfiorò il capezzolo, con due dita, accarezzandolo lentamente.

<..non hai mai la sensazione, di trovarti come un insetto, prigioniero dentro una ragnatela, Dana ? >

Scully trattenne a fatica un gemito di piacere.
Socchiuse gli occhi.

< Caro….se intendi spaventarmi prima che m’addormenti…le tue…carezze mi… provocano ben altro…>

Fox sorrise.
Fu un sorriso delicato ed infantile, come l’animo di Mulder.

< Parlo sul serio…Da quando…dal momento nel quale sono stato "promosso" vice-direttore dell’FBI…è come se…se mi sentissi osservato, sotto esame…>

Lei scostò le sue dita, baciandole con le labbra a forma di cuore.
Non ebbe la forza di dire nulla, limitandosi a farle scivolare nuovamente sul proprio seno morbido e caldo.

<…è..normale…sei pur sempre un vice-direttore…federale…staranno valutando le tue…..capacità…>

La voce era delicata e dolcissima.

< Non parlo di questo…Insomma…c’è una sorta d’alone…di cappa persistente e solida…E’ come se fossi circondato da figuranti, in una tragedia d’Amleto.. Si attende solo la mia recita finale…e l’incontro di stasera…sembra una conferma…>

Ora Dana assunse una decisa espressione curiosa, stringendosi a lui ed abbracciandolo.

<…dimmi…>, sussurrò, dolcissima.

< …ho incontrato un uomo…non ho avuto modo di vederlo in faccia…mi ha consigliato di agire con la massima prudenza e di non sottovalutare quel che avrò modo di scoprire…Ma…insomma…sono certo si riferisse ad un Xfiles.. …almeno così credo…Sono confuso, non riesco a mettere a fuoco…>

Lei sospirò, appena.

< Amore…hai mai preso in considerazione l’idea che si tratti d’un…un falso aiuto, magari di una trappola per…costringerti a fare quella mossa, quella recita cui accennavi prima ? Sai che non si aspettano altro che un tuo errore, per cacciarti…>

Annuì.

< Potrebbe…ma allora, per quale motivo mettermi una traccia così debole fra le mani ? Io…>

La guardò.
Dana si accomodava languida contro il petto del suo uomo, assumendo la delicata espressione innamorata che la rendeva adorabile.

< Debbo chiederti una cosa…>, fece serio, lasciando il quesito in sospeso, attendendo un suo cenno.

Che giunse, deciso.

< Dana, se…se…mi trovassi a rischiare…se fossi costretto a mettere in gioco tutto…la mia carriera, la mia reputazione…la mia vita…mi saresti accanto? Non mi abbandoneresti ? >

Lo spinse delicatamente supino, scivolando morbida sopra di lui.
Prese a baciargli il collo, facendosi stringere forte.
Mulder sentiva il suo seno e si chiese, ancora una volta senza risposta, perché fosse tanto dolce, morbido, meraviglioso, il seno di una donna.

< Ti seguirei…in capo al mondo…ed oltre…con te…per te…sfiderei la morte… darei la mia anima…per starti accanto, giuro…>

Fox le accarezzò la nuca, prendendo un grosso sospiro.
Non si dissero altro, per quella notte.
Si addormentarono insieme, calmi e felici.

***

CAPITOLO DUE

 

J.Edgar Hoover Building,
Sede dell’FBI, Ore 08.45 Am,
Mercoledì 6 Agosto
Arrivarono al grande ascensore, dopo aver superato sull’entrata, lo stemma stampato a terra, raffigurante l’aquila calva americana che fra gli artigli reggeva la striscia di stoffa con la scritta Federal Bureau of Investigation. FBI…
Una sigla….ICM è una sigla.
Questa idea si accese subito, in Mulder, non appena Scully fece una debole smorfia di perplessità, leggendo il contenuto della busta gialla, che Fox le aveva fatto scivolare fra le dita.

< Ti dico la verità….non ho la minima idea di cosa possa essere…>, disse, sistemandosi i capelli dietro l’orecchio.

Provava una sorta di stretta allo stomaco, ritornando al J.Edgar Hoover Building.
Era ormai distaccata a Quantico, ma quella mattina, la riunione dei vice-direttori includeva sia lei, sia Mulder.
Dana aveva appena terminato un esame autoptico, quando aveva trovato la convocazione sulla scrivania del proprio ufficio.

" Si prega il vice-direttore Dana Katherine Scully, di presentarsi il giorno 6 Agosto alla sede operativa dell’FBI a Washington, J.Edgar Hoover Building per una riunione informativa contro il terrorismo. Nel caso sia impossibile per la suddetta, recarsi alla riunione, si prega di comunicarlo alla segreteria personale del direttore federale. "

Era in ogni caso felice…avrebbero passato la giornata insieme, e comunque ritornare all’aspetto diretto del loro lavoro, non poteva farle che bene.
Quantico era un mondo a se stante, lontano dall’azione e dispensatore di dati, ricerche e gavetta per le reclute…nulla più.
Scully lo accoglieva con ammirevole pazienza e dedizione, sempre sperando che il vento cambiasse e che se, magari non proprio agli Xfiles, Dio volesse, potesse esser riportata al lavoro attivo.
Certo, quella aveva l’aria di un banale briefing direttivo, colmo di dati, analisi, studi campione e statistiche.
La riunione era la terza nel giro di quattro giorni e sino all’ultimo, quando entrando nel proprio ufficio e passando accanto alla morbida segretaria vi aveva trovato il foglietto di convocazione, Fox aveva sperato d’esserne escluso.
Poi gli eventi relativi al suo "informatore" avevano preso il sopravvento, ma ora era richiamato al dovere di quella….formale e di certo noiosissima riunione di capoccia.
Fra i quali Mulder si sentiva a suo agio come un pesce fuor d’acqua.
Ma evidentemente i superiori dell’FBI avevano deciso di istruire alle nuove disposizioni tutti i superiori del bureau, compresi quelli che, come Mulder, si occupavano d’aspetti meno diretti alle indagini.
Le frodi bancarie ed assicurative, c’entravano poco con il terrorismo, pensava.
L’unico aspetto lieto di quella mattina era essere al fianco di Dana.
Recarsi al lavoro senza di lei, era per Mulder una sorta di calvario quotidiano, al quale si sottometteva con sempre minore rassegnazione.
Era deciso a trasmettere una richiesta affinché lei fosse reintegrata a Washington..
Ma aveva sempre rinunziato a farlo, non per paura o perché avesse accettato il suo nuovo incarico…tutt’altro.
Era…era per la sensazione che aveva esternato a Dana la notte appena trascorsa, e che diventava sempre più opprimente.
Paranoia….Ecco cos’era…paranoia bella e buona.
Era arrivato al punto di sospettare anche della sua segretaria….un’avvenente bionda che non costituiva pericolo per nessuno…ma…
Ma…ma più di una volta l’aveva vista sbirciare i suoi appunti, e gli era parso che, tutte le volte che usciva dall’ufficio, lei telefonasse a qualcuno…Ma a chi ?
Forse all’uomo che si era messo in contatto con lui…forse con altri che lo sorvegliavano…
Fu la voce di Scully a distoglierlo da quella ridda caotica d’idee e sospetti.

< Vuoi che la tenga io ? >

Annuì.

< Per ora…ho formulato…un ipotesi…ma preferisco che custodisca tu quella busta…>

Annuì.
Nemmeno lei sapeva se era lieta o meno, della cosa.

---

Miami, Stato della Florida,
Ore 01.00 Pm, Stesso giorno
Fa un caldo feroce, a Miami.
Il sole picchia duro e deciso, ed in certi punti l’asfalto si è spaccato in piccole faglie irregolari, larghe giusto lo spazio per inghiottire il palmer di una bici da corsa.
Barbara Hickins stava sdraiata sull’amaca, di fronte alla villa, fissando il cielo limpido e terso, tanto bello da sembrare disegnato.
Non avrebbe piovuto…non né aveva la minima idea.
Non pioveva da un mese, ormai.
Si strofinò le dita sottili dei piedi, sbuffando.
La sua tintarella era impeccabile.
Indossava un minuscolo tanga di color verde, che s’infilava delicato fra i suoi glutei marmorei, beato lui…
Il bikini, sembrava sul punto di scoppiarle di dosso…
Lunghi e lisci capelli biondi, scendevano dalla testa sino a sfiorare il curato prato inglese, a due spanne dalla mano, che reggeva un Cuba Libre annegato nel ghiaccio.
Aveva venticinque anni.
Tutti trascorsi oziando e fingendo di studiare.
Suo padre, Cristopher Hickins, era a capo di una delle famiglie più importanti della costa Est.
La villa, papy, l’aveva comprata prima che lei venisse al mondo, con gli introiti della vendita della più grande partita di crack che avesse mai circolato negli States.
Tante dosi di quella droga sintetica, da friggere i cervelli bacati degli adolescenti dell’intera Miami University.
Barbara sapeva e se la rideva.
Aveva capito tutto all’età di sedici anni e se n’era fregata.
Beata lei….ricca, viziata, al di sopra delle sporcizie del padre, che se la godeva a più non posso, fra auto, feste selvagge e orge con tanto di cocaina purissima.
Quella "neve" era tanto cristallina, da mandarti in scimmia con una tirata, altro che la merda che papy faceva sniffare ai cocchi di mammà di Miami Beach.
Ma era una scimmia armoniosa, te le ridevi come ti pareva, sognavi quel che volevi e ci davi dentro alla grande, mica atterravi così…
Potevi ballare per ore, far l’amore per altre ore, e poi spararti due vasche, ed eri a posto…
Si portò alle labbra carnose, appena siliconate ma non in modo volgare, la cannuccia colorata e bevve un paio di dita di Cuba…
Guardò la piscina, sollevando appena i RayBan da 250 $.
Normalmente era capace di starsene al sole per tutto il pomeriggio, ad ardere come una splendida femmina quale era, divenendo eroticamente abbronzata.
Ma quel pomeriggio…Cristo sembrava che ci fossero 45 gradi !
Sudava come una stufa..
Sbuffò di nuovo.
La piscina brillava d’acqua fresca e cristallina.
Posò i piedini a terra, fra l’erba fresca e si stiracchiò.
Mosse i capelli, sollevandoli e lasciandoseli sfilare dietro le orecchie.
Nel sorridere, brillò alla luce della Florida, il diamante incastrato nel primo molare.
Corse con una falcata elegante e viziata, specchio adamantino della sua vita, sino al bordo della piscina.
Era di forma circolare, con un’elegante isola di marmo al centro, nella sommità della quale troneggiava una palma alta sei metri, vera.
Si tuffò in buono stile, e l’acqua le accarezzò totalmente quel corpo morbido ed esplosivo.
Fece diverse bracciate decise, in apnea, in stile rana.
Amava nuotare.
D’inverno nella piscina coperta sistemata al centro della villa, nel reparto fitness che costava come un paio di villette bi-famigliari a New York…
In estate lì, e nell’oceano…
Ultimamente, un paio d’anni a dire il vero, le visite all’oceano si erano fatte rare e difficili.
C’erano state delle dispute territoriali, e la sua vita era in pericolo, nel caso qualche clan rivale avesse a regolare conti con suo padre.
Quindi le uscite erano sorvegliate e ridotte.
In pratica, Barbara doveva portarsi appresso almeno quattro gorilla a due ante, che le impedivano il surf e di fare all’amore sulla spiaggia.
Era costretta a dare feste ogni fine settimana, per non essere tagliata fuori dal mondo vip della Florida…
Stranamente, però, dopo una breve e intensa frescura, le parve di bollire anche sott’acqua.
La testa…diventava pesante e ovattata, come dopo una brutta scimmia, magari annegata nel Cuba…
Emerse, prendendo una bella boccata d’aria.
Galleggiò sino all’isola, reggendosi con una mano al bordo ruvido della costruzione, sul cui lato esterno, fluiva un delicato torrente d’acqua, che di sera era illuminato da una piacevole luce azzurra.
Cercò di guardare il bordo della piscina, il prato e l’amaca, ma vedeva solo contorni nebbiosi, come se la collina di Miami Beach sulla quale la villa era sistemata, fosse stata inglobata da una foschia violacea, aliena.
Si strofinò la fronte…

<…che cazzo mi succede ? >, biascicò.

Non vedeva nessuno.
Normalmente Charles, il paludato maggiordomo di casa Hickins, faceva la sua comparsa ogni trenta minuti, se la principessa non si degnava di chiamarlo prima, con il cercapersone, per vedere se sua maestà stava poltrendo ed era il caso di portar via il bicchiere vuoto di Cuba per farlo rimpiazzare con un altro bello fresco.
Una volta, circa sei anni prima, Charles non era stato molto sollecito nel servirle il Cuba…forse riteneva che a diciannove anni una ragazza non dovesse bere così…
In ogni modo…Lei si era spazientita ( Gesù sta a vedere che debbo andare al piano bar a prendermelo da solo, sto cazzo di Cuba Libre…) e arricciando appena il nasino, aveva alzato la mano magra, saldata su uno strepitoso braccio carnoso da mordere e baciare sino alla perdizione, ed aveva tuonato:

< Charles ! Coglione ! Dove sei finito ? >

Nessuna risposta.
Era addirittura scesa dallo sdraio, e si era quasi inerpicata sul sentiero di sassi piatti che portava sino all’appartamento nel quale poltriva solitamente, quando Charles era arrivato.
Lei non aveva detto nulla.
Aveva sadicamente aspettato che le fosse posato con delicatezza il Cuba nella mano, e l’aveva ingollato, di colpo.

< Un altro…coglione ! >, aveva sorriso.

Spesso, fra un Cuba e l’altro, soleva pensare se Charles l’avesse o meno…
Capite di che parlo, vero ?
Insomma….non aveva mai notato che gli venisse duro, pur vedendola mezza nuda dalla mattina alla sera…
Così aveva atteso il secondo Cuba di quello squarcio di pomeriggio, e quando Charles l’aveva posato sul tavolino accanto al suo sdraio, lei aveva ordinato:

< Resta…>

Allora si era tolta il bikini, e l’aveva lanciato lontano.
Poi, fingendo di guardare la piscina, aveva preso a versarsi il Cuba sul seno, fra quelle tette floride e giovani, ridendo.
Aveva bagnato due dita nel Cuba e le stava succhiando.

< Mi vedi…? Dimmelo…>

Lui aveva annuito qualcosa, forse un sì…

< Dimmi la verità….sono o no figa ? >

Lui aveva annuito qualcosa…

< Bravo….e sai perché sono così figa ? Te lo dico io…perché annego nel Cuba e nel sole….>

Si era tolta anche gli slip, rimanendo nuda, sotto il sole afoso di quel pomeriggio.

< …dicono…che la mia topina è buonissima, con del Cuba versato sopra…>

E aveva preso a bagnarsi la cosina, con il poco liquore rimasto nel bicchiere.

<…miss Barbara…>

Era uscita una voce stirata, imbarazzata e impaurita al medesimo tempo.
Poi lei si era voltata di scatto, alzandosi in piedi.
Aveva gettato a terra il bicchiere ed aveva ordinato:

< Raccoglilo….! >

Charles si era messo in ginocchio, deglutendo.
Sudava come una stufa, ma non per il caldo.
Lei, furba come una gatta viziata quale era, le aveva posato un piede sulla spalla, bloccandolo.

< Adesso mi guardi….e non muovi un muscolo…se ti sfiora l’idea di toccarmi, domattina ti spargeranno come concime sulle piante grasse del viale….capito ? >

Aveva annuito, e suo malgrado, alzato gli occhi.
Barbara aveva riso.
Allora non aveva il diamante, né le labbra al silicone.
Possedeva una bellezza assoluta, fresca e giovane.

< Bravo cagnolino fedele…mi piaci quando sei fedele…quando mi guardi senza toccarmi…Sono la tua padrona o no?>

Lui aveva annuito.

< Ecco…bravo…Te li guadagni quei cazzo di dollari mensili per portarmi il Cuba o tutto quel cazzo che ti chiedo di portarmi o no ? >

Charles aveva annuito di nuovo…sembrava sapesse fare solo quello…

< Ed allora deciditi a portarmi da bere, senza perdere tempo con le tue stronzate..! Capito ? >

Charles aveva capito…tanto bene che aveva preso l’abitudine di venire da lei ogni mezz’ora ed una volta, in Luglio, le aveva servito sei Cuba in tre ore…
Barbara si era così ubriacata da addormentarsi nella piscina, per sua fortuna sul bordo, con l’acqua fresca che le sfiorava le cosce e le natiche..
Ma le piaceva…Bere era la cosa che le piaceva maggiormente, insieme a tirare e far sesso…necessariamente in quest’ordine.
Ma ora…ora…la testa era un mattone…

<…Charles ! >

Nessuna risposta.
Prese a nuotare con penosa difficoltà sino al bordo.
Cercò d’issarsi fuori, cosa che le riusciva con un meraviglioso colpo di reni, ma ora non aveva nemmeno la forza di far uscire il petto dal pelo dell’acqua.
Finalmente vide la sagoma di Charles che caracollava verso il bordo della piscina.
L’acqua le sfiorava il mento, e ad ogni movimento era costretta a berne delle boccate..

< …cazzo…sto male…annego…>, biascicò.

Ma Charles non aumentava il passo.
Che Cristo combinava quel coglione ?
Non vedeva che faticava a stare a galla ?
Che beveva boccate d’acqua e cominciava a tossirne un poco ?

< …muoviti…coglione ! Sto ann…nnega…ndo…sto…male…>

Il maggiordomo, o quel che era diventato adesso, si chinò sino al bordo bagnato della piscina, bagnandosi le scarpe nere sormontate da ghette bianche.
Allungò la mano, il suo carnoso e morbido braccio, e una stretta le cinse il polso.
Guardò su.
Ora…ciò che vide, ciò che le stringeva la mano, era oscenamente indecente ed orrendo.
Charles sembrava un mostruoso membro in erezione, torvo e irrorato da vene bluastre, armato d’artigli luciferini.
La tirò appena su, poi la mollò di colpo, afferrandole la testa e spingendola con forza bestiale in basso.
Barbara inghiottì un oceano d’acqua. La bocca era ancora spalancata a stupore, quando fu spinta sotto…
I polmoni erano in fiamme e gli occhi, i suoi splendidi occhi di giada, parevano sfere roteanti, senza controllo.
Si diede una spinta con le gambe, tronchi armoniosi e carnosi, sul bordo, emergendo.
Emise un rantolo strozzato, sputando acqua e prendendo una dolorosa boccata d’aria che le trafisse lo sterno.
Serrò la mano sulla caviglia di Charles, esplodendo in un verso bestiale e gutturale.
Era divenuta una meravigliosa sirena, dal corpo carnoso e dal seno solido ed esplosivo, ma dal viso raccapricciante, con la bocca armata di zanne taglienti come coltelli.
Caddero in piscina entrambi.
L’acqua ribollì, schiumò, sotto la forza della loro lotta.
Poi, nel giro di cinque o sei minuti, si placò.
S’udiva solo il rumore della cascatella d’acqua, al centro dell’isola di marmo.
Barbara e Charles erano morti annegati.
Le loro teste, spaccate come pietre raggiunte da un colpo di mazza ferrata
I loro corpi sembravano…devastati da morsi, quasi che prima di annegare si fossero dilaniati a vicenda…

E così era stato.

***

CAPITOLO TRE

 

J.Edgar Hoover Building,
Sede dell’FBI, Ore 09.00 Am
Mercoledì 6 Agosto
Il condizionatore non sembrava funzionare.
La sala grande era colma, almeno una trentina di vice-direttori dell’FBI seduti nei propri posti, a semicerchio, illuminati da lampade al neon e con le cartellette aperte, intenti a prendere appunti.
Le vetrate dalle persiane socchiuse, non lasciavano entrare i raggi del sole, immergendo la sala in un’atmosfera cupa e crepuscolare.
Mulder si accomodò sul lato destro del tavolo circolare, stiracchiandosi con enfasi esagerata.
Scully scosse appena il capo, divertita e si sedette alla sua destra.
Di fronte ad ogni posto, era sistemato un microfono da collo flessibile, una bottiglia d’acqua ed un bicchiere di carta, una cartelletta di pelle scura, ed una stilografica infilata in un portapenne orientabile.

< Credi che me lo lasceranno portare via…La nostra scrivania avrebbe bisogno di un make-up….>

Dana scosse la testa.

< Fox…>, disse a mo di rimprovero.

Il direttore dell’FBI entrò per ultimo, in perfetto orario.
Tutti si alzarono, come per un saluto formale accennato e quando la presentazione ebbe termine, iniziò a parlare un direttore esecutivo.
Era un uomo flaccido e prolisso, gran mangiatore di hamburger, evidentemente.
Parlottava fitto, aiutato da una lavagna luminosa, attraverso la quale proiettava grafici e ricerche, circa l’andamento dell’FBI negli ultimi tre anni.
La mente di Mulder prese ad andarsene via, galoppando fuori della finestra e perdendosi negli spazi assoluti degli Xfiles.
La predica continuava da chissà quanto tempo.
Un’ora buona.
Fox trovò normale prendere di mira il famoso bicchiere di carta, non appena il discorso ebbe inizio.
Ora era a buon punto.
Vi aveva lavorato sopra con maestria, dapprima dipingendovi un visino, un faccino strambo dal sorriso ebete, ed adesso lo stava tagliuzzando cercando di imprimergli i caratteri di una buffa capigliatura.
Nel suo operato, si aiutava con la stilografica e un affilato taglierino dalla lama d’acciaio, mostrando maggior interesse a quell’operazione che alle parole del direttore esecutivo.
Scully fingeva placido interesse, ora rigirandosi la stilografica fra le dita, ora gettando occhiate attente all’oratore…ma Gesù, potevano anche scegliere qualcuno meno barboso, no ?
L’attenzione si posò su quanto Mulder andava costruendo e trattenne un sorriso, mascherandolo dietro il palmo della mano.

< Che fai ? >, chiese divertita.

Lui si limitò ad alzare le spalle.
Finalmente parve che quell’infinita ridda di dati e cifre, nude e fredde e scarne, dal significato astruso, fosse terminata.
Prese la parola il direttore dell’FBI in persona.
Si alzò, schiarendosi la voce.

<…grazie per l’attenzione, signori. I dati sono incontrovertibili….Ma credo non bastino solo quelli… L’FBI sta attraversando un grave periodo di crisi. I sondaggi sostengono che la fiducia in noi è ai minimi storici… Il pericolo viene dall’interno e dall’esterno… Credo capiate tutti a cosa mi riferisco… Dopo i fatti dell’undici Settembre, la lotta al terrorismo eversivo è diventata prioritaria ! Sia esso di stampo mediorientale, quanto d’estrema destra o anarchico del fronte interno, la parola d’ordine del ministero di Grazie e di Giustizia è una sola: stroncare i terroristi!>

Ora Scully si sentì punta nel vivo.
Le drammatiche immagini delle torri gemelle, erano ancora vive nella sua mente.
D’improvviso tutta la noia che si era accumulata dentro, sentendo barbosi discorsi su grafici e prospettive d’incremento della criminalità, era svanita.
Ora c’era il ricordo delle vittime, delle grida, della nuvola di polvere che aveva assorbito New York…del Pentagono che appariva come un gigante ferito ma non morente, del fuoco e delle fiamme, delle centinaia di persone sepolte ormai per sempre.
Si poteva vincere una simile battaglia ? O era mera illusione, alla stregua degli Xfiles ?
Smise di tamburellare con la stilo, sfiorando il braccio di Fox e sussurrandogli:

<…dai, smettila….>

Richiamo inascoltato.
Fox aveva sì interrotto l’operazione, ma solo per concludere che il mediocre funzionario che avevano ascoltato, era il lasciapassare migliore per un terrorista, più e meglio di Al Qaida.
Del resto, il rispetto per i superiori e per le stesse strutture nelle quali lavorava, erano l’ultima cosa in Fox Mulder.
Troppe umiliazioni e troppi anni trascorsi nel sentirsi deridere e sopravanzare da colleghi idioti e burocrati, perché il suo istinto non diffidasse.

< Le numerose sovvenzioni, di uomini e di mezzi che il governo federale ha stanziato in questi mesi, richiedono risultati. Dopo un più che comprensibile fervore iniziale, il nostro operato è divenuto stagnante e le voci circa il proliferare di un fronte interno di stampo neonazista, preoccupano non poco anche il Presidente ! >

Mulder cominciò a far caracollare il bicchiere di carta, facendolo camminare come Homer Simpson.
Scully annuì, preoccupata anch’essa.
In fondo lavoravano in un’istituzione federale e la loro vita era a rischio.
Pensieri normali, erano agenti federali, il rischio faceva parte del loro mestiere.
Ma quel tipo di incognita era più subdola, più cupa, più vile…
In ogni istante una bomba poteva esplodere, un aereo schiantarsi, distruggendo decine di vite e cancellando ogni certezza.
E tutta la tua preparazione, il tuo addestramento, la tua risolutezza….Non servivano proprio a niente.
Scully non aveva paura. Sarebbe stato errato interpretare i suoi sentimenti come un sintomo di paura…Ella vedeva in quell’aquila calva posta all’entrata della sede federale, una madre protettrice, che accudisce i suoi figli, li preserva dal male e dalla violenza.
Questa era l’FBI.
Questo era il suo lavoro.
Ma se quella madre stessa può esser colpita a morte, ferita, spezzata, chi proteggerà i suoi figli ?
Chi li accudirà, contro il male del mondo ?
Certo, lavorando con Fox Mulder aveva capito che il bene ed il male non si tagliano in due, di netto, che esistono mille e forse più, zone d’ombra…
Ma era il suo credo…era certa esistesse del giusto, del vero da difendere..
Quella minaccia rischiava di distruggere tutto, ogni cosa..

< Avanti a voi, avete i files delle organizzazioni maggiormente presenti negli Stati Uniti, che purtroppo non siamo riusciti a debellare. Intendo spronarvi a stroncare questa morsa di terrore che rischia di imprigionarci !   Oltretutto…>

Fece scorrere dei files, sino a prenderne uno barrato di rosso.

< …vorrei che prendeste visione del file numero 101368/x2….>

Fox riempì il bicchiere sino ai tagli, mantenendolo in equilibrio sul bordo della scrivania, sotto lo sguardo divertito del vice-direttore Jodie Newmann, del settore disciplinare.
Era un’elegante donna sui trentacinque, capelli biondi raccolti dietro la nuca, tailleur sobrio e chiaro, gonna corta, gambe lunghe slanciate.
Stava alla sinistra di Mulder, e calzava un paio d’occhiali dalla montatura dorata, che le conferivano un’espressione seria ed accattivante.
Aveva occhi azzurri penetranti e sinceri.
Da quando Fox aveva incominciato l’operazione bicchiere, aveva gettato divertiti sguardi al manufatto e più di una volta aveva scosso il capo, come per scacciare una risata.
Scully si era immediatamente posta a difesa, che poteva apparire esile, ma in realtà era vigile ed attenta.
Fu una reazione istintiva, che Dana non comprese del tutto.

< Abbiamo individuato una sigla, appartenente ad un gruppo anarchico, che ci preoccupa. Si tratta di un’organizzazione attiva dal 1988, denominata I Pretoriani. Inizialmente era una spaurita frangia d’estrema destra, probabilmente nata a Dallas, in Texas…>

Mulder sorrise.
Dallas….certo lo stato più filo-fascista dell’Unione….

< Rapporti dell’FBI, la collegano, anche se in modo marginale, con l’attentato ad Oklahoma City del 95. Sembra fornisse uomini ed un certo supporto logistico, ma, come detto, a livello marginale…>

I vice-direttori presero a sfogliare il file, tutti tranne uno naturalmente, e Dana gettò uno sguardo sottile al vice-direttore Jodie Newmann.
Lei allargò appena le mani, quasi chiedendo comprensione.
Mulder non sembrava comprendere la preoccupazione e l’attenzione delle due donne.
Il bicchiere caracollava sul bordo della grande scrivania tonda, incerto sul da farsi.
Scully con un movimento rapido e nervoso, aprì il fascicolo a Fox, arrivando a sfiorargli l’orecchio e sibilando:

< Ti guardano…cerca di fingerti almeno interessato, no ? >

Mulder le regalò uno dei dolcissimi sguardi dagli occhi blu che la facevano impazzire e proseguì la prova di equilibrismo.

<…da qualche mese, però, l’attività dell’organizzazione è andata aumentando… Contatti con l’estero, forse con pericolosi gruppi fondamentalisti di tipo Islamico, fax e messaggi giunti dall’Europa…Pare che la sede del gruppo si sia spostata nella costa Est, addirittura qui a Washington…La CIA, ha spiato diversi elementi del gruppo, e dopo molti appostamenti abbiamo focalizzato un loro punto di incontro. Si è trattato di un lavoro difficile e meticoloso, "I Pretoriani" cambiano sempre i siti dei loro randez-vous ! >

Dana voltò di nuovo la pagina a Fox, sempre sottraendosi alle occhiate della Newmann e nel farlo, colpì accidentalmente il bicchiere con il gomito.
Questo traballò, per poi rovesciarsi sui pantaloni di Mulder che si alzò di scatto.
Un brusio divertito si levò nella sala.

< Vice-direttore Mulder ! Vista la sua…..intensa partecipazione a questo dibattito…. Immagino che lei si sia alzato per….esporre una sua geniale teoria circa il caso cui stiamo trattando…>, mormorò contrito, il direttore dell’FBI.

Mulder fece una smorfia poco convinta, seguita ad un’occhiataccia a Scully.
Si rigirò fra le dita il bicchiere di carta, sino ad appallottolarlo con nervosismo.

<…mi sono sporcato….Non intendevo interrompere la sua analisi, signore ! >, bofonchiò.

Il direttore dell’FBI, scosse la testa.

< Si sieda ! E non si preoccupi più del dovuto: ho intenzione di trattenerla in questa dolorosa riunione informativa, non più del necessario ! Poi sarà libero di….dare sfogo alle sue pindariche argomentazioni aliene !! >

Si alzò una risata generale, mentre Fox si risedette.
Dana si schiarì la voce, imbarazzata.

< Scusa…>, cercò di riparare.

Mulder osservava, vergognandosene, la macchia d’acqua sui pantaloni.
Newmann rise sottile, abbassando il capo sulla scrivania.
Il direttore dell’FBI si strinse il nodo della cravatta, massimo segnale di nervosismo e riprese la descrizione.

< …dunque…sì, crediamo che…"I Pretoriani" abbiano in mente qualcosa di grosso.. e che questi contatti siano l’avvisaglia per un piano eversivo! Credo che siate tutti al corrente dell’importanza della prevenzione, nei fenomeni terrorsistici…Dopo l’11 Settembre, non possiamo né vogliamo sottovalutare alcuna pista…>

Mulder sbuffò.
Nel male o nel bene, Dana l’aveva costretto all’attenzione di quel file.
Prese a sfogliarlo, con finto interesse, pochi fogli scritti fittamente, bloccandosi su una fotografia.
La fissò bene, come per convincersi che fosse reale l’immagine che andava vedendo.
Ignorando la macchia d’acqua sui pantaloni, si rialzò.

< Si tratta di uno dei…componenti del gruppo eversivo ? >

Scully concentrò lo sguardo sulla foto.
Era un’immagine sgranata, ripresa da notevole distanza, di notte, con un’apparecchiatura a raggi infrarossi.
Niente colori, profondità zero, sfondo amalgamato di un grigio sfocato.
Eppure…

< Vice-direttore Mulder…se lei fosse stato attento alla mia relazione, non mi porrebbe domande che urtano la sua intelligenza….Si risieda e chieda chiarimenti e delucidazioni alla sua…amata collega Dana Scully, che ho notato più attenta a questa riunione ! >

Scully lo prese per il lembo della giacca, facendolo sedere fra il brusio divertito della sala.

<…che ti prende ? >

Ma Mulder non la sentiva più.
Perché nonostante quella foto ritraesse una donna con il viso parzialmente nascosto, sgranata e poco visibile, egli vi aveva riconosciuto l’ultima persona al mondo che avrebbe collegato ad una terrorista:
Chaterine Black.

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Ceewack Street 25 road, Washington,
Ore 09.00 Am, Mercoledì 6 Agosto

 

Il sole fendeva a fatica la polvere e l’aria stantia dell’appartamento.
I vetri erano sporchi di polvere e grasso, con disgustose macchie che colavano dal centro ai bordi.
L’interno, naturalmente, non era migliore.
L’appartamento era un grande monolocale, arioso e un tempo tenuto in discreto modo dalla proprietaria, Maria Watson.
Un giorno, Maria, rientrando, aveva trovato lui…
Da allora, era svanita e con ella, anche l’ordine e la pulizia del posto.
Adesso il numero 25 di Ceewack Street, dava l’idea di una tana abbandonata.
Ragnatele e muffa sui muri, intonaco caduto e scrostato, scarafaggi e cimici sul letto ed in cucina, una fessura preoccupante accanto ad un muro, probabile tana di ratti…
Oggetti abbandonati alla rinfusa, accatastati con caotico mestiere.
Scarpe, un impermeabile scuro, nero come la notte, guanti, e bende…
Tantissime bende, alcune pulite ed ancora sistemate nei contenitori asettici di plastica, altre giallognole e colme di pus, che emanavano un odore nauseabondo.
Del resto la puzza era sovrana nel monolocale, galleggiava densa e spessa, come fosse una sorta di massa appiccicosa.
Il divano di pelle, che un tempo era bianco ed adesso giallo ocra sporco, stava al centro, di fronte al televisore acceso.
Sul lato libero, il cappello dalle tese larghe, che Hannibal J.Merrick usava per uscire.
Poco più in là, gli occhiali scuri, accanto a degli spessi guanti di pelle.
Quell’abbigliamento lo faceva sudare abbondantemente in estate, e Merrick soleva infischiarsi del puzzo che la sua pelle marcita lasciava dietro di se.
Nel modesto palazzo nel quale era sita la sua tana, egli era schivato da tutti, cosa che sia detto subito, gli andava a genio.
Non gli interessava un fico secco di quei quattro vecchi scimuniti e sclerotici, che lo fissavano disgustati, dietro le loro spesse lenti o la loro andatura ingobbita.
Aveva scelto quel posto, quel quartiere malinconico e periferico, proprio per passare inosservato.
Si grattò la testa calva, ed un lembo di pelle si staccò, appiccicosa, alle unghie.
L’afferrò fra i denti ingialliti sputandola a terra.
Più che epidermide, dava l’idea di una colla sul punto di seccare.
Era intento nell’operazione che più occupava la sua giornata: stava pian piano rimovendo la bendatura che, al pari di una mummia egiziana, ricopriva quasi interamente il suo corpo, ad eccezione delle articolazioni e del viso.
Le bende erano grigie di polvere e gialle di pus.
Si staccavano con lentezza, lasciandosi dietro filamenti di disgustoso materiale putrescente, che spesso suppurava.
Al sole, poi, era anche peggio.
Merrick pareva sul punto di scoppiare come un foruncolo.
Rise.
Era una risata sottile e squittente, disgustosa, come tutto quello che lo riguardava.
La carne, sotto le bende, pulsava viva.
Ormai non sentiva nemmeno più il dolore.
Un tempo, un’infinità di tempo prima, in verità pochi anni, il dolore gli trapassava il cervello, come un dente marcito perseguita il povero disgraziato che debba levarselo, senza tregua, giorno e notte.
Era come fosse caduto dentro una bella vasca d’acido fenico, o si fosse eroicamente gettato nel fuoco, per salvare un bimbo squittente…
Il dolore…Gesù…
Dolore continuo, assiduo, bastardo e per nulla mitigato dai medicinali.
Poi, una mattina di primavera, con la divertente valenza poetica della cosa, il dolore era finito.
E con esso, anche la salute mentale di Merrick.
La mente si era liberata non solo del dolore impossibile, ma anche dei pregiudizi morali che l’annebbiavano.
Niente regole, niente onore.
Rise.
Srotolava le bende con cura, solo per evitare di perdere dei pezzi di carne consistenti, quando udì bussare alla porta.

< Signor Merrick ! Apra ! >

Sbuffò. Uno dei soliti vecchi rompicoglioni…
Non fece altro che continuare l’operazione.

< Sappiamo che è in casa ! Apra ! >

Divertente….quando i rincoglioniti si mettono all’opera per rompere, e questo rompeva alle nove del mattino durante il suo "sbendaggio" quotidiano, assumevano sempre il "plurale maiestatis"….Chissà perché..

< Signor Merrick….abbiamo a muovere a protesta verso di lei, per via delle indecenti condizioni igieniche del suo appartamento ! La puzza che il suo buco emana, si avverte sino al terzo piano ! E’ ora di finirla!!! >

Se non gli fosse costata troppa fatica, avrebbe calzato guanti e cappello e l’amato impermeabile per affacciarsi e mandarlo a cagare.

< Si tolga dai piedi, vecchio rimbambito ! >, tuonò.

< Signor Merrick…!! >

Erano più di uno. C’era la voce anche di Laura Hodeker, cicciona ributtante e laida, che stava al piano di sopra.
Incredibilmente, c’erano degli uomini che facevano la fila per andare da lei, nonostante avesse sessant’anni suonati e fosse schifosa e grassa da sempre.
Si alzò, infilandosi gli occhiali e guanti, dirigendosi verso l’uscio.
Vederlo camminare era…una sorta di spettacolo del Gran Guignol.
Ora che la protezione sommaria delle bende era stata parzialmente rimossa, i muscoli vivi, carne pulsante mescolata a brandelli di pelle marcia, si notavano nitidamente.
Non indossava indumenti intimi, perché il loro contatto con ciò che rimaneva dei suoi organi genitali, avrebbe provocato con ogni probabilità la loro caduta.

< Ti cadono i coglioni…>, aveva pensato mille volte, ridendo.

Per un solo attimo, passando dal buio umido e sporco della zona dell’appartamento senza finestre, al chiarore tenue del sole esterno ritagliato a forma di un parallelepipedo allungato sul pavimento, l’epidermide rimasta parve schiarirsi, assumendo toni di trasparenza armonica.
Poi, non appena superò il fascio di luce, tornò il disgustoso miscuglio di sangue e tessuti di prima.
Merrick aprì appena, tenendo serrato il chiavistello e sporgendo dalla fessura fra lo stipite e la porta, la propria faccia disgustosa.
Nella signora Hodeker e nel vecchio Brahms, provocò una sensazione di disgusto incontrollabile.
Entrambi sapevano le condizioni del volto di Merrick…ma era sempre diverso che vederselo a pochi centimetri, con il fetore che lo accompagnava.
Sorrise, dietro gli occhiali spessi, mostrando quel viso che sembrava finito sotto una pressa idraulica.
Che lo sapesse o no, era ancor più rabbrividente, così.

< Che volete ? >, buttò lì.

< Signor…le condizioni del suo appartamento…>

Ora le frasi uscivano senza alcuna decisione, smozzicate…
Certo è ben diverso affrontare il mostro trovandoselo davanti…

< Devo fotografarlo per Vogue Casa…>, sibilò.

Era un serpente, lento e pigro, ma pronto ad uno scatto innaturale, per farti a pezzi.

< Lei non vive solo…esistono delle regole di convivenza che..>

Artigliò la porta, con la mano guantata, mentre un lembo di benda sporca e giallognola, sporse dall’uscio.

< Entrate a rompere le palle e vi appendo al muro ! Pago l’affitto più alto di tutti voi straccioni, e faccio il cazzo che mi pare ! Sparite, adesso ! >

La porta si chiuse con un botto secco, lasciando i due impietriti e senza parole.
Si guardarono per un istante, come cercando inutilmente le parole ed una possibile reazione a Merrick, poi si allontanarono caracollando, la testa bassa, alzando le spalle.

< Che crepi nel marciume….Ma un giorno o l’altro chiamo la pubblica igiene…> smozzicò Brahms.

Merrick s’infossò nel divano logoro e morbido, gettando gli occhiali da una parte.
Gli avvenimenti si stavano mettendo in moto, decisamente…
Presto avrebbe avuto ciò che bramava…

***

CAPITOLO QUATTRO

 

Baltimora, Stato del Maryland, Giovedì 22 Luglio 1993, Ore 09.57 Pm

Mulder scese dall’auto, guardandosi attorno preoccupato.
Nessun agente…
Eppure n’aveva fatto richiesta a Scully; giusto il tempo per un panino e poi sarebbe tornato di fronte al numero 66 di Exeter Street…
Non faceva caldo.
Abbastanza poco, per essere alla fine di Luglio.
Entrò con la pistola spianata, allora aveva la Sig Sauer, pronto a tutto…anche che Tooms uscisse da una crepa nella parete e gli strappasse il fegato di dosso.
N’era capace, per quel che riteneva lui.
L’appartamento era piccolo e sapeva di rancido.
Desolatamente spoglio, dava l’idea di un magazzino abbandonato, mentre l’ampio squarcio nella parete, emanava un odore immondo di decomposizione.

Decomposizione di chi ?

Quel pensiero attraversò la mente di Mulder, mentre si chinava lungo la ripida scala metallica infissa nel muro.
Era impensabile che Tooms fosse riuscito a sopraffare due agenti, senza che questi potessero dare almeno una segnalazione….Almeno così sperò.
Strisciò in quella buca,

tana,

fetida e dall’odore di vomito.
Si trattenne miracolosamente dal vomitare anch’egli.
Vide, accanto a quell’apertura angusta fatta di giornali masticati e sputati, in quel bozzo informe che era la tana di Tooms, tutti gli oggetti…
Una spazzola, un soprammobile da camino….la catenina di Scully.
La sfiorò fra le dita, rigirandosela inorridito.

<..Scully…>, disse correndo.

Non faceva granché caldo, quella fine di Luglio, a Baltimora.
Invece, a Maverick, Arkansas, il sole spaccava i sassi.
Mike Davenport era ancora in terza liceo, nonostante fossero passati quattro anni dalla fine del primo corso.
Non che se ne fregasse molto.
Ormai il lavoro c’era e se mamma non avesse rotto l’anima, era destinato a finirla con la scuola.
Era intelligente, ma svagato.
Pensava solo al suo "birillo", come chiamava il proprio pene, per un’abitudine scema e senza senso: quella di assegnargli un nome.
"Birillo" gli piaceva, anche perché era stato il nome del suo cane bracco, scomparso una mattina di fine Aprile.
Stranamente, mentre guidava la sua Rover quattro per quattro, vi stava ripensando…
Povero Birillo…
Chissà che fine aveva fatto…?
Lui era sempre stato convinto che l’avesse fregato qualcuno, perché il bracco era agile e forte e conosceva le campagne di Maverick come lui le proprie tasche.
Quella sera lo spettacolo al cinema di Pine Bluff era stato buono.
Avevano dato " La guerra dei mondi" e nonostante fosse "Giurassico" era una figata !
Mike adorava la fantascienza.
Ritornando dalla città, sotto il cielo limpido e puntellato di stelle, aveva bevuto in un fiato la Coca Cola, ed ora il gran bicchierone di carta, conteneva solo cubetti di ghiaccio parzialmente disciolti.
All’incirca a metà strada, appena sopra la collina dalla parte nord della macchia di querce, l’idea del cane era tornata impetuosa.
Cazzo !
C’era un bastardo che stava divertendosi con il suo "Birillo", che fra le altre cose era un ottimo cane da caccia alla beccaccia…
Se l’avesse beccato…
Nello stesso momento nel quale Mulder teneva fra le mani l’amuleto di Tooms, cioè la catenina da Dana, Mike vide una figura ritta sul sentiero, di fronte alla macchia.
Un secondo prima aveva avuto una sorta di fitta alla testa, come una tremenda cefalea improvvisa, che ora pareva accompagnarsi ad un sudore freddo.
Mà gli aveva sempre raccomandato di bere le bibite fredde con moderazione…
Ma faceva un caldo fottuto…
Comunque la figura c’era…c’era eccome…
Sulle prime non la notò bene, perché era impegnato con quel pensiero del cane, ma poi la vide chiaramente.
Era una ragazza.
A Mike poteva sfuggire di tutto, tranne che una ragazza.
Gli piaceva di brutto, quella dolce cosina fra le gambe delle ragazze…
Normale…
Era giovane e forte, cresciuto da una famiglia cattolica e severa, che considerava il sesso alla stregua di un peccato non molto lontano dall’omicidio.
Quindi…
Circa sei mesi prima, la sua ragazza, Federica Beamon, era stata trovata morta sul ciglio della strada, messa sotto da un camion.
L’autista aveva detto fra i singhiozzi, allo sceriffo di Pine Bluff, che la ragazza era sbucata all’ultimo istante, con il viso fra le mani, ed era finita sotto..
Mike non si era sentito colpevole….sì, c’era rimasto male, quando Federica era morta…Davvero.
Aveva pianto al suo funerale, ma Cristo, se aveva trovato una più grande di lei, con delle tette più sode, che colpa né aveva ?
Si erano incontrati sul ciglio di quella strada, e lui le aveva detto:

< Mi hai rotto….ti mollo ! Levati dalle scatole ! >

Ok…non era stato poi un gentiluomo….ma aveva solo ventitré anni…
Mica aveva studiato dal Galateo..
E poi, chi l’avrebbe mai detto che diceva seriamente, quando lasciandolo e piangendo come una cretina, aveva smozzicato:

< Mi ammazzo…mi ammazzo Mike…così mi avrai sulla coscienza….>

Sorrise, pensando che quella fosse evidentemente la serata dei ricordi.
Rallentò l’andatura, accendendo gli abbaglianti dell’auto.
Chissà se la conosceva…?
Attualmente Mike era con una tipa di nome Doris Brooker, alta, gambe lunghe e capelli neri e lisci.
Andavano al cinema insieme, insieme alle partite di baseball…
Una vota l’avevano anche fatto, e a lui era piaciuto..
Man mano che l’auto si avvicinava sul terreno polveroso, senza fatica viste le quattro ruote motrici, si delineò una seconda figura…
Era un animale…un cane, senza dubbio.
Sgranò gli occhi.

<…ma Gesù Cristo santo ! Cristo santissimo ! >, balbettò.

Mike teneva la doppietta sul sedile posteriore, quando faceva tardi di sera.
La sicura era inserita, perché era capitato al papà dello sceriffo di Pine Bluff, George Wilczek di spararsi in testa con una doppietta senza sicura, piombata giù da un bancone, anni prima.
Normalmente questa cosa lo faceva ridere di brutto, ma adesso n’aveva perso immediatamente la voglia.
La figura era fuori della carreggiata, con quel cane magro e scheletrico, ossuto gli parve di capire…
Ma quando l’auto stava per avvicinarsi, ecco che si era spinta verso il lato destro del sentiero.
Esitò.
Accelerare ? Filarsela…Chi cazzo era ?
Non gli sembrò di conoscere quella figura, ma lei si stava avvicinando senza esitazione alla sua auto….Forse quella ragazza aveva riconosciuto la macchina e…

Ma se io non la conosco…come fa a conoscere me ?

Ora andava a passo d’uomo.
La ragazza si era piantata in mezzo alla strada, e se non voleva finire in un campo, avrebbe dovuto fermarsi…
Maledì che Bill, suo amico di lunga data, fosse a letto con la febbre, quella sera.

<..coglione ! Guarda se uno deve prendere la febbre in Luglio….>, pensò.

Ma ciò che più lo inquietava era il cane…
Quel cane scodinzolava tutto contento, ma era ossuto come un manico di scopa.
Aprì appena il finestrino, arrestandosi a circa una dozzina di metri.
Il vento tirava nella sua direzione e captò subito il puzzo che quei due, cane e padrona, emanavano.

< Hey….toglietevi….devo passare….>

Lei si mosse piano, venendo verso la Rover.

< Togliti, scema ! Non te lo do il passaggio ! Ho detto che devo andare a casa…>

Parlava con calma, mentre tastava con il braccio destro il retro del sedile, cercando la doppietta.
Si fosse avvicinato, ancora, quel cane fetente, gli avrebbe tirato una scarica su quel muso da morto che si trovava.
Diede gas al motore.

< Ti tiro sotto !! Togliti, ubriaca…>

Pensò che lo fosse o che fosse drogata, magari d’eroina, come aveva visto delle volte a Pine Bluff.
Ora fissò il cane.
Aveva degli occhi rossi come quelli di un pipistrello e ringhiava da far paura.
Aveva iniziato a ringhiare non appena Mike aveva preso a tastare il calcio della doppietta da caccia.
Era pazzesco…ma ad ogni passo che faceva verso la macchina, gli ricordava Birillo.
Solo che quel cane…era lurido, pieno di bolle in putrefazione sul muso e aveva degli occhi…Gesù che occhi !
PAM !
Le mani della ragazza si posarono sul cofano, a palmi aperti, dure come rami di giunco.
Trasalì.

<..ho da ridarti un favore, Miiike….>

Mollò il pedale della frizione accelerando così bruscamente che la Rover s’ingolfò, fermandosi.
Quella voce….Non aveva mai sentito niente del genere nella sua vita e mai più avrebbe voluto sentirlo.
Proveniva da….da quella donna, ma sembrava echeggiare da chissà dove, quasi che emergesse dalla notte come il vento caldo di quell’afosa serata di Luglio.
Dana scivolò a terra, mentre Tooms era sopra di lei ed allora lo respinse con una pedata.
Ma ormai l’aveva girata da supina, con la mano artigliata, pronto strapparle il fegato.
Mulder aveva sfondato la porta, con la pistola stretta fra le mani ed allora lui era schizzato in piedi, verso la piccola finestrella del bagno, da quale sarebbe certamente sgusciato fuori, come un serpente da un buco.
Era quasi sullo stipite, quando lei gli agganciò il polso con le manette, al calorifero, dopo una breve colluttazione.

< Tutto bene, Scully ? >, domandò lui, mentre gli ammanettava anche l’altro polso.

Dana annuì.
Era finita !
Ma per il povero Mike, molti chilometri più ad Ovest, era appena iniziata.

<…ma dove vai Miiike? Non la vuoi più sentire, la mia fica calda ? Non la vuoi la mia figa ? >

Cercò disperato di alzare i vetri con il tasto alla sua destra, inutilmente.
Infilò la chiave, mentre aveva il viso di quella pazza a pochi centimetri dal suo collo.
Lo guardò, forse per caso, forse per curiosità.
Il respiro si bloccò.
Il cuore gli dolse, mentre si rese conto di essersi pisciato addosso dalla paura.
Era Federica !
Non comprese da cosa l’aveva identificata…
Il viso era ridotto ad un…ammasso di terra rossa, putrescente, come certi terreni acidi dei cimiteri.
Puzzava come un cane morto.
Parte della carne usciva marcia da uno zigomo, e sorrideva…sorrideva in modo grottesco, orribile, inquietante e tremendo.
Gli occhi…..GLI OCCHI !!!
Erano come quelli del cane….uguali…
Il finestrino si chiuse, finalmente.
Fece per mettere la marcia, qualsiasi marcia…. qualsiasi… quando la mano ossuta di
Federica sfondò il vetro e miriadi di schegge impazzite, perforarono l’abitacolo ed il suo viso.
Una gli trapassò l’occhio sinistro, annegandolo in un mare di sangue.

<..Miiiiikeeeey…ci faremo una bella scopata….vedrai che colpi…..che colpi, vedrai….>

Mentre le dita marce si serravano sui suoi capelli, Mike trovò la doppietta.
Fu spinto fuori, dal finestrino della Rover, come fosse una marionetta.
Si era slogato una caviglia, il polso sinistro ed aveva l’occhio che pulsava come impazzito, mentre il viso era bagnato dal sangue che scendeva a fiotti.
Vedeva tutto immerso in una nebbiolina violacea.
Udì il tanfo del suo corpo. Il sangue lo accecava, ma sapeva che stava per avvicinare la sua bocca al suo collo…
Lo sentiva…
Il cane emise un verso indescrivibile, come fosse modulato dall’Inferno stesso.
Mike rizzò la doppietta avanti a se e premette il grilletto.
Niente !

Cazzo !! La sicura…la sicura…..No porca puttana, Dio Onnipotente….la sicura…

Lei gli strappò di mano l’arma.
Rise o così sembrava, da quell’osceno buco che aveva al posto della bella bocca che una volta apparteneva a Federica Beamon.
Rimase per un istante grottescamente imbambolata, con la doppietta nella mano sinistra ed il braccio di Mike nella destra.

< …è questo quel che volevi fare, Mikeeeey…? >, sibilò.

Tolse la sicura.
Puntò il fucile a terra, piazzandoselo a pochi centimetri dalla faccia.
Poi con il piede destro, nudo senza il sandalo infradito che calzava ancora su quello sinistro, azionò il grilletto.
La testa esplose come un cocomero caduto da un camion.
Un getto di sangue e di materia cerebrale, investì il viso di Mike Davenport, che cadde a terra.

<…Madonna mia…Gesù santissimo….>, biascicò, mentre la sua salute mentale scivolava via senza scampo.

Udì allora il cane ringhiare.
Era un ringhio gutturale e profondo, sibilato dal demonio.
Si alzò, correndo come un pazzo, mulinando le braccia come pale, in mezzo al campo di grano.
Le spighe gli frustavano il viso, coperto di quel sangue nero, appiccicoso e putrescente.

<…Dio…Dio aiu…>

Il cane, il suo Birillo, o quella sorta di cerbero che era diventato adesso, gli balzò addosso.
Affondò nella sua schiena come fosse burro, strappandogli i polmoni ed uccidendolo all’istante.
La testa di Mike esplose come quella di Federica, senza esser stata colpita da alcun proiettile.
Il cane masticava famelico…poi guaì, e cadde riverso, in un lago di sangue.
Tutto tornava placido e lento nell’afa persistente di Luglio…come se nulla fosse accaduto, ma era il vero principio..
Il giorno stesso nel quale Mulder depositava il file su Tooms, e si stava recando alla casa di riposo Druideel, ove Eugene era segregato nell’attesa degli esami, lo sceriffo
Adam Wilczek stava a gambe larghe sul ciglio della strada, accanto alla Rover.
Scribacchiava attentamente, ora fissando la macchina, ora le tracce di sangue, ora il campo di grano.
Vergò il suo rapporto con nervosismo.
Era quasi mezzogiorno.
Mike era scomparso dalle 11 della sera precedente e quindi a rigor di logica, non era trascorso abbastanza tempo perché le autorità lo classificassero come "missing".
Ma appunto poco prima delle undici e mezza di quella mattina, era arrivata la telefonata di un contadino, tale Hartur Flagh, che aveva scorto una Rover 4x4 abbandonata al ciglio del sentiero numero 72, con il motore acceso e i fari funzionanti.
Lo sceriffo aveva mandato un paio d’agenti e dopo un breve parlottare alla radio, era andato lui stesso.
Lo spettacolo che si era trovato davanti superava qualsiasi parola e al tempo stesso, anche la sua capacità di mettere fra le righe un verbale soddisfacente.
La Rover era in ottimo stato, ad eccezione del finestrino di sinistra, che era stato fracassato dall’esterno.
Schegge di cristallo erano sparpagliate dappertutto, all’interno dell’abitacolo.
Al primo sommario esame, appariva evidente che qualche frammento era sporco di sangue.
L’aggressione era iniziata lì.
La portiera era stata deformata, presentava ammaccature e bozzi, come il cofano anteriore.
Dal ciglio del sentiero, sino al punto nel campo di grano nel quale era stato trovato il corpo di Mike, si disegnava una scia di sangue dapprima esile, poi sempre più spessa.
Infine il corpo del ragazzo…
Lo sceriffo Wilczek l’aveva scoperto per primo, e per un pelo non si era messo a vomitare, quasi fosse un principiante.
Era…ridotto a brandelli.
Morsi, profondi ed estesi sul 95% del corpo…
Abrasioni, graffi…e la testa…
La testa sembrava essere esplosa dal torso..
Presentava una spaccatura al centro del cranio, netta, dalla quale usciva parte dell’encefalo.
Accanto…Birillo.
Il cane era nelle medesime, inspiegabili condizioni del ragazzo.
Pure la bestia aveva il muso fracassato, ma anche brandelli di carne infilati nella mandibola.
Un seguente esame autoptico, condotto dal veterinario di Pine Bluff, aveva appurato che il cane aveva ingerito parti di Mike…insomma l’aveva divorato..
Ma allora chi aveva spaccato il finestrino ?
Cosa ci faceva la doppietta del ragazzo, con un colpo esploso e l’altro in canna, sbattuta nella polvere ?
A cosa aveva sparato, se non era stato trovato altro che un bossolo deformato, infilato nella portiera sinistra dell’auto ?
Che cosa era accaduto al povero Mike Davenport, al punto da staccargli la testa con un colpo solo ?
Wilczek si grattò la nuca, perplesso.
Avrebbe faxato la cosa all’FBI di Pine Bluff, sperando che i federali si sarebbero allertati.
Adesso gli spettava il compito peggiore: andare da Tina Davenport, e dirle che avevano trovato suo figlio…

Elementi di prova contenuti nel Xfile numero 243709/12, depositato in data 10 Settembre 1993.

Da un giornale locale, 24 Luglio 1993.

Orrore nelle campagne di Maverick.

" La tranquilla vita rurale di Maverick, paesino con 1500 abitanti, vicino a Pine Bluff, è stata fortemente scossa dal drammatico fatto di sangue ai danni del giovane Mike Davenport, di venticinque anni. Il corpo del ragazzo, sparito di casa la notte precedente, è stato trovato in un campo di grano. Dalle prime ricostruzioni della polizia locale, pare che il ragazzo si sia avventurato nel campo, forse ubriaco, e che lì sia stato assalito da uno o più cani randagi, molto probabilmente malati di rabbia. Le condizioni del corpo erano talmente orrende, che è stato negato il riconoscimento alla madre, Tina, vedova da otto anni. "

Da un giornale locale, 26 Luglio 1993.

Lo sceriffo dichiara: Circostanze poco chiare, nella morte di Mike..

" Sembra che il sipario, sul tremendo fatto di sangue accaduto a Mike Davenport, non sia del tutto calato. Ai funerali ha partecipato, affranto, tutto il paese, ad eccezione dei genitori della giovane Federica Beamon, in rotta con la famiglia Davenport. La madre, Tina Smith Davenport, ha accusato un malore durante la sepoltura del figlio. Lo sceriffo Adam Wilczek, ha testualmente dichiarato che: < Le indagini non sono chiuse. L’FBI della contea, invierà nella giornata di domani degli agenti, che sono certo faranno luce su alcuni elementi poco chiari…Si tratta di fatti che non trovano spiegazione e che spero possano portare a ricostruire con certezza cosa è accaduto in quel campo…Sento di doverlo non solo al povero Mike, ma anche a sua madre…>

Da un giornale della Contea, 16 Agosto 1993.

Indagine chiusa, sul fatto di Maverick.

" Dopo circa un mese d’accurati sopralluoghi ed indagini da parte della sezione federale dell’FBI, è stato chiuso il caso della morte di un giovane di nome Mike Davenport, trovato cadavere la notte del 23/24 Luglio di quest’anno.. I dubbi sollevati dalla polizia locale, in particolare dallo sceriffo Wilczek, si sono dissolti dopo i nuovi fatti emersi. Pare che un gruppo di vagabondi, che girovagavano nelle campagne di Maverick da diverso tempo, abbia assistito alla morte del ragazzo. In seguito, con l’intento di rubare qualcosa dall’auto, abbia sfondato il finestrino, spostato il fucile e sparato un colpo ma che, spaventato dall’arrivo di qualche auto sul sentiero, il gruppo di sbandati sia fuggito. In merito, riferiamo le testuali parole del vice-direttore federale  dell’Arkansas, Peter Straub:

< In seguito alle accurate e meticolose indagini eseguite da nostri provetti ed esperti agenti federali di Pine Bluff, possiamo chiudere definitivamente il caso sulla morte del giovane Mike Davenport, catalogandolo per quel che è stato in realtà: un drammatico, orrendo, incredibile incidente ! L’Fbi, in tutta coscienza, non ha trovato elementi validi che possano far pensare al contrario e decide, quindi, di archiviare il fatto. >

Da un fax spedito il 30 Agosto 1993, dall’ufficio della contea dello sceriffo di Pine Bluff, all’FBI dello stato.

" Dopo le notifiche che mi sono arrivate in ufficio, circa le indagini compiute dall’FBI, intendo inviare una richiesta d’ampliamento delle indagini, sul caso di Mike Davenport. Sono stati omessi molti particolari, ritengo in assoluta buona fede, che non è possibile lasciar correre, se non vogliamo che il tempo si trasformi nel miglior alibi per l’assassino ! Ritengo insoddisfacenti le conclusioni dei due agenti  incaricati delle indagini, e alcuno si è premunito dallo spiegarmi come sia stato possibile che dei vagabondi non  abbiano lasciato alcuna impronta né prova fisica della loro presenza ! In fede:
Lo sceriffo di Pine Bluff,
Adam Wilczek. "

Richiesta formale d’ulteriore esame autoptico sul corpo di Mike Davenport, inoltrata in data 6 Maggio 1994.

" All’ufficio di patologia legale di Pine Bluff, Arkansas. La sottoscritta, dottoressa Dana K.Scully, agente speciale dell’FBI, specializzata in patologia legale, richiede che sia riesumata la salma della vittima n. 080809001, data decesso 23/24 Luglio 1993 ! Sarà mia ulteriore premura, comunicarvi la data del mio arrivo a Pine Bluff per le analisi post-mortem che intendo effettuare. Vi invio copia dei documenti controfirmati dal vice-direttore Walter Skinner, dell’FBI di Washington.
In Fede:
Agente speciale Dana K.Scully.
 
Ma Dana Scully non ebbe mai modo, come ben sapete, di condurre quelle analisi.
La sezione Xfiles fu chiusa alla fine del 10 di Maggio di quell’anno…

< Ci hanno fatti fuori, Dana…>

< Che cosa ? >

< Mi hanno comunicato la cosa questa sera…saremo rassegnati ad altre sezioni..>

< Ma…Mulder non possono…devi fare un esposto…>

< L’ordine mi è stato comunicato da Skinner…è partito dal capo esecutivo in persona…è finita, Scully ! >

< E tu che cosa farai ? >

< Io…io non m’arrendo…non posso arrendermi, Scully…non finché ci sarà una verità da scoprire…>

E tutto finì nell’oblio.

***

CAPITOLO CINQUE

 

J.Edgar Hoover Building,
Sede dell’FBI, Ore 10.35 Am,
Mercoledì 6 Agosto
Aprì con decisione la porta del laboratorio di Danny Valodella, quasi fosse certa di chi vi avrebbe trovato.
E fu così.
Mulder era in piedi, le braccia incrociate all’altezza del petto, gli occhi blu sgranati.
Dana entrò, chiudendo la porta alle proprie spalle, quasi con la fretta dei tempi belli.
In un tempo non lontano, le cose che il povero Danny era costretto a cercare per entrambi, erano tanto complicate e astruse, da essere incomprensibili per i colleghi di Fox e Dana.
Era quindi naturale, oltre che figlia della paranoia incombente in Fox, tenere ogni cosa sotto segretezza.

< Ti ho trovato, finalmente ! Sei letteralmente svanito, dopo la riunione esecutiva ! Ho avuto appena il tempo di riporre il file nella mia cartelletta, ed eri già sparito ! >

Si avvicinò, con un tono appena preoccupato, misto ad un delicato rimprovero, fissandolo negli occhi.
Ma Mulder non pareva vederla.

< Allora…? Danny ? Fox ? Mi dite che succede ? O debbo pensare che non vi fidiate nemmeno di me ? >, sbottò, appoggiandosi alla scrivania ed incrociando le braccia.

Mulder diede segno di vita, sbattendo le palpebre e mormorando:

<…scusa…è che…Hai visto bene la foto ripresa ai cantieri navali ? >

Scully appoggiò la cartelletta sulla scrivania, ingombra d’ogni genere di documenti e cartelle di Danny Valodella e rovistò celermente sino a scovare il file 101368/x2.
Prese ad osservare la foto che tanto aveva colpito la fantasia di Fox Mulder, sfiorandosi le labbra con l’indice.

< …è un viso che mi sembra famigliare…ma…>

Mulder arrivò a sfiorarle i capelli, parlando con la solita voce calma e rilassante, che le provocò un imbarazzante brivido lungo la nuca.

< E’ Chaterine Black….la moglie di Frank….>

Dana sgranò gli occhi, gettandogli uno sguardo stupefatto.
Ma non pronunziò la solita frase contraddittoria o negativa, poiché, adesso, era certa che fosse proprio la moglie del defunto agente Frank Black, colei che appariva in quell’immagine sfocata.

< Dio, Fox…è vero ! Ma…cosa…>

Mulder scosse il capo.

< Avevo dei dubbi, così ho chiesto a Danny di lavorarci su con il computer… il monitor ci ha mostrato l’immagine digitale, migliorata del 300%…. Credo non ci siano dubbi…>

Le cinse le spalle, portandola accanto allo schermo, e sfiorandolo con l’indice, le mostrò l’immagine.
Se non era Chaterine…era un suo perfetto sosia.

< Sono senza parole…Ma cosa può…cosa si sa…su di lei ? >

Mulder alzò le spalle, mentre Danny si massaggiava gli occhi, come fosse svuotato da ogni energia.

< Purtroppo nulla ! Danny stava cercando delle foto dal database federale, non so.. una foto tessera, l’immagine sulla patente di guida….ma…>

< Niente ! >, disse Danny, nervoso.

Scully si sfiorò i capelli, che le caddero appena dietro l’orecchio.

< Vuoi dire che…non c’è traccia di lei ? >

< Stando a quello che abbiamo in memoria, quella donna non esiste ! Nessuna dichiarazione dei redditi, nessuna tessera federale, nessuna immagine.. nemmeno un abbonamento ad una biblioteca…>

Scully si scostò dal monitor, socchiudendo dolorosamente le palpebre degli occhi verdi.

< Aveva una figlia…Jordan…era una bimba di dieci anni…che fine può aver fatto ? >

< Domande senza risposta…ma cercheremo d’ovviare…>, asserì Fox.

Scully si rigirava il file fra le mani.

< In che modo ? Non intenderai…coinvolgere il bureau, vero ? >

< Affatto ! Poiché non vi sono tracce di lei, è probabile che nessuno, all’FBI l’abbia riconosciuta…Forse qualche superiore di Frank o un suo amico, ma sai che per quanto ci sia stato vicino e ci abbia aiutato, a suo tempo, è sempre stato molto ermetico, circa i contatti del suo precedente lavoro…>

< Assomigliava a te…>, commentò lei, con dolore.

Mulder annuì.

< Abbiamo un solo indizio…l’indirizzo di casa ! >

Scully ripose il file nella cartelletta.

< Il tempo di disdire gli impegni d’oggi e ti raggiungo…>

Questa volta Dana non fu attraversata da alcun ripensamento, dubbio o legittimità di sorta in quella loro ricerca non ufficiale, né autorizzata…
Chaterine Black, e soprattutto Jordan, erano parte di loro, ed era più che un loro dovere, sapere cosa era accaduto, sapere la verità.
Mulder diede una pacca sulla spalla di Danny e masticando un seme di girasole, disse:

< Guido io ! >

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Strada statale 94, direzione Pittsburgh, Stato della
Pennsylvania, Ore 12.09 Pm, Mercoledì 6 Agosto

< Si…dica al corso dell’aula C che la lezione sugli esami epidermici post-mortem è rinviata a data da destinarsi…si…si…va bene…La informerò non appena avrò fissato una nuova data…si..altrettanto…buongiorno…>

Dana richiuse il cellulare, sbuffando.
Tirò un segno deciso sull’agenda e sospirò:

< Per oggi è tutto…ho cancellato tutte le lezioni che avevo a Quantico…tu ? >

Mulder abbozzò un debole sorriso.

< Io non ho alcuna lezione a Quantico ! >

Un delicato sorriso si disegnò sul viso di Dana.

< Spiritoso ! Parlo dei tuoi impegni di lavoro…>

Mulder le gettò un’occhiata furba, mormorando:

< Sistemato tutto ! Ecco i vantaggi che si possiedono avendo una grandiosa segretaria…>

Dana gli diede un buffetto sulla guancia.

< Attento…! Non mi piace il tono con il quale hai detto grandiosa ! >

In realtà Mulder non aveva informato nessuno.
Aveva scartabellato nei files confidenziali degli agenti, sino a trovare quello su Frank Black, non premunendosi affatto di avvisare della sua assenza.
Ritenne che fosse solo tempo sprecato.
Nessuno si sarebbe accorto di un’indagine su una frode bancaria in più o in meno, durante quei giorni…
Scully prese il file recuperato da Mulder, leggendolo avidamente.
Nulla di che…all’apparenza..

< Scoperto qualcosa ? >

Scosse la testa.

< L’agente Black era il migliore profiler analitico dell’FBI…almeno sino al tuo arrivo…Si era sposato con Chaterine dodici anni fa…matrimonio felice, una figlia…solo una momentanea separazione, ma durata pochi mesi.. Stato di servizio impeccabile, sino alla sua collaborazione con noi due…Il bureau ha evidenziato la cosa in rosso….>

< Siamo popolari…>, sorrise Mulder.

Scully continuò a leggere, quasi non l’avesse udito.

<…la sua morte è circondata dal mistero…fu ritrovato sul monte Skyland… in apparenza deceduto per via del freddo…so che tu…credi che sia…tutto collegato alla nostra salvezza…ma…>

Pensieri lontani, collegati all’esperienza ascetica di Dana e Fox con Albert Holsteen.

<…cosa mi sai dire di Chaterine ? >

Scully scacciò una lacrima, fingendo di sorridere.

<…dunque…Chaterine Edwars Black, trentasei anni, d’origine Inglese, ebrea…>

"Gli Ebrei non sono persone che si possono accusare per niente "

Quella frase si accese come un flash, nella mente di Mulder.
Coincidenza….oppure no ?
E poi quella frase…c’era qualcosa, nel modo in cui era formulata, da accendere il solito tarlo nello sterno, che rodeva, rodeva, rodeva…
Scully lesse ora con voce esile, segnata da un dolore improvviso.

< ..la figlia, Jordan, dieci anni…capelli biondo castani, ricci….faccino allegro.. una bellissima bambina…>

Mulder allungò la mano, stringendo quella di lei, che si voltò.
La sua espressione diceva tutto.

<…ti giuro che cercheremo di non coinvolgerla…per quanto sarà possibile… Credo..che quella bambina abbia già sofferto abbastanza….>

Scully richiuse il fascicolo, scuotendo il capo.

< Non avrei…insomma, Fox…se c’era una persona che mi sembrava lontana dal terrorismo…dalla violenza, quella era proprio Chaterine…Non parlava d’altro che di sua figlia…Cosa…cosa mai sarà accaduto ? >

Rimasero in silenzio, come per paura di una risposta.

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Abitazione di Frank Black, Pittsburgh,
Stato della Pennsylvania, Ore 02.57 Pm
Mercoledì 6 Agosto
Mulder scese per primo, appoggiandosi all’auto e aprendo la busta di cartone color caffelatte.
N’estrasse il suo lauto pasto pomeridiano, costituito da un cheeseburger, una
cola e delle croccanti patatine fritte.
Scully aveva appena terminato lo yogurt al polline, gettandolo nel cestino dei rifiuti.

< Come hai vecchi tempi…>, disse lei, asciugandosi le labbra con il tovagliolo di carta.

Mulder annuì.
Era…si sentiva giovane…era meraviglioso ritornare agli Xfiles…
Certo, quello non era per niente un caso misterioso…almeno all’apparenza…
Ma era con lei, con Dana…erano insieme…e ciò gli bastava.
Percorsero la ripida salita, uno a fianco dell’altra, in silenzio.
Il viale era immerso nella piacevole ombra di querce dal fusto robusto, pulito e dall’asfalto curato.
Le foglie erano accatastate in ordinati mucchietti, ai piedi delle piante o accanto alle staccionate di color bianco panna.
Ragazzini sudati e rossi in viso, correvano per i viali, ora sfrecciando vocianti accanto ai due agenti federali, ora zigzagando fra le piante.
La musica di uno stereo, si perdeva in lontananza.
Giunsero al numero 7 di Olqueck street.
La casa dei Black era identica a tutte le altre villette a due piani.
In legno, con un prato a dir il vero da potare, la staccionata bianca, che in qualche punto mostrava i segni di un necessario ripasso di vernice, la cassetta della posta colma di pubblicità.
Mulder sbirciò curioso fra annunzi e promozioni, aiutandosi con un coltellino.

< Che fate ? >

I due agenti si voltarono. Proprio in direzione della staccionata, che faceva da confine con la casa seguente, apparve una donna di mezza età, in abiti da lavoro, con un tubo di gonna che vomitava acqua a spruzzo, stretto fra le mani.
Scully si frugò nella tasca della giacca leggera, color carta di zucchero, e mostrò il distintivo.

< Vice-direttori Scully e Mulder…FBI ! Stiamo…cercando Chaterine Black…immagino sia la vicina…>

La donna si tolse un guanto di gomma, porgendo loro la mano, sempre senza uscire dal proprio giardino.
Bellissime rose, di color giallo vivo, sulla destra.

< Molly Preston, per servirvi…>

Mulder sembrava non prestarle credito, cercando di forzare la cassetta delle lettere.
Alla fine vi riuscì, ed una valanga di lettere e reclames, cadde a terra.

< Sembra….che i Black manchino da molto tempo…>, osservò Scully, guardando Mulder che si chinava a raccogliere le lettere e le pubblicità.

< Oh….Frank è morto da circa un anno…Povera Chaterine…ha passato un brutto periodo…da sola….nessuno che le faceva visita…>

Fox spiegazzava la posta…perché non erano mai andati a trovarla ?
Troppi fatti certo…ma anche…una sorta d’abulia, che spesso colpisce chi si sia rassegnato al peggio…
La donna si sporse verso Dana, lasciando che la canna dell’acqua facesse per conto proprio.
Socchiuse gli occhi, quasi stesse confidando un segreto militare.

< …ma…negli ultimi cinque…sei mesi…riceveva visite…Uomini per lo più.. Abbastanza biechi….non so se mi spiego!>

Mulder prese a leggere le prime lettere.
Avvisi, fatture da pagare, il comunicato del taglio della luce e del gas…
Chaterine mancava da circa due mesi….

< E adesso ? >, domandò con falsa curiosità Dana.

< Adesso…sono tre mesi buoni che non si vede nessuno…In estate, la piccola Jordan, veniva da me per il tè…le facevo dei buoni dolci…volete assaggiarne ? Cose così non si fanno più…>

Mulder rimise le lettere nella casella, e balzò agilmente di là del cancelletto.

< Andiamo sbirra…>, mormorò, con il duplice intento di allontanare la vicina e riprendere l’attenzione di Scully.

Dana attese che le fosse aperto il cancelletto e salutò la donna con la mano.

< Pettegola ! >, disse Fox, diretto a lei.

Dana sorrise.

< Cercavo informazioni….credo che l’abbiano contatta dopo la morte del marito…>

< Parli di quel gruppo…I Pretoriani ? >

Lei annuì.

< Di chi altri ? Mi sembra cristallino…anche se, ripeto, non capisco cosa potessero volere da lei…>

Mulder arrivò alla soglia, estraendo un grimaldello a batteria.

< Vediamo di scoprirlo…>

Forzò la serratura ed entrarono.
L’interno dell’abitazione di Chaterine e Frank Black, sembrava immersa in una sorta di dimensione parallela, a tratti distorta a tratti reale.
I mobili, i tappeti, la sistemazione degli oggetti sulle mensole e di certi soprammobili, era quotidiana, come se Chaterine fosse in giardino, oppure in cantina o nel garage, e che nulla fosse realmente accaduto.
Agli occhi di Scully pareva che Jordan dovesse da un momento all’altro, scendere le scale di corsa, correre loro incontro, salutando così, con l’entusiasmo di una bambina allegra e vivace com’era sempre stata, dei vecchi amici.
Ma dopo la prima occhiata superficiale, appariva la seconda dimensione del reale, distante e distorta.
I mobili, il tavolo da tè e il divano, accanto alla tv, erano coperti di polvere, di color bianco grigiastra, fitta e spessa e le prime ragnatele avevano fatto capolino fra il soffitto ed il cassone delle tapparelle, sulla finestra che dava al giardino interno.
I due agenti si divisero, Scully salì lenta e come timorosa di svegliare qualcuno, le scale interne, sfiorando il corrimano con due dita, sporcandosi i polpastrelli di polvere, Mulder rimase nel soggiorno, guardandosi attorno ed iniziando a curiosare fra i cassetti di una scrivania, quella normalmente adoperata da Frank, dalla parte opposta alla finestra sul giardino.

< Ci vorrebbe il suo dono, Frank…>, mormorò Fox.

Si mise in ginocchio, forzando con facilità un cassetto chiuso a chiave, ma non vi trovò altro che appunti e carta straccia.
Dana scese dal piano superiore con il viso incapace di mascherare l’emozione provata.
La stanza di Jordan, la sua cameretta, era deserta, completamente vuota.
Solo un poster di E.R, appiccicato alla porta ed un altro di Dawson Creeck…
Poi nulla. Sparite la calda armonia di una stanza di bimba, i pupazzi di peluche, le bambole, i primi cd da hit parade…
Lei aveva spesso, quasi costantemente, immaginato come sarebbe potuta essere la stanza di Alice, di sua figlia.
Un candore pulito ed ordinato, con la bambina che tornava dall’asilo, spettinata e sudata, lei che le regalava una stretta al capo ed un bacio sulla fronte…
E poi, la sera, quando il sonno innocente dei bimbi avesse a rapirla, il tenero spiarla dalla fessura dell’uscio, controllando che dormisse e dormisse bene, trattenendo un sorriso soddisfatto e materno…

Materno…

Non sarai mai più madre….mai più…

< Fox…>

Disse il nome del suo uomo come a proteggersi dai pensieri tristi che l’aggredivano.

< Trovato qualcosa ? >, chiese Mulder, appoggiandosi con un palmo alla scrivania.

< La camera di Chaterine..guarda le sue letture…>

Arrivò sino a sfiorargli la mano, trattenendosi come per una sorta di timore istintivo, acuito dal loro lavoro.

< " Le paure del nuovo millennio.", "Miti e mostri del 21° secolo. ", " Le grandi cospirazioni del 2001 ", " Apocalisse e distruzione imminente. " >

Mulder si sfiorò le labbra.

< Accidenti…! >

Scully posò i libri sulla scrivania.

< Era paranoica…ho trovato un’intera libreria su questi temi…>

Lui non trattenne una battuta.

< Aveva preso ad assomigliarmi…>

Lei annuì, senza alcun’espressione divertita o sollevata.

< Forse quel gruppo…quei terroristi…avevano saputo delle sue paure…. C’e qualche pc, in casa ? >

Mulder scosse la testa.

< Qui ho trovato l’attacco alla presa telefonica, e qualche cavo, ma il pc è stato rimosso….Molto probabilmente da Chaterine stessa…forse contattava il suo gruppo tramite e-mail…Non ho trovato alcuna lettera di amici o conoscenti, nella cassetta…>

Scully parlò a denti stretti, le labbra serrate come da un gesto nervoso.

< Ci servono tracce….Non può essere in quel gruppo con la bambina…>

Mulder rovistò nell’ultimo dei cinque cassetti a colonna della scrivania.
Posò sul tavolo un blocchetto per gli assegni.

< E’ vuoto…sulla matrice sono segnate le date…15/11/02…27/12/02… 01/02/03…guarda….>

Fece scorrere le dita sulle ultime dieci matrici, sotto lo sguardo attento di Mulder.

< 23/02/3….12/03/03…ventisei Marzo 2003…5 Aprile di quest’anno…vent’otto di Aprile…gli assegni diventano quindicinali, dal Febbraio del 2003…>

Mulder prese un foglietto di carta del suo taccuino, ed un lapis.

< L’ultimo, che data ha ? >, chiese.

< 30 Luglio…poco più di una settimana fa…>

< Allora ci siamo…emetterà un assegno a giorni…>

Scully si spostò i capelli dietro l’orecchio, annuendo.

< Sì ma….non c’è segnato nulla…non sappiamo a chi li ha intestati…>

Mulder infilò il foglietto sopra il retro del libretto, facendolo aderire bene al foglio di carta, poi prese a far scorrere la matita con lentezza.
Pian piano, dai segni impressi sul retro, si disegnò una scritta sul foglio di carta.

< Non lo facevi mai a scuola ? >, domandò, divertito.

30 /07/03 CHATERINE BLACK, 2000 $
IST.WATSON & SON…FOR CHILDERN..CODE 2332
Scully lesse con attenzione.

< E’ per Jordan….Ha la bimba in qualche istituto per l’infanzia… Questi assegni quindicinali sono la retta… E quel numero, è un codice postale della Pennsylvania…>

Mulder infilò il libretto nella tasca della giacca leggera che indossava, sussurrando:

< Watson…>

Lei gli regalò un’occhiata mista fra la soddisfazione e la curiosità.

< Come ? >

< Parlo del nome…Watson…Ascolta Dana…Quell’uomo misterioso… che ho incontrato a Washington….mi aveva parlato di Sherlock Holmes… ci siamo incontrati in un vicolo chiamato Becker street…e adesso appare il nome di Watson…>

< L’assistente di Holmes….pazzesco…>

< E poi c’è quella frase…" Gli Ebrei non sono persone che si possono accusare per niente" …mi rammenta qualcosa ma…>

Scully prese a passeggiare nervosa per il centro del soggiorno.

< Fox…e se fossimo seguiti ? Non ho avuto alcun indizio, a riguardo…la mia è solo una supposizione, ma…non trovi perlomeno strano che si verifichino tutte queste coincidenze ? >

Lui annuì.

< A questo punto occorre che noi si sappia il più possibile su questo gruppo terroristico…Agire d’istinto può essere pericoloso… Propongo di dividerci…Tu andrai a Washington per recuperare informazioni su " I Pretoriani"…io cercherò questo istituto…>

< No ! Tu andrai a Washington…e cercherai informazioni, ufficiali e non… Il tuo "contatto" ha cercato te, non me…E poi credo…di essere più adatta ad incontrare Jordan Black, di quanto non possa essere tu…>

Mulder si avvicinò a Dana, posandole una mano sulla spalla e chinandosi sino a sfiorarle la fronte con le labbra.
Non fu un vero e proprio bacio, quanto un debole contatto con la sua pelle morbida e calda.

< Se…se fossimo seguiti, come temi…saresti in pericolo…Ed io…non posso sopportare l’idea che ti accada qualcosa, amore…>

Dana sorrise.
Gli occhi verdi s’illuminarono di un delicato riflesso, come se un velo di lacrime le inumidisse l’iride.

< Caro…quanto sei dolce….ascolta…so come cavarmela…e sai anche tu che questa è la cosa più giusta da fare…Ci terremo in contatto…andrà tutto bene… vedrai….>

Gli diede un bacio, delicato a tenero, quasi a rafforzare la sua tesi.
Mulder la strinse al petto, accarezzandole i capelli.

<..Dana…Dana…sii prudente ti prego…ho la certezza che…che si siamo imbattuti in qualcosa d’enorme…e…>

Scully parlò calda e delicata, gli occhi socchiusi, il cuore che le batteva forte.

< Stai attento anche tu ! Non agire impulsivamente…se…dovessi perderti… …io..io né morirei…>

Si strinsero in un abbraccio tenero ed intenso, in silenzio, con i cuori che battevano all’unisono, senza più parlare.
Dopo alcuni secondi, che sembrarono lunghissimi ed eterni, si divisero.
Mulder uscì, certo che in quella casa non vi fosse altro che il pesante ricordo di Chaterine e del suo mondo, abbandonato per una scelta assurda e folle.
Scully salì di nuovo nella cameretta di Jordan, staccò un poster e dopo averlo arrotolato con cura, scese, per poi salire in auto, con una sorta di nodo allo stomaco.
Sapeva bene che genere di reazione avrebbe causato in lei rivedere Jordan e soprattutto dirle cosa stava cambiando nella sua vita e a quale velocità..
Ma era ciò che andava fatto…
Si divisero materialmente a Pittsburgh…
Scully con le credenziali dell’FBI, noleggiò un’auto e si diresse all’ufficio federale dell’FBI della zona, mentre lui avrebbe proseguito sino a Washington.
Furono alla soglia della sede della Pennsylvania e fu di nuovo Dana a dargli un bacio.

< Tranquillo, capito ? Magari è solo paranoia…magari non ci fila nessuno…! >, buttò lì sorridendo, più per convincere se stessa che il proprio uomo.

Mulder annuì, debolmente.
Stava accadendo tutto per caso, o per la mano di una mente folle ?
La risposta sarebbe arrivata, alla fine..

***

CAPITOLO SEI

 

Atlanta, Stato della Georgia, Ore 10.09 PM
stesso giorno
Elisabeth McGrovers, era una robusta signora di quarantatré anni.
Lo stato della Georgia, quella settimana era sotto la morsa di un caldo afoso e soffocante, che stordiva e scaldava gli animi.
Lei era sulla veranda, con il curato giardinetto regolare di fronte a se, e l’aria afosa, che faceva sciamare nuvole di zanzare e mosche fastidiose.
Accanto, sulla destra, una zuppiera colma di punch, all’aranciata, che annegava nei cubetti di ghiaccio.
Un capace ramaiolo, ed un sorriso ilare e semplice, com’era stata semplice la sua vita…
Elisabeth non si era mai sposata né fidanzata…
Fin da giovane aveva preso a frequentare i ritrovi degli scout ed ad un certo punto era diventata parte del loro mondo.
Amava le gite per i boschi della Georgia, fra pini ed abeti, querce e alberi di grosso fusto, nelle quali ridacchiava e si sentiva giovane.
Il mondo soffocante della città, le ingabbiava il cuore.
Le gite erano semplici, ben organizzate e rinsaldavano lo spirito di gruppo.
Inoltre si respirava aria buona, si vedevano cose del proprio stato che, altrimenti, molti bambini avrebbero solo letto sui libri.
Certo, quel genere di vita, le aveva impedito di frequentare i locali alla moda, i cinema, i coetanei e all’improvviso Elisabeth si era trovata vecchia di colpo, nel breve volgere di una stagione.
I suoi amici di scuola si erano sposati, c’era chi se n’era andato, c’era chi si era trasferito ad un paio d’isolati più a Nord ed era come fosse migrato in un altro continente…era la vita che cambiava, impetuosa e irrefrenabile, come certi torrenti montani, in primavera o in autunno.
Ma alla McGrovers non importava.
Aveva compreso sin da ragazzina, di non essere nulla di che, come donna.
Niente seno esplosivo, niente gambe slanciate e lunghe, niente viso accattivate, niente culo sodo…Era cicciotta e simpatica, ma rendeva poco…
Quindi nessun dramma, nessuna dieta selvaggia, solo la placida considerazione della propria solitudine.
Era il mondo, andava così…
Fece suonare una sorta di campana appesa ad un robusto gancio, su una delle travi della veranda.
La campana era color bronzo, che trasmetteva un suono solenne e nitido.
I bambini, gli scout, l’avrebbero colto al volo.
Sorrideva come una madre, una chioccia che chiami a raccolta i propri bimbi, ed, in effetti, era così.
Erano il loro mondo, compresso fra casa sua, la sede degli scout e le montagne…
Quella sera, il capo scout Albin Richie Brown, compiva cinquant’anni.
C’era una festa ed il tempo mite aveva collaborato alla riuscita della cosa.
Avevano fatto una divertente gitarella intorno al bosco nazionale della Georgia, ma quella sera non sarebbero rimasti a dormire nelle tende.
Era in programma la festa..
I genitori dei ragazzi, avevano acconsentito affinché i figli si fermassero dalla McGrovers, consci della sua esperienza e del fatto che l’ambiente scoutistico, era lontano da dubbi e tentazioni.
Visione del mondo da americani medi, se ci pensate bene…
Comunque….Elisabeth suona la campana con delicata fermezza.
Adesso c’è il secondo giro di punch ( che è analcolico ed in effetti non è nulla più che aranciata naturale…) e poi la torta.
Ridendo e scherzando si faranno le undici e allora tutti a nanna…
Sorride…il mondo le sembra tanto bello e lontano da quello raccontato dai telegiornali, da apparirgli dipinto su di una cartolina.
Non sa che tutto sta per cambiare.
Alla festa ci sono una dozzina di bambini.
Sette femmine e cinque maschi.
Fra loro si eleva, non per statura né per intelligenza, Bobbie Duran.
Bobbie è un ragazzo dai capelli rossi, lentigginoso e smilzo.
Ha degli occhi grandi, che paiono strabuzzare fuori delle orbite.
Mastica chewingum dalla mattina alla sera, sputa lontano e tira alla fionda da far paura ai passeri.
E’ il bullo della scuola e naturalmente degli scout, gruppo Aquila.
Non ha una grande intelligenza, né è particolarmente carino, anzi è bruttarello per tutti, tranne che per la madre, che lo ammira fino alla follia.
Da quell’inizio di calda estate del 2003, l’hobby di Bobbie e dei suoi amici di avventura, Willie, Nelson ( nome da ammiraglio ) e Archie, è sfottere e far piangere
Teddy O’Sullivan.
O’Sullivan è pericolosamente vicino alla stazza della McGrovers, ma ha quasi trentatré anni in meno…
E’ uno della classe media statunitense, ciccione e mangiatore di hamburger.
Farlo piangere è facile.
Basta tirargli degli spilli nel sederone, con la cerbottana personalmente fabbricata da Bobbie ( in verità è stata costruita da suo padre, Arold Duran, Irlandese sempre ubriaco fradicio ) o canzonarlo dandogli dell’ippopotamo.
I quattro sanno che il ciccione è innamorato della ragazza più carina del gruppo femminile, Amanda Franchetti.
Amanda ha un faccino furbo e lunghi capelli biondi, alla moda della povera Barbara Hickins.
Probabilmente diventerebbe carina quanto lei…
Franchetti è d’origine italiana, come si capisce bene.
Ad un irlandese come Duran, gli italiani stanno sulle palle, come dice sempre pà
( chissà poi perché…) ma lei è una tipa particolare.
Ha già una sorta di albicocca per seno, cosa incredibile per la sua età…
Duran non capisce per quale motivo si sente strano, quando nota quel particolare anatomico, ma una cosa la capisce bene anche con il suo cervellino da gallina:
non può competere con il ciccio.
L’ippopotamo, infatti, è il primo della classe ( alla fine qualcuno dovrà aprire una seria branca di studi, sulla genetica dei primi della classe, che sono quasi tutti ciccioni o lentigginosi…) ed una volta ha fatto arrossire Amanda, dandole una poesia.
Lui non sarebbe capace di scrivere nemmeno la lista della spesa, quindi non entra nel merito…ma se sfotte l’ippopotamo, è chiaro che Amanda non se lo filerà più…
Una sera, Bobbie, tornando presto da una serata a Risiko con gli amici, ha visto mamma Pam e papà Arold, in una posa strana.
Lui era chino su mamma e sembrava mordicchiarle il seno.
Evidentemente non era una cosa dolorosa, perché mà rideva ed assumeva pose e versi curiosi.
Chissà se ad Amanda farebbe lo stesso effetto…
Ci ha pensato per i boschi, vedendola davanti a se con quei pantaloncini corti corti, disegno evidente del fatto notorio che non esistano luoghi immuni dalle tentazioni..
Ora, lui e la sua banda, circondano il ciccio, che da qualche minuto sta sudando come un ippopotamo disgustoso e laido, e dice che gli fa male la crapona…

< Ippo…ippo..ippopotamo…grosso come un elefante, grasso come un maiale, tutto da mangiare…>

Cantano a squarciagola, approfittando del fatto che Elisabeth non è lì, a difendere il pachiderma per evidente spirito di corpo..
Bobbie ha anche appallottolato la cicca che teneva fra le labbra, pronto a spararla dalla cerbottana, quando Amanda gli si para innanzi, guardandolo bieca.

< Bobbie ! Lascia stare Teddy….capito ? Sei solo un bullo….>

Non ha paura di loro, è ritta, ferma con i pugni serrati, i capelli svolazzano al suo scatto deciso a proteggere il ciccio…
Poi tutti, c’era chi rideva, chi si era fermato in silenzio pregustando un bel pestaggio, si allarmano.
Tutti, tranne Teddy…perché è lui ad emettere una sorta di verso, di grugnito gutturale.
Si volta di scatto.
Amanda grida e scivola a terra, mentre a Bobbie la cerbottana cade dalle mani, rimbalzando sulla terra secca del giardino.
Teddy O’Sullivan non esiste più.
C’è sempre un bimbo, robusto e grasso, ma ha la testa deforme di un gigantesco ippopotamo di fiume.
Quando spalanca la bocca, fila di denti irregolari e caotici, sporgono dalle mandibole rosee.
Elisabeth ode i ragazzini strillare, ma non si tratta di un normale strillo giocoso e spensierato, ma di terrore, terrore vero e proprio.
Fa per andare da loro, quando anche la sua testa pare spaccarsi come un melone.
Ha fitte lancinanti, e cade a terra, il capo fra le mani, i capelli scuri che scivolano sul davanti.
Vede tutto immerso in una nebbiolina violacea.
Teddy atterra addosso a Bobbie, colpendolo con il muso e spalancando la bocca, immensa e grottesca.
Ha saltato Amanda che si rialza e corre senza meta, accecata dal terrore.
Gli scout corrono senza direzione, e paiono uno stormo d’insetti notturni, sorpresi da una luce improvvisa.
Bobbie riceve colpi durissimi.
Il suo sterno si sfonda dopo il secondo urto, la gabbia toracica al terzo, ed ha gli organi interni spappolati dopo il quarto.
Morirà dopo sei ore d’agonia, all’ospedale centrale di Atlanta, senza mai più riprendere conoscenza.
Un paio di ragazzi, Jessica Simpson e Nelson McCuffie, svoltano verso la veranda, cercando aiuto, protezione, o Dio altro sa cosa da Elisabeth.
Poi restano immobili, come congelati da una raffica di vento improvvisa, gli occhi sgranati, le braccia rigide, i riflessi assenti, il sudore che cola innaturale.
A terra c’è il capo scout, Albin Richie Brown, parte della gola è una macchia rosso sangue, il petto sembra sia stato dilaniato da un trinciapolli.
Sopra di lui, la figura grottesca della donna, che emette un fetido ringhio, da quel muso d’orso bruno saldato sul suo corpo, voltandosi verso di loro.
Con ogni probabilità li divorerebbe facilmente, se, una volta messasi in piedi, non barcollasse.
E’ uno spettacolo osceno, fra il grottesco ed il tremendo.
Il sangue del povero Albin, le cola dal muso lordandole il vestito da scout, il fazzoletto azzurro legato al collo, misto a saliva e a brandelli di carne.
Gli occhi….Madonna mia che occhi !
Sembrano palle rosse, di un rosso luciferino, maledetto…
Alza gli artigli, affilati come rasoi, e fa un paio di passi in avanti.
Prima che i ragazzini possano tentare di reagire, si ode un suono secco e raggelante, come di un grosso vaso che si spezzi in due.
Ma non è il grosso vaso, a spezzarsi.
La testa di Elisabeth è spaccata in due parti e lei caracolla inebetita per un paio di secondi, per poi cadere pesantemente a terra.
Medesima sorte per Teddy O’Sullivan.
Le prime urla dei vicini, dei ragazzi, di chiunque capiti lì, si diffondono per Atlanta come sciami d’insetti notturni.

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Città di Washington, Ore 11.09 PM
Mercoledì 6 Agosto
 
Sono da poco passate le undici.
Il caldo non è per nulla scemato, né durante quell’interminabile pomeriggio, né per quell’inconcludente sera.
Merrick ha terminato lo "sbendaggio" e dopo una dolorosa dormita sul divano, attento a non girarsi per evitare di perdere qualche "pezzo", prepara i pezzi per il giorno successivo.
Ha una bella confezione di bende nuove, ma gli manca la voglia d’usarle….
L’operazione, sbendare e bendare insomma, deve ripetersi ogni sacrosanto giorno, ed ogni volta appare più difficile.
I lembi della pelle molliccia, si staccano con sempre maggior frequenza, e tenerli insieme non è operazione di poco conto.
Non deve uscire…
Hannibal non ha mangiato nulla, da quasi due giorni, ma è bene…
Il digiuno gli conferisce lucidità, allertando i sensi allo spasmo.
Sa che sta rischiando grosso…che non può fidarsi di coloro ai quali collabora.
Ma sa anche che hanno bisogno di lui…
Non hanno nulla in mano e senza ciò che è Hannibal Merrick, il loro…"piano" andrebbe a puttane…
Si calzò l’amato impermeabile scuro, di pelle e la mantella nera come la pece.
Ora ditemi voi se non sembra un novello dottor Jekyll…
Sbirciò fuori delle laide tende che si reggevano per miracolo, fra i fumi di vapore e le ondate d’afa soffocante della metropoli, sorridendo.
Vide il camion, un Ford Transit scuro, nero pece a dire il vero, parcheggiato da un lato.
Lo stavano sorvegliando…coglioni !

< Ah…adoro questa città…..>, bofonchiò..

All’interno, due personaggi.
Uno è rasato a zero.
Si chiama Morbie ( nome di battaglia, naturalmente ).
Ha combattuto in Iran, Golfo persico, Serbia…
E’ capace di tagliare una gola in meno di un secondo netto.
Sa smontare un M-16 in meno di dieci secondi.
Una volta, in Serbia, è stato ferito ad una gamba, da un cecchino di Milosevic.
E’ rimasto per trentadue ore nel fango, immobile, con la gamba che urlava dal dolore, senza farsi scoprire.
L’altra è Chaterine Black.
Da quando ha lasciato i magazzini del porto, ha quasi pregato la memoria del marito, che non le fosse affidato l’incarico di sorvegliare Merrick.
Quello…Gesù non sembra neppure umano.
Si sfiorò il tatuaggio sulla spalla sinistra, sbuffando per il caldo.
Come tutti i membri degli Spartani, ha una daga tatuata sulla spalla.
Ripose il microfono sul cruscotto e si voltò.
La coda dei capelli, scivolò fra il sedile e il divisorio del Ford.

< Andiamo…mi sono rotta ! Quello non esce da lì…>

Morbie scosse il testone glabro.

< Li conosci gli ordini, no ? Non va perso di vista…>

Alzando appena le mani, le batté una sul volante.

< Ma dove cavolo vuoi che vada ? Lo hai visto camminare ? E’ storpio… E poi mi fa senso…sembra…uno sgorbio…E a parte tutto, ha bisogno di noi, per quel che ha in mente…>

Il suo viso è incredibilmente bello, quando parla.
Morbie scosse di nuovo la zucca.

< Avverti il capo…>

Ora Chaterine sorrise.
Estrasse un pugnale d’assalto, dalla lama seghettata sul lato destro e liscia ma tagliente come un rasoio, da quello sinistro.

< Io sono il tuo capo, lo sai, no ? Tieniti forte…si sgomma….Merrick sarà anche storpio, ma non scemo… Credi che non ci abbia visti, qui fuori ? >

Il furgone partì rombando, ed è un bene.
Altrimenti l’indagine di Fox e Dana sarebbe finita ancor prima di cominciare.
Accanto al Ford Transit, nel piccolo cono d’ombra creato dalla luce fioca del lampione stradale, emerse Hannibal Merrick.
E’ esatto dire che n’emerse, perché pur guardando fuori del finestrino, prima di partire, Chaterine non avrebbe avuto modo nemmeno di notarlo.
Era assolutamente invisibile.

< Amo questa città….>, rise.

Dalla sua mano, sibilò un coltello, affilato come un rasoio.
Un istante in più, e l’avrebbe ficcato nella gola della bella Chaterine, aprendola come una borsetta di coccodrillo.
Rise e svanì nella notte.

***

CAPITOLO SETTE

 

Watson Institute of Children,
Città di Pittsburgh, Stato della
Pennsylvania, Ore 06.58 Pm
Mercoledì 6 Agosto
Scully si sedette accavallando le gambe, di fronte al direttore dell’istituto di tutela e cura dei minori della città di Pittsburgh, mentre il sole andava tramontando.
Filtrava sibillino fra le persiane, raggiungendola fastidiosamente in viso e provocandole un’arsura imbarazzante.
L’uomo si chiama Artur Piggedon, ha cinquanta anni spaccati.
Il viso è grassoccio e paffuto, denota una sorta di calvizie avanzata, e molto probabilmente fra pochi anni, soffrirà di problemi cardiaci.
La sua giornata era trascorsa placida e tranquilla, almeno sino all’arrivo di quella rossa notevolmente sexy, gran paio di cosce, complimenti a mamma, e viso misterioso e malizioso.
L’aveva accolta con il falso sorriso che soleva esternare ogni giorno, per via della sua occupazione.
Incensare finti filantropi, associazioni per l’infanzia e commissioni di controllo dei bilanci, era la sua missione quotidiana.
Del resto, quando Scully aveva trovato con facilità irrisoria l’istituto, e si era recata altrettanto celermente lì, era rimasta senza parole.
La sola facciata esterna, giustificava 4000 $ di retta mensile.
Un grandioso giardino, un parco giochi, e all’interno corridoi lindi e puliti, tutrici calme e professionali, strutture all’apparenza di prim’ordine..
Ma se tutto poteva apparire tranquillo e luccicante, agli occhi assonnati di un redattore del fisco o della commissione di tutela dell’infanzia, allo sguardo di Dana Scully quella appariva solo una lussuosa e curata prigione.
Curata e lussuosa, sì, ma pur sempre prigione..
C’era una sorta d’atmosfera cupa e aleatoria, che Dana non era in grado di decifrare, ma che si respirava nettamente, e che l’aveva messa sulla difensiva.
Oltretutto, da quando era entrata nell’ufficio, quel laido individuo non le aveva staccato gli occhi di dosso per un istante…pareva stesse spogliandola con lo sguardo.
Artur pensa che i casini saranno immensi, impronunziabili, per mobilitare addirittura un vice-direttore federale, e mentre si esprime con la paludata eloquenza di sempre, pensa e ripensa a cosa diavolo può aver combinato di così grave.

<…vice-direttore Scully…sono onorato d’averla qui….pensi che l’istituzione che mi onoro di dirigere, ha superato proprio due mesi fa, un esame di controllo del tribunale dei minori…>

Frase acuta, pensò subito Dana.
E’ una mossa a doppio taglio, per dirti che è tutto OK, e che il tipo ha amici al tribunale dei minori, notoriamente una gatta da pelare rognosissima.
La reazione di Artur Piggedon apparirebbe normale, in superficie.
Chiunque si trovi davanti un vice-direttore dell’FBI, pensa alla sua vita, alla volta che ha parcheggiato in sosta vietata, alla scappatella con una puttana, a quando ha clonato dei cd…
Ma scavando appena sotto il pelo dell’acqua, giusto un pelo non di più, si scoprirebbe che Artur ha ottenuto " l’onore di dirigere quell’istituto", onore che gli frutta uno stipendio di 120.000 $ dollari l’anno, solo per i suoi "particolari" rapporti con l’effettiva proprietaria, Emma Klugman.
Emma è una vedova ricchissima, di sessanta anni.
Artur la lavorata ai fianchi per settimane, meno peggio del previsto a dir il vero, affinché da modesto amministratore di bilancio delle sue innumerevoli entrate, divenisse direttore di quell’istituto.
Alla fine, dopo una notte di sesso e champagne, tutto rigorosamente pagato dalla vecchia, era emerso dalle lenzuola sudato e trionfante.
Avrete capito subito che dei minori non gliene frega proprio nulla.
In quella struttura sono accolti, oltre che orfani, bimbi ricchi, i cui genitori non hanno tempo né voglia di dedicare attenzioni, cosa che Scully trova disgustosa.
Sono curati, è insegnato loro il galateo e si provvede ad un’adeguata istruzione fin dopo le scuole d’obbligo.
Ma per Artur, chiunque possa pagare, e pagare bene, è bene accetto.
La sua è un’opera morale e spirituale, per Dio.
Non importa se gli permette vacanze sulla Costa Azzurra.
Scully scacciò una smorfia di fastidio.

< Non intendo sottoporre l’istituto ad un controllo…Mi interessa sapere se avete ospite una bambina, che si chiama Jordan Black…Ecco la sua foto… Il nome potrebbe esser stato cambiato..>

Si alzò appena, posando la foto della bambina sulla scrivania.
E’ una fotografia reperita negli archivi federali, e lì Jordan ha un paio d’anni in meno.
Artur sorrise.
Sia perché, nell’alzarsi Scully aveva involontariamente mostrato le gambe nel risedersi il colore bianco delle sue mutandine, sia perché ora si accorse di avere il coltello dalla parte del manico.

< Mi spiace…vice-direttore…Ma questa non è una struttura federale, ma una istituzione privata ! Non divulghiamo i nomi di coloro che ospitiamo per motivi che lei capirà benissimo…>

Dana si sfiorò il labbro inferiore.
Ha capito immediatamente con che genere di persona ha a che fare.
Basta convenevoli e frasi di circostanza.
Deve bluffare, se vuole che Jordan sia protetta.

< Lei sa cos’è la commissione contro il terrorismo, signor…>, strizzò le palpebre, leggendo la targhetta e scandendo le lettere del cognome, come per mandarlo a memoria,

<…Piggedon ? >

Lui mutò di nuovo espressione. Il sorriso nel vedere quelle mutandine bianche, che immagina sudate e profumate, si è spento.
E’ stato cacciato giù dalla parola " terrorismo".

< No…veramente no…>

Scully sollevò appena il labbro superiore, in una sorta di tenue sorrisino malefico.

< Bhè…dopo quanto avvenuto l’undici di Settembre…del 2001…siamo tutti piuttosto tesi, allarmati…E forzare la mano in certe situazioni, può capitare.. A meno che…>

Lasciò la frase in sospeso.

< A meno che ? >, ripeté lui, come una scimmietta ebete.

<…a meno che non si collabori pienamente….Ho ragione di ritenere che la bambina in questione, sia stata portata qui dalla madre…che è accusata di far parte di un gruppo terrorista d’estrema destra… Il mio intento è di portarla via da qui, per proteggerla da eventuali atti di ritorsione, fornire a Jordan una famiglia ed una protezione sicura, e costringere la madre ad uscire allo scoperto…>

Artur non ha sentito più nulla dopo le parole "gruppo terrorista d’estrema destra"…
Quella frase si è saldata nel cervello, come una sanguisuga ad un polpaccio.
E rode…rode…

Porca…debbo liberarmi di questa seccatura…terroristi….ma che cazzo mi doveva capitare fra i piedi….proprio a me…proprio a me…i federali sono capaci di montare un casino, magari di dire anche che sono complice…

Ora l’inquietudine precedente ha lasciato il campo al terrore.
Artur si sente indifeso come un bimbo e la mente pare disconnessa dal resto del corpo, come se andasse per conto proprio.
Deglutisce e suda.

< Non guarda la fotografia ? >, chiese Dana in un misto d’infantile curiosità e sferzante ironia, che si dipinse sul suo bel volto con una sfumatura leggera.

Artur prende la foto con la punta dei polpastrelli, quasi temendo di lasciarvi sopra le proprie impronte digitali e annuì.

< Ok…è qui…desidera vederla ? >

Non si tratta di una banale domanda, quanto di un’affermazione nascosta dal tono interrogativo.
Dana annuì. Si alzò ed Artur fece altrettanto.

< Domani interverrà il servizio sociale dell’FBI…fisseremo l’appuntamento per la pratica di trasferimento…certo sarebbe tutto più semplice se..lei collaborasse con noi…>

Parla incamminandosi al suo fianco, uscendo per gli infiniti corridoi di quel centro labirintico, con una falcata sexy ed elegante, naturale.
Conosce bene i diritti dell’istituto, magari non nella loro interezza, ma li conosce.
Sa che se Piggedon lo volesse, la tiritera potrebbe allungarsi all’infinito…
E ciò sarebbe pericoloso.
Per Jordan e forse anche per Chaterine.
Quindi, ciò che fa, è cercare la soluzione, possibilmente rapida ed indolore.
La vena ricattatoria del suo discorso è mitigata, in Scully, dalla bassezza del personaggio che si trova davanti,
Al polso Piggedon ha un Rolex d’oro, che probabilmente Dana non potrebbe comperare nemmeno adesso da vice-direttore federale, con un anno di stipendio.
Camminando per gli ariosi corridoi, tutti con grandi finestre antipanico, nota una Mercedes 2000 parcheggiata nel cortile interno…
Non fatica a capire di chi sia.
Sulle sue dita gonfie e sudaticce, ha un paio di anelli d’oro massiccio…
Veste Armani, vestito su misura per la taglia massiccia, rifiniture eleganti, le cuciture nemmeno sì vedono…
Insomma è un tipo cui piace razzolare nell’oro fino.
Ora Dana iniziò a capire dove andavano a finire parte di quei quattromila dollari mensili..
Ma è anche lo specchio di un altro ragionamento..
Se Chaterine ha affidato a quel posto sua figlia, significa che le vuole un mondo di bene, che intende proteggerla da ciò che è diventata adesso.
Non si è affidata ad amici o parenti, a qualche istituzione statale, ma ha scelto la crema, il meglio…
Che poi il meglio sia amministrato da uomini come Artur Piggedon, è altro discorso.
Salirono sino al secondo piano.
Il corridoio è lungo e pulito, un paio di infermieri è seduto accanto ad una tv, che senz’audio ma con le soprascritte, trasmette un incontro di hockey..
Piggedon parlottò con una delle due, una filiforme donna sui quaranta e lei annuì.
Poi si piazzò contro una delle pareti, gettando un debole sorriso a Scully, pregando che il muro possa sostenerlo. Ha le gambe molli, e teme di svenire da un momento all’altro..
Scully lo superò, senza degnarlo di uno sguardo.
Camminarono per qualche istante, poi la donna le indicò la stanza di Jordan.
Scully si bloccò per un secondo, di fronte alla maniglia.
E’ solo un secondo, letteralmente, ma per Dana è come fosse una vita.
Ricordò un altro istituto, altri corridoi, meno puliti e più sommari…
Un’altra stanza, una bambina traumatizzata dalla morte dei genitori, dolcissima e dai capelli lunghi sino alle spalle…
Ricordò Alice e vorrebbe che Fox fosse con lei.
Ricordò Alice e desiderando che fosse viva…
Ricordò Alice e rammentando l’uomo che fuma, le sue frasi sibilline sul suo passato, sulla sua amicizia con suo padre…
Ma è solo un secondo, davvero…
Adesso Dana afferra saldamente la maniglia, ma apre con circospezione, nel caso Jordan dormisse.
La bellissima figlia dei Black, è a letto, ma non sta dormendo..
Legge un voluminoso libro, scritto fitto, ma che l’avvince da settimane.
E’ "Il signore degli anelli".
La luce del corridoio si mescolò tenue a quella della lampada del suo comodino.
La stanza è più elegante di quella di casa sua, di quella che Dana potrebbe prepararle tutte le sere…ma manca di un qualcosa, di un tutto…
Manca d’amore.
Jordan ha undici anni, appena compiuti…
E’ sveglia e dal viso splendido.
Occhi azzurri, espressione fiabesca….una splendida bambina..
Girò la testa, colma di capelli ricci e biondi e vide Dana Scully.

< Ciao ! >

Balzò giù dal letto a piedi nudi e l’infermiera trattenne un rimprovero.
Anche in lei l’FBI incute rispetto.
Corse con le braccia in avanti e Dana se la ritrova in grembo

quel grembo morto, senza vita…mai più madre…Dio perché…

e tutte le certezze, la forza interiore, svaniscono.
Le accarezzò la testa.
Le diede un bacio sui capelli, e le parole non arrivarono.
Gli occhi s’illuminano della medesima luce che ha provato quando ha salutato Fox..

< …ciao…>, riuscì appena a rispondere.

Si mise in ginocchio, in una posa che farebbe sorridere Piggedon, un ginocchio a terra, l’altro sollevato appena, e le da quel che avrebbe voluto darle subito, appena intravista leggere..
Un bacio sulla guancia.
Jordan sorrise.

< Sono contenta che sei venuta a trovarmi…sono sempre sola qui ! >

Dana la strinse a se, sentendola respirare.
Chiuse le palpebre…lo stesso profumo di Alice, la stessa pelle morbida, gli stessi capelli fluenti…amore…amore mio…bambina mia
Poi la sollevò e portandola a letto.
Jordan si sedette, le gambe incrociate accarezzandole la guancia, sentendo una lacrima fredda fra le dita.

< Sei qui per aiutarmi, vero ? >

La domanda la spiazzò.
Scully fece un bel sorriso, ma non trovando la risposta giusta.

< Mamma mi ha detto che se avevo bisogno di aiuto, c’eri tu ed il signor Fox…>

Ora trattenne una risata.
"Signor Fox"…davvero buffo, pensò.

< Hai bisogno di aiuto…? Ti trattano male, piccola ? >

Lei scosse i capelli biondi.

< Nooo! Ma…>

Le fece cenno di avvicinarsi.
Dana si sporse e Jordan le diede un bacio sull’orecchio, ridendo.
Poi si fece seria e disse:

< …voglio vedere la mamma…vedere papà….E’ da tanto che non vedo papà Frank….Tu puoi portarmi da lui, vero?>

Scully sospirò.
Le lacrime le strinsero l’esofago.
Le ricacciò indietro con ammirevole coraggio.

<….amore…ti giuro che ti porterò via da qui…ma…ci sono delle cose….che tu adesso, non puoi capire…Forse…sai che papà è in posto migliore, vero ? >

Jordan perse il sorriso.
Annuì.
Nel libro che sta leggendo, molte persone, molti elfi, vanno in un posto migliore…
Ma che non dev’essere poi così bello, visto che tutti piangono…
E quand’uno piange è brutto segno.

<…tu non mi ci puoi portare…? Papà diceva che tu ed il signor Fox mi avreste protetta, un giorno…>

Lei fu attraversata da dei brividi.
Razionalmente, non credeva nelle "capacità" di Frank Black…..ma davvero, le poche volte che ha lavorato con lui, ha percepito…sentito qualcosa…
Si stupì dal grado di…visione che quell’uomo possedeva…Che avesse già capito ?
Che avesse scorto il futuro di sua figlia ?
Ricacciò indietro anche quelle domande.

< …non posso…nemmeno Fox può….cambieranno tante cose nella tua vita, amore…davvero tante…Tua mamma è in un guaio….io…e Fox stiamo facendo il possibile per aiutarla…e per aiutare te ! Lo capisci ? Mi credi ? >

Jordan annuì.
Afferrò la mano di Scully e la strinse.

<…devi credermi…perché…così è più facile anche per…me…>

Ora le scesero due lacrime grosse, e si posarono sul pigiamino di Jordan.
Jordan parlò piano.

< Ti credo…papà mi ha detto, una volta, di credere sempre in voi…>

La strinse a se…e da quel momento fu come se una parte del suo io, del suo cuore, del cuore dolcissimo di Scully, si saldasse alla bambina, per non staccarsene mai più.

….amore…amore mio…bambina mia

La sistemò sotto le coperte e le rimboccò con delicatezza, una dolcezza che non credeva di possedere.

< Adesso dormi…domani Dana sarà qui…e ti porterà via da questo posto… starai con me per un po’…vuoi ? >

Sorrise.

< Si ! Così vedrò anche il signor Fox…>

Dana rise.
Fu una risata che annegò nel dolore, ma le fece bene, spezzando la tensione, la voglia di piangere…

***

CAPITOLO OTTO

 

Sede del Guerriero Solitario,
Washington, Ore 11.59 PM
Mercoledì 6 Agosto
Mulder stava appoggiato alla parete, lo sguardo fisso nel vuoto, il cervello in piena attività.
La stanchezza di aver guidato per ore, la frustrazione per aver inutilmente cercato di superare gli ostacoli sugli "omissis" dei files che cercava circa "I Pretoriani" non sembravano aver minato la sua determinazione.
Il dossier numero 101368/x2 che tanto aveva raccolto l’attenzione dei vice-direttori alla riunione, era lacunoso ed incompleto.
Naturale, pensò Fox.
La task-force che si occupava del caso, era certamente in possesso di dati completi, ma egli voleva evitare qualunque coinvolgimento diretto, almeno fin che non si fosse rivelato indispensabile.
Immaginò che se davvero la sua sensazione circa l’essere spiato e seguito si fosse rivelata esatta, esporsi al punto da chiedere formalmente al direttore dell’FBI notizie sul caso o esservi assegnato, avrebbe suonato a condanna per la riuscita dell’indagine..E forse anche per Chaterine e Jordan Black.
Chiaramente il gruppo eversivo sapeva del passato di Chaterine.
Se proprio il vice-direttore Mulder fosse saltato fuori ad indagare sui Pretoriani, di chi si sarebbero liberati, immediatamente ?
Nonostante ciò, doveva cercare…
Era sempre più convinto che esistesse un nesso fra quelle poche cose scoperte, e quel gruppo eversivo.
Langly era seduto alla consolle con la solita espressione stralunata, occhiali color vermiglio calzati per evitare la tremenda miopia, dita agili sulla tastiera.
Byers era il più assonnato di tutti, barbetta curata, occhiaie profonde, andatura caracollante.
Frohike, dopo essersi rammaricato per la mancata presenza di Scully, si torceva le dita, guardando Mulder.

< Bingo ! >, fece Langly, girandosi ilare e guardando così il vecchio amico.

Fox si chinò accanto a lui.

< Trovato qualcosa ? >

Langly annuì, scuotendo i lunghi capelli biondi.

< Abbastanza…Dunque…I Pretoriani, gruppo anarchico d’estrema destra… I seguaci hanno un gladio, un’antica spada di corta lunghezza, tatuata sulla spalla. Scopo del gruppo, l’eversione ed il rovesciamento del governo federale, che essi reputano ingannevole, menzognero e occultante la verità…>

Frohike fece un sorriso.

< Più o meno come noi…>

<…pare che sia stato costituito nel Marzo 1988, da un reduce della Guerra in Vietnam, August Kendall, attualmente recluso nelle carceri federali di Bethesda…nome di battaglia Mino… Kendall fu catturato nel Novembre del 1998, mentre tentava di mettersi in contatto con alcuni esponenti dell’ETA. Nonostante la prigionia, non ha mai rivelato nulla del gruppo, né delle voci, reali o fittizie, circa l’intenzione dei Pretoriani, di scatenare un’epidemia mortale negli Stati Uniti…pare diretta contro il governo federale, ed i più alti vertici dell’FBI, della CIA e del servizio segreto nazionale…>

Frohike sgranò gli occhietti scuri.

< Accidenti..! >

< La CIA, nel Marzo del 1999, durante un’ispezione a Dallas, Texas, in uno dei covi appartenuti a Mino, pare abbia recuperato dei files, riguardanti alcuni "contatti" con esponenti del RBM …..>

Si voltò verso Fox.

< Sarebbe ? >, chiese all’agente federale.

Mulder si sfiorò la fronte.

< Reparto Biologico Militare….ufficialmente non esiste più dal 1965, dopo la Guerra in Corea…Ma ho avuto modo di scoprire, con Scully, che a Pine Bluff, dove è sita la più grande base americana di ricerche biologiche, gli studi sono andati avanti lo stesso…Pare che, da un rapporto dell’ONU del 2000, USA ed ex URSS, siano in possesso di 10.000 tonnellate di virus chimico-biologici… Retaggio della guerra fredda ! >

Byers annuì.

< In verità non si conoscono nemmeno le quantità di virus che le due super-potenze hanno stipato e costruito in cinquanta anni ! Pare che ora l’attenzione si sia spostata verso il mondo mediorientale e che la famigerata "Sicurezza Nazionale" imponga la conservazione e il monitoraggio di  nuovi virus, di cui non si sa nulla ! >

Mulder si stirò le braccia, sentendo le spalle dolere.
Era stata una giornata difficile e certo quelle notizie non giovavano a rasserenarla.

< Nomi…? Luoghi ? Altri indizi ? >

Langly scosse la testa.

< Nulla…purtroppo i nomi di questi possibili complici, sono finiti sotto la sigla Top Secret dalla CIA…Quindi, quel che ti dico ora, è pura congettura…fine a se stessa…>

Fox annuì…era meglio ipotizzare, che non sapere.

< Pare che dopo l’estate del 1999, siano scattati numerosi arresti, da parte dei servizi segreti…i componenti che intendevano fiancheggiare i terroristi, si dice una decina, forse una dozzina al massimo, sarebbero stati catturati ! Ma se quel che ci hai detto risponde al vero, è chiaro che " Pretoriani"hanno in programma qualcosa di grosso ! Probabilmente qualcuno dei "contatti" è sfuggito alla cattura…>

Fox guardò l’Omega al polso…le dodici e un quarto…Scully non aveva ancora chiamato…

<…Attualmente i capi dell’organizzazione sono due…uno straniero, forse Arabo, il cui nome è sconosciuto e Rob Yumakjck, d’origine Russa…Ma c’è chi dice che le fila siano tirate ancora da August Kendall…>

Mulder fece scivolare la busta sulla scrivania ingombra di files, fogli e oggetti della più svariata natura.

< E questa sigla ? >

Byers prese a camminare con lentezza, scandendo le parole.

< I.C.M….Intelligence, Control, Minds…Una sigla che i servizi segreti militari utilizzavano nel 1964 per coprire tutti gli studi su armi chimiche e batteriologiche, super soldati e cose di questo tipo…Anche questa, come il reparto RBM, risulta ufficialmente chiuso nel 1966 dalla direttiva di Richard Nixon…>

Lo schermo del cellulare di Mulder s’illuminò.
Scully lo stava chiamando.

< Un attimo…>, disse rivolto agli amici.

< Fox…sono…io…>

La voce era tranquilla.
Dana era a letto, in un modesto ma pulito motel d’Allentown, affittato sotto falso nome.

< La bambina ? >, chiese Mulder.

< Sta bene…almeno fisicamente…è solo che….Fox…quella bambina è traumatizzata….sola…farò di tutto perché…possa uscire da qui…trovare  chi si prenda cura di lei….>

Il tono di Scully era diventato tenero e sofferente, e Mulder lo colse al volo.
Del resto, non si sarebbe immaginato niente di diverso.

< Dana…ascoltami ti prego….so cosa stai provando…so quanto ami Jordan… ma…cerca di rimanere razionale…di agire per il suo bene…Ho bisogno di te, qui…sono emerse molte cose nuove…>

Dana socchiuse le palpebre, sospirando.
Il condizionatore del motel non funzionava e faceva caldo….troppo..

<….so…so come debbo comportarmi…E’ giusto che tu sappia che….ho fatto esplicita richiesta all’assistente sociale, affinché Jordan sia affidata a me, almeno temporaneamente…Penso sia la cosa migliore, per non aggiungere altro dolore a quella bambina…Ha tanta voglia di vederti…>

Mulder si sentì stranamente.
Per la prima volta, l’idea che una bambina volesse vederlo, non gli appariva imbarazzante.
Forse era davvero il disegno di una mente, ma non necessariamente folle…

< Ok…va bene…Cerca di risolvere la cosa entro domani…preferisco tu mi stia accanto…per la tua sicurezza e per quella della bambina…Anzi…ti pregherei di chiamarmi solo da un telefono pubblico, d’ora in avanti…io farò lo stesso… Meno contatti abbiamo, tramite cellulare, meglio sarà…>

Dana sibilò un debole sì…
Non accusò Fox di paranoia…
Si sentiva spiata anch’essa ed il fatto di affittare una stanza sotto pseudonimo era stata una delle tante precauzioni prese in quella giornata.
Aveva già cambiato auto, e percorso, dal centro al motel…

<…dormi bene, amore…cerca di…non…non voglio che tu soffra di nuovo… Hai già perso Alice…>

Scully si girò, dal lato preferito, per prender sonno.

< …non sono sola…ci sei tu con me…sii prudente, ti prego…! >

Udì il contatto chiudersi e provò il desiderio intenso, fisico d’esserle accanto e baciarla.
Di vederla addormentarsi, tranquilla come una bambina…
Spense il cellulare e ripensò a Jordan…
In fondo era quanto voleva lui stesso….perché temeva di ammetterlo ?
Ma la madre di Jordan era ancora viva…
Fox desiderava sapere cosa le stava capitando e perché.
Avrebbe avuto modo di scoprirlo.

---

Sede de " I Pretoriani", luogo sconosciuto,
Città di Washington, Ore 08.00 Am,
Giovedì 7 Agosto
Lo scalo ferroviario era in movimento.
Lunghissimi treni merci, che si perdevano all’orizzonte, assomigliavano a serpenti addormentati al sole.
L’odore pungente dell’acciaio delle rotaie, della benzina, delle traversine, impregnava l’aria, stordendo.
Una coppia d’individui, spense la sigaretta, gettandola quasi all’unisono, sulla massicciata.
Avevano modo di vedere il ponte che a meno di un chilometro, passava sopra lo scalo.
Era già un brulicare d’auto e mezzi pubblici.
Washington era attiva, da quasi due ore e mezza.
L’obelisco si vedeva fra le fronde di un paio d’alberi in lontananza, ad ovest.
Uno dei due, con indosso una maglietta bianca stretta, che esaltava i pettorali da palestra e steroidi, bussò con due dita ad una minuscola porta metallica, sul vagone 64148.
L’altro era a gambe larghe sulle rotaie di fronte al convoglio merci fermo, fissando con aria assente il cielo azzurro.
Faceva caldo. Già dal mattino la temperatura non era mai scesa sotto i vent’otto gradi.
Un incubo.

< Sì ? >

< Abbiamo i giornali..>

La porta si aprì.
I due entrarono con calma, senza guardarsi attorno.
Le prime luci del giorno erano già alte nella capitale.
Gli operai avevano visto chissà quante volte quel treno merci, banalmente confuso in mezzo a migliaia di altri e l’avevano perso subito dalla memoria.
Certo, era appena defilato su di un binario morto, fra le alte fronde di una macchia di querce e faggi, con lo scambio disattivato da tre mesi…
Ma, appunto, si faticava a tenerlo a mente, come fosse immerso nella medesima nebbiolina violacea che annebbiava la vista delle vittime.
All’interno, una dozzina d’individui.
Il carro era spoglio.
I membri del gruppo terrorista, stavano seduti su casse di legno, appoggiati a bancali accatastati o parlottavano in piedi, fra le assi sporche di bitume del carro.
Nulla che potesse rimanere, nulla che, un secondo dopo che tutti se ne fossero andati, avrebbe mai segnalato la loro presenza.
Rob Yumakjck era al centro, e fumava una Morley, dopo averne tagliato il filtro.
Era un uomo massiccio, dai corti capelli a spazzola.
I suoi penetranti occhi azzurri, scavavano in Chaterine Black.
Dal centro della fronte, sino allo zigomo destro, una cicatrice a mezzaluna, rossiccia, figlia di un Ak-47 che per un pelo ( meno di un centimetro ) non gli aveva spappolato il cervello, in Afghanistan.
S’infilò il pacchetto sotto la corta manica della maglietta verde militare e posò, soddisfatto, due quotidiani al centro dell’improvvisato ripiano metallico che faceva da tavolo.

< Anche ad Atlanta è tutto OK…>

Indicò un annuncio, pubblicato in fondo all’ultima pagina del Washington Post, che diceva:

" Offro lavoro a 1800 $ mensili.
Referenze serie, chiamare n°55505066
Possibilità in espansione. Atlanta."
 
Rise.
Uno dei membri del gruppo si chinò leggendo con attenzione.

< Las Vegas, Miami ed Atlanta….tre su cinque…>

Chaterine si asciugò le labbra, dopo un sorso d’acqua fresca.
Si crepava di caldo, in quel cazzo di vagone.
Rob le cinse la vita, baciandola con forza.

< Visto cocca ? Siamo in pista….>

Lei abbozzò un sorriso.

< E’ presto….mancano ancora due bersagli…New York e Pittsburgh….>

Morbie ciondolava spazientito.

< Che hai, carro armato ? Ti sento con i cingoli arrugginiti….>, scherzò Yumakjck.

< Posso dirla tutta ? >

Il russo annuì.

< Amico…questa è una democrazia, lo sai…non come quella di Washington ! >

Risero tutti.
Tranne Chaterine.
Da quando avevano abbandonato la postazione, per sorvegliare Hannibal Merrick, Morbie era diventato cupo e nervoso.

< Reputo un errore fidarci di quel….quello sgorbio puzzolente….Insomma… non occorre tutta l’intelligenza di questo mondo per capire che non gliene frega un cazzo della causa…>

Yumakjck balzò in piedi, guardandolo sott’occhi.

< Ma vuole quel che vogliamo noi…abbiamo i mezzi per accontentare il suo… desiderio e lo faremo…Questa nazione ha bisogno di un repulisti, amico… Sarà nostro compito…eseguirlo….! >

Chaterine accese una Morley.

< Per la verità, Rob…la penso come Morbie…quel tipo…mi da i brividi… Sembra…fatto di cera lacca…>

La cinse di nuovo per la vita, sfiorandole le orecchie con le labbra.
I capelli, raccolti a coda, sferzarono nell’aria putrida del vagone.

< Mi sa che siete stati troppo insieme, voi due…le convivenze forzate portano ad un appiattimento d’idee….Allora…se quel coglione di Merrick avesse una doppia faccia, oltre a quella ributtante che ha saldata sul collo, gli staccherò la testa con le mie mani, chiaro ? Siamo ad un passo dal giorno del giudizio, per gli ingannatori, per coloro che tramano alle spalle del popolo solo per colpirlo alle spalle…non torneremo indietro, costi ciò che costi…>

Morbie fissò Chaterine…forse erano davvero rimasti per troppo tempo insieme.

< O debbo mostrarvi ciò che c’è sempre stato nascosto ? >

Chaterine scosse la testa.

< Non…è il caso…sai che crediamo al nuovo ordine delle cose…Forse…ho solo bisogno di vedere Jordan…>

Il russo smise di ridere.
Sapeva bene che si poteva ridere d’ogni cosa, con Chaterine, ma non di sua figlia.
Aspirò la Morley, fissando il vuoto.

< Non è possibile…non adesso…dobbiamo esser prudenti come non mai.. i federali hanno fiutato qualcosa….Siamo ad un passo dal trionfo…e non possiamo farci fermare da scrupoli personali..>

Chaterine spense, nervosa, la sigaretta..
Erano quasi due mesi che non vedeva la figlia.

< Fra l’altro…colgo l’occasione per dirti…che il tuo assegno mensile è stato tagliato…>

Lei si alzò di scatto, serrando un pugno.

< Che cosa ? Sai che se non pago la retta, buttano mia figlia in un orfanotrofio ? Per quale motivo…>

Yumakjck parve trapassarla con lo sguardo.

< E’ una direttiva che abbiamo preso in due…quei movimenti di denaro erano troppo sospetti…prima o poi ti avrebbero individuata…Era troppo rischioso…>

< Si trattava di assegni a postagiro…non mi avrebbero trovato nemmeno Eliott Ness e gli intoccabili ! E’ una vigliaccata…>

Rob si mise a giocherellare con la sicura di una vecchia granata anticarro, che portava appesa alla cintura mimetica dei pantaloni.
Segno preoccupante del nervosismo latente.

< E’ una direttiva del comitato strategico…Esegui e basta ! >

< Col cazzo ! Sei solo uno stron…>

Prima che potesse finire la frase, l’afferrò per la gola, spingendola contro la parete del carro merci, facendole sbattere la nuca.

< Adesso la finisci di fare la donnina pisciasotto e mi ascolti….Se ci tieni a mantenere la testa sul collo e non vedere la tua stronzina che penzola da un albero, farai bene ad eseguire le direttive ! Quando la cosa si concluderà, ti ridaremo Jordan…non prima ! Quest’operazione ci costa anni di lavoro e fatica, e non la getteremo alle ortiche, sono stato chiaro ? >

Il silenzio calò improvviso.
Solo Morbie accennò ad una reazione, che bloccò immediatamente.
Troppo imprudente, pensò.

< A meno che…>, sibilò Yumakjck, estraendo il coltello d’assalto che aveva alla cintola e premendo la lama seghettata al collo di Chaterine,

< …a meno che tu non voglia sganciarti….Che dici, amore ? >

Lei socchiuse le palpebre.
Sputò rabbiosa sulla sua guancia e Rob l’avvicinò deciso a se, baciandola.
Si divisero dopo un lungo istante.

< E’ così che mi piaci, cocca…>

Chaterine trattenne le lacrime.
Il russo si scostò da lei, con lo sguardo fulminante del capo branco.
Del resto egli interpretava così il suo ruolo, all’interno dei Pretoriani.
Anni prima, August Kendall lo aveva forgiato alla lotta dura e all’obbedienza cieca.
Si diceva che quando August fu catturato dai servi del potere, Rob avesse progettato di far saltare l’obelisco a Washington e far dirottare un aereo, se il numero uno non fosse stato liberato.
Dopo la prima parte della liberazione in Afghanistan, Yumakjck aveva assistito con rabbia al crollo delle ideologie e della potenza dell’URSS.
Era diventato un mercenario, cattiva parola che in realtà aveva poco a che vedere con il suo ruolo, la sua ricerca disperata di una motivazione, di un ideale forte cui sottomettersi e far rispettare.
Emigrato negli Stati Uniti nel 94, conobbe il suo Dio ad un caratteristico pub Irlandese a Dallas, in Texas.
C’era una delle solite ricorrenze molto americane e il pub era colmo di Texani con le palle girate, per via della politica del presidente Clinton, e di birra fredda gelata.
August e Rob si trovarono a parlare di politica…sapete come accade…
Alla fine della serata, Yumakjck era entusiasta.
Oltre ad aver trovato un assassino a sangue freddo come lui, aveva anche visto uno spiraglio nel buio tunnel della vacuità che la democrazia americana gli poneva davanti.
Altre voci interne al gruppo, forse fantasiose o forse no, avevano parlato di una sorta di cerimonia del sangue fra i due.
Pare che avessero bevuto l’uno il sangue dell’altro, in una sorta di mutuo consenso e di legame indivisibile, come i cospiratori di Catilina.
Poi August aveva mostrato a Rob le lettere…quelle che celavano, dietro il loro aspetto innocuo, il simbolo delle bugie americane, cosa della quale, sia detto subito, non aveva alcun bisogno.
Rob avrebbe goduto nel vedere la Casa Bianca ad un cumulo di macerie e se i mezzi dei Pretoriani non fossero stati estremamente limitati, in modo diversamente proporzionale al loro fanatismo, egli si sarebbe immolato per primo alla sua distruzione.
Ormai, complici anche le droghe che assumeva per reggersi in piedi e calmare una sorta di follia autodistruttiva che lo faceva assomigliare ad un cane rognoso, vedeva distruzione marciume ovunque, a parte che nel suo Dio e nel capolavoro da lui costituito.
Naturalmente per la propria visione eroica e nichilista del mondo, la vita umana non contava niente.
Sacrificarla, la propria o quella altrui, era secondario solo allo scopo da seguire.
Se il bersaglio esigeva un bagno di sangue, che si faccia.
Lo aveva imparato dai pasdaran Afgani, che in quattro gatti, avevano messo in scacco l’armata rossa.
Si rintanavano nei buchi, ed arrivavano a mangiarsi i cadaveri pur di non abbandonare le postazioni.
Quando Chaterine era stata presentata a lui come possibile nuovo membro de I Pretoriani ( in seguito a mesi di contatti e d’appostamenti ) Rob l’aveva scrutata alla soglia di un insetto sotto una teca di vetro.
Chaterine era una bella donna, cosa che non guastava.
Le belle donne inducono gli uomini a rilassarsi, ad abbassare la guardia ed oltretutto lei possedeva una sincera carica erotica, non del tutto inconscia.
Che fosse finita a letto con lui, Rob la considerava una cosa assolutamente dovuta e normale.
A Chaterine, che adesso si massaggia eccitata e furente il segno rosso causato dalla lama affilata del coltello sul suo collo esile e caldo, la relazione con quel russo era stata vissuta come l’accoppiamento animale di un giaguaro.
Oh, non che Rob Yumakjck fosse un super dotato…
Spesso faceva cilecca, e non sarebbe mai stato capace di far sesso se non né aveva voglia…..Ma, aveva altre doti..
Era brutale nel sesso, senza dubbio.
Amava sottomettere la donna, umiliarla…
Chaterine non aveva creduto possibile che si potesse provare piacere in quel modo…
Sentirsi dominata, la faceva impazzire.
Ma ora…ora provava una sorta di morsa allo sterno, che contenne con uno sforzo sovraumano, simile a quello che doveva imporsi per non urlare dal piacere, quando faceva l’amore con lui.
Istinto di madre…
Vedendo la sua schiena indifesa, le cui fasce muscolari guizzavano sotto la maglietta militare animate dalla medesima follia che gli accendeva lo sguardo, fu tentata di piazzargli la lama nei polmoni, allo stesso modo nel quale lui l’aveva istruita, mesi prima.
Fu lì che si baciarono la prima volta…
Chaterine serrò le labbra.
Tutto andava a rotoli….e adesso, per la prima volta da quando aveva aderito a quel gruppo di fanatici assassini, non sapeva più che fare.
Il gruppo sorseggiò whisky e ridacchiò, tutti tranne Chaterine che fissò senza pensieri il vuoto che si scorgeva appena fra le alte finestrelle del vagone.
Nessuno può vedere la sagoma d’un….una creatura nel bosco.
Era davanti a loro, giusto una decina di metri, ma era assolutamente invisibile.
Hannibal Merrick rise di gusto.
Ha seguito la figa e il colosso come gli pareva.
Più guardava Chaterine più gli veniva voglia di riprovare un vecchio esercizio fisico, che forse gli avrebbe staccato del tutto i testicoli…Ma soprattutto c’era il Russo..
Quel russo, con l’aria da Rambo…..Russo nemico della patria…

Nemico della democrazia….fottuto ammiratore di MASH…ti staccherò i coglioni..

Ridacchiando svanì nella penombra.

***

CAPITOLO NOVE

 

J.Edgar Hoover Building, Sede dell’FBI,
Ore 09.35 Am, Giovedì 7 Agosto
Mulder trovò la cassetta nell’abitacolo della sua auto, appena uscì dalla sede dei Guerrieri Solitari.
Non se ne sorprese più del dovuto.
Chiunque fosse stato, aveva fatto un lavoro pulito: nessuna forzatura alle portiere, nessun vetro rotto, niente di niente…Forse, era un fantasma..
Da tono metallico della voce che aveva sentito in quel lurido vicolo, era un’ipotesi più che plausibile.
Infilò la cassetta nell’autoradio e si allontanò sino ad un ampio spiazzo di fronte ad un centro commerciale.
La folla che entrava ed usciva, carica di borse e con carrelli stracolmi d’ogni genere di cose superflue, non avrebbe mai badato a lui.
Sospirò.
I dati che i suoi amici gli avevano fornito erano inquietanti.
Come Scully, non poté fare a meno di chiedersi come fosse stato possibile per Chaterine Black, far parte di quel gruppo anarcoide.
Ma adesso, oltre alla curiosità circa un’amica, Mulder provava anche il desiderio di capire fin dove si sarebbero spinte quelle persone.
Possedevano realmente armi di sterminio di massa ?
C’era davvero " qualcosa d’enorme" come aveva ipotizzato il suo misterioso contatto, in quel vicolo ?
Domande…sempre domande…
N’era perseguitato.
Oltretutto, c’era la faccenda della frase…riecheggiava nella sua mente, e sentiva che alla fine l’avrebbe collegata a qualcosa di preciso.
Sfiorò il tasto digitale ed attese.
La solita, distorta voce metallica.

< Vice-direttore Mulder…vedo con piacere che il suo intuito ha agito nella direzione giusta. Mi scuso per non essermi presentato di persona, ma il clima è ancor più pesante di poche ore fa… I Pretoriani sono pronti a colpire, o hanno già colpito in diverse città d’America. Inizialmente il loro piano le sembrerà caotico ed insensato, come colpire nel mucchio, ma poi assumerà connotazioni precise. Essi intendono utilizzare l’arma in una di queste sedi: Palazzo della CIA a Washington, palazzo dell’FBI, sempre a Washington, Pentagono in Virginia… Il costo delle vite sarà spaventoso e non rallenterà la loro determinazione. Si tratta di fanatici, senza scrupoli morali. Se lo metta bene in testa. La donna che conosceva come Chaterine Black, non esiste più. E’ stata forgiata ad una causa specifica e non esiterebbe ad ucciderla, se le fosse ordinato di farlo.  I Pretoriani sono sempre sfuggiti ai pedinamenti della CIA o dell’FBI, grazie a…connivenze interne. Si tratta d’esponenti federali ai più alti livelli. Rammenti che….il cane è il miglior amico dell’uomo, ma non il mastino ! Il mastino spesso morde… Trovi il modo di consultare gli archivi degli Xfiles e colleghi i fatti… Potrebbe avere pochi giorni di tempo. Le azioni sono a breve scadenza… Attualmente non so dove si stanno svolgendo… Cancelli questo nastro o faccia in modo che non sia udibile da altri che non siano il vice-direttore Scully…."

Poi solo fruscio.
Mulder si appoggiò comodamente al sedile.
Riascoltò per decine di volte il nastro.

"Il cane è il miglior amico dell’uomo, ma non il mastino ! Il mastino spesso morde.."

Mastino…perché proprio un mastino…?
Holmes…il mastino…Il mastino dei Baskerville…
 
Era una sorta di cane mostruoso che aveva dilaniato delle persone in Scozia….
Ma Holmes aveva scoperto che si trattava di una messa in scena…
Una copertura…
NON FIDARTI DI NESSUNO…
Quell’idea lo tormentò sino all’arrivo nel proprio ufficio.
Cercò il nome Baskerville nei files sul caso, in tutti i files federali.
Senza successo.
Si distese sulla comoda sedia imbottita, cercando di far smettere quel tarlo.
Poi…..è così….se devi prendere il toro, afferralo per le corna.

---

New York City, Stato di New York,
Ore 04.09 Am, Giovedì 7 Agosto
Torniamo un poco indietro, adesso.
E torniamo in un luogo stuzzicante della Grande Mela.
Aubrey Dickinson è una ballerina spogliarellista di ventidue anni.
Ha iniziato a ballare da quando aveva sei anni, danza classica, poi moderna..
Ha delle gambe lunghe, da fenicottero, ma non magre.
Vita stretta, sedere sodo, seno prosperoso ma non esagerato come quello della povera Barbara Hickins.
Il viso è regolare, occhi scuri e penetranti, bocca carnosa, nasino all’insù..
Insomma è tanto bella da poter essere una modella di Vogue.
Il suo sogno, quando dal Mide West è giunta a New York, era quello di imitare Madonna.
Carriera lampo e fortunata, magari come ballerina a Broodway.
I mezzi non le mancavano.
Era bella, ambiziosa e tenace, dotata di grinta e sapeva ballare molto bene.
Il suo errore fu di innamorarsi di un immigrato ispanico di nome Manuel Rubino.
Manuel era piacente ed era anche uno dei pochi ballerini della giusta sponda, se ben mi capite.
Oltretutto, cosa da non disprezzare per la bella Aubrey, aveva già il giro giusto per i locali di Manatthan.
Iniziarono con una passione impetuosa.
Facevano sesso ovunque e con la più assoluta libertà e fantasia.
Poi, dopo circa sei mesi, quando Aubrey era arrivata alla soglia del provino per un musical di nuova ideazione, la bomba…
Manuel stava dormendo con lei, nel loro buco a numero 32 della Over West Side, quando la porta era stata sfondata da una schiera di poliziotti.

< In piedi ! Squadra narcotici di New York ! Sei in arresto Manuel Rubino ! >,

aveva tuonato un poliziotto mastodontico, con stretta fra le mani una calibro 38.
Lei si era svegliata ed era caduta dal letto, battendo il sedere sodo sul pavimento, terrorizzata.
Manuel era sgusciato a terra e si era ficcato, almeno aveva tentato, di ficcarsi in bocca un paio di bustine di "roba".
Era crack.
Naturalmente la bella Aubrey non né sapeva nulla, ma tant’è…
Finì in galera per un anno, come complice, ed una volta fuori, la carriera in un promettente musical denominato Cats, era finita.
Le restavano cinquanta dollari, ed il suo corpo.
Il suo meraviglioso corpo di donna…
O si rassegnava a prendere l’autobus per tornare a Charlottersville, o…
Si ficcò in un locale di lap dance, di quelli tosti, e parlottando con il barman, chiese un audizione…
Da allora erano passati quattro anni.
Ora era famosa e l’ambiente era migliore di quello di un musical di Broodway.
Aubrey, nome d’arte Foxy, era fra le star dei locali hard e di lap dance della città.
Quando si sapeva del suo esibirsi, l’incasso raddoppiava.
Quella notte, ad esempio, aveva ballato già quattro volte.
Un numero lesbo con la sua compagna ed amica Cindy, californiana di vent’otto anni, e tre numeri sola.
Ora il meglio….il locale era quasi alla chiusura.
Rimanevano solo i più assidui, che conosceva bene.
Il suo camerino era immerso nel caos…costumi ridottissimi e sexy, sparpagliati in giro.
Ma Aubrey si stava preparando per il suo cavallo di battaglia….
Stava indossando il cappello da cow girl, specchiandosi.
Si piaceva, così.
Pantaloni in lattex rosso fuoco, stivaloni alti sino alle ginocchia, cinturone e pistole ai fianchi, corpetto strettissimo, anch’esso di lattex, e cappello…
Gli inservienti del locale, stavano montando al centro del palco il toro meccanico.
Il numero consisteva nel reggersi al toro, spogliarsi nuda, e mimare un atto sessuale su quella ruvida sella di cuoio.
Spesso, nel farlo, raggiungeva un orgasmo affatto simulato.
Cavalcava con le lunghe gambe strette al dorso del toro meccanico, aprendole e slanciandole nel vuoto con femminilità esplosiva.
Si passò il rossetto sulle labbra e bevve un sorso di lime.
Udì la musica, "Don’t tell me " di Madonna.
Si sistemò il laccio del cappello e sbucò fuori, sul luccicante palco del Kuky pub.
Un applauso si alzò, spontaneo e entusiasta.
A guardarla, almeno una dozzina di persone.
Anche tre donne.
Una coppia sistemata in fondo, nella parte riservata.
Si mosse sinuosa, i muscoli accennati ma armonici, guizzavano lucidi, sotto le luci stroboscopiche.
Finse di sparare, si dimenò mostrando il sedere che un’apposita apertura dei pantaloni mostrava nudo, sino a quando il toro prese a muoversi, avvolto dal fumo artificiale.
Buttò il corpetto dal lato opposto, contro la parete a specchi del palco.
Slacciò la finestra davanti dei pantaloni, gettandola fra il pubblico.
Altro boato di applausi.
Le piacevano, gli applausi.
Fin da bambina, non aveva desiderato altro.
Ora che era lì, con la topina di fuori, il seno florido che gonfiando il petto spingeva in avanti, era sommersa dagli applausi.
Le rintronavano la testa.
Faceva caldo…stranamente troppo caldo…che l’aria condizionata non funzionasse ?
Slacciò il cinturone, trattenendolo con i denti, mentre la bocca si disegnava a sorriso.
Si mosse ancheggiando, esile e sodo corpo nudo in un mare di luce e musica, balzando sul toro, e serrando le cosce sulla guaina in cuoio del gioco meccanico.
Fece cadere del tutto il cinturone, tenendo una pistola con due dita.
Avvertì il freddo dell’acciaio aggredirle il ventre ed i seni, dove maliziosa e tentatrice, faceva scorre la canna dell’arma, sino all’ombelico.
Vi sostò socchiudendo gli occhi, quasi fosse colta da un piacere improvviso, poi appoggiò l’arma fra le gambe.
Il freddo metallico della canna, le regalò un brivido intenso, seguito il quale, però, si sentì stranissima.
Tutto andava immergendosi in una nebbiolina violacea, che sfocava i contorni dei visi eccitati ed ansiosi che aveva davanti.
Fece cadere la pistola ai piedi del cilindro meccanico che permetteva al toro di ondeggiare, e sbuffò.
Aveva caldo.
Sudava abbondantemente.
Si distese sulla robusta schiena del toro, aprendo a v le gambe e scuotendo i lunghi capelli castano chiari.
Altri applausi.
Grida, fischi approvazione.
Aubrey li sentiva scivolare su di se come il sudore che le imperlava le gambe.
Si rovesciò in avanti, sollevando il culetto nel vuoto.
Cadde a terra, sul pavimento duro e luccicante del palco, sbilanciata e confusa.
Non le era mai accaduto.
Fece per rimettersi in piedi, quando un violento mal di testa le trafisse le tempie, come una coltellata.

<..aiut…>, smozzicò.

Vomitò un poco.
Poi alzò il viso, rimanendo a terra, le gambe ad ipsilon, tremante come una foglia.

< Hey baby…che cazzo fai ? Hai già finito il numero ? >, disse una voce ubriaca.

Ubriaca, come sua madre, tanto tempo prima.
Aubrey aveva nove anni.
Stava tornando da un saggio di danza, nel quale erano presenti tutti i genitori delle bambine e dei bambini partecipanti.
Lei aveva vinto il primo premio.
Indossava ancora il tutù, ed un cappotto stretto, tremante dal freddo.
Arrivò sino alla casetta di due piani…
Sapeva cosa stava accadendo…lo sapeva da tanto tempo.
Eppure, il vedere la madre ubriaca, le provocava terrore.
Mà apparve alla soglia, i capelli spettinati, gli occhi infossati in un rosso rubino, barcollante.
Beveva da anni, da quando suo marito, Jerome Brown, si era suicidato gettandosi giù da un ponte.
Nella mano destra l’amata bottiglia di bourbon.

<Aubrey…>, aveva biascicato.

Lei tremava, scossa dalla paura e dalla vergogna.
Le sembrava di sentire gli occhi dei vicini, che dalle finestre socchiuse e da dietro le tende colorate, spiavano lo spettacolo, pronti a chiudersi in casa a ridere e commentare acidi.
Avanzò tremante come si fosse pisciata sotto.

< Aubrey…dove cazzo sei stata ? >

Mà non ricordava che era domenica, che avevano parlato del saggio per tutto il sabato pomeriggio, che Aubrey aveva la parte principale nel balletto ispirato allo Schiaccianoci….
Niente. Annegava i ricordi e la sanità mentale nel bourbon.

<..mà…io…>

Le arrivò una sberla, cattiva, dura, data per far male.

< Non mi hai aiutata…a sistemare…cose…sei solo una…piccola troia…. che cazzo ti ho messo al mondo a fare ? >

Detto questo l’aveva afferrata per i capelli, mentre il diploma del saggio cadeva sulle pietre bagnate del vialetto, e lì sarebbe marcito sino all’indomani, trascinandola dentro.
Aubrey adesso era con il culo per terra, quel culo sodo e tondo, che in molti avrebbero voluto accarezzare, la faccia coperta di lacrime, l’espressione di una drogata d’eroina in crisi d’astinenza.
Non capiva nulla.
Oscar, il dj del locale, balzò giù dalla consolle, e le corse incontro.
Fischi e ululati, fra il pubblico.

< Aubrey, cocca…che ti senti ? >, le chiese.

<…non mi chiudi più…nell’armadio…>, udì dalla sua bocca carnosa.

Poi si alzò in piedi.
La musica continuava, ma l’atmosfera divenne gelida.
Nessuno trovò la forza di parlare.
Le due donne, che si stavano baciando da quando Foxy si era gettata in pista, raggelarono.
La coppia si strinse contro la parete.
Aubrey adesso era un grottesco Minotauro.
Grandi corna si slanciavano dal muso, che grondava saliva appiccicosa.
Gli occhi…due pupille di brace viva.
Il corpo era sempre quello incredibile di prima, ma bagnato da sudore.
Afferrò Oscar, scaraventandolo contro i tavoli.
Le prime urla annegarono nella musica.
Alle otto del mattino, quando il tenente Walter Sellers, entrò nel pub, scendendo una stretta scala dall’entrata principale, per un pelo non vomitò.
Era…era stata una mattanza.
Sette vittime, più la Aubrey.
Tutto era devastato: tavolini rovesciati, bottiglie spaccate, pareti divelte, ed i corpi…
I corpi erano ridotti a brandelli.
Presentavano segni di colpi durissimi, quasi fossero finiti sotto un trattore.
E poi c’era lei…
Walter Sellers conosceva il locale.
Era poliziotto di quartiere da dodici anni…
Tranquillo, pulito…niente avance alle ragazze, solo un divertimento spinto, nulla di più…
Cindy era appoggiata alla parete.
Indossava ancora l’abito di scena, vale a dire minigonna color argento, tacchi a spillo vertiginosi, reggiseno a balconcino che era di un paio di misure più stretto.
Aveva la faccia sconvolta, paralizzata dal terrore.
Ed era il minimo, dopo quel che era accaduto.
Walter le posò la mano sulla spalla.

< Vieni via…coraggio…>, smozzicò.

Lei scosse il capo.
Aubrey era ai piedi del toro meccanico, divelto dal piedistallo e mezzo storto.
La sua testa….sembrava annegare nei capelli castano chiari…era come fosse stata staccata dal collo e spaccata in due.
Il New York Times, in cronaca quella sera avrebbe scritto:

< Regolamento di conti in un locale di New York. In un noto club di lap dance di New York, il Kuky, si è consumata un’ esecuzione che lascia i poliziotti esterrefatti. Per ora la polizia non ha voluto confermare le voci secondo le quali, dietro alla strage ( 8 vittime orrendamente fatte a pezzi ) vi sia una sanguinosa lotta per il controllo dei locali e del giro di spaccio e prostituzione della zona…>

***

CAPITOLO DIECI

 

Sede dell’FBI di Pittsburgh, Stato della
Pennsylvania, Ore 10.05 Am, Giovedì 7
Dana Scully camminava nervosamente per la sala antistante l’ufficio del vice direttore della sezione della Pennsylvania, ora fissandosi le scarpe, ora fingendo interesse alle targhe appese alle pareti.
Si fermava sempre nel medesimo punto, a pochi metri dalla porta dell’ufficio, incrociando le braccia e sbuffando.
Le dieci erano già passate.
Avrebbe voluto maggiore celerità, per mettere al sicuro Jordan, sbrigare quel che c’era da sbrigare e tornare da Fox.
Dal tono della sua voce, Scully aveva compreso che Mulder aveva bisogno di lei…
Ma il vice-direttore della sezione della Pennsylvania, sembrava si divertisse, a farle perdere tempo.
Si appoggiò alla parete, con le braccia incrociate, accanto al petto.
Aveva una voglia viscerale di sentire Mulder…ma si costrinse ad osservare il divieto di chiamarlo con il cellulare.
Alla fine la sinuosa segretaria, apparve alla soglia, sorridendo dietro le spesse lenti che le permettevano di vincere la miopia.

< Vice-direttore…>, le fece cenno.

Scully sospirò.
Aveva dimenticato quanto fosse lungo il farsi ricevere da un vice-direttore…
Entrò, abbozzando un vacuo sorriso.
O.J.Richards era seduto dietro alla scrivania, elegante e sobria.
Montava degli occhiali dalla lega in metallo, del tutto simili ai suoi.
Era un afroamericano sulla cinquantina, corti capelli grigi appena ai lati della testa, collo massiccio, labbra carnose.
Vestiva elegante, ma non in modo esagerato.
Fece cenno a Dana di sedersi.
Il condizionatore era al massimo.
In più, sul lato opposto alla scrivania, un grosso ventilatore issato su un piedistallo, cercava di smuovere l’aria opprimente del mattino.

< Mi scusi l’attesa, Scully…Ma ho pensato che le sarebbe stato d’aiuto inoltrare direttamente la richiesta all’ufficio del tribunale dei minori…ho pensato di porre in evidenza l’urgenza della cosa, come mi aveva espressamente faxato ieri sera…>

Scully si sciolse un poco.
La diffidenza che aveva imparato da Mulder, arretrava leggermente.

<…il tribunale ha garantito un legale ed un tutore dei minori, per la giornata di oggi pomeriggio…credo che di più, non era possibile fare…>

Alzò lo sguardo e sorrise.
Dana ricambiò quel sorriso.

< La ringrazio….le confesso che…avevo interpretato quest’attesa come un rifiuto…O come una perdita di tempo!>

Lui posò la stilografica dal pennino d’oro sul portapenne.

< Ho letto il fax questa mattina…per sua fortuna ero libero da impegni gravosi.. Quindi ho deciso di riceverla immediatamente…Anch’io ho avuto… delucidazioni sulle nuove disposizioni anti terrostiche dell’FBI…>

< Quella bambina non può rimanere in quell’istituto…la sua vita corre dei seri pericoli e…>

Il telefono trillò.
Richards rispose.
In quel breve lasso di tempo, un paio di minuti, nel quale si svolse la telefonata, Scully provò una sorta di brivido inconscio, che non seppe comprendere del tutto.
Deglutì. 
Non appena egli riappese e azionò l’interfono per avvisare la segretaria, Dana si rese conto che l’euforia iniziale era già svanita.

< Qualche problema ? >, chiese istintivamente.

< E’ attesa al piano superiore…ufficio 6B…il primo a sinistra, uscendo dall’ascensore….>

Lei annuì.
Il tono era già diventato freddo, come se Richards avesse compreso che Scully era un elemento anomalo della struttura federale, e che occorreva prenderne le distanze al più presto.
Si alzò, scostando la sedia imbottita e sporgendosi verso la scrivania, disse:

< I documenti…>

< Non le servono…è solo un colloquio informale…>

Si spostò i capelli dietro l’orecchio destro.

< Posso sapere…almeno con chi debbo parlare ? >

<…ah, si… vice-direttore Jodie Newmann, della disciplinare…>

Scully annuì.
Uscendo dalla sala, molti pensieri si accavallarono nella mente.
Possibile che le sue mosse e, di riflesso quelle di Mulder, fossero state scoperte così presto ?
La sezione disciplinare…faceva capo a Kersh…ed era una brutta gatta….bruttissima…
Non che temesse per la sua carriera.
Quel genere d’idee erano svanite dal primo anno, alla sezione Xfiles.
Era la moneta da puntare…se non si mettevano in conto quei rischi, meglio era lasciar stare del tutto..
Ma ugualmente quel colloquio inquietava.
Jordan…se non le fosse stato possibile aiutarla ?
Se il bureau si fosse messo in mezzo ?
Salì sull’ascensore, immersa in mille considerazioni.
Giunse alla soglia dell’ufficio e bussò con due dita.

< Prego…>

L’ufficio era arioso e illuminato da una grande finestra posta sulla destra.
Le aveva aperto la stessa Newmann e Scully la squadrò con aria interrogativa.
Quella donna non le era piaciuta sin da subito, ed ora ripensò se fosse stato proprio un caso, che si fosse seduta accanto a Mulder e a lei.

< Mi scuso per l’urgenza del colloquio, vice-direttore Scully…ma ci sono cose che lei deve sapere…>

Dana non calava la linea difensiva.
Si sedette di fronte alla donna, accavallando le gambe e sfiorandosi il labbro inferiore con un dito.

<…riguardo a cosa ? >

Jodie si sporse in avanti, scostando appena una cartelletta sistemata alla propria destra.
Il rumore dell’aria fredda gettata fuori del condizionatore, accelerava il fastidio, come un sottofondo sbagliato.

< Immagino che non urterà la mia intelligenza, nascondendomi i motivi del suo.. viaggio qui a Pittsburgh…>

Scully si inumidì appena le labbra.

< Sono forse sotto inchiesta ? Dal modo nel quale mi porge le domande, ho motivo di credere che mi sospetti di qualche reato federale…>

Jodie sorrise.
E quel sorriso provocò in Scully, ulteriore diffidenza.

<…posso capire la sua…prudenza…ma mi ascolti…Chaterine Black non è colei che immaginate…>

Dana sollevò appena il sopraciglio, come fosse sorpresa a metà, da quel dialogo.

< Non so di che parla…>

La Newmann si abbandonò sulla sedia, gettando lo sguardo al cielo.

< Non le chiedo di fidarsi delle mie parole…solo dei fatti che le esporrò… Chaterine Black sta servendo il proprio paese in modo…ammirevole…. Deve capire che..quel gruppo terrorista, I Pretoriani, è sempre sfuggito ad ogni tentativo di cattura, di indagine, da parte del governo ! Dal 1988 ad oggi, abbiamo raccolto pochissimo, a livello di informazioni, e la cattura del loro capo spirituale, August Kendall, fu un fatto più… pubblicitario, che altro. Non ha mai collaborato con noi, non ci ha fornito un nome, una data, un riferimento….è come indagare sulle triadi cinesi… Impossibile, se non si hanno complici all’interno…>

Scully parlò con lentezza, scandendo le parole.

<…non vedo cosa…possa c’entrare io….>

La Newmann mise sulla scrivania, dopo aver aperto la cartelletta di pelle nera, il documento.

< …si richiede il trasferimento della giovane Jordan Black…Attualmente la bambina si trova ospite di un istituto per l’infanzia, qui a Pittsburgh… Devo continuare ? >

Dana si alzò di scatto.
Fu un gesto nervoso ed istintivo, ma che non trattenne.

< Mi avete controllata ? Sono sotto sorveglianza…? Ma come vi permettete ? Sono un vice-direttore federale come lo è lei, Newmann…Non tollero di…>

La Newmann prese un tesserino, mostrandolo a Dana.

< Io non sono un vice-direttore dell’FBI…Sono un capo sezione della CIA…>

Scully le strappò di mano il tesserino, scrutandolo.
Poi lo rigettò sulla scrivania, fissandola con aria truce.

< Non cambia nulla ! Anzi…forse è anche peggio! Non ho alcuna intenzione di collaborare con voi…si tolga dai piedi!>

Jodie ripose il tesserino nella cartelletta.

< Mi lasci continuare…prego ! Immagino si chiederà del perché sia stata presente ad una riunione fuori ordinanza…e del perché, se è vero quel che le dico, che il direttore dell’FBI abbia diffuso la foto di Chaterine Black con il rischio di far saltare la sua copertura…>

Scully tacque.
Non credeva ad una parola, ma sentiva che era giusto sapere cosa stava per dirle, quella donna…
Solo conoscendo i fatti, o almeno la loro versione da parte del governo, era possibile agire.

< Chaterine Black fu contattata da " I Pretoriani", dopo la morte del marito… Essi credevano che…il sacrificio eroico dell’agente federale Frank Black per motivi di servizio, avesse…in qualche modo coinvolto la moglie a livelli… superiori alla media. Consideravano l’agente Black un ribelle al sistema, un elemento che si fosse… spinto troppo in la, alla ricerca delle verità nascoste dalle strutture federali.. Dovrebbe capire di che parlo…>

Nuovamente Dana si alzò, decisa.
Arrivò a sfiorarle il viso.

< Non si permetta di giudicare Mulder…sono stata chiara ? Lei non sa nulla del nostro lavoro…di quel che è Mulder…>

< Non avevo questa…intenzione…glielo giuro ! Ora vuole abbassare la guardia e starmi a sentire ? >

Scully annuì debolmente.

< Chaterine parlò di questo gruppo con l’FBI e di riflesso, anche con noi.. Le spiegammo l’importanza di avere un soggetto che ci fornisse informazioni su quei terroristi, sui loro obiettivi, sugli uomini che ne fanno parte… Abbiamo saputo molto di più in questi mesi, di quanto non ci sia riuscito in anni d’intelligence…>

< Non dovevate farlo ! Non eravate alle prese con un agente federale o dei servizi segreti…Non vi siete curati dei rischi ai quali l’avete sottoposta ? Al fatto che è madre di una bambina ? Come avete potuto farle correre pericoli simili ? >

Jodie Newmann serrò le labbra.
La voce le uscì sibilante e aspra.

< Abbiamo considerato ogni dettaglio….Sappiamo che I Pretoriani sono in possesso d’armi di sterminio di massa ed intendono usarle ! Crede che basti come motivazione ? O vuole un secondo Ground Zero ? >

Dana non mutò espressione.
Aveva di fronte una donna enigmatica e non le occorreva tutto il suo intuito per capire che c’era altro, dietro quelle parole di facciata.

<…se le informazioni di Chaterine Black erano così importanti…mi spieghi il motivo della diffusione della sua foto al briefing informativo di ieri !! >

Si sfiorò i capelli con nervosismo.

< Ci stavo arrivando…le ricordo che non eseguo alcuna direttiva, informandola.. In pratica, le sto facendo un favore…quindi veda di moderare il tono, Scully ! >

< Vice-direttore Scully, prego ! >

Sbuffò.
Si accese una sigaretta, una Diana di quelle lunghe e strette, aspirando con calma.
Soleva farle vincere il nervosismo.

< …sappiamo che qualcuno, all’interno dell’FBI, fiancheggia e fornisce copertura ai Pretoriani ! Per mesi abbiamo cercato quel grado di connivenza, ma senza successo ! Pensammo che…esporre Chaterine ad una pubblica denunzia, sarebbe potuto servire a smascherare il "contatto" con i vertici federali ! Purtroppo è accaduto quel che non immaginavamo: lei e il vice-direttore Mulder vi siete attivati, indagando ! Mi complimento con voi…non ho idea di come abbiate scoperto dove si trovava Jordan, ma…>

Scully fu attraversata da una smorfia d’ira.
Una ruga si disegnò al centro della fronte.

< Sa cosa le dico ? Secondo me avete gettato l’amo a vuoto, sperando di cogliere nel segno, non curandovi dei rischi ai quali state sottoponendo Chaterine Black e sua figlia ! Magari avete anche sospettato di me e di Mulder….>

La Newmann si sporse in avanti, decisa.

< Adesso basta, vice-direttore ! Sospettiamo di chiunque ! Non possiamo continuare a vivere nella morsa del terrore ! I terroristi debbono essere stroncati ! >

Dana si rimise in piedi.
Si appoggiò decisa alla scrivania, i palmi aperti, le braccia tese, la bocca tremante dalla rabbia.

< O forse cercate la rivincita sull’undici Settembre ? Cercate un colpo a sorpresa che vi illumini ai flash dell’opinione pubblica, che faccia dimenticare la figuraccia patita con Al Qaida…..Non è vero ? >

Jodie aspirò con gusto la sigaretta.
La fece scorrere sulle labbra, sino a sistemarla ad un angolo della bocca.

< Lei è un dirigente federale, in nome di Dio ! La smetta di vedere paranoici complotti ovunque e si decida a servire le istituzioni ! Siete fuori dal caso ! Lei e Mulder dovete tornare alle scartoffie delle quali vi siete occupati sino ad ora, mi sono spiegata ? Non intendo gettare mesi di lavoro per colpa di due…cavalieri erranti ! >

Erano vicine, tanto vicine da sentire reciprocamente i loro profumi, del delicato aroma alla pesca di Scully, al penetrante Chanel n°5 di Newmann.
I loro occhi mandavano segnali freddi e di sfida.
Nessuna delle due sarebbe arretrata di un millimetro.

< Lei non ha giurisdizione su di me…non è un mio superiore ! Proseguirò le indagini che ritengo opportune, nel modo che ritengo opportuno ! Ora…se permette, io e il vice-direttore Richards abbiamo del lavoro da sbrigare ! >

Il direttore esecutivo della CIA spense con rabbia la sigaretta.
Aveva davanti un osso duro.

< La bambina resta dov’è..! Le mie influenze sul tribunale minorile e sugli organi competenti sono di molto superiori alle sue, Scully ! Metta la testa a posto e si tolga dai piedi ! >

Dana picchiò, rabbiosa, il pugno sul tavolo.

< Lei crede di poter giocare con la vita di una bambina…ma si sbaglia ! Se dovesse accadere qualcosa a Jordan…la ucciderò con le mie mani, sono stata chiara ? >

Uscì, sbattendo la porta.
Non appena fu sola nel corridoio, Scully sbuffò irritata e nervosa, cercando di riprendere il controllo.
Non avrebbe abbandonato quella bambina, per nulla al mondo.

***

CAPITOLO UNDICI

 

Carcere federale di Bethesda, Maryland,
Ore 01.35 Pm, Giovedì 7 Agosto
Il carcere federale di Bethesda era un immenso settore dominato da un’altissima torre d’osservazione, in cemento armato.
Due fila di cancellate elettrificate, con alla sommità chilometri di filo spinato, e decine di torrette d’osservazione, lo custodivano gelosamente.
L’entrata principale, dalla quale sfrecciavano cellulari della polizia e auto di servizio, era uno stretto corridoio circondato da sbarramenti, cavalli di frisia e guardie armate.
Fox Mulder lo superò masticando lentamente, con aria quasi assente, un seme di girasole.
La struttura principale, quella che ospitava sino a duecento detenuti, era situata sul lato ovest del complesso, alla destra della grande torre.
Gli uffici lavorativi, delle guardie e degli impiegati federali, era invece sul lato opposto.
Mulder parcheggiò nel settore giallo, esibendo il passi ad un agente sistemato nell’entrata del parcheggio.
Il carcere era di nuova costruzione, fine anni settanta.
I servizi, le docce, i bagni, le sale di ritrovo e di ricreazione, erano puliti ed efficienti.
Quel carcere dava l’idea dell’efficienza governativa…ma ospitava pur sempre fra i peggiori criminali dello stato.
C’erano assassini, rapitori di bambini, serial killer…
Mulder arrivò con tutti i permessi già firmati dall’FBI di Washington.
Come vice-direttore federale, aveva ottenuto quel che gli interessava con maggiore sollecitudine, rispetto al suo passato d’agente.
Ma era un passato che Fox rimpiangeva enormemente.
Quella vita paludata, fra moduli da compilare, richieste da inoltrare, files da controfirmare, non faceva per lui.
Parlottò per una mezz’ora buona con il direttore, ottenne un paio d’agenti di scorta e finalmente prese a dirigersi verso la struttura.
Controllò per quasi tre volte la destinazione: settore UB, piano terra.
Arrivò sino alla sala d’interrogatori, fermandosi ad un distributore d’acqua.
Bevve con avidità e si accomodò.
La sala era uno stanzone enorme, lungo quasi venti metri, dominato da un gigantesco tavolo che lo tagliava in due, da est ad ovest.
Il tavolo era fissato con una serie di ganasce a terra, ai muri, sino alla parte superiore, in plexiglas.
Su lato del vice-direttore, una fila di sedie comode ed imbottite, dal lato opposto, spartane e metalliche, sempre fissate al pavimento.
Microfoni circolari, uno ad ogni posto, sembravano curiose facce imbronciate, in fila indiana.
Mulder provò e riprovò il microfono, accendendo la spia rossa, sino a quando la porta sul lato opposto della sala si aprì.
August Kendall era al centro di due guardie, indossava l’uniforme arancione dei carcerati, delle catene spesse e lunghe, che terminavano alla cintura.
Fu liberato da esse solo dopo che si sedette al posto numero sette, di fronte a Fox Mulder.
Era un uomo sulla cinquantina, tratti regolari, capelli scuri, piccole ed accennate rughe sulla fronte e sugli zigomi.
Prese a picchiettare sul proprio lato del tavolo, con dita grosse e nodose, unghie curate, movimenti nervosi.
Gli occhi…sembravano poter penetrare di là dal vetro, nel cranio di Fox ed oltre, sino ad uscire all’aria aperta, nel cielo azzurro e splendido di quel pomeriggio.
Occhi freddi e intensi, da assassino ma anche da uomo d’obiettivo fascino.
Nessun segno particolare, nessuna cicatrice, solo zigomi alti, mascella pronunziata, naso appena aquilino.

< Lei dev’essere il quinto…anzi mi correggo, il sesto vice-direttore federale che vuol parlare con me, da quando mi hanno rinchiuso ! Non le dico nemmeno più quanti agenti, dell’FBI, della CIA, o di alti servizi segreti militari i paramilitari, ho incontrato ! Sono una celebrità…>

Il tono era deciso, ironico ma non scherzoso.
Quell’uomo non aveva paura di nulla.
Abbassò appena il capo, prendendo fiato.

< Non posso che ripeterle che in qualità di prigioniero politico, mi appello alla mia libertà ideologica e mi rifiuto di rispondere alle sue domande ! Non è che un servo, un servo di uno stato opprimente, di una finta democrazia assassina e liberticida ! Vi colpiremo sempre e comunque ! >

Mulder masticò un seme e sorrise.
Nulla di più di quel che si attendeva.
Nel recarsi a Bethesda, aveva spulciato vari files sugli interrogatori di August Kendall ad opera dell’FBI e della CIA…
Granitico, di pietra, incline all’ironia e alla difesa paranoica dei propri ideali.
Quell’uomo non avrebbe mai parlato, nemmeno se gli avessero messo davanti la testa di sua madre.
Ma forse bastavano le parole giuste..
Mulder masticò un seme di girasole, attivando il microfono.

< Gli Ebrei non sono persone che si possono accusare per niente ! >

August Kendall parve irrigidirsi.
Si accostò al microfono, fissando Fox negli occhi blu.

< Il cane è il miglior amico dell’uomo ! Ma non il mastino …>

Mulder sorrise.

< Il mastino spesso morde ! >

Lui smise di tamburellare sul tavolo, schiarendosi la voce.

< Sei tu il mio "contatto" ? >

Mulder si tolse la buccia del seme con la punta delle dita.

< Non ho intenzione di mentirle, Kendall…Lei è troppo intelligente perché abbocchi ad una mia eventuale trappola ! Non sono un suo fiancheggiatore, non intendo esserlo ! Ma queste frasi mi sono state dette…e credo sia per capire qualcosa…E sono certo che lei è il solo che possa dirmi cosa ! >

Fece cenno ai due poliziotti che stavano alle sue spalle.

< Li mandi via…>

Mulder si alzò.
Uscì dalla stanza, ed accese l’interfono, parlando con le due guardie carcerarie.
Quando rientrò, loro stavano fuori, accanto al corridoio che conduceva alle celle.
Si risedette, pescando nella busta con i semi.

< Sono via ? >, chiese Kendall.

< Tutto quello che ho potuto fare è di farli uscire dalla stanza…siamo pur sempre in un carcere federale ! Che mi vuol dire, Kendall ? >

Spense un sorriso, quasi fosse fuori posto.

< Non ho idea di chi sia…Fox Mulder…>, scandì leggendo il tesserino del vice-direttore federale,

< ..ma…se è al corrente delle frasi, è giusto che sappia ! >

Si accese una sigaretta, sfregando il cerino contro i pantaloni della divisa.

< Deve sapere che esiste un’oligarchia, al potere di questo paese ! Una ristretta cerchia, che persegue i propri interessi, il proprio scopo primario ! Non parlo del Presidente o di quei burocrati che sono seduti al Congresso…ma di una… confraternita, di una dozzina d’individui  che regge lo scettro ! >

Fox spezzò un seme sotto i canini.

< Il governo dei dodici è una delle leggende metropolitane più diffuse ! Da sempre si vocifera di questa sorta di…governo ombra che avrebbe tirato le fila dappertutto…>

Kendall annuì.

< Questa oligarchia, ha il pieno, assoluto controllo dei servizi segreti, dell’FBI, della CIA e degli organi di stampa della nazione ! >

Fox sorrise.

< Un po’ troppo paranoica, come versione…>

Kendall si guardò attorno. Fu uno sguardo rapido e preciso, carico di tensione.

< …mi stia bene a sentire. Sino all’autunno del 1986, ho fatto parte del settore ICM dell’esercito ! Sa di che parlo?>

Fox scosse la testa.

< Si tratta della sigla che identifica l’Intelligence Control Minds…Una sorta di servizio all’interno della nazione, che si occupa degli aspetti segreti di una guerra: coperture per gli infiltrati, gruppi logistici, azioni di disturbo, rifugio dei collaborazionisti, controllo delle notizie e delle informazioni in tempo di pace !  L’ICM è capace di insabbiare qualsiasi notizia, qualsiasi prova, tutto quello che possa nuocere al governo o ad operazioni che la stampa deve ignorare. Fummo noi, nel 1980, a favorire l’ascesa di Saddam Hussein in Iraq…>

Mulder si sfiorò le palpebre.
Finse scarso interesse, mentre in realtà annotava ogni cosa nella sua memoria fotografica.

< Un giorno, mi fu…esplicitamente detto di controllare i movimenti di una sedicente setta filo religiosa….il compito del governo era sapere se… questa setta aveva infiltrati politici pericolosi, sovversivi.. Agimmo con la solita professionalità. Scavammo fra i componenti di quella minoranza, fin al 5 Ottobre 1986… Lì accadde…>

Mulder si stiracchiò sulla sedia.

< Ha visto il Messia ? >

L’ironia copriva l’enorme interesse che Fox provava e che intendeva mascherare, per non apparire debole nei confronti di quell’uomo.
Doveva ricordarsi ogni minuto che era un pericoloso terrorista assassino.
Kendall non sembrò toccato dall’apparente disinteresse del vice-direttore.

< Conobbi una donna…la fondatrice spirituale del messaggio…Colei che aveva il contatto con le forme superiori che animavano il gruppo. Tutte cazzate, sia chiaro ! Quella donna era un’esaltata, incapace di cogliere il segreto di ciò che aveva fra le mani…Ma io no ! Io lo afferrai immediatamente ! Il…segno dell’avvento di una nuova era ! >

Fissò Mulder, che tradì una smorfia di interesse.

< Alieni ! Extraterresti, Mulder ! Il modo…spirituale, psicofisico di poter.. agire, parlare, fondersi con essi ! >

Fox deglutì.
Ripensò a mille cose, tutte lontane come un’era dimenticata, eppure vicinissime per lui.

< Da quel giorno, indagai…superai il muro di bugie che il governo aveva innalzato per ingannare il popolo americano…E scoprii che le persone per le quali lavoravo, c’ingannavano..Cospiravano con esseri orrendi, che miravano a distruggere il mondo, ad eliminare miliardi di vite…Occorre che il popolo si ribelli a questi tiranni…che li smascheri, li distrugga..Mi diedi alla macchia nel 1987… e mi adoperai per creare una forza…un gruppo che si opponesse a questi eletti….! >

Mulder socchiuse le palpebre.
Lo fissò, scrutandone ogni minima mossa, come intendesse mandarlo a memoria.

< Bella storia…mi dia un solo indizio per cui dovrei crederle ! >

Kendall si gettò all’indietro sulla sedia.

< Un motivo che mi permetta di capire perché ha fondato un gruppo terrorista assassino, Kendall ! Uno solo ! >, disse Fox, serrando le labbra.

Sorrise.

<Arriverà il giorno del giudizio, Mulder…e solo un uomo, sarà in grado di fermarli >

Fox barcollò all’indietro.
Si alzò di scatto dalla sedia, spaventato.
Quella voce…quei suoni…
Non era nulla di mai udito prima, ma…incredibilmente, impossibilmente, li capiva.

< Dove…dove ha trovato questo…tipo di alfabeto ? >, domandò, scosso.

August Kendall scosse la testa.

< Mi dia la sua fedeltà, Fox Mulder…Mi giuri con il sangue sul mio sangue che darà anima e corpo alla causa, e le dirò tutto…ogni cosa…quel che ha sempre cercato…Quello che il mondo teme…e che presto diverrà realtà ! La data ! Il posto ! L’inizio dell’Apocalisse ! >

Fox prese il sacchetto di semi, quasi strappandolo dal tavolo.

< Lei è solo un fanatico assassino ! >

August si appoggiò al tavolo, con i palmi aperti, sporgendosi contro la lega antiproiettile del divisorio.

< No, io so ! So cosa ci aspetta…cosa attende il mondo ! E la sua falsa, menzognera democrazia, si batte per coprire lo sterminio di cinque miliardi di persone ! Mi aiuti a distruggere questo cancro, ad estirparlo…! E la verità sarà libera ! >

Mulder uscì, senza voltarsi.
Tremava come poche altre volte nella sua vita.
Poiché, fra tutte quelle parole farneticanti, aveva capito….aveva letto l’arrivo della più grande delle catastrofi.

***

CAPITOLO DODICI

 

Covo de " I Pretoriani"
città di Washington, Ore 12.09 Pm
Giovedì 7 Agosto

 

Il suono della sirena, attraversava l’aria, con toni malinconici.
Chaterine stava seduta, le gambe nude sul tavolo, fissando fuori della finestra.
Poteva scorgere solo una parte di un cantiere edile, che procedeva alla costruzione di un grattacielo.
Le gru si muovevano innaturali, con le grosse braccia che fendevano l’aria, il cielo azzurro..
Sotto, camion, caterpillar, betoniere, una gigantesca trivella, operai in movimento assiduo.
Lo scheletro di parte del grattacielo era stato già edificato, e si ergeva come una struttura futuristica e ardita, pronta a sfidare Dio.
Ma lei non notava nulla di tutto questo.
I suoi occhi erano persi nel vuoto, viaggiavano sino a Pittsburgh, da Jordan…
La vedeva giocare con le costruzioni, la Barbie, oppure scrivere un tema, arrossata in viso dopo una corsa a perdifiato…
I pensieri erano fissi, dalla riunione del mattino…
Fissi, assidui…continui…
Come fuggire ?
Come rivederla ?
Si sfiorò il coltello d’assalto, ancorato alla cintura, sulla destra.
L’appartamento era grande, in pratica un loft all’ultimo piano del caseggiato di otto, proprio di fronte al cantiere.
Costava una fortuna d’affitto, ma il misterioso socio di Rob Yumakjck non si è mai fatto problemi, per quel genere di cose.
Chaterine non ha avuto contatti con lui che superassero i cinque minuti.
Lo ha scarrozzato a svariati incontri, negli ultimi due mesi, e sempre con quel tipo immerso nella penombra…
Tradiva solo un forte accento estero….ma non sarebbe stata in grado di dire di quale nazionalità.
Si alzò, fingendo di stiracchiarsi annoiata.
Si era tolta gli anfibi militari e le calze, dando respiro ai piedi sudati e quasi cotti dal caldo.
Rabbrividì, d’improvviso.
Rammentò le placide serate davanti alla TV, aspettando che Frank tornasse…
Dio, quanto avrebbe voluto tornare indietro !
Si sfiorò la fronte.
Non aveva mangiato nulla.
Rob era svanito dall’incontro nel vagone merci, ed il suo silenzio non le piaceva.
Di certo aveva comunicato la cosa al socio misterioso o a Kendall…
In entrambe le circostanze, si trattava di un problema rognoso, che la riguardava personalmente.
Chaterine sapeva che possibili dubbi od incertezze sulla meta finale, si sarebbero conclusi con la sua eliminazione.
Ma adesso, pensava solo a sua figlia !
Le si strinse lo stomaco, ricordandola.
Andò in bagno, bagnandosi il viso con un palmo d’acqua, nel medesimo istante in cui Morbie tornava dal giro intorno all’edificio.
Sputò una gomma dalla finestra e chiamò:

< Chaterine…>

Lei mise il faccino fuori dell’uscio, sbuffando:

< Dovresti usare 28-D…il nome d’azione…>

Non era una battuta.
Si sentiva come un oggetto, un numero qualunque, insignificante…
Se non avesse visto di persona, quell’alfabeto…quelle parole…se non si fosse resa conto personalmente delle bugie del governo…
Scosse la testa.
Morbie si sedette pesantemente sul divano.

< Non siamo sempre in missione…Cristo siamo diventati paranoici sino alla follia ! Rob vede nemici dappertutto ! >

Uscì, sfiorando il coltello.
Scivolò sinuosa sino alle spalle massicce di Morbie.
Fuori la gru emetteva il solito, monotono rumore.

< Forse ha ragione…>

Lui scosse il capo.

< I tempi erano migliori, con Kendall…e prima che il russo facesse uso di quella merda ! Gli brucia il cervello…ma come cazzo fai a stare insieme a lui ? >

Chaterine afferrò il manico del coltello.

< Sai come ragiona il russo…prende quel che vuole…>

Ancora parlava lentamente, ma il cuore le batteva forte.
Fuggire…andarsene adesso, che era sola con Morbie…
E poi ? Avrebbero ucciso Jordan solo per farle un dispetto, fargliela pagare…
Slacciò la fibbia.
Morbie si accese la sigaretta e aspirò lentamente.
Disse, senza mutare tono:

< Non lo fare ! >

Chaterine si bloccò, tolse la mano dal coltello, indietreggiando contro la parete.

< …io…di che parli ? >

< Volevi infilarmi quello spiedo nella schiena, ma non ci saresti nemmeno arrivata vicino…ti avrei spezzato un polso e rotto il collo, con due mosse ! Sei brava…>

Sentì un colpo al cuore.
Era…troppo bella, Chaterine…

<…ma non sei alla mia altezza ! >

Si alzò e la vide tremare.
Per la prima volta da mesi, da quando aveva aderito al gruppo, Chaterine tremava.

< Che ti sei messa in testa, Caty…>

Lasciò la domanda in sospeso, quasi esortandola a rispondere.
Lei caracollò sino al tavolino, accendendosi una sigaretta e aspirando con nervosismo.
Le tremava fra le labbra.

< Vedere mia figlia ! Vedere Jordan….è mia figlia, capisci ? >

Morbie si cavò di tasca il coltello d’assalto, la cui lama brillò fredda, alla luce del sole.

< …Morbie…per favore….fallo per mia figlia…ti chiedo solo di lasciarmi andar via…>

Piangeva…non l’aveva mai vista piangere, mai…

< Se scappi…a chi credi spezzerà l’osso del collo Rob ? Non posso lasciarti andar via…Non adesso….>

Il telefono suonò, e i nervi di Chaterine parvero schizzar via.
Si strinse alla parete, tremando.
Sapeva che Morbie poteva farla a pezzi…era un semplice agente, ma era più abile di lei, nella lotta.
Le avrebbe staccato la testa con un pugno, se avesse voluto.

< Si ? >, disse con il vocione roccioso di sempre, tenendola d’occhio mentre rispondeva alla chiamata.

Era Rob.

< Ho parlato…è arrivata una brutta storia, Morbie ! Davvero brutta ! A Pittsburgh è un casino….un casino con in mezzo i tirapiedi… Ci manca solo di incasinare tutto con l’elemento J e siamo a puttane ! Ammazzala…Disfati del corpo…poi provvederemo a sua figlia ! Capito ? >

Morbie annuì.
Riappese.
Fissava Chaterine Black con occhi di sempre.
Ma lei, sfiorando il coltello, n’aveva colto altri riflessi, riflessi oscuri, che le avevano fatto capire tutto.

< Stai lontano, Morbie ! O ti ficco questo nelle palle ! Non mi farò ammazzare come una gallina ! >

Morbie intrecciò le dita, con uno schiocco deciso.

< Smettila di rendermi le cose difficili, Chaterine…>

Fece per muoversi, ma lui le afferrò deciso il polso, torcendole il braccio dietro la schiena e spingendola contro la parete.
Il coltello le cadde dalla mano.

< Adesso andrai a vedere tua figlia, brutta stronza ! >

Chaterine gridò, una sola volta.
Il cantiere continuava a lavorare.

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Motel RedCar, Allentown, Stato della
Pennsylvania, Ore 08.00 PM,
Giovedì 7 Agosto
Faceva un caldo d’inferno, in quel buco di stanza.
Il ventilatore a soffitto non spostava un filo d’aria.
Scully era distesa a letto, lo sguardo fisso nel vuoto, le palpebre socchiuse in un falso sonno ristoratore.
In realtà avrebbe riacutizzato la stanchezza.
La mente era impegnata in mille e più domande…
La Newmann….possibile che dicesse il vero ?
Se davvero Chaterine era un’infiltrata, e conoscendola era un’ipotesi da non scartare, lei stava davvero agendo nel giusto ?
Esporre Jordan…in nome di Dio era l’ultimo dei suoi pensieri.
Ma doveva domandarsi il motivo, delle sue azioni !
Agiva per il bene di Jordan, o….o per il viscerale istinto materno, che quella bimba aveva riacceso in lei e che adesso la perseguitava ?
Era davvero il bene della piccola che cercava, o una sua soddisfazione personale ?
Chaterine, una volta adempiuto il proprio compito, sarebbe tornata da sua figlia…

Figlia…la senti crescere nel tuo ventre…ed è TUA.

Ma Jordan…Jordan non era SUA.
Era di Chaterine, e di Frank….
Ma…ma avevano un senso le frasi della bambina ?
Davvero occorreva che lei ascoltasse quelle parole ?
Tossì…si respirava a fatica.
Sorseggiò un bicchiere di ginger hall, freddo.
Fissava il soffitto, facendo tintinnare i cubetti di ghiaccio.
Si girò stancamente.
Era spossata.
Dall’incontro con la Newmann, sino a meno di un’ora prima, aveva passato tutto il pomeriggio a telefonare, a parlare con funzionari del tribunale dei minori e a correre da un ufficio all’altro.
Tutti con la medesima risposta.
" Occorrono tempi lunghi"
Occorreva vagliare, studiare, prendere visione dei fatti…
Ma…lei voleva arrivare al punto, e presto !
Mulder, il suo lavoro, la stavano aspettando…
Avrebbe voluto stringerlo…averlo accanto…ne sentiva un bisogno fisico, immenso.
Guardò fuori della finestra.
Vedeva appena un palazzo di fronte, dopo lo spiazzo per il parcheggio.
Nubi bianche come panna, si rincorrevano nella prateria azzurra del cielo.
Si tolse la camicia leggera, alzandosi.
Andò in bagno.
Era lindo e pulito, ma puzzava di disinfettante.
Fece scorrere l’acqua, per riempire la vasca, quando fu colpita da una fitta tremenda alla testa.
Barcollò, appoggiandosi alle mattonelle lisce del bagno, fino a scivolare sul bordo esterno della vasca da bagno.
Cadde in ginocchio.

<…che…che mi succede ? >, smozzicò.

Il dolore…in nome di Dio, era uguale a quando…
La vista si annebbiò per poi focalizzarsi su una macchia di sangue, grossa come una noce, accanto alla sua gamba.
Tremò, sconvolta.
La sfiorò con le dita…sangue fresco…
Scully chiuse le palpebre.

< Oh…Dio…Dio…ti supplico…tutto…ma non questo…non…questo… per pietà…>

Parlava inebetita, sconvolta dal terrore…
Le gambe non reggevano.
Fece per alzarsi, ma barcollò nuovamente a terra.
Udì il cellulare trillare…era Mulder…

<…amore….>, smozzicò.

La bocca….la bocca era piena di sangue…Gesù…avvertiva la solita fitta al centro della fronte, oscena…
Ricordò, come fosse accaduto ieri, che quando questa fitta iniziava, sembrava che qualcuno le stesse trapanando il cervello, sadicamente.
Rammentò anche, in una sorta di flashback doloroso e vivo, i volti dei medici, di sua madre, di suo fratello Bill…persino quello di Fox…erano tutti uguali.
Tutti volti commiserevoli, come di chi guardi un bimbo sorpreso a fare una mascalzonata, o che si sia fatto male cadendo dalla bici…
Volti che odiava.
Odiava la compassione, odiava il falso sorriso di sua madre quando fingeva che fosse migliorata…che avesse…come diceva ?
Si…che avesse una cera migliore….Migliore di che ?
Migliore di niente…Cancro.
Hai il cancro..ti rode dentro, lento e bastardo, come un tarlo…dapprima cauto, silente e tranquillo, poi affamato, vorace come la più bastarda delle belve.
Via…via quelle facce, quella compassione.
 
Non voglio la compassione di nessuno ! Di nessuno !!
Si rimise in piedi.
Gettò uno sguardo impaurito al lurido specchio del bagno, e ciò che vide la paralizzò dalla paura.
Il naso, la bocca…era una maschera di sangue…Letteralmente una maschera di sangue.
Si sfiorò le labbra.
Tutto sembrava immerso in una fioca luce viola.
Caracollò sino al lavandino e prese a gettarsi palmi d’acqua fredda sulla fronte.
Il cellulare smise di suonare.
Si bagnò del tutto il capo, facendovi scorrere l’acqua direttamente.
Aprendo appena le palpebre, vide l’acqua che scendeva nello scarico, dapprima rossa, quasi simile ad inchiostro di china, poi sempre più limpida, sino a divenire trasparente.

< Dana ! >

Si voltò di scatto.
Jordan stava al centro della camera, fra il bagno ed il letto.
Era…sembrava tranquilla, normale.
Sorrideva, forse.
Accanto a lei una seconda bambina.
Scully era assolutamente sconvolta per ciò che aveva modo di vedere.
La bambina, che Jordan teneva per mano, era Alice.
Sembravano simili, come fossero gemelle.

<…io…Alice…amore della mamma…sei…sei tu ? >

Perché aveva detto una cosa che sapeva essere impossibile ?
Era…si trattava di una sorta di allucinazione.

< Vieni da me, Dana…aiutami…se non mi aiuti, finirò come lei…>

Era Alice a parlare, ma era chiaro che si riferiva a Jordan.
Ora Jordan apparve cadaverica.
Il faccino bianco, le occhiaie profonde, gli occhi…

< NO ! >.

Si ritrovò seduta a terra, in mare di sudore.
Il ginger hall era sul comodino, il ghiaccio sciolto del tutto.
Si guardò attorno…
Era sola….certo che sei sola, che pensi ? Gesù…hai solo sognato, era un sogno, un incubo…
Si tastò la bocca, ed il naso.

…. sangue… c’è sangue…..

Accanto al braccio, il cellulare.
Segnalava la chiamata …alle sette e venti…un numero sconosciuto, certamente un apparecchio pubblico…era Mulder…
Guardò l’ora… le otto e dieci…
 
Sei svenuta….svenuta con del sangue che ti scende dal naso…
Oddio perché……perché…di nuovo ?….era passato…eri guarita…senza un perché, ma eri guarita…lui sapeva perché…te lo sussurrava quando ti sfiorava, a letto, o durante un abbraccio…ma eri guarita…non è quello…non lo è…Gesù mio…Dio mio…fai che non sia quello…ti prego…
 
Pianse.
Le lacrime le rigarono il viso, mischiandosi al sangue che le arrossava la bocca, il mento, le labbra…
Non ebbe la forza di mettersi in piedi per una buona mezz’ora…
Le gambe non la reggevano, i sensi erano confusi, la testa girava…
Continuava a bagnarsi la fronte.
Il dolore era cessato…ma in Scully c’era la convinzione che fosse accaduto molto più che un semplice mancamento, magari drammaticamente legato a quel che le accadeva..

Ma cosa ti accade di nuovo ? E’…era finita, era scomparso, il bastardo…era tornato indietro, senza spiegazione, ma era tornato indietro…

Si scosse.
Prese a rivestirsi con fretta, cancellando il bisogno di riposo, di distendersi e razionalizzare…

< Jordan….>, disse impaurita.

Era accaduto qualcosa alla bambina…o stava per accadere…
Controllò la pistola ed uscì.
Il pomeriggio di Mulder, invece fu meno caotico di quello di Dana.
Fox rimase seduto per ore, in un’anonima panchina del Potomac Rive Park, fissando l’allegro vociare dei bimbi e la tranquillità del giardino in quel giorno feriale.
Ma la mente era lontana.
Il tono, le parole di August Kendall, erano ancora presenti, quasi avesse parlato da poco meno di un secondo, o che la sua voce fosse una sorta di eco lontana, che ritornava da una valle.
Controllò l’orologio.
La cabina pubblica era di fronte alla sua panchina.
In pratica nessuno aveva chiamato da lì.
Un tempo, non molto lontano, ragazzine timide e desiderose di sentire il proprio uomo, avrebbero fatto la fila….ma adesso c’era il cellulare…
Ora il sole era calato, non picchiava più feroce fra i rami, ed il calore dell’asfalto era mitigato dal fresco respiro del verde.
Infilò una scheda nell’apparecchio pubblico ed attese.
Nulla.
L’inquietudine lo assalì.
Erano d’accordo che si fossero sentiti…
Scosse la testa.

Smetti di essere protettivo…lei sa cavarsela…lo sai….

Riprovò un paio di volte, poi desistette.
Cosa stava succedendo a Pittsburgh ?
Scully era impegolata in una noiosa sfilza di clausole da scanalare per portare con se la bambina, o c’era di peggio?
Per chissà quante volte, Fox aveva scacciato quelle idee, lontano da lei…
Eppure erano sempre presenti.
Magari un rapinatore, magari un pazzo, magari un incidente…magari qualcuno che sa e nasconde….Ma in nome del cielo, come fai a startene qui, a camminare nel parco, mani in tasca come un vecchio, quando…
Quando l’invasione è alle porte ?
Quando "loro" sono qui e tu lo sai ?

< No…debbo…debbo solo pensare al caso…a quello che…serve per capire…>

E sapeva dove trovarlo.
Camminò con passo deciso verso la sede dell’FBI.
Sapeva da dove entrare per non dare nell’occhio, ma ugualmente si sentì una sorta di ladro.
Un ladro…quella era casa sua !
La sezione Xfiles era parte di lui, la sua vita…
In quei corridoi stretti e scuri, fra scartoffie ammonticchiate e fotocopiatrici abbandonate, c’era la sua anima.
C’era la verità…
Nessun altro al mondo avrebbe potuto capirne il senso, il significato profondo…eccetto lei.
Scully avrebbe potuto.
Superò un cancello con il proprio passi e numero di identificazione, entrando così nell’immenso garage sotterraneo.
I segni del violento scontro armato che per un pelo non aveva ucciso Scully, circa tre anni prima, erano svaniti.
Tutto era stato riverniciato…ma il sapore, l’odore di quelle esplosioni, di quella sparatoria, era ancora vivo.
Arrivò dal garage al seminterrato e da lì, dopo un breve respiro profondo, nel quale immerse i polmoni nel suo vecchio alone, nel clima della sua vecchia tana, entrò.
Il corridoio era sempre stretto e male illuminato.
Svoltò a sinistra.
Ed ecco la porta….ecco la porta, chiusa, senza scotch, con una targhetta anonima, identica a quella di sempre: Sezione X-Files.
Appoggiò l’orecchio alla porta.
Nessun suono. Folmer se n’era andato, le sette erano trascorse da quasi quaranta minuti…
Prese dal suo portafogli una piccola chiave tonda e fece ruotare il pomello dell’uscio.
Un colpo lo raggiunse al petto, una scarica di nostalgia, di dolore, di soddisfazione mista a pianto.
Il suo ufficio, il suo mondo…eccolo !
Lo affrontò con nostalgia, paura, quasi…
Paura che…non che lo sorprendessero….non quel genere di paura…
Piuttosto una paura simile alla prima volta che si adoperi un oggetto tanto desiderato, temendo di rovinarlo, di non saperne cogliere le funzioni…
D’essere…ecco, d’essere inadeguato.
Inadeguato alle proprie capacità, che quel lavoro di routine stava per affossare definitivamente…
Entrò, guardando la scrivania…il poster era stato rimosso, ora appariva ordinata e funzionale…come piacerebbe a Dana…pensò.
Prese a consultare gli archivi.
I files…..gli X-Files, erano immersi nella polvere…
Nessun file aggiunto di recente.
La memoria incredibile di Fox Mulder, aveva già compreso che non era stato aggiunto nulla di recente.
Nulla..
Superò il file su Tooms, e prese quattro cartellette dal bordo rosso, posandole sulla scrivania…
Doveva cercare a casaccio…sempre che avesse trovato qualcosa…

***

CAPITOLO TREDICI

 

Ceewack Street 25 road, Washington,
Ore 09.00 Pm, Giovedì 7 Agosto
Faceva caldo e parecchio.
L’appartamento di Hannibal Merrick, poi, aveva l’atmosfera di un forno crematorio.
Per via del caldo e della puzza.
Lui, il nostro uomo mummia, è seduto di fronte alla tv, che sta trasmettendo un film di guerra degli anni 50.
C’è anche John Wayne.
E’ cresciuto a birra e John Wayne.
Adorava "Sentieri selvaggi", "Chisum" e "Alamo".
Del panzone con la Colt rammentava ogni scena, ogni film.
Rise di gusto, perché adesso John stava spiegando come usare un cicalino, che premuto emetteva un ClicClac, secco.
Rise perché uno dei soldati americani ( il film è " Il giorno più lungo" ), nel film, sentendo quel ClicClac, uscirà allo scoperto, e un crucco lo farà secco.
Forse, l’idea di farlo diventare una sorta d’aborto vivente, con la pelle ridotta a brandelli, dev’essere nata nella mente folle di qualche generale, vedendo proprio quel film…
Cose strane della vita.
Adesso i fatti precipiteranno a Pittsburgh e li seguiremo, logicamente..
Ma accadrà anche qualcosina di brutto anche qui, che ci aiuterà a capire meglio che tipo è Hannibal Merrick, in fondo.
Immagino l’abbiate capito, ma tant’è…le cose succedono e devo pur raccontarvele…
Allora, Merrick è seduto con l’amata Bud stretta in una deforme mano avvolta dalle bende, quando al piano sotto di lui, s’innesca una pericolosa reazione.
La cicciona, la Hodeker, uscì dal suo bugigattolo, imprecando.
Il caldo, quel pomeriggio è stato feroce.
Quasi quarantatré gradi.
Quindi, la puzza vomitevole dell’appartamento di Merrick, si è fatta insopportabile.
Maggiormente più insopportabile del solito, esattamente.

< Basta ! E’ ora di finirla ! >, imprecò.

La signora Hodeker non ha solo il vizio di rimpinzarsi di cioccolatini e di portare uomini laidi a casa propria.
Beve, e anche di brutto.
Le capita verso ogni giovedì della settimana, per strani ed inestricabili percorsi mentali.
Barcollò comicamente ( una boa che sbarelli alla corrente, ecco immaginatevela così…) sin alla rampa delle scale.
Poi emise un grugnito simile ad un rutto alcolico e prese a salire.
I gradini, quella sera, devono essere stati sollevati poiché le risulta difficile percorrerli.
Comunque arrancò salendo, una bottiglia di Martini stretta fra le dita grasse, l’alito etilico, gli occhi sghembi.

< Porco…schifoso e lurido…>

La parola che la offende di più, è proprio lurido.
La sporcizia non la può sopportare…
Arrivò al numero cinque, bussando.
E’ inesatto affermare che bussi alla porta…piuttosto dà l’idea di volerla abbattere con le zampogne che ha al posto delle braccia.

< Apri…zozzone..>, imprecò.

Merrick girò lo sguardo con la medesima rapidità di un serpente…
Fu uno scatto brutale, assetato di violenza e sangue.
NESSUNO, deve rompergli i coglioni quando guarda Wayne…!!
Tantomeno quella lurida scrofa.
Si alzò e percorse il tragitto dal divano alla porta con la goffa andatura di uno storpio.
Non si premunì di mascherarsi il viso, né gli occhi.
Aprì appena l’uscio.

< Che cazzo vuole ? Sto guardando la tv…>, abbaiò.

Lei farfugliò qualcosa, agitando la bottiglia quasi si trattasse di un’arma impropria.
Hannibal sentì i muscoli vivi, pompare sotto quella scorza di pelle appiccicosa.
La goccia che fece uscire l’acqua dal vaso, è la frase:

<..chiamo la polizia…>

Merrick fece sibilare la mano dalla fessura, come la testa di un cobra balzi di scatto da un fetido buco nei sassi.
Afferrando per la scollatura del vestito la grassona, la trascinò all’interno del proprio appartamento.
Quel che la povera Marina Hodeker vide, era reale o il frutto dell’alcool ?
Non ebbe mai modo di trovare la risposta, naturalmente.
Il viso di Merrick… una maschera di carne e sangue, viva, pulsante….
Gli occhi…gli occhi erano come scardinati dalle orbite.
Uno stava in avanti, giallo e pulsante, e la palpebra lo copriva a stento.
Un denso, schifoso liquido nero cola da un lato.
L’altro è fisso, pare di vetro, e raramente emette spiragli di luce viva.
Il corpo…sembra un pupazzo d’anatomia, uno di quei disegni appesi nelle aule tanto care a Scully ( adesso Dana sta guidando con gli occhi spiritati, il sangue che di tanto in tanto le cola dal nasino, tremando come una bimba…).
Pare sia stato scuoiato vivo.
In certe zone le bende tengono insieme brani di carne e tessuti, che altrimenti si sfilaccerebbero via, appena appese ai tendini.
Ma è fortissimo.
Le sferrò un pugno sul viso, spezzandole la mascella, il setto nasale, gli zigomi.
Era come se fosse andata a sbattere contro un albero.
Colpì con tutta la forza che animava la sua rabbia bestiale, senza un reale perché…
solo per il gusto sadico di vederla soffrire, con il volto ridotto ad una gonfia maschera deforme….
La trascinò sino al bagno, chiudendo la porta con una pedata.

< Te la faccio io la pulizia, brutta impicciona….>, grugnì, i denti storti, la bocca ridotta ad una fessura demoniaca.

Si cavò da una sorta di tasca sottocutanea, un sottile coltello dalla lama ricurva, affilato come un rasoio.
Hannibal conosce a memoria tutte le tecniche di guerriglia e tortura, quindi sa bene che le persone in soprappeso, sono le più interessanti da scuoiare.
Si arriva a fatica agli organi vitali, perciò la loro sofferenza si prolunga per molto più tempo, magari anche per ore, decine di ore…
Rise, solita risata sibillina e stridula, da vecchia megera, da sorcio schifoso.
Marina Hodeker è svenuta, ed allora Merrick bada a gettarle una manciata d’acqua sul faccione tondo e rubizzo.
Non appena la udì gemere, un gemito soffocato dal dolore per la mascella rotta, le ficcò uno straccio in gola.
Per prima cosa le recise il vestito, ridendo alla vista del corpo flaccido e obeso.
Le legò i polsi e le caviglie, incaprettandola come un maiale.
Vide, pur nel sangue pulsante del viso devastato dal suo pugno, gli occhi della donna brillare dal terrore, implorare aiuto…
Rise.
La gettò all’interno della vasca da bagno, poi la lama prese a fendere l’aria..
Sarebbe arrivata la mezzanotte, prima che il corpo scuoiato della Hodeker, finisse di torcersi e di dibattersi, dissanguandosi.
La vasca, che Merrick non usa mai, è nera, otturata.
Il sangue vi galleggerà per giorni, prima di defluire dallo scarico.
Hannibal è rimasto a fissare la sofferenza di quella poveretta, sempre con il sorriso stampato su quella che un tempo era una bocca.
Di tanto in tanto, provvedeva ad accrescere i lamenti di agonia, recidendo qualche muscolo, tagliandole una pupilla, strappando un seno…
Chiuse la porta del bagno, strofinandosi il palmo aggrinzito della mano sulla bocca, a mezzanotte e mezza.
La TV era ancora accesa.

< Cazzo…>, esclamò.

Si era perso il film di Wayne.
Bevve con avidità la birra che aveva posato a terra, per andare dalla rompicoglioni…
Tutto sommato, aveva trovato ugualmente il modo di passare la sera…

---

Città di Pittsburgh, Stato della Pennsylvania,
Watson Institute of Children, Ore 07.25 PM
Giovedì 7 Agosto
Il furgone scuro sostava nell’angolo della strada, sotto il platano massiccio, da ore.
All’interno, stravaccato al centro, le braccia estese per tutta la lunghezza del sedile unico, con la sigaretta accesa, Morbie.
La radio era bassa, diffondeva musica jazz.
Morbie guardò dietro, individuando un sacco di juta, dalla forma umanoide.

< Esci Chaty….non ci ha seguito nessuno…>

Chaterine fece capolino dall’interno del sacco, gli occhi spiritati, il viso pallido come fosse stato in punto di morte.

<…che intenzioni hai…vuoi uccidermi…? >, chiese.

< Pensi che se avessi voluto ammazzarti, a quest’ora non saresti già a dormire in una discarica ? Voglio aiutarti…>

Parlò senza mai mutare tono, monocorde come un androide…ma non lo è…
Ha un cuore…un cuore che picchia quando Chaterine appare con la mimetica aderente, che pare far esplodere i suoi seni, il suo bel sedere…
Palpita, quando incrocia i suoi occhi azzurri…
Prova una rabbia viscerale, ogni volta che Rob le mette le zampe addosso…ogni volta…

< Stronzo…mi hai pestato di brutto…>, disse, sputando nel pavimento del furgone un grumo di sangue.

Aveva un labbro gonfio ed una guancia viola.

< Ho dovuto….non potevo sapere se il covo era sotto controllo…Sai quanto è paranoico il tuo…Rob…>

Le gettò il coltello d’assalto e la calibro 38 parabellum, avvolta in una fondina di pelle nera.

< Liberati…>, disse, voltandosi.

Adesso la voce è mutata.
Sembra quasi umana…
Chaterine esitò…le balenò l’idea che fosse una sorta d’assurda trappola, che si stesse prendendo gioco di lei…
Ma poi, non appena gli occhi presero abitudine alla luce, notò l’istituto.
Si vedeva in lontananza, ma apparve chiaro come la più bella delle stelle per
Chaterine Black.
Si mise a lavorare sui nodi con lena e in meno di cinque minuti, era libera.
Balzò in piedi, ignorando il dolore alle ginocchia, e si allacciò la fondina della pistola.
Tastò il pavimento del furgone, alla ricerca di qualcosa.
Morbie alzò la mano, reggendo un elastico per capelli, rosso, fra due dita.

< Ecco, principessa….>

Chaterine lo afferrò e per la prima volta sfiorò le sue dita, senza violenza o neutra casualità.
Sono dita dure, che possono trapassarle la gola come nulla fosse, ma adesso le scopre anche capaci di accarezzare, di dare gentilezza, piacere…
Deglutì, imbarazzata e stordita.

< Io…>, buttò lì.

Morbie la fissò, voltandosi.
Non aveva mai visto una donna così alta e bella….
Era abituato a ragazze più spicce, che non davano problemi, ma nemmeno dolcezza….
Invece, in quella madre devota alla causa, c’era una sorta d’alone palpabile, un’aura delicata e gentile, che poteva cogliere in ogni istante.
Chaterine si chinò, sfiorandogli le labbra con un bacio tremante.
Aveva ancora paura, ma iniziava a capire..

< …grazie….>

Morbie alzò le granitiche spalle…

< Ho dovuto….sapevo come la pensavano su di te…e non mi andava… Adesso entreremo lì e porterai via Jordan… Appena fatto, ti porterò al confine con il Canada…Nel portafogli hai 5000 $ in contanti….non usare carte di credito, bancomat, non emettere assegni… Muori di fame, piuttosto, ma paga tutto con denaro fresco, non rintracciabile ! Cambia lavoro spesso, un paio di volte al mese, per i primi sei…sette mesi… Ah…poi una cosa, che sarebbe la prima…rasati i capelli, e tingili di scuro… Fai lo stesso con tua figlia.. Dopo questo periodo, prendi tutti risparmi che hai, e fai un biglietto per l’Europa…volo immediato, nessuna prenotazione… Non incontrare nessuno…nessuna avventura con uomini di qualsiasi colore ed età…fai la vita della suora, non so rendo l’idea…>

Annuì, imbarazzata e sul punto di piangere.

< Dovrebbe essere sufficiente….non chiamare nemmeno tua madre…nessuno ! Capito ? Per qualsiasi ragione al mondo ! >

Le sfiorò la guancia.
Un movimento goffo, inadatto ad un gorilla come lui.

< Devono crederti morta…>

Chaterine annuì di nuovo.
Fissò l’elegante entrata dell’istituto e vorrebbe entrarvi con un balzo, se fosse possibile…

< E tu ? >

Morbie s’irrigidì.

< Me la caverò….dirò che ho fatto sparire il tuo corpo…mi crederanno…>

Chaterine si accomodò accanto a lui, scivolando sinuosa da dietro.
Il suo corpo assaporava la comodità del sedile, dopo le ore trascorse a terra, avvolta in un sacco che le impediva quasi di respirare.
Lo fissò, gli occhi erano umidi di lacrime.

< Potrebbero non farlo ! Ti ucciderebbero senza pensarci due volte…>

Strinse la sua mano.
Che bella che è la stretta di una donna….delicata, gentile, calda…

< …la morte non mi spaventa…lo sai…Non sarei entrato nel gruppo, se così non fosse stato..Ho la mia fede e non intendo abbandonarla…ma farti questo era ingiusto ed inutile…>

Lo baciò con tenerezza, questa volta.
Non provava amore per lui, nemmeno quella sorta di strana passione sessuale che l’attirava a Rob…Ma la stava salvando, la stava proteggendo, le stava fornendo aiuto per salvare Jordan…
Morbie le passò la mano fra i capelli..
Tacquero per un istante.

< Cristo ! Sembriamo due fidanzatini…non abbiamo tempo…>, bofonchiò lui.

Chaterine pianse.
Furono lacrime calde, lente, non singhiozzò ma avvertì la commozione scavarle nel cuore.

< Come…come facciamo ad entrare.. ? >, disse a fatica.

< Fra circa un’ora passa un furgone che ritira la biancheria per la lavanderia. Fa un paio di giri al giorno, ed il primo lo ha fatto questa mattina… Adesso andiamo sul retro, e l’aspettiamo…Togliti la fifa di dosso, e non pensare a Jordan…è una normale azione…capito ? Siamo entrati in una banca, una volta…qui passeremo come fosse un gioco…>

Lei prese fiato.
Non era più la Chaterine Black che Frank aveva amato, che lo attendeva solare dal lavoro…che preparava la colazione e il pranzo…che credeva nel governo e nel Presidente..
Il suo corpo era stato forgiato da un addestramento duro, incisivo, spartano.
Aveva ucciso, senza esitare, quand’era stato necessario…
Si era scoperta forte, decisa, fredda, capace di agire senza ripensamenti…
E lo avrebbe fatto anche ora…
Pensò, mentre il furgone si allontanava tranquillo per svoltare nella strada secondaria e posteggiare sul retro dell’istituto, che quella era la sua ultima missione come Pretoriana…
Sapeva delle parole, dell’alfabeto…del segreto orrendo che celava…che ciò che animava August Kendall, erano lo scopo, la meta, la missione…
Ma ora si batteva per qualcosa di più sacro…
Nulla l’avrebbe fermata.
Espulse il caricatore della pistola, controllando che tutti i colpi fossero inseriti.

" Controlla l’equipaggiamento. Sempre. Più di una volta. Sempre."

Le risuonò nel cervello.
Colpì, con il palmo della mano, il calcio del caricatore, inserendolo.
Armò la pistola e tolse la sicura.

" Nessuna pietà, nessun dubbio. Nessuna paura. Spara per prima e sparerai due volte".

Si cercò nella tasca dei pantaloni della mimetica.
Ne cavò un pacchetto di sigarette e se n’accese una, con una tirata lunga, gustando il tabacco….aveva il potere di renderla tranquilla, calmarle i sensi, mantenendola lucida.
Aspettare….doveva solo aspettare…
Andiamo avanti di parecchio, adesso.
Sono circa le nove.
La porta principale del Watson Istitute, è chiusa.
All’esterno, una donna dai capelli bagnati, rosso Tiziano, il viso spiritato e il cuore che batte a mille, come l’ago di una macchina per cucire, che bussa con veemente decisione.
Se potesse vedersi riflessa in uno specchio, Dana si allarmerebbe.
E’ tanto sconvolta e tesa, impaurita e nervosa, da essere quasi irriconoscibile.
Alla fine, arrivò un esile infermiere, il viso assente, la guardò da dietro la porta a vetri con espressione vacua.

< Mi apra ! >, ordinò.

Lui scuote la testa calva.

< Mi ha sentito ? Apra questa cazzo di porta ! >, urlò.

Sbatté sul vetro il distintivo di vice-direttore federale e l’infermiere annuì.
Superò un lungo bancone di marmo bianco e premette un tasto incastrato nel muro.
La serratura scattò secca e Dana si fiondò all’interno, prendendo un grande respiro.
Agiva impulsivamente, senza logica, senza nulla in mano…
Ma lo sentiva dentro…n’era certa, come della sua stessa vita: Jordan non era al sicuro…non ora, non in quel momento…
Inforcò il corridoio senza rallentare, incurante dell’infermiere che la tallonava scuotendo il capo.

< Mi vuole dire che cosa ha intenzione di fare, vice-direttore ? >, disse ad un certo punto lui, bloccandola per un braccio.

Artur Piggedon scendeva caracollando dalla scalinata principale.
Due volte la settimana si tratteneva nell’istituto.
Non che gli interessino particolarmente le sorti di piagnucolosi bambini pisciasotto, né che il lavoro sia scrupoloso ed efficiente….
Mira solo a farsi vedere in giro…ha scoperto che molti dei donatori del centro e molti dei genitori che affidano ad esso i propri figliocci, si sentono sollevati sapendo che il direttore si attarda a controllare l’operato degli inservienti e del personale…
Sono cose che ha affinato in anni di vita al limite del regolare, e che sfrutta per uscirne lindo e profumato.
Del resto, è grazie a quegli stronzini, che si può permettere il Rolex…
Fischiettò una nenia senza senso, quando i suoi occhi porcini, incrociarono l’incubo che lo stava perseguendo da quella mattina: Dana Scully.
Lei si divincolò dalla presa dell’infermiere, con gli occhi sgranati, il sudore che colava dalla fronte…
Se avesse potuto rendersi conto di quanto poco fosse professionale, adesso…probabilmente sarebbe fuggita.
Dana individuò subito l’elemento debole del trio.

< Signor Piggedon ! >, gridò decisa.

Un debole rivolo di sangue le scese dal naso al mento, bagnandole la camicetta bianca, ed assumendo la curiosa forma di un cuore.
Piggedon le guardò estasiato la camicetta, che Dana aveva indossato di corsa montando in auto…non essendosi asciugata dall’acqua che si è rovesciata in viso, i suoi seni si vedevano nitidi.
I capezzoli duri spuntavano da sotto, come chiodi.

..Gesù…mmmm…pensò.

< Che vuole ? >, domandò perso in quella contemplazione, che finì immediata com’è giunta. Quella rossa portava solo casini. Era fuori d’ogni dubbio.

< Vedere Jordan…lei ha ignorato la mia richiesta ! >

Era una menzogna. Piggedon si sarebbe prostrato in ginocchio, se l’FBI avesse inviato una richiesta…..
Ma dopo l’intervento della Newmann, tutto era saltato, nonostante i tentativi assidui di Dana di riprendere il discorso.
Se tutto andava bene, se ne sarebbe parlato fra giorni..
Scully sapeva che mentendo, rischiava delegittimarsi…o almeno lo sapeva una parte del suo cervello…ma dopo il sogno, l’incubo…visione…come cavolo si chiama, non le riuscì di pensare che Jordan fosse al sicuro.
Era certa che la bambina fosse in pericolo…lo sentiva dentro di se…

< Vice-direttore…sono le nove e dieci…la bambina è a letto…>

Sorrise, perché Scully era quasi contro di lui, premendo quel seno sodo contro la sua pancia gonfia di cibo caro e stracolmo di grassi.
Dana si serrò contro quel laido ciccione, il viso stravolto, gli occhi sgranati, il sangue che le gocciolava febbrile dal setto nasale…

< Mi porti da Jordan ! >, ordinò.

Piggedon annuisce, le fa strada gettando nel medesimo istante uno sguardo all’infermiere…
E’ pazza…questa è pazza….pensò adesso.
Il seno e la vista del sedere tondo di Scully che saliva le scale davanti a lui, non gli fecero più alcun effetto.
Il tono con il quale Scully aveva intimato la richiesta, era categorico, ma al medesimo tempo animato dall’insana lucidità della pazzia.
Dana rimase in quello stato allucinato sino all’imbocco del corridoio del secondo piano.
Poi parve riprendere parte della solita lucidità, e voltandosi verso Piggedon, apostrofò:

< Io…mi scusi…per il modo….non ho il diritto di trattarla così…ma è che.. ho visto una cosa orrenda, e devo…>

Piggedon annuì…avrebbe annuito anche se Dana gli avesse detto d’aver visto Dio Onnipotente giocare a softball…
I pazzi vanno assecondati, pensò.
Ora, prima di entrare da Jordan, nel medesimo momento in cui la porta dell’ascensore di servizio si aprì e due persone, un uomo massiccio ed una donna alta, fecero il loro ingresso nel corridoio spingendo un carrello colmo di biancheria, Scully si fermò davanti allo specchio che dominava il reparto.
Sì guardò…era…era ridotta ad uno straccio…i capelli in disordine e sporchi, il viso stravolto, paonazzo, con una macchia di sangue secco sulle gote e sotto il nasino, la camicia bagnata fradicia, macchiata di rosso.
Se l’avesse veduta così, Jordan si sarebbe spaventata a morte.
Probabilmente si sarebbe spaventato di lei anche Mulder.
Si scostò da un lato, urtando il carrello e scusandosi con la donna che spingeva, china, il viso compresso contro il cestone, un cappello da baseball bianco calzato basso.
I due, grazie all’ascensore di servizio, erano giunti direttamente dal magazzino.
Nel seminterrato, c’era un bel casino…uno di quelli che avrebbero fatto scoppiare l’aorta a Piggedon.
Lucy Auselder, la donna delle pulizie, era seduta a terra, le gambe larghe, la gola tagliata, letteralmente immersa nel sangue.
Timoty Banks, l’uomo che da dodici anni fa quel lavoro con lei al fianco e che spesso si lamentava della troppa noia, aveva il collo spezzato, la testa girata da un lato, in modo orrendamente innaturale.
Per un istante, lungo e lento, quasi fosse congelato dalla mano di un pittore su di una tela, gli occhi di Dana e quelli di Chaterine Black, si incrociarono.
Morbie, che aveva spezzato quel collo come fosse una matita, bloccò il carrello e fece un movimento.
Era un movimento che Dana conosceva bene, per gli anni d’addestramento compiuti a Quantico, per le decine di volte nelle quali aveva avuto modo di osservarlo in azione, con Mulder al fianco.
Piggedon era appoggiato proprio accanto alla cameretta della piccola Jordan, con la scheda magnetica per aprire la serratura fra le mani…dove non dovrebbe.
Chaterine girò lo sguardo, togliendosi il cappello di scatto e facendo il solito movimento: indietreggiò un poco, allargando la mano destra accanto alla natica.
Il lungo camice bianco la rallentò di un due, tre secondi.
Anche Scully fece quel medesimo movimento, sfiorando la fondina, poi urlò:

< A terra…gettatevi tutti a terra ! >

In quel momento il corridoio è quasi vuoto: c’erano Dana, Piggedon, Chaterine e Morbie, più un’infermiera di turno, che si sfiorò la fronte, perplessa per il troppo caos.
Nulla a che vedere con quel che accadrà fra un istante.
I pavimenti erano puliti e lucidi…era stata messa la cera da poco…sembra un ragionamento fuori luogo, ma vedrete che non è così…
In ogni caso…
La prima ad estrarre l’arma, fu Scully.
Ha due bersagli, che sa esser ugualmente pericolosi.
Il suo cervello, in una frazione, puntò all’uomo massiccio, che fu il secondo ad impugnare la parabellum, spianandola in avanti.
Non intimò alcun ordine, niente " Fermo FBI " o cose così…aveva compreso che i fatti erano scattati in avanti, e nulla poteva arrestarli, adesso…
Chaterine premette per prima il grilletto.
Un colpo sordo ed ovattato, misto all’odore della cordite e della polvere da sparo, si liberò nel corridoio.
Piggedon fu centrato alla spalla, la sinistra.
Il colpo gli trapassò l’osso uscendo da parte a parte e terminando la propria corsa contro il soffitto.
Una densa scia di sangue si adagiò silenziosa, mentre lui, spinto dall’impatto, cadde contro la porta, aprendola.
Dana fece fuoco.
Il carrello colmo di sacchi bianchi della biancheria era fra lei e Morbie..
Paradossalmente Scully avrebbe dovuto la sua vita, a quel carrello.
Il suo colpo centrò Morbie ad un fianco, gli spezzò il fegato per conficcarsi nell’intestino tenue.
Ma egli lo accolse come un sorriso, uno sberleffo del destino.
Piggedon gridava a squarciagola, riverso a terra, e dal lato opposto del corridoio l’infermiera si sbloccò dalla paura e corse verso il tavolino, accanto al telefono.
Allora Morbie si voltò di scatto, tenendo il braccio teso e ritto, e sparò.
Il proiettile colpì l’infermiera alla gola, sbatacchiandola contro la parete e da lì a terra.
Sarebbe morta nel giro d’un paio di minuti.
Scully scivolò dietro il carrello della biancheria.
Morbie si voltò di nuovo, lo sguardo che scivolò al carrello, notando il polpaccio di Dana che svicolava via.
Chaterine si catapultò all’interno della stanza, dove Jordan stava riposando, il libro de
" Il signore degli anelli " sul comodino.
Si svegliò di soprassalto, sgranando gli occhioni azzurri.

< Mamma !! >, strillò.

Morbie sparò dall’alto al basso, pessima angolatura…
Aveva un fianco colmo di sangue, che pulsava dal dolore, ma che ignorò volutamente.
Fece esplodere due colpi, in rapida successione.
Uno arrivò ad un centimetro dal viso di Scully, rigandole appena il collo, l’altro s’infilzò nel supporto metallico del carrello, a meno di un dito dal suo sterno.
Chaterine afferrò la figlia per una mano catapultandola letteralmente verso di se.
Scully si accucciò sul lato sinistro del carrello, quello diagonalmente più lontano da Morbie, che l’afferrò dando un violento strattone.
Intendeva spostare il carrello, lasciando Dana allo scoperto.
Chaterine superò la soglia, quando una mano paffuta le afferrò la caviglia e la fece cadere a terra.
Era Piggedon.
Chiuse la manona, piangendo.
Agì per istinto, un istinto che non credeva di possedere e che pulì, almeno in parte, le macchie della sua ignobile vita.
Il carrello si fiondava verso la parete, sul lato dell’entrata alla cameretta di Jordan.
Scully ebbe solo il riflesso di colpire una ruota, premendo il freno.
Il carrello scivolò sul pavimento bagnato, compiendo un mezzo giro sulla ruota bloccata e abbattendosi sul corpo di Morbie.
Non fu un colpo duro, né abbastanza violento da ferirlo, ma lo sbilanciò.
Scully s’alzò decisa e fece fuoco.
Morbie comprese…era finita.
Fu centrato alla testa, il proiettile giusto in mezzo alla fronte, arrestandosi nel cranio e devastandolo.
Bofonchiò qualcosa, poi emise rantolo e morì.
Nel medesimo lasso, Chaterine Black si voltava di scatto, spianando la parabellum.
Non udiva le grida della bambina…di sua figlia.
Puntò la pistola e sparò, due volte, uccidendo Piggedon all’istante.
La stretta si sbloccò proprio nel momento in cui Morbie emetteva un rigurgito di sangue, morendo.
Dana aveva la donna di fronte, traiettoria diritta…ottima angolatura..

< Ferma ! Chaterine…in nome di Dio….fermati ! >, gridò Scully.

La mente di Dana per un attimo si divise.
Una parte pensò che fosse fortuna…pura fortuna…l’infermiera, il carrello, Piggedon…sì pure il ciccione laido che sbavava alle sue forme, l’avevano aiutata…
E un piccolo ritaglio di Dana pregò che del gruppo non facessero parte altri uomini..
Questo prima…prima di vedere Chaterine con la figlia stretta a se, armata…
Poi la mente tornò a concentrarsi sull’azione, ma con il cuore che pregava che succedesse qualcosa, che incredibilmente Mulder arrivasse, che non fosse costretta a..

< Dovrai ammazzarmi per portarmi via mia figlia, Dana ! >, urlò, spianando la pistola.

Rimasero immobili.
Dana con il fiato spezzato dalla tensione e dall’azione, Chaterine fissa, pronta a prendere la mira.
Vedeva la testa di Scully al centro del mirino.

< …per…favore…non mi costringere a spararti…Chaterine…io…non voglio  che accada nulla a Jordan…solo questo…>

Ha paura…esita…ha già perso…pensò la madre di Jordan.

Chaterine sfiorò il grilletto con l’indice.
Aveva il braccio teso, il respiro fermo, la mira perfetta per staccarle la testa con un colpo.
La detonazione esplose.
Il proiettile sibilò nell’aria dell’istituto, mentre urla e pianti di bambini sembrarono
uscire da un tunnel di vuoto, nel quale qualche misteriosa forza li aveva imprigionati.
Il proiettile calibro 38 colpì in pieno l’estintore in fondo al corridoio, ed un getto di schiuma bianca fu vomitata fuori sibilando.
Jordan…Jordan aveva dato uno strattone a mamma, nel medesimo istante nel quale lei aveva sparato.
Scully serrò le labbra, trattenne il pianto ed evitò di guardarla…

..perdonami Jordan…perdonami…ti supplico…pianse.

Sparò.
Chaterine parve un pupazzo centrato da una palla ad un baracchino del Luna Park.
Cadde supina, mentre la calibro 38 roteava sul pavimento.
Jordan scivolò a terra, le manine sugli occhi, il fiato mozzo, paralizzato….
Scully era inebetita…la pistola ancora ferma fra le mani, le braccia tese in avanti, come al poligono…
Ma gli occhi…gli occhi fissavano Jordan.

< ..mammaaaaa…>, la sentì gridare e le sembrò di morire.

Cadde in ginocchio, mentre Chaterine era a terra, la spalla che urlava dal dolore, sotto chock…..Jordan le si abbracciò, stringendole la vita, continuando a ripetere il suo nome.
Scully fissava il pavimento. Era sporco di sangue…udì i passi degli agenti nel corridoio solo dopo un tempo infinito.
Jordan era accanto alla madre, e piangeva…e lei ?
Lei non aveva forze…le aveva perse tutte, sparando quel colpo….colpendo Chaterine Black davanti alla figlia.
Si sentì sollevare per le spalle, da un poliziotto, Carl Homiksny, che le ripeteva:

< Coraggio…è finita, vice-direttore Scully…mi sente ? >

Ma Dana non poteva udirlo.
In mezzo a tutta quell’atmosfera lunare, silenziosa e nella quale tutti parvero muoversi al rallentatore, captò solo una parola.
Una frase detta fra le lacrime, da Jordan Black, mentre la madre veniva sistemata su una barella e portata via da dei paramedici:

< Ti odio…>

Solo quella frase….nient’altro…

***

CAPITOLO QUATTORDICI

 

Stazione di polizia di Pittsburgh,
Stato della Pennsylvania, Ore 00.09 Am,
Venerdì 8 Agosto
Mulder dava l’idea di un commesso viaggiatore o di un rappresentante di qualche marca sconosciuta, mentre varcava bagnato fradicio l’entrata del 4 distretto.
La pioggia, un violento ed improvviso temporale, l’aveva sorpreso a metà strada, quando il vice-direttore federale era intento ad un fitto colloquio con il tenente
Mannan, del distretto di polizia di Pittsburgh.

< Ho detto di no….non è accaduto nulla alla sua collega…ha solo un’abrasione superficiale…>

Mulder aveva scosso appena la testa, attivando i tergicristalli dell’auto, mentre spingeva oltre i limiti per arrivare presto da lei.

< Se è così…perché Dana non mi ha chiamato ? >

Normalmente Mulder non esternava a sconosciuti i propri sentimenti per Scully…ma la telefonata, che aveva ricevuto pochi istanti dopo esser entrato a casa di lei, l’aveva allarmato e le sue tradizionali prudenze erano venute meno.
Dana era stata coinvolta in un conflitto a fuoco…erano state uccise tre persone: un’infermiera, il direttore dell’istituto Watson ove era accaduto il fatto e uno degli assalitori…Ferita una donna….ma lei ?
Dana ? Stava bene ? Risposte lacunose….

< …è meglio che venga qui….Mulder….>

Picchiò il pugno sul volante, stringendo i denti, nervoso e scosso.

< Mi dica la verità ! Cristo…sono le undici e tre quarti….e Scully non mi ha nemmeno telefonato…mi ritiene così sciocco da credere che stia bene e non si sia premunita di dirmelo ? >

Mannan storse la bocca, spegnendo con rabbia la sigaretta nel posacenere.

< Il vice-direttore Scully è qui…al distretto ! Credo….>

Mulder maledì la prudenza dei poliziotti.

<…crede ? >, chiese mantenendo la calma.

< …è in stato confusionale…Non vuole che nessuno la visiti, nemmeno il nostro servizio di pronto soccorso interno…..non è tanto per la ferita al collo…è meno che un’abrasione, glielo detto…quanto per il suo stato mentale e per il fatto che perde sangue dal naso…>

Mulder perse il controllo dell’auto, sbandando e sfiorando il cordolo per pochi centimetri.
Il cellulare scivolò a terra, e fu costretto quasi a fermarsi, per tastare il pavimento della Ford e recuperarlo.

< Grazie…tenente….la raggiungo immediatamente…impeditele di andarsene… nel caso volesse farlo…>

Socchiuse le palpebre.

Scaccia questo pensiero, Fox….è solo una drammatica coincidenza….è quel che pensa lei, è per questo che ha paura…

Quando arrivò alla stazione di polizia, la pioggia era diventata fitta ed il rumore dei tuoni, che si perdevano nel cielo coperto, echeggiava lontano.
Scese, per poi correre sino alla tettoia e dopo essersi alzato il bavero della giacca leggera, per dirigersi all’entrata.
Mulder si ritrovò nell’androne della stazione di polizia, bagnato come un pulcino e spaesato.
Era notte fonda, i rumori dell’esterno erano ovattati e parevano riposare anch’essi sotto una coltre di sonno.
Notò un trio di prostitute che dormivano, abbracciate l’una all’altra, su una lunga panca di legno.
O.J.Richards apparve da dietro una delle tante porte, dopo che Mulder si qualificò e mostrò il tesserino, per poi attendere con nervosa impazienza al di là del bancone.

< Vice-direttore Mulder ? >

Fox si girò di scatto.
Lo fissò con una sorta di lampo accecante che era la sua vista analitica, squadrandolo da capo a piedi, apparentemente con la solita freddezza di sempre.

< Sono io….Dana ? >

Richards gli indicò una delle tante porte di legno del pianterreno.

< Sembra star meglio….ma non è lucida…Vorrei ricordarle, Mulder, che quel che sta accadendo riguarda la mia competenza…E che quella sparatoria susciterà un’eco più ampia di quel che sarebbe accaduto con la semplice richiesta di trasferimento per la bambina…>

Mulder si sfiorò la fronte.

< Mi scusi…mi dia i dettagli dopo….adesso…vado a parlarle…>

Aprì la porta con circospezione.
Scully era sola, in una scarna stanza quasi vuota.
Seduta su una scrivania, le gambe che ondeggiavano nel vuoto, la gonna sollevata sino a metà coscia, la fondina vuota, gettata da un lato.
Stava premendo un fazzoletto bagnato al centro della fronte, con il capo reclinato all’indietro.
Era infantile come una bambina, in quel momento…A Mulder richiamò alla mente una ragazza che fosse appena caduta dalla bici.

< Dana…..>

Lei si voltò di scatto, nascondendo immediatamente il fazzoletto dietro la schiena ed abbozzò un sorriso.

< Mulder…>

Uscì a fatica, quasi che Dana faticasse ad articolare le parole.
La testa….le scoppiava.
Mulder posò valigetta, avvicinandosi con il cuore che sembrava stretto in una morsa di dolore.
Si accovacciò accanto a lei, sfiorandole le gambe con due dita.

< Sembri scossa….ti va di dirmi che hai ? >

Dana fece per parlare, ma le labbra si contrassero in un tremore irregolare.
Scosse il capo.

< Non ti fidi di me ? >, domandò tenero, bloccandole le caviglie e guardandola negli occhi verdi.

<…no…che dici…non…è questo…>

Mulder si alzò, aprendole appena le gambe ed avvicinandosi, per poi posarle la mano sulla nuca, accostandole il viso al petto.
Scully tremava. Poteva sentirlo dal suo petto bagnato, dall’esitazione che esternava a stringersi a lui..
Poi affondò nel suo costato, sino a trovare la giusta posizione e a star comoda.

< …amore….>, sussurrò.

Le baciò la testa.
I capelli erano sudati, spettinati.

< …Dana…sei ferita ? Che cosa è successo ? >

<…ho dovuto….ho dovuto…non volevo…ma ho dovuto…..>

Non piangeva. Non le uscì alcuna lacrima.
Ma era sconvolta dalla paura.

< Di cosa parli ? Della sparatoria….? C’era anche Chaterine ? >

La sentì annuire, debolmente…

<….si…si…era con Jordan….voleva portarla via…ho dovuto ferirla… farle male….ma non volevo…adesso… mi odierà per sempre…>

Sollevò appena il viso, guardandolo.
Fox…il suo uomo, era accanto a lei.
Né avvertì il bisogno in modo assoluto, prepotente.
Di nuovo lui le baciò la testa.

< Non…preoccuparti di questo…parlerò io con lei…tu devi farti visitare da un dottore, Dana…>

Si accomodò al suo petto, emettendo un debole gemito.

<…no…tienimi così…accanto a te…ti prego…>

Fox trattenne un sospiro.
Si maledì d’averle dato retta e di esser stato a Washington, mandandola lì sola.

<..amore…voglio solo il tuo bene, lo sai….Non è come prima…non siamo più solo colleghi….>

Le sollevò appena il viso, accarezzandolo con le mani.

<….siamo amanti…ti amo e se c’è qualcosa che ti spaventa, voglio saperlo, capirlo, affrontarlo insieme a te…>

Dana deglutì, dolorosamente.
Una riga di lacrime le bagnò le gote.

< Io….ho paura…paura che…questa emorragia sia…>

Mulder le sfiorò il naso, bagnandosi due dita di sangue.

< Non è quel che pensi…non può esserlo…Capito ? >

Di nuovo lei annuì, delicatamente.
Era così bello, il corpo di Mulder…così suo…

< …andiamo insieme in ospedale…ti sarò accanto….giuro ! >

Scully tremò ancora, per qualche istante.
Poi sussurrò:

< …mi starai accanto…? Sempre ? >

Fox le sfiorò la nuca, dandole un piccolo bacio sulla spalla.

< Te lo giuro ! >

< Va bene ! Amore…amore mio…amami almeno tu…non lasciarmi sola… sola…>

Sollevò il suo viso, baciandola con delicatezza, sfiorando appena la bocca tremante.

< Certo che t’amo….ti amo più che me stesso…non saremo mai soli…insieme..>

Fuori stava smettendo di piovere.

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Luogo sconosciuto, Ore 12.35 Am
Venerdì 8 Agosto
In mezzo a tutto quel lusso sfarzoso ed esagerato, Rob Yumakjck era al suo posto come uno scarafaggio su un tappeto bianco.
La mimetica indossata larga, il disagio che provava ogni volta varcava la soglia del socio de " I Pretoriani"…
Ma ugualmente si sentiva onorato nell’incontrare il grande amico di August Kendall,
di poter parlottare con un suo connazionale ( quell’uomo era Russo….) e soprattutto, di reperire nuovi fondi per il movimento.
La porta si aprì e l’uomo entrò.
Per ora non vi diremo la sua identità, così lo classificheremo come "X"…generico, ma efficace, non trovate ?
Dunque X entra e si siede di fronte al massiccio carro armato Russo che risponde al nome di Yumakjck.
Da adesso in poi la conversazione si dirigerà verso il cirillico.

< Siediti…non siamo al fronte…bevi un poco di wodka e rilassati…ti trovo troppo rigido…troppo stressato, Rob…>

Lui eseguì.
E’ esatto dire eseguì, poiché diede l’impressione di essere un soldato che esegua una direttiva alla stregua di una marionetta.

< Sono un poco teso, si….capisci…è il sogno che diviene realtà…quel…quella specie di sgorbio di nome elemento J, ci ha fornito il virus che ci necessita… Manca solo Pittsburgh…poi tutti i centri campione saranno stati testati.. Con successo…>

X sorrise.
Si versò del te in da una capace teiera lavorata, in porcellana.

< Avete bisogno di altri fondi, adesso ? >

Rob tradì una sorta di recondito imbarazzo, che era forse l’unico che provava da anni.
Non lo imbarazzava staccare la testa ad un bambino, ma chiedere soldi a quello….Gesù lo innervosiva.

< Sai che ho bisogno anche della mia…bomba, no ? Mi costa…>

Sorseggiò il te, senza scomporsi.

< E’ un lato che mi preoccupa…Kendall ha manifestato perplessità, quando ha saputo della tua tossicodipendenza, Rob…ci servono guerrieri lucidi e sicuri… Che facciano onore al nome che portiamo ! >

Rob scacciò la timidezza, adesso..
Avrebbe voluto piantare il coltello al centro di quel tavolino a tre gambe, che costava un capitale e mostrarsi alla pari del suo Dio, che aveva osato criticarlo.

< Sono pronto a sacrificare la mia vita per August….lo sai ! E’ mio fratello di sangue..La…droga mi serve solo per reprimere la malattia…solo per questo !! >

X picchiettò sul tavolino con il palmo della mano, come per zittirlo, riuscendovi.

< Va bene..va bene..era per dire…Manca solo Pittsburgh ? Poi saremo pronti ? >

Rob annuì.

< Per lo scopo…dell’elemento J ? Insomma…non abbiamo idea di cosa farà quando verrà in contatto con...è un mercenario...e se tradisce una volta, può tradire per mille altre volte ! >

X rise.

< Con colui che vuole la verità, occorre agire in un solo modo: lanciare l’esca e vedere dove intende dirigersi ! Digli che voglio vederlo ! >

Rob scosse il capo.

< Non se ne parla. E’ molto diffidente, e non accetterebbe mai un terzo incomodo.. Sapessi quanto ho dovuto penare, per far si che accettasse Chaterine…>

Sorbì il te, mentre Yumakjck ingollò d’un fiato la wodka.

< Allora...gli mostreremo la verità...così scopriremo chi, a parte noi, la conosce e la vuole ! Fatto questo elimineremo Merrick e i suoi... contatti ! A proposito.... …risolto il problema Chaterine Black…? Quella donna…era diventata pericolosa ! Abbiamo saputo della…visita di un vice-direttore federale alla bambina…>

Posò il bicchierino sul tavolo, asciugandosi la bocca con il dorso della mano.
Non era apposto un cazzo !!
Morbie non dava segni di vita e anche la pupa era svanita dalla circolazione..

< Tutto bene….davvero tutto benissimo…>, disse senza mutare tono di voce.

< La nostra prossima mossa è di lasciare in pace quella bambina… Il vice-direttore in questione è una tipa tosta, Rob…credo che ti piacerebbe domarla ! Ti darebbe filo da torcere…>

Lui sorrise.

< Più sono toste, più è bello piegarle ! >, disse serrando un pugno.

Pugno che sognava di abbattere sul corpo di una gatta ribelle, sino a dominarla.
La droga…né aveva un fottuto bisogno.
Allora X si alzò e uscì finalmente dalla penombra nella quale era immerso.
Si avvicinò alla scrivania ottocentesca della sala, e prese una stilografica d’oro.
Si cavò da uno dei cassetti un libretto d’assegni e disse, ironico, voltandosi verso

Yumakjck:
< Siamo all’alba di una nuova era…ma i metodi sono sempre gli stessi…>

Alex Krycek rise, gettando l’assegno sulla scrivania.

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Ospedale della misericordia di Pittsburgh
Ore 04.57 Am, Venerdì 8 Agosto
Mulder allungò le gambe, incrociando le caviglie e fissando fuori dall’oscura finestra, da cui filtrava una tiepida luce giallognola.
Si stiracchiò, mentre il sonno lo aggrediva, senza pietà.
Le ore, in ospedale erano lente e infinite, in un’atmosfera che ricordava benissimo.
Curioso…pensò.
Tutto, in quel caso, dall’informatore iniziale al dramma che aleggiava su lui e Scully, rammentava il passato.
Era un passato tragico, come quasi tutta la vita dei due era stata costellata di tragedie e lutti.
Mulder seduto fuori, in quei corridoi d’ospedale sempre uguali e sempre distanti, come se standovi seduto si avesse la possibilità di viaggiare in un universo parallelo, a mangiucchiare semi di girasole e a pregare in silenzio, sperando…
Sperando che lei stesse bene, che si annunziasse un miracolo, che Dana apparisse con un sorriso radioso sul viso, le lacrime agli occhi, dicendo:

< Sono guarita ! Mulder…sono guarita ! >

Ed invece tutto proseguiva sullo stesso piano, sulle stesse notizie mediche a volte poco comprensibili, in ogni caso negative…
Le lacrime trattenute per lei, per il suo orgoglio, per la loro dignità, e poi sfogate nel proprio appartamento, solo, nel buio…
Vide la porticina della sala radiografie, aprirsi ed una paffuta infermiera sbirciare fuori.
Il cuore prese a battere forte, il collo pulsava d’adrenalina….

< Vice-direttore…>, lasciò in sospeso la donna, mentre Mulder si alzava, passandosi le mani nei capelli.

Arrivò accanto all’infermiera, con la propria valigetta, abbastanza ridicola a quel punto, e le cose di Dana infilate alla rinfusa in un sacchetto.

< Venga…la dottoressa è nella sala otto…>

Mulder deglutì, e gli sembrò di diventare piccolo, quasi minuto, entrando in una sorta di mondo non suo.
Fece pochi passi nella sala, guardandosi attorno.
Lastre, una grossa apparecchiatura ai raggi X, un lettino.
La porta in questione era di fronte a lui.
Socchiuse le palpebre, sospirando e concentrandosi.
Aveva esaurito ogni preghiera nell’infinita attesa di quel corridoio, passeggiando, sorbendo caffè e te…
Aprì la porta e Scully gli apparve visibile immediatamente.
Sedeva su un lettino medico, la testa reclinata all’indietro, con una minuta dottoressa dai capelli rossi china verso di lei.
Spense una piccola torcia portatile ed esclamò:

< Non si muova, vice-direttore Scully….>

Mulder la vide armeggiare in silenzio, accanto ad una boccetta ambrata contenente un liquido trasparente.
Riempì un contagocce, e ne versò il contenuto nel setto nasale di Scully.

< Che le sta facendo ? >

Mulder porse la domanda con un tono neutro, ma in realtà carica di paura e di tensione.
Gocce…anche prima…quando Dana aveva…."quel coso" nel cervello…le prescrivevano delle gocce…
La dottoressa rispondeva al nome di Shannon Oberkeller, quarantasettenne.
Il camice bianco aveva una strisciolina nera che la identificava come medico oncologo, cosa che fece scattare un nuovo campanello d’allarme in Mulder.
Dana si voltò sorridendo, sempre con la testa all’indietro.
Quel sorriso era sincero…Fox lo captava nitidamente.

< Dana…>, sussurrò, guardandola.

< La lasci tranquilla…Ho detto al vice-direttore Scully di rimanere in silenzio per qualche minuto…Le ho inoculato delle gocce di un coagulante…>

Mulder si sfiorò la fronte.

< Coagulante…? >

< E’ un estratto di batracossina….un potente veleno derivante da una specie di rana sub-tropicale…Ha la funzione di paralizzare i centri nervosi…>

Fox fece una buffa faccia sorpresa, che in Dana scatenò una sorta di risata trattenuta nello sterno.

< Non sì preoccupi…In dosi infinitesimali è utilizzato per bloccare le emorragie….>

< Emorragie ? >

La dottoressa Oberkeller gli fece un cenno con l’indice.
Mulder guardò ancora Scully, che annuì appena, mentre si appoggiava al lettino con entrambe le braccia tese.

< Guardi le lastre…>

Mulder fu appena ferito dalla lavagna luminosa, che la dottoressa accese premendo un pulsante alla sua base.
Appese al bordo superiore della lavagna, tre lastre del cranio di Dana.

< …vedo una specie di…macchia irregolare….Sarebbe ? >

Chiese con timore, per nulla rassicurato dalla tranquillità della sua donna.

< Il vice-direttore Scully ha subito una sorta di rottura d’alcuni capillari della parte superiore del setto nasale. La TAC ha confermato l’interessamento della vena frontale, che per fortuna ha retto, evitando un intervento chirurgico ! Abbiamo inserito una cannula ed eseguito un drenaggio del versamento. Le gocce che ha inalato, le anestetizzeranno i tessuti ed il laser le cicatrizzerà le rotture superficiali ! Non dovrebbe correre rischi, a parte il dolore alla testa ed un’occasionale perdita d’equilibrio ! >

Mulder espirò, come per liberarsi di un peso opprimente, che gli stava strangolando lo stomaco.

<…non c’è…nulla…allora…vero ? >

Oberkeller annuì, sorridendo.
Fox si voltò di scatto, ridendo, ricambiato da lei.
Si avvicinò al lettino, stringendole la mano.
Dana lo guardò con la coda dell’occhio, sempre arridendo.

< Ancora qualche istante, vice-direttore Scully..>, mormorò la dottoressa.

Poi spense la lavagna, ammonendo:

< Mi raccomando…eviti di prendere colpi alla fronte e al naso.. nessun sballottamento…Almeno per le prossime ventiquattro, trentasei ore….>

Mulder abbassò il viso, fissando la mano di Dana che stava stringendo, quelle dita piccole e delicate, quelle unghie curate e rosee…
Rammentò quando sfioravano la sua pelle, quando graffiavano la sua schiena e i glutei, quando Dana lo spingeva dentro di lei, incitandolo.
Le diede un piccolo bacio sul palmo della mano, per poi rivolgersi ancora al dottore.

< Le cause ? >

La dottoressa alzò appena le spalle.

< Ignote ! Normalmente rotture di simile portata vanno iscritte ad incidenti, forti contusioni….Qui non abbiamo nulla di tutto questo. >

Dana cercò di nuovo Fox con lo sguardo e la dottoressa, osservandoli, prese celermente la cartella medica, mormorando:

< Sono qui fuori…se avete bisogno di me…>

Li lasciò così sola nella stanza.

<…amore…avevi ragione… erano solo paure infondate…>, disse con un filo di voce.

Mulder le afferrò la testa, dandole un bacio delicato sulla fronte, quasi temendo di farle male.

< E’ qui la bua ? >, domandò con voce dolce.

Lei annuì, mentre uno splendido riso si disegnò sulle sue labbra.

< Che effetto ha quella specie di…sudore di rana che ti hanno infilato ? >

Scully rise sommessamente.

< Mi sembra di non avere più il naso…è come se fosse sotto anestesia locale…>

< La testa ? Ti duole ancora ? >

< Abbastanza…>, disse sgranando gli occhi.

Fox le accarezzò i capelli.

< Adesso ti risistemi e ti porto ad un motel…tornerai a letto…Dirò agli uomini dell’FBI di Pittsburgh di sigillare la tua stanza, di modo che domattina mi sarà possibile ispezionarla….Non credo si tratti di un’epidemia o di un virus, ma qualsiasi cosa sia accaduta, è chiaro che è iniziata da la…>

Annuì.
Quando Fox fu alla soglia, disse con voce debole:

< E…Jordan….? Voglio…devo vederla….>

Mulder afferrò il pomo della porta, aprendola appena.

< Ci sono mille cose da fare domani: interrogare Chaterine, controllare il motel… per prima cosa però, faremo in modo che la bambina si aggreghi ai nostri tre amici…E’ il solo posto sicuro che abbiamo…>

Dana mosse gli occhi con celerità, come piccoli animaletti verdi che sgusciassero fuori di una tana.

< Scherzi ? Quella bambina dev’essere protetta al meglio….>

< Da..quel che è emerso…direi che è la sola protezione che possiamo darle… Non pensarci adesso….devi solo riposare…>

Uscì, chiudendo con delicatezza la porta.
Fox era stranamente vuoto dai pensieri cupi del solito, troppo felice per il responso delle lastre, per lasciarsi andare al solito pessimismo.
Certo, Dana aveva rischiato la vita…
Che le era accaduto e perché, restavano misteri…altri che si accavallavano in quell’indagine.
Il vice-direttore Richards emerse dal corridoio, con l’andatura lenta e appesantita dal sonno.
Squadrò Mulder biecamente, poi gli fece cenno di appartarsi con lui.
Si trovarono davanti alla macchinetta del caffè, con Fox che teneva sott’occhio la porta dalla quale Scully sarebbe dovuta uscire.

< Mulder…lei e la sua collega avete scatenato un casino di proporzioni bibliche… sa o no, che è intervenuta anche la CIA, in questo caso ? >

Fox scosse la testa.

< Scully non è stata in grado di ricostruire molto….la prego solo di darle almeno qualche ora di riposo…serve a tutti noi…e’ stata una giornata allucinante…>

Richards annuì.
Mulder, adesso che aveva modo di discutere con lui pacatamente e senza il pensiero opprimente di Scully, trovò quell’uomo gradevole e rassicurante.
Confidando a Fox il dettaglio della CIA, e con il tono sgradito che questa affermazione disegnò sulle sue labbra, si era guadagnato una piccola dose di fiducia nella solita granitica paranoia di Fox.

< Le chiedo un favore fra colleghi…domattina ho intenzione di portare via Jordan.. Dopo quel che è accaduto, la priorità passa al bureau federale…quella bambina sarà protetta ! Vorrei che gli uomini della scientifica di qui, ispezionassero la stanza del motel nel quale il vice-direttore Scully ha soggiornato, ad Allentown. Per ora non ho chiesto a Dana il nome esatto…lo farò appena sarà tranquilla.. se mi lascia il numero del suo cellulare, baderò a comunicarglielo subito…Ho…idea che non si tratti di una cosa isolata…>

Richards annuì.

< Lei sembra saperne di più di tutti quanti noi su questo caos….>

Fox sorrise.

<…ne so pochissimo, in verità…>

Ed i fatti, per quella notte, terminarono qui.