PROLOGO

 

Las Vegas, Stato del Nevada, Hotel
Palace, Ore 11.27 Pm, Lunedì 4 Agosto
Edna Pruvidence, osservava con aria divertita, il delicato sistema al neon che diffondeva una placida luce azzurrognola nella suite.
I tubi correvano al lato delle pareti, con forma simile a quella di colonne doriche, dell’epoca Greco-Romana, alla cui sommità stavano grossi vasi di felci.
Felci come quelle, Edna non era mai riuscita a coltivarne, pur essendo appassionata di floricoltura a Santa Monica, nella California.
Le felci avevano bisogno di molta acqua e di una costante umidità, cosa abbastanza difficile in California, ma ad allevar cactus lì, erano capaci tutti.
Suo marito Homer, le diceva da venticinque anni che era una testarda, ed, in effetti, aveva ragione.
Edna era sempre stata testarda, sia nell’allevare i figli, sia nel prendere le piccole decisioni domestiche, ma alla fine la spuntava quasi regolarmente.
Tranne che per le felci.

< Come credi faranno ? >

Parlava con voce sostenuta, per far sì che Homer, di là dalla porta della sauna, la sentisse.
La porta era di un legno massiccio, ornata da false decorazioni d’oro, mentre le pareti erano colme di mosaici in parte pruriginosi, che raffiguravano bellezze alla sauna, scene di vita romana ed ecc…
Tipico della cultura Americana, in fondo…appropriarsi di una storia che nemmeno è conosciuta…
Ma lasciando stare questo genere di disquisizioni, veniamo alla nostra coppia di piccioncini.
Edna non aveva idea che per le nozze d’argento, sarebbe finita a Las Vegas.
Las Vegas….una città fantasma, inesistente, come Disneyword.
Ancora non si era abituata al caos notturno di quell’insieme caotico d’alberghi, case da gioco, night club, streeptese house e chissà che altro.
Frotte d’auto dalla lunghezza spropositata, limuosine e Cadillac, Rolls e Aston Martin, affollavano i parcheggi, le vie, le immense strade illuminate a giorno.
La fantastica cascata di luci del Cesar Palace, si vedeva guardando dalla finestra.
Ragazze stratosferiche, in pratica nude, si aggiravano con falcate eleganti lungo le case da gioco, uomini ubriachi, caos ed in giro di dollari che avrebbe pareggiato il bilancio di uno stato dell’Africa centrale per almeno due anni.
Poi sarebbe giunta la mattina, e le luci si sarebbero spente, la gente sarebbe andata a dormire e qualcuno si sarebbe tolto la vita, complice la posta troppo alta alla roulette, o una sbronza colossale.
Una città al contrario, una vita disordinata e caotica, che certo non piacerebbe ad un’agente federale che ben conosciamo.
Adesso Scully è a letto, placidamente accarezzata sul pancino da Mulder…
Ma non c’interessa…non è venuto il loro momento, per ora…

< …E che né so…chi se ne frega ! >

Homer parlava sorridendo, seduto su di un gradino di mattoncini rossicci, nella sauna, avvolta da un accappatoio bianco.
Aveva lavorato come assicuratore per tutta la vita. Un lavoro squallido e noioso, che è additato generalmente per descrivere dei rompiballe.
Non che gli piacesse suonare alle porte delle brave persone di domenica mattina o di sabato pomeriggio, spiegando loro tutto ciò che era possibile sapere circa la polizza vita….
Ma lo pagavano per questo, no ?
Homer aveva sviluppato una sorta di malattia, che potremmo definire "tendinite del commesso venditore".
Alla stregua del braccio del tennista, essa si manifestava con dolori acuti, nel suo caso al tendine, causati dalle troppe ore alla guida d’auto dalla frizione dura o dal freno bizzoso.
Un po’ come quel dolore alla caviglia che adesso Mulder sta deliziosamente mitigando con piccoli baci, a Dana…
La malattia di prima, non quella del tennista, aveva costretto la compagnia di Homer a lasciarlo in ufficio, e ad elevargli lo stipendio perché non facesse loro causa.
Homer non avrebbe mai fatto causa a nessuno, ma aveva accettato subito il regalo della Marine Craddock United, per la quale lavorava…
Sapeva che a mettersi contro le compagnie c’era solo da rimetterci le penne.
Adesso la Marine gli ha pagato una vacanza premio, che si è guadagnato in ventisei anni di lavoro senza un’assenza.
Naturalmente Edna era rimasta stupefatta, ed una piccola lacrima le aveva rigato gli occhi azzurri, quando aveva saputo di Las Vegas.
In alternativa c’era la Florida, ma era troppo lontana e fuori stagione.
Oltretutto Edna aveva un terrore folle degli alligatori, benché ne avesse visto qualcuno solo alla tv.
Erano bestiacce cattive, quelle, che potevano mangiarti in un boccone.
D’alligatori, a Las Vegas, non ce n’erano, almeno come rettili.
L’albergo è di prima categoria. Un sei stelle…
A Las Vegas ci sono alberghi ad otto stelle, ma per i cognugi Pruvidence, sembra di essere finiti nel libro delle mille ed una notte.
Camerieri con giacche di velluto e ghette bianche alle scarpe, appartamenti con aria condizionata, alberghi tanto grandi da doversi munire di piantina per non perdersi nei corridoi, hall così grandi da far venire l’angoscia.
E prezzi….prezzi tanto alti da far accapponare la pelle….
Ma a parte gli extra, che Edna ed Homer a cinquantasei e sessanta anni suonati si risparmiano volentieri, tutto era spesato.
Quella sera, vincendo la tentazione della moglie, Homer si stava preparando per una bella serata al casinò interno dell’albergo.
Avrebbero fatto un giro alla roulette e alla slot machine, poi si sarebbero seduti ad un tavolo del pub interno, sentendo musica jazz e da night, sino a notte fonda.
Nessun orario, nessun dannato lavoro da portare a termine.
A Edna la vita tranquilla di casalinga, però, un poco mancava.
Si svegliava tutte le mattine, preparava la colazione e poi dopo che Homer se n’era uscito, si recava a far la spesa, al supermercato sotto casa.
Da quando i figli, Vincent e Deborah, si erano sposati, aveva creduto di non potersi mai più svegliare il mattino, di buon’ora a preparare la colazione.
Aveva attraversato un periodo di depressione e lui le era stato accanto, come quando erano appena sposati….
Amava il marito…
Ormai sapevano tutto l’uno dell’altra…
Homer capiva quando qualcosa non funzionava solo guardandola negli occhi, mentre lei faceva di meglio.
Sapeva se la giornata era stata buona o no, solo dal modo nel quale il marito chiudeva la portiera dell’auto, rincasando..

< Dico davvero….mi piacerebbe far crescere una felce così…>

Homer sudava abbondantemente.
Controllò più di una volta la temperatura della sauna…gli sembrava che facesse sempre più caldo, lì.
Edna scese dal letto, calzandosi le pantofole comode e rigirandosi le due dita di scotch con ghiaccio, ordinato dal marito.
Homer beveva scotch con ghiaccio da anni. Un bicchiere solo, al giorno.
Mai un dito di più.

< Lo finisci, lo scotch, o lo butto ? >

Nessuna risposta.
Il ghiaccio si era sciolto del tutto..
Scosse la testa.
Ciondolò un poco nella stanza, tanto grande da essere spettrale.
I suoni e le luci caotiche della città iniziavano a diffondersi.
Era ancora presto, in fondo…
Camminò, osservando curiosa il mosaico della stanza da letto.
Raffigurava un satiro, intento a sbirciare con inequivocabile oscenità, le vesti di una ragazza, probabilmente una vestale.
Scosse la testa.
Teneva il bicchiere con due dita.
Dita nervose, di una donna che aveva lavorato per una vita, come commessa e poi aveva deciso di lasciar perdere, quando le ossa stavano protestando per il troppo piegarsi e rimanere su due piedi..

< Homer….lo butto o no ? >

Nessuna risposta.
Adesso il senso d’indifferenza, lasciò il posto al disagio.
Che non la sentisse ?
Posò il bicchiere su un piccolo comodino a forma di colonna dorica e fece un paio di passi verso la sauna.
Vi bussò sopra con le nocche.
Nulla.

< Homer ? >

Niente.
Ora avvertì una sensazione di paura improvvisa, come una fiammata scaturita da una stufa mal regolata, che le attraversò le spalle.
Il cuore batteva forte, inquieto.
Bussò con maggior forza, quasi con durezza, adesso.
Solo silenzio.
Fece per dire qualcosa, ma la voce si strozzò in gola, mentre gli occhi si sbarrarono nel vuoto.
Pensò a molte cose.
Che Homer le stesse facendo una sorta d’assurdo scherzo cretino…
Che si sentisse male…
Che…
Si sfiorò la fronte, tremando.
Apri….apri quella porta…è scorrevole, si apre come niente..
Apri….che temi ? Di vederlo morto, stroncato da un infarto ?
Che temi ?
Apri….
 
Appoggiò l’orecchio alla porta di legno.
Non era solo silenzio.
Sembrava….che filtrasse una sorta di…respiro roco, un rantolo innaturale.
Appoggiò i palmi debolmente alla porta.

<..se è uno scherzo….non mi piace….>, biascicò.

Il rantolio, il verso gutturale, divenne più vicino.

Forse…stava male, era a terra…che aspetti Edna ?

Trattenne il fiato, serrando le labbra e chiudendo gli occhi, fino a quando fece scorrere la porta sulla guida, spalancandola.
Una vampata di vapore filtrò all’esterno, sibilando.

< Homer….? >, disse con un filo di voce, tremante.

Aprì gli occhi.
Vide….nel vapore spesso della sauna, era lì.
Indossava l’accappatoio alla vita, ma era in piedi.
Ma…ma quello non era Homer…non più.
Adesso sembrava…sembrava un ibrido mal costruito dal dottor Monroe…sull’isola misteriosa.
Il corpo era tozzo e un poco flaccido come quello di Homer…
Ma il braccio destro e la testa….Dio…che aveva quella testa…?
Cadde a terra, scivolando sulle pantofole, il fiato rotto e gli occhi sgranati, sconvolta dall’assurdo.
Il viso, la testa di Homer….era identica a quella di un gigantesco, abnorme alligatore, munito da centinaia di canini aguzzi, che sporgevano irregolari da una fauce grottesca.
Emise un ululato, un verso agghiacciante, scagliandosi contro di lei come una molla.
La sua coda sferzò l’aria.
Edna non fece nemmeno in tempo ad urlare.
Il muso le sventrò la pancia, sbatacchiandola contro il bordo della sauna.
Cercò, senza nemmeno rendersene conto, di proteggersi con le mani, mentre adesso l’alligatore le azzannava il collo, per poi staccarle la testa di netto.
La divorò per qualche osceno, interminabile secondo.
Poi si alzò in piedi, fissando con occhi vitrei la sala colma di vapore.
Il muso era un grumo di sangue e carne divelta, calda…
Barcollò all’indietro, per poi cadere pesantemente a terra.
Il cranio di Homer era spaccato in due, come gli fosse esploso il cervello.
I suoni, a Las Vegas continuavano….

***

CAPITOLO UNO

 

B.Beker Street 9, Washington DC,
Ore 09.00 Pm, Martedì 5 Agosto )
Accostò l’auto sul lato destro della strada.
Il caldo era feroce ed afoso, e con il calare della notte, era anche peggio.
L’asfalto rigettava la calura immagazzinata durante il pomeriggio, e si faticava a respirare.
Tutte le finestre erano aperte, tranne negli appartamenti muniti di condizionatore.
Mulder scese con sollievo dalla Ford blu notte, ma non appena prese una boccata di quell’aria viziata e colma d’umidità, rimpianse il debole condizionatore della vettura.
Rimase appoggiato all’auto, un piede contro la gomma, le mani incrociate, fissando il nulla avanti a se.
Aveva il panorama di una lunga sfilza di negozi, e di un sexyshop, che un tempo avrebbe calamitato il suo interesse.
Masticò con la solita calma il seme di girasole, aspettando.
Da quando aveva ricevuto un colpo di telefono, quella mattina in ufficio, il suo sesto senso si era attivato, ponendolo in una sorta di limbo, che inglobava l’azione.
Sapeva che quello squillo muto, non era "normale".
C’era qualcosa…qualcosa che si avvertiva anche dall’altra parte, dal suo ufficio lindo e fresco, contornato di piante e felci, di scartoffie su frodi bancarie ed amministrative..
Anche da quell’avamposto lunare, si captava una vecchia atmosfera, un senso penetrante di solenne cupezza, un riverbero di cose accadute e frequenti, che gli avevano segnato l’esistenza.
Così fu naturale trovare, poco dopo le sette, quando quella noia di lavoro era terminata, un biglietto, infilato nel pavimento della macchina.

" Sherlock Holmes 9, questa sera..tre prima che arrivi la nuova giornata…"

Sorrise, leggendolo.
Quel genere di trucchi erano tipici di Mr.X, antico informatore di Fox, che come tutti gli altri aveva fatto una brutta fine.
Sherlock Holmes….non occorreva poi tutto quest’acume, per capire che era riferito alla via…
A Washington c’era una sola Becker street…Sperò che l’intuito gli fosse al fianco, come sempre.
Aveva telefonato a Scully, inventando una scusa poco credibile, circa il suo trattenersi nell’ufficio per smaltire un paio di pratiche…
Dana aveva finto di credervi, sapendo cosa interessava davvero Mulder e provandone un poco paura.
Tre prima che arrivi il nuovo giorno…tre ore prima di mezzanotte ?
Sperava di si…
Anche se, con sincerità, non sapeva che cosa volesse da lui, quel misterioso e ludico personaggio.
Ormai Fox era fuori degli Xfiles….
Sì, certo, fuori….tanto fuori, da essersi immischiato di molte cose che non lo riguardavano affatto, d’essersi intrufolato nella vecchia sezione, a spiare i dossier del nuovo agente Folmer, che li catalogava con vacua sollecitudine..
C’era fuori di quell’ufficio un immenso mondo che aspettava lui e Scully, li aspettava entrambi, con i suoi mostri, le sue congiure, i suoi vampiri ed alieni…
C’era la vita di tutti e due, che era arrivata ad un filo, ad un bivio sempre più vicino, del quale era necessario imboccare una strada.
Non era più possibile continuare a svicolare le indagini, ottenere permessi fittizi e tirati per i capelli, nascondersi nelle tane come topi del deserto..
Era necessario che si facesse, che accadesse, che tutto andasse al diavolo o si risolvesse e così sia !
Sorrise di nuovo…bel ragionamento….pensò.
 
Ma sai anche tu che non è possibile…Che tutto è finito…Gli Xfiles, gli alieni, tua sorella…tutto…
Ed allora che ci fai qui, alle nove di sera, in una strada senza uscita, immersa nell’afa e nel buio, con la macchina accesa, i fari spenti, un seme di girasole che mangiucchi senza sapore, l’idea che Deep, che X, che..Nessuno, possano tornare, se non altro per toglierti un fardello dall’anima ?
 
Domande…domande che Fox Mulder si poneva in continuazione, da quando lui e Scully erano stati "promossi" a vice-direttori..
Perché non degradarli, dopo tutte le loro insubordinazioni ?
Perché minacciarli a vuoto, come fossero divertiti giochi di bambino, senza attuare radiazioni, licenziamenti, processi…?
Per quale motivo fingere che la sezione Xfiles potesse continuare senza di loro, alla stregua di una pianta recisa, le cui radici ancora cercavano nell’aria il nutrimento delegato alla terra e all’acqua ?
Domande….tante…che si accavallavano nella sua straordinaria mente analitica e inventiva, come quella più banale e pratica del perché avesse accettato un invito pericoloso, in una strada buia e deserta…
Perso in quei pensieri, notò solo all’ultimo istante un’auto che procedeva dall’imbocco alla strada, con i fari spenti a passo d’uomo.
Mulder si scostò dalla posa granitica nella quale era rimasto e si mise a poche spanne dalla portiera, fissando il lussuoso veicolo.
Quando la limousine fu a meno di tre metri dalla Ford del vice-direttore dell’FBI, accese gli abbaglianti, costringendolo a pararsi gli occhi dal flash di luci improvvise.
Una sagoma esile e alta quanto lui, scese.

< Non si muova né si avvicini, Mulder…>

La voce…era distorta da un sintetizzatore elettronico, e risultava grottesca, quasi caricaturale.

< Chi è lei ? >

< Il mio nome non conta…ho deciso di espormi al punto da incontrarla perché le sue mosse, vice-direttore Mulder dovranno essere molto oculate, in futuro ! >

Mulder abbassò gli occhi verso la superficie stradale, piena di buche e polverosa… impossibile pensare di guardare in viso quel misterioso individuo.

< Oddio….mi pare tanto simile ad una minaccia….>, mormorò ironico.

< Affatto…è un consiglio…Lei sta per avere fra le mani qualcosa di molto grosso, d’enorme….Non si limiti alle apparenze, vada sino in fondo..>

Ora il tono era del tutto simile a quello che Nessuno e Deep spesso usavano nei suoi confronti, anni prima.
Era come se la straordinaria macchina del tempo dei ricordi, si fosse messa in moto e trascinasse con se anche la realtà delle cose.

<…che intende ? Si renderà conto che per me, è problematico se non impossibile pensare di potermi fidare di lei…Non so chi sia, non ho mai lavorato con lei… Ed il suo modo di mettersi in contatto, assomiglia molto a quello di certi sicari di mafia…>

Attimo di breve esitazione.

< E’ necessario….assolutamente necessario ! Ripeto…non si fermi alle apparenze…Lei può fidarsi di sole altre due persone, al mondo…Una di queste è davanti a lei e le parla…Se scoprissero che ho avuto   l’ardire di incontrarla, sarei eliminato immediatamente ! >

Mulder si sfiorò le labbra.

< E’…vicino al senatore Matheson ? >

Altra esitazione.

< Molto più in alto…! Adesso lei salirà in auto. Io le appoggerò una busta sul cofano e me n’andrò…mi farò vivo se lo riterrò opportuno…Mi ha capito ? >

Mulder tacque.
Poteva vedere solo la sagoma, di quell’uomo.
E non gli piaceva il ricordo che essa recava in lui.

<…mi dirà, almeno, su cosa debbo orientare la mia attenzione ? >

< Avrà modo di saperlo da solo…Salga…siamo rimasti in questo vicolo per troppo tempo…>

Mulder si voltò, salendo nella Ford e appoggiando la testa contro il volante.
Se Dana fosse stata con lui, avrebbe di certo deprecato tutta l’operazione, non si sarebbe fidata, avrebbe preteso e forse ottenuto informazioni maggiori su quell’uomo.
Ma…ma c’era il solito, tremendo discorso alla base di tutto…
La reale, concreta possibilità che la sezione Xfiles tornasse a Fox e a Dana….
Che quell’uomo ombra, potesse….solo speranze, magari usate come maschere per nascondere la reale curiosità che spezzava lo sterno di Fox costringendolo a cooperare.
Gettò uno sguardo nello specchietto di destra.
Vide una sagoma scura appoggiare qualcosa e una debole luce…la luce di una sigaretta, fra le mani dell’uomo.
Doveva averla accesa di recente, perché nel colloquio non gli era apparsa visibile.
Una sensazione d’autodifesa, simile ad un sesto senso naturale, si accese in Fox Mulder.
Fu tentato di scendere, magari con la Beretta stretta fra le mani e di spianarla in faccia a quel tipo…
Ma si trattenne, stringendo il volante con entrambe le mani, quasi facesse uno sforzo di volontà enorme, che lo piegava dentro.
L’auto alla fine si allontanò, in retromarcia, sino a svanire nella strada principale.
Mulder deglutì a fatica, scese e notò sul cofano posteriore, una busta gialla.
Esitò nell’afferrarla, quasi potesse esplodergli fra le mani.
Poi se la infilò nella camicia e salì.
Partì subito, senza perder tempo, in retromarcia, evitando qualsiasi manovra, sino ad immettersi nella via principale.
Guidò per una decina di muniti, con la vena del collo che pulsava per la curiosità, le mani sudate, un senso di vertigine simile ad un crampo allo stomaco.
Alla fine accostò in un parking di un supermercato, ed accese la luce interna dell’auto.
Strappò il lembo superiore della busta, estraendone un foglietto.
Una sequenza di lettere e numeri, binarie:
ICM.
Più sotto una scritta:

"Gli Ebrei non sono persone che si possono accusare per niente "

Sbuffò.

< Chiarissimo..>, commentò con ironia.

Fu tentato dal gettare la busta dal finestrino dell’auto.
Aveva mille cose da fare, l’indomani, compresa una noiosissima riunione all’FBI.
Aveva perso del tempo inutilmente….
Ma ancora una volta l’istinto raffinato da anni di pratica agli Xfiles, era in movimento.
Sentiva che c’era davvero qualcosa di grosso, sotto…
Non poteva immaginare quanto.

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Washington, Cantieri Navali,
Ore 09.47 Pm, stesso giorno
Il caotico movimento dei cantieri, diminuiva di notte, ma non cessava.
Navi dal ventre colmo di merci da scaricare, aspettavano placide il movimento delle gru e dei caterpillar, che ne svuotavano il contenuto come insetti affamati.
I magazzini, sul lato ovest, erano attivi, con le luci giallognole che scacciavano ratti grossi come castori, ombre notturne e sonno incombente.
Eppure, in certe vie secondarie, il porto era tranquillo, con le ombre della notte che avevano preso lo spazio dovuto, l’umidità pregnante che puzzava ancor più nella
oscurità, i gatti che svicolavano fra le casse e i container.
La donna stava appoggiata ad una delle pareti del magazzino 18, sigaretta spenta in bocca, ampia treccia biondo chiara, che come una coda di cavallo pettinata e curata, svicolava dal cappello da baseball calato sin alla fronte.
Indossava una canottiera blu Prussia, che tratteneva a stento le forme procaci.
Infilò il pacchetto di Morley nelle capaci tasche ai lati del pantalone mimetico, trastullandosi con la cintura militare che le stringeva la vita stretta.
Faceva caldo ed era umido. Umido e puzzolente, lì..
Odiava l’odore penetrante della muffa, delle pareti umide e scrostate, del tanfo marino dello iodio, delle feci dei ratti…
Odiava porti e navi, cantieri navali e tutto quell’ambiente nel quale era appostata.
La monovolume che l’aveva portata ai cantieri navali, era parcheggiata ad un paio di magazzini di distanza, stretta in un vicolo lercio e colmo di rifiuti.
Udì dei passi.
Prese allora la torcia elettrica, che teneva alla cintura, puntandola in avanti.
Una grossa auto di color blu notte, sportiva, si bloccò all’imbocco del viale, spegnendo le luci.
Ne discese un uomo robusto, ma visibilmente zoppicante dalla gamba destra.
Chiuse con durezza la portiera, guardando in direzione del magazzino e scorgendo la luce della torcia. Alzò appena la mano destra, come saluto.
La donna spense la torcia.
Picchiettò nervosa sulla serranda metallica del magazzino, sino a quando l’uomo non le fu accanto.
L’uomo si avvicinò, abbastanza da captarne l’odore disgustoso.

< Hai intenzione di farmi prendere l’umidità per tutta sera, o ti decidi a farmi fare il giretto, pupa ? >, disse, con un tirato sorriso.

< Non sono certo la tua pupa, storpio ! >, ringhiò lei, accendendosi la sigaretta, ed aspirandone una boccata con gusto.

Nuovamente l’uomo prese a sorridere. Si mise sotto la debole luce della lampada che illuminava la serranda del magazzino, quasi sfiorando il corpo sudato della donna.
Il suo viso divenne visibile.
Era un volto magro, scarno, quasi fosse deturpato dalla polio, attraversato da una cicatrice biancastra, a forma d’amo, che dalla guancia si saldava al labbro superiore.
Completamente glabro, era invaso da cicatrici e macchie cutanee, scure come caffelatte.
Senza molti giri di parole, era ributtante.

< Andiamo…> disse lei, senza mutare espressione.

Il suo viso, invece, era affascinante e regolare, con gli occhi azzurri che brillavano nonostante la notte cupa e scura come pece.
La donna aspirò decisa dalla sigaretta.
Provava una sorta di fastidio, di ributtante astio, ogni qualvolta "J" si avvicinava.
Si staccò dalla parete, lasciandosi dietro una debole scia di fumo.
L’uomo esitò un attimo, guardandole il sedere tondo, che la mimetica aderente rendeva ancor più stuzzicante, poi eseguì, con una risata nervosa, simile allo squittio deforme di un enorme roditore malevolo.
La donna arrivò a fianco della monovolume, azionando con il telecomando, l’apertura delle portiere.

< Dietro…>, disse smozzicando.

Osservò lo storpio salire posteriormente e dopo aver gettato la sigaretta, balzò davanti, nel posto del guidatore.
Lui, "J" o meglio, "elemento J " com’era chiamato, si torse le mani guantate.
Indossava uno stretto impermeabile scuro, che lo faceva sudare in modo disgustoso.
Gli occhiali, spesse lenti nere come pece, non lasciavano trasparire alcun riflesso umano.
Gettò sul sedile un fascicolo, guardando avanti a se.
Accanto, una figura maschile, immersa nel buio.

<…Sei disgustoso…lo sai ? >

Tradì una pesante voce straniera.
Lui rise, fissando la dolce nuca della donna, che si era sciolta i capelli ed aveva gettato il cappello da baseball sul sedile accanto, vuoto.

< Piaccio alle pupe….per questo…come sta andando il mio…regalino ? >

<Non abbiamo ancora risposte…ci occorre tempo e prudenza…>

L’elemento J scosse la testa, accompagnando il movimento con una debole risata sibilante.
Da una delle tasche dell’impermeabile scuro, estrasse una minuta fiala chiusa da un tappo di cera rosso, contenente un liquido trasparente.
L’uomo nell’ombra si accarezzò la barba spessa e scura.

< Sarebbe…il tutto ? >

Altro sorriso, simile allo squittio di prima.

< Tutto quel che vi serve….il composto sarà vostro dopo la mia…ricompensa spirituale, per così dire…>

Lei si fissò le caviglie.
Un gesto di difesa, atto a non vedere in volto quella sorta di….manichino ributtante.

< Potrei ucciderla anche adesso, tovarisch…>

Risata, oscena e raggelante.
Aveva il suono di una tosse malsana, udibile solo in certi sanatori ormai chiusi e dimenticati.

< Vuole provare….? E’ meglio…lasciarmi tranquillo….>

L’interlocutore straniero fece un sottile sorriso d’ira.
Non lo sopportava più del dovuto…ma poteva servire alla loro causa.
Annuì.

< Nessuno ha intenzione di perder tempo in ridicole esibizioni da macho…

Le persone che finanziano la nostra lotta, ci chiedono risultati…>

< Lì avrete….mantengo sempre le promesse…conto vi facciate vivi quanto prima…>

Scese, lasciando dietro di se l’odore penetrante di una formalina mista a disinfettante, che provocava la nausea.
Si allontanò, senza voltarsi, con il passo caracollante con il quale era venuto.

< Lo odio….mi fa…senso….ma come cazzo facciamo a …? >, chiese la donna.

< Ricorda la nostra missione….la sacralità della nostra battaglia…Dio è con noi ! >

Lei ascoltò, senza tradire emozione.
Poi mise in moto e si allontanò.

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Appartamento di Dana Scully,
3170 W.53 Rd"35, Annapolis,
Stato del Maryland, Ore 12.25 Am
Mercoledì 6 Agosto
Udì la porta aprirsi e fece un debole sorriso.
Dana Scully era raggomitolata sotto le lenzuola di seta fresca, con la tv accesa, il telecomando appoggiato su un comodino.
La tv stava trasmettendo futili notizie su come preparare una magnifica maschera di bellezza, che Dana aveva ascoltato assente.
Il pensiero era rivolto a Mulder…
Sentendolo rincasare, ( perché quella ormai era casa loro…il loro nido, la loro tranquilla isola di felicità ), provò un sollievo palpabile.
Conosceva la capacità di Fox nel mettersi nei guai.
Era endemico, come il suo mangiucchiare semi di girasole..

< Sei arrivato…>, disse con voce amorevole.

Mulder posò la busta sul tavolo della sala, non curandosi assolutamente di sistemarla in un posto sicuro, ormai sempre più convinto di aver dato retta ad un mezzo matto….più matto di lui, senza dubbio…..o no ?

< Si…faccio una doccia ed arrivo….ti spiego…>

Scully spense la tv, abbracciandosi al morbido cuscino color azzurro chiaro e sorridendo.
La seta abbracciava e dava armonia al suo corpo nudo.
Faceva un caldo impossibile, anche di notte.
Normalmente Dana non dormiva nuda, anche quand’era stata sola…
Ma adesso le piaceva, maliziosamente, stringersi al corpo di Fox senza nulla addosso, quasi che ogni poro della sua epidermide delicata, avesse a sentirne, a captarne la sensazione penetrante, la ruvidezza maschile…
Ma adesso era lontana da quei dolci pensieri.
Fox aveva un problema.
Lo aveva fiutato nell’aria sin dalla telefonata del pomeriggio, e maggiormente adesso, quando Fox aveva varcato la soglia.
Udì l’acqua scendere e Mulder fischiettare debolmente sotto la doccia…altro indizio.
Mulder non fischiettava mai, se non quando la mente era impegnata in strani e contorti ragionamenti astrusi.
Fox emerse dalla doccia, con un accappatoio rosso, strofinandosi i capelli.

<…ho dovuto…inventarmi una scusa….con te…mi spiace…>

Lei si voltò, sorridendo.
Aveva i capelli rosso Tiziano, mossi, spettinati, che le scendevano dalla fronte e le coprivano parte del viso, ma ugualmente era bellissima.
Il faccino appena addormentato, gli occhi semi chiusi, la pelle liscia e morbida…
Un seno si notava appena, fra il lenzuolo e la mano chiusa di Dana, come a proteggersi.

< …….figurati…ti conosco bene….>, mormorò ironica.

Mulder s’infilò nel letto, una volta asciugatosi abbastanza completamente e la strinse al proprio petto, dandole un bacio sulle labbra.
Labbra fresche, morbide, dolcissime…
Guardò i suoi occhi.

< Sei…bellissima, Dana…>

Lei socchiuse le palpebre e smozzicò:

< Bugiardo….Ma mi piacciono queste bugie…>

Rise.
Baciò il suo petto e di nuovo la sua bocca, passandogli la manina fra i capelli umidi.

< Che hai combinato ? >

Mulder tacque per alcuni istanti.
Le sfiorò il capezzolo, con due dita, accarezzandolo lentamente.

<..non hai mai la sensazione, di trovarti come un insetto, prigioniero dentro una ragnatela, Dana ? >

Scully trattenne a fatica un gemito di piacere.
Socchiuse gli occhi.

< Caro….se intendi spaventarmi prima che m’addormenti…le tue…carezze mi… provocano ben altro…>

Fox sorrise.
Fu un sorriso delicato ed infantile, come l’animo di Mulder.

< Parlo sul serio…Da quando…dal momento nel quale sono stato "promosso" vice-direttore dell’FBI…è come se…se mi sentissi osservato, sotto esame…>

Lei scostò le sue dita, baciandole con le labbra a forma di cuore.
Non ebbe la forza di dire nulla, limitandosi a farle scivolare nuovamente sul proprio seno morbido e caldo.

<…è..normale…sei pur sempre un vice-direttore…federale…staranno valutando le tue…..capacità…>

La voce era delicata e dolcissima.

< Non parlo di questo…Insomma…c’è una sorta d’alone…di cappa persistente e solida…E’ come se fossi circondato da figuranti, in una tragedia d’Amleto.. Si attende solo la mia recita finale…e l’incontro di stasera…sembra una conferma…>

Ora Dana assunse una decisa espressione curiosa, stringendosi a lui ed abbracciandolo.

<…dimmi…>, sussurrò, dolcissima.

< …ho incontrato un uomo…non ho avuto modo di vederlo in faccia…mi ha consigliato di agire con la massima prudenza e di non sottovalutare quel che avrò modo di scoprire…Ma…insomma…sono certo si riferisse ad un Xfiles.. …almeno così credo…Sono confuso, non riesco a mettere a fuoco…>

Lei sospirò, appena.

< Amore…hai mai preso in considerazione l’idea che si tratti d’un…un falso aiuto, magari di una trappola per…costringerti a fare quella mossa, quella recita cui accennavi prima ? Sai che non si aspettano altro che un tuo errore, per cacciarti…>

Annuì.

< Potrebbe…ma allora, per quale motivo mettermi una traccia così debole fra le mani ? Io…>

La guardò.
Dana si accomodava languida contro il petto del suo uomo, assumendo la delicata espressione innamorata che la rendeva adorabile.

< Debbo chiederti una cosa…>, fece serio, lasciando il quesito in sospeso, attendendo un suo cenno.

Che giunse, deciso.

< Dana, se…se…mi trovassi a rischiare…se fossi costretto a mettere in gioco tutto…la mia carriera, la mia reputazione…la mia vita…mi saresti accanto? Non mi abbandoneresti ? >

Lo spinse delicatamente supino, scivolando morbida sopra di lui.
Prese a baciargli il collo, facendosi stringere forte.
Mulder sentiva il suo seno e si chiese, ancora una volta senza risposta, perché fosse tanto dolce, morbido, meraviglioso, il seno di una donna.

< Ti seguirei…in capo al mondo…ed oltre…con te…per te…sfiderei la morte… darei la mia anima…per starti accanto, giuro…>

Fox le accarezzò la nuca, prendendo un grosso sospiro.
Non si dissero altro, per quella notte.
Si addormentarono insieme, calmi e felici.

***

CAPITOLO DUE

 

J.Edgar Hoover Building,
Sede dell’FBI, Ore 08.45 Am,
Mercoledì 6 Agosto
Arrivarono al grande ascensore, dopo aver superato sull’entrata, lo stemma stampato a terra, raffigurante l’aquila calva americana che fra gli artigli reggeva la striscia di stoffa con la scritta Federal Bureau of Investigation. FBI…
Una sigla….ICM è una sigla.
Questa idea si accese subito, in Mulder, non appena Scully fece una debole smorfia di perplessità, leggendo il contenuto della busta gialla, che Fox le aveva fatto scivolare fra le dita.

< Ti dico la verità….non ho la minima idea di cosa possa essere…>, disse, sistemandosi i capelli dietro l’orecchio.

Provava una sorta di stretta allo stomaco, ritornando al J.Edgar Hoover Building.
Era ormai distaccata a Quantico, ma quella mattina, la riunione dei vice-direttori includeva sia lei, sia Mulder.
Dana aveva appena terminato un esame autoptico, quando aveva trovato la convocazione sulla scrivania del proprio ufficio.

" Si prega il vice-direttore Dana Katherine Scully, di presentarsi il giorno 6 Agosto alla sede operativa dell’FBI a Washington, J.Edgar Hoover Building per una riunione informativa contro il terrorismo. Nel caso sia impossibile per la suddetta, recarsi alla riunione, si prega di comunicarlo alla segreteria personale del direttore federale. "

Era in ogni caso felice…avrebbero passato la giornata insieme, e comunque ritornare all’aspetto diretto del loro lavoro, non poteva farle che bene.
Quantico era un mondo a se stante, lontano dall’azione e dispensatore di dati, ricerche e gavetta per le reclute…nulla più.
Scully lo accoglieva con ammirevole pazienza e dedizione, sempre sperando che il vento cambiasse e che se, magari non proprio agli Xfiles, Dio volesse, potesse esser riportata al lavoro attivo.
Certo, quella aveva l’aria di un banale briefing direttivo, colmo di dati, analisi, studi campione e statistiche.
La riunione era la terza nel giro di quattro giorni e sino all’ultimo, quando entrando nel proprio ufficio e passando accanto alla morbida segretaria vi aveva trovato il foglietto di convocazione, Fox aveva sperato d’esserne escluso.
Poi gli eventi relativi al suo "informatore" avevano preso il sopravvento, ma ora era richiamato al dovere di quella….formale e di certo noiosissima riunione di capoccia.
Fra i quali Mulder si sentiva a suo agio come un pesce fuor d’acqua.
Ma evidentemente i superiori dell’FBI avevano deciso di istruire alle nuove disposizioni tutti i superiori del bureau, compresi quelli che, come Mulder, si occupavano d’aspetti meno diretti alle indagini.
Le frodi bancarie ed assicurative, c’entravano poco con il terrorismo, pensava.
L’unico aspetto lieto di quella mattina era essere al fianco di Dana.
Recarsi al lavoro senza di lei, era per Mulder una sorta di calvario quotidiano, al quale si sottometteva con sempre minore rassegnazione.
Era deciso a trasmettere una richiesta affinché lei fosse reintegrata a Washington..
Ma aveva sempre rinunziato a farlo, non per paura o perché avesse accettato il suo nuovo incarico…tutt’altro.
Era…era per la sensazione che aveva esternato a Dana la notte appena trascorsa, e che diventava sempre più opprimente.
Paranoia….Ecco cos’era…paranoia bella e buona.
Era arrivato al punto di sospettare anche della sua segretaria….un’avvenente bionda che non costituiva pericolo per nessuno…ma…
Ma…ma più di una volta l’aveva vista sbirciare i suoi appunti, e gli era parso che, tutte le volte che usciva dall’ufficio, lei telefonasse a qualcuno…Ma a chi ?
Forse all’uomo che si era messo in contatto con lui…forse con altri che lo sorvegliavano…
Fu la voce di Scully a distoglierlo da quella ridda caotica d’idee e sospetti.

< Vuoi che la tenga io ? >

Annuì.

< Per ora…ho formulato…un ipotesi…ma preferisco che custodisca tu quella busta…>

Annuì.
Nemmeno lei sapeva se era lieta o meno, della cosa.

---

Miami, Stato della Florida,
Ore 01.00 Pm, Stesso giorno
Fa un caldo feroce, a Miami.
Il sole picchia duro e deciso, ed in certi punti l’asfalto si è spaccato in piccole faglie irregolari, larghe giusto lo spazio per inghiottire il palmer di una bici da corsa.
Barbara Hickins stava sdraiata sull’amaca, di fronte alla villa, fissando il cielo limpido e terso, tanto bello da sembrare disegnato.
Non avrebbe piovuto…non né aveva la minima idea.
Non pioveva da un mese, ormai.
Si strofinò le dita sottili dei piedi, sbuffando.
La sua tintarella era impeccabile.
Indossava un minuscolo tanga di color verde, che s’infilava delicato fra i suoi glutei marmorei, beato lui…
Il bikini, sembrava sul punto di scoppiarle di dosso…
Lunghi e lisci capelli biondi, scendevano dalla testa sino a sfiorare il curato prato inglese, a due spanne dalla mano, che reggeva un Cuba Libre annegato nel ghiaccio.
Aveva venticinque anni.
Tutti trascorsi oziando e fingendo di studiare.
Suo padre, Cristopher Hickins, era a capo di una delle famiglie più importanti della costa Est.
La villa, papy, l’aveva comprata prima che lei venisse al mondo, con gli introiti della vendita della più grande partita di crack che avesse mai circolato negli States.
Tante dosi di quella droga sintetica, da friggere i cervelli bacati degli adolescenti dell’intera Miami University.
Barbara sapeva e se la rideva.
Aveva capito tutto all’età di sedici anni e se n’era fregata.
Beata lei….ricca, viziata, al di sopra delle sporcizie del padre, che se la godeva a più non posso, fra auto, feste selvagge e orge con tanto di cocaina purissima.
Quella "neve" era tanto cristallina, da mandarti in scimmia con una tirata, altro che la merda che papy faceva sniffare ai cocchi di mammà di Miami Beach.
Ma era una scimmia armoniosa, te le ridevi come ti pareva, sognavi quel che volevi e ci davi dentro alla grande, mica atterravi così…
Potevi ballare per ore, far l’amore per altre ore, e poi spararti due vasche, ed eri a posto…
Si portò alle labbra carnose, appena siliconate ma non in modo volgare, la cannuccia colorata e bevve un paio di dita di Cuba…
Guardò la piscina, sollevando appena i RayBan da 250 $.
Normalmente era capace di starsene al sole per tutto il pomeriggio, ad ardere come una splendida femmina quale era, divenendo eroticamente abbronzata.
Ma quel pomeriggio…Cristo sembrava che ci fossero 45 gradi !
Sudava come una stufa..
Sbuffò di nuovo.
La piscina brillava d’acqua fresca e cristallina.
Posò i piedini a terra, fra l’erba fresca e si stiracchiò.
Mosse i capelli, sollevandoli e lasciandoseli sfilare dietro le orecchie.
Nel sorridere, brillò alla luce della Florida, il diamante incastrato nel primo molare.
Corse con una falcata elegante e viziata, specchio adamantino della sua vita, sino al bordo della piscina.
Era di forma circolare, con un’elegante isola di marmo al centro, nella sommità della quale troneggiava una palma alta sei metri, vera.
Si tuffò in buono stile, e l’acqua le accarezzò totalmente quel corpo morbido ed esplosivo.
Fece diverse bracciate decise, in apnea, in stile rana.
Amava nuotare.
D’inverno nella piscina coperta sistemata al centro della villa, nel reparto fitness che costava come un paio di villette bi-famigliari a New York…
In estate lì, e nell’oceano…
Ultimamente, un paio d’anni a dire il vero, le visite all’oceano si erano fatte rare e difficili.
C’erano state delle dispute territoriali, e la sua vita era in pericolo, nel caso qualche clan rivale avesse a regolare conti con suo padre.
Quindi le uscite erano sorvegliate e ridotte.
In pratica, Barbara doveva portarsi appresso almeno quattro gorilla a due ante, che le impedivano il surf e di fare all’amore sulla spiaggia.
Era costretta a dare feste ogni fine settimana, per non essere tagliata fuori dal mondo vip della Florida…
Stranamente, però, dopo una breve e intensa frescura, le parve di bollire anche sott’acqua.
La testa…diventava pesante e ovattata, come dopo una brutta scimmia, magari annegata nel Cuba…
Emerse, prendendo una bella boccata d’aria.
Galleggiò sino all’isola, reggendosi con una mano al bordo ruvido della costruzione, sul cui lato esterno, fluiva un delicato torrente d’acqua, che di sera era illuminato da una piacevole luce azzurra.
Cercò di guardare il bordo della piscina, il prato e l’amaca, ma vedeva solo contorni nebbiosi, come se la collina di Miami Beach sulla quale la villa era sistemata, fosse stata inglobata da una foschia violacea, aliena.
Si strofinò la fronte…

<…che cazzo mi succede ? >, biascicò.

Non vedeva nessuno.
Normalmente Charles, il paludato maggiordomo di casa Hickins, faceva la sua comparsa ogni trenta minuti, se la principessa non si degnava di chiamarlo prima, con il cercapersone, per vedere se sua maestà stava poltrendo ed era il caso di portar via il bicchiere vuoto di Cuba per farlo rimpiazzare con un altro bello fresco.
Una volta, circa sei anni prima, Charles non era stato molto sollecito nel servirle il Cuba…forse riteneva che a diciannove anni una ragazza non dovesse bere così…
In ogni modo…Lei si era spazientita ( Gesù sta a vedere che debbo andare al piano bar a prendermelo da solo, sto cazzo di Cuba Libre…) e arricciando appena il nasino, aveva alzato la mano magra, saldata su uno strepitoso braccio carnoso da mordere e baciare sino alla perdizione, ed aveva tuonato:

< Charles ! Coglione ! Dove sei finito ? >

Nessuna risposta.
Era addirittura scesa dallo sdraio, e si era quasi inerpicata sul sentiero di sassi piatti che portava sino all’appartamento nel quale poltriva solitamente, quando Charles era arrivato.
Lei non aveva detto nulla.
Aveva sadicamente aspettato che le fosse posato con delicatezza il Cuba nella mano, e l’aveva ingollato, di colpo.

< Un altro…coglione ! >, aveva sorriso.

Spesso, fra un Cuba e l’altro, soleva pensare se Charles l’avesse o meno…
Capite di che parlo, vero ?
Insomma….non aveva mai notato che gli venisse duro, pur vedendola mezza nuda dalla mattina alla sera…
Così aveva atteso il secondo Cuba di quello squarcio di pomeriggio, e quando Charles l’aveva posato sul tavolino accanto al suo sdraio, lei aveva ordinato:

< Resta…>

Allora si era tolta il bikini, e l’aveva lanciato lontano.
Poi, fingendo di guardare la piscina, aveva preso a versarsi il Cuba sul seno, fra quelle tette floride e giovani, ridendo.
Aveva bagnato due dita nel Cuba e le stava succhiando.

< Mi vedi…? Dimmelo…>

Lui aveva annuito qualcosa, forse un sì…

< Dimmi la verità….sono o no figa ? >

Lui aveva annuito qualcosa…

< Bravo….e sai perché sono così figa ? Te lo dico io…perché annego nel Cuba e nel sole….>

Si era tolta anche gli slip, rimanendo nuda, sotto il sole afoso di quel pomeriggio.

< …dicono…che la mia topina è buonissima, con del Cuba versato sopra…>

E aveva preso a bagnarsi la cosina, con il poco liquore rimasto nel bicchiere.

<…miss Barbara…>

Era uscita una voce stirata, imbarazzata e impaurita al medesimo tempo.
Poi lei si era voltata di scatto, alzandosi in piedi.
Aveva gettato a terra il bicchiere ed aveva ordinato:

< Raccoglilo….! >

Charles si era messo in ginocchio, deglutendo.
Sudava come una stufa, ma non per il caldo.
Lei, furba come una gatta viziata quale era, le aveva posato un piede sulla spalla, bloccandolo.

< Adesso mi guardi….e non muovi un muscolo…se ti sfiora l’idea di toccarmi, domattina ti spargeranno come concime sulle piante grasse del viale….capito ? >

Aveva annuito, e suo malgrado, alzato gli occhi.
Barbara aveva riso.
Allora non aveva il diamante, né le labbra al silicone.
Possedeva una bellezza assoluta, fresca e giovane.

< Bravo cagnolino fedele…mi piaci quando sei fedele…quando mi guardi senza toccarmi…Sono la tua padrona o no?>

Lui aveva annuito.

< Ecco…bravo…Te li guadagni quei cazzo di dollari mensili per portarmi il Cuba o tutto quel cazzo che ti chiedo di portarmi o no ? >

Charles aveva annuito di nuovo…sembrava sapesse fare solo quello…

< Ed allora deciditi a portarmi da bere, senza perdere tempo con le tue stronzate..! Capito ? >

Charles aveva capito…tanto bene che aveva preso l’abitudine di venire da lei ogni mezz’ora ed una volta, in Luglio, le aveva servito sei Cuba in tre ore…
Barbara si era così ubriacata da addormentarsi nella piscina, per sua fortuna sul bordo, con l’acqua fresca che le sfiorava le cosce e le natiche..
Ma le piaceva…Bere era la cosa che le piaceva maggiormente, insieme a tirare e far sesso…necessariamente in quest’ordine.
Ma ora…ora…la testa era un mattone…

<…Charles ! >

Nessuna risposta.
Prese a nuotare con penosa difficoltà sino al bordo.
Cercò d’issarsi fuori, cosa che le riusciva con un meraviglioso colpo di reni, ma ora non aveva nemmeno la forza di far uscire il petto dal pelo dell’acqua.
Finalmente vide la sagoma di Charles che caracollava verso il bordo della piscina.
L’acqua le sfiorava il mento, e ad ogni movimento era costretta a berne delle boccate..

< …cazzo…sto male…annego…>, biascicò.

Ma Charles non aumentava il passo.
Che Cristo combinava quel coglione ?
Non vedeva che faticava a stare a galla ?
Che beveva boccate d’acqua e cominciava a tossirne un poco ?

< …muoviti…coglione ! Sto ann…nnega…ndo…sto…male…>

Il maggiordomo, o quel che era diventato adesso, si chinò sino al bordo bagnato della piscina, bagnandosi le scarpe nere sormontate da ghette bianche.
Allungò la mano, il suo carnoso e morbido braccio, e una stretta le cinse il polso.
Guardò su.
Ora…ciò che vide, ciò che le stringeva la mano, era oscenamente indecente ed orrendo.
Charles sembrava un mostruoso membro in erezione, torvo e irrorato da vene bluastre, armato d’artigli luciferini.
La tirò appena su, poi la mollò di colpo, afferrandole la testa e spingendola con forza bestiale in basso.
Barbara inghiottì un oceano d’acqua. La bocca era ancora spalancata a stupore, quando fu spinta sotto…
I polmoni erano in fiamme e gli occhi, i suoi splendidi occhi di giada, parevano sfere roteanti, senza controllo.
Si diede una spinta con le gambe, tronchi armoniosi e carnosi, sul bordo, emergendo.
Emise un rantolo strozzato, sputando acqua e prendendo una dolorosa boccata d’aria che le trafisse lo sterno.
Serrò la mano sulla caviglia di Charles, esplodendo in un verso bestiale e gutturale.
Era divenuta una meravigliosa sirena, dal corpo carnoso e dal seno solido ed esplosivo, ma dal viso raccapricciante, con la bocca armata di zanne taglienti come coltelli.
Caddero in piscina entrambi.
L’acqua ribollì, schiumò, sotto la forza della loro lotta.
Poi, nel giro di cinque o sei minuti, si placò.
S’udiva solo il rumore della cascatella d’acqua, al centro dell’isola di marmo.
Barbara e Charles erano morti annegati.
Le loro teste, spaccate come pietre raggiunte da un colpo di mazza ferrata
I loro corpi sembravano…devastati da morsi, quasi che prima di annegare si fossero dilaniati a vicenda…

E così era stato.

***

CAPITOLO TRE

 

J.Edgar Hoover Building,
Sede dell’FBI, Ore 09.00 Am
Mercoledì 6 Agosto
Il condizionatore non sembrava funzionare.
La sala grande era colma, almeno una trentina di vice-direttori dell’FBI seduti nei propri posti, a semicerchio, illuminati da lampade al neon e con le cartellette aperte, intenti a prendere appunti.
Le vetrate dalle persiane socchiuse, non lasciavano entrare i raggi del sole, immergendo la sala in un’atmosfera cupa e crepuscolare.
Mulder si accomodò sul lato destro del tavolo circolare, stiracchiandosi con enfasi esagerata.
Scully scosse appena il capo, divertita e si sedette alla sua destra.
Di fronte ad ogni posto, era sistemato un microfono da collo flessibile, una bottiglia d’acqua ed un bicchiere di carta, una cartelletta di pelle scura, ed una stilografica infilata in un portapenne orientabile.

< Credi che me lo lasceranno portare via…La nostra scrivania avrebbe bisogno di un make-up….>

Dana scosse la testa.

< Fox…>, disse a mo di rimprovero.

Il direttore dell’FBI entrò per ultimo, in perfetto orario.
Tutti si alzarono, come per un saluto formale accennato e quando la presentazione ebbe termine, iniziò a parlare un direttore esecutivo.
Era un uomo flaccido e prolisso, gran mangiatore di hamburger, evidentemente.
Parlottava fitto, aiutato da una lavagna luminosa, attraverso la quale proiettava grafici e ricerche, circa l’andamento dell’FBI negli ultimi tre anni.
La mente di Mulder prese ad andarsene via, galoppando fuori della finestra e perdendosi negli spazi assoluti degli Xfiles.
La predica continuava da chissà quanto tempo.
Un’ora buona.
Fox trovò normale prendere di mira il famoso bicchiere di carta, non appena il discorso ebbe inizio.
Ora era a buon punto.
Vi aveva lavorato sopra con maestria, dapprima dipingendovi un visino, un faccino strambo dal sorriso ebete, ed adesso lo stava tagliuzzando cercando di imprimergli i caratteri di una buffa capigliatura.
Nel suo operato, si aiutava con la stilografica e un affilato taglierino dalla lama d’acciaio, mostrando maggior interesse a quell’operazione che alle parole del direttore esecutivo.
Scully fingeva placido interesse, ora rigirandosi la stilografica fra le dita, ora gettando occhiate attente all’oratore…ma Gesù, potevano anche scegliere qualcuno meno barboso, no ?
L’attenzione si posò su quanto Mulder andava costruendo e trattenne un sorriso, mascherandolo dietro il palmo della mano.

< Che fai ? >, chiese divertita.

Lui si limitò ad alzare le spalle.
Finalmente parve che quell’infinita ridda di dati e cifre, nude e fredde e scarne, dal significato astruso, fosse terminata.
Prese la parola il direttore dell’FBI in persona.
Si alzò, schiarendosi la voce.

<…grazie per l’attenzione, signori. I dati sono incontrovertibili….Ma credo non bastino solo quelli… L’FBI sta attraversando un grave periodo di crisi. I sondaggi sostengono che la fiducia in noi è ai minimi storici… Il pericolo viene dall’interno e dall’esterno… Credo capiate tutti a cosa mi riferisco… Dopo i fatti dell’undici Settembre, la lotta al terrorismo eversivo è diventata prioritaria ! Sia esso di stampo mediorientale, quanto d’estrema destra o anarchico del fronte interno, la parola d’ordine del ministero di Grazie e di Giustizia è una sola: stroncare i terroristi!>

Ora Scully si sentì punta nel vivo.
Le drammatiche immagini delle torri gemelle, erano ancora vive nella sua mente.
D’improvviso tutta la noia che si era accumulata dentro, sentendo barbosi discorsi su grafici e prospettive d’incremento della criminalità, era svanita.
Ora c’era il ricordo delle vittime, delle grida, della nuvola di polvere che aveva assorbito New York…del Pentagono che appariva come un gigante ferito ma non morente, del fuoco e delle fiamme, delle centinaia di persone sepolte ormai per sempre.
Si poteva vincere una simile battaglia ? O era mera illusione, alla stregua degli Xfiles ?
Smise di tamburellare con la stilo, sfiorando il braccio di Fox e sussurrandogli:

<…dai, smettila….>

Richiamo inascoltato.
Fox aveva sì interrotto l’operazione, ma solo per concludere che il mediocre funzionario che avevano ascoltato, era il lasciapassare migliore per un terrorista, più e meglio di Al Qaida.
Del resto, il rispetto per i superiori e per le stesse strutture nelle quali lavorava, erano l’ultima cosa in Fox Mulder.
Troppe umiliazioni e troppi anni trascorsi nel sentirsi deridere e sopravanzare da colleghi idioti e burocrati, perché il suo istinto non diffidasse.

< Le numerose sovvenzioni, di uomini e di mezzi che il governo federale ha stanziato in questi mesi, richiedono risultati. Dopo un più che comprensibile fervore iniziale, il nostro operato è divenuto stagnante e le voci circa il proliferare di un fronte interno di stampo neonazista, preoccupano non poco anche il Presidente ! >

Mulder cominciò a far caracollare il bicchiere di carta, facendolo camminare come Homer Simpson.
Scully annuì, preoccupata anch’essa.
In fondo lavoravano in un’istituzione federale e la loro vita era a rischio.
Pensieri normali, erano agenti federali, il rischio faceva parte del loro mestiere.
Ma quel tipo di incognita era più subdola, più cupa, più vile…
In ogni istante una bomba poteva esplodere, un aereo schiantarsi, distruggendo decine di vite e cancellando ogni certezza.
E tutta la tua preparazione, il tuo addestramento, la tua risolutezza….Non servivano proprio a niente.
Scully non aveva paura. Sarebbe stato errato interpretare i suoi sentimenti come un sintomo di paura…Ella vedeva in quell’aquila calva posta all’entrata della sede federale, una madre protettrice, che accudisce i suoi figli, li preserva dal male e dalla violenza.
Questa era l’FBI.
Questo era il suo lavoro.
Ma se quella madre stessa può esser colpita a morte, ferita, spezzata, chi proteggerà i suoi figli ?
Chi li accudirà, contro il male del mondo ?
Certo, lavorando con Fox Mulder aveva capito che il bene ed il male non si tagliano in due, di netto, che esistono mille e forse più, zone d’ombra…
Ma era il suo credo…era certa esistesse del giusto, del vero da difendere..
Quella minaccia rischiava di distruggere tutto, ogni cosa..

< Avanti a voi, avete i files delle organizzazioni maggiormente presenti negli Stati Uniti, che purtroppo non siamo riusciti a debellare. Intendo spronarvi a stroncare questa morsa di terrore che rischia di imprigionarci !   Oltretutto…>

Fece scorrere dei files, sino a prenderne uno barrato di rosso.

< …vorrei che prendeste visione del file numero 101368/x2….>

Fox riempì il bicchiere sino ai tagli, mantenendolo in equilibrio sul bordo della scrivania, sotto lo sguardo divertito del vice-direttore Jodie Newmann, del settore disciplinare.
Era un’elegante donna sui trentacinque, capelli biondi raccolti dietro la nuca, tailleur sobrio e chiaro, gonna corta, gambe lunghe slanciate.
Stava alla sinistra di Mulder, e calzava un paio d’occhiali dalla montatura dorata, che le conferivano un’espressione seria ed accattivante.
Aveva occhi azzurri penetranti e sinceri.
Da quando Fox aveva incominciato l’operazione bicchiere, aveva gettato divertiti sguardi al manufatto e più di una volta aveva scosso il capo, come per scacciare una risata.
Scully si era immediatamente posta a difesa, che poteva apparire esile, ma in realtà era vigile ed attenta.
Fu una reazione istintiva, che Dana non comprese del tutto.

< Abbiamo individuato una sigla, appartenente ad un gruppo anarchico, che ci preoccupa. Si tratta di un’organizzazione attiva dal 1988, denominata I Pretoriani. Inizialmente era una spaurita frangia d’estrema destra, probabilmente nata a Dallas, in Texas…>

Mulder sorrise.
Dallas….certo lo stato più filo-fascista dell’Unione….

< Rapporti dell’FBI, la collegano, anche se in modo marginale, con l’attentato ad Oklahoma City del 95. Sembra fornisse uomini ed un certo supporto logistico, ma, come detto, a livello marginale…>

I vice-direttori presero a sfogliare il file, tutti tranne uno naturalmente, e Dana gettò uno sguardo sottile al vice-direttore Jodie Newmann.
Lei allargò appena le mani, quasi chiedendo comprensione.
Mulder non sembrava comprendere la preoccupazione e l’attenzione delle due donne.
Il bicchiere caracollava sul bordo della grande scrivania tonda, incerto sul da farsi.
Scully con un movimento rapido e nervoso, aprì il fascicolo a Fox, arrivando a sfiorargli l’orecchio e sibilando:

< Ti guardano…cerca di fingerti almeno interessato, no ? >

Mulder le regalò uno dei dolcissimi sguardi dagli occhi blu che la facevano impazzire e proseguì la prova di equilibrismo.

<…da qualche mese, però, l’attività dell’organizzazione è andata aumentando… Contatti con l’estero, forse con pericolosi gruppi fondamentalisti di tipo Islamico, fax e messaggi giunti dall’Europa…Pare che la sede del gruppo si sia spostata nella costa Est, addirittura qui a Washington…La CIA, ha spiato diversi elementi del gruppo, e dopo molti appostamenti abbiamo focalizzato un loro punto di incontro. Si è trattato di un lavoro difficile e meticoloso, "I Pretoriani" cambiano sempre i siti dei loro randez-vous ! >

Dana voltò di nuovo la pagina a Fox, sempre sottraendosi alle occhiate della Newmann e nel farlo, colpì accidentalmente il bicchiere con il gomito.
Questo traballò, per poi rovesciarsi sui pantaloni di Mulder che si alzò di scatto.
Un brusio divertito si levò nella sala.

< Vice-direttore Mulder ! Vista la sua…..intensa partecipazione a questo dibattito…. Immagino che lei si sia alzato per….esporre una sua geniale teoria circa il caso cui stiamo trattando…>, mormorò contrito, il direttore dell’FBI.

Mulder fece una smorfia poco convinta, seguita ad un’occhiataccia a Scully.
Si rigirò fra le dita il bicchiere di carta, sino ad appallottolarlo con nervosismo.

<…mi sono sporcato….Non intendevo interrompere la sua analisi, signore ! >, bofonchiò.

Il direttore dell’FBI, scosse la testa.

< Si sieda ! E non si preoccupi più del dovuto: ho intenzione di trattenerla in questa dolorosa riunione informativa, non più del necessario ! Poi sarà libero di….dare sfogo alle sue pindariche argomentazioni aliene !! >

Si alzò una risata generale, mentre Fox si risedette.
Dana si schiarì la voce, imbarazzata.

< Scusa…>, cercò di riparare.

Mulder osservava, vergognandosene, la macchia d’acqua sui pantaloni.
Newmann rise sottile, abbassando il capo sulla scrivania.
Il direttore dell’FBI si strinse il nodo della cravatta, massimo segnale di nervosismo e riprese la descrizione.

< …dunque…sì, crediamo che…"I Pretoriani" abbiano in mente qualcosa di grosso.. e che questi contatti siano l’avvisaglia per un piano eversivo! Credo che siate tutti al corrente dell’importanza della prevenzione, nei fenomeni terrorsistici…Dopo l’11 Settembre, non possiamo né vogliamo sottovalutare alcuna pista…>

Mulder sbuffò.
Nel male o nel bene, Dana l’aveva costretto all’attenzione di quel file.
Prese a sfogliarlo, con finto interesse, pochi fogli scritti fittamente, bloccandosi su una fotografia.
La fissò bene, come per convincersi che fosse reale l’immagine che andava vedendo.
Ignorando la macchia d’acqua sui pantaloni, si rialzò.

< Si tratta di uno dei…componenti del gruppo eversivo ? >

Scully concentrò lo sguardo sulla foto.
Era un’immagine sgranata, ripresa da notevole distanza, di notte, con un’apparecchiatura a raggi infrarossi.
Niente colori, profondità zero, sfondo amalgamato di un grigio sfocato.
Eppure…

< Vice-direttore Mulder…se lei fosse stato attento alla mia relazione, non mi porrebbe domande che urtano la sua intelligenza….Si risieda e chieda chiarimenti e delucidazioni alla sua…amata collega Dana Scully, che ho notato più attenta a questa riunione ! >

Scully lo prese per il lembo della giacca, facendolo sedere fra il brusio divertito della sala.

<…che ti prende ? >

Ma Mulder non la sentiva più.
Perché nonostante quella foto ritraesse una donna con il viso parzialmente nascosto, sgranata e poco visibile, egli vi aveva riconosciuto l’ultima persona al mondo che avrebbe collegato ad una terrorista:
Chaterine Black.

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Ceewack Street 25 road, Washington,
Ore 09.00 Am, Mercoledì 6 Agosto

 

Il sole fendeva a fatica la polvere e l’aria stantia dell’appartamento.
I vetri erano sporchi di polvere e grasso, con disgustose macchie che colavano dal centro ai bordi.
L’interno, naturalmente, non era migliore.
L’appartamento era un grande monolocale, arioso e un tempo tenuto in discreto modo dalla proprietaria, Maria Watson.
Un giorno, Maria, rientrando, aveva trovato lui…
Da allora, era svanita e con ella, anche l’ordine e la pulizia del posto.
Adesso il numero 25 di Ceewack Street, dava l’idea di una tana abbandonata.
Ragnatele e muffa sui muri, intonaco caduto e scrostato, scarafaggi e cimici sul letto ed in cucina, una fessura preoccupante accanto ad un muro, probabile tana di ratti…
Oggetti abbandonati alla rinfusa, accatastati con caotico mestiere.
Scarpe, un impermeabile scuro, nero come la notte, guanti, e bende…
Tantissime bende, alcune pulite ed ancora sistemate nei contenitori asettici di plastica, altre giallognole e colme di pus, che emanavano un odore nauseabondo.
Del resto la puzza era sovrana nel monolocale, galleggiava densa e spessa, come fosse una sorta di massa appiccicosa.
Il divano di pelle, che un tempo era bianco ed adesso giallo ocra sporco, stava al centro, di fronte al televisore acceso.
Sul lato libero, il cappello dalle tese larghe, che Hannibal J.Merrick usava per uscire.
Poco più in là, gli occhiali scuri, accanto a degli spessi guanti di pelle.
Quell’abbigliamento lo faceva sudare abbondantemente in estate, e Merrick soleva infischiarsi del puzzo che la sua pelle marcita lasciava dietro di se.
Nel modesto palazzo nel quale era sita la sua tana, egli era schivato da tutti, cosa che sia detto subito, gli andava a genio.
Non gli interessava un fico secco di quei quattro vecchi scimuniti e sclerotici, che lo fissavano disgustati, dietro le loro spesse lenti o la loro andatura ingobbita.
Aveva scelto quel posto, quel quartiere malinconico e periferico, proprio per passare inosservato.
Si grattò la testa calva, ed un lembo di pelle si staccò, appiccicosa, alle unghie.
L’afferrò fra i denti ingialliti sputandola a terra.
Più che epidermide, dava l’idea di una colla sul punto di seccare.
Era intento nell’operazione che più occupava la sua giornata: stava pian piano rimovendo la bendatura che, al pari di una mummia egiziana, ricopriva quasi interamente il suo corpo, ad eccezione delle articolazioni e del viso.
Le bende erano grigie di polvere e gialle di pus.
Si staccavano con lentezza, lasciandosi dietro filamenti di disgustoso materiale putrescente, che spesso suppurava.
Al sole, poi, era anche peggio.
Merrick pareva sul punto di scoppiare come un foruncolo.
Rise.
Era una risata sottile e squittente, disgustosa, come tutto quello che lo riguardava.
La carne, sotto le bende, pulsava viva.
Ormai non sentiva nemmeno più il dolore.
Un tempo, un’infinità di tempo prima, in verità pochi anni, il dolore gli trapassava il cervello, come un dente marcito perseguita il povero disgraziato che debba levarselo, senza tregua, giorno e notte.
Era come fosse caduto dentro una bella vasca d’acido fenico, o si fosse eroicamente gettato nel fuoco, per salvare un bimbo squittente…
Il dolore…Gesù…
Dolore continuo, assiduo, bastardo e per nulla mitigato dai medicinali.
Poi, una mattina di primavera, con la divertente valenza poetica della cosa, il dolore era finito.
E con esso, anche la salute mentale di Merrick.
La mente si era liberata non solo del dolore impossibile, ma anche dei pregiudizi morali che l’annebbiavano.
Niente regole, niente onore.
Rise.
Srotolava le bende con cura, solo per evitare di perdere dei pezzi di carne consistenti, quando udì bussare alla porta.

< Signor Merrick ! Apra ! >

Sbuffò. Uno dei soliti vecchi rompicoglioni…
Non fece altro che continuare l’operazione.

< Sappiamo che è in casa ! Apra ! >

Divertente….quando i rincoglioniti si mettono all’opera per rompere, e questo rompeva alle nove del mattino durante il suo "sbendaggio" quotidiano, assumevano sempre il "plurale maiestatis"….Chissà perché..

< Signor Merrick….abbiamo a muovere a protesta verso di lei, per via delle indecenti condizioni igieniche del suo appartamento ! La puzza che il suo buco emana, si avverte sino al terzo piano ! E’ ora di finirla!!! >

Se non gli fosse costata troppa fatica, avrebbe calzato guanti e cappello e l’amato impermeabile per affacciarsi e mandarlo a cagare.

< Si tolga dai piedi, vecchio rimbambito ! >, tuonò.

< Signor Merrick…!! >

Erano più di uno. C’era la voce anche di Laura Hodeker, cicciona ributtante e laida, che stava al piano di sopra.
Incredibilmente, c’erano degli uomini che facevano la fila per andare da lei, nonostante avesse sessant’anni suonati e fosse schifosa e grassa da sempre.
Si alzò, infilandosi gli occhiali e guanti, dirigendosi verso l’uscio.
Vederlo camminare era…una sorta di spettacolo del Gran Guignol.
Ora che la protezione sommaria delle bende era stata parzialmente rimossa, i muscoli vivi, carne pulsante mescolata a brandelli di pelle marcia, si notavano nitidamente.
Non indossava indumenti intimi, perché il loro contatto con ciò che rimaneva dei suoi organi genitali, avrebbe provocato con ogni probabilità la loro caduta.

< Ti cadono i coglioni…>, aveva pensato mille volte, ridendo.

Per un solo attimo, passando dal buio umido e sporco della zona dell’appartamento senza finestre, al chiarore tenue del sole esterno ritagliato a forma di un parallelepipedo allungato sul pavimento, l’epidermide rimasta parve schiarirsi, assumendo toni di trasparenza armonica.
Poi, non appena superò il fascio di luce, tornò il disgustoso miscuglio di sangue e tessuti di prima.
Merrick aprì appena, tenendo serrato il chiavistello e sporgendo dalla fessura fra lo stipite e la porta, la propria faccia disgustosa.
Nella signora Hodeker e nel vecchio Brahms, provocò una sensazione di disgusto incontrollabile.
Entrambi sapevano le condizioni del volto di Merrick…ma era sempre diverso che vederselo a pochi centimetri, con il fetore che lo accompagnava.
Sorrise, dietro gli occhiali spessi, mostrando quel viso che sembrava finito sotto una pressa idraulica.
Che lo sapesse o no, era ancor più rabbrividente, così.

< Che volete ? >, buttò lì.

< Signor…le condizioni del suo appartamento…>

Ora le frasi uscivano senza alcuna decisione, smozzicate…
Certo è ben diverso affrontare il mostro trovandoselo davanti…

< Devo fotografarlo per Vogue Casa…>, sibilò.

Era un serpente, lento e pigro, ma pronto ad uno scatto innaturale, per farti a pezzi.

< Lei non vive solo…esistono delle regole di convivenza che..>

Artigliò la porta, con la mano guantata, mentre un lembo di benda sporca e giallognola, sporse dall’uscio.

< Entrate a rompere le palle e vi appendo al muro ! Pago l’affitto più alto di tutti voi straccioni, e faccio il cazzo che mi pare ! Sparite, adesso ! >

La porta si chiuse con un botto secco, lasciando i due impietriti e senza parole.
Si guardarono per un istante, come cercando inutilmente le parole ed una possibile reazione a Merrick, poi si allontanarono caracollando, la testa bassa, alzando le spalle.

< Che crepi nel marciume….Ma un giorno o l’altro chiamo la pubblica igiene…> smozzicò Brahms.

Merrick s’infossò nel divano logoro e morbido, gettando gli occhiali da una parte.
Gli avvenimenti si stavano mettendo in moto, decisamente…
Presto avrebbe avuto ciò che bramava…

***

CAPITOLO QUATTRO

 

Baltimora, Stato del Maryland, Giovedì 22 Luglio 1993, Ore 09.57 Pm

Mulder scese dall’auto, guardandosi attorno preoccupato.
Nessun agente…
Eppure n’aveva fatto richiesta a Scully; giusto il tempo per un panino e poi sarebbe tornato di fronte al numero 66 di Exeter Street…
Non faceva caldo.
Abbastanza poco, per essere alla fine di Luglio.
Entrò con la pistola spianata, allora aveva la Sig Sauer, pronto a tutto…anche che Tooms uscisse da una crepa nella parete e gli strappasse il fegato di dosso.
N’era capace, per quel che riteneva lui.
L’appartamento era piccolo e sapeva di rancido.
Desolatamente spoglio, dava l’idea di un magazzino abbandonato, mentre l’ampio squarcio nella parete, emanava un odore immondo di decomposizione.

Decomposizione di chi ?

Quel pensiero attraversò la mente di Mulder, mentre si chinava lungo la ripida scala metallica infissa nel muro.
Era impensabile che Tooms fosse riuscito a sopraffare due agenti, senza che questi potessero dare almeno una segnalazione….Almeno così sperò.
Strisciò in quella buca,

tana,

fetida e dall’odore di vomito.
Si trattenne miracolosamente dal vomitare anch’egli.
Vide, accanto a quell’apertura angusta fatta di giornali masticati e sputati, in quel bozzo informe che era la tana di Tooms, tutti gli oggetti…
Una spazzola, un soprammobile da camino….la catenina di Scully.
La sfiorò fra le dita, rigirandosela inorridito.

<..Scully…>, disse correndo.

Non faceva granché caldo, quella fine di Luglio, a Baltimora.
Invece, a Maverick, Arkansas, il sole spaccava i sassi.
Mike Davenport era ancora in terza liceo, nonostante fossero passati quattro anni dalla fine del primo corso.
Non che se ne fregasse molto.
Ormai il lavoro c’era e se mamma non avesse rotto l’anima, era destinato a finirla con la scuola.
Era intelligente, ma svagato.
Pensava solo al suo "birillo", come chiamava il proprio pene, per un’abitudine scema e senza senso: quella di assegnargli un nome.
"Birillo" gli piaceva, anche perché era stato il nome del suo cane bracco, scomparso una mattina di fine Aprile.
Stranamente, mentre guidava la sua Rover quattro per quattro, vi stava ripensando…
Povero Birillo…
Chissà che fine aveva fatto…?
Lui era sempre stato convinto che l’avesse fregato qualcuno, perché il bracco era agile e forte e conosceva le campagne di Maverick come lui le proprie tasche.
Quella sera lo spettacolo al cinema di Pine Bluff era stato buono.
Avevano dato " La guerra dei mondi" e nonostante fosse "Giurassico" era una figata !
Mike adorava la fantascienza.
Ritornando dalla città, sotto il cielo limpido e puntellato di stelle, aveva bevuto in un fiato la Coca Cola, ed ora il gran bicchierone di carta, conteneva solo cubetti di ghiaccio parzialmente disciolti.
All’incirca a metà strada, appena sopra la collina dalla parte nord della macchia di querce, l’idea del cane era tornata impetuosa.
Cazzo !
C’era un bastardo che stava divertendosi con il suo "Birillo", che fra le altre cose era un ottimo cane da caccia alla beccaccia…
Se l’avesse beccato…
Nello stesso momento nel quale Mulder teneva fra le mani l’amuleto di Tooms, cioè la catenina da Dana, Mike vide una figura ritta sul sentiero, di fronte alla macchia.
Un secondo prima aveva avuto una sorta di fitta alla testa, come una tremenda cefalea improvvisa, che ora pareva accompagnarsi ad un sudore freddo.
Mà gli aveva sempre raccomandato di bere le bibite fredde con moderazione…
Ma faceva un caldo fottuto…
Comunque la figura c’era…c’era eccome…
Sulle prime non la notò bene, perché era impegnato con quel pensiero del cane, ma poi la vide chiaramente.
Era una ragazza.
A Mike poteva sfuggire di tutto, tranne che una ragazza.
Gli piaceva di brutto, quella dolce cosina fra le gambe delle ragazze…
Normale…
Era giovane e forte, cresciuto da una famiglia cattolica e severa, che considerava il sesso alla stregua di un peccato non molto lontano dall’omicidio.
Quindi…
Circa sei mesi prima, la sua ragazza, Federica Beamon, era stata trovata morta sul ciglio della strada, messa sotto da un camion.
L’autista aveva detto fra i singhiozzi, allo sceriffo di Pine Bluff, che la ragazza era sbucata all’ultimo istante, con il viso fra le mani, ed era finita sotto..
Mike non si era sentito colpevole….sì, c’era rimasto male, quando Federica era morta…Davvero.
Aveva pianto al suo funerale, ma Cristo, se aveva trovato una più grande di lei, con delle tette più sode, che colpa né aveva ?
Si erano incontrati sul ciglio di quella strada, e lui le aveva detto:

< Mi hai rotto….ti mollo ! Levati dalle scatole ! >

Ok…non era stato poi un gentiluomo….ma aveva solo ventitré anni…
Mica aveva studiato dal Galateo..
E poi, chi l’avrebbe mai detto che diceva seriamente, quando lasciandolo e piangendo come una cretina, aveva smozzicato:

< Mi ammazzo…mi ammazzo Mike…così mi avrai sulla coscienza….>

Sorrise, pensando che quella fosse evidentemente la serata dei ricordi.
Rallentò l’andatura, accendendo gli abbaglianti dell’auto.
Chissà se la conosceva…?
Attualmente Mike era con una tipa di nome Doris Brooker, alta, gambe lunghe e capelli neri e lisci.
Andavano al cinema insieme, insieme alle partite di baseball…
Una vota l’avevano anche fatto, e a lui era piaciuto..
Man mano che l’auto si avvicinava sul terreno polveroso, senza fatica viste le quattro ruote motrici, si delineò una seconda figura…
Era un animale…un cane, senza dubbio.
Sgranò gli occhi.

<…ma Gesù Cristo santo ! Cristo santissimo ! >, balbettò.

Mike teneva la doppietta sul sedile posteriore, quando faceva tardi di sera.
La sicura era inserita, perché era capitato al papà dello sceriffo di Pine Bluff, George Wilczek di spararsi in testa con una doppietta senza sicura, piombata giù da un bancone, anni prima.
Normalmente questa cosa lo faceva ridere di brutto, ma adesso n’aveva perso immediatamente la voglia.
La figura era fuori della carreggiata, con quel cane magro e scheletrico, ossuto gli parve di capire…
Ma quando l’auto stava per avvicinarsi, ecco che si era spinta verso il lato destro del sentiero.
Esitò.
Accelerare ? Filarsela…Chi cazzo era ?
Non gli sembrò di conoscere quella figura, ma lei si stava avvicinando senza esitazione alla sua auto….Forse quella ragazza aveva riconosciuto la macchina e…

Ma se io non la conosco…come fa a conoscere me ?

Ora andava a passo d’uomo.
La ragazza si era piantata in mezzo alla strada, e se non voleva finire in un campo, avrebbe dovuto fermarsi…
Maledì che Bill, suo amico di lunga data, fosse a letto con la febbre, quella sera.

<..coglione ! Guarda se uno deve prendere la febbre in Luglio….>, pensò.

Ma ciò che più lo inquietava era il cane…
Quel cane scodinzolava tutto contento, ma era ossuto come un manico di scopa.
Aprì appena il finestrino, arrestandosi a circa una dozzina di metri.
Il vento tirava nella sua direzione e captò subito il puzzo che quei due, cane e padrona, emanavano.

< Hey….toglietevi….devo passare….>

Lei si mosse piano, venendo verso la Rover.

< Togliti, scema ! Non te lo do il passaggio ! Ho detto che devo andare a casa…>

Parlava con calma, mentre tastava con il braccio destro il retro del sedile, cercando la doppietta.
Si fosse avvicinato, ancora, quel cane fetente, gli avrebbe tirato una scarica su quel muso da morto che si trovava.
Diede gas al motore.

< Ti tiro sotto !! Togliti, ubriaca…>

Pensò che lo fosse o che fosse drogata, magari d’eroina, come aveva visto delle volte a Pine Bluff.
Ora fissò il cane.
Aveva degli occhi rossi come quelli di un pipistrello e ringhiava da far paura.
Aveva iniziato a ringhiare non appena Mike aveva preso a tastare il calcio della doppietta da caccia.
Era pazzesco…ma ad ogni passo che faceva verso la macchina, gli ricordava Birillo.
Solo che quel cane…era lurido, pieno di bolle in putrefazione sul muso e aveva degli occhi…Gesù che occhi !
PAM !
Le mani della ragazza si posarono sul cofano, a palmi aperti, dure come rami di giunco.
Trasalì.

<..ho da ridarti un favore, Miiike….>

Mollò il pedale della frizione accelerando così bruscamente che la Rover s’ingolfò, fermandosi.
Quella voce….Non aveva mai sentito niente del genere nella sua vita e mai più avrebbe voluto sentirlo.
Proveniva da….da quella donna, ma sembrava echeggiare da chissà dove, quasi che emergesse dalla notte come il vento caldo di quell’afosa serata di Luglio.
Dana scivolò a terra, mentre Tooms era sopra di lei ed allora lo respinse con una pedata.
Ma ormai l’aveva girata da supina, con la mano artigliata, pronto strapparle il fegato.
Mulder aveva sfondato la porta, con la pistola stretta fra le mani ed allora lui era schizzato in piedi, verso la piccola finestrella del bagno, da quale sarebbe certamente sgusciato fuori, come un serpente da un buco.
Era quasi sullo stipite, quando lei gli agganciò il polso con le manette, al calorifero, dopo una breve colluttazione.

< Tutto bene, Scully ? >, domandò lui, mentre gli ammanettava anche l’altro polso.

Dana annuì.
Era finita !
Ma per il povero Mike, molti chilometri più ad Ovest, era appena iniziata.

<…ma dove vai Miiike? Non la vuoi più sentire, la mia fica calda ? Non la vuoi la mia figa ? >

Cercò disperato di alzare i vetri con il tasto alla sua destra, inutilmente.
Infilò la chiave, mentre aveva il viso di quella pazza a pochi centimetri dal suo collo.
Lo guardò, forse per caso, forse per curiosità.
Il respiro si bloccò.
Il cuore gli dolse, mentre si rese conto di essersi pisciato addosso dalla paura.
Era Federica !
Non comprese da cosa l’aveva identificata…
Il viso era ridotto ad un…ammasso di terra rossa, putrescente, come certi terreni acidi dei cimiteri.
Puzzava come un cane morto.
Parte della carne usciva marcia da uno zigomo, e sorrideva…sorrideva in modo grottesco, orribile, inquietante e tremendo.
Gli occhi…..GLI OCCHI !!!
Erano come quelli del cane….uguali…
Il finestrino si chiuse, finalmente.
Fece per mettere la marcia, qualsiasi marcia…. qualsiasi… quando la mano ossuta di
Federica sfondò il vetro e miriadi di schegge impazzite, perforarono l’abitacolo ed il suo viso.
Una gli trapassò l’occhio sinistro, annegandolo in un mare di sangue.

<..Miiiiikeeeey…ci faremo una bella scopata….vedrai che colpi…..che colpi, vedrai….>

Mentre le dita marce si serravano sui suoi capelli, Mike trovò la doppietta.
Fu spinto fuori, dal finestrino della Rover, come fosse una marionetta.
Si era slogato una caviglia, il polso sinistro ed aveva l’occhio che pulsava come impazzito, mentre il viso era bagnato dal sangue che scendeva a fiotti.
Vedeva tutto immerso in una nebbiolina violacea.
Udì il tanfo del suo corpo. Il sangue lo accecava, ma sapeva che stava per avvicinare la sua bocca al suo collo…
Lo sentiva…
Il cane emise un verso indescrivibile, come fosse modulato dall’Inferno stesso.
Mike rizzò la doppietta avanti a se e premette il grilletto.
Niente !

Cazzo !! La sicura…la sicura…..No porca puttana, Dio Onnipotente….la sicura…

Lei gli strappò di mano l’arma.
Rise o così sembrava, da quell’osceno buco che aveva al posto della bella bocca che una volta apparteneva a Federica Beamon.
Rimase per un istante grottescamente imbambolata, con la doppietta nella mano sinistra ed il braccio di Mike nella destra.

< …è questo quel che volevi fare, Mikeeeey…? >, sibilò.

Tolse la sicura.
Puntò il fucile a terra, piazzandoselo a pochi centimetri dalla faccia.
Poi con il piede destro, nudo senza il sandalo infradito che calzava ancora su quello sinistro, azionò il grilletto.
La testa esplose come un cocomero caduto da un camion.
Un getto di sangue e di materia cerebrale, investì il viso di Mike Davenport, che cadde a terra.

<…Madonna mia…Gesù santissimo….>, biascicò, mentre la sua salute mentale scivolava via senza scampo.

Udì allora il cane ringhiare.
Era un ringhio gutturale e profondo, sibilato dal demonio.
Si alzò, correndo come un pazzo, mulinando le braccia come pale, in mezzo al campo di grano.
Le spighe gli frustavano il viso, coperto di quel sangue nero, appiccicoso e putrescente.

<…Dio…Dio aiu…>

Il cane, il suo Birillo, o quella sorta di cerbero che era diventato adesso, gli balzò addosso.
Affondò nella sua schiena come fosse burro, strappandogli i polmoni ed uccidendolo all’istante.
La testa di Mike esplose come quella di Federica, senza esser stata colpita da alcun proiettile.
Il cane masticava famelico…poi guaì, e cadde riverso, in un lago di sangue.
Tutto tornava placido e lento nell’afa persistente di Luglio…come se nulla fosse accaduto, ma era il vero principio..
Il giorno stesso nel quale Mulder depositava il file su Tooms, e si stava recando alla casa di riposo Druideel, ove Eugene era segregato nell’attesa degli esami, lo sceriffo
Adam Wilczek stava a gambe larghe sul ciglio della strada, accanto alla Rover.
Scribacchiava attentamente, ora fissando la macchina, ora le tracce di sangue, ora il campo di grano.
Vergò il suo rapporto con nervosismo.
Era quasi mezzogiorno.
Mike era scomparso dalle 11 della sera precedente e quindi a rigor di logica, non era trascorso abbastanza tempo perché le autorità lo classificassero come "missing".
Ma appunto poco prima delle undici e mezza di quella mattina, era arrivata la telefonata di un contadino, tale Hartur Flagh, che aveva scorto una Rover 4x4 abbandonata al ciglio del sentiero numero 72, con il motore acceso e i fari funzionanti.
Lo sceriffo aveva mandato un paio d’agenti e dopo un breve parlottare alla radio, era andato lui stesso.
Lo spettacolo che si era trovato davanti superava qualsiasi parola e al tempo stesso, anche la sua capacità di mettere fra le righe un verbale soddisfacente.
La Rover era in ottimo stato, ad eccezione del finestrino di sinistra, che era stato fracassato dall’esterno.
Schegge di cristallo erano sparpagliate dappertutto, all’interno dell’abitacolo.
Al primo sommario esame, appariva evidente che qualche frammento era sporco di sangue.
L’aggressione era iniziata lì.
La portiera era stata deformata, presentava ammaccature e bozzi, come il cofano anteriore.
Dal ciglio del sentiero, sino al punto nel campo di grano nel quale era stato trovato il corpo di Mike, si disegnava una scia di sangue dapprima esile, poi sempre più spessa.
Infine il corpo del ragazzo…
Lo sceriffo Wilczek l’aveva scoperto per primo, e per un pelo non si era messo a vomitare, quasi fosse un principiante.
Era…ridotto a brandelli.
Morsi, profondi ed estesi sul 95% del corpo…
Abrasioni, graffi…e la testa…
La testa sembrava essere esplosa dal torso..
Presentava una spaccatura al centro del cranio, netta, dalla quale usciva parte dell’encefalo.
Accanto…Birillo.
Il cane era nelle medesime, inspiegabili condizioni del ragazzo.
Pure la bestia aveva il muso fracassato, ma anche brandelli di carne infilati nella mandibola.
Un seguente esame autoptico, condotto dal veterinario di Pine Bluff, aveva appurato che il cane aveva ingerito parti di Mike…insomma l’aveva divorato..
Ma allora chi aveva spaccato il finestrino ?
Cosa ci faceva la doppietta del ragazzo, con un colpo esploso e l’altro in canna, sbattuta nella polvere ?
A cosa aveva sparato, se non era stato trovato altro che un bossolo deformato, infilato nella portiera sinistra dell’auto ?
Che cosa era accaduto al povero Mike Davenport, al punto da staccargli la testa con un colpo solo ?
Wilczek si grattò la nuca, perplesso.
Avrebbe faxato la cosa all’FBI di Pine Bluff, sperando che i federali si sarebbero allertati.
Adesso gli spettava il compito peggiore: andare da Tina Davenport, e dirle che avevano trovato suo figlio…

Elementi di prova contenuti nel Xfile numero 243709/12, depositato in data 10 Settembre 1993.

Da un giornale locale, 24 Luglio 1993.

Orrore nelle campagne di Maverick.

" La tranquilla vita rurale di Maverick, paesino con 1500 abitanti, vicino a Pine Bluff, è stata fortemente scossa dal drammatico fatto di sangue ai danni del giovane Mike Davenport, di venticinque anni. Il corpo del ragazzo, sparito di casa la notte precedente, è stato trovato in un campo di grano. Dalle prime ricostruzioni della polizia locale, pare che il ragazzo si sia avventurato nel campo, forse ubriaco, e che lì sia stato assalito da uno o più cani randagi, molto probabilmente malati di rabbia. Le condizioni del corpo erano talmente orrende, che è stato negato il riconoscimento alla madre, Tina, vedova da otto anni. "

Da un giornale locale, 26 Luglio 1993.

Lo sceriffo dichiara: Circostanze poco chiare, nella morte di Mike..

" Sembra che il sipario, sul tremendo fatto di sangue accaduto a Mike Davenport, non sia del tutto calato. Ai funerali ha partecipato, affranto, tutto il paese, ad eccezione dei genitori della giovane Federica Beamon, in rotta con la famiglia Davenport. La madre, Tina Smith Davenport, ha accusato un malore durante la sepoltura del figlio. Lo sceriffo Adam Wilczek, ha testualmente dichiarato che: < Le indagini non sono chiuse. L’FBI della contea, invierà nella giornata di domani degli agenti, che sono certo faranno luce su alcuni elementi poco chiari…Si tratta di fatti che non trovano spiegazione e che spero possano portare a ricostruire con certezza cosa è accaduto in quel campo…Sento di doverlo non solo al povero Mike, ma anche a sua madre…>

Da un giornale della Contea, 16 Agosto 1993.

Indagine chiusa, sul fatto di Maverick.

" Dopo circa un mese d’accurati sopralluoghi ed indagini da parte della sezione federale dell’FBI, è stato chiuso il caso della morte di un giovane di nome Mike Davenport, trovato cadavere la notte del 23/24 Luglio di quest’anno.. I dubbi sollevati dalla polizia locale, in