~ ~ Diciassette ~ ~

"Era qui", disse Kit, girando attorno ed ispezionando il suolo. "Era qui, ne sono certo".

"Direi che queste sono tombe", disse Henry, inginocchiandosi accanto a due zone dove la terra era stata smossa di recente. "Povero Stephen. Povero Daniel. Meritavano un destino migliore di questo".

"Ci sono solo due tombe", mormorò Katherine, ed Henry le gettò uno sguardo.

"Sì, mia signora. Solo due".

"Allora è ancora vivo. Dobbiamo scoprire chi l'ha attaccato, e dove lo hanno portato".

Vivo. Ne era sicura. L'avrebbe saputo se gli fosse accaduto altro, ma era vivo.

"Mia signora", disse timidamente Kit, "Io ho un'idea. Io penso… forse è presuntuoso, da parte mia… "

"Cosa, Kit?"

"Io penso che fosse il mio signore Alexander. Io penso che fosse la sua gente".

"Alexander", bisbigliò Katherine.

Kit disse rapidamente: "All'inizio pensai che ci avessero abbandonati, ma, mia signora, è l'unica cosa che ha senso. Loro ci hanno attaccati. Loro hanno ucciso Stephen e Daniel. E adesso loro hanno preso il mio signore e lo stanno portando a FitzJames e forse l'uccideranno, mia signora, io temo che sia così!" Il ragazzo stava tremando, e Katherine gli mise il braccio attorno.

"Shh, caro. Noi lo troveremo".

"Mia signora", disse Henry, "Noi siamo undici uomini, un ragazzo, e te, con un bambino. Non possiamo andare contro FitzJames, coi suoi cinquanta cavalieri in una fortezza".

"Ho vissuto in quella fortezza per vent'anni, la conosco dentro e fuori".

"Sai come trovare il mio signore? E come portarlo fuori?"

Distolse lo sguardo dal suo, d'acciaio sfolgorante, e disse: "No, ma cosa altro proponi? Non possiamo aspettare che arrivino altri uomini".

Henry scosse lentamente la testa. "Non so come lo faremo, mia signora. Non voglio abbandonare il mio signore, ma sembra senza speranza".

"C'è speranza", Katherine bisbigliò. "C'è sempre speranza. Noi dobbiamo proseguire.

Henry sospirò ed annuì: "Molto bene, mia signora. Proseguiamo.

* * * * * * * * *

L'oubliette non era alta abbastanza perché William potesse alzarsi completamente, ed era troppo stretta perché potesse sedersi. Si chinò, si acquattò, tentò di trovare un modo per appoggiarsi contro il muro imbiancato. Le ginocchia pulsavano per il dolore di queste posizioni, le gambe e le spalle gli dolevano. Oltre a quello, c'era il dolore delle ferite e dei colpi che gli uomini di Alexander gli avevano inferto, oltre la fame e la sete. La piccola camera divenne soffocante quando il sole batté sulla copertura di legno.
Seppe che sarebbe morto prima dell'arrivo di Kit a Weylin. La fame l'avrebbe ucciso, se la sete ed il caldo non l'avessero fatto prima.
Strinse la piccola treccia dei capelli di Katherine, ancora miracolosamente in suo possesso, e sognò ad occhi aperti di lei. Il profumo dei suoi capelli. Il gusto della sua pelle. La tenerezza del suo tocco. Il calore della sua voce quando pronunciava il suo nome. Come l'avrebbe coperto con il proprio corpo per scaldarlo nelle notti fredde. Come gli avrebbe cantato piano nell'orecchio quando non poteva dormire.
I suoi dolci baci. I suoi piccoli scherzi, il caldo sorriso, la risata divertente.
Era bella da sognare, Katie, pensò. Ma eravamo come bambini che credono nelle favole per pensare che un po' dei tuoi capelli mi avrebbero tenuto al sicuro da ogni pericolo. Ti avrei dovuto ascoltare. Avrei dovuto dire ad Alexander di portare le mie scuse a FitzJames, ed affrontare le conseguenze.
Gli diede conforto la consapevolezza che i suoi amici si sarebbero presi cura di lei e che per un breve tempo, l'aveva resa felice, riempiendo la sua vita di piacere e di gioia.
Noi avremmo potuto vivere, pensò, noi avremmo potuto vivere così felicemente. Probabilmente saremmo stati insieme molti anni, avremmo avuto bambini se tu ne volevi, qualsiasi cosa mi avresti chiesto.

"Io ti avrei dovuto ascoltare. Io ti ho offeso, Katie" bisbigliò, e pregò in qualche modo che lo sentisse.

* * * * * * * * *

Il castello di Walter il Calvo era posato sulla cima di un colle, affacciato su un'ampia valle. Su una delle colline sul lato opposto della valle era una piccola radura, da cui si aveva una vista perfetta della valle, del castello e dei dintorni. La valle stava recuperando dalle battaglie dell'estate precedente, dorata e verde per le coltivazioni. Il castello era molto simile a come era sempre stato, grigio, coperto di edera, maestoso e a lei molto caro.

Katherine non sapeva cosa si aspettava di sentire quando rivide le mura della sua precedente dimora. La vista le fece stringere la gola e chiudere gli occhi che le bruciavano, ed Henry disse dolcemente: "Mia signora, va tutto bene?"

"Sto bene", disse piano, e decise di non dire a Quaid che questa era la casa dei suoi avi. Non l'avrebbe ricordato, in ogni caso.

"Cosa facciamo, mia signora?" disse Robert, con la preoccupazione incisa sul volto.

Katherine scosse la testa. "Non so. Aspettiamo. Ci guardiamo attorno. Scopriamo cose".

"Non siamo qui in viaggio di piacere", uno degli altri uomini disse brevemente, ed Henry gli ringhiò.

Katherine inarcò il sopracciglio ad entrambi e disse contegnosamente: "Sono consapevole del nostro scopo. Comunque, non abbiamo nessun piano, né forze, né sappiamo dove è William".

"Non intendevo mancarti di rispetto", disse piano il soldato.

Henry scivolò dal cavallo. "Suggerisco di preparare il campo e di fare i nostri piani".

Katherine guardò ancora una volta il castello e chiuse gli occhi per un momento. "Mia signora", disse ancora Henry, piano.

"Sono piuttosto turbata dallo scoprire", disse Katherine, "di non ricordare dove seppellimmo mio marito. Lasciammo la sua tomba senza nome, così che non fosse molestato".

"E' stata una decisione saggia, mia signora".

"Lo spero. Ma… dove lo seppellimmo? Non ricordo. Ricordo a malapena l'intera giornata". Sorrise incerta ad Henry. "Mi dispiace. Ho dimenticato la mia casa".

"Capisco, mia signora". L'afferrò attorno alla vita per aiutarla a scendere e diede un affettuosa passata sulla testa di Quaid. "Ci accamperemo qui", disse ai suoi uomini, "fate che la mia signora stia più comoda possibile".

Katherine sorrise ringraziandolo, ed andò al limite della radura aspettando che montassero il campo. Prese Quaid dalla fascia e lo tenne, così che potesse muovere le braccia e le gambe, lui grugnì, giocherellò e soffiò tra le labbra per fare le pernacchie.

"Non ti piace viaggiare, amore mio?" gli disse. Lui afferrò uno dei lacci del suo mantello infilandoselo in bocca. Lei rise piano e lo baciò, togliendoglielo dolcemente dalla sua presa.

Tutto il tempo guardò il castello, chiedendosi se c'era qualcosa che potevano fare o se potevano solo aspettare.

* * * * * * * * *

Oscurità. Il crepuscolo. William si passò la lingua sulle labbra asciutte, prese un respiro profondo e spinse il più forte possibile sulla copertura di legno della buca. Spinse, sbatté ed urtò con tutta la forza che gli restava.
Nulla. Non si spostava di un millimetro. Non sapeva cosa lo tenesse giù, ma non aveva modo di penetrare la solida quercia. Il coperchio si adattava ermeticamente all'apertura superiore della buca, permettendo solo all'aria e ad un frammento di luce di passarvi attraverso.

William mise la mano sotto quel frammento di luce e la girò così che la luce ci giocasse. "Dio", disse piano, "Ho tentato per tutta la vita di fare la cosa giusta. Io ho tentato di mantenere i miei voti, onorare i miei impegni, aiutare chi ha bisogno, amare quelli che mi amano. Io non voglio arrendermi. Io voglio vivere, voglio amare la mia Katie. Dio, per favore. Se c'è un modo… voglio andare a casa". Chiuse gli occhi, troppo asciutti anche per versare lacrime.

Nulla. Non ne fu sorpreso.
Quindi sarebbe morto qui, dimenticato in questo luogo, e quelli che l'amavano non avrebbero mai saputo cosa gli era accaduto… Katherine si sarebbe sempre chiesta… oh, povera cara…
Sentì un rumore sopra la sua testa e spalancò gli occhi. Il suono dell'apertura della serratura era inconfondibile ed egli si ritrasse, chiedendosi quale ulteriore tormento gli fosse riservato.

La copertura si alzò e prima di tutto vide una luce sopra la testa. Mise a fuoco e comprese che era una torcia e che c'era una mano tesa nella buca. "William", disse una voce ferma e gentile. "William, prendi la mia mano".

"Chi…?" gracchiò, ed afferrò strettamente la mano nella sua.

Con difficoltà, l'uomo lo tirò fuori dalla buca e per un momento William rimase steso per terra, ansando nell'aria fresca e leggera della notte. Guardò il soccorritore che stava inginocchiato per terra accanto a lui.

"Ho dell'acqua per te, William" disse, e William rotolò di fianco guardandolo strabico.

"Harry. Sei Harry, vero?"

Harry gli sorrise porgendogli l'otre. "Bevi, William. Dobbiamo allontanarci e dobbiamo farlo prima che chiunque noti la nostra assenza".

William prese l'otre di pelle, si alzò a sedere e bevve una lunga sorsata di acqua.

"Harry. Come sei arrivato? Perché sei qui? Katherine non mi ha detto nulla… "

"Mia madre non sa", disse Harry. "Il nonno voleva una spia qui ed abbiamo pensato che sarebbe stato meglio che fossi io. Puoi camminare, William?"

"Penso di sì. Tua madre sarà furiosa quando lo saprà".

"Io penso che sarà così contenta di vederti, che non avrà tempo di arrabbiarsi con me". Si alzò in piedi, tese di nuovo la mano a William.

"Vieni. Ho cibo e vestiti nascosti in un carro. Dovrò nasconderti sotto la paglia".

"Non importa". Prese la mano di Harry e si alzò faticosamente in piedi. Si sentì girare la testa per un momento e dovette appoggiarsi ad Harry per sostenersi.

"Nessuno ti ha riconosciuto? Sei stato al sicuro qui?"

"Nessuno sa di me. Ho dato loro un nome falso ed ho lasciato crescere la barba". Si strofinò il mento che infatti mostrava una barba corta, scura. Faceva sembrare la sua faccia da ragazzo più matura e magra.

"A tua madre non piacerà nemmeno quella. Sembri un normanno".

"Mi raderò, finalmente".

Fecero silenziosamente ritorno alla stalla nell'oscurità che precede l'alba, ed Harry mise la torcia in un sostegno inchiodato al muro. Spostò della paglia in un carro per rivelare un cesto con pane e formaggio e vestiti perché William potesse cambiare i suoi stracci logori. William si pulì nell'acqua del trogolo, togliendo il sangue e la sporcizia che lo avevano ricoperto per i quattro giorni precedenti.

"William, dobbiamo andare", Harry gli ricordò, e William si asciugò e si vestì. Montò sul carro e spezzò la pagnotta, divorandone la metà in pochi morsi.

"Non ti faranno domande, Harry, al cancello? O ti sei integrato così bene che ti permetteranno di passare?"

"Mi lasceranno passare. Uno dei miei doveri qui è eliminare l'immondizia". Harry fece smorfie, un'espressione strana per la sua giovane faccia. "Non ti seppellirò sotto l'immondizia, comunque… dirò che è paglia sporca e che la sto portando al cumulo di rifiuti".

"E poi?"

Harry scrollò le spalle. "Ti porto a casa. Sarà bello rivedere mia madre e sarò contento di essermene andato da qui. Ci sono molti buoni ricordi qui, ma… " scosse la testa. "Sono tutti andati, ora".

William si distese sulla paglia e chiuse gli occhi. Harry lo coprì con altra paglia e subito saltò sul carro fischiando al cavallo.
Il carro partì su ruote cigolanti. William rimase disteso sotto la paglia, in ascolto, ma presto il ripetitivo movimento del carro lo calmò, chiuse gli occhi e dormì.
Si svegliò improvvisamente, restò steso in tensione, incerto di dove fosse. Non osò levarsi la paglia dal viso, per paura che fossero stati fermati dalla gente di FitzJames, e strinse i pugni, pronto a lottare contro qualsiasi minaccia dovessero affrontare.

"William?" La paglia sopra di lui si mosse, ed egli vide Harry. "Sei sveglio?"

"Cosa succede?"

"Ti ho portato in un posto sicuro che conosco… ma ci sono degli altri là, ed io non so cosa fare".

"Dove siamo?" sedette, gemendo per i dolori nel corpo, e guardò la foresta scura che li circondava.

"Dall'altro lato della valle. Mio… " si fermò, si schiarì la gola e continuò: "Mio padre mi portava qui, a caccia. Puoi vedere tutta la valle da quella radura". Aguzzò la vista e William guardò, scorgendo un fuoco morente, cavalli ed uomini addormentati a terra. "Suppongo che gli uomini di FitzJames lo conoscano, ma non li ho mai sentiti menzionarlo. Forse sono stranieri. Nondimeno, vorrei passare il resto della notte qui e proseguire domattina, ma non so cosa fare con loro là. Dobbiamo riposare prima dell'alba".

"Conosci nessun altro luogo dove fermarci?"

"Non per molte miglia, non isolato come questo".

"Forse potrei guidare per un po'".

"William", disse Harry esasperato, "io sono cresciuto qui, conosco questa zona per miglia. So dove nascondermi. Tu sei stato qui una sola volta, e sei malato. Troverò un posto adatto".

William aprì la bocca per discutere, quando il silenzio della notte fu rotto dal suono più dolce che poteva sperare di sentire: il pianto di un bambino.

Entrambi trasalirono, e William saltò giù con difficoltà dal carro. "È Quaid… quella è Katherine!"

"Puoi esserne certo?"

"Conosco il suo pianto", disse William, ed inciampò verso i tizzoni morenti.

Sì, là vicino al fuoco c'era la figura inconfondibile di una donna che calmava un bambino. "Katherine", disse rauco William mentre andava da lei, ed il suo viso nella luce del fuoco fu subito stupito e gioioso.

Lei si alzò in piedi nel momento in cui lui le cadde addosso e lo sostenne mentre lui la stringeva e la baciava ancora e ancora.

"William", disse semplicemente, restituendo ogni bacio. "Mio caro".

Gli uomini corsero a circondarli, esclamando e facendo domande, e presto sentì la voce di Harry che spiegava come erano arrivati qui e tutto quello che era accaduto, ma tutto ciò che lui poteva dire era: "Katherine. Katherine".