A Familiar Heart - Capitolo 1

 
Rating: NC-17
Category: MSR, AU, GPF
Disclaimer: So not mine. I doubt anyone over at 1013 would recognize this Mulder and Scully AS theirs, either. <g> 
Summary: "The Best Years of our Lives" meets "Magnificent Obessession", Mulder and Scully style.
This is in response to the Haven November Challenge, aka Guilty Pleasure Fic. The basic elements are:
fear of clowns
a voyeur
a stalker
a search
And the author can write the story as a 'guilty pleasure' fic - in other words, however the heck they want it to go, no matter how much it's been done or how taboo it is. So here's where I say my guilty pleasure is seriously AU fics. You know, the ones where Mulder and Scully are not FBI agents, most probably set back in time. I know that's not everyone's cup of tea, so bail now if you don't care for this sort of story.
And yes, I also have a thing for virginal!Scully, MT, stranded-in-the-snow nookie and dress-up dancing, preferably at weddings. *Now* do you see where I'm going with this? ;)
That said, if you're still with me, put some Old Blue Eyes, or Dino, or Rosemary Clooney in the CD player and dive into this romantic fantasy of mine.
PS - I am in no way an expert on WWII, and I've only done minimal research (so I can spend more time writing this bodice ripper). Please excuse any historical inaccuracies. However, Los Banos Internment Camp was a very real place where 12 Navy Nurse Corps nurses spent the majority of WWII as POW's. I had a fascinating time reading some of the RL accounts of survivors from the camp. And yes, I've embellished at will. :)
The URL's I stumbled across are too numerous to name, but here are a few, if you're interested:
Nurses on Bataan
http://www2.h-net.msu.edu/~minerva/archives/threads/bataan.html
Naval Historical Center
http://www.history.navy.mil/
Oral History of a WWII Naval Nurse
http://www.history.navy.mil/faqs/faq87-3b.htm
Oral History of a WWII Naval Nurse POW, Phillipines
http://www.history.navy.mil/faqs/faq87-3f.htm
Oral Histories, Corregidor
http://www.history.navy.mil/faqs/faq87-3b.htm
Combat Chronicle, 11th Airborne Division
http://www.army.mil/cmh-pg/lineage/cc/011abd.htm
The 511th Airborne Rescue at Los Banos
http://groups.msn.com/G511thAirborne/losbaosarticles.msnw

 

Los Banos Internment Camp
The Philippines
February 23, 1945

Angeli cadevano dal giallo cielo all'alba, le loro soffici e bianche ali, sembravano grassi e serici fiocchi di neve. Contro i netti, gutturali avvertimenti dei suoi compagni di prigionia, lei vagò nel cortile, guardando affascinata come i punti si ingrandivano. Erano meravigliosi. Silenziosi ed eterei, ammiccavano. Vieni più vicino, le dissero. Quindi lo fece, su gambe sottili come stecchi.

"Ferma!" la voce dietro lei soffiò, restando vigliaccamente dietro la porta incrinata della baracca.

"Scully! La buca - vuoi tornarci?" Lei non ci badò, estasiata per il modo in cui gli angeli galleggiavano verso il suolo in piccoli turbini di polvere. Nemmeno la minaccia della buca poteva fermare la sua avanzata.

Improvvisamente, l'aria divenne violenta con suoni e movimenti. Le grida delle guardie svegliarono il resto dell'accampamento, e le urla dei detenuti si mescolarono allo sferragliare delle armi.
Il caos le riempì le narici, l'acre odore del fuoco dei mortai ed il panico spinsero a muoversi le sue gambe tremanti. Andare alla staccionata, no – alla sicurezza dell'infermeria. I giapponesi non avrebbero messo a repentaglio la sicurezza dei prigionieri ammalati, vero? Si, erano stati evacuati una settimana o più fa, lasciando solo un piccolo contingente amministrativo, composto da due vecchi ed un ragazzo. Ma erano tornati senza avvertire proprio pochi giorni prima, senza dire nulla, lacerando il simulacro di stelle e strisce con occhi che scorrevano velocemente i prigionieri con odio.
La sua sfida, silente ed orgogliosa, l'aveva condotta di nuovo nella buca, mentre gli altri erano scivolati di nuovo alle capanne. Ma lei restò ferma, sicura che gli Alleati sarebbero venuti a salvarli tutti, triste per il modo in cui la bandiera americana era stata lacerata e bruciata. 
Ma ora, lei non era più così sicura. Sarebbero davvero tornati indietro solo per assicurarsi che non era rimasto altro che ceneri e corpi carbonizzati? Per liberarsi dei prigionieri come loro avevano fatto solo giorni fa con la bandiera, in una pira funebre ed ardente? Dicerie aleggiavano già da settimane riguardo un'invasione Alleata imminente. I suoni di bombardamento avevano riempito l'aria al nord. Bisbigli fra gli internati portarono storie sulla liberazione di Manila, con la loro liberazione appena dietro la collina. Ma lei era stata qui così lungo, non aveva osato dargli molto credito. Né lo facevano le altre infermiere internate a Los Banos; loro tutte erano assuefatte alla speranza ed alla eventuale salvezza dai giorni senza fine, passati a prendersi cura dei soldati feriti e dei civili. No, nessuno li stava venendo ad aiutare. Era più di * loro *, doveva esserlo. Le disposizioni del Trattato di Ginevra, (riguardanti il trattamento dei prigionieri di guerra, ndt) erano state dimenticate molto tempo fa, come un bambino che ha dimenticato e gettato via i pochi pezzi rimasti del suo vecchio Lincoln Logs (gioco di costruzione, ndt), perché non si adattano più al nuovo set migliorato .
L'Esercito giapponese non aveva più bisogno di loro, come mezzo di scambio o come aiuto medico addizionale. Ed avrebbero occultato ogni traccia delle donne senza batter ciglio, per nascondere il trattamento da queste subito negli ultimi mesi. Lei aveva sentito la settimana scorsa, da uno degli ufficiali che parlavano inglese, che Konishi aveva ordinato il massacro di un villaggio a nemmeno sessanta chilometri da questo campo – come rappresaglia per avere perso il controllo a Santo Tomas. La brillante luce della libertà era incredibilmente fioca, e l'orrore della vendetta dei loro carcerieri era veramente troppo reale. 
Il pensiero, mescolato come era con immagini di suo padre e sua madre come li aveva visti per l'ultima volta, dei suoi fratelli orgogliosi ed impettiti nella loro divisa blu della Marina militare, di sua sorella... Dio, Melissa era rimasta incinta nell'autunno del '41... tutto questo ed altro ancora prese la decisione per lei. Il recinto o la morte.
La sua magra, malnutrita sagoma inciampò molte volte, finché cadendo colpì la sporcizia con uno schizzo. 
Strisciando, rifiutò di arrendersi, sebbene il recinto ora, non fosse nulla più di una macchia. Le facce ridenti degli abitanti di campo nuotarono nel suo campo visivo.
Ishimaru, la guardia con una gamba fasciata che si era accattivato le infermiere con la sua facile protezione dalle profferte degli altri, affermando che era disonorevole violarle.
Sagi, l'unica donna filippina ammessa ad entrare, ad intervalli settimanali, per raccogliere il bucato e lasciare le scarpe lucidate.
Infine c'era Zama, il freddo, inumano capo medico che usò i soldati nemici - così come alcuni dei propri - in esperimenti di cui il suo governo non era a conoscenza; lei e gli altri erano inorriditi alle grida che provenivano ogni sera dalla baracca proibita annidata dietro al campo. Loro sapevano cosa stava facendo, ma non avevano la possibilità di intervenire. I bisbigli attraverso le fila delle guardie tremanti al suo nome... Zama, Zama.
Nessuno si frappose tra Zama ed i suoi affari, certo non le infermiere bianche. Anche se il loro sangue era contaminato da ideali capitalisti e perciò appropriato per gli esperimenti in virtù del suo minore valore, il loro status di prigioniere donne apparentemente le tenne al riparo dalla sperimentazione. A Ginevra sapevano dell'esistenza delle infermiere, le conoscevano tutte per nome. Loro furono mantenute vive al meglio ed in buona salute. Ma non aveva fermato i giapponesi dal metterla nella buca, comunque. E la buca non l'aveva fermata dal tentare di contrastare i piani di Zama ad ogni opportunità.
Ma ora, con la faccia di pietra di Zama che rideva della sua miseria, senza la speranza di tentare la fuga, lei comprese che, contaminato o no, il suo sangue capitalista avrebbe presto macchiato i mucchi di erba secca sotto il suo vestito usato. Le pistole si stavano avvicinando, non importava a chi appartenessero. Zama rise ancora, i suoi capelli grigi drizzati e le guance arrossate di sadica allegria, come una caricatura orribile di un pagliaccio incattivito. La paura le ostruì la gola; quando era bambina, lei aveva avuto paura dei pagliacci.
Maschere e parrucche, dipinte o no, nascondevano mostri. Più Zama rideva, più la paura pompava attraverso le sue vene. Con una forza nata dal terrore assoluto, si alzò in piedi, senza badare alle pallottole che sibilavano dietro alla sua testa.

"Stia giù, stia giù!" Il grido venne a lei da un luogo che non aveva sentito in più di due anni - poteva essere? Oltre il fumo, oltre il fuoco, disegnando aria fresca e casa. Lei barcollò all'apertura nel filo che sembrava schiacciato da qualcuno con un pugno di ferro. Veicoli blindati, gocciolanti acqua dalla vicina Laguna da Bay, fluivano all'interno, disgiungendo i loro ranghi per circondare gli edifici. I soldati si riversarono fuori dalle bestie di metallo, spargendosi come formiche attraverso il campo, i loro vestiti scuri ed indistinguibili tra amici o nemici. La vista fece una pausa, e lei cadde sulle ginocchia, sicura ora che questa non era un'offerta di libertà. I cancelli dell'inferno si erano aperti, rilasciando i demoni giapponesi, e lei si accovacciò, gridando e portandosi le mani al fazzoletto che aveva in testa.

Dio, lei non poteva ritornare nella buca. La sua spacconeria di poco fa scomparve al ricordo della quasi asfissia nel calore nero che la sommergeva.       

"No". La lingua di sottomissione, imparata negli anni da dirigenti aspri dedicati ad annullare ogni traccia del cane inglese, si riversò dalle sue labbra. "Teiryuu! Douzo!" Una mano annerita con fuliggine e polvere da sparo balenò di fronte alla sua faccia, e lei ansò alla sensazione di questa stretta come un morsetto sopra la sua spalla. "Svegliati! Muoviti!" la voce abbaiata era legata a quella zampa enorme, e lei gli permise di tirarla su, alzando la testa per guardare in faccia il diavolo. 

I suoi occhi erano incappucciati dall'elmo di combattimento, e la faccia rigata con vernice nera, la bocca aperta le mostrava una parte di denti bianchi. Sembrarono ringhiare, gonfiarsi in una maschera grottesca che era la cosa più paurosa lei mai aveva visto. 

"Iie! Iie!" No, no, lei gridò, certo questo pagliaccio era disposto ad assassinarla appena si fosse rimessa in piedi. 

"Andiamo, dannazione!" Lui le strattonò il   braccio, bilanciò il suo fucile per sparare, i suoi occhi rosso cupo per l'ira.

Da dietro, sentì il fuoco sollevarsi, e si torse nella manetta della sua mano, implorazioni basse sanguinavano dalle sue labbra. Ma lui rimase impassibile, tirandola verso il recinto. 

"Signora, noi siamo qui per salvarla! Chiuda con l'inferno e finisca di lottare contro di me!"

In una mente così abituata a sentire i colpi secchi e staccati della lingua giapponese, il suo leggero accento yankee impiegò tempo per penetrare. Ma lo fece, e lei si calmò, finalmente aprendo gli occhi per disperdere l'orrendo pagliaccio. Era come se il sole avesse penetrato l'oscurità della sua esistenza, spazzando via le nuvole temporalesche della prigionia. La sua faccia era definita sotto la vernice di guerra, con un mento forte ed un ancor più austero naso che tagliava nel mezzo i suoi alti, tesi zigomi. E quegli occhi... lei li aveva pensati neri, ma non lo erano. Verdi? Marroni?
Un bagliore di blu catturò il suo occhio, aggiungendo il pezzo finale del puzzle. Una pezza, che spiccava dalla manica della sua camicia di travestimento, copriva il numero '11' adorno di ali bianco neve. Lui era un angelo, dopo tutto. Spedito quaggiù dal cielo, appeso ad un pallone di seta bianca, per portarla a casa. 
Nebbiose lacrime di sollievo sfuocarono la sua vista e lei si abbassò, certa di essere nella presa  di sicurezza; ma niente di più certo del piccolo ghigno che arricciò un lato di quella bocca piena, alla fine. 

"Occhi blu", lui affermò, facendo l'occhiolino ed abbassando la voce fino a  fare le fusa. "Cosa ne pensa degli Yankee?" Baseball, mamma, torta di mele... lei li vide tutti nel suo sorriso semplice e promettente, incrociando le dita, come se lui non le avrebbe mai più permesso di andare. Le sue labbra si divisero in risposta e lei sentì per la prima volta in assoluto un sorriso rompere le sue guance arse dal sole. Il suo sorriso divenne birichino, nella minore confusione che li circondava. "Non mi dica - Lei è una fan dei Dodger. Deve essere destino." 

Lei voleva dirgli che aveva amato il baseball, e sì, "da bums" erano infatti la sua squadra favorita.
Lei voleva sollevarsi e baciare la sua faccia non rasata, quindi avvolgere le braccia attorno al suo corpo solido e permettergli di riportarla sul suolo degli Stati Uniti, all'odore di cavalli e alla sensazione dei pini tersi…
Una voce dall'altra parte del prato irruppe nell'opacità che li circondava.

"Voi due!" gridò. "Le finestre dell'ospedale! State giù!" Gli spari che erano momentaneamente morti presero ancora vigore, questa volta da dietro e alla sua sinistra. Ping, ping. Thomp - poi tonfi sordi, come una freccia che colpisce un bersaglio ricoperto di paglia .Thomp. Ping. Thomp.

"Giù, giù, giù!" tutte le voci gridavano, seguite da "Capitano! Giù!"

La faccia sorridente prima che lei congelasse per una frazione di secondo, quindi lui si piegò su di lei, proteggendola dal pericolo. Un dolore bruciante le piegò la clavicola, seguito da un colpo attutito. La mano che la teneva si strinse, quindi si allentò e lui iniziò a cadere.

"Merda", disse incredulo, mentre il fucile colpiva il suolo in una nuvola di polvere.

"No", bisbigliò lei, provando a fare del suo meglio per tenerlo sollevato. Ma lui sprofondò sotto di lei come un albero abbattuto, con gli splendidi occhi lucenti che guardavano nel vuoto. Lei andò con lui, il suo peso leggero non poteva confrontarsi con la stazza di lui.

"No!" Una sottile linea scarlatta sbocciò dal suo petto, e lei azzittì il suo timore, portando automaticamente una mano a coprire la ferita, improvvisamente lottando per ricordarsi le parole - le parole * inglesi *- per confortarlo.

"Fermo", disse soffocata, mentre con l'altra mano si strappava il fazzoletto dalla testa rasata. "R-resti disteso".

Premette la stoffa sudicia sul buco nel suo petto e si sporcò le guance con il suo sangue tergendosi le lacrime.

Un'ultima parola venne da lui, con stupore, come il suo sguardo fisso sui suoi capelli luminosi e penosamente corti. "Rossi". 

Il mondo intero ora era rosso, lei pensò. Il foro del proiettile era chiuso e le sue mani  galleggiavano nel mare del suo sangue. Scrollò via le altre mani che la allontanavano. "No!"

"Signora, lo lasci andare".

"No!" "Lasci spazio, signora, c'è il medico". 

Le parole morbide filtrarono in lei, che capì che tutto ora era silenzioso. Gli Americani avevano ora il controllo dell'accampamento; le loro pistole erano quasi tutte silenziose, tranne residui colpi solitari rimanenti nelle ombre. Era tempo di andare. Con un ultimo sguardo all'uomo che giaceva alle sue ginocchia, lasciò che il medico prendesse il controllo, sapendo che la ferita era molto probabilmente mortale.
Aveva visto abbastanza miseria e morte per saperle riconoscerle. Il suo eroe, il suo salvatore, era morto.
Un turbine di soldati la circondò, le loro pistole estratte contro la possibile minaccia.
Quello che l'aveva tirata via le parlò in toni bassi e smorzati.

"Signora? Potete dirmi chi siete? Signora?" Guardò il medico caricarlo su una barella; e mentre si affrettava con lui verso un camion che attendeva oltre la recinzione, ritrovò la sua voce. Una normale voce americana.

"Scully".

Fu tutto quello che riuscì a fare uscire dal grumo di tristezza che aveva in gola. Ma il soldato, ovviamente ben addestrato nel suo compito, sorridendo, aggiunse i particolari egli stesso.

"Tenente Dana Scully, Corpo delle infermiere della marina". La sua mano destra scattò in alto, mentre si raddrizzava per salutarla. "Sergente John Franklin, Undicesima Divisione paracadutisti. C'è un Amtrac che l'aspetta, signora. Dobbiamo affrettarci". Le offrì una mano forte e salda e lei la prese, camminando accanto a lui verso il veicolo anfibio che aveva attraversato il lago oltre la recinzione.

Guardò indietro soltanto una volta, vedendo il camion che trasportava il suo eroe morto, sparire in tutta quella fumosa luce solare. Un fresco flusso di lacrime le invase gli occhi; abbassò la sua testa, non desiderando che il sergente la vedesse piangere.
Fu grata che lui non avesse detto niente, quando il veicolo sbandò nel muoversi. 
Casa. Stava andando a casa.

 

End Chapter One