A Familiar Heart - Capitolo 4

 

Lei battè le palpebre, all’improvvisa animosità di lui, la sua mente si rifiutava di credere che egli potesse essere così rude.
Si, lei si era introdotta lì.
E l’ultima cosa che ricordava, prima di allora, era il volto di lui, accigliato, sulla porta.
Ma ora era qualcosa di diverso, e lei si domandò se fosse piombata in qualcosa di + pericoloso della potenziale ipotermia dovuta alla tempesta di neve.  
Scosse la testa x chiarire il resto dei pensieri, e gli domandò.

-Mi scusi?- 

Senza toglierle gli occhi di dosso, egli, con attenzione, prese il globo trasparente della lanterna e ne aumentò la fiamma, fin quando l’intera stanza nn fu colma di luce.
Stavolta, quando egli parlò, fu in perfetto, lento linguaggio inglese.

-Mi hai sentito, piccola. Caffè, tè, o me?- 

Buon dio, era lui. Il suo eroe! Quello che aveva rischiato tutto x salvarla a Los Banos.
Ma quello era morto, doveva ‘esser’ morto. La ferita era stata mortale, lei lo aveva compreso appena aveva messo la mano sul fiotto di sangue che ne fuoriusciva. Certamente, coperto da tintura x mimetizzazione, il volto di lui nn le era completamente noto. Ma lei avrebbe riconosciuto quella voce dappertutto.
Lei ne aveva sognato al riguardo, indugiandovi. Volendo che le carezzasse le orecchie ancora, da quando l’aveva udita la prima volta e unica.  

-Sei tu, - sussurrò lei, con le lacrime agli occhi.  

A questa affermazione dolce, gli occhi di lui si oscurarono in cupe pozze di passione profonda.
Essi la bruciavano dove la fissavano, lasciandole lente pressioni di desiderio sulla pelle, sul volto.
Egli nn era indifferente a lei e gli piaceva dimostrarglielo.  

-Sei sicura, tesoro?- ribadì lui, - ti preparo un corposo ‘rimetti-in-piedi’... oppure apprezzeresti qualcosa di + forte della caffeina?- 

Oh, Dio. Egli aveva frainteso la sua replica, e nn in modo carino, veramente. Piazzato sulla sedia a dondolo, con i jeans indecentemente stretti, lei nn potè evitare di notare la sua mascolinità. Ed appena lei risollevò gli occhi, si sentì andare in fiamme il viso.
Specialmente quando egli ridacchiò, senza gioia.  

-Forse ti permetterò un assaggio delle bontà, piccola. Ma dopo che avrai sputato il rospo. - 

Xkè era così arrogante, così aggressivo con lei?
A meno che egli nn si ricordasse di lei x niente, solo così allora quel comportamento avrebbe avuto senso.
Dopo tutto, si erano incontrati solo una volta, ed erano nel mezzo di una battaglia.
Egli nn poteva aspettarsi di ricordare ogni piccola scarnita rossa del POW. Ma lei doveva provare a fargli ricordare.  

-No, ti stai sbagliando. Io... Io ti ho incontrato prima. Le Filippine. - 

-Luzon? Una delle puttane di Chang?- 

-Cosa?- 

-Scusa se ho infranto la tua bolla di sapone, ma dovrei ricordarmi di aver scopato una come te. - 

A tale profanità, lei sbiancò, ma tenne duro, determinata ad arrivare a lui.

-Tu mi hai salvato, sei stato il mio eroe. - 

Egli rise, con suono aspro e graffiante, facendo balenare i denti bianchi.  

-Quindi ‘davvero’mi hai confuso con qualcun’ altro, dolcezza. Una cosa che nn sono è proprio un eroe. - 

Era forse possibile che egli soffrisse di choc post-traumatico, bloccandosi oltre i ricordi della ferita occorsagli e dell’orrore della guerra.
Lei conosceva la sindrome xkè ne aveva visti diversi in Oak Knoll, avendo poi personalmente vissuto attraverso una sorta di sentimento simile, quello di nn potersi aiutare da sola.
Il modo in cui salti quando un'auto è in fiamme, le volte che mangi un pasto come se stessi realmente morendo di fame, l’intensa, improvvisa sfiducia verso gli sconosciuti, come se nn fossi capace di camminare in mezzo alla folla ancora una volta.
Lei poteva totalmente comprendere xkè egli sembrava essersi rintanato in quel capanno, pistola al fianco. Controllando e attendendo, destato ad ogni minimo rumore. Lei doveva procedere con cautela, dall’espressione di lui accigliata, alla pistola che stringeva in mano, il suo intero comportamento urlava che egli era pronto a reagire in un istante.
Lei poteva farsi uccidere in un battito di cuore.
Allora lei ricominciò, lentamente, cercando di smorzare il tono della conversazione.

-Grazie, mister…. ?- 

Uno sbuffo uscì dal grosso naso di lui ed egli piegò le labbra.

-Lasciami indovinare... Per salvarti la vita? Giusto? E tu sai dannatamente bene come mi chiamo! - 

Questa risposta nn aveva alcun senso. Essi nn conoscevano i loro nomi rispettivamente. Lì nn c’era stato il tempo nemmeno di respirare...  

-La domanda migliore è... quale è il tuo, di nome?- 

Sotto la lenta frase, c’era un freddo, ghiacciato strato di minaccia.
Lei si strinse alle coperte, ma era determinata a tenergli testa.

-Scu... -cominciò lei, poi pensò fosse peggio usare il nominativo usato in servizio, dove qualcuno è solo un cognome su una targhetta.

-Dana. Il mio nome è Dana. - il nome sarebbe andato bene, pensò lei. Molti termini + familiari cadono negli indirizzi militari, dove la guerra era l’ultima cosa cui loro potessero pensare al momento.

O comunque nei confini di quel capanno.  

-Dana, -mormorò lui piano, tirando fuori il nome una seconda volta, prima di aggiungere, -Carino. Proprio come te. Ho quasi sperato di averti incontrata a Luzon. -

Improvvisamente, come se egli si fosse accorto di chissà quale errore, strinse le labbra.

-Dove è Chang?- 

-Chi?- 

-Il tuo capo, Yui Kwok Chang. Dove stà? Aspetta in strada il tuo segnale?- egli si infilò la mano nella tasca della camicia e ne estrasse una fialetta marrone.

-Cosa è questa? Una specie di oppio + fine, forse mischiato con un po’ di cianuro? Supponevi di fare il lavoro da sola o solo tramortirmi x la gioia seguente di Chang?- 

-Cosa? Io nn so di cosa parli!-

Egli si esprimeva in indovinelli.

E sembrava che le andasse incontro nel proprio proposito: la polvere di tiamina che lei si era portata dietro era un farmaco combatti-fatica, ambrato alla luce della lampada.

-Guardi, la mia auto è forse a un quarto di miglio a ovest di qui, sull’autostrada. Sono uscita dalla strada e ho visto il suo capanno. Ho solo bisogno di un passaggio fino a Piedmont. - 

-Oh, ma dai, dolcezza.- egli si alzò in piedi, la sedia a dondolo sbattè x la sua spinta arrabbiata all’indietro.

Dio, egli era + alto di quanto lei ricordasse: alto, bello e impossibilmente, irrevocabilmente…. pazzo.  

-Dove è il tuo ID?- 

-Il mio ID?- 

-See, lasciami vedere qualche documento di identificazione. - 

-La mia borsa... - 

-Prova ancora. - 

Dannazione. Lei si ricordava di aver messo la patente nel cruscotto dell’auto, prima di entrare in casa; aveva imparato a portare il meno possibile nella borsa, specialmente da quando viaggiava da sola.
Denaro, documenti, ID, tutto rimasto in auto.  

-Non ti ricordi dove l’hai messo, - chiese lui sprezzante, - Oppure nn ti ricordi che nome hai stavolta, dolcezza?- 

Il tono di lui era infuriato e lei rispose a tono.

-Non chiamarmi dolcezza, idiota!-

Lei chiuse gli occhi contro l’improvviso flusso di dolore nella propria testa, istantaneamente rimpiangendo lo slancio.  

-Piccola, tra un minuto chiamerò l’FBI, se nn cominci a parlare. - 

Dolore o no, lei riaprì gli occhi.

-Chiamami piccola ancora una volta e ti spaccherò il naso con quella pistola. -

Va bene, allora le donne nn sono addestrate al combattimento fisico, ma lei aveva dei fratelli.
Sapeva dare pugni, anche se lui era il doppio di lei.
E la paura di lei aveva dato spazio alla rabbia, tanto da poterlo prendere a calci nel didietro, x ridargli la sanità mentale.  
La sorpresa impertinente alle invettive di lei gli fecero sollevare un sopraciglio, ma egli rimase comunque in controllo, attenuando la voce in un fare le fusa minaccioso.

-Va bene, ’Dana’. E’ ora di finirla di scherzare. Dimmi dove è Chang, altrimenti ti ritroverai al freddo... con un buco proprio tra i tuoi begli occhioni blu. -  

Qualcosa nel modo in cui lui l’aveva avvertita le suggerì che egli nn era serio, riguardo al fatto di ucciderla.
Dopo tutto, egli poteva già averlo fatto, lasciandola all’esterno, invece di avvolgerla nel caldo.
Egli aveva bisogno di sapere dove fosse questo ‘Chang’, e nn sarebbero bastate un sacco di spiegazioni da parte sua, x fargli credere che lei fosse legittimamente in difficoltà.
La instabilità mentale che arriva dalle battaglie a volte dura mesi; non era difficile arguire che fosse un uomo tormentato da ricordi che nn lo lasciavano in pace.

-Non so dove sia costui, - era la verità, e lei lo vide reagire con accortezza, avvicinandosi.  

-Non mentire con me, Dana. - 

-Non stò mentendo. X favore, mi vuoi ascoltare? - improvvisamente un pensiero la aiutò, - Va fuori, cerca la mia auto. Le chiavi sono nella tasca del mio cappotto. Altrimenti posso andarci io. -lei si guardò intorno, accorgendosi che il proprio cappotto e sciarpa erano appesi ad una sedia accanto il camino,

-I miei vestiti... - 

-Scordatelo. Non te ne andrai fin quando lo dirò io. E se pensi che mi incamminerò fuori di qui, stanotte, sei pazza. - egli si reinfilò la fiala in tasca, ondeggiando verso di lei con la pistola.

-Alzati. - 

-Per cosa?- 

-Debbo legarti alla sedia. - 

La paura le balenò dentro.

-No. -lei aveva giurato che nn si sarebbe mai + sottomessa a nessuna forma di imprigionamento, di nuovo, e l’ordine di lui le aveva fatto saltare l’ultimo nervo sano.

-Non andrò da nessuna parte, lo giuro. - 

-Ho detto’ alzati’... Dana, fallo. - 

-NO!-lei indietreggiò verso la parte + lontana del letto, ma il peso delle coperte le lavorò contro, ed egli la catturò in un attimo, prendendola dalla caviglia dolorante. Lei soffiò di dolore e si voltò verso di lui, scalciando x quanto potesse.

Ma la mera presa di lui, il dolore alla gamba e alla testa furono troppo.
In mezzo minuto, lei si ritrovò legata alla sedia, come un condannato che aspetti l’esecuzione.
Egli se ne era andato, da qualche parte dietro di lei, e la sua voce le arrivò oltre le spalle, quando il primo brivido iniziò.  

-Jerry? Sono Mulder. Torna indietro. - 

La testa di lei iniziò a vacillare, lei riconobbe l’inizio di una crisi con cuore sofferto.
Ogni segno che lei aveva contratto con la febbre beriberi, dopo che l’avevano dimessa, solo una buona dieta, e l’aiuto della tiamina, avevano gradualmente portato a termine la malattia.
Ma era stato durante il suo incarico alle Hawaii che aveva cominciato a fare esperienza di crisi di insanità mentale. I medici avevano esitato a chiamarle ‘crisi’, e nn c’era nulla di fisicamente sbagliato in lei. Ma gli attacchi erano rimasti gli stessi, soprattutto in periodi di forte stress. Lei ormai odiava ogni forma di costrizione, anche il cappotto e la sciarpa sembravano soffocarla, a volte.
Ecco xkè nn li indossava in auto, e mettendoli solo se fosse necessario. E ora egli l’aveva legata. Lei avvertì la bile sbraitante arrivarle in gola, e cercò di avvertirlo.

-Ti prego! Non capisci! Non posso rimanere così!-lottando contro i nodi, la voce di lei si sollevò in un lamento, - Ti prego, lasciami andare!- 

Il suo medico l’aveva avvertita che le crisi sarebbero sparite gradualmente, e davvero non ne aveva avute x un mese e +.
Questa sembrava promettere il peggio.
Il suo collo ondeggiò, le sue braccia e gambe si tesero contro i legacci. Aveva bisogno di liberarsi, ma loro avrebbero riso ancora di lei, con i loro occhi a mandorla e i comandi gutturali. La botola di legno chiusa sulla buca, la intrappola in una oscurità sozza. Le sue narici si tendono, forzando aria all’esterno. Non può respirare, lei nn può respirare...

-Vi prego... -

Il suo cervello, cullato da sinapsi fallite, forma la preghiera familiare.

-Douzo.. - 

-Si, Mulder, ci sono. - 

-Ascolta Jerry. Fammi un favore. - 

-Certo, dimmi cosa. - 

-C’è forse un’auto alla fine del mio sentiero, con un guasto. Rimorchiala x me in paese, puoi?- 

-Cosa fatta, amico. Sono in marcia. Il proprietario?- 

-La proprietaria è... uh, starà da me x un po’. Ok?- 

Una risatina di allusione arrivò sulla linea della radio.  

-Ahh, Mulder. Qualcos’altro?- 

-No, grazie. - 

La radio gracchiò, portando lei all’orlo.
L’uomo chiamato Mulder la ignorava, così lei cominciò ad ondulare sulla sedia, battendo le spalle contro l’immaginaria botola che bloccava il sole fuori.
Fuori, doveva andarsene fuori. In un attimo, lei cadde sul pavimento, battendo i denti.

-Merda! Che diavolo... - 

Egli era accanto a lei, in ginocchio, le mani di lui le tenevano la testa.  

-Lasciami andare, -cercò di urlargli contro lei.  

Con una faccia incredula, egli le chiese.

-Cosa diavolo hai? Sei malata?- 

Lei annuì, permettendosi di chiudere gli occhi. Appena x scorgere egli stagliarsi su di lei e sulla sua nausea incipiente.

-T.. Ti prego.. nn posso respirare... - 

Le uscirono lacrime dagli occhi, lentamente spillando dalle palpebre.
Lei udì una bestemmia soffocata, poi lo percepì aprire i nodi. Sembrò metterci una eternità, come quando lei ascoltava cadere le catene della botola della buca.
Egli nn fu veloce abbastanza, lei lottò ancora, perdendo la presa sulla sanità mentale. Parolacce mormorate le riempirono le orecchie e lei urlò al suo salvatore, x ‘lui’.
Nei suoi recenti incubi, egli arrivava sempre, atterrando come l’angelo che era, salvandola dalla morsa del terrore.  
La voce, ancora una volta maledicendo, spregevole, mutò, divenendo confortante.  

-Shh. …Ho fatto, Ti tengo. Stò x liberarti. - 

Quasi immediatamente, i tremiti di lei si calmarono. Pochi minuti + tardi, lei poté aprire gli occhi, era lui.
Grazie a Dio, era lui. Lei si alzò seduta, il corpo improvvisamente troppo caldo, si accucciò tra le sue braccia in attesa.

-Dio, grazie a te, -sussurrò lei, seppellendo il volto nel leggero battito di vita nel collo di lui.

Egli si drizzò sotto il tocco di lei, ma lei nn gli permise di lasciarla, come aveva fatto prima.
Stavolta, l’avrebbe tenuto stretto.  

-No, nn lasciarmi, - mormorò lei, con le braccia intorno alla vita di lui.  

Lei sapeva che la mente di lui stava andando oltre, ma se egli l’avesse spinta via, egli sarebbe potuto morire, come quella volta.
Lei doveva pensare qualcosa di veloce, 'qualsiasi cosa' da dirgli.
Le mani di lei si appesero in pugni alla sua camicia, e le sue labbra si aprirono sulla pelle nn rasata di lui.
X un secondo, egli esitò, poi lei percepì le mani di lui sollevarsi e prenderle la testa portandola a sé.  
Il bacio fu così bello... Egli sapeva di caffè e odorava di esterno, di libertà. La bocca di lui si aprì sulla sua e la lingua di lui si addentrò in lei.
Si, considerò lei, lasciatelo arrivare fino all’anima. Lei poteva trattenerlo, allontanando il diavolo dalla propria anima sotto il dolce tocco di lui.  
Lei soccombeva volontariamente, sentendolo prenderla oltre ogni secondo che trascorreva.

xxx 

Tutto ciò è insano, pensò lui, immergendosi ancora + profondamente nei dolci recessi della sua bocca con la lingua.
Quella donna, quella donna morbida, che ricambiava, era probabilmente una operativa che lavorava x uno dei + feroci boss dell’Asia.
E nn importava se la scena cui egli era testimone potesse esser falsata, egli aveva veduto il terrore evidente negli occhi di lei, ascoltatolo nella tremante voce.
Un sacco di donne che lavoravano x Chang avevano fatto lo stesso, ma solo x la minaccia che poteva derivare x il loro rifiuto a collaborare.
Le loro famiglie torturate, loro stesse picchiate, in sottomissione, nn avevano scelta se nn tra la prostituzione o l’omicidio su commissione.  
Ma quella era diversa, egli lo sapeva adesso.
Quella nn lottava x la vita sotto il pollice verso di Chang, x cadere come vittima della veloce retribuzione di costui, o, se fosse divenuto + spietato, senza un oncia di pietà nelle parole e nelle azioni. Lei era altro, lei aveva preso la strada a quel punto come una seduttrice con poca esperienza. Dolce nel corpo e nella voce, richiamando la propria preghiera nell’unico errore che avrebbe potuto costare la vita ad entrambi. Egli se ne era accorto, e similmente comprese che nn importava. Lui la desiderava. Poteva rimanere all’erta, e conciliare una soluzione con lei quando avessero finito. Ma nulla lo avrebbe fermato dall’averla.
Lì, in quell’istante.  
Lei gemette quando le mani di lui le si insinuarono sotto la felpa.
Egli, con lavoro veloce, giunse alla chiusura del reggiseno, rilasciandole i seni, x pizzicarli con le dita.
Agitandosi, lei ansimò nella bocca di lui al suo rude armeggiare, ma nn era x paura.
No, lei si lasciò andare, la carne sotto il pollice di lui cominciò a rivelare l’eccitazione di lei.
Egli giocò solo x un momento così, prima di abbassarla sul pavimento, liberandola dal bacio, x fissarla in viso.  
Con gli occhi persi nell’eccitazione, lei appariva semi drogata, cosciente di andare oltre.
Si leccò le labbra, guardandogli la bocca, che si abbassò a coprirle la propria ancora una volta.
Irrequieta, lei era irrequieta sotto di lui… Egli le catturò entrambi i polsi con una mano sola, portandoglieli sopra la testa, nel tentativo di tenerla ferma.
Con l’altra mano, egli raggiunse l’orlo della felpa di lei, sollevandola.  
Alla luce della lampada, i due gemelli di carne arrotondata apparvero ed egli abbassò la bocca, stuzzicando con il naso la soffice valle tra essi.
Lei si arcuò sotto di lui, premendosi contro le sue carezze. Il caldo odore di pelle femminile gli riempì le narici, ed egli inalò profondamente, rilasciandosi all’odore del sesso.
Era passato troppo tempo, e la freddezza dell’aria invernale che indugiava su di lei, gli spalancò la risposta sensoriale, facendolo sentire vivo.
Egli doveva assaggiarla... E lo fece, avidamente, succhiando un capezzolo sporgente, il lisciare della lingua di lui, cercava il latte e il miele dal corpo di lei.  
La risposta di lei fu immediata, egli iniziò ad ascoltare i gemiti di lei farsi + lenti e intensi.
Sotto di lui, i fianchi di lei circuivano i suoi, le gambe di lei si aprirono in arresa. Era incredibile, ma sembrava che lei dimostrasse la stessa astinenza lunga come la sua. La reazione di lei era evidente... la comprensione lo attraversò ed egli nn perse tempo a dare ad entrambi ciò che entrambi desideravano.  
Lei si dimenò in protesta, quando egli sollevò la testa, ma egli si affrettò a placarla.

-Va bene, va bene... -

Egli premette un bacio alla impazienza febbrile che le marchiava la fronte, e si sollevò da lei, quel poco x raggiungere la zip del proprio jeans.  
Sorridendo malevolo al rumore metallico della zip, che raspò contro l’erezione, egli bestemmiò sottovoce, sentendosi come un adolescente con la prima donna della sua vita.
Dopo un momento di incespicamenti, egli decise di lasciarle andare le mani, troppo impegnato nel desiderio x preoccuparsi che lei potesse fargli qualcosa.
Lei immediatamente si aggrappò con le braccia attorno a lui, ed egli si dimemò alla sensazione delle sue dita fredde, che gli scivolavano sotto il jeans…E al calore scaldante della bocca di lei che si chiudeva sulla propria. Mani libere ora, egli si fece scivolare in giù jeans e boxer insieme abbastanza x permettere al suo pene di liberarsi, la pistola nella tasca battè contro il pavimento.  
Egli appena registrò la perdita, sapendo bene che gli sarebbe rimasta comunque vicina.
E nn poteva fermarsi, egli voleva lei.
Doveva averla ora.
A dispetto del fascino di lei, egli prima nn aveva mai permesso ad una donna di ipnotizzarlo, facendogli perdere ogni discernimento di ciò che lo circondava, e nn avrebbe iniziato in quel momento a farlo.
Una mano corse a trattenerla alla giuntura delle scapole, x intrappolarla tra sé e il pavimento.
L’altra mano libera le strappò le mutandine, e lei si arcuò di nuovo sotto di lui, sottraendogli la bocca, x sussurrare.

-Sssiii…- 

Quell’unica parola incitò il suo eccitamento a proporzioni dolorose.
Con l’ultima fetta di pazienza rimastagli, egli si sbarazzò dei pezzi di seta e si immerse con un dito in lei.
Lei sussultò, dondolando la testa da lato a lato.
Gli umori di lei resero il suo dito scivoloso, ed egli grugnì alla prontezza di lei, ritirando la mano.
Dopo un paio di tentativi falliti, egli, finalmente, si fissò in lei e colpì in lei, bloccandosi alla stretta presa delle pareti del suo sesso.
Lei si aggrappò a lui, come una morsa, ed egli realizzò che nn sarebbe durato a lungo, specialmente x il modo in cui lei si dimenava sotto.

-Stà ferma... Dio, rimani ferma, -gemette lui, i suoi fianchi cominciarono a muoversi e la sua bocca soffocò le urla di lei.  

Era bellissimo, così bello…

 

End chapter  4