A Familiar Heart - Capitolo 6

 

Annapolis, Maryland
December 24, 1945
 

"Dana? Potresti mescolare questo per me, per favore?"

Fissando fuori dalla finestra sopra il lavello della cucina, Dana a malapena registrò la richiesta della madre.
Affascinata dalla neve che cadeva fuori, la sua mente vagò all'indietro ad una simile scena due giorni prima nel selvaggio Utah.  
Come la neve, lei pensò che si sarebbe lasciata alle spalle quanto le era accaduto 
Ma solo stamattina, la neve *e* i ricordi l'avevano imprigionata. Svegliandosi da un sonno esausto di dodici ore, la prima cosa che aveva riportato alla mente fu il suo viso. Come uno spettro che non voleva lasciarla sola, egli le dava la caccia. Si sarebbe mai liberata di lui? "Dana?"
Vicina, la voce di sua madre la fece trasalire. Lasciò cadere la tazzina da caffè che teneva in mano, e questa si frantumò nel lavello di ceramica. "Dio, mi dispiace, mamma" lei disse, affrettandosi a raccogliere i cocci.

Maggie le fermò la mano, andando in suo aiuto con un sorriso. "Va tutto bene, tesoro" disse dolcemente, scostando le mani tremanti di Dana.

"Li raccoglierò io. Sei solamente arrivata tardi ieri sera, lo sai. Sono certa che sei ancora stanca".

Stanca era un concetto sottostimato.
Aveva guidato praticamente senza soste, finalmente lasciandosi alle spalle la tormenta di neve, potendo così mantenere una buona velocità.
Per tutto il tempo aveva cercato nello specchietto retrovisore tracce di qualcuno che la seguiva, fu un viaggio straziante.
Era arrivata durante la cena ed era immediatamente caduta tra le braccia di sua madre, mentre le lacrime sorgevano senza essere state invitate, nella sicurezza di un abbraccio amorevole.
Non era il tipo che cede allo sconforto, e fu grata che i suoi genitori non avessero commentato, pensando che la sua svista emozionale fosse prodotta dal suo confino a Los Banos.
Non sapevano che si sentiva come se il suo mondo fosse stato capovolto, e che questo non aveva niente a che fare con nessun residuo turbamento riguardo l'avere trascorso la guerra come prigioniera.

"Eccomi" disse, pensando che fosse una bugia. I suoi nervi erano ancora al limite, ed il riposo che aveva avuto la notte scorsa, mentre si prendeva cura della sua stanchezza, era stato senza pace.

Ed avere girovagato per la casa stamattina sotto gli occhi vigili dei suoi genitori non l'aveva aiutata.
Si aspettava che sua madre le suggerisse di affidarsi ad uno psichiatra in ogni momento; tutto in modo furbo, certo. Una Scully non avrebbe mai bisogno di una casa di cura, forse un ritiro spirituale?
Non c'era nulla che un po' di tempo passato con il Signore non potesse curare. 
Guardò sua madre ripulire la confusione nel lavello, e si sentì all'istante in colpa per i suoi pensieri. 
Sua madre era davvero una donna perfetta, tipica per quei tempi.
Amorevole, religiosa, rispettabile...
Ma legata alla volontà di suo marito ed alle dottrine della sua chiesa senza questioni. Dana aveva creduto anche lei che questo fosse l'unico modo possibile - ma ora, lei sapeva che ogni strada che avrebbe percorso, sarebbe stato come compagna, non come serva. 
Aveva vissuto troppe situazioni per non valutare la sua libertà ed il suo valore, come essere umano con una propria coscienza. 

"Mamma? Lascia fare a me". Di nuovo calma, provò a rientrare nel "cucinare la cena della vigilia di Natale", sapendo che la semplice incombenza di battere ed assalire pentole e padelle con un cucchiaio poteva solo aiutarla ad alleviare la sua tensione.  

Maggie le rivolse un piccolo sorriso: "Ho quasi fatto. Vorresti mescolare le patate, cara? Non vorrei che si attaccassero".

"Certo". Veramente, era proprio la distrazione che le serviva. Ci si immerse completamente. L'improvviso silenzio in cucina la spronò a chiedere: "Quando tornerà Charlie?"  

"Probabilmente stasera".

Sua madre proseguì, e Dana ascoltò con metà orecchio i fatti che già conosceva. Ma era bello risentirli, avere il piacevole ronzio della voce di sua madre che la manteneva impegnata mentre si occupava delle patate.
Charlie, suo fratello più giovane di lei di due anni, avrebbe sposato la sua amica Ellen la vigilia di capodanno. Era davvero meraviglioso, che la ragazza che era cresciuta con lei, che aveva frequentato le scuole superiori ed il college con lei, avesse catturato lo sguardo di quel suo fratello vagabondo.
Ellen si era finalmente arresa al "bambino" quando lui si era diplomato alla scuola superiore. La guerra aveva messo un freno alla loro relazione, ma non era stato importante. 
Dal loro primo appuntamento, era ovvio che erano innamorati. Ellen aveva pazientemente lavorato sul fronte interno mentre Charlie aveva trascorso la guerra ad Honolulu, con la mente acuta impegnata dalla Marina nell'attività di spionaggio.
Dopo il suo ritorno a maggio fece la sua proposta. Dana sarebbe stata la damigella di Ellen; aveva accettato l'incarico con gioia, pensando che non vedeva l'ora di partecipare al matrimonio in taffettà e tacchi alti. 
Bill, suo fratello maggiore, non sarebbe arrivato che più tardi in settimana. Con sua moglie Tara ed i loro due bambini, stava trascorrendo il Natale dai genitori di lei nel Maine. 
Melissa... Dio, non poteva aspettare a vedere sua sorella. Pensava che la loro riunione sarebbe stata un abbinamento di dolce e amaro - il marito di Melissa era morto in Normandia lo scorso giugno. Rob era stato il suo compagno perfetto in ogni modo, pieno di risa e di spirito. 
Sua madre aveva mantenuto il riserbo riguardo la morte del genero, ma stamattina presto, Dana l'aveva chiesto a suo padre. E suo padre, nel suo particolare modo zoppicante, le aveva raccontato la storia di come Melissa era rimasta devastata.  
Ma, nel suo abituale modo-Scully, lei si era risollevata ed aveva continuato a vivere, per se stessa e per i suoi bambini. Continuava a vivere nella sua casa a pochi isolati di distanza, lei ed i ragazzi sarebbero calati dai genitori per la tradizionale cena della vigilia di Natale, per poi passare il giorno seguente a casa. 
Era una festa pittoresca, sembrava uscita dall'Harper's Bazaar. Il profumo delle pentole di arrosto nella cucina, il leggero aroma dei sigari di suo padre che si diffonde dallo studio, il pino scozzese decorato nella finestra del soggiorno, l'anticipazione di vedere di nuovo famiglia ed amici, dopo essere stata via così a lungo. Lei fece voti perché le fosse permesso di goderselo tutto. La sua vita era cambiata, ma una cosa rimaneva la stessa - l'amore che condivideva con la sua famiglia. 
Tra la radiocronaca di sua madre, un paio di mani circondò la vita di Dana e lei saltò, mentre il cucchiaio che teneva, batteva metallico contro il lato della pentola.

"Spiacente, spiritello. Non volevo spaventarti".

Le parole erano allegre ma sincere, mormorate nel suo orecchio.

"Charlie!" Girandosi, lei si lanciò nel suo abbraccio. Lui si sentì così solido, così enorme, un grande, amabile orso di fratello. Bill era stato distante come suo papà, ma Charlie era il suo amico.  

"Quando sei arrivato?"

Lui si allontanò, il suo sorriso raggiante, così bello nel suo abito civile da toglierle il fiato.
Simile a lei nei tratti, i suoi occhi blu ed i capelli rossi hanno fatto si che più persone si fossero chieste se loro erano gemelli.

"Veramente, sono arrivato a tarda notte. Ho detto a mamma che avrei voluto farti una sorpresa. Sono stato da Ellen tutto il giorno."  

Dana rimproverò Maggie con uno sguardo fisso. Sua madre scrollò le spalle, con uno scintillio malizioso negli occhi.

Lei li spinse da parte entrambi, dicendo, "Ispezione. Dì a tuo padre che la cena sarà pronta in circa mezz'ora, prepara la tavola, va bene?"

Sua madre, per tutto il suo orgoglio ed i tentativi di esercitare il controllo sui suoi bambini, sapeva che Dana e Charlie erano vicini. Ancora più vicini che le due sorelle.
Dana rivolse a sua madre un sorriso grato e spinse Charlie fuori dalla cucina.

"Dai a papà le notizie, poi torna".

Si spostò all'armadietto delle porcellane ammiccando. 

"Papà!" Charlie gridò, senza muoversi di un millimetro.

"Cena in mezz'ora, va bene?" Lui restituì l'ammiccamento di Dana.

"Roger", suo padre gridò di rimando. Le labbra di Dana si contrassero, ma sopra un sogghigno.

"Non è quello che intendevo. La mamma odia che si gridi in casa, lo sai"

"Nel caso tu non l'abbia notato, spiritello - la mamma è cambiata. Io penso che la casa sia stata troppo tranquilla, secondo lei, in questi ultimi anni"

I suoi occhi si restrinsero. "Ti sono ricresciuti i capelli, huh? Belli".

Lei toccò consapevolmente la zazzera lunga fino al mento, lieta che Charlie non avesse elaborato. "Sì. Io penso che la mamma avesse l'impressione che mi sarei presentata calva al matrimonio".

"Dana, la mamma non ci avrebbe badato", lui bisbigliò, spostandosi accanto a lei.  

"Io ti dico, lei è una persona diversa. La guerra fa questo alle persone." Lei non lo sapeva. Abbassando il mento, lei tentò di nascondere il debole tremore delle labbra al fratello. Lui era sempre percettivo verso i suoi sentimenti, e lei non voleva rovinare il momento più luminoso nella sua vita ed in quella di Ellen con una triste litania dei suoi guai. Fortunatamente, lui non diede seguito a quel silenzio improvviso, avvolgendo invece un braccio attorno alle sue spalle per darle una stretta.

"Dovresti ingrassare di +, comunque. Sembra che tu possa volare via con un vento rigido, spiritello." 

Solo Charlie sapeva davvero quello che aveva sofferto a Los Banos. La sua fu la prima faccia che vide dopo il trasferimento ad Honolulu. Un'ombra di rabbia passò sui suoi occhi ai capelli rasati, ma lui sapeva che era stato necessario a causa dell'infestazione di pidocchi nel campo. Senza parole, lui l'aveva avviluppata nel suo abbraccio e l'aveva lasciata piangere. Con la sua posizione nella Naval Intelligence che gli permetteva qualche deviazione, l'aveva tenuta via dai media per la breve settimana che lei aveva passato alle Hawaii. Al sicuro nel suo posto sulla spiaggia, lei gli aveva raccontato gli orrori dell'internamento. Stava guarendo come non avrebbe potuto con il Programma di guarigione  
Lei l'aveva fatto promettere che non avrebbe detto mai al resto della famiglia come fosse stato brutto; come sempre lui accennò appena col capo, e l'aiutò ad andare avanti. Charlie l'aveva trattata sempre come una persona e non come una donna indifesa, amandola semplicemente per quello che era e non per chi la società si aspettava che fosse. Lei si chiese cosa avrebbe detto lui se gli avesse raccontato di quelle poche ore in Utah. Sarebbe stato così comprensivo, l'avrebbe perdonata, se lei gli avesse detto come era inciampata nel sesso con un pazzo conclamato? 
Non era stato stupro, ma lei dubitò che Charlie l'avrebbe visto così.
Lei aveva davvero bisogno di parlare di lui con qualcuno, di assolversi in qualche modo dalla colpa superflua che l'affliggeva. Lei sapeva di non doversi sentire colpevole, nonostante quello che le chiedeva la sua educazione cattolica. Era una sorta di liberazione per lei, con un uomo che la sua mente ottenebrata aveva designato come salvatore. E non importa come era finita, lei ancora non poteva sfuggire il senso innegabile di pace e l'unicità che aveva sentito nell'incontro.
Dio - e se lei fosse incinta? Allora avrebbe *dovuto* dirlo a qualcuno. Non ai suoi genitori, certamente. Non finché non fosse stato necessario. E Charlie probabilmente si sarebbe comportato come un macho alla rivelazione; avrebbe gettato dalla finestra il trattamento da pari che le aveva riservato finora, come avrebbe insistito che lei gli lasciasse sistemare il tizio. No, per quanto avesse bisogno di parlare dell'incidente, era meglio mantenere il silenzio fino a che le circostanze fossero cambiate. Forse avrebbe dovuto utilizzare la panacea di sua madre e pregare per questo durante la messa di mezzanotte.
Male non poteva fare.  
Nel frattempo, avrebbe dovuto sorridere e dire a Charlie che tutto andava bene.

"Ho preso qualche libbra, Charlie. Smetti di preoccuparti". Lei iniziò a preparare i piatti e l'argenteria.

"Dove?" Lui tirò un cassetto e prese i tovaglioli di lino. "Nelle dita dei piedi? E, a questo proposito - perché zoppichi?"

Maledizione. Finora, lei aveva nascosto la distorsione alla caviglia ai suoi genitori, tenendo il gonfiore ed il dolore nei confini del suo stivale.
Ma durante la notte si era gonfiata, e stare in piedi in cucina questa mattina non aveva aiutato.

"L'ho storta l'altro giorno. Non dirlo a mamma", lo avvertì, facendo una nota mentale per concentrarsi sul camminare correttamente di fronte ai suoi genitori.

"Lei già pensa che io sia in qualche modo malata".

"Gotcha. Le mie labbra sono sigillate - finché tu pensi di potere percorrere la navata quando verrà il momento"

"Charlie, io percorrerò quella navata anche se dovrò essere portata dall'inizio alla fine. Non me lo perderei per nulla al mondo."  

Preoccupazioni personali a parte, lei non poteva contenere la sua felicità al fatto che la sua migliore amica stava per sposare suo fratello. Charlie ghignò. "Portata? Forse potrei organizzare tutto io - Fox è un ragazzo piuttosto robusto. Io penso che lui possa prendersi cura di una cosina minuscola come te".

Era la prima volta che aveva sentito Charlie parlare del suo testimone, e lei era naturalmente curiosa.
Tutto quello che sapeva era che lo aveva incontrato mentre era oltreoceano, e che il ragazzo era originario della zona di Washington. Apparentemente, loro si erano intesi; ma, come d'abitudine, era facile andare d'accordo con un tipo come Charlie.

"Fox? Il suo nome è Fox?" Rotolando gli occhi, lei finì di apparecchiare, spostandosi a capotavola.

"Sì. Abbastanza insolito, huh? Si unirà a noi per il brindisi del dopocena, stasera. Ma lui odia il suo nome quindi non... -"

Charlie fece cadere una forchetta dalla tavola al pavimento, e la pulì di nascosto con uno dei tovaglioli di fronte al sopracciglio arcuato di Dana. "Non dirlo a mamma. Per favore."  

Sembrava che sua madre non avesse subito *così* tanto quel cambiamento. Charlie era sinceramente turbato dal suo dispiacere riguardo all'utensile caduto. Sua madre probabilmente stava camminando in punta di piedi attorno a lei, se aveva lasciato passare la tazza rotta senza commento.

"Riguardo la forchetta o Fox?"

"Oh, lei sa che lui verrà".

"L'uomo con l'odiato nome di battesimo non ha una famiglia con cui passare il Natale?"

"I suoi genitori vivono a Washington; suo papà lavora per il Dipartimento di stato. È rimasto bloccato mentre cercava di raggiungerli".

Lui le rivolse un sorriso imbarazzato.

"Io non penso che loro vadano troppo d'accordo. Inoltre, quando menzionai oggi al telefono che tu eri già qui, lui ha voluto venire ad incontrarti."  

La sua ira improvvisa era evidente nel suo ringhio: "Charlie".

"Lui è un bel ragazzo, spiritello. Posso evitarlo se penso che potresti essere felice come lo sono io?"

"Io mi aspettavo questo genere di comportamento dalla mamma, non da te"

La sua censura stava rizzandosi più di quanto le piaceva. Una volta, avrebbe riso all'immischiarsi di Charlie. Ora, aveva colpito un punto dolente di cui lui non era nemmeno consapevole. Lei cedette, notando la faccia depressa di Charlie. "Mi dispiace, solo..." 

Ancora una volta, lui si avvicinò, questa volta abbastanza per posare un bacio leggero sui capelli sgualciti.

"Io so. Sono io che dovrei scusarmi con te, spiritello. Le cose non saranno più le stesse, vero?"

Dana l'abbracciò forte, bisbigliando, "No". Anche se non per le ragioni che Charlie sospettava; lei aprì la bocca per chiarire, quando sentì un clamore dall'atrio.

"Noi siamo qui! Dove è Dana?" Melissa, con la sua covata a rimorchio. Dana si allontanò da suo fratello, tirando su col naso la rabbia ed il timore per dargli un sorriso tremante. "Gemelli?" lei chiese a Charlie, riferendosi ai bambini di Melissa.  

"Yep", lui rispose, incontrando la sua occhiata indagatrice. "Nomi?" Lui sapeva che lei aveva avuto difficoltà con la memoria confusa a causa del beriberi, ed il suo incitamento gentile aveva lo scopo di risparmiarle un momento imbarazzante. Spiando l'avvicinarsi di Melissa con la coda dell'occhio, lei si sporse a posare un bacio leggero sulla guancia di Charlie.

"Daniel e... David?" Restituendole il bacio lui mormorò, "Donald."

"Giusto. Grazie." Un ultimo tocco alla sua guancia per rimuovere le leggere tracce di rossetto, e lei si girò a salutare Melissa.  

**********  

"E Donny dorme di notte proprio come sua zia Dana - morto per il mondo", Melissa rise, coccolando il timido bambino al suo seno. 

Dana partecipò alla risatina della famiglia, ma senza alcun vero coinvolgimento. Lei non poteva certo spifferare che i giorni di sonore dormite erano finiti, per lei. Era una delle ragioni per cui era stata capace di guidare diritto attraverso il Maryland - dovere restare sempre in guardia nel campo di internamento aveva reso il suo sonno leggero. Ma portare allo scoperto le prove subite durante la guerra non sarebbe stato di buon gusto, e più probabilmente avrebbe provocato un silenzio imbarazzato. Specialmente poiché sua madre sembrava stesse facendo un vero sforzo per distogliere l'argomento della conversazione dalla guerra, parlando continuamente del prossimo matrimonio. Dana non ci fece caso - meno avrebbe pensato al tempo orribile trascorso a Los Banos, meglio sarebbe stato. Alla fine sarebbe diventato nella sua mente come un'esperienza fuori-dal-corpo, lei lo sapeva. L'avrebbe ricordato come se l'avesse visto sullo schermo cinematografico, e non vissuto di prima mano.  
La recente notte in Utah... quella era completamente differente. Quella era incisa a fuoco nel suo cervello. Lei sospettò che, anche se fosse vissuta fino a cent'anni, mai avrebbe dimenticato come si era sentita nell'abbraccio di quell'uomo. Ed il modo in cui si era sentita dopo, per sopportare di nuovo l'urto della sua sfiducia.  
Lei si alzò dal sofà e mormorò qualcosa riguardo il portare altro caffè, allontanandosi, come andando alla deriva, dalla riunione di famiglia. Afferrò l'occhiata interrogativa di Charlie, e gli diede un cenno rassicurante prima di spostarsi al vassoio sul banco. 
La conversazione continuò intorno a lei, ma i suoi pensieri ancora una volta si erano spostati all'uomo cui aveva permesso di infrangere la barriera del suo riserbo. Era stato davvero solo un male?
Sinceramente, avrebbe dovuto dire no. Poteva capire la sua paranoia dopo aver vissuto lei stessa al limite per anni. Forse aveva sofferto l'oppressione giapponese proprio come lei. Il campanello trillò, interrompendo i suoi pensieri.  
Con una tazza di caffè in mano, si girò verso Charlie che si stava alzando.

"Sono già in piedi," disse con un sorriso. "Resta seduto".

Annuì col capo, rimanendo comunque appollaiato sull'estremità della sedia come disposto a venire in suo aiuto, se lei l'avesse richiesto. Sapeva che l'ospite era probabilmente il suo testimone. Come lei sapeva, Charlie si sentiva ancora un po' colpevole per aver provato a metterli insieme; sentì il suo sguardo di scuse mentre si dirigeva in soggiorno.  
Una sagoma alta si spostò dietro al vetro ghiacciato della porta anteriore. Dana si stampò un sorriso amichevole sul volto e prese un respiro profondo prima di spalancare la porta. "Entri" lo accolse. L'uomo esitò un attimo, la sua faccia era persa nelle pieghe della sciarpa. Ma pulì le scarpe lucide sullo stuoino di benvenuto e la seguì nell'ingresso, scuotendo il bavero del suo cappotto di lana nera. Una spruzzata di fiocchi di neve cadde sul pavimento, e si sciolse immediatamente nel calore della casa.

"Mi dispiace per questo" mormorò. Lo scintillio dei sei bottoni d'ottone sulla giacca doppio-petto brillò verso di lei, che riconobbe subito la divisa blu, vedendo le bande d'oro fare capolino dalle maniche del cappotto.

"È tutto a posto, tenente" gli sorrise. Appoggiò la tazza sul tavolo accanto all'attaccapanni e prese il suo cappotto.

"Lasci che prenda il suo cappotto".

Alzandosi, si mosse dietro di lui per fare scorrere la pesante stoffa dalle sue spalle, e si accorse della sua mancanza di buone maniere. "Suppongo che dovrei presentarmi. Il mio nome è - "

"Dana. Lo so".  

Un pugno immaginario la colpì dritta al petto con un tonfo sonoro e lei si avvinghiò al cappotto per proteggersi, come se facendo così, il suo cuore avrebbe cessato di saltellare spaventato.
Con gli occhi spalancati lo guardò mentre si girava e svolgeva la sciarpa, poi alzò lentamente il cappello da ufficiale dalla testa. Un dolce, speranzoso incurvarsi delle sue labbra accompagnò la calda carezza del suo sguardo sul viso.

"Rossi. Non l'avrei mai indovinato".  

Portò la mano tremante ai capelli, poi la ributtò giù quando realizzò che  il gesto era un riconoscimento dell'effetto che lui aveva su di lei.

"Tu" soffiò, tra la rabbia che stringeva la sua voce.

"Fuori!"

"Mulder!" Il grido di Charlie la fece saltare e smise di osservare fissamente il volto dell'intruso. Non poteva essere. No. Dio non sarebbe stato così crudele, vero?

"Lieto che tu l'abbia fatto, amico". Charlie si alzò in piedi fra loro, racchiudendo con la sua mano quelle di Mulder. Desiderava gridargli di stare in guardia - di non fidarsi di quest'uomo. Ma Charlie lo affrontava con grande familiarità, scuotendo la mano come ad un amico perso da lungo tempo. Si girò verso Dana con un sorriso. "Dana, questo è Fox Mulder". 

Fox. Gesù, lei avrebbe dovuto riconoscerlo nel momento in cui era entrato, avrebbe dovuto sentire la sua prepotente presenza e visto la grandezza del suo corpo mentre stava abusando di lei.
Che orribile svolta degli eventi.
Avrebbe potuto dire: "Ci siamo già conosciuti"
Sì che l'ha fatto, che bastardo. Alzò gli occhi furiosi verso lui, chiedendosi se sarebbe stato davvero poco educato prenderlo a calci nell'atrio dei suoi genitori.

"Proprio ora" aggiunse argutamente.

"Tua sorella mi stava aiutando con il cappotto".

Lei non poteva respirare. L'ingresso era improvvisamente diventato troppo claustrofobico, così passò il cappotto di Mulder a Charlie, sentendosi pallida.

"Charlie, vuoi scusarmi... non mi sento bene".

Charlie, benedetto, sapeva esattamente come si sentiva negli spazi ristretti, le prese immediatamente il cappotto e si fece da parte. "Certo, spiritello. Farò accomodare io Mulder. Vai".

Sentì entrambi i paia d'occhi seguire la sua scomparsa sulle scale. Uno era preoccupato, e il suo amore la scaldava da dietro.
L'altro investigativo, e si insinuava nella sua famiglia, nella sua casa. Questo sguardo di sfida, teso a smontare il suo senso di sicurezza. Sentì la sua promessa lungo tutte le scale - Lui era qui per lei.

  

 

End Chapter Six