DEVIAZIONE
(prima parte)

 

I have my freedom but I don’t have much time
Faith has been broken, tears must be cried
Let’s do some living after we die
Wild horses, Rolling Stones

 

"Non berrai con una ragazza che hai immaginato nuda; qualsiasi cosa accade ti rammaricherai d’aver bevuto" era una delle molteplici stupide leggi che Fox Mulder aveva da giovane. C’era anche la tanto usata ed abusata "Non fare sesso con un’amica o una compagna di lavoro".
La maturità non aveva fatto sì che le sue norme, leggi e promesse fossero meno stupide ma si erano ridotte di numero considerevolmente. Quanto più andava avanti nella vita tanto più era cosciente che poche regole erano suscettibili o degne di essere mantenute per principio.
Senz’altro nessuna che si potesse enunciare in una sola frase lo era.
In ogni modo, era un fatto provato che Mulder aveva sempre considerato le leggi fatte per essere infrante.
Forse erano anni che no pensava a quelle frasi ma quella notte le ricordò e rise dentro di se, forse perchè aveva un bicchiere di rum tra le mani, un leggero calore tra le gambe, un paio di preservativi nel taschino ed un’amica e compagna di lavoro che aveva immaginato un paio di volte nuda (nelle ultime ore) seduta all’altro lato del tavolo.
In realtà già sapeva che non sarebbe accaduto. Lei aveva lasciato intendere chiaramente che non era questo quello di cui aveva bisogno. Ma aveva paura, un poco, che uno dei due o anche tutti e due smettessero d’avere piede in quel mare di vicinanza, vite private e sguardi sostenuti in cui andavano nuotando tutto il giorno, perché una cosa era un momento durante un caso o una sera di sabato di tanto in tanto ed un’altra un giorno intero con una notte intera e la promessa delle 48 ore successive.
Lo preoccupava che ogni volta stavano più lontani dalla riva, dal mondo reale, dalla comodità e dall’abitudine di essere Mulder e Scully, agenti e compagni. Ogni volta erano più loro, lui e lei, due esseri umani, due amici, due persone che si sentivano unite da troppe cose. E ad entrambi stava piacendo troppo.
E rimaneva parecchia notte davanti a loro.
Rimaneva molto fine settimana.
C’era troppo a cui pensare, o solo ad una cosa, precisamente alla causa per cui erano in quella situazione.
Probabilmente la causa per cui lei stava da vari minuti con lo sguardo perso nel fondo del bicchiere mentre lo agitava rimescolando il ghiaccio

- Ci stai pensando?- le domandò. Si sentiva di nuovo colpevole per tutto ciò che c’era sotto la sua cintola.

Quella donna era incredibilmente resistente all’alcool. Quella donna sembrava resistente a tutto. Ma quella donna era solo una donna…Una donna che si sentiva sola e piccola contro qualcosa contro cui non poteva lottare, una donna spaventata, con un motivo per esserlo, un donna che aveva bisogno di qualcuno a cui appoggiarsi…forse era così forte che non ne aveva bisogno ma anche se fosse stato così lo meritava, doveva averlo.
Era solo una donna che sarebbe morta molto presto.
L’eccitazione cessò repentinamente ma non se ne rese nemmeno conto. Era perso di nuovo nei suoi occhi. In realtà non gli era mai sembrata una donna particolarmente attraente, si poteva dire che aveva una donna ideale, distava molto dall’essere come lei, cazzo!, aveva quegli occhi! Quel modo di guardarti, questi milioni di modi di guardarti.

- Sì, immagino che ci sto sempre pensando, in un modo o nell’altro

C’era qualcosa di graffiante nel tono. Di nuovo seppe che le stava facendo del male. Sostenne il suo sguardo. Quella domanda non aspettava risposta.
Aspettò che lei continuasse:

-Mulder, quando hai fatto questa stupidaggine questa mattina, sai, mi è venuto in mente che potevi farlo solo per due motivi: Per farmi pensare o per fare in modo che io non ci pensassi. Ed ho desiderato che fosse per il secondo.

Lui sorrise con tristezza e scosse la testa. Scully sentì una certa pena: in fin dei conti stava lì per lei e gliene era grata, ma non pensava di permettergli di far crollare le dighe che aveva costruito per arginare il dolore solo perché aveva pensato che doveva parlare. Non aveva bisogno di parlarne. Aveva bisogno che non esistesse e questo era impossibile. Così che restava solo volere: voleva dimenticarlo.
Gli riempì il bicchiere pieno a metà del contenuto del suo. Lui ancora annuiva con lo stesso sorriso triste, accettando che il piano era dimenticare. Lo guardò fisso in silenzio, e alzò il bicchiere. Sapeva quello che voleva dire, voleva dire " Per te" ma non sapeva quali fossero le parole.

- Per i buoni amici.

Suonò strano alle sue stesse orecchie, troppo basso, troppo rauco, le parole molto staccate. Vero, onesto, ma strano. Ed incompleto.
Lui sollevò il bicchiere e brindò:

- Per la migliore.

---

Alcune ore prima Scully aveva lo sguardo perso al di là del finestrino. Il caso era risolto. Non era stato un rapimento alieno e nemmeno un sequestro, le luci e le voci parevano che ci fossero state solo nella mente sconvolta di una madre che aveva bisogno di qualcosa in cui credere per non credere che il figlio era stato semplicemente irretito da una setta senza che i suoi familiari se ne rendessero conto finchè era sparito di casa. Ora era morto. Suicidio collettivo, 20 persone ricoverate in ospedale, 10 lievi, 7 gravi, 3 molto gravi, 3 morti. Era uno di quei tre morti. I tre più giovani: minore massa corporea, maggior effetto della droga. Un arresto. Non erano arrivati a tempo e, forse, avevano evitato 20 morti, forse qualcuna in meno a secondo dell’evoluzione che avrebbero preso le cose.
Ingiusta, crudele, assurda, vile, perversa, contorta, inutile...In quel momento le venivano in mente molti aggettivi per definire la vita e nessuno era positivo. Si sforzò per sfuggire all’acuta sensazione di dolore che il caso gli aveva lasciato in seno. Lei non era solita implicarsi troppo nei casi, era abituata. A volte aveva nausea di se stessa al pensarlo ma la verità era che era abituata. Ma erano passate solo alcune ore e c’era dell’altro. La ferita aperta non era il caso, la ferita aperta era una ferita chiusa, infetta, incancrenita.
Concentrò la vista sul paesaggio cercando di allontanare l’idea dalla sua mente anche solo per un istante. Viaggiavano su una strada vicino all’oceano. "Pacifico", si ripeté questa parola continuamente mentre l’orizzonte blu sul blu appariva e spariva dal finestrino. Desiderò fondersi con esso, fu un’immagine, una sensazione; qualcosa usciva dal suo corpo e saltava fino all’oceano, e s’immergeva in esso, nella pace, nel blu, nell’acqua, nel sale. Nella vita. Nella morte.
Sparire è un’idea tentatrice finchè non incomincia ad essere possibile, allora smette di essere almeno desiderabile.

-Scully.

L’aveva detto così basso che dubitò perfino d’averlo sentito. Si girò verso di lui.

-S?- si sforzò di fingere un sorriso, senza gran successo a dire il vero.

-Sei qui?- di nuovo a bassa voce. Ultimamente lo faceva spesso. Domandava cose incoerenti a bassa voce. Sapeva il perché. Le dava fastidio, le piaceva, la commuoveva.

- No, stavo lì- rispose indicando l’oceano con un sorriso ora onesto e di conseguenza triste.- È così…immenso che…può contenere tutto.

" Le parole sono strane" pensò lui, " strane, lontane, estranee. Rinofaringeo, inoperabile, cervello, cancro, 0%, tumore…morire, morte, morta."

"Se le tenebra mi hanno ingoiato quando leggerai questo non devi pensare che forse avresti potuto fare qualcosa". Le parole. Le parole in quel quaderno. Scully che parlava. Scully che diceva. Ma solo lì, solo per lei, solo per non essere ascoltata. Il quaderno era diretto a lui e invece lamentava che lui l’avesse letto. Si era chiusa in se stessa. Non aveva nemmeno fiducia, nemmeno lontanamente fiducia, che gli dicesse la verità rispetto all’evoluzione della malattia. Si stava isolando, stavo passando il peggior momento della sua vita e non permetteva che nessuno si avvicinasse. L’aveva permesso solo a lui, in quell’ospedale, in quell’abbraccio, in quel bacio. Il quaderno era diretto a lui. Aveva chiamato solo lui in quel primo momento
E lui doveva star facendo qualcosa di molto molto brutto, perché decisamente non riusciva a farle intendere che non doveva stare sola, che non doveva tacere, non doveva evitare di piangere, che non doveva proteggere tutti e due isolandosi, che aveva delle braccia in cui rifugiarsi in qualsiasi momento; le sue per esempio. Sì, senz’altro che doveva pensare che poteva fare qualcosa. Come aveva detto Melissa durante quel terribile coma, forse non le avrebbe salvato la sua vita, forse non avrebbe trovato la verità sulla sua malattia, forse solo sentire, farle sentire di essere in compagnia, amata.
Uno 0% aveva fatto sì che il suo mondo cambiasse quasi del 100%. Le priorità, i desideri, il futuro.
Le tenebre l’avrebbero ingoiata. E lei voleva affondare nell’oceano.
La morte. La vita.
Aveva chiamato solo lui. Fare qualcosa.
Prese la deviazione, senza sapere ancora cosa cercava di fare. Lei non se ne rese conto. Aveva detto che pensava di riposare nel fine settimana. Poteva vedere come: in casa, sola, lei ed il tumore rinofaringeo come unica compagnia.
Forse non era la migliore compagnia che avrebbe avuto, ma sapeva che aveva fiducia in lui ed era lui che se ne doveva occupare, non come investigatore, non nel modo in cui aveva tentato all’inizio, ma come persona, come qualcuno che lei sentiva vicino. In alcuni momenti è importante rendersi conto che non è il momento di sottovalutarsi. Lei lo aveva scelto.
E l’avrebbe avuto.
Si fermò sulla sabbia e la guardò. Non aveva distolto lo sguardo dal finestrino, dall’oceano, cercava di non piangere, fino a quel momento con successo.
Sapeva che la stava guardando, aspettando, cosa?

-La domanda è quella di sempre, Mulder: che ci facciamo qui?

- Non ci crederai ma c’è chi dice che in questa spiaggia si sono viste montagne fatte da un granello di sabbia.

L’assurdo della risposta fece sì che lo guardasse, non poté evitarlo. Si rammaricò: ora aveva visto i suoi occhi pieni di lacrime. Questo avrebbe reso tutto più difficile.

-Hai ragione su una cosa: non ci crederò- Abbassò lo sguardo. Voleva piangere, voleva piangere ora, ma sola. Senza che lui la guardasse con quella maledetta faccia di "povera Scully"- Perderemo l’aereo, te ne rendi conto?

- Se andiamo via subito arriveremo in tempo. Decidi tu.

Tre giorni, fino a lunedì, poteva essere anche di più, Skinner non avrebbe detto niente. Non sapeva cosa pretendeva, cosa voleva, che avrebbero fatto. Sapeva solo che Scully adorava l’oceano e che stavano lontani da casa e che lì faceva caldo, lì sembrava primavera, di fatti sembrava quasi estate E alcuni minuti prima Scully si era avvicinata a sorridere, e quest’oceano sembrava la causa.
Continuava ad osservarla mentre lei guardava le sue scarpe. Erano chiuse, scure, avevano un tacco alto, erano nuove e la stavano uccidendo.

- No, ormai non arriveremmo più a tempo.

Se le tolse ed apri la porta della macchina. Sentì la sabbia, calda al primo contatto, fresca quasi umida ad immergere il piede. Camminò fino alla riva, lasciando scappare le lacrime: sapeva che non l’avrebbe seguita fino a che non fossero passati alcuni minuti. Sarebbe rimasto in macchina, guardandola, ammirandola e compatendola.
L’uomo che credeva quasi a tutto non era capace di credere che lei sarebbe morta. " Maledetto cretino" sussurrò, e le sue due lacrime si trasformarono in un torrente.
"Ha i pantaloni bagnati fino alle ginocchia" fu quello che pensò mentre si avvicinava a lei da dentro. Gli sembrò scioccante questa trascuratezza, questa negligenza. Aveva aspettato un quarto d’ora, si era trattenuto per un quarto d’ora. La marea stava salendo e le onde le gorgogliavano intorno ai piedi. Sembrava non esserne cosciente. Sentì un intenso desiderio di abbracciarla, di baciarle la spalla, sussurrarle" Sono qui", come se questo significasse qualcosa; così che rimase in piedi ad un paio di metri di distanza ed aspettò che lei parlasse.
Improvvisamente si girò, con uno sguardo carico di rabbia.

-Non ci riuscirai, Mulder.

Bene, qualcuno su quella spiaggia sapeva ciò che Mulder pretendeva e perfino che non ci sarebbe riuscito. Era un passo avanti, perché lui era solo capace di intuire il secondo.

-Cosa?- domandò non senza una certa curiosità.

- Quello che pretendi- sembrava furiosa, ma la cosa divertente era che sembrava furiosa con se stessa per non poter fingere di esserlo- So molto bene cosa pretendi.

-E cosa si suppone che sia?

- Che mi apra, che esprima i miei sentimenti come in un maledetto gruppo d’appoggio. Cosa vuoi? Che dica" Salve sono Dana Scully e sto per morire?"

No, non era questo che lui voleva, questo già l’aveva ottenuto. Anche se in verità era suonato come un " salve, sono Dana Scully, dottore in medicina ed informo che l’agente Scully ha un tumore inoperabile". Sì, lo preoccupava come lo stava prendendo. Era più che preoccupante.

-Che non ne parli non significa che no lo accetti, Mulder. Lo accetto, lo faccio mio, sto bene. Non ho bisogno di….sedute di terapia.

Aveva il trucco un poco sciolto per le lacrime, le palpebre leggermente gonfie, occhiaie, ed un doloroso gesto di disperazione. Guardò di nuovo la parte inferiore dei pantaloni, scuriti dall’acqua, con piccole tracce di sabbia e alghe. Non l’aveva mai vista così perduta. Si sedette sulla sabbia di fronte all’oceano. Soffiava una legger brezza carica di sale.

- Ho solo pensato che ti piace il mare.

Forse perché sembrava stupidamente vero. E lei doveva essere molto stupida perché le risultava logico. Si avvicinò e sedette accanto a lui. Era ancora arrabbiata, arrabbiata come prima, solo che gli costava sempre più crederci.

- A volte sembri mezzo scemo, Mulder- disse mordendosi un sorriso.

Lui rise e la colpì dolcemente sulla spalla. Sembrava che, ebbene sì, stava facendo qualcosa.

- Ma non sono l’unico.

- No, non sei l’unico.

***

"Volte il sesso è terribilmente ridicolo" pensò" A volte il sesso è circondato da cose ridicole come rallegrarti di portare jeans, guardare una macchina dipinta con oscenità mentre ti domandi com’è possibile che ti proponi di utilizzarla o smettere di ballare con la una stupida scusa perché non dovresti star sentendo quello che stai sentendo, come se "dovere " e " sentire" fossero parole che si potessero combinare in una frase con un senso"
Non capiva completamente com’era finito con la schiena contro il muro del bagno, leggermente eccitato, a guardare la macchina dei preservativi ed aspettando di calmarsi, mentre si domandava se voleva o no andare a letto con Scully, se quella cosa avesse un senso, se lo trasformava nel più grande porco del mondo o solo nel più grande imbecille, come poteva pensarci date le circostanze, che cosa avrebbe pensato lei se lo avesse saputo, se lo avesse visto lì. L’unica cosa che aveva molto chiara era che risultava ridicolo.
Avevano incominciato a ballare, più per ridere un poco che per altro. Lui aveva scommesso che non avrebbe resistito a ballare "Hunt dog" completa ma era risultato che Scully sapeva ballare il rock molto bene. In effetti si poteva dire che se la licenziavano dall’FBI, avrebbe potuto guadagnarsi da vivere a Las Vegas imitando Elvis: aveva un movimento di fianchi più che interessante, e decisamente esilarante quando lo esagerava.
Poi era suonata un’altra canzone, e poi un’altra. Non c’era un giradischi, ma solo un tipo che dall’aspetto sembrava essere il padrone e che sapeva molto bene quale era la buona e la cattiva musica. Non era capace di fare in modo che le canzoni cambiassero ma aveva gusto nello sceglierle. " The way you look tonight" era stata possibile, troppo dolce e morbida per costituire un pericolo, lenta, era come una abbraccio con una scusa. La scusa era stata la benvenuta. "Haven", eccessiva per avere implicazioni, quasi divertente, altra buona scusa. Poi aveva perso il conto: era quello che significava aver bevuto un poco, o forse era quello che significava Scully: si stava troppo bene abbracciandola, scusate, ballando con lei per avere il tempo di pensare. Allora erano arrivate "Angie" e "Wild horses", quando già stavano troppo vicini, dondolandosi un poco addormentati per l’alcool. Ad un certo punto Scully aveva respirato profondamente, in una specie di sospiro, sfiorandogli il petto mentre faceva scivolare la mano sulla sua spalla per sistemarsi meglio. Allora accadde. Non molto, di fatti credeva persino che lei non se ne fosse accorta.
Lamentava che fosse successo ma non era questa la ragione per cui continuava a stare appoggiato contro il muro quando già era passato. In realtà non gli dava troppa importanza, nemmeno credeva che lo avesse fatto lei. Quello che lo inchiodava a quel muro era fino a che punto quello poteva non essere stata una semplice reazione fisica. O, forse, fingere che continuava a domandarselo quando lo sapeva perfettamente.
C’erano due cose che Mulder non aveva fatto dalla maggior età: Evitare il contatto fisico con qualcuno che gli piaceva e negare un sentimento sessuale davanti a se stesso. Ma con Scully era solito venir meno nel secondo, in diverse occasioni si era fermato a pensarci e aveva deciso che se lo stava negando. Probabilmente perché c’erano troppi sentimenti che aveva incontrato intorno a lei, probabilmente perché l’attrazione si perdeva tra essi, probabilmente perché non sopportava di perdere la vicinanza che avevano come conseguenza di dover evitare il desiderio.
Si lavò il viso per snebbiarsi un poco e tornò ad appoggiarsi contro il muro mentre si asciugava, di nuovo davanti alla macchina. Disegnini di frutta accanto ai pulsanti. A Scully piacciono le fragole" pensò improvvisamente.
La ricordò un paio di settimane prima seduta nella macchina davanti ad una borsa di fragole. Erano le prime della stagione e gli aveva fatto fare quattro giri intorno all’isolato fino a trovare un parcheggio per poter entrare in quel negozio di frutta che le reclamizzava sulla lavagna. Aveva bucato la borsa e lavate sotto una fontana vicina. Rare volte Dana Scully si comportava come una ragazzina capricciosa. Forse se l’avesse fatto più spesso non sarebbe risultata così…interessante.

- Ne vuoi Mulder?

In realtà ne voleva, ma sapeva che non le avrebbe godute tanto come lei; non gliene voleva togliere nemmeno una.

- Non hanno un sapore acido, così senza panna né niente?- le aveva domandato solo per evitare di pensare a ciò che gli stava provocando vedere come si succhiava le dita troppo letteralmente.

- Quello che mi piace delle fragole è il sapore di fragole- gli rispose stingendosi nelle spalle, troppo felice per pensare.

Tornò ad eccitarsi, ma non aveva niente a che vedere con i preservativi al sapore di fragola, ma con l’idea di baciare Scully, in quella stessa macchina a noleggio, con la bocca piena di fragole acide, fragole con il sapore di fragole.
Un uomo entrò nel bagno, fece un gesto di saluto con la testa a cui Mulder rispose nello stesso modo, mentre si metteva le mani nelle tasche.
Lo guardò attraverso lo specchio mentre si lavava.

- Stai bene, amico?

- Si, ho solo un poco di vertigini.

- Un bicchiere d’acqua per ogni bicchiere d’alcool- disse quel tipo sorridendo.

Sembrava tremendamente allegro. Probabilmente lui non aveva dubbi su come sarebbe andata a finire la sua serata e nemmeno se ne preoccupava.

-Questo è per i postumi di una sbornia- rispose Mulder pensando che tutto quello era ridicolo, molto ridicolo.

Il tizio annuì con un sorriso spensierato.

-Mi aspettano- disse uscendo dal bagno.

Anche lui lo aspettavano. Fece un paio di passi e mise le monete.
Semplicemente lo fece, non ci pensò. Schiacciò il primo pulsante: senza sapore né striature…"e senza molta speranza" mormorò.
Ripercorse lo spazio tra il bagno ed il tavolo dove l’aspettava Scully a grandi falcate mentre la guardava. La colpa era di lei, si disse evitando un sorriso; per aver voluto ballare, il fatto che lui gliel’avesse proposto non era una scusante; per avergli appoggiato la testa sul petto ed aver avvicinato il bacino al suo, il fatto che lui le avesse fatto pressioni sulla schiena non era una scusante; e perché un medico dovrebbe sapere dove vanno a finire tutti i nervi che nascono dalla colonna vertebrale di un uomo e, di conseguenza, non deve nemmeno sfiorarlo.
Sentì una puntura allo stomaco per ognuno di questi ricordi, gli vennero meno le ginocchia.
Stava desiderando Scully.
Aveva comprato preservativi pensando a Scully.
Si era eccitato tra le braccia di Scully.
Lei lo sapeva.
Non aveva idea se lei lo desiderava, se lo desiderava realmente, includendo la mattina seguente, il lunedì seguente e tutti i seguenti seguenti.
Non era così sicuro che lei non lo desiderasse.
Forse c’erano dei motivi per cui tutto stava succedendo in quei momenti e, se era così, era lui che doveva mantenere la testa fredda.
Era, decisamente, perso.
Quando si sedette lei lo capì. Per 15 minuti d’orologio si era domandata se quella breve separazione poco prima che finisse la canzone e la successiva fuga nel bagno, abbastanza degna malgrado le circostanze, quanto era appena successo si doveva ad una questione puramente fisiologica dovuta allo sfioramento o qualche altra cosa. Il tempo ed il viso di Mulder dicevano a qualche altra cosa. Pensò che gli avrebbe reso le cose più facili se avesse domandato:

-Stai bene Mulder? Vuoi che andiamo via?

Cercò di sembrare neutra, cercò di mostrare che non l’aveva notato, che considerava i quindici minuti nel bagno dovuti ad un’altra causa. Era ovvio che l’aveva notato ma se lui la vedeva tranquilla ( che non lo fosse in realtà non aveva importanza) anche lui si sarebbe tranquillizzato.

-Sì, sto bene, sono stata a parlare con uno. E no, no se tu non vuoi.

Bene, aveva funzionato. Era solo un’erezione non la fine del mondo.

-La cameriera ha sentito la tua mancanza- disse con un sorriso malizioso- Credo che l’abbia offesa sommamente che ordinassi per te togliendole il piacere di servirti. Reitero che hai possibilità.

Mulder sorrise. Scully a volte era meravigliosa. Trovava sempre le parole. Era così capace di salvarlo da una situazione imbarazzante di fronte a Skinner come davanti a lei.

- Quanti ti sono venuti intorno durante la mia assenza perché vuoi liberarti di me così sfacciatamente?

Lei lo guardò,"É Mulder" pensò, "semplicemente è Mulder. Mulder che vuole rimanere con me, accanto a me". Pensò che forse doveva preoccuparle il sesso, quella notte non era diversa, era uguale a sempre ma le coordinate spazio-tempo li stavano influenzando: stavano molto lontani da casa, non c’era lavoro in mezzo e per qualche strano modo il fatto che avrebbero passato il fine settimana insieme, perché sì, senza scuse, per divertirsi o qualcosa di simile. I muri stavano cadendo o, semplicemente, si stava dimostrando che non erano mai esistiti. Non voleva pensare se desiderava o no andare a letto con lui. Quella era sempre stata una domanda difficile a cui rispondere, suonava a domanda con il trucco e non aveva ancora scoperto qual’era il trucco. Ma non voleva pensarci, non quella notte, quella notte voleva Mulder che parlava, che rideva, che l’ascoltava, che era presente, essendo…essendo semplicemente Mulder, quello di sempre.

- Non è quello che voglio. Non ha importanza chi possa venire o no, non so. A volte l’unica cosa che si desidera è parlare…con qualcuno con cui si possa parlare senza giochi stupidi, sai? Qualcuno disposto a perdere la maledetta partita dei Nicks per cui in realtà entrambi sappiamo che non aveva i biglietti per quanto lo giuri. In ogni modo non ha nemmeno tanta importanza: perderanno.

- Ritira quello che hai detto.

-Perderanno.

Al diavolo i preservativi, leccare il tatuaggio, bere dalla sua bocca, le fragole, farlo nel mare, il modo in cui avrebbe buttato indietro la testa nell’avere un orgasmo, quelle labbra che succhiano le sue dita, sentirla gemere mentre la baciava…A diavolo tutto: Scully voleva un amico e Scully avrebbe avuto un amico. Sentiva molte cose verso di lei su cui aveva dubbi…ma ce n’era una su cui non dubitava assolutamente. Era sicuro che l’amava, che era sua amica, forse la migliore che avesse mai avuto.
Sollevò il bicchiere piano sostenendo lo sguardo di lei nel quale si leggeva una profonda fiducia che non sapeva come aveva conquistato.

-Al diavolo i Nicks, Scully.

***

Quando uscirono dal bar cadeva una pioggia leggera e profumava di mare. Il motel stava ad una ventina di minuti da lì, all’altro lato del lungo viale che attraversava il paese.

- Probabilmente possiamo arrivare quasi senza bagnarci se andiamo di portone in portone.

Quando si girò per guardarla lei già stava alcuni passi distante, sotto la pioggia, alle sue spalle, guardando il cielo. Sentì un brivido. Sentì desiderio ma non si preoccupò più se era sessuale; era solo insopportabile.
Era insopportabile l’idea che sarebbe morta, insopportabile vederla così viva, insopportabile non poter fare niente, insopportabile pensare a tutto quello che non avrebbero mai fatto, insopportabile che i minuti fossero contati, insopportabile che non potesse arrivare a conoscerla tanto come voleva, insopportabile non avere la forza, la fiducia in cosa fosse la cosa giusta, le parole, per dirle quello che sentiva, o anche solo quello che pensava.
Allungò la mano verso di lui senza nemmeno guardarlo. La prese sul punto di mettersi a piangere per l’impotenza e lei lo tirò avvicinandolo. Si avvicinò ancora di più e le passò un braccio intorno alla vita.

-Grazie per…questo, Mulder.

Camminarono lentamente verso il motel. Era gradevole passeggiare all’aria aperta, la notte era calda e la pioggia troppo leggera per risultare fastidiosa, si sentiva l’odore di erba tagliata e fiori notturni.
Non dissero una parola durante il tragitto. Tutte le parole sembravano poco appropriate per essere la prima volta dopo quel momento, quel piccolo leggero, semplice abbraccio aveva detto qualcosa di difficile da superare.
All’arrivo al motel, si fermarono sulla porta della stanza di Scully, la più vicina all’entrata e si guardarono negli occhi, per la prima volta da quando erano usciti dal bar.
Allora successe.
Nessuno dei due avrebbe mai saputo chi di loro aveva realizzato il primo movimento. Nessuno dei due era cosciente di essersi mosso. Semplicemente stavano abbracciati, fortemente abbracciati. Ad un certo punto Mulder fu capace di avere un pensiero coerente e fu che la forza era eccessiva, che le stava facendo male, così che allentò leggermente le braccia.

- Non lasciarmi- sussurrò lei.

- Non ti lascerò. Non pensavo di lasciarti andare.

La strinse di nuovo con la stessa intensità. Quelle parole l’avevano attraversato in un brivido: non l’avrebbe mai lasciata. Forse tutto ciò che non sapeva o non poteva o non doveva dire era chiaro così. Non poteva immaginare niente di meglio da fare.
Lei stava tremando. Non sapeva da quando, non era cosciente che anche lui tremava, né d’aver freddo, i suoi vestiti erano bagnati e la leggera brezza era diventata vento.

-Andiamo dentro, Scully.

Per un istante lo guardò come se non avesse capito, ma immediatamente tirò fuori la chiave ed aprì la porta. Entrarono, si abbracciarono di nuovo e chiusero la porta in un solo gesto. Di nuovo il resto del mondo sparì, il passare del tempo sparì. Esistevano solo loro nella penombra di quella stanza immersi in qualcosa che era più forte di loro e li trascinava uniti, prevedendo una caduta che sembrava imminente e senza vedere dove portava, quale sarebbe stato il fondo su cui sarebbero finiti. Solo i loro corpi, solo l’altro tra le braccia, l’alito umido e caldo sopra al petto che respirava con ansia, il tremito delle mani che si muovevano ancora per la schiena( di nuovo nessuno dei due era cosciente d’aver fatto il primo passo), ancora rasentando i limiti: no al di sopra del collo, non sul davanti dei fianchi, non sotto la vita, mai sotto i vestiti. Ma ad un certo punto Scully ruppe quest’ultimi limiti, quasi tutti insieme. Lo fece molto pieno, con dolcezza, solo un poco, ad un certo punto si fermò perfino, ma lo fece. Questo provocò che la pressione che andava e veniva chissà da quando si mantenesse, costante, ormai senza via di fuga, e questo le dette l’impulso per affondare ancora di più le mani.
E lui gemette, non poté evitarlo, e decise che era chiaro da quale lato dei limiti stavano, così che le prese le braccia e se le portò al collo.

-Vieni.

La sollevò tra le braccia mentre lei gli circondava la vita con le gambe e incominciava a baciargli il collo e la portò fino al tavolo. Le accarezzò le cosce, le fece scivolare le mani sotto la maglietta molto piano, sul ventre, sotto il seno, verso la schiena, più giù e l’attrasse verso di lui, finchè non ne poté più, finchè senti il respiro di un gemito sul collo, un leggero sorriso sulla pelle. I baci si trasformavano in piccoli morsi, e, per ognuno, spingeva contro di lei, all’inizio bruscamente, fortemente, aritmicamente, poco a poco cambiò, come iniziavano a cambiare i morsi, sempre più umidi, sostenuti, profondi, si allungavano fino all’impossibile, fino a risultare dolorosi. Lui le lasciava cadere piccoli baci sui capelli, le orecchie, il collo, lì dove poteva arrivare. In varie occasioni cercò di scostarla lo spazio sufficiente per poterle baciare le labbra ma lei non glielo permetteva: si teneva immersa nel suo collo sapendo che guardarlo negli occhi sarebbe stato tornare indietro, baciarlo sarebbe stato ritornare, essere cosciente di ciò che accadeva, cadere nel mondo reale. Se lo guardava avrebbe dovuto pensare ed invece voleva solo sentire: il calore febbrile, che sorgeva ovunque e le provocava brividi, il sapore di sale della sua pelle, la curva della sua mandibola nella bocca, questi gemiti giusto nell’orecchio, come sussurri meditati ed allo stesso tempo incontrollabili, l’odore di pioggia e sudore dei suoi vestiti, le sue mani che la reggevano per i fianchi, il dolore dell’eccitazione ad ogni carezza troppo intensa. Voleva che accadesse, sarebbe accaduto, sul quel tavolo, presto.
Anche lui sentiva che stava per accadere, lo desiderava. Non avrebbe sopportato i vestiti per altro tempo. Doveva strapparle quei maledetti pantaloni, e togliersi i suoi. Aveva bisogno di baciarla, immergersi nella sua bocca, ne aveva bisogno ora. Ma c’era qualcosa di cui aveva più bisogno: guardare i suoi occhi solo per un istante, sapere che tutto andava bene. Le accarezzò i capelli e le sussurrò all’orecchio:

-Scully.

E quando lo disse capì che non sarebbe successo.
Smise di resistere contro il suo collo, si separò, abbastanza per guardarlo negli occhi e fece di no con la testa.
Lui sussurrò" Perché?" che non si sentì nemmeno.

-Non qui, non ora, non così, non ubriachi, non per questo.

Sorrise ironico, ma non disse niente. Non gli importava niente che non fosse sentirla vicina, e ancora la sentiva vicina.
Appoggiò la fronte contro quella di lui. Il loro bacini continuavano ad essere uniti, troppo uniti, di fatto continuava ad abbracciarlo con le gambe, non sopportava l’idea che si allontanasse. Non ancora. Teneva le mani sui fianchi di lei, solo che non stringeva più né la tirava, le disegnava solo circoli con i pollici sulle ossa, la qual cosa la stava eccitando ancora di più. Ma non voleva che si fermasse, né che si allontanasse, né continuare. Voleva essere un’altra persona, essere lei qualche mese prima, non doversi preoccupare che non avrebbe continuato ad essere qualsiasi cosa era per lui ancora per molto tempo.
"No, non siamo così ubriachi per non sapere quello che facciamo e non importa quando o dove, ma io sì che morirò" pensò. Chiaramente non fu questo che disse.

-Non disperati, non tristi.

Lo guardò di nuovo
Lui pensò che non era il miglior motivo del mondo, ma era il motivo che lei aveva e probabilmente indovinato. Non era una fuga, non si stava allontanando, era evidente.
Si lasciò portare dal quel mare blu. Tutto il dolore che vedeva nei suoi occhi, il dolore provocato dalla paura, dalla rinuncia forzata, dalla zavorra della disperazione, dalla conoscenza di quel futuro e la mancanza di conoscenza dei fatti esatti, dal cumulo dei dubbi, dal desiderio di avere fede che si scontrava contro la precauzione che suggeriva di non averne,…voleva che tutto questo dolore avesse una forma, che fosse una cicatrice, una stimmate localizzata, qualcosa di palpabile. Qualcosa a cui dare un bacio infantile per curarla, qualcosa da guardare mentre le diceva " tutto andrà bene", anche se era una bugia. Desiderava poter guardare quel mare e dire" Questo non ti vincerà".
Ma non c’era dove guardare, non c’era niente da baciare, niente da tagliare, niente da indicare con il dito dicendo" Questo? Tu sei più forte di questo". Era lì, nascosto nella sua testa, sotto i suoi occhi, dietro il suo naso, sopra le sue labbra. Mai aveva odiato tanto. Odiava più che mai qualcosa d’inseparabile da ciò amava più che mai. Perché in quel preciso istante l’amava con una forza incomparabile a qualsiasi cosa avesse sentito prima.
E volle dirglielo in qualche modo, ma non aveva parole, non sapeva cosa dire. Rimase solo a guardarla, mentre sentiva la sua voce gridargli dentro ." Niente m’importa come te", "Ucciderei perchè tu potessi vivere", "Morirei perché tu potessi vivere", " Non potrò andare avanti senza di te,…c’ho provato e so che non potrò".
Ma lei non poteva sentirlo, anche se intuiva le grida, si vedeva in quegli occhi, ancora più tristi del solito, che lui stava gridando, forse che anche lui aveva paura, forse che era vicino, forse che voleva starle accanto, forse un semplice " Mi fa male il tuo dolore". E voleva dirgli " Non voglio che ti faccia male" voleva dirgli" Non voglio morire ora"ma lo baciò. Fu l’unica cosa che le venne in mente per far sì che smettesse di pensare, che smettesse di vedere in lei un’ammalata. Non era il bacio che aveva evitato poco prima; era carico di passione, ma non sensuale. Fu profondo, lento, quasi doloroso ed incredibilmente liberatore.

- Non so cosa stavi vedendo mentre mi guardavi- disse ancora affannata- ma non voglio che dimentichi che continuo ad essere io, sono la stessa persona, niente è cambiato.

Mulder sorrise e l’abbracciò.

-Come dimenticarlo?

" Veniamo al mondo di testa, se ci pensi questo è già un segno di ciò che ti toccherà dopo. E questo è qualcosa di simile a tutto ciò che c’è qui: Un paio di stupidi persi nell’oscurità di una stanza di un motel, sostenendosi in un abbraccio. Stanchi, feriti, ubriachi, persi ed insieme. Dondolandosi in una specie di ballo marcato dei battiti del cuore. E sarebbe dolce in qualche modo pensare che siamo fuori dal mondo…ma ugualmente è il mondo questo. Questo vuoto, questo freddo, questa solitudine, questo cammino verso la morte, anche però questo calore, compagnia, deviazione verso altro. Quasi un inganno per mantenerci qui. Per far si che vogliamo restare."

- Vuoi che me ne vada, Scully?

Si domandò quale strano meccanismo muoveva Mulder a parlare a bassa voce costantemente.
L’aveva quasi fatta trasalire malgrado l’avesse detto in un sussurro. Teneva la stessa appoggiata sulla sua spalla, ancora si tenevano abbracciati, aveva solo lasciato cadere le gambe, e gli stava sfiorando con i talloni dietro le ginocchia, a cui lui aveva risposto con un paio di mormorii d’approvazione. Ma non sembrava più eccitato, lei nemmeno lo era solo si sentiva…bene. Mulder aveva iniziato a muoversi cambiando il peso del corpo da un piede all’altro, in una specie di ballo, un dondolio che aveva il sapore di una ninna nanna.
Quello era il cielo…quello non era reale e c’era da tornare alla realtà.

-Immagino che sia meglio…starai stanco.

L’aveva detto per pura cortesia, perché non era la sua stanza e forse lei voleva restare sola ma non osava dirlo dopo quello. La verità era che l’idea di averla a più di venti centimetri di distanza gli era inconcepibile in quei momenti. Si sorprese a pensarlo e fu cosciente che mancava di qualsiasi senso ma da quando erano arrivati al motel non aveva prospettato che esistesse la possibilità di smettere di abbracciarla, che ci fosse di mezzo il sesso, senza sesso di mezzo o qualche strano fine di mezzo.

- Non ho domandato che ritieni meglio, ma cosa vuoi-rise.

Lo guardò ancora dubitando tra l’arrendersi davanti all’evidenza, davanti se stessa e, a quanto sembrava, davanti a lui o mantenere un poco di serenità, prudenza, temperanza, orgoglio, senso comune, calma.
Ma allora vide i suoi occhi, il suo sorriso pieno di calore e considerò che aver evitato di farlo con Mulder su un tavolo in una stanza di motel, in uno stato di semiestasi ancora da analizzare, senza essersi fermata a pensare a ciò che si sentiva e non si sentiva e sapendo che aveva i giorni contati, malgrado stesse più che eccitata, alterata, quasi fuori di sé e dovendo dirlo mentre quelle mani la mantenevano contro la sua erezione e con il lobo dell’orecchio tra le labbra, era sufficiente mostra di autocontrollo per quel giorno. Voleva che rimanesse, e basta.
C’era solo una cosa da tenere in conto:

- Se vuoi rimanere…

-Non rimarrei se non volessi- sussurrò avvicinandosi all’orecchio-non dimenticartene.

Scully abbozzò un sorriso e incominciò a risistemargli le maniche bagnate della maglietta che lei stessa aveva spostato mentre l’accarezzava.

- Hai freddo. Dovresti cambiarti.

-Vado a prendere dei vestiti e torno.

Le baciò dolcemente la fronte. Non sapeva come andarsene. Non era questione di educazione o roba simile, era che veramente gli costava separarsi da lei. Cinque minuti! Per andare alla stanza accanto!
Le dette un paio di piccoli colpi sulle gambe e finalmente si diresse alla porta. Fu allora quando sentì freddo.
Si girò e l’osservò, seduta sul tavolo, che si abbracciava le ginocchia, con i capelli in disordine, la maglietta mezza tolta, quel viso di chi è appena uscito dal letto o di chi sta andando a mettersi molto presto e quello sguardo tra la meraviglia e la tenerezza per ciò che era successo.
Dove si era messa questa Scully per tutto quel tempo? Dove stava guardando lui per non vederla?

-Tu pensa a qualcosa da fare, Scully. Abbiamo bisogno di un piano B. Anche se qualcosa mi dice che non sarà così buono come quello iniziale.

 

Fine prima parte.