PASSEGGIATA
(seconda parte)

 

And I’m so sad like a good book
I can’t put this day back
A sorta fairytale with you
A sorta fairytale, Tori Amos.

 

" Immagino che è ciò che ha lavorare negli XFiles, finisci per abituarti a tutto, tutto finisce per sembrarti normale, telepatia, telecinesi, extraterrestri, cospirazioni, che la testa del tuo compagno riposi sul tuo ventre mentre vede una versione di Casablanca in cui Bugs Banny è Rich e la povera gatta che la puzzola insegue è Isa e che ovviamente finiranno insieme perché una simile ingiustizia non si può ripetere. Ti sembra normale come se succedesse tutti i giorni.
E risulta normale che tu ti sia svegliata con una scatola di fragole davanti, bevande ed una battuta su che una cosa era rimanere senza sesso ed un’altra senza colazione a letto. E’ normale, completamente normale. È normale anche ciò che era successo ieri, tutto è normale, quello che è successo e quello che non è successo. Devo togliermi quest’immagine dalla testa, tutte queste immagini, ora. È normale essersi addormentati guardandosi mentre si chiudevano gli occhi, parlando di appuntamenti disastrosi e di amori platonici alle superiori( e ora possiamo dire che è strano solo di quelli della scuola). Devo liberarmi anche di questa immagine. Tutto questo è molto normale. L’unica cosa che non è normale è che Dio pretenda che non pecchiamo con il pensiero e permetta che esistano labbra come queste.
Va bene Dana, è finita! Guarda la tele"
 
Nelle tele la puzzola-hostess domandava ad Ilsa-gatta "Caffè, te, me?" Mulder rise con gusto e la sua risata vibrò su Scully. Quello che le fece sentire anche era normale.
Veramente si sentiva come se questo fosse successo cento volte, l’unica cosa strana era sentirsi così, sentire questa familiarità. Indubbiamente si conoscevano da anni ed avevano passato molto tempo insieme, molti momenti cattivi, molti momenti buoni, molti giorni normali e molte situazioni fuori del normale.
E tutto quello li aveva portati a quel letto e a vedere insieme i cartoni animati.
Normale.
Carrotblanca finì e Mulder si stiracchiò sbadigliando sonoramente, lasciò un braccio appoggiato sulla coscia di lei, avvicinò l’altra mano fino alla sua ed incominciò a farle il solletico sul palmo.

-Ti annoi.

-No, sto bene, pensavo.

Pensava che era …qualcosa di diverso da tutto ciò che era. Era attraente, era alto, era magro, aveva un corpo ben formato ed aveva quel viso, quelle labbra, quegli occhi di un colore indeterminabile, dallo sguardo intenso, e quel naso enorme per dare più realismo all’insieme. Ma non era questo che vedeva.
Mulder aveva luce. Aveva quello sguardo, sempre triste, sempre attento, sempre intenso, sempre sul punto di abbandonare tutto ma facendo un passo indietro per cercarti, sempre gridando un "Amami", e sempre firmando un "Non ho bisogno di te". Aveva bisogno e dava tutto allo stesso tempo, con la stessa forza, con ansia. Niente sembrava importagli troppo salvo alcune cose, poche, molto poche. E Scully sapeva di essere una di esse, ed iniziava a rendersi conto della sua posizione nell’elenco.
Mulder era luce.

- A come staresti bene a casa senza un noioso come me?

Mulder era un bambino ed un uomo adulto. Aveva bisogno di coccole mentre si prendeva cura di te. Lì, disteso su di lei e toccandola senza fermarsi sembrava tanto sul punto di dire"Mamma raccontami una storia che ho paura" che "Mi occuperò io di tutto. Non hai di che preoccuparti" ma curiosamente nessuna delle due cose sarebbe suonata falsa: aveva bisogno di sentirsi amato ma allo stesso tempo era un solitario, un orgoglioso autosufficiente…

-Sto bene qui.

E Scully adorava entrambe le cose. Poteva riconoscerlo o no secondo la giornata, poteva collocarlo nella casella del cameratismo, in quella dell’amicizia, in quella della necessità di protezione autoritaria, in quella dell’istinto materno, in quella del desiderio di sesso, in quella dell’affetto, in quella della fratellanza perfino, ma il caso era che adorava questa necessità e questa capacità di darsi unite nel fondo di quello sguardo.
Si girò verso di lei con un sorriso furbo che gli ballava sulle labbra e si sistemò sul suo stomaco quasi sprimacciandola.

-Anch’io.

Era stata una pazzia, era stata la più grande pazzia della storia della sua vita, arrivare fino al punto dove era arrivata con lui il giorno prima.
Ci aveva pensato sopra mentre lui stava nella sua stanza cambiandosi i vestiti ed esistevano solo due possibilità: o quella vicinanza eccessiva metteva fine alla già abituale vicinanza fisica che condividevano o metteva fine alla poca distanza che ancora rimaneva.
Il dubbio era stato innegabilmente stupido.
C’erano vari temi che non entravano nella mente di Fox Mulder. Di fatti, quando Scully si annoiava molto durante qualche vigilanza era solita enumerare mentalmente tutto ciò che era ovvio per la maggioranza dei mortali ma che non aveva un posto nel cervello apparentemente sviluppato di quell’uomo:
La necessità di qualsiasi essere umano di mantenere il suo spazio personale intorno a se in cui altri non entrassero appariva sempre nel suo elenco.
Non è che le dava fastidio, il vero problema era che non le dava fastidio.

- Accidenti Mulder, ho sempre saputo che rinunciare ad una dieta dopo due ore che hai deciso di seguirla doveva avere la sua utilità.

Aveva gli occhi chiusi. Scully cercò di trovare un aggettivo per definirlo ma tutto quello che le passava per la testa erano antonimi. Sembrava che stesse dormendo, sul suo stomaco!, le aveva circondato la vita con un braccio come se fosse un cuscino, e continuava a giocare con una sua mano, come se stesse contandole le dita continuamente.
E non le dava fastidio, le sembrava normale.
Mulder era qualcosa di simile ad un "palpeggiatore", un polpo, solo che Scully avrebbe giurato che il 99% della popolazione femminile che qualche volta aveva sofferto le attenzioni di uno di questi avrebbe ucciso perché i tipici "polpi" fossero come lui.
Non perché fosse…bene, com’era; e non solo per l’assenza di malizia, o perfino d’intenzioni, né per le sue innocenti "zone-obiettivo"; ma perché sapeva accarezzare. Come un arco di violino. Era maestro in quell’arte.

-Dieta?-mormorò- Tu sei perfetta.

Sapeva accarezzare, sì signore.

-Gia, già vedo…come cuscino.

In realtà non le importava minimamente che lui la considerasse grassa o magra o altro. Ma nel suo stomaco c’era molto di più della pressione della testa del suo compagno. C’era una maledetta convenzione dove si erano riunite tutte le farfalle del paese. Ed aveva bisogno di cose stupide da dire mentre cercava il modo di rallentare il respiro.
Si domandò come sarebbero state le cose la notte precedente se le condizioni fossero state altre, ma sapeva perfettamente che ciò che li aveva portati lì, a quella deviazione, a quel dimenticare il lavoro e lasciarsi andare, alla vicinanza ancora maggiore, era precisamente quello che impediva, forse solo a lei, probabilmente e prudentemente non doveva essere così, di continuare, fare l’ultimo passo.
Il sesso suonava a fuga disperata. Suonava a droga. Suonava a sonnifero, ad analgesico, a morfina.
E questo era esattamente quello che voleva.
E voleva lui.
E non voleva mescolare entrambe le cose.
Il concetto di paradosso fu più chiaro che mai per una che aveva fatto una tesi su un paradosso.
Paradossale.
Sorrise. Bene, non aveva sesso ma aveva Mulder, questo era meglio, no? Non faceva dimenticare, non invadeva, non permetteva di scappare, non addormentava, non alleggeriva il dolore, non tranquillizzava, in effetti la innervosiva abbastanza…ma malgrado tutto era quello che voleva.
Brutto segno.
Tardi per pensarci.
Scivolò lentamente fuori dal letto pensando che stesse dormendo. Aveva bisogno di uscire di lì.

-Dove vai?- Si lamentò in uno dei suoi usuali sussurri senza nemmeno aprire gli occhi.

-Vado a fare una doccia, vorrai uscire un poco prima di mangiare, no?Immagino che non siamo rimasti qui per passare il giorno nel letto.

-Incominciavo a sospettarlo.

-Tu puoi rimanere se vuoi e dormire un poco.

-Non stavo pensando a questo- Disse con serietà-Scully.

Si girò e tornò indietro di due passi verso il letto. Lui la guardava scrutandola, serio, persino preoccupato.

-Cosa c’è?- disse con un filo di voce.

-Vuoi parlare di ciò che è successo ieri?

-Cosa?- Disse con la sua ultima speranza di evitare l’argomento. Mulder la guardò con stanchezza. Addio speranza. –No, Mulder, non voglio.

-Non credi che dovremmo?

-No.

-Te ne rammarichi.

- In questo momento sì- Sembrava sorpreso, quasi addolorato- Sì,…se devo parlarne. Ed analizzarlo e dare spiegazioni e …tutto il resto.

-Non ti …ho chiesto questo.

- È semplicemente accaduto, d’accordo?-disse con dolcezza-

-Scully io non pretendevo…, volevo solo che tu sapessi che io non pretendevo…-immerse il viso nelle lenzuola, incapace di spiegarsi.- Dio non so cosa pretendevo.

Era complicato, molto complicato dirle che la desiderava e che l’amava e che entrambe le cose non andavano così unite come avrebbero dovuto per poter sembrare una buona idea, e che la seconda cosa vinceva con differenza , con troppa differenza, con una differenza eccessiva. Malgrado questo, avrebbe fatto l’amore con lei la notte prima, ed anche in quello stesso momento, ma non sapeva molto bene il perché.
E non era il suo stile non sapere il perchè.
Lei lo guardava, come aspettando una risposta.

-Mulder, forse le lenzuola ti hanno sentito ma io no.

-Non importa.

Non avrebbe avuto il coraggio, non poteva avere il coraggio...Aveva il coraggio di iniziare e non finire...bene questo le ricordava un poco quello che aveva fatto ma non era questo a cui doveva pensare.

-Cosa.

Fu quasi un grido.
Tardò nel rispondere. Si fermò a guardarla cercando di decidere quale era messaggio, quale erano le parole, quale era il senso. Come si diceva quello?
Forse era una risposta più per se stesso che per lei:

- Che sei molto importante. Credo che questo sia l’unica cosa che voglio dirti ed è l’unica cosa che volevo dirti.

Perché diavolo quel maledetto uomo insisteva col dire incoerenze a bassa voce?
Fu contenta che il muro stesse così vicino. Ci appoggiò contro la spalla. Lui continuava a guardarla, come se non avesse ancora finito di parlare. Come se stesse ancora dicendo cose. Sentì un bruciore negli occhi.

-Né di più né di meno, solo questo.

Perché diavolo quel maledetto uomo insisteva col dire incoerenze a bassa voce?

-Anche tu-mormorò Scully.

Si girò con un’intensa stanchezza ed aprì la porta del bagno.

-Non ricordo l’antonimo, ma fa lo stesso perché questo non vale- mormorò tra sé.

Lui non potè sentirla. Guardava la sua schiena sparire.

-Questo è tutto-disse.

Comprarono vari panini, frutta e bevande ed andarono a mangiare sull’alto di una scogliera che si elevava ad un paio di chilometri dal paese. Era uno di quei giorni indecisi di primavera in cui può succedere qualsiasi cosa, almeno per ciò che si riferisce al cielo. Fino a quel momento rimaneva nuvolo e pronto a tutto.
Scully percorse il tortuoso cammino con una strana sensazione di iper ossigenazione che era solita accompagnarla nei migliori e nei peggiori momenti. Era emozionata ma non sapeva cosa fare con quello che sentiva, non sapeva definirne la causa e nemmeno le conseguenze, solo che si sentiva quasi quasi felice e forte.
Semplicemente non ci stava pensando.
Pensò di ringraziarlo di nuovo per quella ancora stupida ma decisamente buon’idea. Ma non lo fece, solo gli tese la mano per aiutarlo a salire l’ultimo scalino che sembrava tagliato nella roccia dall’erosione.

- È un posto bellissimo.- disse allora.

Si sedettero vicino al bordo, guardando l’oceano e mangiarono in silenzio.
Non risultava loro strano stare in silenzio, a Mulder un poco, a volte, ma solo perché a lui risultava sempre strano stare in silenzio indipendentemente da chi stava accanto a lui. Ma, anche così, con Scully era diverso. A volte gli costava rendersi conto che non stavano parlando, con lei sembrava sempre che ci fosse una conversazione aperta. Salvo quelle volte…quando lei si allontanava.
Si era disteso per terra mentre lei rimaneva seduta a guardare l’oceano. La maglietta si era sollevata leggermente quel tanto che permetteva di vedere la testa di un serpente che si mordeva la coda.
C’erano molte cose che non sapeva di lei. Malgrado tutto quello che sapeva, gusti, opinioni, reazioni, qualità, difetti…, in molte occasioni poteva predire la sua linea di pensiero, sapeva quale tosse era vera e che tosse finta, sapeva tante cose…Ignorava tante altre.
Improvvisamente quella cosa gli attraversò la mente."Con lui andò a letto". Una frase fuori luogo, 5 parole, qualcosa che forse nemmeno era vera. Qualcosa che non aveva diritto di giudicare, qualcosa che avrebbe desiderato aver pensato come "Andò a letto con lui" perché in quel "Con lui andò a letto" era implicito un "ma con me no".
Non era gelosia, era il rumore delle onde, l’odore del mare, fiori e profumo di Scully nella brezza, era erba morbida e quel serpente, e quei pochi centimetri dalla sua mano alla cintola di quel pantalone, che avrebbe potuto abbassare solo un poco per vederlo completamente, e poi trascinare la lingua seguendo quel percorso circolare ed eterno, perché Scully doveva avere il sapore del sale in tutto il corpo, e baciava come sempre l’avesse fatto di cuore, e le sue mani erano ferme e lente e pensose quando accarezzava, e sapeva mordere con la forza giusta, e qualsiasi suo sguardo era da scrivere un libro o due, e quella pelle era così morbida che se avesse cercato di percorrere il serpente avrebbe finito per scivolare e cadere per il suo fianco, fino a perdersi in qualche angolo del suo corpo da cui non avrebbe mai voluto venir fuori e…
Scully lo stava guardando. Con la fronte aggrottata ed un sorriso inquisitorio.

-Che cosa c’è?

-Guardavo solamente il tuo tatuaggio- disse con una tranquillità che sorprese entrambi- E’ bello.

Scully sorrise con una certa tristezza.

-Perché lo hai scelto?

-Non ne ho idea- rispose con disinteresse e quasi senza guardarlo- Semplicemente mi è piaciuto. Diciamo che…mi ha catturato, l’ho scelto prima di decidere di farlo.

-Credi che significhi qualcosa? Sai, che richiamasse la tua attenzione.

-È stato solo un impulso.

Era stato solo un impulso. Sapeva che quel "…ma con me no" aveva qualcosa di positivo, una relazione diretta con l’essere importante per lei…, ma era così terribilmente repressivo…
Avvicinò le dita fino a sfiorare la stoffa ma in modo che lei non lo notasse. Non lo stava guardando, non sembrava avere interesse nella conversazione.

-Ti ha fatto male?

-Sì e no, era un dolore strano.

Allora si girò. Ritirò la mano prima che la vedesse. Si distese di fronte a lui. In generale le dava fastidio pensarci, troppe sensazioni mischiate, troppo complesso, troppo terribile. E poi c’era il fatto che qualche legge naturale avrebbe dovuto evitare che il compagno di lavoro archiviasse "la tua ultima avventura quello che quasi ti uccide", soprattutto quando loro due non stavano nel loro miglior momento di comprensione, quando era successo.
Ma qualcosa faceva sì che questa volta non le desse fastidio. Qualcosa faceva sì che ormai niente sembrasse importante. Qualcosa faceva sì che niente risultasse strano con Mulder.

-Strano?

-Era gradevole in un certo modo, elettrico. Sì, era un dolore strano.

In realtà pensava "Eccitante".
E Mulder lo vide. Vide "Sesso" scritto nei suoi occhi e, per qualche strana causa, il "...però con me no" si trasformò lentamente in un " Sono io chi sta qui a guardarla tra germogli di erba, sono io che ho dormito con lei questa notte, sono io chi l’ha abbracciata, ed è stato a me che ha detto «Non lasciarmi». Sono io che non l’ho lasciata".

-Eccitante?- disse sorridendo con una certa timidezza.

Scully lo guardò tra meravigliata e divertita.

-Oh Dio santo!-disse ridendo.

Si coprì il viso con le mani e fece qualcosa che nessuno dei due si aspettava: disse la verità.

-Sì.

Continuò a ridere nervosa mentre lui l’osservava con un sorriso soddisfatto. Era lui che la vedeva ridere sonoramente. In un impulso stupido le si avvicinò all’orecchio e sussurrò:

- In realtà l’avevo sempre saputo.

-Che cosa?

La guardò a lungo, i suoi occhi, le sue labbra…"che ti saresti eccitata a farti un tatuaggio, che davi calci mentre dormi, che mordevi, che ti piaceva il rum, che prendesti una cotta per il ragazzo di tua sorella, che graffiasti la macchina la prima volta che hai guidato la sola, che hai baciato quel James non so che dietro il patio per una scommessa e che avevi il sapore delle caramelle di menta…"

- Che sapevi ridere sonoramente ma lo tenevi segreto.

Si tennero così, faccia a faccia, distesi per terra, guardandosi.
Lei incominciò a piangere, con calma, le lacrime cadevano semplicemente, nemmeno cambiò l’atteggiamento, continua a stare tranquilla sorridendo, lui sì, lui domandò con lo sguardo. Scully negò: stava pensando a come era meraviglioso tutto quando non avere una scrivania era un problema.

-Mi passerà, lascia stare, è solo un momento.

Si distese guardando il cielo. Lui si avvicinò e le baciò la spalla con dolcezza.

-Sono qui- le sussurrò.

Lo so. Lo so.
Al tramonto andarono sulla passeggiata della spiaggia, con i capelli ed i vestiti pieni di erba, gli stivali ed i pantaloni macchiati di fango e la pelle arrossata dal sole. Camminarono lentamente, stanchi ma allegri. Scully non distoglieva la vista dall’oceano, era quasi divertente, sembrava una bambina davanti alla vetrina di una pasticceria.
La passeggiata era piena di gente. Il giorno era diventato chiaro ed era troppo gradevole per rimanere in casa. Passeggiarono tra bambini che correvano, mimi, venditori ambulanti, coppie che si baciavano, musicisti con i cappelli pieni di monete, tutto era così naturale, così gradevole, luminoso e pieno di vita. Così poco abituale in un certo modo. Comprarono dei gelati e si sedettero su una panchina. In verità avevano dormito poco, Mulder in particolare molto poco, tra il postumi della sbornia ed in fatto che avevo percorso alcuni chilometri su e giù per la scogliera, erano abbastanza stanchi.
Allora capì che loro erano fantasmi. In uno strano sentimento di dejà vu e predizione, tra il ricordo di un sogno e ed il sognare del dormiveglia. Sentì come un brivido le percosse la schiena estendendo per il corpo la certezza che non esistevano in quel mondo che li circondava: erano solo fantasmi, o angeli, o spiriti estranei a tutto ciò che era materiale. Qualcosa la tirava verso la logica che così bene dominava, verso l’ovvio che erano solo due persone in più in quella moltitudine ma qualcosa di più forte la manteneva in quella sensazione di non appartenenza, d’incorporeità.
Desiderò toccarlo per verificare che anche lui stava dove stava lei, dentro o fuori del mondo reale ma dalla stessa parte. L’osservò a lungo. Aveva i gomiti appoggiati sulle ginocchia e guardava con un miscuglio di curiosità( deformazione professionale), e disinteresse i viandanti mentre leccava il suo gelato. Pensò come ci sarebbe stata bene quella lingua in qualsiasi parte del suo corpo la qual cosa la fece sorridere, senza pudore per sua sorpresa, c’era qualcosa di provocantemente tenero in quel pensiero.
Tutti i suoi sensi erano rimasti indietro nel tempo, come arretrati, e quell’immagine riempiva la sua mente: Mulder. Mulder doveva stare accanto a lei, fosse o meno nella realtà che li circondava, altrimenti non l’avrebbe potuto vedere con tanta chiarezza, sentirlo come lo sentiva. Non poteva sentire la musica, intuiva solo il mormorio di sottofondo e un certo ricordo della stessa, vedeva solo lui, sentiva solo lui. Voleva toccarlo, perché solo toccandolo avrebbe ripreso coscienza, i suoi sensi, e sapere che stava lì, con lei, non con le figure sfumate e vive che li circondavano. Poteva toccarlo, solo allungare la mano fino al suo avambraccio e sfiorargli dolcemente la pelle con la punta delle dita. Era così facile. Tutto con lui sembrava così facile improvvisamente, così possibile. Poteva sentirlo fino a tal punto che quando lui tremò in un brivido questo si contagiò a lei immediatamente. Si girò verso di lei. E capì di essere stata la causa di quel brivido, che in qualche modo il viaggio che stava realizzando all’interno di Mulder l’aveva fatto tremare. Ora la guardava tra meravigliato e…vicino. Come se sapesse.

- Che cosa c’è?- Domandò con un sorriso. Non sapeva perché lo domandava, non sapeva che cosa avesse sentito, solo che Scully lo guardava come se avesse potuto leggergli nella mente.

Scully si guardò intorno cercando di collocarsi di nuovo nella realtà, nella passeggiata sulla spiaggia, sulla panchina di legno bianco, nel tramonto dorato del Pacifico, nella folla che passeggiava mangiando gelati con quell’ansia dei primi giorni di caldo e in Mulder accanto a sé. Solo Mulder, non un’altra anima in pena, come pochi minuti prima. Guardò in avanti, famiglie, bambini che scappavano correndo, genitori che correvano loro dietro gridando minacce di rimanere senza gelato o senza montare sui pony, coppie giovani, gruppi di ragazzi e ragazze che parlavano troppo ad alta voce nel tentativo inconscio di richiamare l’attenzione.
No, loro non dovevano sembrare fuori da quel mondo, ma lo erano.
Per chiunque che stava passeggiando erano una bella coppia, probabilmente sposati da poco, forse lei medico e lui psicologo, sicuramente avevano un piccolo appartamento, forse un attico con vista su Los Angeles ed una casetta nei dintorni. Forse stavano pensando di avere il loro primo bambino, forse già ne avevano uno e lo avevano lasciato ai nonni per passare da soli il fine settimana. Chiunque avrebbe sicuramente pensato questo o qualcosa di simile.
Quello che era chiaro è che a nessuno sarebbe passato per la testa che erano una coppia di colleghi dell’FBI che avevano appena finito di smantellare una setta che prevedeva la fine del mondo per quello stesso giorno e che erano rimasti lì per qualche giorno perchè lei sarebbe morta presto di cancro e lui, un paranoico con più motivi del 99% dei paranoici ossessionato dal rapimento della sorella, con un lavoro che in cui indagava in modo più che ossessivo casi paranormali, aveva deciso che dovevano fare una passeggiata, lasciare da parte per qualche giorno le loro vite di cospirazioni governative, poteri extra-sensoriali, mutazioni genetiche, extraterrestri e quel"Oh-Dio-mio-Scully-muore" per sentirsi un poco più umani e normali, perché il fatto era che lei moriva e meritava un poco di vita prima.
Nessuno su quella passeggiata avrebbe pensato questo. Nessuno avrebbe indovinato. Scully n’era sicura, e in questa occasione non era la strana sensazione di essere fuori dal mondo di pochi minuti prima. Era la logica più schiacciante.
Ed odiò se stessa ed odiò Mulder e odiò tutto quello che li aveva portati a non essere quello che sembravano a qualsiasi persona normale.

-Quando è stata l’ultima volta che hai avuto un appuntamento, Mulder?

Rimase di pietra:Dana "èlamiavita" Scully non faceva domande di questo tipo. No, lei poteva entrare nella sua vita in molti sensi, poteva arrampicarsi sui muri perché lui guardava una donna o perché una donna gli si buttava addosso nel letto senza che ne avesse colpa, poteva chiedergli se stava bene, come medico e come collega, interessarsi se dormiva o no, preoccuparsi se un caso lo stava influenzando eccessivamente, chiedergli come stava sua madre, sì, Scully a volte chiedeva. Ma non chiedeva mai dei suoi appuntamenti.
Scrutò il suo sguardo cercando di trovare un motivo per quella domanda. Gli passò perfino per la testa che gli avvenimenti della notte precedente avessero qualcosa a che vedere….ma non ci credeva, non lo capiva, lei rimaneva impassibile, con un sorriso mezzo ironico e mezzo tenero, sembrava un’insegnante che stesse domandando. " Dove sono i compiti?"

-Il mio ultimo appuntamento?- finì col dire con la bocca semiaperta.

Scully sorrise e si strinse nelle spalle. Aveva un poco di paura che avesse dato alla domanda un senso sbagliato e la mise da parte rapidamente. Ogni volta si sentiva più ridicola per aver paura delle cose ridicole.

- Sì, non è che devi risponder per forza e ...Non so, è solo una domanda. La ricordi?

Il tono ironico era aumentato nella seconda domanda e Mulder incominciò ad intravedere quella cosa da dove veniva e dove andava a parare.
Ricordava la notte prima, Scully, il tavolo, le sue mani che l’attraevano, le sue labbra, la sua lingua, il suo respiro, il suo odore, il suo sapore appena scoperto, quel suono indeterminabile che le vibrava nella gola, che gli entrava nel corpo e lo faceva vibrare, l’eccitazione, il suo sguardo dopo. Sì, ricordava perfettamente il suo ultimo bacio ed era meglio che smettesse di ricordarlo se non voleva o trasformarlo in penultimo( idea tentatrice ma forse poco appropriata in quel momento) o che Scully pensasse che più che ricordare stava rimemorizzando con dettagli qualche momento del suo supposto ultimo appuntamento in un posto poco appropriato per questo tipo di ricordi.
Ricordava Kristen. Perfettamente. Quella bella donna perduta che l’aveva accompagnato nella sua solitudine per una notte. La ricordava a volte, con affetto, con tristezza.
Ma decisamente non ricordava l’ultimo appuntamento. Doveva essere stato perlomeno prima di Diana.

- Certamente che la ricordo.

Scully lo guardò con affetto. A volte semplicemente Mulder non sapeva mentire. Era triste, molto triste, un uomo che riusciva con somma facilità a farsi passare per un impiegato per entrare in un edificio fino a raccontare frottole della grandezza dell’Himalaya ad uomini allenati a non credere a niente a volte semplicemente non sapeva mentire.

- M’intrometterei nella tua vita se ti chiedessi quanto tempo fa?

Guardò davanti a sé, una coppia di poco più di venticinque anni: lui la portava per la vita e le sussurrava qualcosa all’orecchio qualcosa che doveva riassumere il senso della vita a giudicare dalla faccia che faceva lei. E poi guardò lui, intensamente. Perché diavolo invece di "Scully che cerca di parlare di sesso" sembrava "Miss Wagner che domanda dei compiti a casa"?

- Si lo faresti.

Cercò di non suonare sgradevole, in effetti cercò di suonare insinuante. Ma la verità era che si sentiva infastidito, per la domanda e per non avere una risposta.

-Non è curiosità, Mulder. Non è che voglio che tu me lo racconti- Arrossì nel rendersi conto fino a che punto non voleva.- È solo che…

Mulder la guardò. Suonava grave, suonava triste, suonava onesta. Aspettò che continuasse. Stava evitando di guardarlo. Fece un gesto con la mano riferendosi alla gente intorno

-Ci sono donne e bambini, Mulder!- finì col dire con una risata nervosa.

- Di cosa stai parlando, di un maledetto naufragio?-rise lui.

Allora lo guardò, stava ancora ridendo. Era piacevole guardarla.

-Che cosa?

Smise di ridere ma mantenne quel sorriso d’affetto a cui lui si stava abituando, troppo troppo in fretta.

-Credo che quello che cerco di dire sia…che dovettero forzarti a prenderti alcuni giorni liberi per andare a Graceland- si strinse nelle spalle- che stai passeggiando vicino alla spiaggia perchè…bene, tutti e due sappiamo il perché.

- Perché voglio portarti a letto- insistette lui cercando di mantenere il tono gioioso per svignarsela da qualcosa che non voleva sentire: Scully che gli diceva "vivi tu che puoi".

Non avrebbe sopportato che Scully gli parlasse di donne, di bambini, di naufragi, di Graceland ne di passeggiate per la spiaggia. Non avrebbe sopportato che Scully si preoccupasse per lui in questa situazione. Non avrebbe sopportato …che lo salutasse per sempre.

-Mulder, sono anni ed hai tutta l’intenzione di passare il resto della tua vita così. Non ti dico di lasciare il lavoro, nemmeno di smettere di esserne ossessionato, colo che…passeggia di quando in quando.

Aveva bisogno di dirglielo. Non era il cancro, non era la morte, almeno non del tutto, in effetti era quel pomeriggio, quella notte, quella mattina, era Mulder nel letto che rideva per dei cartoni animati, sorridendo ad una ragazza ed accarezzandola, bevendo te e facendo battute...era l’infinita bellezza di vedere Mulder che cercava di far felice un’altra persona e riuscendoci.
Lei era stata l’altra persona.
Lei sarebbe morta.
Lei era la persona a lui più vicina.
E l’unica amica non paranoica che aveva.
Le sue conoscenze della logica le dicevano che la sintesi risultante dalle sue affermazioni si poteva riassumere in un volgare "Mulder soffrirà maledettamente"
Erano anni che cercava la sorella scomparsa, perché ingannarsi, solo Dio sa come. Aveva creato un mondo intero, una mitologia con cattivi, molto cattivi e pessimi intorno a questo fatto, aveva convertito la sfiducia in una filosofia di vita, la fede nell’ignoto in religione, la tensione in un’abitudine.
Sì d’accordo, lei non era la sorella, il trauma non sarebbe stato lo stesso.
Lei era solo importante. Importante. Niente di più, niente di meno, questo.
O conosceva molto poco Mulder o questo si traduceva in "Soffrirà maledettamente"
E non conosceva molto poco Mulder.

-Scully, io no…

Non si aspettava più una risposta. Sapeva che quello che cercava di fare era ridicolo, Mulder sarebbe crollato qualsiasi cosa lei dicesse. Ma voleva imprimergli quelle parole.
Lui lo sapeva.
Era così chiaro come i "non". Non sarebbe stato felice, non sarebbe andato a passeggiare vicino alla spiaggia con donne e bambini...a lui sarebbero rimasti i resti di tutti i sui naufragi. Accettare il destino. Il suo destino era quello. Ma poteva fare qualcosa: lottare per la verità. Quel che faceva.

- Scully io ho scelto la mia vita a misura di come ho potuto. Ho distrutto abbastanza persone che non hanno scelto.

La voce gli tremava.

-Mulder, anch’io ho fatto la mia scelta. Semplicemente…- decise che la cosa migliore era dirglielo, tutto era troppo ovvio per dire sciocchezze- non voglio che quello che succederà ti danneggi.

Lui rise cupamente. Si girò ancora una volta verso di lei con gli occhi peni di lacrime e le accarezzò la guancia con il dorso delle dita.

-Non sempre puoi avere ciò che vuoi.

Si alzò e si diresse alla ringhiera che separava la passeggiata dalla spiaggia.
Pensò a quello che aveva appena detto, e fino a che punto era solo una cruda risposta a ciò che si poteva considerare senza alcun dubbio "La più grande sciocchezza che Dana Scully aveva pronunciato in vita sua"
Il sole già stava più in là dell’orizzonte cosa che lasciava il cielo ad una luna immensa che si rifletteva sull’oceano in calma.
Pensò alla luna, completa, all’oceano, incompleto, alle cose troppo grandi che si potevano vedere complete solo da lontano.
Desiderò poter vedere da lontano la notte passata, quel giorno, se stesso in quel preciso momento. Ma tutto stava troppo vicino, colpendo, spingendo da tutte le parti.

-Sai che c’è una teoria secondo la quale la Luna venne fuori dalla terra lasciando il Pacifico come una specie di cicatrice . La terra girava troppo velocemente, andava così veloce che perse la Luna.

Si era avvicinata ed appoggiata sulla ringhiera. Aveva un’espressione strana, sognante.

-Dio mio, Scully, nemmeno io crederei a questa teoria- e rispose sorridendo.

Lei gli diede un colpo sulla spalla e cercò di imitare la sua voce:

-Oh, andiamo, devi sempre essere così razionale?- disse guardandolo con un finto rimprovero.

- D'accordo come vuoi, al diavolo l’opinione degli astronomi. La terra perse la luna per andare troppo veloce- Sorrise, era divertente vederla difendere un’idea nella quale nemmeno credeva solo perchè probabilmente le sembrava bella.

Scully voleva dimenticare la conversazione precedente, del suo patetico , infruttuoso e per quel che sembrava illuso tentativo di qualcosa di così assurdo come che lui non crollasse dopo la sua morte. Tutto quello le sembrava assurdo, tutto quello le ricordava sua madre nell’ospedale che piangeva di rabbia, domandandole come poteva non averla chiamata. Voleva dimenticare tutto questo. Voleva passeggiare per la spiaggia, sotto la luna, come se fosse una bambina e che avesse tutta la vita, senza sapere quanta, davanti.

-Mi piaceva quest’idea da bambina, sai? La lessi in un vecchio libro. Pensavo che …era curioso che due cose belle fossero sorte da un disastro.

Capì che avrebbe pianto e che non poteva scappare da lui prima di farlo. Già le aveva passato il braccio sulle spalle e l’attraeva lentamente verso il suo petto. Non sembrava compassione, sembrava che voleva nasconderla a tutti quegli estranei, a tutta quella gente che passeggiava che la faceva sentire un’ombra, così che l’accettò, s’immense nel suo petto-nascondiglio e pianse, per tutto ciò per cui non aveva pianto in vita sua per non avere dove nascondersi.
Quando tornarono al motel dopo aver cenato non ci furono domande: Scully aprì la porta e la sostenne perchè lui entrasse, e lui entrò. Si sedette sul letto facendo stridere le molle, si tolse le scarpe e si lasciò cadere, come se fosse nella sua stanza, come se fosse casa sua. Non era precisamente la prima volta che agiva così nella sua stanza, ma era la prima che glielo vedeva fare sapendo che sarebbe rimasto.

-Perché abbiamo scelto due stanze, Scully?

-Per salvare le apparenze.

Si tolse le scarpe, seduta su una sedia e rimase lì, a guardarlo.

-Che apparenze? Noi non stiamo lavorando.

-Ma non siamo sposati, Mulder- disse fingendo di scandalizzarsi.

Mulder rise e la guardò. Aveva quel sorriso, quel maledetto sorriso. Penso a qualcosa che ricordava a se stesso spesso: Che qualcosa sia difficile da capire non lo fa meno vera.

Scully si alzò e si diresse verso il letto.

-Così che dovremo comportarci bene- disse coricandosi accanto a lui e prendendo il telecomando delle tele- fare il possibile perché le molle non stridano e vedere un film come due bravi ragazzi.

Accese la tele.

-Posso scegliere il canale.

-Assolutamente no.

Scully spense al "the end" la televisione lasciando la stanza illuminata solo dalla luce della luna e con il respiro di Mulder come unico suono. Si alzò e si mise il pigiama. Lui dormiva. Voleva stendersi accanto e respirare il suo odore, sentire solo il suo calore, stare solo lì.
Si appoggiò contro il muro e l’osservò. Respirava tranquillo. La fece sentire bene vederlo così. Si distese alle sue spalle facendo attenzione a non far muovere il materasso, quelle maledette molle…
Lui si agitò, improvvisamente non sembrava così tranquillo, respirava con ansia. Scully pregò che non fosse quello che sembrava.

-Scully.

No, anche se ormai quasi desiderava quello " Scully" non fosse quel tipo di sogno. Non sapeva di che tipo era, ma non era di quel tipo.

-Sono qui, Mulder.

Gli appoggiò la mano sulla spalla con dolcezza. Desiderava troppo abbracciarlo, accarezzarlo, per farlo. Ma lui sembrava cercarla con la mano, le toccò a tentoni la gamba e il fianco.

- Vieni. Abbracciami.

Senti quelle parole percorrerle il corpo, stendersi in tutte le direzioni sotto forma di calore. Con la mano tremante sfiorò quella di lui che la cercava ancora dalla cintola in su. Gliela prese dolcemente e se la mise sotto la maglietta, trascinandola fino al suo petto, all’altezza del cuore e la tenne lì, con il palmo aperto, con la sua sul dorso. Allora il respiro si calmò di nuovo.
Non quello di Scully. Non l’evitò più, avvicinò il corpo a quello di Mulder, avvolgendolo nella misura in cui era possibile, strinse il petto contro la schiena, le gambe sotto quelle di lui. affondò il viso nella sua maglietta e cercò di evitare un profondo respiro: non potè. Lui dovette sentire l’aria calda, ancora addormentato, si agitò, e Scully si arrampicò sulla sua spalla trascinando il corpo contro quello di lui, non poteva più pensare se si sarebbe svegliato o no, se già era sveglio o no, a cosa sarebbe successo se già lo era e si fosse girato in quel momento. Lo abbracciò di spalle con quanta cura potè. Voleva svegliarlo, non ci poteva credere che quell’uomo che non dormiva mai non si svegliasse. Voleva accarezzarlo. Ma rimase così, tremando, abbracciata a lui, in attesa di un poco di controllo. Allora lui disse qualcosa che la distrusse completamente.

- Tranquilla, Scully. A partire da ora tutto andrà bene.

 

 

Fine seconda parte