DAVANTI AL MARE
(terza ed ultima parte)

 

Rimaneva molto da fare:
Raccogliere i sogni nelle notti fredde
Come quando non ci sono pesci raccolgo le reti vuote.
Il bosco della tua allegria, Manolo García.

 

L’immagine di Phil apparve nella mente di Mulder: la verità era che forse quel tipo nemmeno si chiamava Phil, ma aveva un grembiule rosso con un "Phil’s" ricamato. Phil gli metteva in mano due bicchieri di carta con il caffè mentre sorrideva e diceva " Come andiamo oggi". Phil sudava molto e sorrideva molto e si lamentava molto di sua moglie perché s’impegnava a mettere quel vaso da fiori sul bancone e lui doveva evitarlo per servire quando la coda si scioglieva e venivano da destra. Lo guardava sempre con la bocca semiaperta e gli diceva." Sicuramente lei non deve sopportare che s’intromettano così nel suo lavoro"
Al sentirlo Mulder pensava sempre a Scully seduta nella sedia dell’ufficio aspettando il caffè ed i suoi cornetti mentre ripassava i fogli di qualche file con quella tranquillità tutta sua. Allora la parola "Collega" gli attraversava la mente e sorrideva.
Phil aveva un figlio che si chiamava Roger che entrava ed usciva correndo come se fosse un cartone animato. A quanto sembrava Roger lasciava le cose per l’ultimo momento, non aiutava in niente ed era nato solo per fare impazzire il padre.
Roger era troppo magro secondo Phil( anche se a Mulder sembrava un ragazzo molto sano e normale) così che ogni volta che passava alla velocità della luce Phil gridava "Roger, vieni qui a mangiare un cornetto" e Roger si girava già con il braccio alzato prendeva il cornetto di mirtilli che suo padre gli allungava sul bancone dicendo "Ciao vado al parco" e Phil gridava "Vediamo se posso vederti in faccia" e Roger brontolava " Che noioso, sempre uguale"
E dopo aver sorriso ed aver salutato per la quinta volta Phil e giurare a sua moglie che no, veramente no" non aveva bisogno di portarsi via alcuni dolcetti perché sicuramente non mangiava bene lì con tanto lavoro così che ora non si vive", camminava con i bicchieri in una mano e la busta con i cornetti nell’altra, sentendosi stranamente felice di dover aprire le porte con i gomiti. E a volte, in quei lunghi pomeriggi di primavera, pensava che forse, solo forse, se la vita si allontanasse un poco dall’essere così ripugnante, forse sarebbe arrivato a voler avere un Roger che gli gridasse "Che noioso, sempre uguale"
Avrebbe preferito avere qualsiasi altro sogno, qualsiasi altro, cosa che non era precisamente poco in un uomo che era arrivato ad odiare dormire a causa degli incubi.
Era abituale che si svegliasse di soprassalto, sudando, gridando, piangendo o già in piedi, cercando una pistola.
Avrebbe preferito un incubo, malgrado lo stare con Scully. Nonostante che gliel’avrebbe dovuto spiegare.
A volte faceva buoni sogni, anche se stupidi, senza senso, come che poteva volare sullo Smithsonian, o che si lasciava cadere sull’erba di un prato dove andava a fare un picnic con quella ragazza nei fine settimana al secondo anno ad Oxford o che camminava per la strada un giorno di primavera.
O che Scully l’abbracciava. Era solito sognare che Scully l’abbracciava, senza motivo, non accadeva nessun’altra cosa nel sogno. Arrivava la mattina in ufficio e l’abbracciava, andava a casa sua e quando lui apriva la porta l’abbracciava, si recava in garage per prendere la macchina e Scully stava sul sedile accanto a quello di guida, si sedeva e lei lo abbracciava. Dopo questi sogni si svegliava con una sensazione gradevole, come se Scully l’avesse abbracciato.
Data la situazione in cui stava, quel sogno che si ripeteva sarebbe stata la cosa più normale.
Ma non era questo quello che aveva sognato.
Si era mezzo svegliato ad un certo punto della notte con una sensazione di felicità così intensa che gli era costato rendersi conto che era quello che sentiva; ancora di più accettare che stava in un letto scomodo in una stanza estranea e, per qualche motivo che non ricordava, con qualcuno che respirava vicino al suo collo e con una mano sotto la sua maglietta.
Respirò profondamente e capì che era lei, così che chiuse di nuovo gli occhi e cercò di riprendere il sogno, che era l’unica cosa ancor meglio della realtà.
Risvegliarsi completamente varie ore dopo fu un’altra storia. Quando si svegliò completamente le immagini e le sensazioni del sogno lo colpirono con forza in un immenso "È stato un sogno". Ma questa non era la cosa peggiore, la cosa peggiore era prendere coscienza di quella realtà di Scully addormentata dietro di lui e con un braccio che lo circondava era qualcosa di momentaneo. Perché, ancora insonnolito, tardò un paio di minuti a ricordare che facevano lì e quale era la situazione in cui lei si trovava.
Chiuse gli occhi con forza e mormorò un "Oh, mio Dio".
Le immagini tornarono: stavano in un letto ma non era come quello del motel, era un letto grande e bianco in una stanza grande e bianca illuminata da una luce soffusa che sembrava venire da tutte le parti, come se le pareti, il tetto, i mobili e perfino loro brillassero.
Si guardavano negli occhi. Scully sorrideva, così felice che sembrava incapace di esprimerlo, sul punto di scoppiare a ridere, o a piangere, o a gridare, malgrado la profonda stanchezza che s’intravedeva dietro questa felicità. Aveva i capelli diversi ed era….diversa. Esattamente quel tipo di "diversa", esattamente il "diversa" di una donna che ha appena avuto un figlio.
Un figlio che si era addormentato tra tutti e due con il dito indice di Mulder stretto nella mano. Si alzò con attenzione dal letto, lo prese in braccio e lo portò nella culla.
Rimase lì, in piedi, ad osservarlo. Niente gli era mai sembrato così bello, così complesso, così incredibile e così reale come quel bambino che dormiva tra le lenzuola con gli orsacchiotti. Innocente, estraneo al mondo, in pace.
Quando volle rendersene conto stava piangendo per l’emozione. Allora sentì che Scully stava dietro di lui e la chiamò in un sussurro:" Scully". Sentì la mano di lei sulla spalla. " Sono qui, Mulder."

- Vieni, abbracciami- le disse. Sorrise meravigliato: che mondo era quello in cui lui poteva chiedere a Scully di abbracciarlo senza sentirsi egoista, colpevole, strano o insicuro?

Lei lo circondò con le braccia e si sentì felice e credette che sarebbe scoppiato in pezzi. Era chiuso tra le due persone che più amava al mondo. Perché, nel sogno, non aveva dubbi su cosa sentiva per Scully: semplicemente sentiva tutto, tutto quello che credeva si potesse arrivare a sentire per un’altra persona un affetto intenso, un forte desiderio, la stessa amicizia ma ancora più chiara, un amore profondo. Tutto, mescolato e concentrato stava nello spazio fra tutti e due.
Prese la mano di Scully e se la portò sul cuore incapace di esprimerle in altro modo quello che sentiva.
Allora la sentì inquieta, sospirò sulla sua pelle, le strinse la mano con più forza. Sapeva che stava pensando, sapeva che aveva paura, erano passati per tanto…ma lui sentiva che tutto sarebbe cambiato. Sentiva che, almeno in quell’istante, tutti e tre erano in salvo ed insieme.
Era un istante che valeva una vita intera, che dava senso ad una vita assurda, che dava senso alla sua vita.

-Tranquilla Scully: a partire da ora tutto andrà bene.

Immense il viso nel cuscino per soffocare i singhiozzi e fu questo lieve movimento che gli fece rendere conto di quella leggera umidità sulla sua schiena. In un primo momento sorrise al pensare che sarebbe stato molto imbarazzante per lei rendersi conto che gli aveva riempito di bava la maglietta mentre dormiva, ma ebbe una strana sensazione: un miscuglio di presentimento e coscienza che non era saliva. Si girò ancora facendo attenzione a non svegliarla. E malgrado che la luce era spenta poté vedere la macchia scura intorno alla sua bocca.

-Scully!

Accese la luce, si tolse la maglietta e le cominciò a togliere con essa il sangue dal viso. Scully si svegliò con quel grido carico di panico e guardò intorno a se aspettandosi un attacco, fuoco, un terremoto, ma non c’era nient’altro che Mulder assolutamente terrorizzato e con una maglietta macchiata di sangue in mano.
Era così confusa ed allarmata, che in un primo momento credette che il sangue fosse di lui, che era ferito, e gli guardò il petto, cercando. Allora sentì il sapore in bocca e comprese.
Lui continuava quando già non c’era quasi più niente da pulire. Inumidì la maglietta e tornò a passargliela sotto il naso volendo cancellare ogni traccia di sangue, come se con questo cancellasse il fatto, come se così potesse sparire quello che l’opprimeva dentro fino a farla sanguinare. Piangeva, sembrava fuori di sé, strofinava così forte che le stava facendo male.

- Mulder, basta- sussurrò Scully fermandogli la mano- È passato ormai. Non è niente, tranquillo.

Gli accarezzò la guancia coperta di lacrime. Sentiva pena per lui, per vederlo in quello stato, gli sorrise perfino e cercò di togliere importanza all’accaduto. Gli prese la maglietta e gliela mostrò:

- Vedi, è poco sangue. Non è niente. Sto bene.

Si obbligò a calmarsi. Per un momento aveva pensato che non si sarebbe svegliata, per un momento…Si appoggiò alla testata del letto e la guardò, davanti a lui, seduta sui talloni, con una nuova goccia che fluiva, cercando di convincerlo che tutto andava bene. Come poteva la vita essere così ingiusta? " Ti sta uccidendo. Ti sta uccidendo e vuoi che mi calmi"

-Ti sta facendo male.

Gli risultava così inconcepibile il fatto di non avere un nemico, che in realtà parte di lei fosse il nemico, non conoscere le cause, i motivi, le condizioni…solo un fatto: la stava uccidendo.

- Non fa male- rispose Scully con stanchezza.

Era stanca, stanca di sanguinare, di mantenersi intera, di evitare di piangere, di dire che non succedeva niente, di aspettare, di aspettare risultati, aspettare speranze e, dall’ultima visita medica…aspettare l’unica cosa che le rimaneva d’aspettare ora che sapeva che non avrebbe dovuto aspettare troppo. Stanca di nascondere questo fatto a tutti.
Si alzò per andarsi a lavare. Lo guardò, e di nuovo poté sentire solo pena per lui e pena per se stessa ed odiarsi per questo. Lo baciò dolcemente.

- Non piangere. Non è niente.

Camminò pesantemente verso il bagno e chiuse a chiave, senza sapere il perchè. Forse solo per dimenticare che aveva fatto ciò che si era giurata di non fare: permettere, causare, che qualcun altro soffrisse per quello.
Seguì il percorso lentamente, passo dopo passo, dietro di lei. Appoggiò la fronte, il palmo della mano contro la porta del bagno, chiusa, aveva sentito il chiavistello.
Non ci stava riuscendo, non la stava aiutando. Si lasciò cadere fino a rimanere seduto a terra, contro il muro.
Il sogno gli tornò in mente, con tutti i sentimenti e le sensazioni che portava associati. Era stato così vivido, così reale, malgrado fosse una situazione impossibile, che risultava fisicamente doloroso.
Che razza di vita era quella in cui questo era impossibile ma non che a Scully l’avessero rapita per sottometterla ad esperimenti in un complotto tra governo ed esseri extraterrestri? Che razza di ridicola ed assurda vita portava a rendere possibile che gli ovuli della sua collega fossero stati nel suo taschino?
Per un momento pensò che il sogno doveva essere la realtà e la realtà solo uno stupido sogno, un incubo.
Non è che volesse un figlio da Scully, nemmeno aveva sufficientemente chiaro se voleva Scully in quel modo. Odiava riconoscerlo ma sì, era quel genere di persone che danno più valore alle cose quando sanno che possono perderle, per questo non poteva prendere una decisione rispetto a ciò che sentiva o non sentiva per lei.
Tutto era troppo confuso, ma risultava ovvio che il sogno sembrava più reale del suo simulacro di vita, con una sorella scomparsa ed un padre assassinato, in cui ogni giorno doveva affrontare qualcosa di più incredibile.
Voleva svegliarsi, Samantha sarebbe stata sana e salva e Scully non sarebbe malata, e se il prezzo era essere padre e dover accettare questa responsabilità avrebbe firmato immediatamente.
Dio mio, lui sapeva che gli ovuli di quella donna che sentiva piangere all’altro lato della porta erano in una provetta e lei nemmeno lo sapeva.
Non era così forte. Non è che non gli piaceva in parte fare una vita diversa, investigare, scoprire fatti nascosti, fare viaggi da un lato all’altro del paese per esaminare segni strani sul collo di qualcuno ma non fino a questo punto. Quello era troppo. Quello stava diventando troppo personale. Non ce la faceva più.
Ma la cosa importante, l’unica cosa importante era che non aveva più forze per sopportare quel peso, accettare che l’avrebbe perduta a meno che non accadesse un miracolo, lei, l’unica persona a cui per molti, troppi anni, aveva permesso di avvicinarsi. Non poteva sopportare non poter fare niente per lei. Venirle meno fino a questo punto. Venirle meno fino al punto di non poterlo sopportare.

Scully uscì dal bagno e lo vide, seduto a terra, con la testa tra le mani.

- Mi posso unire alla festa?- disse sedendogli accanto.

- Mi dispiace, Scully.

- Di cosa?

Non pensava che Mulder dovesse scusarsi per qualcosa, ma sapeva che si sentiva colpevole per quasi tutto a questo mondo e non era capace d’immaginare a cosa si riferisse in quel momento.

- Non fare niente.

- Lo fai, Mulder. Fai quello che puoi. Ed io te ne sono grata.

Allora la guardò, triste, stanco, disperato. Era come uno specchio.

- Sono io a cui dispiace …dispiace d’aver permesso questo: Non avrei dovuto lasciare che t’implicassi fino a questo punto. Io devo passare per questo ma tu non ne hai motivo- disse sottolineando le ultime parole.

Glielo avrebbe dovuto evitare ma si sentiva così sola che era stato impossibile. Già aveva allontanato la sua famiglia. Mulder non si era lasciato allontanare, semplicemente.

- Non lo capisci, Scully? Non essere qui non sarebbe diverso per me.

A volte ancora se lo domandava, dopo tutto quello che era successo a volte ancora si domandava che cos’erano. A questo non aveva ancora una risposta, sembrava chiaro, che mai l’avrebbe avuta. Ma, a volte, ancora si domandava se era qualcosa in più per lui, qualcosa in più di chi gli faceva le autopsie, di chi redigeva più della metà dei rapporti, di chi gli dava credibilità davanti ai suoi superiori.
In realtà lo sapeva. Comprendeva perfettamente quel "Importante" che lui aveva pronunciato il giorno prima. Alcune volte più di altre ma sempre lo sapeva. Le dispiaceva che mai prima le fosse stato così chiaro.

- Per me sarebbe diverso se tu non ci fossi.

Mulder sorrise e le mise un braccio intorno alle spalle. Scully dubitò un istante. Ma era tardi per dubitare, per allontanarsi, per sognare che non era importante, che lui si bevesse la sua maschera di donna incrollabile, che stare nelle sue braccia non implicava automaticamente sentirsi meglio. Era tardi così che passò le gambe su quelle di lui, riabbracciò la sua vita e gli appoggiò la testa sul petto lasciando che la circondasse e la isolasse dal mondo reale.
Lasciò vagare la sua mente da un lato all’altro avvolta in quel rifugio.
Solo un tempo rubato, questo erano stati quei giorni, un caso a parte, una nota legata debolmente con un fermaglio alla sua vita, scritta di fretta, senza punteggiatura, parole appena pensate, tratti rapidi e insicuri, difficile da leggere più tardi ed interpretare, poco spazio in cui si cerca di concentrare un messaggio importante.
Volle pensare che entrambi leggevano la stessa cosa lì. " Per me sarebbe uguale- Per me sarebbe diverso" Opposti che curiosamente dicevano la stessa cosa: M’importi. Sei parte della mia vita. Sei parte di me.
Lo strinse con più forza e lui le bacio dolcemente i capelli. Probabilmente non sapeva cosa fare, continuava a pensare che non era abbastanza, ignorando che stava facendo giusto ciò di cui aveva bisogno. Con impaccio e dubitando. Forse poco abituato ad essere necessario, ma sicuro.
Voleva più tempo e voleva più tempo con Mulder. Aveva molto da fare, nel lavoro, nella vita, voleva non farle questo un’altra volta alla sua povera madre, ai suoi fratelli, ma in quel momento quello che veramente voleva era più tempo con quell’uomo che tante volte aveva "sentito troppo presente"
Non è che aveva l’impressione di aver perso tempo ma di non essere stata cosciente di quello che succedeva. Aveva vissuto pensando troppo nel futuro che non esisteva più. Pensando che bisognava andare a dormire per essere riposata, leggere rapporti e ricerche mediche caso mai qualche giorno avesse avuto bisogno di quelle conoscenze invece di rimanere un momento in più a parlare con lui. E mentre pensava a ciò che sarebbe successo non vedeva quello che stava succedendo: come Mulder passava ad essere la persona più vicina, la persona che stava sempre lì quando ne aveva bisogno, in un certo modo, la più importante della sua vita.
Un compagno. Non solo qualcuno a cui si da questo nome ma un vero compagno: Chi ti accompagna nella tua vita.
Ricordò quello strano caso qualche mese prima, un’altra setta, una donna con una doppia personalità, secondo lei, che ricordava le sue vite passate, secondo lui. Mulder si era sottoposto ad una regressione ipnotica ed aveva parlato delle sue vite passate. E lei formava sempre parte della sua vita, diversi modi, diverse persone, ma stavano sempre insieme. Le anime tornavano a stare insieme, aveva detto lui. E si sorprese ad avere fede, solo per un secondo, ma ci aveva creduto.
E questo la fece ridere. Ora che non credeva a niente, stava pensando alla reincarnazione, geniale, era così triste che risultava divertente, molto divertente.

- Che stai pensando?- sussurrò Mulder. Non le piacque la domanda anche se le piacque sentire la sua voce. Le dispiacque aver riso, si stava meglio solamente sentendo.

-Stavo pensando che tutto combacia.

Mulder non chiese altro anche se avrebbe voluto farlo. Invece Scully continuò, anche se non voleva:

- Sai, Mulder, da piccola, da quando mia madre m’insegnò il padre Nostro ho creduto in Dio. A volte di più, a volte di meno immagino, in modi diversi. So che ti sorprende che qualcuno come me creda in Dio- il suo tono cambiò improvvisamente diventando triste ed addolorato- Spesso pensavo che sarebbe accaduto questo, ma è dovuto succedere precisamente ora. Tutta la mia vita ho pregato, ho cercato di osservare tutti i principi religiosi, ho creduto che qualcosa, qualcuno, mi teneva in conto, mi conosceva, mi vedeva. Mi sono sentita a volte colpevole per assolute sciocchezze e altre per altre cose…che erano per sentirsi colpevole, molto colpevole, molto colpevole…

Stette zitta immersa nei suoi pensieri, con lo sguardo perso per terra.
Intuiva quali fossero state le sciocchezze che aveva nominato ma non poteva immaginare che cosa aveva potuto fare Scully che le provocasse tanta colpa. Per un istante, sentì quasi che si separava leggermente da lui, come se improvvisamente non si sentisse a suo agio abbracciandolo ma che nemmeno volesse rompere l’abbraccio. Questo gesto gli disse che non doveva domandare.

- Ho sempre creduto che qualcuno si prendesse cura di me, di tutti noi, e sempre ho creduto...-sorrise con ironia.- sai già, alla parte buona. Salvo ora. Non è divertente?

No, non gli sembrava divertente ma terribile che avesse perso questa fede. Una fede che lui non condivideva ma sapeva che era importante per Scully. Cercò d’immaginare fino a che punto doveva sentirsi abbandonata, senza speranze. Avrebbe voluto piangere, ma non lo fece per rispetto verso di lei.

- Immagino che non dovrei raccontarti questo, è...una sciocchezza.

-Mi piace ascoltarti, sciocchezze incluse- disse sforzandosi di sorridere e cercando di dare alla conversazione un tono leggero.

Scully gli credette e sorrise, troppo, di entrambe le cose, per questo dovette scherzare.

-Andiamo, odi sentire le mie chiacchiere scientifiche che demoliscono le tue teorie.

- Questo è diverso.

Si guardarono a lungo, con quella calma che da la fiducia, la sensazione che niente di ciò che si è, che si è stato, che si è fatto, che sia passato, può cambiare i sentimenti di un’altra persona. Mulder incominciò a sistemarle i capelli mentre diceva:

- Sai, Scully? Nemmeno odio quando mi contraddici. A volte sei esasperante, sì, come me, ma…Non so- sospirò cercando ritrovare le parole.- So che non credi nell’immensa maggioranza delle cose in cui io credo.

Scully sorrise.

- Ma ricordo che ti raccontai che Samantha era stata rapita: C’eravamo appena conosciuti e so che non ci credesti ma non mi prendesti per pazzo, nè per uno stupido. Quando si è come io sono e si credono le cose in cui io credo…

Si sentì confusa, tutto quello era troppo per essere ascoltato per terra, tra le sue braccia, così vicina, molto più che la stessa situazione implicava. Molto più che fisicamente vicino. Mai erano stati così vicini.

- Mulder, che non creda in quello che tu credi non significa che io non creda in te.

Continuava a sembrargli ingiusto, come sempre, disuguale, come sempre: lei gli aveva sempre dato molto più di lui. Dubitava anche che le avesse dato qualche volta qualcosa. Di modo che cercò, come cercava di fare negli ultimi mesi, di scoprire che cosa era esattamente quello di cui lei aveva bisogno e come darglielo.
Non poteva salvarle la vita, non questa volta, non poteva darle più tempo, non poteva evitarle il dolore, ma ci doveva essere qualcosa, qualche piccola e stupida cosa utile, qualcosa di più che abbracciarla, qualcosa d’importante. Tornò a pensare che era terribile che avesse perso la fede, ora, quando ne aveva bisogno, ma lui nemmeno le poteva restituire questo, nemmeno credeva.
Allora fece quell’assoluta sciocchezza senza senso: ricordò il sogno, s’immerse nel sogno, nelle sensazioni, in quei sentimenti che in realtà, malgrado quanto si sentiva fortemente unito a lei in quei momenti, non aveva, e s’immerse in quello sguardo cercando di trasmetterle quella fede, quella che lui aveva sentito, la fede in che tutto sarebbe andato bene, perchè sì, perchè erano insieme e tutto doveva andare bene.

- Che cosa...-balbetto Scully dopo un tempo che le sembrò impossibile da determinare.

Non sapeva cosa domandargli, non sapeva che dirgli, non sapeva cosa era successo, solo che si era sentita di nuovo come davanti all’oceano, solo che erano gli occhi di Mulder in quello sguardo e si era immersa in essi come se la vita, la morte, tutti i sensi, tutte le risposte stessero lì, come se c’entrasse tutto, come se tutto potesse avere un posto….perfino la speranza.

- Scully, la fede è pericolosa ma… e se fosse la cosa indovinata?

- Mulder, tu...nemmeno credi in Dio.

- E, anche così, te lo sto dicendo.

- Nemmeno...sono molto sicura che cosa sia quello che mi stai dicendo...

- Forse le risposte rare volte sono quelle che uno si aspetta, ma bisogna continuare a sperare. Forse tutto quello che diamo per sicuro non sia così chiaro…forse.

"Forse niente" pensò "Il cancro è il cancro, l’inoperabile è l’inoperabile e la morte è la morte. E questo è tutto". Aveva sonno. La verità era che non voleva parlare oltre dell’argomento: Parlare era pensare e pensare era pensarci. Sarebbe stato perdere tempo quando lì c’erano carezze, e sguardi, e braccia e odore di Mulder. Forse sarebbe morta, va bene, ma era viva e come avrebbe detto lui: Una cosa è rinunciare al sesso ed un’altra alle fragole.
Chiuse gli occhi ed appoggiò la testa, lasciando che lui l’accarezzasse. Domani sarebbe stata logica, domani sarebbe stata professionale, domani sarebbe stata forte, ma fino all’alba sarebbe stata se stessa tra le braccia di Mulder. Non c’erano motivi per evitarlo. Già niente poteva cambiare niente. Fino all’alba si sarebbe addormentata sotto quello sguardo pieno di…qualsiasi cosa fosse, nel profumo, nelle carezze, nel calore. Era quasi addormentata quando lui parlò.

- Sai che cosa è il divertente della fede, Scully?

- Come dici qualcosa sulle montagne che si muovono...non rispondo di me stessa- disse insonnolita, "Rispondere di me stessa" pensò " ho smesso di rispondere di me stessa da quando mi mollasti quel «Ho pensato che ti piace il mare» "

Mulder sorrise.

- No, la cosa divertente è precisamente che non le muovi ma tutti agiamo come se lo facesse.

Quello risvegliò realmente il suo interesse, e lo guardò interrogativamente.

- Che cosa vuoi dire?

- Che tu creda in qualcosa non fa sì che esista e che non ci creda non fa sì che non esista. La fede non cambia i fatti. La fede cambia solo noi. La fede in altre persone può influenzarli, certamente, ma la fede in Dio... Forse hai creduto per tutta la tua vita e questo non ha fatto sì che Dio esistesse ma, se Dio esiste, che tu non creda ora non cambierà le cose.

Penso che, nel fare coraggio Mulder era come in tutte le altre cose: strano ed onesto. Lei non aveva più la fede e non l’avrebbe recuperata ma…forse sì la speranza, solo un poco, ma l’aveva. Speranza di non sbagliare a non avere fede, speranza di non sbagliarsi a non avere speranza.
Sì, Mulder era strano ed onesto, ma la cosa più strana era che c’era riuscito, in tutto, che parlasse, che dimenticasse e che credesse che esisteva una speranza.
Ricordò lo sguardo di qualche minuto prima e volle credere che era fede quello che c’era in fondo, non fede in un dio, nè fede nella scienza, fede in lei, forse, fede in un miracolo, forse, una fede creata solo per darla a lei, per poterla far sentire bene. Questo le sembrava qualcosa di molto bello ed era questo in cui voleva credere. Tornò a sorridere: " Lei voleva credere."

-Tutto combacia- disse in un mormorio quasi incomprensibile. Il sonno la stava vincendo.

-Che cosa?

- Niente, che forse ci sono montagne che si muovono e che sono fatte di granelli sabbia.

- Dune?- disse lui divertito e meravigliato.

- Non era un indovinello, ma immagino che tu abbia indovinato.

Il sole filtrava attraverso la tenda semiaperte, si trascinava per il pavimento verso di loro. Scully desiderò che non li raggiungesse mai. Non voleva il giorno dopo, non voleva l’aereo, non voleva tornare. Voleva rimanere lì, in un abbraccio pieno di carezze e sussurri che sapeva che non sarebbe più esistito di nuovo o forse, pensò, solo forse…
Lo guardò fisso. Mulder pensò che poteva essere dovuto alla luce dell’alba, ma gli sembrò intravedere una traccia di speranza nel suo sguardo. Il suo sorriso mostrava stanchezza, ma già non sembrava così triste che forse, solo forse…

 

Fine