PROLOGO

20 Settembre
New York
Caffetteria Starbucks
11:15 a.m.

L'ASSENZA è un veleno profumato che ti stringe il cuore, annebbia la visione del passato e tinge i tuoi ricordi, sfocando le tue credenze. Tredici giorni d'attesa e mi sento come la versione post-moderna di una vedova irlandese che guarda il mare e prega a bassa voce perché suo marito torni vivo.
Eccetto per il piccolo dettaglio che non sono vedova, né c'è mare, né ho l'animo di pregare. Nemmeno ho un marito.
Nessuna metafora è perfetta.
Quello che è sicuro è che non ho motivi per temere che non tornino. Nessun segnale che qualcosa sia andato male. Ma il fatto nudo e crudo, la mia verità scientifica è che qualcosa potrebbe essere andato male e quest'attesa avrebbe allora un finale tragico. Guardo l'orologio ogni dieci secondi, convinta che siano passate ore. Nel frattempo, il mio caffè si raffredda sul tavolo, così solitario come me.
Sono patetica.
A metà mattina, questo e tutti gli Storbucks di New York sono pieni di gente, ma pochissimi si siedono per assaporare la loro colazione. La maggior parte fanno la coda, chiedono un"mocaccino"decaffeinato con saccarina e escono dalla porta con il loro bicchiere di plastica, bevendo mentre vanno al lavoro. Cercano solo la sensazione della caffeina nelle vene e non fanno caso al sapore, questa amarezza addolcita artificialmente che è diventata la metafora perfetta dei miei giorni e delle mie notti.
Undici e un quarto. Dovrebbero entrare da un momento all'altro. Dove staranno?
Attraverso la vetrina l'autunno arancione della città mi saluta e lo guardo sott'occhi, incapace di godere di qualsiasi paesaggio mentre mi rode quest'attesa angosciosa. Accanto a me, tre ragazze di una ventina d'anni, probabilmente universitarie, parlano a bassa voce e di tanto in tanto, interrompono la chiacchierata con risatine complici. Mi fanno sentire vecchia perché da anni non rido così. Anche se, a pensarci bene, sono quasi convinta che loro ed io viviamo e abbiamo vissuto sempre, su pianeti diversi e che mai ho riso spensieratamente. Loro non sanno chi aspetto, né possono comprendere che si scatena alle loro spalle una battaglia silenziosa per la loro sopravvivenza e la sopravivenza globale. Le loro facce sono piene d'espressività. La mia è solo una maschera di porcellana.
Suonano i campanelli sulla porta ed entrano. Insieme. Il mio cuore s'allarga e rimbomba contro il petto in uno spasmo di dolore e ansia. La maggior parte dei clienti li guardano ma loro non si sentono scrutati. Sono concentrati, guardando a destra e a sinistra, per cercarmi. Nel preciso momento in cui mi trovano, aspettando con un caffè freddo, la sensazione dei loro sguardi mi trapassa come fosse una carezza estrema.
Stanno bene. Sono vivi. Siamo tutti in salvo.
Per quanto si possa essere in salvo quando l'apocalissi è la spada di Damocle che pende sulle nostre teste. Solo questo fatto sicuro fa sì che tutto il resto sia relativo.
Si avvicinano al tavolo. Le universitarie ci guardano e la loro invidia prende forma e densità accanto a me. M'invidiano perché i due animali più belli di questo Starbucks sono seduti con me. Per quello che loro sanno, entrambi sono miei e m'avvelena questo potere.
Nessuno dei due lo è ma loro non devono saperlo. E' un segreto tra la mia coscienza e lo Starbucks
Mulder si siede giusto davanti a me e sentire il suo calore corporeo, la sua sola presenza fisica, è un sollievo estremo, è stare in casa, confortata davanti al camino. E invece, quando incontro i suoi occhi che cercano familiarità, lo trovo intensamente più bello che mai. Tredici giorni senza vederlo, la barba mal rasata e un'espressione scura e sognante. E' una bellezza quasi crudele. Sembra un altro Mulder, un altro angelo più bello.
Con lui è sempre la stessa cosa. Ora ti senti al sicuro, ora cadi per la discesa delle tue insicurezze e delle sue promesse silenziose.
Mi passa una busta al di sopra del tavolo e osservo le ferite sulla mano. Dentro ci sono quattro cd che brillano sotto la luce autunnale. La mano ha bisogno di cure ma non sembra che ci sia infezione. Nessuno in questo Starbucks e pochi in tutto il pianeta conoscono l'importanza del contenuto di questa busta. Non sanno che sul tavolo di plastica di una caffetteria si nasconde parte del destino comune dell'Umanità condannata. Non sanno che questi due uomini sono profeti apocalittici, soldati che sacrificano la loro sicurezza nell'oscura battaglia silenziosa che ci circonda. Il privilegio doloroso di saperlo è una sanguinante responsabilità con cui ho appreso a vivere.
Sono passati tre mesi. Tutta una vita.
Ma non riesco ad abituarmi alla sua presenza maschile, silenziosa, strisciante. Alla sinistra energia che emanano quando stanno insieme. Alla combinazione delle loro asimmetrie. Sono olio e petrolio. Sale amaro. Caffè torrefatto. Veleno profumato. Mai avrei pensato di vederli insieme. Non solo insieme in uno stesso posto o in uno stesso tempo. Ma uniti, irrimediabilmente uniti, dividendo un destino, guardandosi le spalle mutuamente.
Siamesi caduti.
Con frasi brevi e quasi gravi, criptiche e piene di significativo silenzio, mi fanno il riassunto dei loro progressi in Russia. Non sono cresciuta tra militari per non riconoscerne due quando li ho davanti. Induriti. Sono due generali dopo la guerra. Non si gloriano mai delle loro vittorie. Sanno che le peggiori battaglie devono ancora venire e che si spargerà sangue nelle trincee. Sanno che forse questo sangue sarà mio, loro o nostro e questo patto che una volta era impossibile li unisce. E' il cordone ombelicale della morte.
E' raro vederli come fratelli, ma è l'unica parola che si adatta allo spettacolo che ho davanti.
Quando uno si alza per le ordinazioni, l'altro si gira verso di me con un tono più personale.

-Ti sono mancato?

Non esistono parole per descriverlo, Mulder.

-Tangenzialmente- rispondo. Fare la dura fa parte del mio lavoro.

Gli sta bene l'ombra di barba e la dolce sensualità del suo labbro inferiore contrasta con lo scintillio umido delle pupille. L'umorismo è il suo modo di sedurmi. Lo è stato sempre anche se la seduzione non si è mai consumata.
Questa è la sfida. Che Mulder è la frutta matura nel suo splendore, la delizia che non cade mai dall'albero e continua a guadagnare bellezza con il passare del tempo. Vive nell'istante in cui la frutta esplode nella bocca, granulosa, calda e completa. Non sa di alcool, né ha iniziato l'invariabile processo di putrefazione. La sua bellezza si mantiene intatta e il suo sapore è intossicante, quieto e finale. E' un mistero che riesca a vivere in questo momento, è il suo maggior enigma.
Sente l'odore dei caffè e avverte che qualcuno si avvicina dietro di lui. Non smette di guardarmi ma la sua attenzione non è più solo per me.

-Scully, abbiamo un problema-, dice, senza fermarsi a guardare l'altro uomo.-Credo che Krycek si sia innamorato di me.

Alex lascia i caffè sul tavolo e non si disturba a rivolgergli lo sguardo. I sui ardenti occhi smeraldo fissano i miei.

-Non sopravvalutare il tuo culo, Mulder. Nessuno ha parlato d'amore.

Non vuole ridere, chiaro. Mulder non vuole mai ridere alle battute di Krycek. Ma non può evitarlo. Abbassa gli occhi e i suoi denti accennano ad sorriso fugace e sexy che mi annoda lo stomaco. Alex lo guarda con la coda dell'occhio, indecifrabile. Osserva il nostro legame. E sta giocando anche se non so con chi dei due.
Cosa siamo? Dove andiamo?
I giorni si annuvolano, le risposte si confondono.