Capitolo Quattordici
- Mulder stava già premendo Paula contro la porta anteriore mentre lei lottava con la
serratura. Il sangue ronzava così stridente nelle sue orecchie che non poteva distinguere
la voce onnipresente del fiume appena oltre la piccola recinzione a picchetti. Quando la
porta si spalancò barcollarono all'interno; Mulder prese a calci rudemente la porta per
chiuderla dietro di loro. Sentì le chiavi di Paula cadere dimenticate, sul pavimento di
legno duro.
- Non c'era tempo di preoccuparsi della luce. La spinse forte contro la parte posteriore
della sedia più vicina, aggrovigliando le dita nei suoi capelli, tirando, forzandole la
testa indietro, con la bocca urgente alla sua gola. Le dita di lei artigliarono la fibbia
della sua cintura, poi la chiusura lampo dei pantaloni. Sentì che gli trascinava giù i
pantaloni ed i boxer, poi improvvisamente le sue braccia forti lo respinsero, con le mani
ferme contro il petto.
- Lui alzò la testa, ansimante, ammutolito per la confusione. Non poteva leggere i suoi
occhi nell'ombra.
- Lei si girò nel suo abbraccio finché la schiena fu verso lui. "Da dietro,"
ringhiò, premendosi contro di lui. L'alito di lui sibilava selvaggiamente fra i denti
mentre le passava le mani sotto alla camicia e scopriva che non indossava nulla sotto
questa.
Nel corridoio, le falcate di Scully divennero sempre più corte mentre
si avvicinava alla porta della stanza di Mulder. Non l'avrebbe guardata. Non l'avrebbe
neppure guardata. Intendeva camminare oltre, ma i suoi piedi la ostacolarono; fece una
pausa e gettò uno sguardo obliquo, riluttante, alla porta; il suo sguardo viaggiò
lentamente sul legno dolce, indugiando sul vivo splendore del pomolo d'ottone
Silenzio. Non c'era suono alcuno da dietro la porta. Non ne era
sorpresa. Già aveva presupposto che lui non sarebbe stato là. Abbassò gli occhi e
studiò il motivo blu e crema della moquette, guardando un piede, quindi l'altro, il passo
-- ed il passo -- ed il passo, che la portavano verso la propria stanza.
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- Mulder entrò nella stanza ed accompagnò la porta a chiudersi morbidamente dietro di
sé. Attese nell'oscurità silenziosa un lungo momento prima di sospirare e raggiungere la
luce. Lasciò cadere la giacca sopra una sedia e tirò via la cravatta dirigendosi in
bagno.
- Tre volte, ora. Si domandò perché non poteva semplicemente chiudere la porta della sua
stanza e lasciare la vergogna fuori nel corridoio. Nella doccia, aprì l'acqua, sempre
più calda, fino a che non sentì il sudore scoppiare ancora sulla sua faccia. Sfregò la
pelle come se quello potesse lavare via la memoria dal suo corpo.
- Era di Scully che aveva sognato, Scully che desiderava; era Scully che non poteva avere.
Pensò che da lungo tempo si era rassegnato a questo. Perché, allora, quando il Destino
faceva cadere qualcuna come Paula nella sua vita come una sorta di cosmico premio di
consolazione, lui non poteva mettere un po' da parte Scully dalla sua mente per un attimo
e godersela?
- Giacque a letto, appoggiato contro i cuscini, con il telecomando nella mano destra.
Cambiò ripetutamente canale. Niente catturava la sua attenzione. Nella sua mente
costruiva elaborate fantasie, scene di Scully che lo affrontava, accusandolo; Scully
adirata, impetuosa verso lui, dicendogli che sapeva tutto. Poteva vedere come i suoi occhi
avrebbero lampeggiato. Poteva sentire l'intonazione furiosa della sua voce. Come hai
potuto fare questo? La Scully nella sua mente domandava. Al lavoro? A noi? A me?
- Non aveva risposte. Non poteva neppure fingere che a Paula importasse di lui; certamente
non provò a convincere se stesso che gli importava di lei. Era la perversità della
relazione che lo eccitava, ed era troppo egoista per allontanarsene.
- Ma peggio della Scully nella sua coscienza era la Scully che lo affrontava ogni mattina
a colazione. Era peggio sapendo che poteva dire solo guardandolo che qualcosa non andava.
Peggio di tutto era il modo in cui lo guardava, quando lo pensava ignaro, con quella luce
di viva preoccupazione nel suo sguardo.