Capitolo due

 

"Vedi," Mulder alla fine parlò al silenzio che opprimeva l'auto, "Ho detto che mi dispiace. Possiamo soprassedere?"

"Non ho detto nulla al riguardo, Mulder," Scully rispose gentilmente senza guardarlo.

Effettivamente, non aveva detto nulla. Non ne aveva bisogno. I suoi silenzi erano sempre eloquenti come le parole. Non aveva bisogno di spiegarsi a chiare lettere; Mulder sapeva che stava ancora soffrendo per il modo in cui l'aveva lasciata la settimana scorsa, senza una parola, con solo quel frettoloso messaggio lasciato sulla sua segreteria telefonica.
A dire il vero, la cosa era stata un azzardo. Sapeva benissimo che Scully l'avrebbe spazzato via senza esitazione. Lei aveva dato alla cosa troppa importanza, concesse lui con riluttanza, e lui non era dell'umore per uscirne comunicando, così le aveva lasciato il messaggio invece di provare a parlare con lei, quindi era saltato su un volo ed aveva passato due giorni pensando a quello che si era risolto in niente.
Mulder sbirciò il suo profilo impassibile, il bruno paesaggio di ottobre che passava dietro di lei fuori dal finestrino. Certo, si era risolto in nulla, pensò, ma dieci giorni dopo stava ancora scontando le conseguenze.
Era stato uno dei suoi rari errori di calcolo. Per anni aveva attentamente scalfito la corazza di Scully, ma a volte la spingeva un po' troppo forte, si prendeva un pezzetto di libertà di troppo rispetto a quello che lei pensava che si fosse guadagnato. Ci sarebbe stato un improvviso lampo di fuoco, poi, dopo la fiamma, lei si sarebbe raggelata e bloccata finché si fosse stabilizzata di nuovo. Egli aveva capito ormai che non poteva evitarlo, ma nell'intervallo tra le piccole ere glaciali, riusciva sempre a dimenticare quanto facevano male.
Si era scervellato a lungo e con intensità su cosa avesse potuto portare Scully a corazzare il suo cuore in quel modo. Le cose che gli aveva lasciato conoscere della sua vita non puntavano in alcuna delle direzioni ovvie. Ritenne che lei aveva seppellito gli esordi del suo dolore così profondamente da non essere più in grado di vederli.

Sospirò. Cercò senza riuscirci di nascondere uno sbadiglio, e Scully sembrò avere pietà di lui, alla fine. "Siamo quasi arrivati", disse, onorandolo con un piccolo sorriso. "Solo altre due uscite".

Si stupì di nuovo del naturale potere che aveva su di lui. Era davvero stato irritato solo un attimo fa?

Le restituì il sorriso. "Altre due", le fece eco, sollevato. "Una buona notte di sonno, e potremo sgobbare duramente domani mattina".

Scully annuì. "Hai detto di avere preso un appuntamento con l'esaminatore medico?"

"Alle nove. Lei ha tenuto in ghiaccio l'ultimo tizio per te".

"Mmm-hmm." Lei aprì la cartelletta di manila che aveva in grembo e sfogliò quasi pigramente le pagine. "Sebbene io non sia del tutto certa di cosa dovrei cercare… "

"Non sei l'unica che vorrebbe sapere cosa cercare, Scully," le rispose. "Sei l'unica – l'unica patologa, intendo – che io conosca, che abbia visto qualcosa di simile in precedenza".

"Bene… " Meditò, "il tipo di morte, si… ma, Mulder, non c'è nulla qui che suggerisca che i corpi di questi uomini abbiano emanato vapori tossici o sostanze acide quando sono stati pugnalati".

"Pugnalati nel retro del collo, Scully." Colpì il volante con il palmo per enfatizzare. "Un'unica ferita da pugnale, fatta con un sottile ed affilato strumento, proprio nel cervello – attraverso la base del cranio. Nel retro del collo".

"Si, si. Lo so" disse pazientemente. "Siamo d'accordo su questo".

"Ti suona familiare, Scully?" lui la esaminò ed incontrò i suoi occhi, lei sospirò e li distolse.

"So a cosa stai pensando, Mulder. Ma questi erano solo uomini, non – non… " Lei gesticolò disorientata. "Erano solo uomini". Ripeté, chiudendo la cartella e sistemandoci sopra le mani.

"Forse," annuì egli lentamente, non abbastanza pronto a concedere il punto. "Ma, Scully, qualcun altro non la pensa così."