Capitolo ventidue

C'erano fantasmi nella stanza, spettri delle conversazioni che aveva avuto con lui; le proprie parole crudeli rimanevano appese nell'aria tutto intorno a lei. Non c'era via d'uscita. "Dormi un po'," stava dicendo, guardandolo far girare i piccoli cuori di tessuto nelle sue mani, ascoltando le sue tristi ed abbaianti risate in risposta. "Oh, brother," stava mormorando, abbastanza forte affinché lui sentisse, in quella stanza d'ospedale alle Barbados.

Lei stava lasciando cadere le mani dal viso, là sulla soglia del suo appartamento il giorno dopo che Diana morì e lei stava andando via. Come poteva essere andata via?

Scully sospirò ed alzò la testa. Portò le mani al volto e tolse gli occhiali da lettura; li depose e strofinò gli occhi stanchi con la punta delle dita.

"Va tutto bene?" Cormerais chiese attraverso il tavolo. "Altro caffè?"

"No," sospirò, riprendendo gli occhiali. "Non ancora, in ogni modo. Grazie." Mise a fuoco nuovamente le lunghe colonne stampate di nomi e numeri sulla pagina, provando ad ignorare l'onda di stanca disperazione che l'avvolgeva.

"La vostra gente a Washington…" iniziò lo sceriffo, e Scully tagliò corto, non preoccupandosi di averlo interrotto, troppo stanca per pensare ad essere gentile.

"Hanno le stesse liste," disse atona. Sistemò di nuovo gli occhiali, più per dare alle mani qualcosa da fare che perché fossero fuori posto. "Le liste dei passeggeri di ogni volo. I miei, ah… i consulenti che ho menzionato, hanno le stesse liste. Così anche l'ufficio locale di New Orleans. Anche loro ci stanno lavorando sopra." Fece un segno a matita vicino al nome di Grace Carames, contrassegnandola e spostò il righello di legno che stava usando come segno giù di una colonna."

"Non mi ha ancora convinto che troveremo qualcosa qui dentro," disse lo sceriffo, e Scully alzò gli occhi.

"Siamo le due persone che li conoscono meglio," lei disse ancora, lentamente e deliberatamente, come se stesse spiegando qualche cosa di necessario ad un bambino testardo -- che era, infatti, quello che stava incominciando a sembrargli. "Siamo molto probabilmente le persone più adatte a riconoscere gli pseudonimi che potrebbero usare per viaggiare. Siamo molto probabilmente le persone in grado di scoprire il volo reale tra quelli che fungono da esca."

"Pseudonimi, esche -- questo è pazzesco. Questa non è Denny," rispose acido. "Questa non è assolutamente Denny."

"Le prove suggeriscono --"

"Le prove suggeriscono che il suo collega ha l'abitudine di sparire," Cormerais disse tagliente. "Le prove suggeriscono che voi due siete comparsi qui ed avete cominciato a trovare collegamenti pazzeschi ed inesistenti fra il vostro assassino seriale e la scomparsa di una ragazzina, un caso pesante per Denny in primo luogo, e ora quel suo collega…" Si sedette all'indietro, spingendo via le carte con evidente repulsione. "Le prove mi suggeriscono che Denny è la vittima, qui, e che voi la state trattando come un sospettato."

Scully aprì ancora la bocca e la richiuse sulla sua prima risposta impulsiva e prese un respiro profondo prima di rispondere. "Sceriffo," disse con attenzione, "capisco che a lei può sembrare così, ma le assicuro che sono soltanto interessata ad individuare l'agente Mulder ed il Dott. Dennison e ad accertarmi della loro incolumità." Spinse di nuovo gli occhiali da lettura sul naso e piegò ancora la testa sulla lista.

"Uh-huh," rispose Cormerais, chiaramente poco convinto. Sembrava avere abbandonato ogni finzione di studiare le carte d'imbarco; con la coda dell'occhio Scully poté vederlo appoggiarsi indietro nella sedia, con le braccia incrociate sul petto, guardandola. Lei abbassava il righello sulle righe, controllando i nomi con la matita. Rifiutò di dargli la soddisfazione di guardare in su ancora.

Alcuni minuti passarono in questo modo.
Scully trovava sempre più faticoso concentrarsi con quell'uomo che la guardava in cagnesco attraverso il tavolo. Desiderava dirgli qualcosa e stava domandandosi esattamente quanto potesse essere tagliente la sua lingua senza rischiare di perdere qualunque traccia della cooperazione che poteva ancora ottenere da lui, quando lui parlò.

"Di chi fu l'idea di venire qui, in primo luogo, agente Scully – sua o del suo collega?"

Alzò la testa e lo guardò freddamente. "Prego?"

"Voi due siete piombati qui dicendo che stavate cercando un serial killer." Lui aprì le braccia posandole sul tavolo, avvicinandosi per fissare direttamente in faccia Scully. "Poi avete cominciato a fiutare intorno a questo caso della bambina scomparsa, come se me aveste avuto diritto. Denny mi dice che la conoscevate per il suo ultimo lavoro per l'FBI e anche quello era un caso con una bambina scomparsa. Poi lei sparisce dalla faccia della terra ed anche il suo collega se ne va opportunamente. Forse pensate che io sia uno sceriffo campagnolo troppo stupido per mettere tutto assieme, ma non sono stupido come voi speravate."

Scully posò la matita. Tolse gli occhiali e li mise accanto. "Esattamente che cosa sta insinuando, sceriffo?"

Cormerais la studiò per un lungo momento, come se la stesse misurando. "Quanto conosce il suo collega?" chiese infine.

Scully si scoprì ad alzarsi lentamente in piedi. "Lo conosco molto bene," rispose tra i denti quasi serrati. "Se ha un'idea, la tiri fuori."

Lo sceriffo annuì col capo. "Posso non avere il genere di tiro che avete voi, ma ne ho a sufficienza per scoprire alcune cose," disse irosamente. "Come che quell'agente Mulder non ha esattamente l'ordine di servizio più immacolato dell'FBI. Che è stato coinvolto in faccende poco chiare. Che ha ricevuto più di una volta addebiti disciplinari. Ora è ancora qui a dirmi che è Denny quella che lo ha fatto sparire?"

"Il Dott. Dennison le ha raccontato le circostanze di quel caso per cui mi ricordavo del suo nome?" chiese Scully con rabbia.

"Era una bambina morta. Aveva qualche tipo di malattia genetica."

"E le disse delle due donne che lavoravano alla funzione di ricerca medica con il padre di quella ragazza?" era quasi sul punto di agitarsi per la collera. Era duro trattenersi dal gridare. "Sono state assassinate, sceriffo, entro un mese dalla morte di quella bambina. Gli omicidi erano molto insoliti. Ogni donna morì per una singola ferita da pugnale, proprio alla base del cranio."

Guardò il peso delle sue parole affondarsi, guardò il colore lentamente scorrere via dalla faccia dello sceriffo. Tolse le mani dalle anche e le posò sul tavolo, chinandosi verso lui.

"Quanto bene conosce il Dott. Dennison, sceriffo?"

Prima che potesse rispondere, il cellulare di Scully strillò dalla borsa. Entrambi si girarono e lo fissarono per un momento, quindi lei strattonò la borsa e ne tolse il telefono.

"Sc -" nella sua rapidità nel rispondere, annaspò con il telefono, inciampando con l'orecchino; quando si morse il labbro per evitare di gridare al colpo improvviso, si morse troppo forte ed allora ebbe anche quel dolore. "Scully."

"Scully, sono Frohike. Abbiamo qualcosina."

Un altro giorno avrebbe potuto notare che aveva dimenticato il suo titolo ed aveva saltato tutte le piccole deliziose gentilezze galanti che solitamente pepavano il suo parlare con lei, ma la profondità della sua ansia era così grande ora che questo saltò soltanto in superficie come un ciottolo. "Che cosa è?" chiese. Prese il suo notes e una penna dal tavolino e fece un passo verso la porta del corridoio.

"Quei biglietti aerei -- le spese sulla sua Visa ed Amex? Sai che tutti sono stati acquistati al telefono. Abbiamo confermato una fonte comune per due delle chiamate e sto supponendo che il resto seguirà se continuiamo a rintracciare."

"Credo di non voler sapere come siete in grado di tracciare," disse. Incastrò il telefono fra la spalla e l'orecchio e girò una nuova pagina del notes.

"Ed io non potrei dirteli se lo chiedessi. Ti metterebbe troppo in pericolo, "Frohike rispose in un momentaneo lampo del suo stile usuale. "Pronta a prendere nota?" "Sì. Vai."

"Il telefono è a nome di un certo Edward Dennison, di Darrow. È proprio sull'altra riva del Mississippi, a un tiro di sasso da voi. Ti fa scattare qualcosa?"

"Edward?" strofinò il lobo irritato e risparmiò un'occhiata sbieca allo sceriffo, che stava sedendosi tranquillamente, guardandosi le mani piegate. "Edward no. Ma Dennison… Avete un indirizzo, Frohike?"

"No. La fattura va ad una casella postale. Posso ottenere un indirizzo, ma ci vorrà tempo, come rintracciare il resto di quelle telefonate. E il tempo… "

"E non sappiamo se abbiamo tempo," Scully disse piatta. "Ci penserò io.

"Grazie, Frohike. Voi ragazzi solo -- solo… Continuate così." Lo so. Lo faremo," lui disse.

"Grazie. Chiuse il telefono e si girò di nuovo verso lo sceriffo. Lui guardò ancora in su al suo avvicinarsi, con espressione un po' sbalordita.

"Edward Dennison," disse brevemente. "Qual è il collegamento?"

I suoi occhi si strinsero. "Che cosa intende -- il collegamento?" "Intendo, chi è Edward Dennison?

Ho prove che sembrano legarlo a questo caso."

"Bene, non che sia interessante," Cormerais strascicò, aumentando ancora la sfida, "Considerando che è morto quasi tre anni fa? Supponete che sia uscito dalla tomba per dire alla figlia che era giusto sparire con il vostro agente Mulder?"

"Ha vissuto a Darrow?" ribatté, ignorando la sua osservazione. "Perché, sa quei biglietti d'aereo --" indicò la lista dei passeggeri sparpagliata sul tavolo -- "che sono stati messi in conto sulle carte di credito di Mulder, al telefono? Le chiamate provenivano da Darrow, dal numero di un Edward Dennison."

Quello sembrò scuotere ancora Cormerais. "Lui – lui ha vissuto a Darrow," ammise. "Ma quella casa è vuota. Denny ha sempre detto che l'avrebbe venduta, ma non lo ha mai fatto."

"Andiamo, disse Scully, prendendo il cappotto in dallo schienale della sedia e buttandoselo addosso. "Andiamo."

"Dove, a Darrow? Pensa che siano --"

"Ora!" Scully sbraitò, dirigendosi alla porta. Lo sceriffo seguì la sua scia.