Capitolo Nove

Stava in piedi davanti allo specchio, annodandosi la cravatta, quando sentì il bussare secco e perentorio di Scully alla porta della sua stanza dietro di lui e chiuse gli occhi per un momento, prendendo un profondo respiro, prima di rispondere: "È aperto".

Nel riflesso vide Scully aprire la porta abbastanza per appoggiarsi e sorridergli. "Buon giorno," gli disse. "Pronto per andare?"

Affannandosi ancora un po' con la cravatta, rispose alla sua immagine nello specchio. "Quasi," disse ed allora, perché non poteva pensare ad un modo per fermarsi ancora, si girò per fronteggiarla. "Andiamo".

Percorsero silenziosamente il corridoio. "Penso che potrei avere scoperto qualche cosa la notte scorsa," Scully disse mentre entravano nell'ascensore e lo stomaco di Mulder si contorse più di quanto avrebbe dovuto fare a causa della sensazione del pavimento che cadeva via, all'inizio della loro discesa.

"Hai trovato qualcosa?" chiese. La voce suonava strana persino alle sue orecchie.

"Un'imperfezione, Mulder," rispose Scully, guardandolo interrogativa. "sul caso."

"Sul caso. Naturalmente". L'ascensore lo fece sentire claustrofobico. Fu sollevato di uscirne. Quando arrivarono al self-service, prese un vassoio e si diresse via da Scully e verso il banco, ma benché vi indugiasse più a lungo del necessario, osservando la frutta ed i dolci, non trovò nulla che lo attirasse. Prese il suo caffè, si guardò intorno ed i capelli rossi di Scully attirarono i suoi occhi come un faro. Lei si stava dirigendo ad un tavolino vuoto verso la parte posteriore della stanza.
Quando raggiunse il tavolo, Scully si sistemò con la sua colazione. Aveva un pezzo generoso di melone ed una di quelle cose con la crusca che le piacevano così tanto. Lui desiderò di poter mangiare.

Lei gli lanciò uno sguardo, sollevando il sopracciglio nell'abituale arco. "Solo caffè?"

"Io… non ho fame," disse scivolando sul sedile e raggiungendo lo zucchero, evitando i suoi occhi.

"Mulder, ti senti bene?"

Maledizione. Perché aveva immaginato di poter volare sotto il suo radar? Non doveva nemmeno guardarla per sapere che lei stava guardando lui; il suo sguardo penetrante era quasi palpabile. Con l'occhio della mente lui vide il modo in cui lei avrebbe piegato la testa appena un pochino di lato; vide il calore della preoccupazione nella sua espressione. Lui mantenne attentamente gli occhi sul caffè mentre mescolava il cucchiaino di zucchero che vi aveva versato.

"Non ho dormito molto la notte scorsa". Ecco: non era una bugia e non era neanche così insolito. Forse lei lo avrebbe lasciato stare.

Guardando giù alla tazza di caffè, non la vide sollevare la mano e sporgerla verso lui, e si sottrasse quando lei pose le dita fresche e delicate contro la sua fronte.

Lei ritirò la mano dicendo: "Mi dispiace" in modo che fu certo di averla offesa.

"Non ti ho vista. E' tutto."

Da lungo tempo non aveva provato a nasconderle qualche cosa di importante che a malapena si ricordava quando. L'alchimia particolare della cosa sembrava trasformarlo in vetro; si meravigliò che lei non guardasse appena un po' in su e non vedesse, proprio attraverso lui, la colpa che macchiava il suo cuore. (mi permetto di suggerire la lettura di "Giacomo di cristallo" di G. Rodari, N.d.T.) Se lei l'avesse toccato di nuovo, si sarebbe potuto frantumare.
Con suo sollievo e dispiacere, quando Scully depose il cucchiaio, estrasse dalla borsa un blocco per appunti. Mulder ritrovò la sua carne e le sue ossa, mentre lei gettava indietro la copertina ed iniziava a sfogliare pagine densamente scribacchiate.

"Certo, non sono andata lontano," disse, "ma ho fatto quello che credo possa essere un collegamento importante.

"Questo Plevretes, che ho sottoposto la notte scorsa ad autopsia," lei continuò, con gli occhi fissi sulla pagina che stava tormentando fra le punte delle dita, "aveva un tesserino da dipendente -- una keycard, con scansione dell'impronta digitale, di un'azienda chiamata Crouse-Hinds -- nel suo raccoglitore. È servita soltanto una telefonata per scoprire che era un microbiologo assunto presso di loro, che lavorava alla terapia genetica. Ma il nome del posto sembrava così familiare che non potevo lasciar perdere subito. Non sono riuscita a smettere di pensarci per tutto il tempo in cui ho lavorato su di lui".

Lanciò un'occhiata dal blocco alla faccia di Mulder. Lui alzò la testa sperando di avere fatto in modo di avere un'espressione abbastanza casualmente curiosa, ed attese.

"Tornata all'hotel sono entrata nel database del Bureau ed ho fatto una piccola ricerca. Fra alcuni dei nostri vecchi rapporti e una fine congettura, ho fatto due più due. (mentre Mulder faceva 1+1… N.d.T.)Mulder, fino ad appena sei mesi fa, la Crouse-Hinds Corporation era una filiale interamente posseduta da un'azienda denominata Transgen."

La mano di Mulder si arrestò bruscamente a metà strada verso la sua tazza di caffè. Strinse gli occhi. "Roush," disse, senza coraggio sufficiente per pronunciare l'altro nome.

"Emily," Scully disse dolcemente per lui. Annuì col capo, chiudendo il notes. Mulder liberò il respiro che non si era accorto di avere trattenuto. 

L'enormità e la profondità delle implicazioni dell'avere pronunciato il semplice nome della bambina sopraffecero Mulder, togliendogli qualsiasi probabilità residua di fare una casuale chiacchierata da prima colazione. Sedette invece guardando il modo preciso in cui Scully scavava fuori piccole cucchiaiate di polpa dal melone, lavorando metodicamente da un'estremità della scorza all'altra, come se ci fosse una fonte di fascino senza fine. Lei non guardò in su, e se poté sentire i suoi occhi su di sé, non lo mostrò in alcun modo. Una piccola parte della sua mente fu tentata di assegnare una qualche oscura importanza al suo silenzio, ma rimproverò se stesso e si disse che stava immaginandosi tutto.

Scully picchiettò lungamente la bocca con il tovagliolo e guardò l'orologio. "Dovremmo andare, Mulder," disse. "La Dott. Dennison mi disse che avrei potuto passare a ritirare qualche analisi di laboratorio per prima cosa stamattina."

"Oh," disse Mulder. "Magnifico".

- - -

Quindici minuti dopo arrivarono all'ufficio dell'esaminatore medico. Tenendo aperta per Scully la porta anteriore, Mulder si ricordò disorientato di quando aveva tenuto la porta del ristorante per Paula la notte prima. Scosse la testa e seguì Scully giù per il corridoio.
Gli venne in mente che non aveva idea di quale fosse il corretto protocollo per salutare la collega dalla quale uno era stato sedotto la notte precedente. Era sufficiente un "Buon giorno"? Mentre pensava, la sua mano distrattamente cercò l'abituale posto sulla parte bassa della schiena di Scully, e mentre capiva che cosa stava facendo, Mulder la strappò via prima di poterla toccare.

Scully bussò vivacemente alla porta dell'ufficio e raggiunse la maniglia senza aspettare risposta. "Buon giorno, Dott. Dennison," disse scrutando la stanza.

"Buon giorno, agenti," Paula rispose da dietro la scrivania. Sembrava a malapena la stessa donna, pensò lui con una specie di scossa, vedendo i suoi capelli luminosi tirati indietro nella solita modesta crocchia e la sua figura snella nascosta dietro le linee severe del vestito grigio-acciaio. Mulder incontrò i suoi occhi e sorrise incerto, ma il sorriso che ebbe in cambio era gentile e professionale e non fece trasparire nulla di quanto si agitava sotto la superficie.

Paula si alzò dalla sedia e prese una grande busta gialla dall'angolo della scrivania. "Qui ci sono le sue radiografie, agente Scully," disse atona, porgendole loro. Mulder guardò il sopracciglio destro di Scully alzarsi nel familiare arco. Appena Scully prese i raggi X, Paula raccolse alcune cartelle di manila. "e questi sono i risultati preliminari del laboratorio. L'esame tossicologico completo sarà pronto prima di mezzogiorno."

"Grazie infinite," disse Scully. Mulder la guardò e vide che il sopracciglio sinistro si era unito all'altro, addolcendo la sua espressione. "Devo ammettere che non mi aspettavo di avere tutto questo così presto, stamattina."

"Quando ho chiamato ieri pomeriggio il laboratorio," Paula disse, "ho semplicemente detto loro di trattare le vostre cose come se fossero le mie." Si sedette ancora dietro alla scrivania guardando in su con un sorriso che poteva avere una piccola punta di autocompiacimento. Mulder pensò che fosse un bene che l'attenzione di Scully fosse totalmente presa dai documenti e che se lo fosse perso.

"Inoltre mi sono presa la libertà di fare un piccolo lavoro di gambe sul Dott. Plevretes per voi." Paula si sporse e prese un foglio dal vassoio della stampante. "Viveva da solo a Natchez, appena oltre la linea di frontiera del Mississippi, ma la sua ex-moglie è a Port Vincent, a poco meno di trenta miglia da qui. Ecco i suoi dati. Immagino che vorrete intervistarla".

"Grazie," mormorò Mulder, raggiungendo la carta. Mentre la prendeva, con le dita sfiorò le sue, ma lei non sembrò notarlo. Lui la guardò in viso con attenzione, ma quando venne a contatto col suo sguardo la sua espressione non rivelò nulla.

"Jim le ha già parlato questa mattina," continuò lei, "sta aspettando una vostra chiamata nell'uno o nell'altro senso". Si girò all'indirizzo di Scully. "Posso chiamarla quando arriverà il quadro tossicologico, se vuole," lei offrì.

"Non si disturbi, Dott. Dennison," disse Scully con quello che Mulder riconobbe come un sorriso genuino. "Ci è già stata di grande aiuto. Inoltre, dubito che saremo di ritorno fino al tardo pomeriggio."

"Bene, se pensate che tarderete molto oltre le cinque, chiamatemi," la donna bionda disse, "e farò in modo che qualcuno porti il file al vostro hotel. Risparmierete qualche minuto."

E mi terrete alla larga, pensò Mulder. Stava cominciando a sospettare che Paula avesse molta più pratica rispetto a lui in questo genere di cose. Guardandola ora, era duro credere che fosse la stessa donna che… Bene, meglio non pensarci, si disse. Piegò il foglio con i dati della sig.ra Plevretes, lo piegò ancora e lo infilò nella tasca del cappotto.

"Grazie tante," disse Scully, ancora con quel sorriso, poi guardando Mulder. "Possiamo iniziare con questo?"

"Sicuro," disse lui, sempre guardando Paula con la coda dell'occhio.

"Arrivederci, Agenti. Buona fortuna," disse loro.

"Grazie ancora, Dott. Dennison," rispose Scully, riunendo i documenti. "Ci aggiorneremo più avanti." Mulder mormorò la sua approvazione e si diresse alla porta.

Lui lasciò uscire un sospiro di sollievo non appena la porta si chiuse dietro di loro. Restarsene lì in piedi in quell'ufficio come se niente fosse accaduto, era stato davvero troppo surreale per i suoi gusti. Il tagliente suono dei tacchi di Scully sul pavimento non tappezzato era il suono più rassicurante che poteva immaginare.

"Sai, è brava," Scully disse improvvisamente. "Molto professionale." Gettò uno sguardo in su verso Mulder. "Conduce una piccola nave. Mi domando come abbia chiuso con il Bureau per finire in un piccolo stagno come questo."

"È cresciuta qui," rispose Mulder, immediatamente desiderando di non averlo fatto. "Tornò quando suo padre stava morendo". Silenziosamente pregò che Scully non gli chiedesse altro.

"Ah," Scully annuì col capo. "Quindi si è incontrata con lo sceriffo?"

"I, uh… che cosa?" balbettò, colto di sorpresa.

"Non dirmi che non hai notato il modo in cui la guarda" ridacchiò Scully. Lei si sporse e gli batté affettuosamente il braccio. "Mulder. Per favore. Svegliati!"

Il suo cuore sprofondò. Se Scully poteva guardare uno sconosciuto e leggerlo così facilmente, come sarebbe stato mai al sicuro? Doveva metterselo in mente, o non sarebbe mai stato in grado di mantenere la facciata. Paula, pensò acido, certamente sembrava mantenere benissimo la sua.

Prese dalla tasca il cellulare ed i documenti che Paula gli aveva dato. "Andiamo, Scully," disse, "andiamo a vedere che cosa possiamo scoprire riguardo Russell Plevretes."