Silver Cornet - Giorno Uno

 

 

SUD DAKOTA – LINEA STATALE
AMTRAK TRAIN #748, DIRETTO VERSO OVEST
"THE WESTERN COMET" (LA COMETA OCCIDENTALE)
1:16 a.m.
 
Si stavano dirigendo ad ovest, scorrendo attraverso l’oscurità, e poiché non c’era niente fuori i finestrini – le luci di un ranch in lontananza più o meno ogni ora; un casello lampeggiante di luci rosse con i suoi cancelli che si abbassavano rapidamente, senza nessuna macchina da avvisare – sembrava come se il treno fosse uscito fuori dalle rotaie ed avesse cominciato ad alzarsi a razzo nel cielo nero come l’inchiostro, nel suo ghiaccio e nelle sue vastità e nella sua coperta fatta di stelle.
Solo il leggero dondolio del vagone letto intorno a lei, rassicurava Scully che stavano ancora intrecciati in uno spazio ristretto, il sedile su cui si erano seduti durante il giorno era stato tirano fuori come le poltroncine di un vecchio teatro, rivelando un materasso sorprendemente soffice , ricoperto da un groviglio di lenzuola. La coperta che avevano trovato sotto il sedile – una coperta spessa di lana blu e ricoperta con piccoli loghi – era tutta ammassata ai piedi del materasso, che toccava quasi il muro opposto, l’intero lato destro del letto arrivava fino al finestrino, che loro avevano lasciato scoperto, le tapparelle tirate su ed il mondo che li osservava come attraverso un occhio.
Lei ci aveva messo un pò ad accettare le tapparelle alzate, ma alla fine era stato il gioco di luci sulla sua pelle mentre si muoveva, quel dorato, quei rossi e blu che gli attraversavano la schiena, lui che increspava le sopracciglia, il suo viso che appariva e scompariva dal buio come immagini di un film, a convincerla.
Il loro fare l’amore era ancora abbastanza nuovo e lei lo trovava quasi troppo intimo da guardare. La vista del viso di Mulder sopra il suo, la bocca umida e piena di soffici baci con cui lui la calmava, ogni volta che cominciavano questa strana danza, sembrava farlo apparire troppo giovane e vulnerabile, alla piena luce, particolarmente quando lei lo prendeva completamente sopra di lei, contro di lei, dentro di lei. Era troppo da prendere, tutto in una volta, ed i flash del paesaggio, la luce come un isola in mezzo al buio, rendeva tutto più soffice e graduale; ricordi confusi, come in un sogno.
Lei ricordava come lui era apparso nel risplendente color seppia del suo divano,appena una settimana prima, loro due che sorseggiavano birra come ragazzi del collage, un film nel videoregistratore ignorato da lungo tempo, il caso messo da parte come i tappi delle bottiglie che avevano buttato. Si era ritrovata così vicina a lui, mentre muoveva i fianchi nudi contro i suoi, tanto che lui fu forzato a chiedere gli occhi contro la sua guancia.

" Perchè non mi permetti di guardarti? " le aveva sussurrato lui, le labbra che accarezzavano la sua mascella, la gola. Lei teneva stretti i suoi capelli fra le dita, le ciocche corte e lucide di sudore.

" Io…" ma le mancò il fiato, e… non ci fu più bisogno di parole.

C’era qualcosa di meravigliosamente privato nella cabina del treno; la stanza piccola e piena delle loro cose ; quello che rimaneva della cena che lui aveva comprato nel vagone ristorante sul ripiano accanto alla porta; il maglione di lana che lui le aveva sfilato dalla testa, raccogliendo i suoi capelli indietro, insieme ad un inconsueto quanto tenero sorriso, lasciato appeso sul pomello di un armadietto, dove avevano stipato le loro valigie e cappotti. I jeans erano ancora ammucchiati ai piedi del letto, e la stanza era quasi troppo calda, ed odorava di sudore, pane con burro, caffè , colonia e…di loro.
Il treno dondolò, scattando sulle rotaie. Dovevano essere entrati in una parte ancora più desolata dello stato, in quel momento, perché le luci se n’erano tutte andate.
Quando finirono (anche se a lei non piaceva pensare a questo in quel modo), lui si accucciò dietro di lei, mentre i loro respiri si calmavano, la sua pelle bollente imperlata dal sudore. Lei lo aveva ascoltato con il corpo; lui si era adagiato alla sua schiena, mentre si alzava ed abbassava, sentendo le sue ciglia accarezzarle le tempie, mentre le chiudeva.
Sorrise. Il suo sguardo fuori dal finestrino, alla luna che sembrava seguire da vicino il treno, " La Cometa d’Argento", destinazione Boise, Amtrak #478.

" Stai bene?" lui le aveva chiesto, da dietro di lei, le braccia strette intorno ai fianchi. Le braccia di lei erano chiuse contro il petto, mentre aveva cominciato a tremare, le mani avviluppate con le sue, le dita intrecciate.

"Me lo chiedi sempre, " lei disse, appena sopra ad un sussurro che lui poteva sentire sopra il ticchettio degli ingranaggi sul binario.

" Sempre? " chiese lui, e lei potè sentire la sua guancia alzarsi in un sorriso. " non sapevo che l’avessimo fatto abbastanza volte perché io diventi un modello generalizzato, Scully. "

Lei sbuffò. " Ora cominci a sembrare me. "

" Potrebbe essere peggio " lui rispose, ed il sorriso svanì. " tu potresti cominciare a sembrare me. "

Lei si tirò indietro per incontrare il suo sguardo al meglio che poteva, nel buio. Si domandava se parte della sua risposta era seria, così lo baciò, per rassicurarlo oltre ogni dubbio. Lasciò che le sue labbra indugiassero sulle sue , finchè sentì le ombre scomparire.

" Sei preoccupato per il fatto che non dovremmo essere qui. " disse gentilmente, e lui esalò e riportò entrambi indietro, i loro sguardi sul finestrino e fuori all’orizzonte.

" Non lo so, Scully, " lui rispose. " Pensavo…" ma si interruppe.

Lei sapeva a cosa stava pensando. Una nota anonima mandata al Bureau, ad entrambi. Il semplice carattere Courier su un semplice foglio bianco : "Amtrak #748, Milwaukee per Boise. 29 agosto. C’è qualcosa sul treno che entrambi dovete trovare. "
Il caso con il "genio" aveva avvolto tutto nella sua stranezza.
Nessun indizio o altro. Mulder aveva preso la nota e lei aveva sentito l’aria dello scantinato diventare più pesante, come il cielo prima di un acquazzone.
Era un mistero, certamente, e loro due erano stati scelti per questo. Ma più di questo, lei sapeva che lui sentiva ciò che sentiva lei, che questo era un’altra immensa tegola che cadeva, dal tempo con Kurtzweil e l’Antartide; un’altra volta in cui c’era stato un " qualcosa su quel treno."
C’era stato qualcosa, d’accordo, lei pensava, assorta. Settantotto passeggeri disseminati nei vagoni letto e gli altri. Quindici di loro un gruppo di novizi sulla strada per Laramie; giovani donne e uomini non più adolescenti dai "colletti bianchi"; dodici ragazzini di età diverse che trovavano il vagone panoramico con il soffitto di pesante plastica trasparente una meraviglia, mentre il treno correva verso le pianure del nord. Cinque uomini afro-americani vestiti di blu della banda di Memphis , proni a suonare un improvvisato Jazz nel vagone ristorante, più un miscuglio irritante che piacevole. Il resto, una distesa di facce per la maggior parte bianche, inespressive, che Mulder aveva chiamato " come le patate dell’Indaho".
Due vagoni sul retro erano destinati per le automobili dei passeggeri, chiamato "AutoTrains", e tre carrozze portabagagli completavano l’entità del loro mistero. Avevano girato per tutti i vagoni , nei tre giorni di viaggio da Milwaukee, e c’erano stati abbastanza passeggeri con cui avevano parlato che avevano portato, durante il viaggio,valigie e macchine fino a riempire il carico.

" Ci deve essere qualcosa, Scully, " disse Mulder da dietro di lei.

" Ed anche se non c’è niente qui per noi da trovare, forse è qualcosa che riguarda noi che ha fatto in modo che qualcuno ci volesse qui. "

Scully prese la sua mano e la premette sulle labbra. Le sue nocche erano soffici, le dita calde contro la bocca. Si sentiva assonnata e languida, mentre il treno ancora ondeggiava leggermente, la schiena scaldata dal petto di lui.
Lui sprofondò il viso nei suoi capelli, spostandole le ciocche.

" Non ti interessa in questo momento, vero? " la sua voce era vagamente canzonatoria, e lei poteva sentirne il sorriso.

"Uh, uh, " lei ammise, e lui la strinse ancora più forte contro di lui.

" Sento come se avessimo un po’ di privacy per la prima volta…"

Le labbra di lui erano sul suo collo " Come sapevi che ci stavo filmando , a casa mia?"

Lei sorrise, ma c’era qualcosa di leggermente triste, in questo, mentre continuava a rimuginare su questa sensazione. " Intendo via da D.C. Forse è qualcosa che riguarda il movimento del treno per tutto il tempo…qualcosa riguardo a come modesto e privato mi appare tutto questo. Intendo…sento…sento come se potessi…"

Come poteva dire quello che sentiva di poter fare? Che finalmente poteva sentire per lui quello che aveva provato per tutto questo tempo, e dimostrargli questi sentimenti; fare con lui quello che aveva sempre voluto fare?

" Lo so, " lui disse gentilmente, salvandola dalla sua confessione.

" Perché anch’io sento di poterlo fare. "

Per un momento, loro erano come i vecchi amanti che erano, forse non "vecchi" nella pratica, ma in quello che lei sapeva esserci fra loro da sempre.
Lì, nella quiete, le gambe di lui aggrovigliate con quelle di lei sotto le lenzuola, la sua mano che si muoveva ad afferrarle in seno, lei sentiva quel tipo di sicurezza, di giustizia e di serenità.

****

9:28 a.m.

Sembrava un tantino troppo presto per il "When the Saints Go Marching In, " (Quando i Santi Avanzano in Marcia – è una canzone, significa alzarsi di buon ora.) , sebbene Mulder sembrava essere in minoranza con quell’opinione, come entrò nel vagone ristorante. I piccoli separè vicino i finestrini, il sole che vi si riversava all’interno, erano pieni di passeggeri, accalcati contro il vetro. C’era un bambino biondo dai capelli ricci che aveva lasciato un’impronta di mano fatta di marmellata di fragola, e sua madre scuoteva la testa affettuosamente, sorridendo, mentre Mulder passava.
Lui sorrise piacevolmente di rimando.
Per la verità, lui cominciava a godere di questo viaggio.
Stavano trascorrendo un bel momento, nei dieci giorni in cui avevano attraversato le pianure del nord dello stato. Aveva sempre riso al motto dell’Amtrak , che diceva
"c’è qualcosa riguardo il treno che è magico"; " se lo prendi nel giorno giusto, è magico"
lui aveva grugnito a Scully in risposta al suo suggerimento di prendere il treno e noleggiare una macchina, invece di volare o guidare. Ma ora doveva ammettere che c’era qualcosa di confortante in questo; vedere le stesse facce per giorni.
Stava cominciando ad essere in grado di riconoscere facce familiari: il Bambino delle Impronte di Marmellata di Fragola, l’Uomo Anziano che indossava sempre Scarpe Bianche e Cravatta; Principianti Spaventati 1 e 2 (due ragazze teenager affaticate sempre sedute vicine e gli occhi spalancati come uccelli). Il Basso che si credeva Alto e che Guardava Sempre il petto di Scully e che Dio Lo Aiuti, perché Mulder lo Avrebbe preso a Calci nel Sedere (prima o poi. Questo commento tra parentesi l’ho aggiunto io ndr).
E poi c’era L’Uomo Trombone, che guardava sempre tutti, e guardava sempre lui e Scully in particolar modo, quando loro stavano in giro.
Come stava guardando Mulder ora. Stava suonando una travolgente versione del coro della canzone, un suonatore di tromba sulla sua sinistra ed un suonatore di tamburo che colpiva la pelle con le sue bacchette (Denti d’Oro e Occhiali da Sole, rispettivamente). Lui non stava guardando le note sul tavolo o i suoi compagni della banda. I suoi occhi stavano seguendo Mulder, mentre lui camminava nel centro del corridoio verso il bancone.
Mulder si fermò al contenitore del pane, aspettando che l’uomo dietro al bancone finisse di preparare un’altro bricco di caffè. Mentre stava lì, fece il suo meglio per apparire indifferente, ma quando sentì gli occhi di quell’uomo su di lui, si girò e fissò di rimando L’Uomo Trombone.
L’uomo, un afro-americano dell’età approssimativa sopra i 45, indossava un vestito nero ed una camicia bianca, ed una cravatta sottile e nera. Sulla testa un cappello che sembrava consumato, nero con una fascia bianca che appariva nuova. C’era una piuma bianca infilata dentro che pareva ballasse, mentre lui suonava. Dei baffi sale e pepe, una barba incolta…
E strani occhi.
Mulder aveva realizzato questo ultimo fatto, mentre incrociava lo sguardo fermo dell’uomo. Un qualcosa di troppo…
Qualcosa.
Mulder non riusciva a dargli un nome, esattamente. Era come se l’uomo sapesse l’aspetto che aveva Mulder, non solo senza i suoi vestiti, ma anche senza pelle.
Quel pensiero gli fece sentire freddo, e sapeva che questa strana sensazione gli si mostrava in faccia. Mulder strofinò il viso appena rasato con la mano , come per spazzare via quella sensazione di freddezza.
L’Uomo Trombone stava sorridendo, labbra increspate, sebbene il trombone, per un solo istante, perse il suo profondo suono ritmato. Alzò le labbra ed ammiccò a Mulder. Fu un gesto apertamente amichevole, teso a tranquillizzarlo.

"Sono bravi, non è vero? " l’uomo al bancone disse, apparendo improvvisamente davanti a Mulder e distraendolo dalla sguardo dell’uomo.

"Si, " rispose Mulder "si, sono bravi"

" Ed hanno suonato anche Dixieland, " continuò l’uomo. Aveva intorno ai 30 anni e, in qualche modo, aveva tenuto le sue lentiggini. Il suo cartellino portava il nome "Ron"

Mulder annuì per fagli sapere che la conversazione era finita prendendo qualcosa da dentro il contenitore. " Due caffè, lunghi. Toast con …"

"Crema di formaggio, con due gelatine. Si, lo so. Sua moglie prende sempre le stesse cose. " Ron sorrise, e Mulder gliene diede uno di rimando. Ron si girò e cominciò a preparare da bere e da mangiare.

Mulder diede la schiena al bancone e contemplò l’orizzonte da fuori il finestrino; il cielo blu che sembrava senza fine sopra la pianura, le persone dentro le familiari e nelle abitazioni. La musica era finita e la banda si era seduta a mangiare.

("Sua moglie…")

Lui non sapeva cosa pensare di questo; della strana sensazione di familiarità della gente, dell’Uomo Trombone che continuava a guardarlo da sopra l’orlo della sua tazza.
Ron mise una tazza di caffè da portar via sul bancone e Mulder la prese, togliendo il coperchio allo sbuffo di vapore. L’Uomo Trombone vide che Mulder lo stava guardando ed alzò la sua tazza leggermente , in un debole versione di un brindisi.
Ancora quegli occhi strani, che guardavano dritto dentro di lui. Mulder sentì come se potesse guardarci dentro e vedere attraverso gli occhi dell’uomo, un posto dove non voleva andare.
Il treno, così privato e confortevole fino a non molto tempo prima, ora sembrava improvvisamente troppo stretto, come una bottiglia sigillata con tutti loro dentro e gettata alla deriva , su un infinito mare verde.

****

5:14 p.m.
CASCATE SIOUX ,
STAZIONE SUD DAKOTA
 
Era una stazione piccola, una costruzione con un’aera di attesa centrale, tre macchine distributrici (coca cola, una che distribuiva brodo di pollo e cioccolata calda dalla stessa bocchetta, una macchinetta di snack con un sacchetto di Lay attaccato sulla facciata di plastica). Un bancone con personale solo durante le ore del giorno, che si dissolveva rapidamente con il calore della luce delle giornate invernali.
C’erano sei persone nella stanza, accanto all’uomo che vendeva biglietti e faceva gli annunci quando il treno arrivava; tutti e sei erano uomini.
Due stavano vicino le finestre, uno fumava, la mano che si alzava ed abbassava per tirare dalla sigaretta e buttare la cenere, i soli movimenti che faceva. L’altro stava leggendo un giornale, sebbene chiunque lo guardasse da vicino avrebbe visto che aveva passato gli ultimi 20 minuti sulla stessa pagina.
Gli altri stavano seduti vicino alle macchinette distributrici, uno indossava un cappello da cowboy che aveva tirato giù, in modo da nascondere il viso con la falda. L’altro stava guardando l’orologio ed il display che indicava che il treno era in ritardo di 30 minuti.
Un altro stava in piedi, guardando la televisione, le cui immagini erano senza suono, un uomo enorme, dalla testa pelata e gli occhi leggermente strabici.
E l’ultimo, un uomo con un cappotto lungo nero che sembrava quasi fatto di una specie di pelle untuosa, stava seduto immobile come una statua contro il muro, le mani davanti al viso, come se stesse recitando una preghiera lunga e penosa. Aveva capelli lunghi, del colore della neve e, dietro le palpebre chiuse, occhi molto, molto scuri. Il suo viso era liscio come quello di un bambino e le sue dita finivano con unghie lunghe, lisce ed affilate.
Gli altoparlanti gracchiarono a vita annunciando:

" Signore e …bene, signori, siamo spiacenti per il ritardo di questa sera, ma il Treno Numero 748 sarà qui fra 10 minuti . Vi faremo salire a bordo appena il treno arriverà in stazione ed una volta che avremo pulito e caricato nuovi approvvigionamenti; dopodichè sarete in viaggio. Grazie di aver scelto Amtrak; vi auguriamo buon viaggio e buon riposo."

L’uomo con il cappotto aprì gli occhi, scrutando l’interno della stazione attraverso le dita e le estremità delle unghie; quello accanto le macchinette distributrici tirò su il cappello e lo guardò, come fece anche l’uomo con il giornale.
Alla finestra, l’uomo buttò la sigaretta e prese la sua borsa. Era grossa e pesante con i lati rigidi , e l’uomo lottò con il suo peso.
Quello che stava guardando il monitor andò verso l’individuo bizzarro che stava davanti alla televisione, bussandogli sulla spalla per farlo girare. Lui fece un rumore, stiracchiandosi come un gatto appena svegliato, ed andò verso il baule che aveva lasciato fra le file di sedili vuoti.
L’uomo dai capelli bianchi rimase immobile, le dita a coppa, mentre il treno fischiava e sbuffava, facendo eco , mentre la luce si espandeva verso di loro, entrando in stazione.
Un sorriso si insinuò fra le sue labbra, mentre sussurrava:

" Si incomincia."

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FINE DEL PRIMO CAPITOLO. CONTINUA NEL CAPITOLO DUE.