Silver Cornet - Giorno Due

 

THE BADLANDS (Calanchi del sud Dakota e del Nebraska)
SOUTH DAKOTA
VAGONE RISTORANTE DEL "THE SILVER COMET"
3:12 a.m.
 
Le luci si erano abbassate, come un aeroplano sopra l’oceano che cerca di atterrare nella notte. Il treno si stava muovendo velocemente attraverso la distesa dei monti Badlands, dove non c’erano fermate; la catena della Riserva dei Pini Sioux da qualche parte verso il sud, si estendeva lungo il piano, come una cicatrice. La pioggia cadeva, le gocce scorrevano in rivoli attraverso il finestrino, dalla parte esterna, catturando i piccoli riflessi di luce del bancone del vagone ristorante.
In uno dei separè lungo i finestrini, sedeva l’uomo dai capelli biondi-bianchi, le mani unite sul tavolo, le unghie lunghe ed affilate che scorrevano contro il dorso delle sue mani pallide. Non si era mosso da mezz’ora, come stesse cercando di risparmiare le emozioni, nello stesso modo in cui un ragno si trova un posto sicuro all’interno della sua rete invisibile , si siede ed aspetta.
Gli unici rumori provenivano dagli ingranaggi sotto il treno, come il ticchettio di una lancetta dei secondi, e il personale del turno la notte, un uomo anziano con una camicia e pantaloni blu da lavoro, stava riempiendo il frigorifero con cartoni di latte e crema. Cercò di salutare l’uomo nel separè, ma ricevette in cambio solo una sguardo che difficilmente avrebbe dimenticato.
L’uomo dai capelli bianchi come la neve, stava seduto nel relativo buio del separè, le mani intrecciate, gli occhi sulla porta che conduceva ai tre vagoni letto, verso la parte finale del treno. Il suo cappotto untuoso sembrava assorbire la luce, facendo quasi risplendere la pelle liscia del viso.
Poi, qualcosa cambiò in lui; gli occhi scuri si chiusero in un lungo sbattere di ciglia. Tirò fuori un sospiro e rilassò le spalle, mentre un sorriso gli tirò l’angolo della bocca tagliente.
La porta adiacente a quella del vagone ristorante si aprì, poi si richiuse, e quella del vagone ristorante scorse di lato.
Tre-e-quindici. Giusto in tempo.

**

Scully apparve nella debole luce del vagone ristorante con un vago senso di disappunto, trovando altre persone lì, sebbene si rendeva conto che la probabilità che lei fosse l’unica persona a non dormire come un angelo sul treno, fosse un po’ fuori posto.
Il treno le ricordava un pò una nave, quel dondolio che le persone o trovavano meravigliosamente rilassante o troppo alieno da sopportare.
Lei si domandava, non per la prima volta, se c’era qualcosa di suo padre in lei, dato che quel oscillamento non faceva altro che farle inasprire i nervi e scuotere la sua irritabilità.
Mulder era esattamente l’opposto. Poteva ripiegarsi in se stesso in un quadrato , ovunque fosse - sedili di aereo, di macchina, letti piccoli delle cabine – le lunghe gambe contorte, ma il suo viso rimaneva beato e felice, e rilassato, nel sonno. Lo aveva guardato teneramente per un po’, mentre la debole luce da sopra il sedile illuminava il suo volto, poi si era alzata, vestita e diretta fuori, nella quiete del corridoio, verso il vagone ristorante.
Lei voleva solitudine. Un vecchio giornale dalla città che non aveva ancora letto. Una rivista di viaggi. Qualsiasi cosa. Ma ottenne soltanto un amichevole "Buonasera" dall’uomo dall’aspetto affabile/garbato che stava rifornendo il vagone ristorante ed uno strano sorriso da uno sconosciuto ancora più strano.

" Salve, " disse all’uomo dietro il bancone. C’era una breve fila di sgabelli con un bancone di formica sul lato, che dava al posto un’atmosfera di un ristorante anni ’50, solo che questi avevano ancora le ruote. Si avvicinò ad uno, i suoi jeans ed il fine maglione nero che indossava troppo leggeri per l’aria fredda del vagone.

" Non siamo aperti, Signora, " disse l’uomo , con uno sguardo genuinamente dispiaciuto.

" No, no, " lei rispose subito. " Lo so. Non c’è problema. " Si portò i capelli dietro l’orecchio, mentre lui sorrideva.

" Non riesce a dormire?" lui chiese, piegandosi a prendere un’altro cartone di latte che le ricordava la sua scuola elementare e un quarto-a-settimana.

" Non stanotte, " disse, tenendosi occupata nel cercare un depliant per le vacanze. Sperò che l’uomo rimanesse in silenzio. Aveva realmente bisogno di riflettere. 

" Sono sicuro, Signore, " venne una voce dietro di lei, " che lei può riuscire a tirare fuori una tazza di cacao o qualcosa di simile per la signora e per me."

L’uomo dietro al bancone si alzò, accogliendo il nuovo venuto come se fosse sorpreso di trovarlo lì al bancone, dietro a Scully,che si girò al sentirlo parlare allo stesso modo.

" Ebbene, io…" disse l’uomo dietro al bancone, con sguardo vagamente spiacente.

" No, io sto a posto- " iniziò a dire Scully.

" Sciocchezze. " L’uomo – capelli eccessivamente bianchi ed una faccia tra quella di una ragazzo ed un uomo giovane – sorrise, un sorriso accattivante. " E’ solo un po’ di acqua o latte con uno di quei pacchetti." Fece un sorriso ancora più ampio, apparendo più che disarmante, e l’uomo dietro al bancone sorrise nervosamente.

" Bene, certamente. Posso farlo. " guardò verso Scully. " Lo vuole con acqua o latte, signora?"

Scully si sentì confusa, all’improvviso capovolgere degli eventi, la sua prospettiva di quiete e solitudine si era trasformata in una bevanda in compagnia in un batter d’occhio. Lei non voleva niente, veramente, ma sentiva come se non potesse rifiutare , arrivati a questo punto, da quando l’uomo dietro il bancone si era diretto a prendere i pacchetti ed il latte, quasi rovesciando il barattolo, nella fretta.

" Uh, latte, credo, " lei disse, sorridendo debolmente all’uomo dietro di lei, che le restituiva caldamente il sorriso.

" I treni sono posti dove è terribilmente difficile dormire, non è d’accordo? " lui disse. A lei piaceva la sua voce. Era calda e sembrava avere un qualcosa, al di sotto, un suono singolarmente mascolino e calmante.

Lei annuì. " Lo sono, " convenne decisamente, cercando di fargli capire che lei non stava cercando compagnia, ma…senza apparire scortese. L’uomo le porse la mano in ogni caso, e lei la guardò, alla stranezza delle sue unghie lunghe.

" Alexander Kever, " disse quietamente, e notò che lei guardava le sue unghie. " perdoni gli artigli. Chitarra classica. Sono disgustosamente necessarie, sono spiacente. " Lui sventolò l’aria in modo drammatico e Scully sbuffò.

" Lei deve proprio amare il suo lavoro, Signor Kever. " Gli strinse con prudenza la mano. Era morbida come la seta. 

" Oh, lo faccio, " disse, piegandosi e toccando con le labbra la mano di lei. " Lo faccio davvero." Indicò al separè con l’altra mano.

" Perchè non si unisce a me, lì, vicino al finestrino? Non c’è molto da vedere , ma la pioggia è piuttosto piacevole."

Scully esitò, guardando il separè e poi il dorso della sua mano, come la tirò via. Le formicolava leggermente allo strano contatto.

" Prometto di essere un gentleman, " disse con magnificenza, toccandosi il petto e facendo un mezzo inchino con la testa. Lei sorrise debolmente a questo. L’uso del linguaggio di Kever, il suo parlare ricercato, già lo faceva apparire come se fosse uscito fuori da un film d’epoca. I suoi capelli strani ed anacronistici aiutavano l’immagine, allo stesso modo.

Ma ancora, qualcosa del modo in cui lui guidò entrambi, la fece sentire insicura . Il controllo era il controllo, che sia subdolo o morbido o…

" Va bene, " lei disse. Era curiosa in un modo a cui non riusciva a dare un nome. L’uomo dietro al bancone stava versando del latte dentro la tazza per lei e maneggiando in modo maldestro un'altra da riempire dallo scaffale

" Le prenderò io, Miss…? " Kever sollevò un sopracciglio bianco.

Scully sentì le guance cominciare ad arrossire, anche se non era certo attrazione, ma quella sgradevole sensazione di disagio nel realizzare che qualcuno poteva volere qualcosa che lei non voleva affatto dare.

" Dana. " disse. " il mio nome è Dana. "

Lui piegò di lato la testa. " Allora Dana. Non abbiamo bisogno di aspettare entrambi." Ed indicò ancora il separè.

Lei si alzò, non tanto per assecondarlo, ma per andare via. Ma quando si mise seduta nel separè, si schiacciò contro il finestrino con la spalla, come per sostenere se stessa.
Desiderò che Mulder fosse lì, non perchè si sentiva fisicamente in pericolo, ma perché le attenzioni di Kever erano di quel tipo che…un solo sguardo da Mulder – anche prima che loro fossero…coinvolti – lo avrebbe fatto scappare via.
Kever si avvicinò con il suo lungo spolverino, una tazza in ogni mano. Le teneva con una insolita presa, tale da arrivare a toccare la superficie di entrambi le tazze con l’unghia del suo dito indice.

" Scusi, " lui disse, preoccupandosi, come si mise a sedere. Lei poteva ancora vedere dove l’unghia aveva toccato la pellicina della cioccolata. " Sono orrende per tutto tranne quello per cui sono fatte. Ne prenderò un’altra , se vuole. "

" No, " lei disse rapidamente, avvicinandosi la tazza. " No va bene, veramente. "

Lui scivolò nella panca senza emettere un solo suono ed afferrò la sua tazza, guardandola, mentre prendeva un sorso. Lei lo imitò, ed io loro occhi si incontrarono sopra il bordo delle tazze. Lei si rese conto che con quella luce, i suoi occhi sembravano quasi neri.

" Si sta dirigendo a Boise, Sig. Kever?" lei chiese, ingoiando. Si domandava quanto ci avrebbe messo a finire la bevanda, così che potesse andarsene via. Lo spazio dietro la porta della sua cabina letto le sembrava particolarmente invitante, in quel momento.

" In parte, " lui disse. " Non è la mia destinazione finale, ma viaggerò su questo treno fino a lì, si. " Mise giù la tazza. " E lei?"

" Boise. Abbiamo familiari lì ."

" ‘Abbiamo’?"

C’era qualcosa nella sua voce che suonava…divertito?

Scully si schiarì la gola. " Si, io ed un mio amico stiamo viaggiando insieme. "

" Un amico maschio? " (E che maschio!!! Iris che non si trattiene!) I suoi occhi neri stavano scintillando, pioggia nell’olio nero. Lei decise in un istante che non le piaceva il suo sorriso.

" Si, " disse, evitando di essere scortese, ma non ci riuscì.

Kever rise sommessamente, poi livellò il suo sguardo, rimanentdo immobile " Oh, Dana, " disse quietamente. " Dormire con quell’uomo su di un treno. Cosa diavolo direbbe suo padre? "

Questo è quanto. Lei mise via la tazza.

" Mio padre è morto, " disse, in modo quieto ma arrabbiato.

" E’ una fortuna, " disse Kever, senza vedere o capire la sua rabbia. Il suo sorriso mostrava i denti bianchi "Per lei e per lui. "

Lei era furiosa, ma qualcosa delle sue parole la face stare vagamente male.

" Sig. Kever, " disse, inorridita, i palmi sul tavolo, i suoi occhi fissando le profondità di quelli neri dell’uomo. "La ringrazio per la cioccolata e…per…la piacevole conversazione, e le faccio i migliori auguri per il resto del suo viaggio. "

Si alzò e, senza guardarsi indietro, attraversò il vagone e ne uscì dalla porta comunicante che la conduceva ai vagoni letto, di dietro.

** 

L’uomo al bancone guardò la donna andare via, la fretta e la retta via che la conduceva al vagone letto faceva capire chiaramente che era arrabbiata o intimorita. Lui guardò indietro all’uomo dai lunghi capelli al tavolo, fingendo di affaccendarsi sopra al bancone, mentre lo fissava.
Quel uomo strano stava sorridendo , lo sguardo verso il tavolo, tracciando con l’unghia lunga del dito indice il bordo della tazza che la donna aveva appena toccato. Poi, senza muovere la mano, alzò lo sguardo per incontrare gli occhi dell’uomo al bancone, che distolse immediatamente lo sguardo.
L’uomo al bancone non lo guardò, mentre l’altro si alzò, facendo cadere delle monete sul tavolo.

" Si torna al lavoro, " disse lo strano uomo amabilmente. " Per ognuno di noi, a quanto sembra."

Il magazziniere non alzò lo sguardo, ma rise nervosamente ed annuì d’intesa.
Non guardò l’uomo dai capelli bianchi, mentre questi attraversava il corridoio diretto ai vagoni letto, sbattendo la porta dietro di lui e lasciano l’uomo al suo lavoro e…al suo curioso senso di sollievo.

**

3:35 a.m.  

Alexander Kever non era un uomo impaziente. A dire la verità, lui non ne aveva motivo. Aveva tutto il tempo di cui poteva aver bisogno.
Era consapevole del lavoro dei suoi uomini, ad eccezione di Fellix, l’uomo enorme che era stato così attratto dalla TV. Fellix non sembrava avere il senso della stanchezza, ed infatti sembrava sorpreso ogni volta che si svegliava dal sonno, come se non fosse del tutto sicuro di cosa era successo per avergli fatto perdere la maggior parte della nottata.
Gli altri, invece, mostravano chiaramente segni di stanchezza, mentre seguivano Kever giù per i corridoi e gli stretti varchi che conducevano all’ultimo vagone letto. Il conducente stava facendo un pisolino nella sua carrozza, una piccola, con una porta aperta, e loro gli passarono davanti silenziosi come una tomba.
Numero 19, 20. 21. Alla 22,Kever si fermò, l’uomo enorme stava giusto accanto a lui, così che quando la porta si sarebbe aperta, lui sarebbe stato fuori dal campo visivo dell’occupante.

" Signori, " disse Kever, tirandosi sù e mostrando la sua imponente figura (tranne che per Fellix). Murphy, Hicks e Roarson erano in piedi, un po’ più in giù , lungo il corridoio, in caso ci fossero stati problemi con le cabine 19, 20 e 21. Tutti annuirono e Kever bussò.

Niente. Bussò ancora. Nessun movimento e nessun suono.

" Oh, per l’amor del cielo," disse Kever fra i denti. Bussò ancora, più forte , questa volta, e chiamò un nome – " Maggiore Warren" – nell’intelaiatura della porta.

" Andiamo, Maggiore, " disse. Potè sentire qualcuno muoversi all’interno della cabina; poi di nuovo nulla. Una faccia contro la porta , un orecchio che ascoltava vicino la fessura della porta. " So che è lì e che è sveglio , e che anche il tenente Harris e Boston sono lì con lei. Può risparmiarsi tutte le difficoltà ed aprire la porta. "

La porta si aprì di lato, parzialmente, rivelando la faccia di un uomo dai capelli sale e pepe. Indossava una maglia a collo alta nera e sudava. Le sue sopracciglia erano aggrottate profondamente, la sua mascella tesa, il corpo in allerta. La mano sinistra stava sulla porta e la destra fuori dal campo visivo.

" Chi diavolo è lei?" sputò, sebbene sembrasse quieto.

" Sono venuto per le sue chiavi, Maggiore. " Kever non si mosse, mentre parlava. Le sue mani erano unite sul davanti all’altezza della vita.

Gli occhi dell’uomo sembrarono uscire dalle orbite, ma poi ristabilì la sua rigida maschera di allerta sul suo viso. " Ha sbagliato cabina, Signore, " disse, cercando di far scorrere la porta per richiederla.

La mano di Fellix comparve all’improvviso, le sue dita spesse trattennero la porta. L’uomo si girò a guardare il proprietario della mano, spalancando la bocca, sorpreso, come il suo sguardo saliva su e…ancora su.

Kever sospirò. " Le sue chiavi, Maggiore. "

" Io non sono un maggiore. Non so di cosa diavolo stia parlando."

Kever abbassò lo sguardo, schiarendosi la gola. " Lei è il Maggiore William Warren della Divisione U.S. Corpo Segreto Armato (non conosco la divisione U.S. Army Intelligence’s Weapon’s Division). Dietro la porta – con le loro armi spianate, come la sua, scommetto – ci sono il tenente Martin Harris e Theodore Bolton. Lei è stato assegnato a trasportare un carico piuttosto grosso ed ingombrante, un virus biologico , nome in codice " Mercury" dal governo degli Stati Uniti. Questo le fa suonare qualche campanello, signore?"

Warren lo fissò.

" Le chiavi sono su un veicolo sportivo di servizio pubblico color blu scuro che l’Arma usa per trasportare il virus fino ad una laboratorio attrezzato nel nord Indaho, una pratica comune per la divisione per muovere armi o ricerche biologiche in piena vista su treni passeggeri, motrici con rimorchio e pullman passeggeri per evitare di destare sospetti su queste armi altamente pericolose e…eticamente…discutibili. Perfino i due agenti dell’FBI non sono stati in grado di trovarli. Lei è stato veramente attento e bravo."

" Se lei sa così tanto su quello di cui sta parlando, " provò Warren, " a cosa le servono le mie chiavi? "

Kever sorrise "Ogni tentativo di aprire il veicolo – o metterlo in moto – senza un singolo set di chiavi che è in suo possesso, attiverebbe all’istante un allarme silenzioso che metterebbe in allerta il Pentagono, mettendo in moto una operazione di sicurezza nazionale che coinvolgerebbe le Forze Armate Speciali. Quindi, sarebbe molto più semplice, Maggiore,se lei mi desse semplicemente le chiavi.

Warren incontrò i suoi occhi, andando dalla sopresa alla paura fino alla rabbia.
Kever trattava Warren come se fosse un bambino che si era comportato male.

" Maggiore, evitiamo che questo diventi più spiacevole di quanto ci sia bisogno. Le chiavi. " Kever porse la mano.

" Si fotta, " disse Warren, e cominciò a muoversi. Niente di più di una contrazione del dito della mano sinistra.

E questo fu tutto quello che riuscì a fare, o che avrebbe mai fatto ancora , come Fellix entrò in azione.

*****

RISERVA INDIANA OGLALA
WYOMING/SULLA LINEA SUD-DAKOTA
10:24 a.m.
 
La carrozza panoramica era affollata nelle giornate di sole, mentre il treno correva veloce attraverso i monti Calanchi nel versante est di Wyoming; il cielo era di un blu brillante. Nuvole bianche si assembravano sopra le teste e tutti sedevano con i sedili parzialmente reclinati per guardare in alto, al panorama che cambiava in continuazione.
Scully non stava guardando in su, sebbene avesse il suo sedile reclinato, le mani poggiate, palmi aperti, appena sotto le costole. Il suo respiro era lento e regolare, ma la sua faccia era leggermente pallida, con alcune macchie rosse sulle guance.
Poi accadde ancora. Le mani schiacciate sull’addome, come il dolore pungente le colpì la pancia, sbocciando dentro di lei, poi se ne andò. Quest’ultimo ci aveva impiegato di più a scomparire, ed il dolore , lentamente, aumentava di intensità e frequenza, mentre il sole saliva.
Il vassoio di cibo – un dolce fatto di farina di avena ed un pò di latte – che Mulder le aveva portato, era appoggiato sul ripiano che aveva tirato giù, accanto a lei, appena toccato. Aveva pensato che il latte avrebbe potuto proteggere un poco il suo stomaco, ma si era sbagliata. 

" Dio, " sospirò, mentre si stringeva ancora la pancia, il dolore dell’ultima fitta tagliente ancora la avvolgeva.

" Signora? Sta bene, signora?"

I suoi occhi si aprirono all’istante, quasi aspettandosi di vedere Alexander Kever sopra di lei, sebbene la voce non era affatto la stessa.
Invece, un viso gentile la guardava, un uomo afro-americano che indossava un cappello su cui sembrava esserci seduto sopra per poi riassettarlo. C’era una piuma di lato, bianca, e l’uomo se ne stava lì con una mano nella tasca ed una custodia piuttosto piccola e consumata nell’altra mano.
Era uno dei musicisti, lei realizzò, quello che aveva colto fissarla di tanto in tanto, mentre lei si muoveva attraverso i vagoni.
Fissava il * suo viso * , le si corresse ironicamente, e gli sorrise debolmente.

" Si, " disse, spostando la mano, sebbene il dolore non se n’era ancora andato completamente. " Sto bene, grazie. " Lei lo disse così di corsa con l’intenzione di allontanare lo sconosciuto. Ne aveva avuto abbastanza di gente estranea in un solo giorno.

" Lei ha l’aspetto di una che non sta affatto bene, " disse l’uomo, per niente scoraggiato. " Mi stavo solo domandando se c’è qualcosa che io possa fare per aiutarla. "

Lei scosse la testa. " No, niente. " chiuse gli occhi, sperando che lui avrebbe colto il suggerimento e lasciato stare.

Invece, lei sentì il sedile accanto al suo, quello con il vassoio che avrebbe impedito a chiunque se non Mulder di sedersi, cigolare, ed il vassoio spostarsi. Aprì gli occhi per trovarlo seduto lì, con il vassoio in grembo.

" Bene, se non le dispiace, signora, potrei sedermi qui per un pò e guardare il cielo, visto che non ci sono altri posti a sedere liberi, per il momento. "

Scully voleva essere irritata, ma quando diede un aveloce occhiata al locale, notò che lui aveva ragione.

Lui rise. " Non mi crede, huh? " disse . " Lei, una donna di fede. "

Lei si accigliò. Voleva onestamente controllare e sapere se stava portando una scritta in fronte che annunciasse gli affari suoi a tutto il mondo. Aveva già provato quella vaga sensazione di instabilità quando Kever le aveva rivelato la sua sorte o letto la mente.
Quella sensazione doveva mostrarsi sul suo viso, l’irritazione, perchè l’uomo si toccò il petto appena sotto la gola.

" La sua croce, " disse. " mi stavo riferendo alla sua croce. "

Scully portò la mano sulla catenina di istinto. " Oh," disse, e sorrise, ridendo per il sollievo. " Naturalmente. " Si sporse per prendere il vassoio e metterlo nel suo grembo, sperando di riuscire a calmarsi.

Solo perchè Kever era stato sgradevole non significava che era il rappresentate tipo di tutti i viaggiatori di quel treno…

L’uomo porse la sua mano. " Il mio nome è Zekial Ambrose Blue, signora, " disse. " Ma i miei amici mi chiamo semplicemente Blue. " Sorrise, mostrandole qualche dente d’oro. Lei gli prese la mano e gli disse semplicemente il suo primo nome.

" Lei è con la banda, " aggiunse. " e suona il trombone. "

Blue annuì. " Trombone, tromba, trombetta, tuba…in qualunque modo lei lo chiami, io posso suonarlo, se ha un corno, signora. " lui le si avvicinò in modo cospiratorio. " Non lo dica a nessuno, ma posso suonare anche un corno francese. Non potrei dirlo, lo sa, perché un corno francese non è esattamente adatto alla *musica blues* ." lui ammiccò, e Scully sbuffò in una debole risata, portando la mano ancora sulla sua cintura.

Blue notò il gesto. " Pensa di aver mangiato qualcosa che le ha fatto male, signora? " disse gentilmente, senza usare il suo nome.

Lei scosse la testa. " sto bene, " disse rapidamente. " Non è niente, ne sono sicura. " guardò la custodia che l’uomo aveva messo vicino alle ginocchia quando si era seduto. " quello cos’è?"

Blue guardò in giù, alla custodia, un sorriso stanco sul viso.

" Oh, quella è la mia cornetta d’argento. " toccò la custodia, la parte esterna doveva avere un rivestimento originariamente bianco, ormai diventato scuro.

" Cornetta?"

" Si, come una trombetta per bambini, " disse " piuttosto piccola e piena. "

Il dolore alla pancia stava ricominciando e lei potè sentire il suo viso avvampare e bagnarsi di sudore.

" Ha un suono speciale?" venne fuori meno normale di quanto lei aveva sperato.

" Oh, si signora, " disse gentilmente Blue. " ha un suono veramente speciale. E’ per questo che la tengo con me per tutto il tempo. "

Lei sobbalzò, portando la mano a pugno per poi spingerlo in basso. Un piccolo lamento le sfuggì dalle labbra.

" Signora, dov’è l’uomo dai capelli scuri e gli occhi intriganti che è sempre con lei? " chiese, avvicinandosi e mettendole una mano sulla spalla.

Mulder era, in effetti, nel vagone bagagli, esaminando alcune casse che loro avevano visto caricare la notte prima. Lui l’aveva lasciata nel vagone panoramico quando si era svegliata tardi, sentendosi molto male, lasciando stare la sua ricerca. Avevano deciso , quando si erano alzati quella mattina, che il viaggio era stato una falsa pista e che avrebbero semplicemente terminato la corsa.

" Se lei potesse aiutarmi a tornare indietro al vagone letto, signor Blue, " disse Scully, mettendo a terra il vassoio così che lei potesse alzarsi.

" Soltanto Blue, signora. " lui la corresse, alzandosi insieme a lei e prendendola per il braccio.

" Okay, Blue, " lei disse. " Io sono nel secondo vagone letto. "

Lui annuì. "L’aiuterò ad arrivare lì, signora, " disse, prendendo la custodia che conteneva la sua cornetta d’argento con la sinistra ,e sostenendo lei con la sua mano destra.

" E mi chiamo Dana, Blue, "stavolta lo corresse lei. " soltanto Dana. " sorrise, nonostante il dolore, ma i suoi occhi erano caparbi.

L’uomo restituì il sorriso. " Va bene, Dana. Venga con me e la riporterò indietro. " 

*****

VERSANTE ORIENTALE WYOMING
7:45 p.m.

" Io sto bene…"

Se Mulder l’avesse sentita dire questa frase un’altra volta, pensava si sarebbe messo ad urlare.

" Scully, tu non stai bene, " disse, la sua pazienza si stava assottigliando e spezzando in due.

La teneva sul letto, il suo corpo la avvolgeva da dietro di lei, la lampada per la notte sembrava emettere calore invece della luce; il suo corpo – ed il suo dove toccava quello di lei – ricoperto di sudore. Lui le aveva tolto la maglietta, lasciandola rannicchiata in un completo di biancheria intima bianca, con un asciugamano freddo, che lui aveva inzuppato in una piccola bacinella, sulla sua fronte e tempie.
Era tornato indietro, nel vagone panoramico, intorno alle undici quella mattina, in cerca di lei ed aveva trovato qualcun’altro nei loro sedili, una bambino che rideva e l’Uomo Trombone.  

" Signor Mulder, " lui aveva detto, sorprendendo Mulder con l’uso del suo nome. " Questo è il suo nome, giusto?"

Mulder annuì. " Si. Si, sono io. Dov’è.."

" Dana è al vagone letto, " disse Trombone Man. La sua faccia si accigliò. " l’ho portata indietro io un po’ di tempo fa e lei mi ha detto di venire qui ed aspettare lei per dirle dov’era andata. "

" Grazie, " rispose Mulder rapidamente e si giro per andarsene quando L’Uomo Trombone gli afferrò il braccio.

" Lei non ha molto tempo, " disse. " Ora corra. "

Mulder stava rimuginando su questa frase da tutto il giorno, mentre stava straiato con Scully, la maggior parte del tempo passata a guardarla dormire. Lei si era svegliata intorno all’ora di cena, e quando lui si era offerto di andarle a prendere qualcosa da mangiare, lei gli aveva detto di no. Poco dopo, la febbre e i dolori allo stomaco erano peggiorati, la sua faccia era diventata più pallida e con macchie rosse.
(Lei non ha molto tempo…) 
Lo spasmo – o qualunque cosa fosse – stava scemando ancora e Scully passò dall’essere tesa a molle e fiacca fra le sue braccia, come se fosse un burattino che aveva perso improvvisamente i suoi fili. 

" Vedi? " lei sussurrò, respirando faticosamente . " Io sto bene…solo…solo dammi un pò d’acqua e starò bene…"

Lui spostò l’asciugamano e mise la mano sulla sua fronte, trovandola bollente. Imprecò fra i denti e si mise a sedere, ancora con i suoi jeans indosso, e cominciò a rimboccare la coperta per bene, intorno a lei.

" Scully, " cominciò a dire, prendendo la sua maglietta. " sto andando a cercare il conducente per dirgli di chiamare il macchinista per fargli fermare il treno alla stazione più vicina , e che tu hai bisogno di ambulanza che ci aspetterà lì. " si infilò il maglione a collo alto dalla testa con un tale strattone quasi da strapparlo , nella fretta.

" Mulder, no…" lei provò, ma stava tenendo le coperte strette a pugno. " in questo modo attirerai troppo attenzione su di noi.."

" Aw, diavolo,Scully, non c’è niente qui, " disse Mulder, alzandosi ed infilandosi le scarpe da tennis ai piedi. " abbiamo controllato tutto almeno una decina di volte, su questa treno. " Finì di mettersi le scarpe e si girò di nuovo a ricoprirla ancora bene con le coperte, dandole un soffice bacio sulla guancia bollente.

" Sto andando a fargli fermare il treno, " disse dolcemente " lascerò la porta aperta , mentre vado alla fine del vagone, così che possa sentirti se mi chiami. " le diede un piccolo bacio appena sopra le palpebre chiuse, solo un soffio. " torno subito. "

Come aprì la porta, vide che le luci del corridoio erano spente, le piccole luci di posizione che si accendono quando fa buio. Il conducente doveva aver dimenticato di accenderle, sebbene fosse al suo posto; Mulder poteva vedere la luce filtrare dalla porta aperta, alla fine del vagone, mentre il treno correva nella notte.
Lui si resse contro il prexiglass del finestrino, mentre si muoveva per il corridoio, verso il davanti del vagone, arrivando ad uno curva.

" Hey, " lui disse, girandosi per affrontare il conducente, " Ho bisogno che lei…"

Si fermò di botto.
Il conducente del treno era lì, sul suo sedile, dove guardava solitamente una piccola TV. Ma il televisore non c’era più, sradicato dal muro, da come sembrava.
E la testa del conducente ciondolava all’indietro dalle spalle, con una angolazione strana, contro il muro dietro di lui, gli occhi aperti, che fissavano il nulla, la lingua blu. Qualcuno gli aveva spezzato il collo.

" Gesù…" sospirò Mulder, prendendo il telefono per le emergenze accanto a dove doveva essere la televisione. Lo sollevò e sentì la linea libera all’orecchio.

" Macchinista!" chiamò. " macchinista, può sentirmi?"

Ci fu una pausa, poi:

" La sento, Signor Mulder, " una voce disse piacevolmente, sebbene Mulder non riusciva a riconoscerla.

" Lei chi diavolo è…? " cominciò Mulder. Qualcosa in quella voce lo fece sbiancare.

La voce continuò. " Questo non ha importanza. Non più. E…prima che lei lo chieda….no, non ho intenzione di fermare questo treno. " 

*****

FINE DEL CAPITOLO DUE . CONTINUA NEL CAPITOLO TRE.