Silver Cornet - Giorno Quattro

 

CENTRAL WYOMING
"THE SILVER COMET"
12:04 a.m.
 
Nonostante il panico della notte precedente fosse sembrato familiare, c’era qualcosa di ancor più acuto nella memoria di Mulder dello svegliarsi in uno spazio chiuso da una porta sprangata e sangue sulla testa.
La prima cosa che scivolò nella sua coscienza fu il rollio del treno sulle rotaie, un suono simile al ticchettio dell’orologio o ad un cuore che batte velocemente. La seconda fu l’oppressivo calore dello spazio in cui si trovava, probabilmente dovuto al proprio calore corporeo bloccato nell’ambiente, l’aria viziata e spessa.
Mulder si portò una mano sul viso, gli occhi aperti, ma quando tentò di guardarsi il palmo non vide nulla, assolutamente nulla. Per una frazione di secondo fu certo di essere cieco, soprattutto con il chiaro rivolo di sangue incrostato sul sopracciglio e sulle ciglia. La linea di luce sotto la porta però lo convinse del contrario, e voltò il capo, aveva la sensazione che qualcuno gli avesse tolto il cervello e lo avesse posto in una bacinella d’acqua, il suo ondeggiare lo rendeva vagamente nauseato.
Non sapendo che altro fare, strisciò verso la luce.
Non provenivano suoni dall’esterno, ma Mulder sapeva che erano là fuori. Middle Thug e i suoi, e, nelle vicinanze, questo "Mr Kever" di cui aveva sentito giusto prima di fare maledettamente male i propri conti e di essere messo fuori combattimento.
Lo avevano riportato nel vagone letto, dirigendosi verso la locomotiva e la parte anteriore del treno, ed era passato accanto al luogo dove l’Uomo Trombone aveva Scully, l’uomo di colore piegato verso di lei tentando di calmarla. Si stava lamentando per qualcosa e stava chiaramente soffrendo.

"Hey," le mani di Mulder scattarono, si liberò le braccia e si appoggiò ai muri del vagone-letto, costringendo i due dietro di lui a fermarsi. "Che cosa le sta facendo?"

"Sono sicuro che è in buone mani," Middle Thug lo calmò con condiscendenza. "Non ti preoccupare, Romeo Sono sicuro che a quel vecchio tipo strano non gli si alza più da quando i Bee Gees erano in classifica."

Un’opportuna risata sguaiata, simile al grugnito di un animale, provenne da dietro. Mulder non mosse il braccio, neanche quando sentì la fredda canna della pistola sulla schiena. Si accorse che "il vecchio tipo strambo" si era piegato in avanti per guardarlo dal bordo dei suoi occhiali.

"Vai avanti," sussurrò, ma Mulder vide per lo più l’ombra delle parole sulla sua bocca, e qualcosa in quegli strani occhi scuri lo calmò. Annuì e abbassò il braccio, improvvisamente conscio della sua camicia aperta, degli stivali senza calzini, e di come fosse solo in quel momento.

"Comunque sai," biascicò Middle Thug, incapace di resistere. "Non posso dire di biasimare il vecchio se ci provasse." Era in piedi di fronte a Mulder, un largo sorriso allargava il taglio nella maschera, e Mulder poteva sentire la strana pressione di rabbia nascere dietro i suoi occhi.

Non abboccare all’amo, tentò di ragionare. E’ troppo facile... troppo facile...

"Come è comunque?" l’uomo continuò. "Forse possiamo venire a controllare dopo, eh Roy?" Annuì al suo amico dietro Mulder che stava sbuffando come una scrofa. "Sembra che sia in grado di graffiare un tipo come un gattino."

"Carino," disse Mulder con la sua migliore voce sprezzante. Scosse il capo, guardando il delinquente come se fosse un dodicenne che si è comportato male.

"Forse," disse l’uomo, e si toccò con la lingua l’estremità dei suoi denti bianchi. "Forse torno dopo per scoprirlo."

Mulder sentì come se qualcosa di caldo stesse scivolandogli sotto la pelle del collo, quindi vide la soddisfazione sul volto dell’altro uomo quando la collera scoppiò sulle guance di Mulder.
Nulla da perdere ora, pensò, e fece partire il pugno.
Aveva un vago ricordo di roteare a causa di un colpo alla schiena, e quando alzò la mano, l’evidenza del colpo era lì, sotto il suo palmo, una contusione della grandezza di un piatto da dessert. Poi era arrivato un colpo alla testa (dal calcio del fucile), e non ricordava nient’altro.
Se lo sentiva che quel figlio di puttana stava solo cercando un pretesto, ma tant’è...
Le sue dita strisciarono lungo la sua schiena, in basso. Come era prevedibile, la Sig era sparita.

"Fottiti," mormorò comunque.

Sembrava essere in una sorta di magazzino, e poteva sentire qualcuno parlare nella carrozza, al di là della porta.

"Hey!" gridò, colpendo la porta metallica con il pugno. "HEY!"

E poi, come se gli fosse stato dato un segnale, qualcuno aprì la porta e Mulder fu costretto a ripararsi gli occhi dall’improvviso assalto di luce.

"Fellix," disse una voce pacata e cordiale alla sinistra di Mulder. "Perché non aiuti il Signor Mulder ad alzarsi così che lui ed io possiamo fare una chiacchierata?"

Una presa grande quanto il guantone di un ricevitore gli afferrò il collo, e Mulder guardò il suo proprietario – enormi occhi sbarrati, una linea sottile come bocca. Calvo. Orecchie grandi quanto le maniglie di una porta e un collo grande quanto la coscia di Mulder.
Mulder era in piedi davanti al colosso con la testa all’altezza del torace dell’uomo.

"Grazie," disse, sperando che la mano lasciasse il suo collo. L’uomo lo guardò, senza sorridere, e lo lasciò, raddrizzando il colletto della camicia di Mulder ancora aperta. Quando fece un passo indietro, Mulder si sentì sicuro a sufficienza da guardarsi intorno.

Dietro il gigante c’era un uomo dall’aspetto strano.

"Signor Mulder," disse l’uomo. "Mi permetta di presentarmi. Alexander Kever." Stese la mano. "Credo che ci siamo parlati per telefono, vero?"

Mulder gli guardò la mano e le lunghe unghie che sembravano essere state affilate in punta. Fece scorrere lo sguardo dalla mano al volto di Kever e viceversa, e non allungò la propria mano. Kever ritirò la sua con un sorriso conciso.

"Si, bene. Vuole sedersi?"

Kever indicò l’interno della carrozza del personale come se fosse la sala da ballo del Titanic, le sedie troppo gonfie e rovinate, i tavoli usati, diversi da quelli del vagone ristorante. I finestrini erano coperti da modeste tendine che oscillavano debolmente sui loro anelli. C’era una piccola cucina in un angolo, una schiera di cuccette.
Sembrava un posto dove il personale viveva e dormiva. Kever, pensò Mulder, pareva decisamente fuori posto con quel suo strano e lucido spolvernino scuro, i suoi lunghi capelli biondi e quelle unghie che, se fossero state in bocca, sarebbero potute essere zanne.
Mulder non si sedette. Rimase ancora in piedi. In parte in segno di disprezzo, ma anche perché, fatta eccezione per la grandezza di quello chiamato Fellix, a Mulder piacevano le probabilità. C’erano solo loro tre nella carrozza – Kever, Fellix e lui.

Kever fece un sorriso strano e divertito. "La assicuro, Signor Mulder, Fellix ed io siamo abbastanza innocui."

Bene, Mulder si castigò. Tempo di ricomporti...

"Che cosa le hai fatto?" Mulder sputò.

Kever sogghignò, voltandosi verso una piccola cucina su cui una caffettiera nera aveva iniziato a fischiare e sibilare.

"Tipico," disse, suonando deluso e soddisfatto allo stesso tempo.

" ‘Tipico’ cosa?" Mulder gli sputò in risposta.

Kever non si voltò mentre rispondeva, invece era concentrato nella tazza di tea che stava preparando, l’acqua calda a sufficienza da bollire nella tazza, scoppiettando.

"Così tipico di lei, Signor Mulder, non chiedere nulla circa ciò che intendo fare con questo treno, con le persone che ci sono sopra... con lei." Diede una rapida occhiata dietro di sè. "Solo l’Agente Scully occupa la sua attenzione. Prima Samantha... e ora questo."

Mulder lo guardò fisso. Desiderò di indossare uno dei suoi cappotti più scuri e costosi invece della camicia aperta, dei jeans e degli stivali senza calzini. Si sentiva esposto più di quanto riuscisse a pensare.

"E’ un buon trucco," fu quello che disse a voce alta. Mantenne il volto attentamente neutrale.

"Come può essere quello che ho appena detto un trucco?" Kever immergeva la bustina del tea nella tazza distrattamente, guardando Mulder, un sopracciglio alzato.

"Ha chiaramente fatto i suoi compiti su di me. Sull’Agente Scully." Mulder mise le mani sui fianchi. "Ora vuole dirmi lei chi è e che cosa vuole?"

Kever sorrise, mettendo da parte la bustina del tea. L’acqua nella tazza stava ancora bollendo, vapore si alzava dalla sua superficie. Kever allungò una mano e attentamente agganciò un dito affilato nel manico, sorreggendo la tazza quasi fosse un principe.

"Ho tutto quello che voglio," disse, e si girò, fronteggiando Mulder del tutto. Si portò la tazza al labbro e, senza neppure un soffio, la piegò e bevve.

Mulder lo guardò, il sopracciglio curvato. Chiunque avesse bevuto una cosa così calda avrebbe…
Urlato?

Mulder inghiottì. "Non credo di capire," disse.

Kever inclinò ulteriormente la tazza, vuotandola del tutto. Quando la allontanò dalla bocca, Mulder cercò vesciche. Arrossamento. Qualcosa. Non c’era nulla.

"Si, ci sono tante cose che non sai," disse Kever quasi a sé stesso. "Mi lasci spiegare."

Si diresse verso una poltrona verde appoggiata al muro, e, anche se sembrava che fosse uscita da un negozio economico, quando Kever vi si sedette, stringendo le dita così che le sue unghie potessero toccarsi con un debole stridio, sembrava un re.

Kever cominciò. "Ho un treno pieno di viaggiatori, eccetto l’equipaggio e i pochi passeggeri che sono morti, ovviamente. Ho le chiavi per un fuoristrada nell’ultimo vagone che trasporta un recipiente contenente una tossina biologica sviluppata dal suo governo, una tossina virulenta a sufficienza da distruggere ogni creatura vivente su questo pianeta non appena il contenitore tocca l’acqua."

Mulder inghiottì il groppo che gli si era formato in gola e scrollò le spalle. "E’ piuttosto carino, penso," disse.

Kever sorrise. "Si, lo è."

Mulder annuì. "Perché l’acqua?"

Kever battè due unghia insieme. "L’idea era quella di infettare solo gli impianti idrici del nemico, ma, ovviamente, gli idioti che lo hanno sviluppato non sanno che, una volta attivo, può essere trasportato nell’aria, e l’aria non ci impiega molto a diffonderlo." Kever ghignò, una visione totalmente sgradevole. "E per aggiungerci dell’ironia, gli scienziati erano troppo miopi per accorgersi che quella cosa in cui hanno messo la tossina, non può frenare questo tipo di virus, così basta solo che qualcuno faccia… un errore."

"Ok," disse Mulder attentamente. Tenne le mani sui fianchi, ma i suoi pugni erano conficcati talmente tanto da lasciare il segno.

"Fellix," disse Kever, e l’uomo calmo e silenzioso alzò il capo. "Fa al Signor Mulder una tazza di tea, ti dispiace? Ha molto da digerire."

Fellix fece quanto gli era stato detto. Mulder rimase ancora più immobile, livellando il suo sguardo a quello di Kever.
Strani occhi. Neri. Come stagni senza fondo.

"Chi sei?" Mulder disse, perdendo parecchia della sua sicurezza. La sua voce era calma. "E come sai tanto su di me?"

Il treno sembrò prendere velocità.

"Ci siamo senza dubbio incontrati prima," disse Kever, e la sua voce divenne più bassa.

"Dove?" Mulder replicò, scuotendo il capo. "Non mi ricordo della tua faccia."

"Ma io conosco la sua, Signor Mulder," la voce di Kever sembrò cambiare. Poi una voce che Mulder poteva a mala pena ricordare venne fuori da quella strana e pallida faccia.

" ‘E’ finita per ora... Ma devi stare stai attento. Ti conosco Ti conosce.’ "

Gli occhi di Mulder si allargarono.
The Calusari... Che cosa aveva detto quell’uomo anziano?

("Non lo guardare! Sposta lo sguardo o lui ti riconoscerà...")

"Ed io conosco lei, Mr Mulder," disse Kever sommessamente, quasi con dolcezza come se il ricordo di Mulder avesse un buon sapore. I suoi occhi trafissero Mulder come una farfalla

Mulder poteva sentire i muscoli della mascella contrarsi. Era diventato freddo, come se qualcosa gli stesse trascinando un pezzo di ghiaccio lungo la spina dorsale.

"Non le credo, Mr. Kever," disse con fermezza, mantenendo la sua voce dura come una roccia. "Penso che lei abbia lavorato molto, sicuramente, ma questo è quanto."

Fellix stava trafficando con il bollitore, che stava fischiando di nuovo dopo essere stato da poco sulla fiamma del fornelletto. Mulder mosse solo gli occhi per guardarlo riempire un’altra tazza, e spostò lo sguardo verso Kever, che non stava sorridendo e, se possibile, aveva assunto un’espressione ancora peggiore.
Kever si mise in piedi.

"Ricorda cosa le disse quel vecchio, signor Mulder? Che cosa le disse quel vecchio idiota?" Si voltò e si diresse verso Fellix.

Mulder scosse il capo. Si chiese dove fosse la porta, e quindi realizzò che anche se fosse riuscito ad uscire, non c’era nessun posto dove correre, nessun posto dove andare.
Fu quello il momento in cui l’odore iniziò. Qualcosa di... fetido. Come vecchio formaggioandato a male. Come qualcosa andata a male in fretta a causa del calore.

"Disse "Il diavolo che è qui c’è sempre stato,’" rispose Kever, la sua voce marcata da un arrugginito accento rumeno. "’A lui non importa se uccide un ragazzo o un milione di uomini.’"

Mulder alzò una mano e si pose il palmo sul naso. L bile gli stava salendo in gola. L’odore era di qualcosa in decomposizione. L’odore di qualcosa di morto.

"Questo è ciò che sono," continuò Kever nella sua voce vellutata. Sommessa come un serpente. Si voltò con la sua tazza di tea, l’acqua ribolliva sulle sue mani coperte di artigli.

Mulder si guardò attorno con disperazione. C’era muffa scura che cominciava a macchiare il soffitto, i muri.
Quello fu il momento in cui vide che il volto di Kever aveva iniziato a cambiare.
Gli occhi erano diventate pupille verticali, le iridi gialle, il colore dell’urina. E quando la sua bocca si muoveva scoprendo i denti, Mulder poteva vedere un nugolo di minuscole zanne, sottili come aghi, che ricoprivano le labbra di Kever.

"Mi riconosce ora, Signor Mulder?" Disse Kever, venendo avanti. I muri erano diventati nero-bluastri, simili al colore della decomposizione, l’aria pensante. Mulder si coprì il naso con la mano, lo stomaco pesante. Le luci sembravano scomparire.

"Non ci credo!" urlò. "Non credo in TE!"

Kever sorrise anche più ampiamente. La sua pelle era diventata più pallida, quasi verde. I muri si stavano riempiendo di crepe, quasi stessero invecchiando, strisce di muffa pendevano da essi. Le tendine erano simili a pelle ridotta a brandelli, le finestre coperte di polvere cominciavano a scricchiolare.
Kever era in piedi davanti a lui, il tea proteso in avanti mentre le pupille gli diventavano più sottili. Una lingua sottile emerse per leccarsi le labbra screpolate.

"Si... Lo so..." Kever sibilò, e con la mano libera afferrò il retro della testa di Mulder, le sue unghia affondate nella carne.

Spinse il suo volto più vicino a Mulder e l’odore...l’odore...

"Oh Dio..." Disse Mulder mentre le sue ginocchia si piegavano.

"E la sua mancanza di fede è ciò su cui conto, Signor Mulder," sussurrò Kever, "Quello su cui sapevo poter contare e che lei era in grado di offrirmi."

Mulder cominciò a dimenarsi.

Kever lo teneva fermo. "Sono l’Architetto degli Incubi, Mulder" disse Kever, sollevando la tazza tra i loro volti, il tea schiumeggiante all’interno. "La sua rovina e la rovina di tutto ciò che vede."

Strinse i capelli di Mulder, spingendo la sua faccia verso di lui.

"Ora," disse Kever mentre le luci si spegnevano. "Beva."

****

VAGONE LETTO
1:04 a.m.

Qualsiasi cosa Blue aveva dato a Scully, l’aveva fatta dormire, un sonno vero. Si svegliò sentendosi una persona diversa, il dolore era diminuito quando aveva chiuso gli occhi, la voce di Blue che la calmava.

"Dormi, Dana. Va avanti e dormi..."

Era stata l’ultima cosa che aveva sentito, mentre il sole si alzava attraverso i finestrini del vagone-letto, il cielo assumeva una colorazione bluastra, le stelle ancora splendevano. Si era preoccupata per Mulder dopo aver sentito la zuffa nel corridoio, ma in quel momento non c’era  nulla che avrebbe potuto fare. Era troppo debole per stare in piedi, e troppo dolorante per muoversi.
Più o meno all’alba aveva ascoltato Blue, ed ora che era nuovamente sveglia, aveva in qualche modo perso l’intera giornata. Il treno sembrava spingersi attraverso il nulla, i finestrini scuri. Una luce proveniente dalla cabina confinante emanava un po’ di luce, sufficiente per vedere Blue in piedi accanto alla finestra, la branda su cui era sdraiata contro il muro.
Studiò il profilo di Blue nell’oscurità. Da qualche parte all’esterno una luce brillò – uno scambio ferroviario – e il suo volto si illuminò per un attimo, prima di ritornare nuovamente nell’ombra.
Non si era mosso. Le braccia incrociate sul petto, il cappello stretto in una mano, le ciocche bianche che sobbalzavano quando il treno si muoveva.

"Blue?" sussurrò, e sentì dolore in gola. Alzò una mano e si toccò il viso, sentendo un gonfiore che si estendeva dal labbro alla guancia. Si sentiva come se qualcuno le avesse dato un pugno in faccia.

Non rispose. Non all’inizio. E quando lo vide, sembrò molto distante.

"Dovrebbe riposare, signora." Nessun movimento. Solo le labbra si dischiusero a mala pena per pronunciare le parole. "Ha molto davanti a lei e deve riposare."

Il sopracciglio di Scully si piegò. "Che cosa vuoi dire?"

Aspettò nell’oscurità, tenendo il lenzuolo contro la gola. Faceva freddo nel vagone letto, il riscaldamento interno era spento, e la notte stava calando.

"Blue?" tentò di nuovo. "Che cosa vuoi dire?"

"Il signor Mulder è in un brutto, brutto momento."

Divenne molto calma. "Che cosa gli è successo?" Era stato ferito peggio di quanto pensasse durante il litigio con questi uomini armati? Era-

Blue si girò e la guardò, anche se Scully poteva dirlo solo dal cambiamento della sua ombra e dal cambiamento della sua voce mentre si rivolgeva a lei.

"Lui non crede in nulla, signora. In nulla eccetto che in lei."

Il suo shock iniziale per la sua misteriosa conoscenza di alcuni particolari era diminuito rispetto alla notte precedente, ma era ancora elevato. Inghiottì, sollevata dal fatto che non aveva detto che Mulder era ferito... o peggio.

"Lo so," rispose.

"Lui dovrà fare una scelta prima che tutto sia compiuto," Blue continuò. "E anche lei."

Scosse la testa. "Non capisco... questo che vantaggio porterebbe? "

"Questo è l’unico modo in cui riesce a tenere in pugno le cose," Blue disse sommessamente. "Il signor Kever è così. Non aveva bisogno di nient’altro che di persone che dessero se stessi a lui per provocare la fine dei giorni."

Scully si alzò su un gomito, l’altro sullo stomaco dove il dolore divampava.

"Blue, perché sei qui?" chiese sommessamente. "Qual è la tua parte in tutto questo?"

La sua voce era triste quando parlò, più triste di quanto fosse mai stata, e più dolce.

"Sono qui solo per suonare quel corno, signora," disse, e Scully guardò la scatola sul bordo della branda. "Questo è tutto. Solo per suonare."

Lo sentì spostarsi verso la finestra, un altro flash di luce dall’esterno illuminò il suo viso rugoso. Sapeva che lui aveva detto tutto ciò che volesse dire per risponderle, e, anche se aveva detto poco, perché questo poco l’aveva riempita di timore?
Un altro scambio attraversato, un altro fascio di luce, e i suoi occhi furono attirati verso la scatola di Blue, l’esterno ammaccato, il colore delle vecchie sigarette. Due fibbie d’acciaio tenevano chiuso il coperchio e questo era tutto.

"Lei ha bisogno di più medicine, signora," disse Blue, e si piegò sul piccolo lavello ai piedi del letto dove aveva messo la sua borraccia e i panni che aveva usato per abbassarle la febbre. "Me ne occuperò..."

Ma Scully non lo stava ascoltando più. I suoi occhi erano sulla scatola, sulle fibbie.
Allungò una mano e ne alzò una, liberandone l’anello. Quindi fece lo stesso con l’altra, e, dopo aver guardato Blue, alzò il coperchio.
Doveva vedere...
Ciò che uscì dall’apertura quando la scatola venne aperta fu come nessun’altra luce avesse mai visto.
Scully restò senza fiato, alzò il braccio per proteggersi il volto, un suono simile a vento turbinava attorno alle cuccette, un suono simile ad un enorme respiro. Anche se aveva un braccio sul viso, la luce riusciva comunque a penetrare, e sebbene la luminosità fosse accecante, non riusciva a chiudere gli occhi.
Scully urlò, facendo un enorme respiro. La carrozza grondava di bianco, e attorno a lei, ogni cosa cominciò a risplendere.

"Blue!" Guardò all’interno della scatola.

Un corno giaceva lì, si, ma simile a nulla lei avesse mai visto. Era lungo, troppo lungo per entrare nella cassa, e di un bianco perlaceo. Al suo interno, comunque, un mondo era sospeso, ruotando con la luce.
Fece un altro respiro, il suono del vento sibilava più forte tutto intorno, le lenzuola, il panno sulla sua testa, ogni cosa sembrava sollevarsi, galleggiare...
Quindi si voltò verso Blue, che si era girato a guardarla.
Il suo viso stava cambiando, la luce proveniente dalla scatola gli colpiva il volto come un’onda.
Un uomo. Un’aquila con un becco d’oro. Un leone con un’orgogliosa criniera. Un toro con corna con punte d’argento. Il volto dell’uomo di nuovo. E attorno a lui, distendendosi dal suo corpo...
Ali.
Li aveva visti prima. Aveva visto quei volti, quella luce, quelle ali.

"Oh mio Dio..." esalò, sgomenta, come prima, dalla visione.

"Ho molti nomi e molte forme," una voce profonda e risonante uscì dalla bocca dell’aquila. "Azrael...Israfil...Kevin Kyber...Blue..."

Le lacrime cominciarono a cadere non appena la luce bruciava bruciò Scully con il suo calore. Si coprì il volto.

"Oh mio Dio," disse, la sua voce tremante. "Sei tu..."

****

FINE CAPITOLO 4. CONTINUA NEL CAPITOLO 5