The Sins of the Fathers
by Foxsong
(2-17-00)
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Summary: Set Pre-XF, it's Bill Mulder having a side course of angst with dinner.

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Le colpe dei padri
Tradotto da Vix

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All'imbrunire del venerdì, Bill Mulder svoltò nel vialetto e parcheggiò dietro la station wagon di Teena. Era stato un lungo giorno, alla fine di una lunga settimana, ed era molto stanco. Se fosse stato un uomo diverso, sarebbe stato contento di essere a casa.
Tirò il freno a mano, spense il motore ed aprì la portiera; raccolse la valigetta e la giacca che non aveva indossato perché era stata una giornata mite. Uscì dall'auto e chiuse distrattamente la porta dietro di sé, ed arrivato in prossimità dell'auto di Teena gettò un'occhiata in basso, appena in tempo per non inciampare nella bicicletta abbandonata al centro del vialetto.
Quando aprì la porta anteriore, sentì la radio in cucina, sentì la voce animata di Teena e la risata di Fox. Si fermò per ascoltare. Si meravigliò di come non l'avesse colpito fino a questo momento il fatto di come raramente sentiva Fox ridere. Si sentì in qualche modo sollevato solo a sentirlo, ma quando chiuse la porta il ragazzo si zittì.

Lasciò la valigetta vicino alla porta d'ingresso. Si diresse in cucina e si fermò sulla porta: "Sono a casa", annunciò.

Teena, in piedi davanti al fornello, si volse verso lui, offrendogli un sorriso che non raggiungeva del tutto gli occhi: "Ciao, Bill", disse.

Il ragazzo era seduto al tavolo di cucina, con un bicchiere di latte davanti. "Ciao, papà", disse alzandosi a metà dalla sedia, con un'insolita luminosità nello sguardo.

"Fox", disse Bill, "dove avevamo stabilito che avresti dovuto mettere la tua bicicletta?" ed il ragazzo abbassò lo sguardo e si affrettò verso la porta posteriore.

Bill pensò che se avesse saputo che avrebbero lasciato Fox ed avrebbero preso Samantha, sarebbe stato in grado di fare le cose diversamente, ma era troppo tardi, ormai. Aveva perso anche Fox.

Dopo che il ragazzo se ne fu andato, Teena disse: "Fox è stato scelto per giocare nella squadra di basket, quest'anno". Aprì il forno ed estrasse una pietanza in una casseruola coperta. "Dovresti dirgli qualcosa al riguardo" quando lui non rispose lei lo guardò: "Sei un po' in ritardo".

"Sono rimasto coinvolto in alcune cose". Attraversò la cucina, ed appese la giacca ad uno degli attaccapanni della porta posteriore "Sai che non dovete aspettarmi per cena".

"Siamo una famiglia", lei rispose, come se pronunciare le parole potesse rendere la cosa reale. "Mangiamo insieme".

Fox scivolò in cucina e tornò al suo posto a tavola. Bill sedette e Teena portò loro i piatti. Bill aprì il tovagliolo e lo distese in grembo; alla sua destra il ragazzo si mosse sulla sedia e giocò con la forchetta. Teena tornò al tavolo con il proprio piatto e sedette di fronte a lui. Lei e Fox lo guardarono ansiosamente, e lui curvò la testa.

"Signore, per quello che stiamo per ricevere, noi ti siamo profondamente grati". Non era certo perché continuasse a rendere grazie per la cena ogni sera; non era entrato in una chiesa da oltre due anni. Alcune sere gli sembrava che il cibo fosse l'unica cosa che gli fosse rimasta per cui ringraziare.

"Amen" mormorò Teena. Il ragazzo rimase in silenzio.

Iniziarono a mangiare. "Com'è andato il lavoro oggi, Bill?" gli chiese Teena, nonostante lui sapesse che non era interessata.

"Stiamo ancora facendo ricerche sul caso di cui ti parlato brevemente l'altra sera" rispose vagamente. "Abbiamo passato metà giornata controllando vecchi documenti. Questo pomeriggio abbiamo finalmente rintracciato gli attuali indirizzi di tutte le persone coinvolte. Vogliamo iniziare gli interrogatori lunedì".

Teena annuì. Fox prestava un'attenzione meticolosa alle patate al forno che stava spezzando con la forchetta. Per un po' l'unico suono fu il tintinnio dell'argenteria sulla porcellana e la musica bassa della radio sulla mensola sopra al lavello "Allora, Fox", iniziò a parlare nel pesante silenzio, dicendo a se stesso che era solo uno scherzo di luci ed ombre, a dare in prestito al volto del ragazzo quell'aspetto di animale braccato, al suono del suo nome. "Tua madre mi ha detto che sei nella squadra di basket. Sono orgoglioso di te".

Gli occhi di Fox erano infossati come la voce di Bill. "Grazie" mormorò, e continuò a fissare il suo piatto.

Fox avrebbe avuto quindici anni tra due settimane. Era cresciuto parecchio, nell'ultimo anno, sempre magro, tutto braccia e gambe, ancora stava imparando ad usare quei lunghi arti. Stava diventando attraente, con i dolci occhi di Teena. Questo era, quando Fox aveva bisogno di lui, aveva bisogno di un padre; questo era, quando si sarebbe dovuto insegnare al ragazzo ad essere un uomo. Aveva fatto pochi tentativi, ma Fox li aveva respinti come se lo ferissero. Bill capì che questa era l'unica cosa che ci aveva guadagnato.
Studiò il ragazzo attraverso il tavolo, sapendo che anche se - forse specialmente se - avesse sentito lo sguardo del padre, non avrebbe alzato il proprio. C'era una differenza nel ragazzo che si era detto fosse causata dagli esperimenti; ma poteva essere dovuta a qualcosa di più terreno, una cosa che non aveva mai permesso a se stesso di contemplare.
Un piccolo bambino in cambio del futuro della specie umana. Gli era sembrato essere il destino ad averlo scelto molto tempo fa, in un momento oltre la memoria degli uomini. Si era sentito catturato inestricabilmente, messo a terra fra ingranaggi e rotelle che avevano cominciato a girare prima che fosse nato. Ora aveva paura di chiedersi se fosse davvero così innocente, o se poteva scoprire un altro significato.

"È abbastanza semplice, davvero," Carl gli aveva detto nei mesi precedenti la nascita di Fox. "Soltanto dirai a Teena che il Dott. Serikstad è un pediatra del programma sanitario federale. Non dovrà mai sapere." Fece una pausa per prendere un'altra boccata dalla onnipresente sigaretta. "È meglio che non sappia mai."

Fu facile come Carl aveva detto. Teena non sospettò mai -- perché avrebbe dovuto sospettare? -- che il suo bambino stesse ricevendo qualche cosa più del solito programma di vaccinazioni per l'infanzia. Quando di tanto in tanto il Dott. Serikstad sembrato interessato a qualcosa e prelevava del sangue da esaminare, od eseguiva esami radiografici del torace, Teena si preoccupava per un giorno, fino a che lui non le assicurava che tutto andava bene.
Bill era preoccupato costantemente. Il suo terrore era diventato come una melodia in sottofondo, una canzone le cui parole non poteva mai abbastanza captare. Sapeva degli altri bambini e delle terribili e incurabili condizioni che si erano sviluppate in loro. Sapeva come erano morti. Scrutava giornalmente alla ricerca del primo segno indicante che Fox era condannato come gli altri, ma quattro anni passarono, l'esperimento si concluse ufficialmente, ed ancora Fox sembrava prosperare.
Sapendo che lo avrebbe comunque perso, Bill si era indurito, evitando fin dall'inizio di amare questo bambino, e la reticenza verso Fox era divenuta ancor più dolorosa quando Samantha nacque.
Aveva amato Samantha con una ferocia che lo sbalordiva. Era piccola, dolce, intelligente e bella, l'adempimento di una promessa. Samantha era il risarcimento del fato per quello che aveva sofferto, e per quello che avrebbe sofferto ancora, per aver sacrificato il figlio in quel modo. Era Abramo, incombente su Isacco con il pugnale in mano e nessun ariete impigliato con le corna tra i cespugli per salvarlo.
E quasi dieci anni dopo, Carl aveva fatto ritorno nel suo ufficio con la sigaretta infernale e gli aveva detto semplicemente che doveva consegnare la sua bambina.

"Prendi Fox," lui disse, odiandosi, odiando la facilità sventata e disinvolta con cui le parole balzarono dalle sue labbra.

"Sai che non possiamo prendere Fox," Carl aveva detto con pazienza esasperante. "Fox è stato... *alterato*... dal nostro lavoro precedente." Ancora ricordava come la punta della sigaretta aveva emesso luce alla semi oscurità della sera. "Preferisci informare Teena della situazione, o --"

"Lo farò io," Bill sbottò ed il destino di Samantha fu segnato.

Ed erano venuti troppo presto. Gli avevano promesso che sarebbe successo dopo il fine settimana del giorno del ringraziamento, quando il ragazzo sarebbe stato dai nonni; invece erano venuti tre giorni prima del previsto, e Fox vide tutto. Il terrore nei suoi occhi, quando era corso da loro a casa dei Galbraiths, aveva strappato le interiora di Bill, ma quando provò a raggiungere il ragazzo trovò che il golfo fra loro si era allargato nel corso degli anni fino a diventare un abisso e nessuno di loro aveva saputo attraversarlo.

Fox spinse un poco indietro il piatto vuoto, spiegazzò il tovagliolo tra le mani, e Bill vide l'espressione di Teena ammorbidirsi mentre lo guardava. "Ce n'è in abbondanza di là, se ne vuoi un po' di più," lei disse.

Scosse la testa. "No, grazie." I suoi piedi si muovevano agitati sotto la sedia.

"Hai dei compiti?"

"Certo," rispose con un mezzo sorriso e Teena si sporse per toccargli il braccio e restituì il suo sorriso.

"Sei scusato," disse, e Fox letteralmente balzò su dalla sedia. Posò il piatto nel lavello e si diresse in soggiorno.

"C'è del gelato nel congelatore," Teena gli gridò dietro.

"Forse più tardi, mamma," fu la risposta lontana, poi il battere dei piedi mentre affrontava le scale due gradini alla volta.

Abbassò la testa per la vergogna e si domandò se sua figlia lo avrebbe amato come Fox amava Teena ed allora sentì una vergogna più profonda per il modo in cui aveva abbandonato il bambino che ancora aveva. Era stato così sicuro, duro com'era, di stare facendo la cosa giusta. Non sapeva più se aveva contribuito a salvare il mondo, o soltanto aveva maledetto la propria piccola parte.
Era sicuro che Teena lo odiava per la scelta. Non poteva dirle che non c'era stata possibilità di scelta. Dirle quello, significava dirle tutto quello che era stato fatto al ragazzo. Dirglielo sarebbe stato ammettere che aveva dato via entrambi i suoi figli. Se ci fosse stata una solo probabilità, anche piccola, che Teena potesse amarlo di nuovo come aveva fatto prima, non l'avrebbe gettata via dicendole che cosa aveva lasciato che facessero a Fox.
Teena si alzò, gli tolse il piatto vuoto e gli servì una tazza di caffè sul tavolo davanti a lui. Già ci aveva versato il latte. Lui lo sorseggiò lentamente, guardandola mentre incartava gli avanzi della cena riponendoli nel frigorifero, mentre metteva i piatti nel lavello, apriva l'acqua calda, versava il detersivo liquido spruzzandolo sulla spugna. Mormorava piano sulla melodia trasmessa alla radio.

Lui si alzò e portò tazza e piattino vuoti a lei che li prese e li mise nell'acqua con il resto dei piatti. Le posò la mano sul braccio e lei si girò verso lui. "Era tutto molto buono," le disse.

Lei annuì: "Grazie."

Lui esitò, pensando che poteva chinarsi a baciarle la guancia, ma attese troppo a lungo ed il momento passò. Lei si girò e prese un piatto nell'acqua insaponata, e lui ritirò la mano. Soppresse un sospiro mentre lentamente usciva dalla cucina, attraversava il soggiorno e raggiungeva il suo studio.
Non aveva mai pensato a se stesso come ad un uomo duro, o freddo; tuttavia sembrava che in qualche modo nel corso degli anni lo fosse diventato, e non aveva modo di far girare indietro l'orologio.
Sporse la mano, pigiò l'interruttore della piccola lampada da lettura sulla scrivania, ed alla luce fioca attraversò la stanza verso il bar , dove prese la bottiglia di Jack Daniels ed un bicchiere. Ne versò appena un po' poi cambiò idea e riempì a metà il bicchiere. Lo portò di nuovo alla scrivania, sedette ed alzò il bicchiere alle labbra, fissando senza vedere fuori dalla finestra, nella notte.