"Come stai stasera, Fox?" chiede con la voce di mio padre.
Ciottoli e polvere si staccano dalle sue dita e dagli angoli della
bocca, scendono tra le fessure tra i cuscini. Odora come le antichità da museo. Come
ammoniaca e polvere. Cera da pavimenti e carta pergamena.
"Ancora non dormi?"
- Di solito è la stessa voce che echeggia dall'interno della sua grande altezza, ma
quando il cielo s'incupisce in un nero ingioiellato, la mia mente vaga dal passato al
presente, raggruppando diverse voci di vecchi amici e conoscenti per queste riunioni
crepuscolari. Ho sentito la voce di mia madre uscire dalle sue labbra in decomposizione;
incarnava il mio granitico dio persino con il suo profumo ed il bagliore degli orecchini
d'oro che mandavano bagliori sui muri. La loro luminosità portava lacrime ai miei occhi,
accentuando ricordi che solo ora ho cominciato a capire. Nelle notti in cui la colpa
pervade ogni senso di decenza, l'inflessione di Skinner cerca giustizia per tutti quelli
che ho ferito.
- Le labbra del mio terapeuta sono rigide ma geometricamente ripetitive, come il Grand
Canyon. Il loro eco torna per rivelare oltre la pietra un paio di denti di donna.
- Esalano menta, assurdamente bianchi, come la bocca di una ragazza che ha dimostrato i
vantaggi di "Controllo Tartaro Crest" una volta di troppo di fronte ad una
macchina da presa. Ma non sono così belli, né così giovani.
- Giuro che è proprio vero, se non ancor di più. Non si prende gioco della mia
situazione da dietro una pellicola e un marchio della Sony. Ascolta le mie lagnanze e
indaga le mie paure. Il mio subconscio forma bolle con vacue rivelazioni come il mio
mostro psicologico dà un senso alla mia vita.
"Ancora lei, vero?"
- Io annuisco col capo sepolto nel braccio, indulgentemente gettato attraverso la mia
faccia. È una posa colpevole per peccatori e pagani, ed io partecipo a questo momento con
tutto il pentimento che un uomo come me può tollerare.
- "La sua camicia", rispondo dall'interno del gomito. Annuisce con sollecita
comprensione e butta giù in fretta qualche nota su un blocco di carta legale gialla che
io riconosco dalle nostre sedute precedenti.
"Sbottonata. Hmmm, vedo. Quanti, questa volta?"
- "Tre". Era come imparare nuovamente a contare, mentre i miei occhi tracciavano
in giù il suo collo verso l'incavo della gola che si incurvava solo per risalire ancora
leggermente e scomparire nell'oscurità. Notte.
- Ho riconosciuto il crepuscolo nella sua camicia mentre sedeva così modestamente,
studiando il rapporto di spesa che avevamo sforato per la decima volta, quel giorno.
- Non c'è nulla di così innocente come Scully che s'inclina in avanti, ma ultimamente
c'è stato qualcosa di ambiguo nei suoi occhi e qualcosa di infantilmente seducente nella
scelta delle sue camicie. Questa è la mia collega, Lolita. Le due concrete cavità dove
normalmente si troverebbe un bottone, restavano insoddisfatte, come piccole vergini di
stoffa e filo; quel numero era aumentato a tre, ed è là dove io mi sono perso. Non è
semplicemente sessuale, sebbene sia un aspetto che non negherò completamente. Questa è
anche una dozzinale sfida sul suo conto per affrontare l'ineluttabile ed istintuale
risentimento che ho per lei.
"Non hai fiducia in lei?"
"Certo". Lui lo sa, e non avrebbe dovuto chiederlo. La
domanda era solo a mio beneficio: un'indagine retorica che precede l'attacco di verità
camuffate da dolcezze. Sull'amore e l'FBI. Passione e x-files.
- Desidero la mia collega. Devo essere pazzo per intrattenermi con questi concetti,
invitandoli per un tè con "Wafer Nilla" ed una chiacchierata amichevole.
- Ma solo i sofferenti d'insonnia come me sono veramente matti, mentre ascoltano l'acuto,
lacerante silenzio della notte alla ricerca di un pensiero razionale dove sbarcare. Quando
il traffico all'esterno si affievolisce fino ad un passaggio occasionale e l'acquario non
è altro che un mormorio gentile, a lungo dimenticato, questo è il suono di ali
ripetitive che implorano l'ingresso alla mia mente. Raramente afferro questi concetti, ma
quando lo faccio è solo a causa del mio ospite granitico e del suo blocco di carta legale
gialla.
- Le descrizioni vanno oltre lui, dove sono coinvolte le false impressioni, principalmente
perché lui non esiste.
- Lui è alto dieci piedi, ma io ve l'ho già detto. Ci incontrammo quando avevo nove
anni, nella Sala di Tutankhamen, ed il riconoscere il suo grottescamente familiare volto
fu superato solo da qualche genere di fascino provato per ciò che è veramente osceno.
- Il Museo di Storia Naturale aveva un'esposizione speciale di manufatti egizi che avevano
viaggiato da costa a costa in una mostra internazionale. Mentre ero steso a letto quella
notte, lui venne e sedette accanto a me, diversamente da ogni altro mostro che avevo
temuto. Gli altri sarebbero strisciati fuori dagli armadi o avrebbero sghignazzato
restando sotto il letto. Lui sedette e mi fissò con occhi interrogatori.
- Appostarsi fuori nell'ombra non era il suo gioco. Stette accanto al mio letto per
l'intera notte. E la notte seguente, quando io non potei dormire, era ancora là. Quasi
trent'anni dopo è l'alfa e l'omega del mio subconscio. Ora, quando io giaccio sveglio la
notte, troppo stanco per affrontare i ricordi striscianti nel mio armadio o le paure
fastidiose sotto al mio letto, precipito in un sonno leggero. È allora che trovo ciottoli
tra i cuscini del divano la mattina seguente.
"Se tu hai fiducia in lei, perché non puoi ascoltare quello che
ti sta dicendo?"
"Io non ho mai negato a Scully di esprimersi".
I suoi polmoni cigolano e gemono come un pavimento di legno duro sotto
a piedi pesanti. Ridacchia. "Tu la senti, ma non penso che l'ascolti".
- Io lo guardo solo per voltarmi immediatamente e strofinarmi gli occhi. Ho bisogno di
un'aspirina o di un superalcolico. Il mio subconscio è scortese, stanotte.
- Il suono di sabbia che si sposta gratta come carta vetrata nel mio appartamento
silenzioso mentre la sua bocca si distende in un ghigno crudele. Conosco la sua prossima
mossa, attentamente tracciata e progettata per giungere al sigillo della mia corazza dove
alcune armi alloggeranno all'interno della mia pelle.
È la voce di Scully che usa in seguito, il bastardo. "Stringimi,
Mulder".
Io scuoto vigorosamente la testa, il cuoio cigola piano sotto di me.
"Baciami, Mulder".
"No".
"Fottimi, Mulder".
"No, Scully". Non essere una cattiva ragazza.
"Amami, Mulder".
Tre battiti cardiaci rapidi. "No".
- No. Penso la parola in una straniera obsolescenza. La sua semplicità si dissolve in una
disordinata assenza di significato finché il rifiuto diviene accettazione.
- Non amo perché temo la perdita, giusto? Questa la conclusione della seduta di
mercoledì sera.
- E mentre penso, 'no' diventa forse. Forse diventa 'un giorno o l'altro'. Un giorno o
l'altro diventa solo-se-lei-farà-la-prima-mossa.
"Ma già l'ha fatta, Fox".
Sospiro. "Tre bottoni".
- È tutto quello che posso rispondere.
- Scully è stata birichina, stanotte, e la mia mente si sposta momentaneamente al
pensiero di sculacciarla, ma quello farebbe male solo alla mia mano. Lei è granito, dopo
tutto. Forse basterà un'occhiataccia, per ora.
- Io mi spingo su, lasciando il cuoio scivolare via con l'umidità di un sonno perduto.
Lei ha già fatto la prima mossa, ha detto. Stringendo la testa tra le mani per un
momento, prendo il bicchiere d'acqua che tengo vicino. Egli trasuda di polvere quando si
muove e riempie l'aria con le piccole spore della vecchiezza e dell'antichità. Aprendo
gli occhi scopro che se n'è andato.
- La sedia è all'altro lato della stanza.
- Il mio soggiorno odora di sogni tetri. Dolci ed umidi.
- Il blocco di carta legale gialla non esiste, ricordo a me stesso.
- Ma io desidero che esista. È là dove annota le sue conclusioni su di me. Quando
tossicchia ed esita, ed i suoi polmoni cigolano per le risate, lui scrive la verità che
io sto cercando internamente. La verità su di me e quello che io realmente voglio. Chi io
realmente amo e le scelte che potrebbero essere predeterminate, dopo tutto. Un giorno o
l'altro io troverò il blocco di carta legale gialla, e quel giorno io mi presenterò alla
sua soglia alle 2 di mattina.
- Non perché noi stiamo inseguendo la prossima grande cosa. Nemmeno autopsie. Forse
lascerò a casa anche "Caddy Shack", solo ora resuscitato dal mio improvviso
interesse per una vita normale.
- Io sarò là alle 2,00 di mattina per lei e per me. E sarà quando tre diventeranno
sette, o niente bottoni del tutto, sparsi sul pavimento in una maniacale corsa per
raccoglierli in tempo prima che saremo troppo vecchi per apprezzare la relativa gioventù
che ora abbiamo.
- Tracanno l'ultima vecchia acqua prima di fare finalmente quell'inevitabile lento viaggio
verso la mia camera. L'orologio dice che sono le 1,47 di mattina, ma deve essere una
bugia. Sono di solito le 4, prima che io mi ritrovi tra le lenzuola, sognando invece di
essere tra le sue gambe. I colleghi non dovrebbero avere questi pensieri, lo so. Ma sono
disposto ad ingannarmi sul fatto che siamo molto più che colleghi
amanti emozionali
e mentali. Il pensiero che un giorno finiremo senza fiato da qualche parte l'uno nella
bisognosa stretta dell'altro, mi fa andare avanti, come il volere lei è diventato di per
se stesso una passione.
- Nel tragitto dal divano alla camera da letto il mio piede destro fa contatto con qualche
cosa di sottile e fresco. Guardando in giù, tolgo la striscia di carta e la spiego.
Gialla, con sottili linee blu, sembra strappata da un pezzo più grande.
- La consistenza oleosa di rosa fiorito ha macchiato la carta nell'inconfondibile forma di
una bocca. Il lieve aroma ceroso scivola via da me rapidamente come lo inalo, passando
nella notte come l'ombra della sua presenza.
- Io conosco il colore come conosco il principio della "Tabla Rosa". E conosco
la forma di quella bocca quanto conosco la teoria del Condizionamento Classico.
- Come uno dei cani di Pavlov, la mia salivazione si attiva al pezzetto che lei ha
lasciato dietro di sé.
- Mi ha addestrato proprio bene.
- La forma, l'odore, sono stati catalogati e memorizzati con un milione di altri tratti di
lei, ma la presenza della carta nel mio soggiorno ancora non ha senso per me. Poi mi
colpisce come la grande rivelazione, l'impatto di quello che si riverbererà in tutta
stanotte e forse oltre: Scully si stava ritoccando il trucco mentre io facevo il popcorn.
- Scully stava mettendo il rossetto.
- È un pensiero magico, completato con visioni di risvegli in un languore erotico e
vestiti sparsi sul pavimento della sua camera linda. Pensieri tranquilli e casalinghi come
questi sono sorprendentemente rari; conseguenze di un mascherato segnale sessuale sul suo
conto. Io potrei fare quello che faccio sempre, trovando dita sicure e cuore sereno,
tornando indietro di nuovo ed andando verso un box per bambini ed il telecomando, ma
invece prendo le scarpe ed una giacca e mi dirigo fuori dalla porta.
- Posso ancora essere a Georgetown entro le 2,00.
- _____
- C'è qualcosa di decisamente diverso, nel quartiere di Scully. Addirittura odora in modo
diverso dal mio, e di mattina presto regna una pacifica calma invece delle occasionali
sirene cui sono abituato. Ma abbiamo lo stesso stipendio; livello G14 più straordinari.
Qualche miracolo finanziario le permette il lusso di un più grande e più
bell'appartamento; come, non lo saprò mai. Io sono impantanato invece nella mia economia,
una punizione auto-inflitta. Vivere con la più squallida parte di DC mi fa sentire di
nuovo pulito.
- Mi fermo, aspetto, e guardo per un po' finché diventa difficoltoso come correre. Non ci
sono luci accese per quanto lontano possa valutare, e l'ultima cosa che voglio fare è
svegliarla. Dio sa quante volte sono stato qui prima, pistola alla mano e pronto a
risolvere gravi problemi. Innumerevoli.
- E per tutte quelle volte, ce ne sono state altre dove io mi sono presentato
semplicemente mostrando la pistola, convinto che lei avesse bisogno di essere salvata. Non
ho ancora deciso se è quel mio amico di granito a spingere oltre i limiti del fato, o se
sono io ed il mio troppo tronfio ego. In ogni modo, quelle notti sono le migliori.
Precedenti per conversazione esistono solo quando siamo nei tempi adatti. Lei sa che io
sono l'unico ad aver bisogno di essere salvato, ed una tazza di caffè ed il suo sorriso
tranquillo sono la cura.
- Battendo piano le dita contro il volante, sono così vicino a fare la mia scelta. Le
dita dei piedi di fatto mi formicolano per l'anticipazione, invece prendo le labbra sulla
striscia di carta nella mia tasca. Senza pensare, il mio pollice le accarezza piano,
prendendo su di sé una riga di rosa delicato. Immaginare quell'impronta arricchita e
reale, con labbra sporgenti e pronte per me è troppo da tollerare per le costrizioni di
una cintura di sicurezza.
- In pochi attimi sono alla sua porta, schiarendomi la gola e progettando le poche parole
che noi condivideremo. Io ho bisogno di te. Voglio avere più bisogno di te. E voglio
avere bisogno di te sempre di più. Ma quello sembra sbagliato; le parole giuste
sembravano sparpagliate tra tutti i modi sbagliati, tradendo la loro onestà. Non voglio
apparirle come se stessi provando ad essere il suo cavaliere nella brillante armatura.
- Lei sa che sono meglio di così, ed è quello che voglio che capisca. L'uomo appannato,
sfinito.
- Poi il momento si spezza. L'ilarità di questo mi colpisce improvvisamente, ed un
sorriso fiorisce. La mia alienazione mentale è stata appena messa in ombra dalla pura e
semplice idiozia, ed io posso solo immaginare la sua risposta a questa sorpresa a notte
fonda: "Mulder, sei ubriaco?" "Mulder, stai soffrendo per un terribile mal
di testa?" "Mulder, chi è stato, stavolta, a darti problemi con l'acqua del
rubinetto?" Scully può sempre minare la mia sincerità con calmo razionalismo.
- Io sospiro e tocco con le dita i resti del suo bacio in tasca, mentre lotto per trovare
l'appagamento in quel pezzo di lei, che non posso avere anche fisicamente. Invece di
passare la notte fuori della sua porta, decido: è già ora di andare via. Permettile di
avere i suoi sogni, ed anche io mi terrò il mio. Forse un giorno le 2,00 di mattina non
sembreranno una così terribile scelta del momento, e penso che sarà allora, che farò la
prima mossa.
_____
FINE