TRADOTTO da VIXEN, che ringrazia tutte le amiche che l'hanno consigliata.
WINTER STARS
Buon Compleanno. Sei libero.
:::risata diabolica:::
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"Indovina," fu tutto quello che le disse in risposta. Altri due colpi sul pavimento.
"Sto arrivando," disse lei dopo un po', chiudendo il libro che aveva in mano.
"Certo." E riagganciò.
"Hey Scully," disse quando gli fu proprio vicina. Una sezione di gradinate di legno era staccata dal muro e lei sedette sul sedile più basso, aprendo il cappotto. Provò a sorridere.
"Ciao," lei disse, ed il sorriso non le raggiunse il viso.
Lui la guardò, la sua espressione era da qualche parte tra lo stanco ed il timoroso, prese un'altra palla e la colpì, piegandosi. Quando la liberò nell'aria verso il canestro, arrivò corta e lo mancò. "Mulder," lei iniziò, lasciando cadere lo sguardo al suolo mentre lo diceva.
"Io so perché sei qui, Scully," disse piano, la sua voce echeggiava leggermente nello spazio aperto e vuoto. "Io so cosa vuoi che io dica" Ora la testa di lei tornò ad alzarsi. "Io non voglio che mi dici nulla, Mulder," lo corresse gentilmente, con voce stanca. "Ma so cosa hai bisogno di dire." Lui guardò giù, e si passò una mano tra i capelli scompigliati e lucidi. Prese il bordo della maglietta e la portò in su, premendoci dentro la faccia. Quando la sistemò di nuovo in basso, c'era un rozzo abbozzo dei suoi lineamenti sul davanti. Raccolse una palla, la prese nel palmo, la fece rimbalzare a terra, poi la prese di nuovo nel palmo "Io..." La sua voce si affievolì. La stanza cadde in un silenzio da cattedrale mentre la parola svaniva come fumo.
"Dimmi, Mulder," disse lei dolcemente.
Lui la guardò, con occhi scuri come il cielo all'esterno, il volto chinato.
"Io... volevo credere, Scully" Lei lasciò che le parole prendessero dimora nella stanza, mentre si piegava in avanti, con i gomiti sulle ginocchia. Strinse le mani davanti a sé e si premette i pollici contro le labbra. "So che lo volevi, Mulder," lei disse, tracciando le parole appena a sufficienza per pronunciarle. "Lo so". Lui tenne la palla vicina, scompigliandosi di nuovo i capelli.
"Ma non posso andare avanti così," lui disse. "Non posso più... mentire a me stesso. So cosa ho visto, ma non posso continuare ad ingannare me stesso riguardo quello che significa." Lui la guardò. "E non posso mentire a te, Scully. Te lo devo, in tutto questo". "Tu non mi devi nulla, Mulder," disse lei tranquillamente, scuotendo la testa e lasciando cadere le mani in grembo. "So quello che hai detto tutti quegli anni fa, ma non devi". "Io ti devo la verità" rispose, con voce tagliente. Dribblò la palla con forza, una volta, come per puntualizzare, ed il suono la fece trasalire.
"Allora dimmi," lei disse, sedendosi eretta. "Dimmi la verità". Fece qualche passo verso il canestro, e a passi, tornò indietro, con la palla ancora contro il fianco sotto il braccio. Il suo sguardo rimase basso finché non parlò.
"Io l'ho vista," iniziò. "Ho visto Samantha. Lei veniva correndo verso me ed io l'ho stretta... l'ho stretta contro di me. Sembrava così reale..."
Scully deglutì. "Allora, perché non ci puoi credere?"
Lui guardò lontano. "Per le stesse ragioni per cui non puoi tu, Scully.
"Dopo la morte di mia madre, potrei non avere fatto nulla di reale."
Lei sentì un nodo crescerle in gola, e si schiarì la voce.
"Mulder..."
"Io penso che ci sia di più," pressò, la sua voce guadagnò velocità.
"Più di quello. Penso che c'era qualcosa in Harold Pillar stesso. Penso che con le abilità che ha, con quello che voleva credere riguardo suo figlio ed Amber Lynn e tutti gli altri - che erano al sicuro, protetti nella luce delle stelle - poteva fare in modo che anche chiunque provasse il suo stesso dolore lo credesse. Penso che abbia potuto in qualche modo farmelo credere. Farmi vedere quello che ho visto."
"Ma," osò Scully. "Lui stesso non ci credeva. Quando gli hai detto cos'hai visto".
Mulder guardò in basso di nuovo, battendosi la fronte. "Può credere a tutto, tranne che suo figlio se ne sia andato," disse. "Può credere nella luce delle stelle, Scully. Non può credere solo alla morte".
"Ma tu l'hai fatto," lei disse dopo un attimo.
Lui la fissò, i loro sguardi si agganciarono. "Si," disse. La sua mascella era serrata. Poteva vederne i muscoli che pulsavano.
"Tu credi che lei sia morta," disse Scully, insistendo. Lei allargò le mani ai suoi fianchi, con i palmi piatti sul legno come per puntellarsi.
Mulder annuì, abbassando gli occhi. "Credo che sia morta," disse, le parole gli uscivano a fatica, mentre la voce cresceva nell'ira. "E credo che abbia sofferto. Credo che fosse spaventata e credo sapesse tutto quello che le stava succedendo. Lei sapeva TUTTO!"
La palla lasciò la sua mano, il suo intero corpo seguì il lancio. Era una macchia arancione che urtava contro il muro opposto, e non colpì il suolo finché batté contro la parete, risuonando come un'esplosione nella stanza. Scully sobbalzò sentendolo, le mani strette a pugno contro il legno.
"E mia madre, maledetta lei!" gridò lui. "Dio la MALEDICA!"
Lui si mise a dare calci, colpendo prima il contenitore vuoto, spedendolo in volo in uno sferragliare di metallo sul legno. Scully si alzò in piedi quando il secondo contenitore pieno di palle andò a finire alla sua destra, le palle rimbalzavano come piedi in corsa attraverso il pavimento, una di queste le batté contro la gamba.
"Mulder," disse quando lui si premette con forza i palmi delle mani sugli occhi, e contorse la bocca al disotto. Lei poteva sentire il suo respiro sibilare dentro e fuori mentre andava da lui, le mani gli raggiunsero le braccia, le dita vi affondarono.
"Va bene," mormorò lei. "Va tutto bene, Mulder. Shhh..." Lui cadde sulle ginocchia e lei lo seguì, i gomiti di lui protesi contro l'addome di lei curvandosi completamente, con la fronte sulla sua spalla. Non pianse, ma le lacrime gli rimasero catturate all'interno. Lei poté udirle, imprigionate nel petto. "Lascia che vada," lei disse, come se glielo avesse detto già prima. "Tu sai la verità, Mulder. Ora lascia che vada..." Rimasero così, a lungo, nella notte; le braccia di lei attorno a lui, entrambi in ginocchio sotto le alte finestre. Fuori, Orione saliva ad arco, la città gravata dal peso del cielo, e le stelle - nient'altro che stelle - guardavano giù con le loro luci bianche, rotonde ed aperte come fossero occhi.
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END