TITLE: Winter Stars
AUTHOR: Bonetree
RATING: PG
CATEGORIES: Post-Ep, V, A,
SPOILERS: Again, I'm not sure how much spoilage there is left in the world, questo è un post episodio di "Closure," se non l'avete ancora visto, questo rovinerà quella fastidiosa domanda su cosa è successo a Samantha secondo voi.
DISCLAIMER: The following is a work of fiction about characters from "The X-Files."
So che è un'enorme sorpresa, ma chi possiede i personaggi molto probabilmente non scriverebbe ff gratis su Internet.
Therefore, no infringement is intended on Chris Carter, Fox, or 1013 Productions, and no profit is being made.
SUMMARY: "Io volevo credere".
AUTHOR'S NOTES: Thanks to Dani, Gwinne and Shari for the betas while I get the Fic Machine oiled up and ready to run again.

TRADOTTO da VIXEN, che ringrazia tutte le amiche che l'hanno consigliata.

 

WINTER STARS

Buon Compleanno. Sei libero.

:::risata diabolica:::

 

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WASHINGTON, D.C.
8:34 p.m.
Orione percorreva il cielo notturno, in una notte di marzo stesa sulla città come un sudario nero-blu, dove le stelle sembravano fori di proiettile. Scully osservava la costellazione sulla sua testa, dove il grande corpo sembrava condurla nel cuore della capitale della nazione. Era sabato, e lei stava guidando verso il centro, il tragitto le era così familiare, a questo punto, che lo conosceva meglio della strada per casa sua.
Oltrepassò l'Antico Ufficio Postale ed entrò nel parcheggio sotterraneo, mentre le stelle sparivano al suo discendere nella luce artificiale. Il parcheggio era praticamente vuoto, solo poche auto si affollavano accanto agli ascensori, e lei si mosse lentamente verso queste, con la radio spenta nella Ford del Bureau, e le mani, nei guanti neri, strette al volante.
Per giorni aveva sentito la paura. Si era costruita per tutto il mese dalla morte di Teena Mulder, mentre osservava il suo partner attraversare i suoi giorni accanto a lei, da quando si era fermato sotto le stelle ed aveva annunciato, calmo, che era libero.
Avrebbe dovuto credergli, e lei lo sapeva. Lo ricordò di nuovo a se stessa mentre si infilava a due spazi di distanza dalla Taurus blu di Mulder, posta parzialmente di traverso nel suo spazio.
Ma se, arrivata a questo punto, sapeva qualcosa di Fox Mulder era questo: non sarebbe mai stato libero. E a causa delle cose che la legavano a lui, nemmeno lei lo sarebbe stata.
Sapendolo, aveva vegliato su di lui. Mentre procedeva accanto a lei durante i casi, quando lui distoglieva lo sguardo, con il labbro catturato tra i denti. Quando sedeva di fronte a lei nelle tavole calde di una mezza dozzina di stati, con una tazza di caffè tra le mani come se intendesse riscaldarsi, mentre lei sapeva che non avrebbe dormito nemmeno quella notte, infilato da solo nella sua stanza di motel, guardando null'altro che i distanti occhi della luce delle stelle.
Aveva in qualche modo intuito che qualcosa stava crescendo in lui ieri, quando l'aveva lasciata in ufficio alle tre del pomeriggio e le sue uniche parole prima di andarsene erano state per augurarle la buona notte.
Scully uscì dall'auto sentendosi esausta, con la giacca strettamente abbottonata attorno a sé, ed una sciarpa avvolta alla gola. Si diresse all'ascensore ed iniziò a risalire attraverso l'edificio, oltre il seminterrato, fino al primo piano, con la chiave magnetica in mano. "Dove sei?" aveva chiesto nel cellulare poco prima.
Aveva sentito il suono di una palla da basket che colpiva un pavimento di legno, un suono cupo.

"Indovina," fu tutto quello che le disse in risposta. Altri due colpi sul pavimento.

"Sto arrivando," disse lei dopo un po', chiudendo il libro che aveva in mano.

"Certo." E riagganciò.

Percorrendo il corridoio vuoto, lei ricordò ancora che avrebbe dovuto credergli. Sarebbe stato più semplice per entrambi, pensava, tornarsene in auto perfettamente tranquilla.
Sapeva che lui sentiva che lei non gli aveva creduto, l'aveva intuito durante tutto il caso, durante le visite a Cathy Lee, durante le asserzioni di Harold Pillar riguardanti le creature che vivono nella luce delle stelle.
E l'unica cosa con la quale lui non avrebbe mai potuto convivere era il suo non voler credere.
Così eccola qui, percorrere un oscuro corridoio verso la luce, dove le porte aperte della palestra spargevano giallo sul pavimento luccicante.
Il suono delle scarpe da tennis sul legno ed una palla che colpiva il cerchio. Era solo. Suoni solitari.
Eccola, stava andando da lui come un sacerdote da un condannato. Lei avrebbe ascoltato quello che lui non si sarebbe più trattenuto dal dire. Quello che i suoi occhi, in quei lontani momenti, avevano desiderato dire. Iniziò ad aprirsi entrando in palestra, la sciarpa districata e ficcata in una profonda tasca del cappotto, le mani fuori dai guanti.
Lui era sulla linea del fallo, due contenitori girevoli di palloni da pallacanestro accanto a lui, uno di questi vuoto, lui in canottiera grigia e pantaloncini blu, una scura macchia di sudore in una linea lungo la schiena.
I tacchi battevano il ritmo in controtempo col rimbalzare della palla, un colpo netto, rapido delle dita sulla gomma e la palla stava volando verso il canestro - non il tabellone, nient'altro che la rete. La palla dribblò verso il muro dietro (il canestro) e si unì ad altre cinque o sei, battendo nel silenzio.

"Hey Scully," disse quando gli fu proprio vicina. Una sezione di gradinate di legno era staccata dal muro e lei sedette sul sedile più basso, aprendo il cappotto. Provò a sorridere.

"Ciao," lei disse, ed il sorriso non le raggiunse il viso.

Lui la guardò, la sua espressione era da qualche parte tra lo stanco ed il timoroso, prese un'altra palla e la colpì, piegandosi. Quando la liberò nell'aria verso il canestro, arrivò corta e lo mancò. "Mulder," lei iniziò, lasciando cadere lo sguardo al suolo mentre lo diceva.

"Io so perché sei qui, Scully," disse piano, la sua voce echeggiava leggermente nello spazio aperto e vuoto. "Io so cosa vuoi che io dica" Ora la testa di lei tornò ad alzarsi. "Io non voglio che mi dici nulla, Mulder," lo corresse gentilmente, con voce stanca. "Ma so cosa hai bisogno di dire." Lui guardò giù, e si passò una mano tra i capelli scompigliati e lucidi. Prese il bordo della maglietta e la portò in su, premendoci dentro la faccia. Quando la sistemò di nuovo in basso, c'era un rozzo abbozzo dei suoi lineamenti sul davanti. Raccolse una palla, la prese nel palmo, la fece rimbalzare a terra, poi la prese di nuovo nel palmo "Io..." La sua voce si affievolì. La stanza cadde in un silenzio da cattedrale mentre la parola svaniva come fumo.

"Dimmi, Mulder," disse lei dolcemente.

Lui la guardò, con occhi scuri come il cielo all'esterno, il volto chinato.

"Io... volevo credere, Scully" Lei lasciò che le parole prendessero dimora nella stanza, mentre si piegava in avanti, con i gomiti sulle ginocchia. Strinse le mani davanti a sé e si premette i pollici contro le labbra. "So che lo volevi, Mulder," lei disse, tracciando le parole appena a sufficienza per pronunciarle. "Lo so". Lui tenne la palla vicina, scompigliandosi di nuovo i capelli.

"Ma non posso andare avanti così," lui disse. "Non posso più... mentire a me stesso. So cosa ho visto, ma non posso continuare ad ingannare me stesso riguardo quello che significa." Lui la guardò. "E non posso mentire a te, Scully. Te lo devo, in tutto questo". "Tu non mi devi nulla, Mulder," disse lei tranquillamente, scuotendo la testa e lasciando cadere le mani in grembo. "So quello che hai detto tutti quegli anni fa, ma non devi". "Io ti devo la verità" rispose, con voce tagliente. Dribblò la palla con forza, una volta, come per puntualizzare, ed il suono la fece trasalire.

"Allora dimmi," lei disse, sedendosi eretta. "Dimmi la verità". Fece qualche passo verso il canestro, e a passi, tornò indietro, con la palla ancora contro il fianco sotto il braccio. Il suo sguardo rimase basso finché non parlò.

"Io l'ho vista," iniziò. "Ho visto Samantha. Lei veniva correndo verso me ed io l'ho stretta... l'ho stretta contro di me. Sembrava così reale..."

Scully deglutì. "Allora, perché non ci puoi credere?"

Lui guardò lontano. "Per le stesse ragioni per cui non puoi tu, Scully.

Perché penso che entrambi sappiamo che possiamo vedere quello che vogliamo, quando lo vogliamo.
Penso che entrambi sappiamo che nel mio desiderio di credere a quello che Harold Pillar mi ha detto, a quello che Cathy Lee mi ha detto, potrei avere visto qualunque cosa.

"Dopo la morte di mia madre, potrei non avere fatto nulla di reale."

Lei sentì un nodo crescerle in gola, e si schiarì la voce.

"Mulder..."

"Io penso che ci sia di più," pressò, la sua voce guadagnò velocità.

"Più di quello. Penso che c'era qualcosa in Harold Pillar stesso. Penso che con le abilità che ha, con quello che voleva credere riguardo suo figlio ed Amber Lynn e tutti gli altri - che erano al sicuro, protetti nella luce delle stelle - poteva fare in modo che anche chiunque provasse il suo stesso dolore lo credesse. Penso che abbia potuto in qualche modo farmelo credere. Farmi vedere quello che ho visto."

"Ma," osò Scully. "Lui stesso non ci credeva. Quando gli hai detto cos'hai visto".

Mulder guardò in basso di nuovo, battendosi la fronte. "Può credere a tutto, tranne che suo figlio se ne sia andato," disse. "Può credere nella luce delle stelle, Scully. Non può credere solo alla morte".

"Ma tu l'hai fatto," lei disse dopo un attimo.

Lui la fissò, i loro sguardi si agganciarono. "Si," disse. La sua mascella era serrata. Poteva vederne i muscoli che pulsavano.

"Tu credi che lei sia morta," disse Scully, insistendo. Lei allargò le mani ai suoi fianchi, con i palmi piatti sul legno come per puntellarsi.

Mulder annuì, abbassando gli occhi. "Credo che sia morta," disse, le parole gli uscivano a fatica, mentre la voce cresceva nell'ira. "E credo che abbia sofferto. Credo che fosse spaventata e credo sapesse tutto quello che le stava succedendo. Lei sapeva TUTTO!"

La palla lasciò la sua mano, il suo intero corpo seguì il lancio. Era una macchia arancione che urtava contro il muro opposto, e non colpì il suolo finché batté contro la parete, risuonando come un'esplosione nella stanza. Scully sobbalzò sentendolo, le mani strette a pugno contro il legno.

"E mia madre, maledetta lei!" gridò lui. "Dio la MALEDICA!"

Lui si mise a dare calci, colpendo prima il contenitore vuoto, spedendolo in volo in uno sferragliare di metallo sul legno. Scully si alzò in piedi quando il secondo contenitore pieno di palle andò a finire alla sua destra, le palle rimbalzavano come piedi in corsa attraverso il pavimento, una di queste le batté contro la gamba.

"Mulder," disse quando lui si premette con forza i palmi delle mani sugli occhi, e contorse la bocca al disotto. Lei poteva sentire il suo respiro sibilare dentro e fuori mentre andava da lui, le mani gli raggiunsero le braccia, le dita vi affondarono.

"Va bene," mormorò lei. "Va tutto bene, Mulder. Shhh..." Lui cadde sulle ginocchia e lei lo seguì, i gomiti di lui protesi contro l'addome di lei curvandosi completamente, con la fronte sulla sua spalla. Non pianse, ma le lacrime gli rimasero catturate all'interno. Lei poté udirle, imprigionate nel petto. "Lascia che vada," lei disse, come se glielo avesse detto già prima. "Tu sai la verità, Mulder. Ora lascia che vada..." Rimasero così, a lungo, nella notte; le braccia di lei attorno a lui, entrambi in ginocchio sotto le alte finestre. Fuori, Orione saliva ad arco, la città gravata dal peso del cielo, e le stelle - nient'altro che stelle - guardavano giù con le loro luci bianche, rotonde ed aperte come fossero occhi.

 

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END