PROLOGO


Città di Washington, Ore 07.00 Am,
Novembre1998

Il gelo serrava in una morsa tutto lo stato, in quel periodo.
Quella mattina la temperatura era di cinque gradi sotto zero e la sola preoccupazione degli abitanti, era quella di riuscire a far partire le automobili per recarsi al lavoro.
La neve era caduta abbondantemente nei giorni passati ed ora stava gelando, creando innumerevoli disagi in tutte le arterie di traffico.
La radio, che diffondeva la sua voce nelle stanze della gran villetta sita alla periferia della capitale, ripeteva in continuazione inviti la lasciare le proprie auto a casa e l’elenco dei percorsi alternativi.
Ogni parete della residenza era tappezzata di quadri fotografici, tutte su immagini militari.
Immagini di guerra, campi di battaglia che spaziavano dalla Corea al Vietnam sino a Kuwait City, in un’affascinante miscela di sangue e morte.
Solo nella camera da letto, lo stile cambiava.
Esso ritraeva sempre ambienti militari, ma erano scene meno crude delle precedenti:
l’accademia di West Point, cerimonie dei marine ed in tutte vi era ritratto l’uomo che stava passeggiando con nervosismo per le stanze.
Si fermò infine davanti alla specchiera e s’infilò la giacca della divisa, sfiorando le decorazioni con la mano destra.
Si allacciò tutti i bottoni della divisa a doppio petto, sino al colletto di colore verde chiaro, fermato con un piccolo bottone di madreperla.
Prese dal letto la pistola, elegantemente dorata e dal manico d’avorio chiaro, e ne chiuse la fondina, curando che fosse perfettamente allineata alla riga dei pantaloni.
Certe abitudini non si perdevano facilmente. Vi pensò, sorridendo.
Erano trascorsi molti anni ed i tempi erano cambiati, ma lui era sempre lo stesso.
Anche quando aveva letto quel telegramma, solo una settimana prima….aveva accolto quella notizia con la solita, eterne espressione.
Ora il tempo delle decisioni era finito.
Si calzò il cappello bianco e i guanti del medesimo colore.
Vide la foto di sua moglie, sul comodino….avrebbe voluto spiegarle tutto….ma non poteva.
Tutto senza alcuna spiegazione, come i molti fatti incredibili ai quali aveva testimoniato e aveva partecipato…
Negli ultimi anni, dopo che tutti quei fatti solevano tornargli in sogno, accompagnati dalla grande cacciatrice, aveva iniziato ad averne una sorta di rispetto, misto a paura.
Sentì bussare alla porta.
Si sistemò il fregio dorato che ornava il colletto e diede un’ultima occhiata alle medaglie sulla parte sinistra della giacca.
Si infilò il cappotto d’ordinanza ed aprendo la porta, mormorò:

< Freddo, vero ? >

Il tenente Fletcher aveva imparato a memoria le frasi con cui il generale Braddock soleva rivolgergli il mattino: se c’era il sole si lamentava per il troppo caldo, se c’era freddo per il gelo e trovava fastidioso sia il polline quanto la pioggia.
Fu quindi molto sorpreso, quando il generale, fatti pochi passi con lui lungo il vialetto di ghiaia bianca che portava alla strada, si voltò, ordinandogli:

< Tenente, vada a casa ! Non intendo farmi accompagnare da lei stamattina ! >

Lui, che era abituato ad eseguire gli ordini quasi meccanicamente, sembrò esitare.

< Non mi segua, tenente…>

Quella frase scosse il tenente Fletcher. Non era un ordine…ma un consiglio, quasi un accorato invito.
Si guardarono e si dissero tutto, senza parlare.

< Vuole….vuole che riferisca qualcosa a sua moglie, signore ? >

Il generale, che aveva già aperto il cancelletto bianco, si voltò.

<No ! Non le dica nulla…Sara capirà da sola…lo ha sempre fatto ! >

Uscì, senza voltarsi, mentre in fondo al vialetto, un uomo dai capelli corti a spazzola, lo attendeva accanto ad una limousine scura.

< Ha i documenti con se, signore ? >

Il generale non rispose. Fece un cenno e la porta posteriore fu aperta.
Il motore dell’auto, rimasto acceso, sollevava una grossa nube biancastra.
Si sedette, slacciandosi il cappotto e guardando i due agenti della CIA che stavano seduti davanti a lui.
Passò la mano fra i capelli cortissimi e disse:

< Ho tutti i files, con me ! >

Poi, senza esitazione, portò la mano sulla fondina della calibro nove e fece scattare l’otturatore.
Sparò quattro colpi alla testa del guidatore, senza mutare espressione.
I bossoli rimbalzarono nell’abitacolo.
Colui che gli aveva aperto la portiera, cercò di reagire, bloccandosi non appena realizzò di avere la pistola a pochi millimetri dalla faccia.

< E’ come a Saigon….occorre decidere ! Mi dispiace ! >

Sparò quattro colpi, in rapida successione.
Il silenzio cadde improvviso.
Si tolse il cappotto, sporco di sangue e prese la valigetta che aveva con se.
Respirò piano…l’odore del sangue non era certo nuovo per lui.
Un bimbo, che stava giocando con la neve, fuggì, spaventato dagli spari.
Uscì, incamminandosi con passi lenti dalla parte opposta della strada.
Non avvertiva nemmeno il gelo, penetrante.
Appena dietro una curva costeggiata da alberi, sostava una seconda automobile.
Aprì la portiera con decisione.

< Coraggio...signore ! >

Marita Covarrubias parlò lentamente, guardando avanti a se.
Il generale Braddock non parlò.
Si fissò una piccola macchia di sangue sul polsino della manica destra.