CAPITOLO DICIANNOVE

 

Periferia a Sud Ovest di Fort Worth,
Stato del Texas, Ore 02.55 Pm,
Giovedì 20 Dicembre
Il calore opprimente di mezzogiorno era sparito, lasciando spazio a nuvole oscure, cariche di pioggia.
Una sferzata di vento saturo d’umidità, raggiunse Mulder proprio mentre questi si stava dirigendo verso una strada secondaria.
Monica stava aggrappata a lui, con le unghie che gli ferivano il collo e le spalle.
Fox la reggeva senza apparente fatica, nonostante il lungo tragitto sulla riva del fiume.
Il suo cuore batteva forte solo per via dell’UFO, veduto sopra quel complesso di case coloniche.
Tutto era immerso nella stessa, allucinante atmosfera di Bodega City.
Nessun suono, se non il placido riverbero del fiume…né un canto d’uccello, né il suono d’un insetto.
Era come se l’atmosfera si fosse congelata, di colpo.

<…ci siamo…>, disse lei, con un filo di voce.

Man mano che passavano le ore, diveniva sempre più debole.
Il contagio sembrava meno virulento di quello che Fox aveva veduto a Tunguska ed in Alaska, ma differente.
Ora la struttura della centrale elettrica, gli apparve visibile.
I tralicci erano giganti immobili, appiattiti contro il sublime cielo del Texas, con i fili che correvano nel nulla, tesi come fruste.
Due gigantesche colonne di granito chiaro sui lati di un grande edificio scrostato del vento erosivo del deserto, con intorno decine di casupole ad uno o due piani, antiche sedi d’uffici.
La centrale termoelettrica era stata abbandonata sul finire degli anni ottanta, quando la sezione senatoriale sull’ambiente, l’aveva definita nociva alla salute, per via delle emissioni di anidride carbonica, e quindi le vecchie ciminiere avevano terminato di sputare fumo denso e catarroso.
La rete di recinzione, era bucherellata come una groviera, ed i cartelli di pericolo, schiodati e traballanti sotto le raffiche del vento.
Un grosso camion, di color verde, stava parcheggiato lì da vent’anni…
Accanto, dalle tracce lasciate dai pneumatici sulla sabbia, il furgone scuro era appena arrivato.
Mulder controllò la pistola…a posto…
Appoggiò Monica a terra, prendendo fiato.

< …scusa…>, sussurrò lei.

Lui scosse la testa.
Penetrarono all’interno della centrale, cupa e silenziosa.
Sembrava vecchia di secoli.
Mulder fece per avvicinarsi al camion, quando un suono ritmico e pulsante, ruppe quel silenzio assoluto.
Era…

< Gli elicotteri….arrivano…>, gridò Mulder.

Monica si aggrappò a lui, con le poche once d’energia rimaste.

<…nei sotterranei….da quella parte…>

La trascinò con se, non curandosi del dolore che le provocava, mentre le sagome dei veivoli militari, si disegnavano sempre più nitide e minacciose.
Sul lato destro, in fondo all’orizzonte, sopra quella che un tempo era Fort Worth, sostava una densa nube oscura, dalla forma elittica…api !
Entrarono in un’angusta stanza e lei cadde, trascinandolo con se.
Mulder si rialzò, afferrandola per la vita e reggendola fra le braccia, guardando la rampa di scale metalliche che li avrebbero portati nei corridoi sotterranei.
Era buio lì sotto.
Il corridoio, dopo una svolta a sinistra, divenne largo, con tubi carichi di cavi elettrici che correvano sul soffitto, come in uno stretto sommergibile.
Percorse pochi passi, abituando a fatica gli occhi al buio, quando udì un suono gutturale, non umano, provenire da uno dei tanti corridoi laterali.
Si bloccò.
Posò delicatamente Monica a terra, estraendo la calibro nove.
Tremò, sapendo bene di che si trattava.
Sopra di lui, suoni di passi, tanti, che rimbombavano dall’entrate dei vari condotti.
I soldati erano arrivati, in massa, chi con gli elicotteri, chi con grossi camion dalle gomme piene.
Lo spiazzo della centrale, deserto sino a pochi istanti prima, era ora affollato come una fermata di metropolitana all’ora di punta.
Mulder comprese che era finita…
Non avrebbe mai potuto fermare la creatura che stava avanzando verso di loro, con passo lento ma deciso, felino.
Ne vide gli occhi, i riflessi bluastri per lo meno, immersi in un viso terrificante, da insetto oscenamente gigantesco.
Sulla schiena, una sorta di corazza…simile all’alveolo di certi coleotteri.
La muscolatura si disegnò nitida sotto quella pelle spessa e verde.
L’alieno spiccò un balzo grottesco, come una molla tesa, fiondandosi sopra Mulder e Monica, superandoli come un ostacolo fastidioso.
Atterrò alle loro spalle, poggiandosi su tutte e quattro le zampe, agitando la massiccia coda corazzata.
Nonostante Fox avesse appena modo di distinguerlo…era al di là d’ogni immaginazione.
All’inizio del corridoio, due militari, con i lanciafiamme spianati avanti a se.
Mulder sollevò Monica, evitando di chiedersi il perché della loro salvezza….non aveva tempo di rispondere alle domande che la sua mente stava formulando….doveva fuggire…. scappare e basta !
Svoltò per uno dei corridoi, il più stretto, udendo alle sue spalle, un rumore di lotta e d’ossa spezzate, di vampate di fuoco spinto a pressione, che illuminava i corridoi come le lingue di fuoco dell’inferno.
Sorreggere la donna, adesso, diventava sempre più difficile.
Sentiva il crepitio degli spari, il cupo echeggiare delle esplosioni…
Alle sue spalle, nulla…
Forzò una porta di metallo, che li divideva da un secondo corridoio dalle pareti umide e polverose.
Ora, nel silenzio ovattato e sinistro di quel nuovo cunicolo, ebbe modo di sentire altre voci.
Parlottare confuso, sommesso, come di chi non intendesse farsi sentire.
C’era una stanza…un secondo corridoio, dietro la loro parete…
L’umidità penetrava formando chiazze malsane, scure, e cadeva senza sosta, sotto forma di gocce dense e quasi solide.
Scully stava seduta contro una colonna scura, fissando il vuoto.
Da quando Monkey l’aveva chiusa in quello scantinato, un tempo una sala di controllo per alcune apparecchiature ed ormai del tutto sgombra da strumenti, era senza più energie.
Nascosta come un topo sotto terra, senza nessuno che le desse ascolto, senza alcuna possibilità di trovare Mulder.
Cavi spezzati e condotti in plastica, dappertutto…
Una sola porta, sbarrata da assi di legno e lastroni d’Eternit, recuperati un po’ dappertutto.

< Almeno l’amianto è servito a qualcosa…>, pensò Scully.

Il ronzio, il sordo rimbombare di passi affrettati e non umani, era stato allucinante, per tutta la notte…
Non avevano chiuso occhio…
Poi era scemato con la mattina, quasi che l’entità mostruosa che possedeva quella centrale, Fort Worth e forse l’intero mondo, si fosse assopita.
Ma adesso….adesso tutto tremava e rombava a passo di carica.
Se non si era uccisa, se non era del tutto impazzita, in quella notte tremenda e senza possibile descrizione, con ansimi e respiri rochi, con gemiti osceni e terrificanti era per la tenue speranza che lui fosse ancora vivo, che la trovasse….

Dio non so come, ma fa che mi trovi…

< Una pesca ? >, le domandò Monkey.

Dana scosse la testa.
Da quando erano giunti in quel buco, nessuno aveva avuto il coraggio di dire nulla di gentile, d’umano…
Non dopo quella notte.
Fu lei, come sempre, a prendere l’iniziativa.
Si alzò, pulendosi i jeans sporchi di sabbia e polvere, tossendo un poco.

< Per quanto tempo, rimarremo qui…sepolti vivi ? >, chiese con durezza.

Una ragazza, dello stesso gruppo di Monica e completava il quartetto, la fissò.
In quello sguardo Dana colse il crollo d’ogni resistenza mentale, la pazzia galoppante di chi si debba confrontare con mostri osceni, usciti da una mente malvagia, che si aggirano liberi nel corridoio fuori dalla nostra porta, pronti a dilaniarci.

< Te ne puoi andare subito, per quel che mi frega ! Io non mi muovo…>

Udirono, improvvisi, dei passi.
Li accompagnava un picchiettio insistito alla parete esterna.
Diversi da tutti i suoni che avevano udito in quella notte tremenda.

< Chi sarà ? >, chiese Monkey.

< Sembra…che qualcuno….intenda….trovare la nostra stanza…sentite ? Picchia sui muri…>

< Credo sia….forse è qualcuno degli abitanti….magari ha bisogno d’aiuto….dobbiamo.. >

Monkey scosse la testa.

< Se fossero i soldati…o loro ? Non possiamo fidarci…>

< Non credo busserebbero gentilmente….>, osservò lei, ma ogni sua certezza veniva meno.

Si mise come gli altri, ai lati della porta, tremante, pronta a fare chissà cosa o nulla del tutto.
Mulder giunse alla fine delle sue ricerche.
La porta stava davanti a lui. Si appiattì alla parete, con la pistola pronta a far fuoco.

< Hey…c’è qualcuno lì dentro ? Sono un agente federale…>

Scully deglutì, irrigidendosi.
La voce di Mulder….Era la voce di Fox….

< Mulder…>, mormorò.

Scattò verso la porta, stirandosi i tendini delle braccia, per schiodare quelle assi…assi che bloccavano la sua corsa verso Mulder, che le impedivano di rivederlo…di sapere se era impazzita del tutto o se era vero…

< Muldeer…>, urlò.

Fox abbassò la pistola, quando la porta si aprì, cigolando.
Scully apparve appena visibile, vestita come una ragazzina, spettinata e sporca, indifesa come un gattino sotto la pioggia, eppure bellissima.

< Dana ! >

Lo abbracciò, dopo essersi avvicinata a lui lentamente, per timore che l’emozione la stordisse, che fosse solo un sogno o un incubo.
Ma era vero ! Non era pazza !
Si strinse tanto a Fox che lui temette di farle del male.

< Stella del mattino….credevo…credevo….>

Faticò a trovare le parole, commosso ed incredulo.
La baciò, con rabbia quasi.
La polvere che sporcava le loro labbra, non diede che un fastidio piccolo, avvertibile appena.

< …sei vivo….Dio..grazie ! >, sussurrò con un fil di voce, lei.

Mulder le accarezzò i capelli, morbidi, trovandoli bellissimi…i più bei capelli che aveva mai accarezzato.

< Che ti hanno fatto ? Piccola, cosa….giuro che se ti hanno fatto del male, io…>

Dana chiuse gli occhi, appoggiandosi al suo petto.

<…mi hanno…contagiata….non potevo…ero inerme…>, disse piangendo.

La sentiva respirare, baciandole la testa, come ad una bambina.

< Stella del mattino…>, mormorò nuovamente Mulder.

Le baciò di nuovo la fronte, calda e sudata, cercando nella tasca interna della giacca.
Quando ebbe fra le dita la catenina d’oro, la scostò un poco, riallacciandola a quel collo morbido, che spesso aveva baciato con dolcezza, svegliandosi accanto a lei.

< Non so….non come ho potuto vivere….senza di te…>, le sussurrò.