CAPITOLO DIECI

 

Clinica per la ricerca delle malattie mentali
di Silver Springs, Stato del Maryland,
Lunedì 17 Giugno 2002, Ore 09.45 Am
Mulder era seduto con tranquillità.
Indossava un pigiama ospedaliero lindo e pulito, era sbarbato ed in ordine.
L’effetto dei tranquillanti somministrati a Georgetown, era scemato da poco più di un giorno.
Immediatamente aveva riconosciuto Scully e l’aveva stretta a se.
Si era anche rallegrato del fatto che fosse stato portato via dal dottor Hopkins e condotto da Werber.
Per quanto non riponesse cieca fiducia nei metodi di quell’uomo, era pur sempre convinto che fosse lì, la strada per la sua salvezza.
Per la prima volta, svegliandosi quella mattina, provò anche un forte desiderio di fuga.
Anzi, era più esatto affermare che provava un fortissimo sentimento di andare a casa sua.
Ma gli era difficile capire e rendersi conto di dove si trovasse, la sua casa…
Scully entrò, con il solito, tirato sorriso sul volto.
Sapeva, dai tracciati encefalici di Mulder, che non era migliorato per nulla.
Che erano giunti al bivio…ormai era fatta e occorreva agire.
Lo baciò sulla fronte.

< Ciao ! Oggi è il gran giorno…hai dormito bene ? >

Mulder sorrise, annuendo. Stava mentendo.
La notte gli era parsa infinita e senza sogni. Un mare scuro e denso, che lo inglobava, sballottandolo nel letto senza pietà.

< Sono certa che tutto andrà bene ! >

Mulder parlò con difficoltà, quasi la bocca fosse stata anestetizzata per una qualche ragione, e muoverla fosse pesante e scoordinato.

< Ho pensato…alle mie lastre…Dana…ci sono arrivato…! Credo che se…mi applicassi degli elettrodi alla base del cervelletto, e stimolassi l’attività elettrica con onde a bassa frequenza…>

< Non se ne parla ! >, disse lei, decisa.

< Mi sono stati applicati….per permettermi di ricordare…di…far riemergere il mio passato…>

Dana sentì il cuore dolerle.
La voce di Fox era simile a quella di Tom Hanks in Forrest Gump e lei non seppe trattenere un brivido d’inquietudine.

< Credi sia opera…di alieni ? >, domandò, sedendosi accanto a lui e stringendogli la mano.

Scosse il capo.

< E’ stato Krycek…tempo fa…>

Sfiorò il suo viso con due dita, quasi intendesse modellarlo delicatamente.

< Amore…cerca di capire…Krycek è morto ! Tanto tempo fa ! E anche se fosse…vivo…nessuna persona al mondo può effettuare un’operazione in quel punto…senza aprirti il cranio come una noce ! >

Mulder la fissò. Gli occhi erano spenti, privi della solita, bellissima luce che rendeva meravigliosi quelli di Fox, ma ugualmente le accesero una fiammata nel viso.

< Sarebbe la prova che abbiamo sempre cercato…la prima prova che le nostre ricerche, che gli Xfiles esistono ! Puoi ottenerla, asportandomeli..>

Dana scosse la testa.

< Mi stai dicendo di…ucciderti per la verità ? Non ci penso nemmeno ! >

Afferrò il suo viso, serrandolo con delicatezza.

Vide il luccicare delle pupille di Scully, un dolce mare nel quale affogare.

< Credi…che voglia vivere così per sempre ? Quanto credi che continuerà la…pazienza dell’FBI ? Finiranno con l’insabbiare tutto, col cacciarti…ed io preferisco morire, piuttosto che sentirmi colpevole anche di questo…>

Lo baciò, stringendosi al suo petto.

< Amore…bambino mio…ti cureremo…Siamo qui per questo…>

< Promettimi…che esaudirai il mio desiderio..se…se dovessi accorgerti che..>

Scully si scostò, divenendo d’improvviso nervosa.

< No ! E non parlarne mai più ! Hai capito ? >

Il dottor Werber entrò, socchiudendo la porta.

< Disturbo ? Posso passare dopo se…>

< No ! Affatto ! Stavamo solo….parlando di cose senza senso….>, mormorò Dana, alzandosi.

< Ne riparleremo..>, sembrò minacciare Fox.

Vide il dottor Werber posare un metronomo sul comodino.

< Io e l’agente Scully siamo d’accordo sul fatto che i suoi ricordi richiedano una profonda stimolazione ipnotica per esser riportati alla luce e riordinati. Con l’ipnosi profonda che intendo praticarle, penetreremo nella parte più nascosta della sua psiche, valutandone la capacità analitica e percettiva….>

Mulder deglutì, annuendo.
Dana si era seduta sul lato opposto del letto, accarezzandogli i capelli.

< Non le inietterò alcun farmaco, così che la sua mente sia libera da qualsiasi droga o calmante…>

Spinse accanto a Fox un carrellino, sopra il quale era sistemata una macchina.
Collegata ad essa, un paio di lenti a specchio.

< Sarebbe ? >, chiese Scully.

< Si tratta d’occhiali che trasmettono luce rilassante e tenue, adatta a far cadere i soggetti in ipnosi ! Unita a suoni rilassanti, permetterà a Fox di scivolare nell’incoscienza senza alcun trauma o stress….>

Mulder si calzò gli occhiali, trovando il tempo per la solita ironia:

<..modello Rayban…>, smozzicò.

Dana strinse la sua mano, fissando il dottor Werber con attenzione.
Annuì, leggermente.
Werber attivò l’apparecchio e Mulder deglutì, per poi prendere un bel respiro.
Con un colpo di dito, attivò il metronomo.
Parlò con voce tranquilla, rilassata.

< Bene…agente Mulder…..voglio che lei si rilassi.. Si concentri solo sul rumore del metronomo e sulla mai voce…>

Colori, luci, suoni tranquilli per Mulder.

< Solo sul suono della mia voce…conteremo dal dieci all’uno insieme, va bene ? >

Annuì.
Scully sentì la sua stretta diminuire, sino a perdersi del tutto.

< Molto bene…adesso lei è totalmente tranquillo e rilassato…cinque…quattro… tre….due…uno…ora è in una sorta di rilassamento assoluto…E’ sveglio, cosciente di se ? >

Nessuna risposta.
In quella finestra professionale e tranquilla, si spalancò per la prima volta l’orrore nascosto nella mente di Fox Mulder.

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Testimonianza del 17 Giugno. Testimoni
presenti: agente Dana Scully e dottor
Heinz Werber, medico psichiatra

 

< Molto bene, Fox…voglio che lei sì tranquillizzi…e che ascolti la mia voce e quella di Dana…si fida di lei ? >

< Certo ! >

< Dana ed io le porremo delle domande, Dana sarà al suo fianco e nel caso queste domande si rivelassero difficili o dolorose per lei, potrà chiedere il suo aiuto.. Mi ha capito ? >

<…va bene…>

< Che cosa vede quando dorme, Fox ? >

< …io…c’è la partita di baseball alla TV…New York contro Buffalo… abbiamo viaggiato tanto per vedere la Tv…in treno…>

< Non è chiaro quanto dice…siete partiti in treno per dove ? >

Fox sospirò, stringendo la mano di Scully.

< …Siamo tutti in treno…io, papà, mamma e Samantha….>

< Quanti anni ha, Fox ? >

< Sei….cinque o sei….non di più….>

< Allora siete su questo treno…>

< La stazione…è la più grande che abbia mai visto…enorme…gigantesca… non ho mai visto tanta gente…credo fosse il mio primo viaggio in treno… di certo è il primo che ricordo…sono contento…eccitato…>

Dana fece cenno di voler parlare.

< Ti sono sempre piaciuti i treni, vero ? >

< Si…sempre…è bello…sfrecciamo velocissimi….era sera, o forse prima mattina perché ad un certo momento è venuto chiaro…albeggiava… Siamo partiti in treno perché pioveva fortissimo..era inverno…nevicava prima della galleria…Ecco…..siamo nella galleria…è lunghissima… non ha fine….>

Scully si sfiorò i capelli.

< Stiamo andando in montagna….quando ecco…BAM… 123456…tutti attorno a me….è incredibile…>

Ora la voce di Mulder divenne infantile, simile a quella di un bambino di sei, sette anni e Dana provò paura.
Non aveva mai assistito a nulla del genere e la cosa non le piaceva.
Mulder non sembrava affatto tranquillo.

< Cosa è incredibile, Fox ? >, chiese il dottor Werber.

< Che siano lì di colpo…prima non c’erano e adesso…BAM…tutti e sei davanti a me…sono elfi….sono brutti…ho paura…>

Dan strinse la mano di Mulder.
La sentì tremare.

< Dana…>, singhiozzò.

< Sono qui, non ti faranno del male…cosa vedi…come sono fatti questi elfi…? Lo rammenti ? >

Si trattava di un’indagine difficile, dolorosa, crudele….ma era pur sempre un’indagine…

< ….piccoli…alti come me…forse poco più…grigi…e NO ! Brutti…hanno occhi orrendi…>

Scully socchiuse le palpebre.
Anche certi suoi sogni, certe sue paure, erano contraddistinti da esseri simili.

< Cosa fanno ? >

Mulder tremò, come se la domanda del dottor Werber lo avesse sconvolto.
Pianse, con un pianto esagerato, da bambino.

< …nulla…parlano, senza muovere la bocca….fa male…male alla testa ma loro non se né curano…mi dicono….dicono delle cose…Non faremo del male a Samantha…e nemmeno a te….credici Fox ! >

Il tono di Mulder mutò di nuovo. Divenne metallico, grezzo.
Altro brivido in Scully.

< E lei…gli crede, Fox ? >

< …SI…Cioè no…voglio dire so che è falso, ma non appena mi dicono di crederci, lo faccio, senza alcun’esitazione!>

S’irrigidì, per poi tornare calmo e rilassato.

< Adesso ci alziamo….vedo il treno dall’alto….le montagne, i pini innevati… tutto dall’alto…io e Samantha….poi…luce…luce giallastra, innaturale… Credo che siamo in una stanza vastissima….molto più grande della stazione.. immensa…>

Scully abbassò il capo, sino a toccare il dorso della mano di Fox con la fronte.
Era…era rivivere il proprio rapimento, dall’esterno.
Nitido, cristallino…

< Siamo seduti….sdraiati su un tavolo…e ci sono strani suoni…poi niente… sono a casa, in montagna, in mezzo ai pini e alla neve…Papà dice che sono stato male, in treno, che ho vomitato, ma io non mi ricordo niente…niente…>

< E lì che guardavi la partita, vero ? >, chiese Scully.

< Si…baseball…grande partita…urlo della folla….urlo…urla indescrivibile della folla…un urlo agghiacciante, orrendo…come…come lo stridere di…un urlo inumano, non posso…ho paura…paura…NON DIRE QUESTE COSE, NO!!!>

Fox urlò così forte da spaventarla.

< Che gli succede ? E’ sconvolto dal terrore…>, chiese allarmata.

< Si calmi, agente Scully ! E’ normale, in questo genere di regressioni ! Fox….agente Mulder…mi sente….stia calmo…lasci da parte le urla, se la sconvolgono troppo…Dana è con lei…nessuno le farà male…>

Tremò, come colto da una convulsione.
Poi sembrò calmarsi un poco.

< …le urla…vengono dalla TV…è spenta, schermo bianco, nessun suono… e le urla attorno a me e Samantha…poi la vedo…la vedo…>

< Cosa vede ? Che cosa le dice ? >

< Nulla….mi sorride…ci sorride…a me e a Samantha….è grigia, ma con… riflessi rosei…sembra una donna…ha il viso di donna…mi dice qualcosa…>

Il viso divenne teso, come si sforzasse enormemente.

< ..siamo qui per lei…per la simbiosi….e per te…>

Ora la voce divenne grottesca, femminile e Scully non seppe trattenere le lacrime.

< …e c’è una…bambina….con noi…è Dana ! Sì…è lei…è con noi, nella stanza.. è piccola, dorme…tranquilla…>

Scully deglutì.
Le labbra le tremarono, mentre domandò:

< Dove…siamo tutti….riesci a vederlo ? >

<…siamo su i soliti tavoli, ma delle luci c’illuminano…ci trattano bene….non come per gli altri bambini…che urlano…sono i bambini che gridano… ma noi, io Dana e Samantha…stiamo bene….>

Scully accarezzò la sua fronte.

< Ha la febbre…è stanco…>, disse amorevole.

Mulder smise di tremare.
Biascicò qualcosa.

< Ci sono due entità….due menti, nell’universo…diverse eppure complementari.. che sì cercano…che tante volte si sono sfiorate, senza…mai unirsi…>

Cadde nel sonno più profondo, mentre lei si alzò, scossa ed esausta.
Fox…non l’aveva mai visto tanto sconvolto dalla paura…era agghiacciante, quasi che potesse anch’essa sentire quelle urla di bambini…
Il dottor Werber gli sfilò gli occhiali e scandì:

< Bene…bravo…è stato molto bravo, Fox ! Adesso sì addormenterà… l’ipnosi è terminata….va bene ? >

Fox annuì, debolmente.
Passarono pochi minuti, nei quali il dottor Werber spense la macchina, il registratore ed uscì, lasciandolo riposare.
Vide Dana seduta, lo sguardo fisso nel vuoto…

< E’ spaventata ? Le assicuro che è un fatto normale…siamo agli inizi e non è facile per nessuno, osservare i misteri della mente, soprattutto per le persone che amiamo ! Ciò che la mente cela, spesso è terrificante ! >

Scully alzò a fatica lo sguardo.
Si sentiva a disagio, non solo come medico.

< Non è solo un fatto emotivo ! Il fatto è che…mi sto convincendo sempre più che Fox…stia rammentando avvenimenti reali, non solo blocchi e ricordi repressi ! Che sia tutto…..vero ! >

Il dottor Werber scosse la testa.

< Questo….la spaventa così tanto ? >

< Si…dimostra…che tutto quello in cui ho creduto sino ad ora…è falso…>

Si alzò. Le gambe la reggevano a fatica.

< Forse che…il nostro libero arbitrio, nel quale crediamo ciecamente e che condiziona tutte le nostre scelte, non sia altro che il capriccio di entità superiori ? Che la nostra vita non sia che il sogno malato di dei ? Siamo solo marionette nelle mani di un Dio assoluto…o forse di.. creature che possono violare i nostri corpi, le nostre anime come e quando lo ritengono opportuno ? >

Werber si sfiorò il mento.

< Cartesio…direbbe che è la concezione stessa di Dio…e dell’esistenza in genere….Non posso che…astenermi da qualsiasi commento…Non posseggo alcuna spiegazione…>

Dana sfiorò la croce, appesa alla catenina d’oro.

< Ma io…credo…credo che Dio sia superiore a tutto questo…che esistano forze più grandi….di quelle che crediamo di comprendere ! >

Poi si allontanò, senza dire più nulla.

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Chiesa del Sacro Cuore di Annapolis,
Stato del Maryland, Ore 12.09 Pm,
Giovedì 20 Giugno
Scully aveva guidato sotto un pallido ed incerto sole dalla clinica, sino alla periferia di Annapolis.
Il tempo non sembrava decidersi al bello, con un sole incerto, compresso fra nuvole spesse e accavallate come i pensieri di Dana.
Lei ed il dottor Werber si erano accordati sul lasciare riposare Fox, evitando di svegliarlo e nel caso si fosse destato, di porgli domande circa la sua regressione.
Nei tre giorni trascorsi, Mulder aveva alternato il solito ciclo di veglia a momenti di torpore assoluto.
Scully si fermò alla chiesa del Sacro Cuore, che distava circa tre quarti d’ora d’auto da casa sua, quasi senza rendersene conto.
Avrebbe dovuto cercare un buon fast food o andare a casa e prepararsi un paio d’uova strapazzate, vista la fame, ma se ne rese conto solo quando si trovò sul sagrato.
Dentro di se, avvertiva un disperato bisogno di risposte, di un conforto spirituale, di una preghiera.
Dopo i fatti della Pasqua precedente, non era più in grado di recarsi alla chiesa di Saint Andrew’s…
Le era materialmente impossibile non provare un disagio, una sensazione di perdita assoluta, ripensando a padre McCue.
Quindi, quella piccola chiesa, che spesso incrociava per prendere la superstrada quando doveva recarsi a Washington o a Quantico per lavoro, faceva proprio al caso suo.
Un tuono rombò in lontananza, mentre un raggio di sole, rischiarò il sagrato, e Scully lo avvertì subito, provando caldo.
Entrò nella chiesa.
La funzione era terminata da poco.
Il solito freddo odore dell’acqua santa, del gelido abbraccio del marmo…sapori e odori che aveva nel DNA fin da bambina.
Si segnò, con un piccolo ed elegante inchino e si sistemò su una delle panche della navata, fissando l’altare.
Il Sacro Cuore di Gesù, splendeva da dei ricami in oro zecchino, al centro del petto del Cristo, proprio davanti a lei.
Socchiuse le palpebre.
Non era lì per una semplice ed istintiva preghiera sulla salute di Fox Mulder.
Non aveva pregato nemmeno per se stessa, quand’era in fase terminale…
Piuttosto cercò di elaborare quello che stava accadendo.
I ricordi…erano emersi impetuosi, improvvisi, quasi come un fiume in piena nella mente di Mulder.
In modo troppo improvviso perché potesse pensare ad un caso..
Sentiva che c’era in moto qualcosa, qualcosa che si era attivata quella maledetta sera al cinema ed era proseguita all’FBI, nella clinica del dottor Hopkins e in quella del dottor Werber…
Qualcosa che la riguardava chiaramente, nitidamente..e non solo come partner e compagna di Mulder.
Non aveva naturalmente accennato ad alcuno la vicenda della trottola…
Di quel gioco semplice, che aveva visto chissà quante volte, e che per qualche strano ed imperscrutabile disegno della mente umana, adesso le girava nella memoria, aprendo porte e spalancando immagini.
Immagini di una bambina dal viso arrossato, dalla timidezza incontenibile, che sotto una grande quercia, aspettava il bacio di un ragazzino.
Udì dei passi, lungo il sagrato della chiesa e si scosse.
Incrociò le dita, pregando sottovoce, con un esile sussurro.
Ora i passi erano vicini,
Girò appena lo sguardo, notando un robusto personaggio che si sedette accanto a lei.
Deglutì.
Forse era paranoia….ma con la chiesa quasi vuota, perché si era seduto proprio
al suo fianco ?
Proseguì, senza apparentemente degnarlo di uno sguardo.
Ma in realtà né studiò ogni dettaglio.
Vestito in modo elegante, grosso anello d’oro al mignolo destro, giacca leggera e chiara, camicia blu, scarpe di pelle, pantaloni leggeri…
Pettinato, curato, rasato di fresco…di certo non sembrava un personaggio qualunque.
La fissò.

< Sa…dove posso acquistare i ceri ? >

Scully si voltò, interrompendo la preghiera.
Notò una piccola fossetta nel mento dell’uomo.
Scosse la testa.

< Scusi….ma ci conosciamo ? >

Formulò la domanda con cautela, rendendosi conto solo in un secondo momento che suonava abbastanza maliziosa, detta da una donna ad uno sconosciuto.

< No….anche se non posso dire che mi spiaccia…>

Scully alzò le spalle, segnandosi e dirigendosi verso l’uscita.
Percorse la navata senza udire passi alle sue spalle.
Poco prima di uscire, intinse due dita nell’acquasantiera e si voltò, per segnarsi.
Nel farlo, controllò che l’uomo fosse nel medesimo punto nel quale lo aveva notato, ma non lo scorse.
Fece allora scorrere lo sguardo lungo tutta il perimetro della chiesa, sin dove aveva modo di vedere e alla fine lo vide, quasi nascosto da una colonna, che accendeva un cero votivo sotto la statua della Madonna.
Sbuffò. Era diventata sospettosa e paranoica…
In fondo, pensò uscendo e respirando una boccata d’aria carica d’umidità che non lasciava sperare in niente di buono per il resto del pomeriggio, non era certo la sua chiesa personale, quella.
Si rigirò la chiave dell’auto fra le dita, scendendo la scalinata.
Il grosso portachiavi di Mulder, quello con l’immagine dell’Apollo XI stampato davanti, luccicò un poco.
Ricordi…chiunque li avesse messi un moto, stava aspettando che emergessero del tutto, era chiaro.
La prudenza dell’FBI, la lesse come una sorta di stasi, di attesa degli eventi…
Non s’illuse che quell’uomo, che il consorzio ombra, fosse all’oscuro dei fatti e di dove si trovasse Fox…
Era, in effetti, impossibile nascondere qualcosa a quelle persone.
Ma avrebbe agito in ogni modo, per difenderlo, per proteggerlo…
Giunse alla fine della scalinata di pietra.
Davvero era stato tutto deciso, preordinato ? I rapimenti, tanti e diversi, il loro incontro da bambini, i fatti che avevano stravolto le loro vite….l’astio di suo padre quando le comunicò che sarebbe entrata nell’FBI…
Il portachiavi le cadde dalle mani.
Si chinò per prenderlo, quando le sue dita si posarono sulla mano robusta di un uomo.
Voltò lo sguardo.
Lo sconosciuto era accovacciato a terra, intento a darle il portachiavi.

< Le è caduto…>

Dana rimase ferma, piegata sulle ginocchia, fissandolo.

< Mi sta seguendo ? >

< Le spiace ? >

Si alzò di scatto, mormorando decisa:

< Si tolga dai piedi ! >

Notò che anche l’uomo si era alzato.
Era alto, quasi più di Mulder, decisamente più robusto.
Fece pochi passi, e girando di scatto la testa, lo vide dietro di se.

< Insomma….mi vuol dire che vuole ? >

Lui sorrise, provocando in Dana una reazione di difesa aggressiva.

< Non so cosa abbia capito, ma le dico subito che sono un agente federale! Ora, o se ne va, o mi vedrò costretta a…>

Lui alzò appena la mano, come per un saluto ironico ed esagerato, mostrandole i gemelli della camicia.
Li vide bene, dato che lo sconosciuto era a pochi passi.
D’oro, naturalmente…ma lo stemma…era il simbolo del KGB.
Deglutì.

< Hey….aspetti ! >

L’uomo si voltò di nuovo, sistemandosi la cravatta.

< Adesso è lei che mi adesca…di nuovo…>

Scully si sfiorò la fondina della pistola, appena dietro la schiena, sopra la natica destra.

< La smetta ! E’ un agente Russo ? >

Altro sorriso, questa volta decisamente bello e spontaneo.

< Mi risponda !! >

Comprese solo allora, che l’uomo aveva un debole, appena percettibile, accento straniero.
Aveva parlato poco e quindi la cosa era sfuggita, ma adesso ne era sicura.

< Mi sono fatto avanti…ma i passi sono ancora piuttosto…precari… Volevo che mi conoscesse, che memorizzasse il mio volto, nel caso… mi rifaccia vivo ! >

Slacciò la fondina, impugnando la Sig Sauer e facendola scivolare fuori della fondina, con un rumore di cuoio e metallo.
La tenne parzialmente nascosta.
Era giorno, erano davanti ad una piazza di una chiesa…occorreva prudenza.

< Io non sono disposta a giocare con lei ! Non so chi sia, che intenzioni abbia… cosa voglia da me…Ma se intende minacciarmi, sono pronto a farle saltare la testa…! >

Parlò lentamente, mentre sul ciglio della strada, appena dietro l’automobile di Scully, apparve una berlina nera, che si fermò in doppia fila.

< Incontrare Fox Mulder ! Ho provato…a farlo personalmente ma….sembra impossibile ! >

Scully finse di non aver notato la macchina.
La portiera si aprì appena, rimanendo semichiusa.
Impossibile dire che vi fosse all’interno.

< Non so dove sia ! Che cosa vuole da Mulder… ? >

Altro sorriso.

< Lei è davvero una donna incantevole, agente Scully ! Mi piacerebbe conoscerla a cena, davanti ad un bel piatto di caviale o di frutti di mare…discuteremmo… senza occhi indiscreti…le pare ? >

Porse a Dana un biglietto da visita.
Stampato sopra, il simbolo dell’ambasciata Russa.
Sergej Yvanov.

< Nome falso, immagino…>, mormorò, senza perdere di vista la macchina.

Fece cadere a terra il biglietto.

< Rimarrò a Washington per tutta la settimana prossima…Possiamo vederci un Martedì o un Venerdì sera…opterei per il secondo giorno…Se le sfugge la valenza romantica della cosa…>

Scully deglutì, mentre la rabbia saliva incontrollabile.
Quel tipo la stava prendendo in giro, incurante del fatto che avesse una pistola in pugno.

< Basta ! Crede che mi fidi di lei ? Per quel che so…potrebbe essere un pazzo maniaco…e in ogni caso non è per nulla il mio tipo, se ci tiene a saperlo ! >

S’incamminò verso la macchina, dalla quale scese un robusto personaggio rapato a zero, che pareva la caricatura di un agente segreto da un miglio di distanza.
L’uomo si voltò appena arrivato alla portiera posteriore della berlina.

< Se non si metterà in contatto con me entro Venerdì sera, partirò per San Pietroburgo ! E lei non potrà fare niente ! Le ripeto…non posso parlarle in nessun altro posto più sicuro di quel che le ho detto ! >

Scully fece per avanzare verso la macchina, ma vide, da una seconda auto messa alle spalle della berlina, altre persone.
La macchina era più robusta, e i personaggi all’interno di certo armati di
Kalashnikov.
Si chinò, raccogliendo il biglietto da visita e l’ultima frase che quel russo le apostrofò fu:

< Se intende controllare il mio nome, le dico che è coperto dal segreto di stato ! Attendo sue notizie, agente Scully ! >

Le auto partirono, sgommando.
Scully rinfoderò la pistola sotto lo sguardo accusativo di una madre che accompagnava il proprio figlio in chiesa.
Si rigirò il biglietto fra le mani, per poi infilarselo nella tasca della giacca leggera.

< Di bene in meglio….>, mormorò.

Il sole svanì, dietro l’ennesima nuvola ed il tuono si fece più vicino.

***

CAPITOLO UNDICI

 

Base missilistica " Apache", presso
Ambler, Stato dell’Alaska, Ore
09.00 Am, Venerdì 21 Giugno 2002
 
La temperatura era di diciassette gradi.
Il sole splendeva sopra un cielo terso e cristallino, e l’aria era magnifica.
Rade nuvole bianco panna, sembravano abbozzi appena tracciati, nell’azzurro mozzafiato dell’Alaska.
La base era immersa in una foresta di pini, abeti e larici, che spalancava i polmoni, con l’aroma di resina, penetrante e salubre.
Poco più a nord, un branco d’alci stava migrando, attraversando il guado del fiume che tagliava in due la base a circa tre chilometri più a sud ed erano stati mandati dei soldati per controllare che non sconfinassero, recando danni ai radar di terra e si ferissero con il filo spinato.
Si levò un gracchio canto di un corvo, poco prima che il generale Mitchell ricevesse la telefonata.
Terminata la quale, si accese un robusto sigaro d’Avana, costoso e per questo fumato con parsimonia, aspirandone una robusta boccata.
Fissò fuori della finestra del quartier generale, intento ad osservare il metodico movimento del caterpillar che scavava le fondamenta della nuova sezione alloggiamenti.
Digitò l’interfono, solo a metà del sigaro.

< Stuart ? Chiamami a rapporto il colonnello Siger, per favore ! >

< Certo, subito signore ! >

Riprese a fumare il sigaro, mentre si udì l’acuto stridio di un’aquila.
Il colonnello Siger era un uomo sulla cinquantina.
Quel mattino si era alzato alle 06.00, come tutte le mattine del resto ( e quella aveva tutta l’aria di essere una mattina normale, non certo il primo giorno dell’Apocalisse ) e si era rasato.
Amava radersi, insaponare il viso e far scorrere con maestria la lama affilata del rasoio sulla pelle. E non certo per una sorta d’autocompiacimento simile al narcisismo.
Gli piaceva e basta.
Aveva dato le consegne, compilato un paio di burocratici rapporti e firmato dodici licenze per il week-end.
Quindi, il resto della giornata si sarebbe ridotto ad un normale girovagare per l’ufficio, nell’attesa che il tenente Hannan lo mettesse al corrente dello spostamento del branco d’alci.
C’era in programma l’esercitazione di fine Luglio….ma c’era del tempo.
Si era appena seduto sulla comoda poltrona imbottita del suo ufficio, quando fu informato che il generale Mitchell lo desiderava a rapporto.
Alzò appena le spalle.
Lì, a due passi dallo Stretto di Bering, le cose non erano sempre state tanto tranquille, negli anni precedenti.
I Russi, allora, facevano davvero paura.
Lo sfrecciare degli aerei Sovietici era incessante, negli anni 80.
Anche adesso si poteva sentire il tuono dei jet, ma erano soprattutto di linea.
Boenig 747, e qualche aereo che faceva tratti d’esercitazione.
Ma prima…prima erano MIG, Tornado, aquile da guerra, armate di missili a testata ridotta, che potevano però spazzare via la base in meno di cinque minuti.
Percorse a grandi falcate lo spiazzo della base, calzandosi il berretto d’ordinanza, salutando formalmente un capitano, che abbozzò una risposta poco ufficiale.
Il clima era disteso.
Normale.
Essere distaccati in Alaska era difficile soprattutto in inverno, con i collegamenti ardui e il freddo micidiale, assoluto.
Ma in primavera ed in estate…era magnifico.
Siger non ricordava d’aver mai visto una natura tanto…prepotente, maestosa.
Penetrava in te, sconvolgendoti.
Le foreste, le montagne, gli animali, parlavano a te, uomo, con la voce di Dio.
Si presentò davanti al generale, con il cappello sotto il braccio, sull’attenti.

< Voleva parlarmi, signore ? >

Il generale Mitchell picchiettò sulla scrivania con due dita.

< L’ho chiamata perché intendo informarla che la base in stato di emergenza ! Codice 2 ! Blocchi tutti i permessi e le licenze per le prossime tre settimane ! >

Siger non mutò espressione, non mosse un muscolo.
Deglutì appena, ma in modo invisibile.

< Posso…chiederle il motivo di questa decisione, generale ? >

< Ho ricevuto una comunicazione da Washington ! Tutte le basi sul confine Russo sono in stato di allarme ! Voglio che allerti anche il maggiore Powell… Deve organizzare una squadra per il controllo e la manutenzione di…>

Esitò un istante.
Non aveva mai esitato, da anni, dai tempi della guerra a Saddam.

<….di tutte le testate nucleari missilistiche che abbiamo ! >

Ora i nervi di Siger si tesero.
Un piccolo, impercettibile brivido, lo attraversò.

< Dobbiamo….puntare nelle zone stabilite, signore ? >

Mitchell spense del tutto il sigaro.

< Affermativo, colonnello ! >

Si udì il gracchiare di uno stormo di corvi.

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Appartamento di Jean Grey, 7741
New Hampshire avenue, Washington
Ore 07.09 Pm, Giovedì 20 Giugno
 
Jean Grey spense lo stereo, per potersi concentrare meglio.
Era riuscita ad accedere a parte dei files secretati dall’agente Mulder, con un lavoro lento e noioso per nulla facile.
Sbuffò….Mulder e Scully…quanti problemi…
Molti più dell’umano pensabile.
Inizialmente non aveva capito dove Walter Skinner avesse attinto la fiducia cieca che pareva riporre in quel duo di strambi agenti, in perenne lotta contro il mondo.
Ma poi…
Deglutì.
Il cuore le faceva male, ed una sensazione di vuoto allo sterno la aggredì.
Non le accadeva più dai tempi del liceo.
Cristo ! Era innamorata !
Non aveva modo di permetterselo, ma era così.
Fox Mulder le appariva, in certe rade mattine di sole, quando si recava con Scully nel suo ufficio per consegnare un rapporto o attendere istruzioni, come l’uomo più bello che avesse mai visto.
Nuovo crampo allo stomaco.

< Bella figura…Raggio di Luna….innamorata come una liceale….>, si disse.

Aveva quarantatré anni…ma era di una bellezza sfrontata e sensuale.
I capelli corti, le conferivano almeno sei, sette anni in meno e la sua eleganza si sposava con la decisione e la cura del proprio corpo.
Non si trattava di civetteria fine a se stessa.
La tribù dei Navajo aveva sempre considerato il proprio corpo come uno strumento del volere dell’essere supremo e come tale andava accudito e protetto….amato, coccolato.
Si distese sul divano anatomico, di pelle nera, abbandonando del tutto l’idea dio proseguire il lavoro, quella sera.
Non comprese come, mai, d’improvviso, le ritornassero alla mente molte cose del suo passato da meticcia indiana.
La prima volta nella quale aveva imparato ad ascoltare il respiro del deserto, la prima notte passata al villaggio indiano, con sua madre e sua nonna.
Le lunghe ore che trascorreva nel farsi pettinare i capelli dalle mani ossute ma incredibilmente ferme della vecchia, mentre le erano raccontate le leggende che erano alla base del suo popolo..
L’ascesa del Grande Spirito, il carro di luce che avrebbe portato il Popolo degli Uomini in cielo, la Donna Bisonte bianco…
Ed il cielo, aveva un sapore d’infanzia, di dolci serate trascorse a correre e a giocare sino a tarda sera, al buio e sotto i morsi cattivi delle zanzare…
Poi, suo padre Nathaniel, Nat dai capelli corvini e dal sorriso dolcissimo ( ed era lui l’uomo più bello del mondo, quando si metteva l’uniforme di gala ), aveva cambiato distaccamento.
Arrivederci vecchio villaggio Navajo, addio infanzia…
Sua nonna, allora l’aveva chiamata a se.

< Partirai…>, le disse l’ultima sera, prima che suo padre e mamma Susan, Erba di Primavera secondo il nome Navajo, partissero.

Jean aveva undici anni.

< Si…ma nonna, verrò a trovarti spesso….andiamo a Washington…papà deve badare al suo lavoro….ha la possibilità di entrare nell’apparato statale… lavorare al Pentagono…>

Sua nonna aveva sorriso.
Era un sorriso colmo di rughe, sdentato, come quello delle vecchie indiane.

< Dire le bugie non è mai stato il tuo forte, Raggio di Luna…>

Una lacrima le scese allora dal viso, e la nonna la strinse a se.
Viveva in una modesta casa di legno, al centro di quello che era stato, cent’anni prima, l’ultimo campo Navajo libero del Popolo degli Uomini.
Poi si era alzata.
Jean non sapeva certamente, che quella sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe rivisto Neve d’Inverno viva.
Sua nonna, all’anagrafe statunitense registrata come Jeannette Ikoku, nome d’impronta francese, della tribù Urone del Nord, sarebbe morta solo sei mesi più tardi.
Rovistò fra le cose del cassetto della credenza, e le porse una collana.
Erano ossa intagliate e levigate a mano, lisce come l’ardesia.

< Se porterai questa collana, il tuo popolo sarà sempre con te, Raggio di Luna…>

Jean Grey socchiuse le palpebre e in quell’istante, avrebbe dato chissà che perché Fox Mulder le fosse accanto, magari per raccontarle una delle sue assurde teorie sul collegamento fra quella collana e la sua vita.
Ad esempio, la notte che sua nonna morì, alla collana si staccò uno degli ornamenti d’osso, che nel significato Indiano, raffigurava la madre Terra.
Al suicidio del padre, si spezzò il piccolo bisonte bianco, intagliato…
Jean Grey si alzò, rovistando nel cassetto, mentre fuori smise finalmente di piovere.
Eccola !
La collana era ancora bianca, lucida come fosse nuova.
L’aveva lasciata nel cassetto anni prima, per indossare uno scollato vestito da sera, per un appuntamento del quale aveva perduto la memoria.
Il cuore le batteva forte, in modo doloroso.

< So…so che non mi amerai mai…>, mormorò.

Strinse al petto la collana.
La sua pelle meticcia, parve illuminarsi sotto la luce giallognola della lampada sistemata in un angolo della stanza.
Ora ricordava, come in un fotogramma dimenticato in qualche cassetto e poi rimesso alla luce senza motivo, la stanza di suo padre.
Arrivò, una mattina d’inverno del 1986, quando aveva poco più di venticinque anni, nell’ufficio di suo padre, al Pentagono.
Papà..era tutto il suo mondo …Ma lui non era più lo stesso.
Sapeva che qualcosa non andava.
Lo vedeva dagli sguardi di Nat, quando tornava dal Pentagono.
Vide solo il corpo di un uomo, dalla testa spappolata dal colpo ravvicinato di una calibro 38.
Nat si era ucciso, sparandosi in bocca.
Lei era rimasta ferma, immobile, senza muovere un muscolo per quasi un quarto d’ora, prima che la segretaria di suo padre, Amanda, la spingesse a forza nell’altra stanza.
E poi quel silenzio.
Il silenzio della menzogna.
Dopo…il diluvio…
Papà era stato accusato di aver trafugato alcuni documenti "Top Secret" e di averli girati ai Russi.
Il suicidio era stato collegato alle indagini della CIA sull’argomento.
Pagine e pagine di files, documenti, indagini, che Jean Grey ebbe a rileggere migliaia di volte, una volta entrata nell’FBI.
Sigle…parole….sigle…parole…
Si risedette sulla poltrona, regalo dell’uomo con il quale aveva progettato di sposarsi, sette anni prima, un avvocato Newyorchese.
Si calzò la collana, mentre due lacrime le scesero dalle gote.
Rauch…nomi e sigle..
Rabbrividì.
Adesso pioveva forte, nella sua mente.
Pioveva forte, come quella sera in cui Nat tornò, una settimana prima di uccidersi, di spappolarsi la testa, di massacrarsi….
Rimase senza parlare per tutta la sera.
Lei si accucciò accanto a lui, con in mano un buon bicchiere di brandy.

< Ti va se ti faccio compagnia ? >

< Affatto, Jean…solo…che è Sabato sera…dovresti uscire con gli amici… non perder tempo con un vecchio….>

< Se non ti amassi così tanto….ti direi che sei uno stupido, papà…>

Lui la abbracciò forte, sorprendendola.
Non l’aveva mai abbracciata, nemmeno quando era morta nonna.

< Anch’io ti voglio bene, figliola….tanto…>

Che cosa aveva detto Smoking Man…?
Forse solo la verità.

***

Clinica per la ricerca delle malattie mentali
di Silver Springs, Stato del Maryland,
Ore 11.03 PM, Giovedì 20 Giugno

<…la verità…>

La parola che aveva segnato con un solco profondo la vita di Fox Mulder, risuonava ossessiva nella sua mente.
Mulder si sentiva immerso in abbraccio soffocante.
Il cuore batteva fortissimo e in quel momento, si chiese se avrebbe mai potuto fare ancora all’amore con Dana.
Gli sembrava un’ipotesi lontanissima, irrealizzabile.
Ora idee e concetti elementari, tipo se fosse sera o mattino, se fosse solo o no in quella stanza, diventavano confusi, quasi si avvallassero senza possibilità di essere dipanati.
Verità…non una semplice parola, ma un concetto ossessivo, un dogma della sua fede.
Un fede assoluta, incarnita nel suo animo, per correre sul cui binari, era scanalato.
Un binario che nasceva da una parte profonda, oscura, della propria mente, irradiandosi in ogni angolo, stimolandola.
Ed al centro di quella luce, quella figura femminile, dai lineamenti sfocati, disciolti nella nebbia del tempo.
E diveniva importantissimo per lui capire l’autenticità di quei ricordi, se essi provenivano realmente dal suo passato, da quella nebbia, e non certo per una mera curiosità personale.
Se era quella creatura, nei suoi confronti materna e affettuosa ma di certo custode di un tremendo orrore, che palpitava vorace nel buio, se quella creatura aveva in qualche modo riacceso la fiammella del passato, ciò aveva un senso, un significato, potentissimo.
Esisteva un reale concetto dietro quei messaggi, quegli occhi cupi e freddi, senza alcuna scintilla di vita all’interno, incredibilmente capaci di innescare pace e tranquillità ?
Era come se, durante quel muto colloquio avvenuto durante il viaggio in treno, quella frase: " è giusto così…non faremo del male a Samantha né a te…", fosse stata l’inizio di un rapporto profondo, come il legame fra una madre ed il proprio figlio.
Fox pensò all’immediato feeling che scattò non appena conobbe Dana, prima ancora che fossero amanti.
Era chiaro, adesso, che altro era, se non il continuo di un rapporto iniziato da bambini, dapprima delicatamente, poi sempre più intenso, viscerale ?
E quella creatura…quell’alieno dal volto femminile ( tanto dolce e rassicurante che divenne difficile per lui chiamarlo, ritenerlo alieno…) assisteva, probabilmente compiaciuto, dello svilupparsi degli eventi.
E la certezza che "lei"…fosse stata molto più che una spettatrice del loro amore, gli trapassò, fredda e acuminata come una lancia, la mente.
Luce, intensa, potentissima, quasi come fotoni puri.
Vedeva Dana che gemeva, il viso compiaciuto dall’estasi, lui sopra di lei, che la penetrava….facevano l’amore, accarezzandosi, baciandosi, trasmettendo l’uno all’altro il tepore dei loro corpi, il calore della loro passione.
Ed ecco…BAM !
La solita figura magra, grigia…giallognola, rosea in certi tratti.
Era al centro della stanza da letto di Dana, nella quale stavano facendo all’amore, ma stranamente non avevano modo di rendersene conto.
Li fissava con occhi nerissimi, senza espressione.
Erano tanto paurosi, che temette di caderci dentro.

<..ti amo…amore…ti amo…>

Sentiva le loro voci, la sua e di Dana, che s’intrecciavano fra un bacio e l’altro.
E quella…"cosa"….guardava.
Pareva sorridere.
E si vide, adesso disteso sul solito tavolo anatomico, immerso nella luce.
I "grigi" erano attorno a lui, e lei, con le dita lunghissime ed adunche come quelle di una vecchia strega, comunicava, tranquillizzandolo.
Era adolescente…sedici, diciassette anni al massimo..
Manipolavano i suoi genitali, il suo pene…
Provò vergogna.
"NON TI FARA’ FATTO DEL MALE…TRANQUILLO ! "
Introducevano una…cannula di luce, nel suo pene..
E da lì, scendeva una sorta di…sperma verde…
L’urlo di Fox fu terribile.

***

CAPITOLO DODICI

 

Clinica per le malattie mentali di Silver
Springs, Stato del Maryland, Ore 10.00 Am
Venerdì 21 Giugno 2002
Il sole, pallido ma maggiormente deciso rispetto al giorno precedente, salutò l’arrivo di Dana.
Aveva guidato senza prudenza, quando quella mattina aveva ricevuto la telefonata del dottor Werber.
Per tutta la mattinata, aveva cercato attraverso il database dell’FBI, chiarimenti circa il numero di telefono ed il nome stampato sul biglietto da visita.
Il primo corrispondeva realmente all’ambasciata Russa, il secondo era introvabile.
Nessun Sergej Yvanov risultava iscritto a tale ambasciata e Scully decise di evitare telefonate ufficiali per avere chiarimenti.
Non aveva idee precise in merito, ma certo la questione era tutt’altro che conclusa.
Ma se ne sarebbe occupata dopo…
Fox voleva parlare con lei. Aveva urlato e si era agitato chiamandola per tutta la notte. E questo veniva prima di tutto.
Si slacciò il cappotto leggero, una volta scesa dall’auto.
Adesso dava fastidio.
Incrociò il dottor Werber lungo il corridoio, e lo salutò senza alcuna intonazione.

< Agente Scully…>

Parve cercare le parole.

< Che succede ? >, domandò lei, fissandola con gli occhi verdi, tremanti.

< Fox…ha avuto una crisi violentissima, questa notte…Se non fosse stato per Edith…>, disse, indicando l’infermiera che camminava accanto a loro,

<…si sarebbe spaccato i polsi contro la porta! Mio Dio…non ho mai veduto Fox in quelle condizioni…>

Scully si spostò il solito ciuffo dietro l’orecchio.

< Gli avete…dato dei calmanti… ? >

< Solo del valium…era necessario…ora sembra tranquillo, ma…>

< Parlerò con lui…non mi farà del male..ne sono certa…..>

Il dottore annuì, sapendo che era inutile opporsi a quella donna.
Giunsero accanto alla stanza di Mulder.
Scully aprì senza esitare.
Mulder le apparve stravolto, con lo sguardo fisso perso nel vuoto.

< ..Fox..sono…io…>

Dana afferrò la sedia, girandola e si sedette accanto a lui, accavallando le gambe.

<…ciao….>

< ..sono qui…sono arrivata appena ho potuto…>, smozzicò, tanto per dire qualcosa.

< Non…tanto presto…da casa…avresti..dovuto….metterci…meno…ti ho cercata per tutto il giorno…>

Scully deglutì, trattenendo le lacrime con la propria incrollabile fermezza.

< Era notte fonda….dormivo…>

Fox annuì, senza alcuna convinzione.

< …sanno tutto…di noi…ci hanno sempre spiati…come…oggetti sotto una teca di cristallo…>

< Parli…di noi due e di….? >

Annuì.

< Amore…sei così confuso….ho considerato…l’ipotesi che tu…possa… sottoporti ad una terapia d’ipnosi profonda…per cancellare ogni tuo ricordo traumatico ! Sei ridotto ad uno stato pietoso e …non vedo come..>

Mulder si massaggiò, nervoso, le palpebre.

< Non se ne parla ! Non ti permetterò di cancellare quello che sto rammentando.. il mio passato…il nostro passato, ci è stato celato per troppo tempo….>

Dana deglutì, nervosa.
Si massaggiò le labbra.

< E’…è per questo che mi hai chiamato ? >

< No….voglio…autorizzare il dottor Werber a..stimolare la mia corteccia cerebrale..come ti avevo detto prima…con onde a bassa frequenza…sono certo che questi cip mi permetteranno di…sapere ! >

Scully afferrò la sua mano, stringendola al proprio petto.

< Non ti rendi conto di ciò che dici ! Non è possibile giocare con la mente umana, come fosse un videogame ! Posso capire cosa senti, cosa cerchi…la forza che tutto questo ha in te…ma…>

Si voltò, scostando la mano di scatto.

< Che cosa credi di capire tu ? Non mi hai mai…creduto….hai sempre…criticato ogni mia teoria…>

Scully si lasciò scappare una lacrima, mentre il dolore le serrava lo stomaco.

< Non…non è vero…! Sono dalla tua parte, lo sono sempre stata ! Ora più che mai ! Voglio…solo il tuo bene…la tua salvezza….la tua salute… è la sola cosa che conta, per me…>

Tremava, come una bambina.
Mulder si appoggiò al letto, serrandosi il viso fra le mani, incredulo di ciò che aveva appena detto.

<..scusami….Dana….Io…Dio sono così…confuso….è tutto così sfocato… Come se…guardassi nella realtà con altri occhi…non ho mai pensato a te come.. come ad una nemica….ti amo…più della mia stessa vita…>

Si strinse a lui, baciandogli la fronte.
Percepì il sapore della febbre.

< Riposa…non faremo alcuna regressione, oggi ! Sei troppo debole… >

Lui scosse la testa.

< No ! Lo voglio ! Sono…lucido….davvero ! E poi ci sei tu….sono certo che non permetterai a nessuno di farmi del male…nemmeno a me stesso ! >

Scully abbozzò un debole sorriso, asciugandosi le lacrime.

< Ti amo….farò quel che vuoi….ma…ma al minimo cenno di sofferenza…>

Non terminò la frase. Sarebbe stato inutile.
La voce di Mulder era innaturale, velata da una sorta di filtro alterato, così come doveva essere distorta la sua mente.
Ma ugualmente le arrivò al cuore.

< …nulla di ciò che sentirai…potrà mai spaventarti, lo so…Agirai com’è giusto fare….è per questo che ti voglio accanto a me…>

Lo fissò, come per dirgli tutto, senza parole, spostandosi appena i capelli dietro l’orecchio, in infantile gesto di timidezza e difesa.
Mulder le sorrise, sussurrando:

< Credevo…di essere più forte….di saper sopportare meglio…tutto questo.. ma senza di te…se non fosse per la consapevolezza di averti accanto, io…>

Dana gli abbracciò la testa, chinandola sul petto e accarezzandogli la nuca disse:

< Piccolo mio….amore mio grande…>

Fox faticò a riprendersi da quell’atmosfera d’amore dolce e disperato, intensa come i sogni che gli sbriciolavano la mente.

< Chiama il dottor Werber….sono pronto…>

Dana annuì.
Era sempre più convinta che quei ricordi, quei sogni, che lo tormentavano, avessero una comune origine, una violenta ed assurda, ma comunque indiscutibile verità.
Che fossero alieni….Magari non proprio extraterrestri….forse creature vicine alla nostra realtà, coese al nostro mondo, ma in qualche modo esterne ad esso, come chi si trovi ad osservare un paesaggio da dietro una finestra.
Da dove queste realtà, questi alieni, provenivano, era irrilevante.
Molto più importante capire perché si occupassero di noi, della mente di Mulder e di centinaia d’altre persone come lui, anch’esse traumatizzate da avvenimenti che definire "casuali" era sempre più grottesco ed inadatto.
Quale era il loro fine ?
Fu quella domanda, forse in parte filosofica, che avrebbe avuto una parziale risposta, adesso, in quella breve e dolorosa seduta.
Una risposta tanto orrenda da risultare agghiacciante.

---

Testimonianza del 21 Giugno, presenti: l’agente
speciale Dana Scully e il dottore psichiatra Heinz Werber
 
La delicata sintonia di luci e tenui colori, avvolse Fox Mulder, accompagnata dal metodico ritmare del metronomo.
Fox sembrava già in stato di ipnosi prima ancora di sentire la voce del dottor Werber, ma comunque vi scivolò con assoluta normalità.

< Agente Mulder…cerchi di descriverci meglio il luogo nel quale è stato condotto, accanto a sua sorella, tante volte…>

Sbuffò.
Poi iniziò a tremare, e le parole uscirono difficili.

<….è difficile…vedo a fatica delle pareti concave….un soffitto altissimo… è la stazione ferroviaria più grande che ho mai visto…>

Scully scosse la testa.

< Non capisco…>

< E’ un ricordo di copertura…Fox identifica la stazione che ha veduto da bambino, durante il primo viaggio in treno della sua vita, con il luogo nel quale gli alieni lo hanno condotto…>

< ..ma non ci sono treni…lì…solo…un rumore…un suono…che viene da un posto sistemato in fondo al pozzo di luce…>

< Ci parli del pozzo di luce ! Non mi aveva mai accennato a nulla di simile, prima, Fox ! >

Mulder gesticolò un poco, come per far capire che si trattava di una cosa elementare.

< …è…al centro della grande stazione….proprio in mezzo….vien su da lì, la grande luce che illumina tutto…! Una colonna di luce arancione e bianca…grande luce… e dal quel pozzo si sentono le grida…Ahhhhhh…>

Urlò, sconvolto dal terrore.
Scully tentò invano di afferrargli la mano.
Mulder sembrava un bambino spaventato a morte o un malato di mente perso nei propri incubi.

< Che cosa vede ? Cosa ha visto ? Capisce che cosa sono quelle urla ? >

<…si…si molti anni dopo….da grande…NON DIRE QUELLE COSE…NON DIRLE…>

La voce era greve, quasi caricaturale.

< Fox…Fox mi sente ? Di chi è quella voce che le dice di dimenticare ? >

< Viene…viene da lei…da quell’alieno donna….mi…mi apre il cranio e mi infila dentro quel concetto….ma…ma adesso vedo tutto…c’è…>

Era allucinante.
Mulder era sconvolto dalla paura, dalla tensione.
Il viso deformato da una maschera di terrore, i riflessi tesi come corde di violino.
Stava soffrendo, enormemente.
Ma lottava contro la propria paura.

<…piccoli….neonati…bambini…ecco…bambini piccoli….appena nati…sono dentro una sorta di…cono rovesciato…di pozzo chiuso….e poi…noooooooo! >

Il terrore fu tale che Mulder prese a piangere senza fermarsi.
Dana gli sfiorò la fronte, dandogli un piccolo bacio.

< Lo svegli ! >, intimò.

< Sta lottando ! Se vogliamo salvarlo, dobbiamo….>

Lei si alzò decisa.

< La smetta ! Cristo….è intenzionato ad ucciderlo ? >

Le parole di Fox sibilarono a fatica.
Gli costava terribilmente profferirle, ma doveva.

< …dentro…buttano dentro quel pozzo…delle..cose…sembrano delle larve… alieni dalla forma strana…e..loro iniziano a mangiarli….Dio Onnipotente… li mangiano vivi ! >

Il dottor Werber si chinò su Fox, raggelando.

< Parla dei bambini ? Intende dire che stanno divorando dei bambini ? >

<…si…li mangiano…il pozzo diventa disgustoso….colmo di sangue..e loro… sento il rumore delle fauci…che li dilaniano, i loro pianti, le loro grida… E’ la cosa più orrenda che abbia mai visto…è terribile…ho paura… lei cerca di dirmi che non è nulla, ma lo vedo…Cristo lo vedo ciò che fanno ! >

Prese una sorta di lungo rantolo, e Scully vinse il terrore che quel racconto le causava, riavvicinandosi a lui.

<…SONO GLI ULTIMI…DELLA VECCHIA SPECIE…QUELLI NATI PRIMA DEL NOSTRO ARRIVO QUI…>

Ora la voce di Mulder divenne metallica.
Era sempre grottescamente femminile, come di un uomo che cercasse maldestramente di imitare una donna, ma con quell’inflessione profonda che causava sgomento, piuttosto che ilarità.

< E’…quell’alieno femminile, vero ? Le parla nella testa..le spiega ciò che vede ! >

< Basta ! Lo svegli….brutto…bastardo ! >, urlò Scully.

< Si….PRESTO ARRIVERANNO I NUOVI…BASTA!!! >

Poi la mente di Mulder si chiuse, come una porta che sbatta per un colpo d’aria e rimase immobile, in silenzio.
Il dolore e lo sgomento cessarono del tutto.
Fox era in stato catatonico.

< Fox ? Agente Mulder ? Mi sente ? Voglio che sì svegli…mi sente ? >

Nessuna risposta.
Scully si alzò decisa, afferrando il dottor Werber per un braccio e sbattendolo contro la parete.

< Com’è che non risponde ? Che le ha fatto ? >

< Non lo so…cioè credo sia una forma d’autodifesa…forse ciò che rammentava era troppo doloroso e la sua mente si è come…bloccata, chiusa…>

Scully gli piegò il braccio sino a fargli male.
Il cuore le scoppiava nel petto.

< Si rende conto di ciò che dice ? Lo sa o no, che potrebbe rimanere in quello stato per sempre ? >

< Non ci sono segnali in tal senso…è forte…si rimetterà…>

Il viso di Scully arrivò a sfiorare quello del dottor Werber, mentre lei parlò con i muscoli contratti dall’ira.

< Se mi avesse ascoltato…se avesse interrotto la sua ipnosi del cazzo…. La ritengo colpevole…..è colpa sua….! Ma le giuro che…che se Fox dovesse.. non riprendersi da questo….io…io…>

Lasciò la presa.
Lo guardò.
Mulder si era messo seduto e rimaneva con le braccia molli, lungo il corpo, fissando il vuoto della parete.
La sua mente, una lavagna bianca.

< Amore ? Fox sono io…sono Scully…>

Nessuna risposta.
Scully si sedette accanto a Mulder, togliendogli gli occhiali e sistemandogli i capelli con un buffetto leggero.
Poi si accovacciò sulle sue gambe, senza sentire una parola delle paludose frasi del dottor Werber.
Se doveva accadere, se era accaduto, voleva che fosse così: con lei nel suo grembo.
E nulla le sarebbe mai più importato.

***

CAPITOLO TREDICI

 

Clinica per le malattie mentali di Silver
Springs, Stato del Maryland, Ore 05.00 Pm
Venerdì 21 Giugno 2002
Scully uscì dalla stanza, e le sembrò che il corridoio della clinica si allungasse all’infinito, inghiottendola.
In quella circostanza non era dissimile dalle astronavi di luce che riemergevano dalla mente di Mulder.
Barcollò un poco.
Era stanca e spossata dall’inappetenza. Non aveva mangiato nulla per tutto il giorno, rimanendo accanto a Fox, che si era seduto sulla propria branda, senza dare alcun segno di vita.
Fissava il vuoto, come stesse perdendosi in un cielo pieno di stelle.
Alla fine, la parte razionale della sua mente, si ribellò.
Era inutile, doloroso ed inutile, restare a vegliarlo all’infinito.
Aveva il dovere, l’assoluto dovere di sapere, di capire, di affrontare la faccenda.
Ed esisteva un solo modo per farlo.
Quel biglietto….
Se lo rigirò fra le dita, indecisa.
Non si fidava certo di quel misterioso individuo, incontrato in chiesa.
Ma era la sola persona che poteva dirle qualcosa di diverso.
Si sentì come doveva essersi sentito tante volte Fox Mulder.
Costretto a fidarsi di sconosciuti, incontrati in luoghi e circostanze misteriose, fidandosi solo del proprio istinto.
Prese il cellulare, per poi girarsi un’ultima volta verso la stanza di Mulder.

< …ti aiuterò….te lo giuro…>, sussurrò.

Una volta fuori, l’aria umida la aggredì.
La voce, le scese, divenendo un poco roca, mentre un teso vento si levava da ovest.
Scully salì in auto e prese un profondo respiro.
Digitò il numero, socchiudendo le palpebre.
La linea fu libera.
Al quarto squillo, un istante prima che Dana chiudesse la linea, udì una pesante voce dal marcato accento cirillico, rispondere.

< Da ? >

<…è il 5558995060 ? Sono….l’agente speciale Dana Scully…dell’FBI….>

< Chi cerca ? Chi le ha dato questo numero ? >

Le parole erano storpiate, come se chi le pronunziasse avesse scarsa dimestichezza con l’Inglese.

< Un uomo…chiamato Sergej Yvanov….>

Una lunga pausa.

< Agente Scully ? Immagino abbia cambiato idea….>

Non ebbe difficoltà a riconoscere il tono tranquillo del massiccio agente Russo che aveva veduto in chiesa.

< …non le prometto nulla ! Intendo solo….saperne di più, di tutta questa faccenda..>

Strinse il volante, mentre una smorfia di rassegnazione si disegnò sul viso.

< Si faccia trovare a casa, questa sera, alle dieci e trenta…passerà un’auto scura, a prenderla ! Farà due colpi di clacson e lascerà le frecce d’emergenza attive per tre minuti ! Se non la vedrà, sparirà e così anche il nostro contatto ! Mi ha capito ? >

Dana si morse appena le labbra.

< Si…>, sussurrò.

< Indossi un abito da sera…>

< Intende lustrarsi gli occhi, brutto…>, apostrofò, mentre due fiamme le scaturirono dalle pupille.

< Non solo ! E’ appena stata invitata ad un ricevimento all’ambasciata Russa, agente Scully ! Lei è una bella donna…valorizzi il suo aspetto…>

Sentì riattaccare.
Gettò, disgustata, il cellulare sul sedile del passeggero e con le dita tremanti, avviò la macchina.
Pregò solo che tutta quella ridicola sceneggiata alla James Bond, servisse ad aiutare Mulder…solo questo !
Il resto non le importava.

---

Appartamento di Dana Scully, 3170 road 35,
W.53, Annapolis, Stato del Maryland, Ore 10.27 Pm
Venerdì 21 Giugno
Scully decise di riporre la piccola calibro 9, nel cassetto del comodino.
Bevve d’un fiato il brandy che stava agitando da mezz’ora e si affacciò alla finestra.
Era inutile e fuori luogo, portare la piccola pistola dal calcio in porcellana, in un’ambasciata.
Certo, la piccola due colpi, si sarebbe potuta nascondere anche nella scollatura audace dell’abito chiffon semi-trasparente, ma a che sarebbe servito ?
Forse solo per farsi perquisire, o peggio farsi scoprire da eventuali agenti all’interno dell’ambasciata e mandare a monte tutto.
I piccoli lustrini dell’abito, brillarono alla luce fioca del lampione stradale, quando vide l’auto, una lussuosa Cadillac color blu notte, sostare in strada.
Due colpi di clacson.
Dana prese la borsetta blu, evitò di specchiarsi e sistemarsi i capelli e deglutì nervosa.
Uscì, proprio quando la segreteria telefonica si attivò.
In strada infilò le chiavi nella borsetta, proprio mentre uno dei due, uscì aprendole la portiera posteriore.
Lei non disse nulla.
Vide un auricolare spuntare dall’orecchio del massiccio e silenzioso personaggio che era sceso dall’auto e comprese chi fossero quei due uomini.
La portiera si chiuse con un colpo soffocato, pesante.
Dana si sistemò la gonna corta, tirandola verso il basso e per un attimo fu tentata di chiedere la destinazione del suo viaggio, pur sapendola bene, ma desistette.
I due davanti, erano chiaramente agenti segreti, e non la degnarono di uno sguardo.
Evidentemente erano già informati del suo aspetto e di certo non avrebbero perso tempo in parole inutili.
Dopo una decina di minuti, quindi, si sorprese nel vedere il vetro color notte di sicurezza, abbassarsi.

< Desidera un cocktail ? Può servirsi al mobiletto bar, signora Yvanov…>

Dana fece un cenno di diniego deciso.

<..signora Yvanov….>, sussurrò.

Davvero un figlio di puttana….si disse.

Si appoggiò al comodo sedile posteriore, fissandosi le mani, nervosa.
Era senza alcuna copertura, poiché nessuno all’FBI era informato di quanto stava facendo, e Mulder non poteva certo aiutarla.
Il tragitto durò una buona mezz’ora.
La Cadillac procedeva ad andatura sostenuta, sfrecciando nella corsia di sorpasso.
Dana giunse così all’ambasciata Russa poco dopo le undici e un quarto.
Il pesante cancello d’acciaio, lavorato e in stile ottocentesco, si aprì, e la limuosine parcheggiò sul lato destro della villa, in uno spiazzo enorme, circondato da alte siepi e da vialetti di ghiaia bianca.
Scully scese senza attendere che le fosse aperta la portiera ed uno dei due agenti russi, le porse un biglietto di cartone, bianco.

< E’ l’invito…>, disse, abbozzando un debole inchino di saluto.

Dana sorrise, un finto sorriso che forse i due etichettarono come snob, ma che in realtà era d’imbarazzo e nervosismo.
Si ritrovò alla soglia, dopo una lunga scalinata di marmo e cemento, che dallo spiazzo principale dominato da una fontana barocca, portava all’androne della villa.
Mostrò il biglietto ad una coppia di camerieri in livrea, trovandosi circondata da azzimati signori di mezza età, accompagnati da signore eleganti, ragazze giovani e belle, fotomodelle.

< Prego…il ricevimento è al secondo piano…>, disse uno dei due, mentre l’altro fece scivolare l’invito in una sorta di fessura infissa nel muro.

Scully si sfiorò un ricciolo ribelle dei capelli, per l’occasione tirati su, raccolti a mignon con una sobria ma bella spilla bianca, e rimpianse le normali occasioni delle sue missioni, in uffici scomodi, con agenti scontrosi e sudati, che fissavano lei e Mulder come alieni appena sbarcati a Times Square.
Non era il suo ambiente e presto, mentre saliva pian piano, appoggiando mollemente la mano al corrimano di marmo ed alabastro, altre domande la tormentarono.
Se qualcuno le avesse rivolto la parola, ad esempio ?
Che avrebbe dovuto dire ? In quale lingua ?
Ed in fondo….che si aspettava davvero di trovare, lì ?
Si trattava di paludati ambasciatori, signore ricche e altezzose….tutte cose che non c’entravano per nulla con Mulder, gli Xfiles…
Strinse la piccola borsa di pelle, mentre il suono ovattato e dolce della musica, le arrivò da dietro le pesanti porte di legno che nascondevano la vista al salone.
La porta si spalancò, e all’unisono, si udì un deciso colpo sordo, caratterizzato dal battere di un pesante bastone dalla punta d’acciaio sul pavimento.

< La signora Yvanov…il console dell’ambasciata della Lettonia…>

Il maggiordomo leggeva con cadenza metallica i nomi e per un istante, Scully fu decisa a tornarsene indietro.
Invece, quasi in assenza della propria volontà, entrò nel salone.
Una splendida orchestra stava su un palco, in fondo all’immenso salone, in parte gremito, ma in attesa di riempirsi del tutto.
Violini, flauti, un violoncello, per una ventina d’elementi…
Molte coppie ballavano con eleganza, altre chiacchieravano accanto a lunghi banchi colmi d’ogni ben di Dio.
Vide uomini in frac scuro, con cravatte rosse e splendidi ornamenti da ambasciatore, abiti costosissimi, di stilisti italiani..
Sbuffò.
Ok…la festa, il ricevimento, erano grandiosi….ma che ci faceva lì ?
Se Mulder avesse avuto bisogno del suo aiuto, in quel momento ?
Passeggiò tesa accanto ad un lunghissimo bancone, dietro al quale si agitavano, eleganti e minuziosi, decine e decine di camerieri.
L’orchestra intonò una musica di Bach, un andante con brio, e Dana prese con la punta delle dita un diplomatico al caviale.
Lo spizzicò quasi senza aprire la bocca e trovò ironico il fatto che il primo cibo che mandava giù da quasi ventiquattro ore, fosse caviale.

< ….cara…>

Yvanov sbucò dalla folla, quasi alle sue spalle, alto e massiccio come un orso siberiano, cingendole la vita e sorridendole.
Lo stuzzichino cadde dalle dita di Dana, che fece per scostarsi.

< ….>

Fece per dire qualcosa, ma lui la baciò, stringendola a se.
Un bacio deciso, che la sbilanciò, bloccandole il fiato.

<…sono contento che sia venuta…>, disse, staccandosi da lei.

Scully prese fiato di nuovo, mentre un fuoco d’ira si accese nelle sue pupille.

< Lo vedo ! Lei è solo….un playboy da strapazzo ! Si può sapere che cosa crede di…>

Passò il braccio intorno a quello magro e roseo di Dana, fingendo di passeggiare con lei attorno ai tavoli.

< Mi scusi….non nego che sia stata una …piacevole messa in scena, ma non sì dimentichi che qui, molte persone la credono mia moglie. L’agente Mulder….? E’ peggiorato ? >

Scully sollevò lo sguardo, fissandolo negli occhi.

< Come..sa delle condizioni di Fox ? Non…intendo dirle nulla, almeno sino a  quando non avrò chiarimenti in tutta questa faccenda ! >

< La prego di godersi la festa ! L’uomo che intende parlarle è in una seduta… speciale, e credo che ne avrà per qualche ora…E’ già stato informato della sua presenza qui…ma esistono canali ufficiali che non possiamo violare…Ah…mi scusi…>

Strinse la mano di Scully, intrecciando le proprie dita con le sue.

< …non mi sono presentato…ufficialmente, almeno. Sono il capo sorveglianza dell’ambasciata Russa qui a Washington, non che ufficiale del servizio di sicurezza della polizia russa…>

Scully finse un solare sorriso, non appena una coppia di diplomatici si affiancò ad entrambi.

< Mi lasci la mano ! O giuro che le rifilerò un poco diplomatico calcio nelle parti basse….chiaro ? >

Yvanov eseguì, sorridendo.

< Dunque…lei è un agente del KGB…>, mormorò Dana, parlando in modo che il tono della voce fosse al di sotto di quello della musica.

< Il KGB non esiste più….comunque…sì…diciamo che lo sono stato e ne faccio parte tutt’ora…Ho fornito io, all’uomo che intende incontrarla, i dati su quel che è accaduto a Fox Mulder…>

< E’ una spia ? >

< Passo informazioni, tutto qui…>, mormorò, porgendole un calice alto, colmo di un  denso liquido giallognolo, lei cui frizzanti bollicine salivano rapidamente in superficie, disegnando una briosa schiuma bianca.

< Champagne ? >, disse, sorridendole.

Dana scosse la testa, salvo ritrovarsi il bicchiere fra le dita.

< Modo elegante per dire la medesima cosa….>, sillabò, assaggiandone un goccio.

< Non sì scandalizzi…è sempre stato fatto…Il mondo vive d’equilibri…di piccoli contrappesi…occorre bilanciare le scoperte di uno con i bisogni dell’altro… Posso dirle che…attualmente questi contrappesi, questi equilibri, stanno per spezzarsi ! >

Scully avvertì il magnifico aroma dello champagne e lo stomaco parve assestarsi, chiedendole cibo.

< …A maggior ragione…mi è oscuro il motivo del suo…contatto con me… Yvanov…! Non sono certo amica della CIA e d’altre associazioni segrete… e tanto meno lo è Fox Mulder…>

Le porse un pasticcino, un bignè colmo di crema.
Dana fece per prenderlo, ma Sergej scostò appena la mano.

< Faccio io….>

La imboccò, o almeno tentò di farlo, visto che Scully n’addentò l’inizio, colpendolo poi con uno schiaffo alla mano, che fece rotolare il bignè a terra, sul meraviglioso pavimento a mosaico del salone.

<…la prossima volta la mando al diavolo…lei e la sua.."copertura" del cazzo, capito ? >

Yvanov annuì, questa volta senza sorriso.

< …Ciò non di meno…avete scoperto cose e…fatti che interessano e sono interessate a numerose potenze straniere, agente Scully ! Ma ora…>

Bevve d’un sorso lo champagne, e la cinse a se, posandole il braccio sinistro all’altezza della vita, mentre le sollevava sopra la testa quello destro, spingendola verso il centro del salone.

< Se la cava a ballare il valzer, Dana ? Non mi menta…so che ha studiato danza all’età del liceo…>

Udì le note di " Sul Danubio blu" di Strauss.

< Di certo…lei sembra conoscermi molto bene….ma le dico anche che non ballo da anni….e poi mi sembra che sia arrivato il momento di…aggiustarle quel calcio che le avevo promesso prima ! >

Yvanov si avvicinò al suo viso, quasi a sfiorarlo.

< Vede quell’uomo ? >, disse, girando appena la coda dell’occhio.

Dana si bloccò, gettando una rapida occhiata all’estremità del salone, accanto ad una lunga fila di finestre che davano sul cortile interno.

< Si…>

< E’ un membro del comitato…Forse lei ha modo di conoscere l’associazione come…Enclave o consorzio occulto….Lavora per elementi vicini al suo governo ombra….Non deve sospettare di nulla…le ripeto…Per molti qui, siamo marito e moglie…>

Scully deglutì.
Era sempre più assurdo e senza senso.

< Lei…ha una moglie ? >

< Mai stato tanto folle….>, sorrise.

La bocca di Dana si disegnò in un timido sorriso, questa volta spontaneo.

< Mi scuso…di nuovo…ma la nostra discussione era divenuta….troppo professionale…occorreva uno slancio…emotivo…Ci stavano guardando..>

Scully annuì, per nulla convinta ma decisa ad agire.

< Lei conosce…le finalità di quel…gruppo ? >

< Affatto ! Opera nel più assoluto riserbo…solo l’uomo che intende vederla, è al corrente delle reali finalità dell’Enclave ! Diciamo che ho capito, che la figura chiave della cospirazione, è Fox Mulder ! >

Dana smise di colpo di ballare, scansandosi con decisione.
Attraversò la pista, sino alla soglia, mentre Yvanov la tallonava, senza voltarsi.

< E’ impazzita ? Dico…si rende conto che…>

Allora Scully si voltò, serrando i piccoli pugni, mentre un’espressione di sfida si accese sul suo viso.

< Pensa che sia disposta ad ascoltare altre assurdità ? Mulder non è implicato in nulla che possa avere a che fare con….quelle persone ! >

< Spesso…non si opera in modo consapevole ! Mulder è stato usato…fin dalla propria infanzia…! Come lei del resto ! Come lo sono stati il padre di Mulder… ed il suo ! >

Un piccolo brusio si accese nel salone, ma Dana parve non captarlo.

< Che cosa sapete di mio padre ? Voglio la verità…! >

Yvanov si avvicinò sino a sfiorarla, e Dana vide, alle sue spalle, il misterioso personaggio di prima.
Aveva fra le dita una sigaretta, e ne aspirò una piccola boccata, guardandoli con occhi sottili.

< L’avrà…le chiedo solo pazienza…Cristo lei è una furia ! E’ più impulsiva di Mulder…>

Si strinse a lui, quasi sparendo dietro la sua stazza.

<…e sia…recitiamo questa commedia ! Ma…i limiti li stabilisco io…. Sono stata chiara ? >

Yvanov annuì.

< Fra un quarto d’ora…ci sarà il discorso dell’ambasciatore e del rappresentante Russo alle Nazioni Unite…poi potrà incontrare l’uomo che le dicevo…>

Scully sospirò.
L’attendevano lunghi discorsi in cirillico, cui conosceva appena poche sillabe.
Yvanov le diede un finto bacio alla guancia e l’uomo con la sigaretta accesa si scostò da un lato.
Li fissò per una decina di secondi, poi svanì nella folla che andava riempiendo il salone.

***

CAPITOLO QUATTORDICI

 

Ambasciata Russa, Rhode Islands Avenue,
Washington DC, Ore 01.04 Am, Sabato 22 Giugno
Yvanov salutò con un radioso sorriso, uno degli ambasciatori che avevano letto il discorso ufficiale, congratulandosi.
Dana era rimasta fuori della sala del congresso, comunicante con quella del salone e si sentiva esausta.
Il discorso ufficiale era stato interminabile, fitto di parole e d’applausi, che aveva eseguito come fosse una marionetta.
La cena era prevista dopo la mezzanotte, ma era andata ancora per le lunghe.
Si sedette, fissando il vuoto, sempre più decisa a levare le tende e sloggiare.
Se ne sarebbe andata poco diplomaticamente in tassì.
Quando fu sul punto di prendere il cellulare e chiamare, Yvanov apparve alla soglia.

< Mi scusi…queste riunioni diplomatiche sono così…noiose…Si sarà annoiata…>

Lei annuì.

< Vorrei…sapere il motivo della mia visita…sinceramente…non mi sembra di aver saputo molto, venendo qui ! >

Le porse una chiave.

< La prima stanza, all’ultimo piano ! Entri e si chiuda dentro ! Non parli con nessuno…arriverò presto…e non sarò solo ! >

Scully prese le chiavi e si alzò, mentre una fitta le trafisse le gambe.
I tacchi…la stavano uccidendo.
Era abituata a portarli, ma così alti e a spillo…
L’ambasciata si andava svuotando, e di questo provò uno strano sollievo.
Salì tutti i piani e una volta giunta all’ultimo, entrò nella stanza stabilita.
Era un appartamento privato.
Un grande salotto, elegante e colmo d’oggetti d’epoca, e dalla porta aperta, si vedeva nitidamente la stanza da letto.
Si sedette su una poltrona e lottò con la propria concentrazione per non addormentarsi.
Trascorse una buona mezz’ora.
Dana si appisolò solo per un istante, ma non appena udì la porta aprirsi, si destò subito.
Yvanov entrò, tenendo la porta socchiusa.

< E’ qui….>, disse sporgendosi verso il corridoio.

L’uomo entrò, chiudendo la porta alle proprie spalle.
Apparve un uomo alto, sulla settantina, vestito elegantemente ( indossava ancora il frac della cerimonia, benché Dana fosse certa di non averlo mai visto fra la folla, quella sera ), capelli corti e radi al centro della fronte.

< Dimitri Nuchov, per lei…agente Scully…>

Si massaggiò le palpebre, mentre le parole non le arrivavano.

< Capisco la sua sorpresa…ma le spiegherò ogni cosa…Yvanov…>, disse, indicando a Sergej Yvanov lo stereo, montato all’interno di un pregiato mobile del settecento.

< Bach o Mozart ? >

Scully si scosse dal senso d’assoluta meraviglia che la stava bloccando, mormorando:

< Mozart…>

Yvanov eseguì, alzando moderatamente il volume.

< Posso attendere qui, signore ? >

< Si…siediti accanto all’agente Scully…>

Dana prese appena fiato, passandosi una mano sul piccolo ricciolo ribelle dei capelli, che scendeva accanto al suo orecchio, cadendo dalla pettinatura raccolta.

< Cognac, Brandy ….>

< Nulla…non ho mangiato questa sera e…>

< Se vuole le faccio portare qualcosa…le cucine qui, sono attive per tutta la giornata, durante le riunioni formali..>

Scosse il capo, decisa.

< Chi è lei…? Che cosa significa tutta questa storia ? >

< Sono uno dei membri attivi di una sezione russa denominata RBM, cioè ricerche bio militari…In effetti la mia sezione è sempre stata legata a doppio filo con il KGB, per motivi che comprenderà benissimo…>

Lei non si mosse. Quell’uomo le dava l’idea di un distinto professore universitario, più che una persona implicata in qualcosa d’enorme come quel che pulsava sotto la superficie.

< Abbiamo prodotto i virus e le armi batteriologiche d’ultima generazione, per oltre trent’anni ! Prima di decidermi a mettermi allo scoperto con l’agente Mulder e lei, ho voluto vagliare la vostra posizione…i membri della cospirazione mi credono ancora dalla loro parte e se mi scoprissero…>

Fece scivolare due cubetti di ghiaccio nel bicchiere e lo agitò appena.

< Per un certo periodo, ho collaborato con un uomo, che lei conosceva con l’epiteto di "Nessuno"…>

Dana deglutì.
Il disagio del vestito, della situazione, di tutta quell’assurda vicenda, si scostava per far posto alla curiosità.

< Allora…era in parte esatto, affermare che Nessuno intendeva usarci per fornire informazioni alla Russia….Siete delle spie ! >

< Mi dia tempo di spiegarle, agente Scully ! Voglio raccontarle una storia….>

Bevve un sorso di wodka, imitato da Yvanov, che ne servì anche a Dana.
Lei ne vide i riflessi ambrati, sotto la luce della lampada da tavolo che li illuminava parzialmente.
N’annusò appena l’aroma, senza sorbirne.

< Nel 1908, a Tunguska, in Siberia, nel cuore di quello che allora era l’Impero degli zar, cadde un oggetto proveniente dallo spazio profondo…>

Non sì divano più suoni.
Era notte fonda, e l’ambasciata era ormai occupata da personale di servizio, agenti di sicurezza e ambasciatori sovietici.

< Per quasi trent’anni, sino al 1937, nessuno seppe capire l’importanza e l’enormità di quello che era accaduto…Poi, sotto la guida del politriburo del PCC, furono effettuati scavi nella zona…erano scavi difficili, per via della geologia del luogo d’impatto…rocciosa, scoscesa…L’entrata in guerra dell’URSS ritardò i lavori, che ripresero solo dopo il 1947…dopo Roswell…>

Scully s’inumidì le labbra con la wodka.

< Intende…che i due fatti furono collegati ? Lo erano ? >

< Esattamente ! In entrambi i casi, accadde un impatto non previsto di un UFO.. una navicella aliena, che per cause sconosciute, perse il controllo e si schiantò al suolo ! Si trattava però…di due diversi tipi di mezzo spaziale….quello che cadde in Siberia, era un immenso…come posso dire…una immensa incubatrice, che si sarebbe attivata al momento opportuno ! >

Dana gettò uno sguardo a Yvanov, che sembrava assorto quanto lei.
Forse anche per lui, era arrivato il momento di capire tutto, fino in fondo.

< Per…attivare questa…colossale camera nido, era necessaria una cosa fondamentale…Che gli alieni spedirono sul lato opposto della Terra, a Roswell. Il veicolo conteneva occupanti…alieni, agente Scully ! >

Lei cercò di fermare il tremore alle mani.

< Mi sta raccontando avvenimenti di decenni or sono…cosa vuole che m’importi, di ciò che accadde in Russia e in America ? Lei sa perché Mulder è in quelle condizioni, vero ? >

< In che stato si trova ? E’ catatonico ? >

Scully annuì, mentre io dolore le trafisse le palpebre.
Si sfiorò le gote in un dolce gesto di difesa.

< Allora siamo ad un passo dall’Apocalisse…>

Posò il bicchiere di wodka sul tavolino da caffè, accavallando le gambe e fissandolo, disse:

< Intende…l’invasione ? E’ questo ciò che cerca di farmi credere ? Bhè…occorre che mi porti prove, e belle grosse, se vuole…>

< Posso solo assicurarle che io stesso ho contribuito a creare parte del disegno che sta per travolgere il mondo intero ! Solo…ho sempre pensato che non si arrivasse davvero a tutto questo ! Che si potesse fermarli…>

< Avete creato un veicolo di contagio orrendo e adesso vi fate prendere dagli scrupoli ? Nulla può davvero giustificarvi ! >

< Non capisce…nulla può fermare quel che sta accadendo…! Nulla ! Glielo dico io stesso, che per anni mi sono adoperato affinché ciò non avvenisse ! La covata è pronta….>

Dana scosse il capo.

< Assurdità…>

< No ! Come agente addetto alla sicurezza, sono costantemente informato dei movimenti delle truppe dell’Armata Rossa in patria….>, la interruppe Yvanov,

< …e negli ultimi dieci giorni, sono stati revocati tutti i permessi di licenza sul Baltico e lungo le Stretto di Bering. Più di cinquemila attivisti sono stati richiamati alle rispettive dislocazioni e cento sommergibili atomici, pattugliano le coste della Siberia ! Capisce che vuol dire ? >

Nuovamente Scully sorseggiò la bevanda russa, sentendosi avvampare le gote.

< Non esistono allarmi di un riacutizzarsi di una crisi fra USA e Russia… Putin e Bush sono in sintonia e…>

< Lasci stare i presidenti…qui stiamo parlando di un’Enclave di persone capaci di decidere per tutto il pianeta ! Presto i visti saranno revocati, i voli per Mosca e Washington chiusi e noi dell’ambasciata, richiamati al nostro paese ! Sarà il primo passo verso la dichiarazione di guerra ! >

Scully impallidì.

< Che dite ? Ma vi rendete conto di quel che…>, deglutì.

Poi sbottò in una risata nervosa, quasi isterica.

< E’ incredibile…>

< Di che parla ? >, mormorò Yvanov.

< Di quel che intendete farmi credere ! Insomma….le guerre non scoppiano certo per dei rottami di cinquanta e più anni fa….né per ciò che sta uccidendo Mulder ! >

< Non morirà…Mulder non morirà…subirà…una trasformazione…diverrà… completo ! >

Dana si alzò di scatto.
Fissò, ferma e al tempo stesso tesa e tremante, Jeremiah Smith.

< La smetta ! Smettetela tutti e due ! Non so nemmeno perché vi abbia dato spago ! Non so quali siano i vostri fini, ma non li otterrete grazie a me…>

Yvanov le strinse un braccio, trasmettendole una sorta di scarica elettrica, una sensazione di fermezza che la bloccò.

< Si calmi…deve sapere tutto, prima di bollarlo come assurdo ! >, mormorò guardandola negli occhi verdi.

Scully fece una debole smorfia d’imbarazzo.
Per quanto odiasse ammetterlo a se stessa, quell’uomo la colpiva.
C’era un qualcosa di magnetico in lui.

< Intendo darle gli elementi per capire, per fermare la colonizzazione della Terra…Quegli esseri...credevamo che cooperassero con noi, che in qualche modo intendessero elevare la vita sulla Terra, ad una condizione più alta…>

Si versò nuova wodka, come se servisse a scacciare gli incubi che lo tormentavano.

< Dopo il 1965, ci sono pochissime persone che sanno questo è chiaro, in un luogo denominato Area 51, nel Nevada, io ed altri membri di un’equipe medico biologica giapponese ed esperti americani, fummo…messi in contatto con l’entità aliena superstite nello schianto di Roswell ! Anche suo padre, era presente…come il padre di Fox Mulder ! A differenza di quanto accadde nel 1908 a Tunguska, da voi sopravisse una occupante…Una femmina, capisce…? >

Scully pensò, per un istante, all’alieno dalle fattezze femminili che Fox aveva detto aver visto in Alaska, e a quello che tormentava i sogni attuali di Mulder.

< Vada avanti..>

< E’ difficile da spiegare…ci parlò…nella testa…Era morente, per via dell’impatto, ma assolutamente superiore a tutto ciò che avevamo mai visto, immaginato… Penetrò in noi, nelle nostre anime, convincendoci della giustezza e della ineluttabilità del Progetto ! Il mondo avrebbe avuto una nuova razza, coesa con le stelle ! >

Tremò, ed apparve folle, in quel momento.

< Capisce ? Una razza umana per sempre libera da fame, ingiustizie, divisioni religiose…in armonia assoluta con l’universo ! >

Scully si sfiorò la fronte.
Era pazza solo ad ascoltare la metà di quelle farneticazioni.
Ma sapeva, lo aveva capito da Asaky molti mesi prima, che il fanatismo assoluto di quegli uomini, non era dissimile da quello nazista.
Una fede folle…
Nuchov si alzò, sporgendosi verso Dana, sfiorandole le mani.

< Era una bugia ! Un’assoluta bugia ! "Loro"…non avevano a cuore la nostra evoluzione…si sarebbero serviti di noi….per…cancellare ogni essere vivente dalla faccia della Terra ! Ma…molti si sposarono anima e corpo a questo folle progetto……L’Enclave preparò tutto per cinquant’anni….Si sono levate voci discordi in seno al gruppo, ma l’uomo che fuma pensò bene di eliminarle, a suo tempo ! Un…piano studiato alla perfezione, che si svolgerà su due fronti…>

< Quali ? >, chiese Scully, angosciata.

< Saranno contaminate tutte le riserve di carne e di latte del paese…Parallelamente sarà diffusa, in città chiave, una massiccia infezione virale, il cancro nero agente Scully, prodotta dall’Enclave attraverso lo studio e l’elaborazione del DNA alieno allo stadio iniziale…E’ meno virulenta di quella aliena, ma ugualmente si spargerà il terrore…I medici dell’esercito avranno quindi l’ordine di praticare vaccinazioni di massa…agevolati dallo stato di guerra e d’emergenza fra i due blocchi…! In realtà diffonderanno il virus…quello alieno…Si creerà il governo ombra!>

Scully sospirò, affranta.

< Io…come si può credere alla metà delle sue affermazioni ? Senza prove….senza riscontri scientifici…io…>

< Lei e Mulder…il vostro passato…siete anche voi la chiave di tutto questo ! >

Si strinse le mani, tremante.

< E’ folle ! Mulder ed io abbiamo rischiato la vita decine di volte….se fossimo stati al centro di quel che dice, ci avrebbero messo sotto una teca di cristallo ! >

Yvanov si alzò, dopo un cenno di Nuchov.

< Per questo fu creata sua figlia, agente Scully ! >

Dana sentì una sorta di nodo alla gola, e per un attimo smise di respirare.

< Che…che c’entrava Alice ? E’ viva ? Dove si trova ? >

Yvanov buttò sul tavolino una busta.

< Che c’è dentro ? >, domandò Scully.

< Foto…>

Comprese dal tono di Yvanov.
Afferrò la busta e ne strappò un lembo, per poi aprirla del tutto.

< O mio Dio….>

Vide Alice in una sorta di bolla di plastica trasparente, immersa in un liquido verde..
ne vide varie trasformazioni, sino a quella finale.
Chiuse gli occhi, mentre una lacrima, le scese dalle gote.

< Era stata creata con l’incrocio del patrimonio genetico di entrambi, suo e di Mulder…era pronta nel caso uno di voi due non fosse sopravvissuto…! Ma poi…quell’uomo decise di eliminarla ! Intendeva coinvolgere solo lei e Fox…>

< E’ morta….è morta…>, ripetè.

Lo sapeva bene, lo sapeva da subito…eppure non aveva la forza di crederci…
Comprese come poteva sentirsi Fox, come aveva dovuto sentirsi in tutti quegli anni…
Sapere che era finalmente vero, non la consolava, ma anzi allargava il baratro nel quale il suo cuore stava precipitando.

< Mi spiace…ma non mi avrebbe mai creduto, se non l’avesse visto con i suoi occhi…>

Maledì il momento nel quale, al funerale di sua madre, aveva evitato di sparare a Smoking Man.

<…cosa..cosa ci hanno fatto ? >

Nessuna risposta.

< Ho il diritto di sapere ! >, gridò.

< Il vostro genoma…almeno una parte di esso…è determinante per l’Apocalisse finale…>, mormorò Dimitri Nuchov.

< Si, ma come ? >

Aprì la giacca, gettando un tesserino sul tavolino da te.

< E’ una scheda magnetica di accesso al Pentagono…A suo tempo, feci in modo che l’uomo che lei conobbe come Nessuno, potesse consegnarne una simile a Fox Mulder…>

Dana ripensò al racconto fatto da Mulder, circa la sua visita nel Pentagono, in una sorta di livello segreto, nemmeno segnato sulle cartine dell’istallazione.

< Anche a Mosca, esiste un’istallazione simile…ho potuto farlo solo perché il Progetto è una collaborazione a livello mondiale…Immagino che Fox Mulder le abbia spiegato ciò che vide in quel bunker sotterraneo..>

Abbassò appena il mento, fissandosi le scarpe.

< Io…non mi ha detto poi molto…tornò in condizioni pietose da quel luogo… io stessa rischiai la morte arrivando ad essere contagiata da quel liquido… quel cancro nero..come lo chiama lei….>

Nuchov si sfiorò le labbra, tremante.

< Immagino che l’agente Mulder, abbia individuato lo schema genetico di sua sorella Samantha…di ciò che fu creato allora qui, in america e che noi Russi non siamo mai stati in grado di riprodurre…Ma per rendere attivo tutto il Progetto, tutta la fase finale dell’Apocalisse, occorre una sequenza di DNA…l’unica che manchi ancora..Essa si trova divisa nel suo sangue, agente Scully ed in quello di Fox Mulder ! >

Dana guardò, con occhi lucidi, Yvanov, che fece un debole cenno affermativo.

< Intende…il risultato dei nostri rapimenti ? Quello che provocò il mio cancro e la malattia di Fox…? >

< Forse si….o forse i geni vi furono inoculati a livello puberale…nell’infanzia.. Non esiste limite a quello che quelle persone sono disposte a fare ! >

Tutto sembrava grottesco, immerso in un’atmosfera da teatro dell’assurdo.
Tre persone, sedute davanti a della wodka, discutevano della terza guerra mondiale.
Pazzesco.

< Io…voi…voi avete accesso alle alte sfere..! Come potete dirmi queste cose, senza far nulla per impedirle ? Fate sapere alla stampa ciò che conoscete… avete i mezzi per…fermarli..….>

Yvanov scosse il capo, afferrandole le spalle.

< No ! Non vede che controllano tutto ? Siamo costretti ad incontrarci con mille precauzioni…non possiamo fare nulla ! Oltretutto, le condizioni critiche di Fox Mulder, mostrano, inequivocabilmente, che il processo è già iniziato… Il suo DNA alieno, agente Scully, quello che le è stato iniettato nel sistema genetico, è già attivo ! Manca solo quello dell’agente Mulder ! Esiste solo una soluzione ! >

< Ma quale ? >, urlò Dana.

Ormai non elaborava più pensieri coerenti.
Credeva e basta, per quanto inconcepibile fosse tutto ciò.
Nuchov si avvicinò allo stereo, spegnendolo.

< Deve eliminare il DNA alieno innestato nel codice genetico di Fox Mulder! Solo così il piano non funzionerà…E la creatura non avrà modo di svilupparsi ! >

Scully evitò di chiedere quale creatura, a chi si riferisse Nuchov.
Avrebbe ricevuto altre risposte allucinanti e n’aveva avute sin troppe, quella notte.

< E’ una cosa impossibile…nessuno può…fare questo ! >, smozzicò Scully.

< C’è una…persona che può agire…Una sola, ormai ! >

Dana si strinse le mani.
Yvanov le afferrò, fermandone il tremore, serrandole nelle sue.

< Sì calmi…so che è pazzesco ma….>

< …mi lasci…le mani…>, disse con un filo di voce.

Prese a camminare senza meta per la stanza.

< Io…voi avete parlato di una soluzione, quale ? >

< Deve contattare, trovare, quest’uomo…..>

Le mostrò una foto che Scully non avrebbe mai immaginato di vedere.
Se la rigirò fra le dita, senza riuscire quasi a focalizzarla.
Ma a quel punto, cosa altro poteva stupirla ?

<..perché…io ? Voi…voi avete mezzi mille volte superiori ai miei…cosa posso fare io ? >

< Jeremiah Smith si fida solo di lei e di Mulder ! Questo lo sa ! Essendo un alieno, è in grado di nascondersi in modo perfetto a chiunque… Non lo troveremo mai, se non sarà lei a cercarlo…>

Fece un sorriso amaro, incredulo.

< Ma come ? Non so dove sia, se sia ancora vivo o meno…non so nulla… sarà come cercare un ago in un pagliaio…>

E qui, naturalmente, vista la nottata, arrivò l’ultimo colpo di scena, che Dana si attese, in fondo.
Nuchov le porse un file, chiuso in una busta trasparente che lei aprì con le unghie scosse da un tremito involontario.
All’interno, tutto quello che i Russi sapevano su Jeremiah Smith, ed in fondo una foto.

< Si tratta dell’ultima volta che abbiamo avvistato con certezza Jeremiah Smith… Forse lei…può individuare quelle persone…posso solo dirle che ha poco tempo.. Adesso che il suo DNA è attivo per l’invasione, la sua vita non vale nulla ! La uccideranno immediatamente, se dovesse ostacolare il Progetto ! >

< Può solo…abbandonare l’FBI ! E’ l’unica soluzione, agente Scully ! >, mormorò Yvanov.

Scully socchiuse le palpebre, sentendosi tremare.

< Io…intendete dire che anche l’FBI è coinvolta ? >

< Jean Grey non può fare niente per difenderla…troveranno una scusa per toglierla di mezzo, se ostacolasse la mutazione di Mulder…>

< Quale mutazione ? A che servirebbe il…nostro DNA alieno ? >, chiese con dolore.

< Non mi crederebbe…mai ! E’ più giusto che sia Jeremiah Smith a dirglielo… Se riuscirà a curare Mulder, disattivando quella sequenza, il piano d’invasione fallirà…>

Dana deglutì.
Molte cose le attraversarono la mente, ma in tutte, vi fu la certezza di non dire niente, circa l’identità di due persone che apparivano nella foto.
Non aveva idea di come si sarebbero comportati i russi, una volta trovato Smith.
E, fatto decisivo, J.Smith era la sola persona che poteva salvare Mulder.
Non sapeva come, ma così era.

< Le dico addio, agente Scully ! Partirò per la Russia domattina…Ho incaricato Sergej Yvanov di occuparsi della sua sicurezza ! La prego di rendersi conto che ha a che fare con persone capaci di eliminare chiunque, e che non esiterebbero a farlo con lei ! L’FBI è diventata troppo rischiosa, per lei e Mulder ! >

Dana rispose quasi inebetita alla stretta di mano del misterioso personaggio russo.
Lo vide svanire dietro la porta e la sala, in quel momento, parve enormemente grande e gelida.
Non guardò Yvanov.
Chiuse il file, gettando un’ultima occhiata alla fotografia che ritraeva sei persone.
Una era Jeremiah Smith, altre tre erano perfetti sconosciuti….ma due, che si vedevano nella foto, Scully le conosceva bene.
Perché con Monica e Monkey, Dana aveva diviso molto più che un colloquio alle tre del mattino.

***

CAPITOLO QUINDICI

 

APOCALISSE, Primo Interludio.

Città di Darwin, Stato della Virginia,
Ore 07.08 Am, Domenica 23 Giugno 2002
Jimmy non sarebbe andato a messa, quella mattina.
La febbre, da circa due giorni lo aveva aggredito con forza maggiore ed era del tutto inutile, a quel punto, farlo alzare dal letto.
Virginia gli versò il solito bicchiere di latte fresco, appena consegnato dal buon Buck con il suo lindo furgone bianco, e fece un sospiro.
La normale preoccupazione di una madre per il figlio indisposto, lasciava adesso spazio alla paura.
Jimmy non si era mai ammalato per più di tre giorni, ma adesso si sentiva stranamente da una settimana.
Non era il tempo delle influenze, quello…sì, la primavera era stata balzana, con violenti sbalzi di temperatura, ma Jimmy era robusto, sano…
Prese i biscotti, quelli al cioccolato che tanto piacevano a suo figlio e salì fin in camera sua.
Esitò per un attimo, vedendolo dormire profondamente, girato nel lato preferito, temendo di svegliarlo.
Era l’effetto della febbre…una cosa normale…perché preoccuparsene ?
Calma, Virginia, stai esagerando…
Posò i biscotti ed il latte sul comodino, attenta a non fare rumore, ripromettendosi che sarebbe passata a svegliarlo, fra una decina di minuti.
Non appena socchiuse la porta, il piccolo Jimmy si mosse, a fatica.
La febbre lo bruciava.
Non aveva mai avuto una febbre come quella, e sentiva le ossa tremare, quasi che, invece che nel proprio letto, si trovasse immerso in una tinozza di ghiaccio.
I primi raggi del sole, quella mattina, penetravano dalle fessure della persiana, deformando le prospettive degli oggetti, per lo più giocattoli e modellini d’astronave, della sua stanza.
Ma Jimmy li vedeva appena: tutto era sfocato, fuori sintonia, immerso in una gelatinosa melassa grigia.
Guardò, con nausea, i biscotti…
Bevve con avidità, invece, il latte caldo.
Lo sentì scorrere nel centro del petto e per un attimo gli conferì calore, facendolo smettere di tremare.
Fece scivolare il bicchiere sul comodino e questo, dopo un breve rollio, cadde sul tappeto, rompendosi.
Virginia ne udì il tonfo sordo, proprio mentre si stava infilando la camicetta.

< Jimmy…? Sei tu, tesoro ? >, disse a voce sostenuta.

Jimmy si era già girato, per cadere, anzi è più esatto dire precipitare, in un sonno profondo, assoluto.
La mano…era magra, ossuta, ed il dito mignolo, pareva essersi saldato all’anulare.
Il sudore della febbre si posava, continuo, sul suo corpo, assumendo riflessi chitinosi.
Diveniva solida, come un’orrida crosta zuccherina.

***

Appartamento di Dana Scully, 3170 road 35,
W.53, Annapolis, Stato del Maryland,
Ore 03.44 Am, Sabato 22 Giugno 2002
Il tragitto, lungo la via del ritorno a casa, fu per Dana una sorta di tunnel.
Lo percorse in totale apatia, senza alcun pensiero.
Era meglio così, del resto.
Altrimenti, come prendere dimestichezza con l’idea che aveva fra le mani il destino del mondo ?
Solo quando riattraversò il ponte per giungere ad Annapolis, la mente prese a funzionare.
Come poteva credere a quello che le era stato detto ?
Come abbandonare l’FBI, il proprio lavoro, la propria vita, senza nulla di concreto, di scientifico fra le mani ?
Come fidarsi di un uomo visto per poco più di un’ora, in una atmosfera tanto segreta e cauta, da essere artefatta?
Era chiaro che le stavano mentendo, per scopi e finalità che ignorava.
Ma era altrettanto vero che erano stati molto precisi, in tutto quello che le avevano detto..
E la sola certezza che Dana possedeva, era quella di ritrovare Jeremiah Smith.
Solo lui avrebbe potuto salvare Mulder.
Che la sua follia fosse o meno, derivante da quel DNA misterioso, era la sola ancora di salvezza di Fox possedeva.
Si era ormai convinta che se anche Mulder fosse stato in grado di emergere dall’oblio nel quale era caduto, nulla avrebbe potuto curarlo, se non Jeremiah Smith.
Tutto il resto le sfuggiva dalla mente, ma Scully non lottò per recuperarlo.
Inutile pensare a tattiche assurde, più assurde delle realtà che la stavano aggredendo.
Meglio agire con acume e prudenza.
Si sentiva fragile ed insicura.
Evitò, per quasi tutto il viaggio, di guardare Yvanov e di rivolgerli una parola.
Il disagio che la colpiva, guardandolo, voleva si mantenesse dentro di se.
Quindi fu lui, a prendere parola.

< Come sta ?…Sarà stanchissima…>

Dana scosse appena la testa.

< Grazie…io…sono abituata agli orari balzani….>, rispose, per dire qualcosa.

< Scusi se affronto solo ora l’argomento…ma sono stato assegnato alla sua sorveglianza…>

Si lasciò scappare un tirato sorriso, e lo fissò, per la prima volta da quasi mezz’ora.

< Inutile che le dica che non intendo farmi sorvegliare da lei, vero ? Se troverò Jeremiah Smith, sarà con le mie capacità e per le mie finalità…>

< Dana…le dico con onestà che….ho insistito personalmente per farmi assegnare all’incarico…Ho dovuto abbandonare il professor Nuchov e mi è costato molto.. Lo conosco da anni…Ma non voglio che le accada niente..>

Dana fissò di nuovo quegli occhi grigi, deglutendo.

<…Perché…? Per quale ragione…? >, chiese con un filo di voce.

Yvanov le afferrò una mano, che quasi scomparve in quel palmo così grande.
Scully non la ritrasse. Non n’ebbe la forza.
Desiderava solo dormire.
Sperare fosse tutto un incubo…o un sogno.

< ..credevo si capisse….>

Nuovamente la fissò.
Gli occhi di Dana erano splendidi, adombrati dal sonno.
Apparivano fragili e fanciulleschi.

< …sei così bella….>

Spostò la mano, afferrando il suo mento.
Dana non si oppose.

< …immagino l’abbia detto a tutte…le donne che ha protetto, vero ? >, sillabò.

Avrebbe voluto scendere, correre via, anche senza forze.
Ogni istante, in quella Cadillac, la faceva stare male.

< Ci sono cose che valgono di più, delle parole, Dana ! >

Arrivò a sfiorarle le labbra.
Scully non respirava.
Deglutì, ritraendosi un poco, senza alcuna fermezza.

< ….quali…? >

Sentì le sue labbra e subito vi si abbandonò.
Forse era ciò che voleva fare da quando l’aveva veduto in quella chiesa, forse era solo un assoluto bisogno di affetto, dopo quella notte tremenda.
Rimasero uniti per molto tempo e fu un bacio che Dana subì ed impose al medesimo istante.
Gemette appena, quando la sua lingua arrivò ad intrecciarsi con quella di lui.
Sentì la sua mano grossa e pesante, eppure gentile e morbida, scivolarle sulle gambe, sotto la corta gonna del vestito, sino a fermarsi alla sommità della coscia destra.
Lì, prese ad accarezzarla un poco, provocandole un nuovo gemito soffocato.
Alla fine Dana si scostò, chiudendo le palpebre.
Era pallida, quasi in crisi di panico.

< …cosa hai sentito ? Una bugia ? >, mormorò Sergej Yvanov.

Dana sentiva il profumo della sua pelle, forte e penetrante, e avvertì il freddo dell’anello che si appoggiava sul collo.
La stava tirando a se, di nuovo.
Si oppose con maggiore decisione, adesso e Yvanov non insistette.
Di nuovo le parlò a voce debole, accanto all’orecchio.

< Non hai risposto alla mia domanda…>

<…io…amo…un’altra persona…>

Yvanov le baciò l’orecchio, con un bacio delicato, insospettabile per un uomo di quella stazza.

<…Dana….Dana…>, ripetè.

Scully appoggiò il mento alla sua spalla, chiudendo le palpebre, con le braccia molli sul corpo, voltandosi un poco.
La Cadillac arrivò all’indirizzo di Scully, e frenò senza nemmeno farsi sentire.

<…devo…scendere…>, sussurrò dolcissima.

< Non dormire sola…è pericoloso…>

Scully scosse la testa.

< Buona scusa…>, disse, mentre il corpo si piegava dalla stanchezza.

< Dormirò sul tuo divano…quello bianco…>

Scully scese, respirando l’aria fresca ed umida della notte del Maryland.
Rientrò nell’abitacolo, cercando la borsetta blu e Yvanov si affacciò sul lato opposto della vettura, tenendola un poco comicamente fra le mani.

< Dev’essere destino…le tue chiavi sono qui…>

Allora non disse più niente.
Evitò di guardare i due agenti di scorta, di respirare quasi…Si limitò a fissarsi le scarpe, mentre una parte di lei le diceva: che fai ? Mandalo via…via…
Ma non disse nulla.
Giunsero all’appartamento numero 53 e Dana fece cenno affinché la borsetta le fosse restituita.

< Ho sonno….trovati un buon albergo…>

Yvanov le consegnò la borsetta e le fece scivolare un biglietto da visita.

< E’ il mio numero di cellulare…se avrai bisogno di me, sai come chiamarmi.. Ti terrò sotto controllo…lo sai…Ma ti giuro che è solo per la tua salvezza…>

Fece un paio di passi nel corridoio, mentre lei lo guardava.
La voce le uscì a fatica, quasi strozzata.

< …io, non credo troverai un posto, così tardi…>, sussurrò Scully.

Yvanov si girò. Nessun sorriso, nessun’espressione.

<..si…>

Dana scivolò nel proprio appartamento e lasciò accesa la luce, sin quando l’agente del KGB non richiuse la porta alle proprie spalle.
Allora si fissarono di nuovo e lui le sfiorò la guancia.

<…io….>, ripetè lei.

Sentì di nuovo la sua mano accarezzarle la nuca, e spingerla verso il suo petto.
Non si oppose.
Si baciarono di nuovo, e questa volta le loro lingue si cercarono subito, intrecciandosi e sfiorandosi.
La tenera bocca di Scully si scostò tremante.

< …il tuo divano…è lì…>, ansimò.

Yvanov guardò il divano e fece una smorfia buffa.

< Speriamo sia comodo…>

Scully posò la borsetta sul tavolino del soggiorno ed annuì.
Per circa un quarto d’ora, nessuno dei due parlò più.
Yvanov si sedette sul divano, attendendo che la luce, nella camera di Dana si spegnesse.
Poi si alzò, andò in bagno e si spogliò, dopo aver orinato ed essersi bagnato il viso.
Evitò ogni rumore, pensando che Dana si fosse addormentata.
Ma Scully non dormiva.
Era a letto, immobile, ascoltando ogni rumore.
Lo sentì camminare, spogliarsi, orinare, stendersi sul divano.
Si strinse al cuscino, iniziando a piangere.
Furono lacrime che uscirono dolorose, cattive.
Non credeva si potesse soffrire così.
Sentiva solo il dolore del proprio cuore, che batteva impazzito, del silenzio della propria casa che sapeva avrebbe dovuto abbandonare senza, forse, mai farvi più ritorno.
Si mise seduta, ascoltando.
Nulla. Yvanov dormiva o forse stava come lei, in attesa…
In attesa di che cosa ?
Sapeva la risposta alla propria domanda, eppure la evitava.
Evitava di chiedersi se ciò che il proprio corpo le chiedeva, fosse giusto o no.
Evitava di placare quella sorta di sensazione indefinita, che la spinse ad alzarsi.
S’infilò la vestaglia, accendendo il lume sul comodino.
Si era sciolta i capelli, così che quando allacciò uno dei lacci della vestaglia bianca, le scesero davanti al viso.
Aveva il volto gonfio di pianto.
Era terrorizzata. Ma non dalla paura per ciò che avrebbe dovuto affrontare…quanto per la certezza che Mulder era lontano…in un mondo distante ed irraggiungibile e che la sola speranza di riportarlo alla normalità, era nascosta nelle "capacità" di un uomo che Dana aveva veduto per pochi minuti, senza fidarsi di lui completamente.
Uscì dalla camera, e la tenue luce della lampada gettò un pallido fascio di illuminazione nel salotto.
La sagoma possente di Yvanov era distesa sul divano.
Dana fece un paio di passi, tremante, quasi si vergognasse di camminare in casa propria.
Vide bene Yvanov, che dormiva nudo, girato sul lato della spalliera.
Il cuore le batteva forte, in gola.

<…Fox…>, disse con un filo di voce.

E lo vide.
Era Mulder, l’uomo disteso sul divano di casa sua.
Allo stesso modo in cui lo vedeva nell’appartamento di Alexandria, addormentato sul divano di pelle nera, ora le appariva davanti.
Le lacrime le offuscarono la vista.
Avanzò sino al tavolino da tè, davanti al divano, fissando il massiccio corpo nudo dell’agente russo.
Sergej mosse la mano, tastando il pavimento, sino a trovare il pedale della lampada a colonna.
La accese appena.
Vide Scully in piedi, davanti a lui e si mise seduto, senza dire nulla.
Scully superò il tavolino di alabastro, fissandolo.
Il cuore le faceva pulsare le vene del collo e le lacrime non diminuivano di intensità.

< …nessuna…bugia…>, sussurrò.

Sergej le cinse i fianchi, avvicinandola a se del tutto.
Accarezzava il suo corpo minuto e tremante, forse con l’intento di darle sicurezza e calore, ma non vi riuscì.
Scully era immobile, le mani lungo i fianchi, lo sguardo appena rivolto verso l’uomo nudo seduto accanto.

< Mulder…>, sussurrò.

<..ssstt..>

Prese a farle scivolare la vestaglia dalle spalle, scoprendole il seno.
Dana abbassò il viso, guardandolo, come per concedergli ciò che desideravano entrambi.
Yvanov le baciò i seni, delicato e infantile, e per la prima volta le mani di Scully diedero segno di volontà, accarezzando quei corti capelli.
Scese al ventre, caldo, sudato e odoroso di donna, e Dana sussurrò:

< ..caro..>

Immaginava Fox. Vedeva, sentiva Fox Mulder baciarla, darle calore in quella notte allucinante e umida.
Le robuste mani di Yvanov, le sfilarono del tutto la vestaglia, che scivolò mollemente a terra.
La guardò, nuda, di fronte a lui.
Piccola, una delicata bambina.
Afferrò i suoi glutei, baciandole di nuovo il ventre, sfiorando con la lingua il piccolo ombelico.
Scully si curvò su di lui, con i capelli rosso Tiziano che scendevano sul faccino rosso dal pianto e dall’eccitazione.

< ..caro…>, ripetè.

Salì con le ginocchia sul bordo del divano, appoggiandosi alla sponda con entrambe le mani, premendo il proprio corpo contro il viso regolare e liscio di Yvanov.
La baciò.
Su un fianco, appena sotto il seno destro, dove le ossa dello sterno si vedevano nitide e lei gemette.

<..Fox..>, smozzicò.

Prese a baciarle il pube, dopo una breve e calda esitazione.
Baciò lentamente, calmo ed eccitato, sussurrandole:

< Sei bellissima…Dana…sei splendida..>

Lei aprì bene le gambe, per permettere al suo capo di entrare fra di esse con facilità, e non appena sentì le sue labbra calde baciarla, le serrò un poco.
Strinse l’imbottitura del divano, emettendo un gemito sofferente, simile ad un pianto soffocato.
Yvanov le sosteneva i glutei, accarezzandoli al medesimo tempo.
Fece scorrere la lingua, lentamente, e Scully avvertì un calore improvviso, al ventre, che le fece attraversare il corpo da brividi elettrici.

< Oh…>, ansimò.

Vedeva a fatica. Tutto era annegato nel pianto, che anche adesso la stordiva.
Yvanov scivolò del tutto sotto di lei, sedendosi a terra, baciandola in modo assoluto.
Scully s’inarcò all’indietro, gemendo.
Mulder….Mulder…dimenticati di lui, adesso….puoi farlo…puoi…farlo..
Yvanov era scivolato alle sue spalle.
Poteva sentire l’anello d’oro, scorrere sui fianchi, sui glutei, sulla schiena.
La accarezzava ovunque, con dolcezza infinita.

< ..bella…sei bella…>, le sussurrò all’orecchio e lei voltò appena lo sguardo, con un sorriso sofferente, annegato nel rimorso di ciò che stava facendo, nel dolore, nel piacere.

Le morsicò delicatamente un gluteo, poi le cosce sudate e Dana emise un singhiozzo
sonoro.
Spostò i capelli, scoprendole la nuca.
La baciava carico di desiderio, piccoli baci e tenui morsi, facendo scorrere la lingua sulla cicatrice a forma di stella, sul lobo delle orecchie.

<….Oh…si…>, ansò.

Presero a baciarsi nuovamente, senza più freni, con passione intensa, assoluta.
Dana si girò appena, per essere più comoda nel baciarlo e gli accarezzò il petto muscoloso, glabro.
Una lacrima luccicante le scese dalle gote, e rammentò la prima volta nella quale aveva fatto all’amore con Mulder.
Era…sentiva il medesimo piacere doloroso, un rimorso simile alla paura d’essere felice che spesso la colpiva.
Mulder….posso…posso…dimenticarmi di te….? Anche se solo per una notte…?
Non hai idea di quanto…ne abbia bisogno…io…
Vide il pene, ritto e duro.
Fece scorrere due dita su di esso, solo una carezza appena avvertibile.
Sergej si scostò dal bacio, sorridendo.

< …amore…>, le disse.

Dana non disse nulla.
Non ne sarebbe stata capace.
La prese in braccio, sollevandola senza alcuna difficoltà, e si diresse verso la camera.
La posò fra le lenzuola, guardandola per un istante.

<…io…>, pianse lei.

Yvanov si chinò su lei, afferrandole un seno e prendendo a baciarlo lentamente, mormorò:

<..lo so…ami lui…ami solo lui…questo lo so…>

Prese a piangere di nuovo, dolorosamente, con le lacrime che le bloccarono il fiato.
Quando lo sentì entrare in sé, lo fissò, inarcato sopra di lei, i muscoli tesi, il viso disegnato dal piacere.

< …amore…>, mentì piangendo.

Dana lo cinse con le gambe, incrociandole su quei fianchi massicci, abbracciandogli le spalle.
Ma vedeva solo il viso di Mulder, eccitato e suo, davanti.

< ..non mentire…non mentirmi…Dana….>, sussurrò lui, iniziando a muoversi lentamente.

< Ti amo, Dana…>, udì, dalla voce di Mulder. Crebbe dentro di lei.

E qualcosa scattò, bloccandola del tutto. Tentò di accarezzare la testa di Yvanov, di spingerlo verso le proprie spalle, un’ultima difesa contro se stessa, inutilmente.
Si morsicò l’indice sinistro, come per non far sentire a se stessa ciò che disse in quel momento:

<…lo amo..più di tutto….più della mia vita…>

Non posso, non posso, non ci riesco, non potrò mai farlo, mai…non posso…
Le echeggiava nella mente, continuamente, senza sosta.

< ..perdonami….non ci riesco…non posso…>, piagnucolò.

Abbandonò la presa con le gambe, divenendo inerte, immobile.
Sergej spinse ancora, per qualche istante, sino a guardarla di nuovo negli occhi.
Li vide lucidi, inespressivi quasi ed allora smise di muoversi, trattenendo l’impulso immenso a continuare, a fare sesso anche senza la sua partecipazione.
Scivolò fuori di lei, confuso.
Scully colse quell’istante come un atto di perdita assoluta, un momento di vacuità disarmante, che le fece crollare, totalmente.
Pianse, d’un pianto infantile, assoluto.
Era sconvolta, paralizzata dalle proprie emozioni, completamente inerme.

< Perdonami, Dana…perdonami….io…>

Si alzò di scatto dal letto, trattenendosi il viso fra le mani, scuotendo i capelli rosso Tiziano e barcollando verso il bagno, pianse:

< …non è colpa tua…è che non posso….non posso farlo…lasciami stare…lasciami in pace…>

Si chiuse la porta alle proprie spalle, cadendo sulle ginocchia, poi a terra, sulle fredde mattonelle del pavimento, ormai in crisi di pianto.
Udì Yvanov bussare deciso.

< Dana…in nome di Dio…torna a letto….smettila….>

Scully sentì esplodere tutto quello che aveva orrendamente cercato di nascondere tentando di amarlo: umiliazione, paura per una vita costruita e seguita solo per uno scopo orrendo, certezza che Mulder fosse lontano, irraggiungibile, paura..
Non aveva mai avuto tanta debolezza, tanto bisogno che lui le fosse accanto.
Mai.

< Lasciami in pace…lasciatemi in pace tutti…>

Lo maledì…maledì il proprio assoluto, viscerale amore per Mulder, che le impediva anche un disperato bisogno fisico, che le cancellava ogni raziocinio, facendola agire per puro istinto.
La porta fu scossa da una spallata, che la costrinse a sgattaiolare ai bordi della vasca, tremante.
Yvanov forzò l’uscio, entrando e guardandola rannicchiata ai piedi della vasca.

< Oh….Dio…>, disse in russo.

Si avvicinò lentamente, quasi temesse in una sua fuga.

< Vieni qui…vai a letto…su…>, mormorò, chinandosi su di lei e sfiorandole il viso.

La sentì annuire, scossa dai singhiozzi.

< Basta lacrime…basta…>, le sussurrò.

La prese in braccio, portandola sino alla camera ed infine la posò sulle coperte, facendola scivolare sotto di esse, sistemandole il cuscino.
Era piccola, quasi infantile.
Le abbracciò le spalle e le diede un bacio sulla guancia.

< …dormi…devi dormire…e perdonami…>

Lei aprì appena gli occhi, gonfi di lacrime.

< ..tu…non è colpa tua…scusami tu….io…una parte di me..lo voleva e lo vuole anche adesso…è che…lo amo troppo…troppo per fargli questo…>

Yvanov non rispose.
Spense la luce del lume e uscì, senza voltarsi.

***

Centro per ricerche sulle malattie mentali di Silver
Springs, Stato del Maryland, Ore 05.00 Am,
Sabato 22 Giugno
 
La cappa profonda di buio, che inglobava ogni parte della realtà, iniziò appena a lacerarsi.
Era ancora spessa e fitta come un sudario, ma ugualmente Mulder prese coscienza della sua esistenza.
Non udiva i suoni ovattati dei passi degli infermieri nel corridoio, il debole suono della spia della macchina che lo monitorava, non ancora..
Ma era certo che quel buio, caldo ed accogliente, avesse una fine.
Era impossibile dire se nuotasse, camminasse, avanzasse in quella coltre d’oblio, o se essa avanzava verso di lui, ma esisteva una fine.
Dopo un tempo infinito, apparve la luce.
Una luce arancione, velata di un bianco accecante.
Ed una voce.
Udire un suono, un suono qualsiasi ed adesso per di più, coerente, lo spaventò.
In quel nulla, era impensabile potesse esistere una voce.
Ma c’era. Nel buio nel quale la sua mente era sprofondata, e lì sarebbe rimasta per il resto della sua vita se non per un intervento "esterno", la voce esisteva.

< Fox…>

Lo chiamava per nome.
Non ne captava ancora la direzione, forse per il semplice fatto che non aveva alcuna fonte d’origine materiale, si diffondeva nella sua testa come elettricità che viaggiasse da neurone e neurone, ma la voce si fece sentire sempre più.

< Fox…sono io….>

Avrebbe voluto rispondere, ma non n’era in grado.
Qualcosa bloccava la sua capacità di esprimere concetti coerenti.
Alla fine, dal buio, emerse la solita figura aliena femminile.
Solo che Fox adesso, era in grado di vederla bene, non come dietro ad un vetro distorto.
Il viso era al tempo stesso placido e pauroso.
Una bocca piccola, solo una fessura, armata di strane mandibole ossee.
Grigia e in certi tratti rosa.
Allungò quella che sembrava una filiforme bava giallognola, e delle mani, secche e nodose.

< Fox…vieni da me….>

Ora la mente di Mulder si attivò, come un pc acceso.
I dati della sua memoria, della sua coscienza di se, presero vita di nuovo.
Ora sapeva cosa doveva fare.
Cosa doveva fare assolutamente.

***

CAPITOLO SEDICI

 

Cimitero Nazionale di Arlington, Ore 11.27 Am
Sabato 22 Giugno 2002
Si calzò i guanti, sorprendendosi del fresco pungente di quella strana mattina di Giugno.
Jean Grey camminò lentamente, verso una lapide che conosceva bene.
I capelli corti e scuri, attraversati da deboli ramature grigie, non la invecchiavano affatto.
Con il suo fisico e quel taglio di capelli, sembrava, infatti, molto più giovane dei suoi 43 anni.
Superò una lapide Ebraica e svoltò ai lati di una quercia sempreverde, splendida.
Arrivò davanti alla lapide di Walter Skinner.
Le parole, incise nel marmo scuro, come per tutte le volte che si recava lì, si stampavano anche nel suo animo.

" Nel compimento del proprio dovere, nel momento più alto. L’FBI, alla memoria. "

Socchiuse gli occhi color nocciola scuro.
Non avrebbe mai dimenticato quel che era accaduto.
Skinner era stato ucciso davanti a lei.
E di nuovo, la sua vita prese a scorrere, come il grande cerchio di acqua della Terra, davanti ai suoi occhi.
Nat…suo padre…Dio quanto lo amava !
Rammentò il silenzio, davanti alla scrivania vuota, dalla quale era stata levata la targhetta del padre, e le sue dita sottili, che sfioravano l’aquila dorata sistemata come stemma.
Il mondo le cadde addosso, travolgendola, ma senza seppellirla.
Jean Grey ebbe la forza di uscirne, di ritrovare la strada della luce, fra il dolore di un’accusa infamante, il suicidio di un proprio genitore, il suo essere meticcia.
All’accademia di Quantico, era stata ecomiabile.
Mai uno scatto di nervi, anche quando si sentiva apostrofare come "mezza indiana" e soprattutto quando i superiori storcevano la bocca, pronunziando il suo cognome:
Grey.
Figlia di un venduto, di un traditore…Papà, che il governo non aveva nemmeno fatto seppellire ad Arlington, come se non fosse mai esistito..
Aveva dovuto lottare con le unghie e con i denti, faticando due volte più di compagni ben visti e raccomandati.
Ogni ricerca era svolta con scrupolo, con puntiglio, con il massimo dell’impegno e della dedizione.
L’FBI…uno strumento per valorizzare se stessa, alla stessa maniera di Dana Scully.
Era molto simili, senza rendersene conto pienamente.
Entrambe con un padre militare di carriera, entrambe che provavano una sorta di venerazione per quegli uomini forti e dalla divisa perfetta, dalle decorazioni e dagli encomi..
Come Scully, anche Jean era stata una bambina timida e coccolata, che aveva sofferto, ma senza mai dirlo a papà ( non era possibile dire ad un uomo che si amava più di tutto, che sì soffriva…significava farlo soffrire anch’egli..) i continui trasferimenti di sede, di sezione, di base…
La difficoltà assoluta nel fare amicizie, innamorarsi, vivere con i coetanei.
Ed entrambe amavano Fox Mulder.
Si massaggiò le palpebre, terrorizzata da quell’idea.
Fox…Malato, morente, forse destinato alla pazzia…
Sfiorò la lapide di Skinner, parlando lentamente.

< …mi dia…la forza…di staccarmi da lui…di essere al di sopra delle parti… lontana da sentimenti personali…So ciò che si sta mettendo in moto, all’FBI…se dovessi perdere questa mia…visione oggettiva…sarebbe la fine….>

Pianse.
Non piangeva da anni, forse addirittura dalla morte del padre.
Furono lacrime dure, identiche a quelle di Dana Scully, che adesso dormiva profondamente nel proprio letto, e come quelle, le fecero bene.
Si sentì più forte, non appena si allontanò dalla lapide.
Era come se lo spirito di Walter Skinner fosse entrato in lei.
Rammentò una antica leggenda del suo popolo.
Era una leggenda che in quel momento, tutti i nativi americani, stavano prendendo a memoria, ricordando, raccontando.
Jean non lo sapeva, non aveva ancora la forza di intuirlo, ma qualcosa di enorme si stava mettendo in moto.
La leggenda del giovane guerriero, divenuto aquila, per capire la natura delle cose, della vita e della morte.
Quel guerriero era Mulder.
Era la sua egoistica forza di spingersi in avanti, sacrificando tutto, anche la propria sanità mentale….realmente tutto ciò che possedeva.
Mulder era quel guerriero divenuto aquila, che per capire la natura della vita, era divenuto cieco.
Fox avrebbe sacrificato il mondo intero per la verità..
Un concetto che la fece rabbrividire.
Walter Skinner lo aveva compreso, ecco perché non aveva mai tentato di fermarlo.
E lei ?
Avrebbe avuto il coraggio di sollevare quel velo di bugie, bugie alle quali si era sempre costretta a credere, per capire che suo padre non si era suicidato ?
Che non era per nulla chiaro cosa fosse accaduto, che legami avesse con il padre di Mulder e quello di Scully ?
Insomma, per la verità ? Cosa sarebbe stata disposta a sacrificare, per essa ?
Il mondo, l’amore, la carriera, la vita, come Fox Mulder ?
O si sarebbe fermata prima ?
Il cellulare suonò, riportandola alla realtà.
Rispose, senza alcun’energia.

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Centro per le ricerche delle malattie mentali di
Silver Springs, Stato del Maryland, Ore 08.00 Am
Sabato 22 Giugno 2002
 
Il dottor Werber entrò nella camera riservata a Fox Mulder, con un gran sorriso.
Fox si era alzato da solo. La cosa era già di per se sorprendente, ma l’ipnoterapeuta decise di mantenere il silenzio.
Werber non aveva informato Scully della cosa, per non illuderla con una notizia che avrebbe potuto rivelarsi falsa.
Spesso chi si alienava in uno stato d’apatia assoluta, aveva rari momenti di ripresa, per poi cadere di nuovo nell’oblio.
Riteneva che Dana avesse già sofferto a sufficienza, e preferì evitarle altre speranze senza fondamento.
Era necessario effettuare dei test clinici e psichiatrici, prima di poter affermare che Mulder si era ripreso dal blocco che la sua mente aveva innalzato.
Fox stava seduto sul lettino, le ginocchia vicine al mento, lo sguardo fisso verso un angolo della stanza.
Parlò con difficoltà, senza guardare l’ipnoterapeuta, quasi stesse discorrendo con se stesso.

< ..grazie…dottore…>

Lui si sedette, spostando la sedia ed accostandola.

< Di cosa ? Di che cosa vuole ringraziarmi, Fox ? >

<…grazie…dottore…ho capito, grazie a lei, una cosa meravigliosa…>

Il medico non mutò espressione, attivando il registratore.
Era difficile dire se Fox parlasse con consapevolezza, o se fosse in preda a delle fantasie psicotiche.

< Mi spieghi meglio…>

< …il mio amore per Dana…non è solo…attrazione fisica…Piuttosto una fusione.. spirituale, inconscia, ma estremamente profonda…come il legame fra tutte le cose della Terra…ci siamo sempre cercati….sino alla fine…la fine di tutto..>

Il dottor Werber, serrò le labbra, incuriosito.

< E’ un…pensiero stupendo, Fox..! Posso sapere come c’è arrivato ? >

Per la prima volta lo guardò. Mosse il capo appena, voltandosi.

<..ho cercato nel profondo della mia mente…dentro di essa…ed è stato come rinascere nuovamente, capire che tutta la mia vita è stata…studiata, seguita, spiata…e lo è tutt’ora…>

Si portò la mano destra al viso, tremando.

<…è terribile, inquietante…ma per uno scopo assoluto, magnifico, che supera ogni cosa…ogni paura…La sola cosa che "loro" non hanno previsto, è il mio amore per Dana…>

Il dottor Werber socchiuse le palpebre.
Mulder stava di nuovo delirando, non c’era spiegazione.

< ..e quindi…devo…devo agire…andare dove mi è stato detto…riunirmi al mio sangue..com’è scritto..E potrò farlo solo…andandomene di qui ! >

Si alzò di scatto, afferrando il dottor Werber e gettandolo a terra.

< No..! Fox….che vuole fare ? Si calmi, la prego….>

Mulder era animato da una forza nervosa, che sopperiva alla debolezza della propria condizione.
Puntò il braccio contro il collo del medico, serrandogli il respiro.

< Adesso mi farà uscire da qui, dottore ! E giuro che non le farò del male ! >

Lo fece alzare, cingendogli il collo, intenzionato a non lasciarlo.

< …va bene…>, sussurrò Werber.

Si spinsero fuori, nel corridoio, con Fox Mulder che fissava avanti a se, quasi assistesse ad una scena d’azione di un film.
Giunsero ad una porta dalla serratura blindata, comandata a distanza, che separava il
reparto dagli ascensori.
Un infermiere, intento a dosare delle medicine nei bicchieri di carta, si voltò, impallidendo.

< Calma…non accadrà nulla….Mulder non vuole farmi del male…>, mormorò il dottor Werber, tendendo la mano in avanti, come per bloccare la reazione dell’infermiere.

Mulder respirava sul suo collo, affannosamente.
Avrebbe ceduto, era inevitabile.

< Il codice…apra questa porta del cazzo…>, scandì.

< Mulder…Fox…ragioni…dove crede di andare, così ? Se mi lascia, la porterò io dove vuole andare, magari con Scully ! Non lo trova più ragionevole ? >

< La smetta di trattarmi come un malato di cervello ! Voglio uscire da qui, subito ! >

Werber digitò allora quattro cifre, e la serratura scattò con un sordo rumore metallico.
La coppia d’infermieri, si era aggiunta anche una donna, si scostò, lasciandoli passare.

< Dove vanno ? >, chiese, indicando con un movimento del viso, gli ascensori.

< …al seminterrato..sono riservati al personale…Fox, ragioni…non andrà da alcuna parte..>

Dei passi, da uno dei corridoi, che andavano avvicinandosi.
Mulder spinse Werber contro la parete, appiattendosi.

< Chi sono ? Chi è ? >, disse, con gli occhi fuori delle orbite, il fiato spezzato dall’adrenalina.

In quel momento era realmente fuori di se, pazzo.

< Non lo so…glielo giuro…>

I passi divennero vicinissimi.
L’infermiera fece per dire qualcosa, ma si bloccò.
Smoking Man, ed un paio di militari, svoltarono dal corridoio, dando le spalle a Fox e al suo prigioniero.
Fox strinse i denti, mentre il viso divenne paonazzo.
L’ira lo sconvolgeva.

< Dobbiamo vedere Fox Mulder…C’è qui un ordine di trasferimento ! Lo porteremo in una struttura militare attrezzata ! >

Il militare si chinò verso il tavolino sistemato accanto alla parete, posando il documento, mentre Smoking Man spense la Morley, gettandola a terra.

< Mi spiace….mi trasferisco da solo ! >, urlò Fox.

I tre si voltarono di scatto.

< Mulder ! >, disse Smoking Man, sorpreso.

Fox gettò di forza il dottor Werber a terra, iniziando a correre dalla stessa direzione nella quale i militari e Smoking Man, erano arrivati.

< Prendetelo ! >, ordinò lui, mentre il desiderio nervoso di una nuova sigaretta lo attraversò.

Mulder correva a perdifiato, senza meta, in quel budello di cemento e piastrelle, illuminato fiocamente.
Sentiva la corsa dei soldati, dietro di lui, farsi sempre più vicina.
Per quanto non fosse lucido, sapeva che se l’avessero preso, non sarebbe mai più potuto fuggire.
Mai più.
Svoltò in un corridoio alla sua destra, trovandolo cieco.
Il cuore batteva impazzito.
Era sconvolto dalla rabbia e dalla paura.
Si guardò attorno, vedendo, alla fine, l’oblò del montacarichi per la lavanderia.
Aprì la finestrella scorrevole, e vide un’apertura di circa cinquanta, sessanta centimetri di diametro.
Deglutì.
I militari apparvero all’inizio del corridoio.
Non aveva idea di cosa lo aspettasse, alla fine di quell’intercapedine scavata nel muro: avrebbe potuto sfracellarsi al suolo o contro una parete di cemento…
Ma non aveva scelta…
Si fissò le mani, tremanti, il camice ospedaliero…
Facendo leva sul maniglione metallico posto alla sommità, si diede una spinta, svanendo in quel budello di cemento.
La caduta fu breve ma dolorosa.
Ad ogni minima curva o variazione di pendenza di quel cunicolo scavato nell’intercapedine delle mura, il corpo di Fox si tagliava e si graffiava contro spigoli vivi, e tentò disperatamente di proteggersi il capo, reggendolo fra le mani.
Quella caduta, rapida e tremenda parve non avere mai fine.
Ma alla fine terminò.
La pendenza diminuì, divenendo appena avvertibile, e Fox si ritrovò in una montagna di sacchi bianchi, dopo essere rotolato su un nastro in movimento.
I sacchi erano di tela, grezza, e li macchiò subito di sangue.
Prese fiato a fatica, scosso dal dolore. Un fianco urlava, non appena prendeva fiato, e temette di essersi fratturato una costola.
Il corpo era pieno di tagli e contusioni.
Scivolò giù dal nastro, cadendo a terra, a circa mezzo metro d’altezza.
Era in una sala molto vasta, dominata dal rumore assordante dei nastri in funzione e da un vascone per il riciclo dell’acqua.
Aprì gli occhi, e la realtà parve ondeggiare in una nebbiolina bianchiccia.
Scosse il capo, cercando di riprendere parte della lucidità necessaria.
Barcollò, scivolando quasi a terra, udendo delle voci.
Erano operai, in camice bianco, che caricavano i sacchi contrassegnati da una croce tracciata a vernice, su di un camion che ebbe modo di vedere aperto, come una bocca famelica e insaziabile, appena fuori.
Fra lui e la libertà, stava solo una porta scorrevole, a strisce, e quel camion.
La spalla, slogata, gli diede una fitta tremenda, ma che gli servì per mantenerlo lucido.
Si appiattì dietro un pilone metallico, impaziente e disperato.
Presto i militari e gli infermieri sarebbero scesi…non aveva molto tempo.
Uno dei due operai sbadigliò, appoggiandosi al muro, mentre l’altro si accese una sigaretta ed uscì, per fumarsela all’aria aperta.
Mulder prese a correre con andatura goffa, verso l’uscita. Era debole, e stordito, ma determinato a fuggire.
Si fiondò dentro il cassone, nascondendosi dietro un cumulo di sacchi grossi come montagne, non completamente conscio di ciò che andava facendo.
Ma "lei" lo aspettava.
Il suo passato, il suo futuro, lo stavano chiamando.
La verità, lo stava chiamando.
E a quel richiamo, avrebbe risposto anche con la vita.
Il camion chiuse, dopo un tempo lunghissimo, la bocca famelica.
Ora c’era solo il rombo del motore ed il dolore lancinante alla spalla.
Si abbandonò su uno dei sacchi, lottando per restare sveglio.
Era finalmente fuori, da li.
Finalmente libero.