PROLOGO

 

Ambasciata Russa, Washington DC,
Sabato 22 Giugno, Ore 06.00 Pm
Dimitri Nuchov sistemò gli ultimi documenti all’interno della valigetta di pelle nera e s’infilò la chiave nella tasca, gettando un ultimo sguardo a quello che, per diversi anni, era stato il suo ufficio all’ambasciata, negli Stati Uniti.
Non aveva chiuso occhio, dopo la chiacchierata con Dana.
Si era convinto che Sergej Yvanov, era il solo elemento in grado di proteggerla, senza contare ciò che quell’orso dal cuore buono e al tempo stesso deciso, provava per lei.
Cose da giovani.
Sua moglie era morta nel 1980, per un cancro all’utero.
Era paradossale, che un’Enclave d’elementi potentissimi, non si fosse adoperata per il cancro..
Nessuna cura. O almeno così era per la maggioranza degli abitanti del pianeta Terra.
Non per certi "elementi" importantissimi, come la donna che aveva avuto davanti per tutta la sera precedente.
Non molti anni prima, avrebbe smaniato per studiarla, sapere cosa si annidava nel DNA del suo corpo…
Yvanov era evidentemente interessato alle morbide curve di quel corpo, senza esitazioni.
Sorrise.
Uscì, chiudendo l’ufficio e notò con sollievo che aveva smesso di piovigginare.
La limousine che lo avrebbe portato all’aeroporto, così pensava, era davanti alla scalinata, con il motore acceso.
Non era nemmeno udibile.
Scese un paio di scalini, e prese un profondo respiro.
La portiera si aprì, con un suono ovattato.
E vide scendere colui che non si sarebbe mai aspettato di vedere.
Yassirj Emenkov, l’uomo che stava squadrando Scully da quando era entrata nell’ambasciata come "moglie di Yvanov" si fermò davanti a lui.

< Sali…Dimitri….l’aereo non aspetta…>, mormorò sorridendo.

Il membro dell’Enclave lo scortò, potremmo dire, sin dentro la lussuosa Cadillac, quasi spingendolo di forza.
Bloccò le portiere, girandosi verso di lui, posandogli una mano sulla spalla.
Era robusta e forte, più di quello che Nuchov potesse sospettare.

< Chi hai visto, al ricevimento, Dimitri ? >

Deglutì, sbiancando.
Non era capace di bluffare, sensibilmente.

< Nessuno…che pensi..? >

Sorrise. Fu un sorriso che per Dimitri significò il senso della sua fine.
Uno che sorrideva così, di certo era pronto a spaccarti le ossa.

< Sai…a questo punto del Progetto, abbiamo bisogno di…scremare coloro che militano nelle nostre fila…Siamo ad un punto sacro, ormai…e nulla deve fermarlo…>

Fece scivolare fuori della tasca la foto di Dana Scully e Nuchov si sentì morire.

< Bella donna, vero ? Capelli rossi, fisico minuto ma formoso…gambe sode… bel culetto….capisco i motivi che possono…aver spinto Sergej….ad adottare questa donna, ma tu…tu….>

Sembrava un professore alle prese con uno studente indisciplinato.

<….tu…perché ci hai traditi, Dimitri..? >

Scosse la testa, mentre un gelido tremore lo scosse.
Non parlare…non dire nulla…Dio ti prego…fai che non mi faccia del male…
Davanti a lui, mutò.
Divenne il killer alieno, stringendo con forza la mano, quasi slogandogli la spalla.

< Cosa gli hai detto, Dimitri ? Che cosa deve fare Dana Scully ? >

< Non….lo so…>

Rise.
Strinse la spalla al punto da farlo urlare, facendo fuoriuscire la clavicola dalla sua sede.

< Non ti ci vedo come eroe, sai ? Hai paura del dolore, sei vecchio e credo… credo che ti spetterebbe di morire in tranquillità…senza soffrire…! Hai un tumore avanzato, Nuchov….ti sta erodendo i polmoni….ma posso impedire che quel dolore ti trapassi il costato….Uccidendoti. Senza udire… patetici lamenti, suppliche untuose….che mi danno solo fastidio…>

< Oh Signore Onnipotente…>, esclamò tremando.

< Dimmi quel che sai ! Ora ! >

L’autista non parve nemmeno udire le urla di Nuchov, mentre svoltava lungo una strada secondaria.

***

CAPITOLO UNO

 

APOCALISSE - SECONDO INTERLUDIO.

Città di Darwin, Stato della Virginia,
Ore 07.35 Am, Lunedì 24 Giugno 2002
Il sole si disegnava pallido, oltre il ciglio maestoso delle montagne.
La catena montuosa di Blue Ridge, era la più importante del settore Sud-Occidentale degli Stati Uniti, con picchi di oltre 2000 metri.
La fauna locale era vasta ed armonica: daini, cervi, alci, castori, marmotte, orsi, puma..
Percorrere quelle strade, inerpicarsi su quelle montagne, era come immergersi in un mondo parallelo, come faceva il buon Buck, ogni mattina, con il suo furgone del latte.
Consegnava latte da quasi trent’anni, troppi perché la meravigliosa vista mattutina, non fosse ormai assorbita dalla quotidianità del lavoro, dalla metodicità del consueto.
Eppure era in grado di apprezzare la meraviglia di luogo nel quale viveva, soprattutto se era costretto a recarsi a Richmond o in altre caotiche città dello stato.
Allora lì, veniva a mancare il suono, la voce della montagna.
Era una voce particolare, diremmo quasi telepatica, che solo chi era nato fra quei boschi aveva la capacità di captare, seguire, ascoltare.
Buck l’aveva sentita a sette anni, per la prima volta.
Da allora si era come saldata alla sua anima e non lo aveva più lasciato.
Solo…solo che quella mattina….appariva tutto piuttosto strano.
Cioè, il paesaggio era il medesimo, con il piccolo lago incastrato fra le montagne, nella vallata, dagli incredibili riflessi azzurri, che lo avrebbe accolto come pensionato a pesca di salmoni, i pini e gli abeti diffondevano il medesimo odore pungente e salubre….ma…c’era qualcosa…
Scosse il capo.
Cavolate di un vecchio malinconico, si disse.
Superò il trattore del vecchio Sullivan, parcheggiato ai lati di un immenso prato verde, e lui, sporgendosi lo salutò con la mano, gridando:

< Hai portato il latte, oggi, vecchio brontolone ? >

Lui annuì, rispondendo con due colpi di clacson.
Il traffico era quasi assente. Le persone che si recavano a Bristol per lavoro, nelle fabbriche o negli uffici, erano già in viaggio da quasi un’oretta.
Chi lavorava nei campi o nei boschi, era in piedi da più dall’alba.
Pensò, sorridendo, che solo il suo latte arrivava lì, dalla fabbrica nella valle, a quell’ora.
La radio martellava ritmi country, e Buck avrebbe voluto con immensa gioia cambiare canale, se per farlo non fosse stato costretto a distogliersi dalla guida.
Era anziano, quindi più tempo dedicava alle curve strette della strada e ad improvvisi animali che decidevano di attraversarla, meglio era per la sua salute.
Superò l’ultima salita, che il buon vecchio furgone bianco, dalla grande saracinesca laterale, superò con la solita, tranquilla fatica.
Ora Darwin si aprì alla sua vista.
Era un paesino di 1300 anime e la strada principale lo tagliava a y.
Quasi tutti lavoravano appresso alle immense montagne, che fornivano legna, resina, pascoli d’alta quota ed allevamento.
Superò una grande pianura naturale sulla sinistra, dominata dalla missione, sistemata proprio al centro.
I primi adepti della missione, erano già al lavoro e lui ebbe modo di scorgerli, quando la strada iniziò a declinare, portandolo verso la prima casa periferica di Darwin.
Curiosi, quei personaggi, pensò.
Non erano ben visti, ma spesso compravano grandi quantità di latte e d’altri prodotti al paese e comunque, escluso il loro isolamento con il resto della congrega, non avevano mai fatto del male ad alcuno. Gli indiani, si sa, sono sempre stati un poco strambi.
Buck sapeva che di svitati era pieno il mondo, e se qualcuno si diverte a profetizzare l’Apocalisse, che facesse pure.
Forse erano stati loro a spegnere la voce delle montagne, quella mattina, pensò Buck, divertito….ma noi sappiamo che non erano stati proprio "loro"…..
Udì il suono lontano della campana, che chiamava a raccolta i fedeli del Nuovo Ordine, poi esso si perse, quando Buck svoltò a destra, lasciandosi il costone della montagna alle spalle.
Controllò, per abitudine rituale, il primo dei nomi della lista, sul taccuino rigido, sistemato sul cruscotto del furgone.
"Broock Road, Weelock "
Sorrise, pensando a Virginia.
Era una donna molto dolce e solare, eternamente adorante nei confronti di Jimmy, suo figlio.
Del resto, era la sola cosa che le fosse rimasta, dopo la morte del marito, avvenuta solo due anni prima.
Buck considerava crudele il vizio del destino di accanirsi su persone inermi e gentili, lasciando da parte le carogne, che sembravano invece spassarsela, ma erano anche quesiti che non si addicevano ad un onesto lattaio, alle sette e mezzo del mattino.
Forse il gran controllore, lassù, aveva il suo disegno, e forse, una volta fattagli visita, come dicevano i membri del Nuovo Ordine, si sarebbe capito tutto.
Ora, però, la normale preoccupazione sulla salute di Jimmy, aveva preso posto ad una profonda inquietudine, che Buck aveva colto da giorni.
Virginia Weelock non lo salutava nemmeno più. Si limitava a prendere il cesto metallico a scomparti delle bottiglie di latte e andarsene, caracollando come fosse appena stata destata da un sonno profondo ed innaturale.
E non era la sola.
Quello strano malessere, influenza forse, aveva colpito molti bambini del paese, e le donne erano diventate…come dire…lontane, distanti dalla vita di tutti i giorni.

< Tutti questi satelliti….hanno cambiato tutto…>, si disse, fermando il furgone proprio davanti a casa Weelock e scaricando il cestino del latte.

Il curato giardino, odorava di una fresca rasatura.
Si sarebbe atteso di vedere Virginia sul portico, intenta a pulirne i parquet, ma invece non c’era nessuno.
Camminò sul sentiero di ghiaia bianca, rastrellata da poco.
Salì sul portico e posò, accanto alla porta di legno dipinta di bianco, il cestello del latte.
Fece per andarsene, quando la tentazione di sapere come stesse Jimmy fu troppa per lui.
Certo…era un vecchietto che non sapeva farsi i cavoli suoi….ma li conosceva da anni !
Bussò con due dita alla porta principale, ma niente.
Pensando che Virginia fosse sul retro, scese dal portico e girò intorno alla casetta di due piani.
Il vecchio Fonz, lo storto dobermann degli Weelock, non si vedeva.
Lo scorse nascosto nella cuccia di legno, quasi fosse stato bastonato di brutto e si nascondesse ai propri padroni ed al mondo intero.
Che succede ? Che fosse una giornata del cavolo per tutti, uomini ed animali ?
La porta sul retro era chiusa, ma non a chiave.
L’aprì, sporgendosi all’interno e disse a voce decisa:

< Virginia ? Sono Buck….ho il latte….ci sei ? >

Nessuna risposta.
Si grattò i radi capelli sotto il berretto bianco, perplesso.
Entrò, giusto pochi passi, nella casa, appena illuminata dal sole mattutino che filtrava fra le persiane come un disegno caricaturale.
Le persiane erano rade, abbassate….possibile che Virginia dormisse ancora ?
Udì un rumore indecifrabile, ma che gli fece tremare le ossa.

< Virginia…>

Sembrava come…se qualcosa di secco e duro, si fosse spezzato.
Adesso Buck provava non più solo mera curiosità, ma anche inquietudine.
Se fossero stati degli estranei, a fare quel rumore ? Ladri ?
Si guardò attorno. Tutto in ordine: nessun oggetto spostato, nessun cassetto aperto…
Sapeva bene in che modo si comportano quei bastardi, quindi scartò subito l’ipotesi.
Prese a salire la scala interna, di legno, deciso a sapere che stava succedendo.
Forse era il suo istinto d’ex veterano del Vietnam, ma ci vedeva qualcosa di poco chiaro, in quella casa.
Ora lo schiocco divenne udibilissimo, seguito da un rantolio sommesso.
Era…sembrava il rumoroso ed ilare mangiare di un grosso maiale…ecco !
Ma quel suono, d’ilare, non aveva proprio niente.
Comprese che esso proveniva dalla stanza da letto di Jimmy Weelock.
Il corridoio, diritto avanti a lui, adesso che aveva terminato la rampa di scale, sembrava un famelico budello, pronto a soddisfare la sua curiosità.

< Hey ! >, gridò con voce decisa, come per attirare attenzione, ma anche per farsi udire da altri eventuali intrusi.

Nulla !
Fece giusto dieci passi, e vide la porta della camera dei Weelock, socchiusa.
Era intenzionato a superarla, ma ad attirarlo fu l’odore.
Un odore dolciastro, come di una pezzo di carne decomposto, vomitevole.
Afferrò, tremando, il pomo della porta.
Spalancò gli occhi neri.

< Madonna mia…..>, biascicò.

Il letto…era un lago di sangue.
Sembrava vi avessero scannato un maiale, lì sopra….
La scia di sangue andava dal letto al pavimento, sino al corridoio e Buck comprese d’esserci dentro con le scarpe, in quel rivolo rosso e denso, caldo e disgustoso.
Nemmeno si chiese com’era potuto accadere che non l’avesse visto prima.
Ora l’attenzione si spostò verso ciò che stava nella sommità del giaciglio.
Una massa….una sorta di involucro sporco di sangue, grosso.
Buck aveva visto tante volte le crisalidi della farfalle appese ai tronchi dei rami, nel bosco…ecco, quello dava proprio l’idea di un bozzolo, ma dalla forma anomala.
Attorno al cuscino, rosso per via del sangue e attraversato da riflessi color ambra, una massa scura.
Capelli…era una massa di capelli..
Barcollò, inebetito verso quel bozzolo, mentre la sua sanità mentale era andata a farsi benedire.
Il bozzolo era di forma umanoide.
Gesù Cristo Santissimo…c’era un uomo, lì dentro…
Anzi…
Scivolò a terra, battendo il culo sul pavimento, non appena comprese che lì, in quella sorta di guscio gelatinoso, chitinoso, grigiastro e ributtante, c’era quel che rimaneva di Virginia Wellock.
Vide aprirsi una specie di paio d’occhi neri, scuri come il sudario della morte e temette che il cuore lo abbandonasse, facendolo stramazzare a terra per un infarto.
Era viva ! Viva…in quella sorta di….guscio…
Scappa..Gesù Cristo santo, scappa….scappaaaaaa
La voce era stroncata dalla paura, ma gli altri sensi erano attivi, come spesso accade durante gli attacchi di panico. Nemmeno in guerra aveva mai visto niente del genere.
Udì un suono strano, l’ennesimo, diverso dal precedente.
Ora, lì in quella stanza divenuta di colpo una sorta di camera mortuaria, colma dell’assurdo, il rumore del guscio che si spezzava aveva una sua definizione.
Erano gli strati del nuovo bozzolo, che si andavano addensando sul precedente, a causarlo.
Ma quello…sembrava qualcosa che stesse strisciando sul pavimento.
Si alzò, ricadendo a terra, per poi appoggiarsi al letto e sollevarsi del tutto.
Corse verso il corridoio, guardando il tutte le direzioni, senza vedere nulla.
Lo sceriffo….doveva chiamare lo sceriffo..
Corse verso la scala, quando udì un sibilo, secco e deciso.
Tremante, sull’orlo della scalinata, si voltò.
Rimase impietrito, paralizzato dallo sgomento dell’assurdo, quando vide ciò che era diventato Jimmy.
Certo, nessuno avrebbe potuto riconoscerlo, in quelle condizioni.
L’ultima cosa che vide, prima di urlare disperatamente e senza aiuto, furono due mandibole irte di zanne, che si gettarono sul suo corpo, per divorarlo.

***

CAPITOLO DUE

 

Appartamento di Dana Scully, 3170 road 35,
W.53, Annapolis, Stato del Maryland,
Ore 11.05 Am, Sabato 22 Giugno
Scully si destò ancora annebbiata da sonno.
Poco prima ( ma quanto prima ? ), aveva sognato una cosa curiosa.
Il cielo era terso, libero dalle nuvole, totalmente.
L’orizzonte sembrava solido, quasi fosse un sipario tirato da una mano invisibile.
Il prato, la prateria per dir meglio, era infinita. Si estendeva a perdita d’occhio.
Ovunque guardasse, la scorgeva.
Sotto di lei, che era in alto, in cielo, una sagoma massiccia…si trattava di un bisonte bianco, che pascolava pigramente, in quel luogo privo di suoni.
Virò, perché poteva virare, dato che stava volando, alla propria sinistra e vide una seconda sagoma, notevolmente più minuta del bisonte lasciato poco prima.
Arrivò sino a terra, con la grazia assoluta e maestosa dell’aquila.
Quello era….un aquila di color purpureo.
Le ali rossicce, brillavano al sole.
La sagoma sgattaiolò verso di lei, con la coda sollevata, il muso regolare ed affilato.

< Ci siamo…siamo arrivati alla soglia delle risposte…>, disse Silver Fox.

La volpe argentata…
Dana sgranò gli occhi tondi, giroscopici, dalla vista perfetta, grossi come biglie.

<….vuoi davvero varcare la soglia ? >, chiese Scarlet Eagle.

Aquila scarlatta…..il proprio nome indiano, lo aveva imparato.
D’un tratto si levò un vento teso, freddo, invernale.
Le nuvole, che non apparivano all’orizzonte per chilometri, oscurarono il cielo di colpo, come per l’illusionismo di un mago malvagio.
Tremò, dal freddo. Era nuda, lì.
E non era affatto un’aquila…
Era se stessa, nuda, tremante.
Coperta da strani segni rituali.
Si destò sbadigliando.
Il sogno l’aveva incuriosita, ma non turbata.
Aveva preso ad accettare gli strani disegni della propria mente, cosa che avveniva abbastanza frequentemente negli ultimi tempi.
Dapprima non realizzò di chi fosse il rumore di passi che sentiva nella cucina.
Poi lo identificò immediatamente con Mulder.
Ritenne che Fox stesse armeggiando con qualcosa presente nel suo frigorifero e la cosa la divertì, in fondo.
Poi, quando prese un bel respiro e guardò, sorpresa, l’ora, ricordò.
C’era Sergej Yvanov, di là.
Sorrise. Un sorriso tirato, per nulla divertito, ma per lo meno più rilassato rispetto al pianto irrefrenabile della sera precedente.
Aveva dormito profondamente, senza sentire nulla. O forse…
Yvanov era stato gentile, non aveva fatto rumori.
Si alzò, infilandosi la vestaglia, senza vestirsi, com’era abituata a fare.
Il sonno l’aveva rinfrancata, ma la fame adesso la torturava.
Quando tornò dal bagno, che dalla sua camera poteva raggiungere senza andare in salotto, pensò a lui, alla notte appena trascorsa…
A come si era abbandonata totalmente, fra le sue braccia…
No…totalmente no…Alla fine era fuggita da lui.
Era stato un gesto di difesa, che approvava, ma non del tutto.
E quel lato del suo carattere, che ancora adesso pareva rimproverarla, la turbava.
Uscì, quasi di nascosto, dalla propria camera.
Il divano era a posto, decisamente Yvanov era più ordinato di Mulder.
Ora i pensieri, con il sonno alle spalle, diventavano maggiormente lucidi e Dana se ne giovò.
La paura e l’inquietudine della notte precedente, erano superati.
Vide la giacca di Yvanov appesa ad una sedia, e si corresse circa il suo ordine.
Tenne lo sguardo verso la cucina, come temendo di farsi scoprire.
Rovistò nella giacca, sino a trovare un oggetto cilindrico, di metallo.
Deglutì, e di nuovo l’assurdo si impossessò della sua realtà.
Si rigirò fra le mani lo stiletto alieno, per poi infilarselo nella capace tasca della vestaglia bianca.
Calma…rifletti…cerca di agire con raziocinio…si disse.
Notò anche la solita, piccola trottola di legno, che evidentemente Yvanov aveva spostato dal divano e posato su di una sedia del soggiorno.
Si meravigliò della strana curiosità che quell’oggetto banale le provocava.
Che avesse qualche…significato ?
Scosse appena la testa. Doveva appurare ben altro, adesso.
Aprì con noncuranza la porta battente della cucina, vedendolo seduto con davanti un paio d’uova strapazzate e del succo d’arancia.

< Dana….>, disse alzandosi.

Scully fece un imbarazzato sorriso, confusa e senza idee.
Che cosa dire, cosa rispondere ?

< Stai bene ? Il sonno ti ha sistemato ? >

Annuì.
Svicolò dal tentativo del suo abbraccio, guardando la cucina.

< Scusa…avevo fame e non desideravo svegliarti….dormivi così bene…>, disse, in buon inglese.

Yvanov capì subito che Scully era nuda, sotto la vestaglia, anche senza toccarla.
Lo capì dal suo profumo, dal modo nel quale la seta dai disegni orientali aderiva al corpo minuto ma formoso di lei, dalle sue movenze timide e aggraziate.
Provò una sorta d’erezione, che contenne a fatica.

<…vedo che conosci tutto, di casa mia…>, disse tanto per rompere il ghiaccio.

< Ho studiato diversi filmati e foto….so tutto di te, oltre il colore del tuo divano… mi spiace anche per questo, ma si tratta…si trattava del mio lavoro…>

Scully provò una sorta d’imbarazzo, misto al dolore che ognuno può provare sapendo che la propria vita è stata tanto sorvegliata e catalogata.
Sergej mise da un lato il piatto con le uova.
Niente più fame, adesso, mentre la osservava bere un sorso d’acqua minerale.
Ne colse il delicato deglutire, e l’erezione si fece decisa, ora.

< Vuoi dei cereali..? Yogurt ? >

Scully annuì.
Armeggiò, sempre il silenzio, con il bricco del latte e alla fine si sedette, proprio quando l’orologio da cucina, segnò le undici e tre quarti.
Yvanov si era spostato, sedendole accanto.
Le strinse una mano, sollevandola e baciandole il palmo.

< …cara…>, sussurrò.

Scully smise di mangiare, deglutendo.
Sentiva lo stiletto premerle sulla coscia e un misto di desiderio e senso di colpa che non era in grado di mettere a fuoco.
Yvanov le lasciò la mano, permettendole di mangiare con più facilità, posandole, dapprima con timidezza, poi con decisione, la mano sulla coscia.

<…io…Sergej….credo….>, smozzicò.

Tolse la mano, come se lei avesse inteso questo, senza dirlo.

< Dimmi….>

Dana mandò giù un cucchiaio di yogurt e si fissò le mani.

< Non credo abbiamo tempo per…questo…! Né, sinceramente, penso di volerlo… Ieri…vorrei che ti scordassi di ieri…ero così debole..indifesa…Non amo mostrarmi così a nessuno…tantomeno ad estranei…>

Yvanov si alzò, afferrandole le spalle e voltandola a se.
Dana emise un delicato rantolio, gutturale ed infantile.

< Così mi ritieni un estraneo ? Io….voglio…vorrei essere di più, per te..>

La sollevò, quasi dalla sedia di legno e paglia della cucina, stringendola a se.

< Capisci quanto ti desidero..? Lo capisci ? >

Scully fece scorrere la mano nella tasca della vestaglia, afferrando lo stiletto.

< Yvanov…>, disse languida.

Non recitava.
Sentiva la sua erezione contro il proprio ventre.
Grossa, decisa…
Una parte del suo cuore era disponibile, materna, desiderosa di lui, dei suoi abbracci, delle sue carezze, dei suoi baci, del suo corpo nudo…
Ma…non era la parte che lei voleva. Non lo sarebbe mai stata.
Si scostò, giusto di un palmo.
La lama dello stiletto sibilò nell’aria, scattando ad un dito dal viso del russo, che si irrigidì, ma senza mutare espressione.

< …Dana…>, sillabò.

< Adesso non fingere sorprese, Yvanov ! Era nella tasca interna della tua giacca ! Dammi una prova che non sei….uno di loro ! >

< Credi…? >, chiese incredulo.

Dana serrava decisa lo stiletto.
Avrebbe potuto colpirlo con forza, uccidendolo o ferendolo gravemente…..
Yvanov sollevò appena le mani, all’altezza del viso, facendo un passo indietro.

< E’ in mio possesso affinché possa difendermi…è la sola arma che può fermarli..>

Dana non mutò espressione.

<…c’è solo un modo, allora…>, disse con calma Yvanov.

Lo vide afferrare il coltello per il burro, sistemato al centro della tavola e si tese, pronta a colpire.

< Lascia giù quel coltello, Yvanov ! >

La sua esortazione non lo scosse.
Rapido e deciso, si recise appena sotto il polso del braccio sinistro.
Un fiotto di sangue rosso rubino, sgorgò dalla ferita.
Yvanov posò il coltello nel lavandino, mentre il sangue colava dalla ferita alla manica e presto avrebbe raggiunto il pavimento.

< Sei convita, adesso ? Sai che hanno il sangue verde, vero ? >

Dana appoggiò lo stiletto sul tavolo.
Ora gli occhi ripresero a luccicare.
Era sollevata, imbarazzata, colpevole.
Si strinse a lui, spostando il braccio ferito appena distante.

< Scusa…scusami…io….>

Lo fissò.
I loro occhi si trovarono di nuovo.
Yvanov le afferrò il mento, con due dita e la baciò.
La spinse contro il lavandino e la sentì gemere.
Un gemito strozzato, bellissimo.
Intrecciò la lingua con la sua, per lunghi, sensuali secondi.
Poi la ferita divenne pulsante di dolore, quando lei la accarezzò con due dita, ed il loro bacio finì.

< Vai…vai a medicarti….nel bagno….l’armadietto sopra la lavatrice…>, disse dolce e tremante.

Lui si staccò da lei a fatica, quasi rimproverandola.
Dana rimase appoggiata al lavello, senza forze.
Era talmente evidente, ciò che desiderava…lui non faceva altro che captare quei desideri, farli propri.
Quanto sarebbe trascorso, prima di cedere…di ritrovarsi a compiere quello che aveva quasi rimosso, la notte precedente ?
Ma ugualmente il ricordo di Mulder, la sua presenza, erano ancora vivi, nitidi in lei.
Camminò, senza meta, sino al salotto.
Si sedette sul divano, e sentì il suo profumo, l’odore della sua pelle.
Serrò le labbra.
Cosa vuoi davvero ? Cosa ?
Giocherellò con la tastiera della segreteria telefonica, sino ad attivarla.

"….Agente Scully ? Sono Danny…ho delle grandiose novità, circa quelle analisi !…vieni qui appena puoi…"

"..Agente Scully ? E’ Jean Grey che le parla, vorrei…"

Spense la segreteria, alzandosi in piedi.
Danny….
Ora tutto si componeva, come le tessere di un puzzle caotico e finalmente in grado di sistemarsi.
Ora Dana stava tornando l’agente Scully. Con forza, d’impeto, con difficoltà…ma lei benedisse tutto questo.
Era quanto stava cercando da quando era uscita da quell’ambasciata, e che temeva d’aver perduto per sempre.
Vide Yvanov uscire dal bagno, con una fasciatura sul braccio sinistro.

< Che fai ? >, le chiese.

Scully sistemò sul tavolino la calibro nove e asserì, decisa:

< Vado all’FBI….ci sono delle novità ! >

< Dana…eravamo d’accordo che….E’ troppo pericoloso…potrebbe esserlo ! >

Scully provò una sorta di fitta calorosa al petto.

< Lo so, ma ci sono cose che debbo sistemare…files che non intendo lasciare nelle mani…di certe persone…e poi sono sicura che non hanno intenzione di eliminarmi adesso, non ora almeno ! >

Fece per andare in stanza, e lui la bloccò.

< So che è inutile, ma lascia perdere…>

Sorrise, accarezzandogli la mano.

Gli diede un bacio sottile, sulle labbra, vincendo il desiderio di baciarlo con forza, di stringersi a lui.

< E’ inutile ! Aspettami qui….avrò il cellulare attivo…non mi perderai di vista…>

< Il cellulare non è sicuro…>.

Svicolò dalle sue braccia ma nuovamente lui la strinse a se.
Scully faticò ad articolare le parole:

<….non era quel che mi avevi detto ieri sera…>

Prese a farle scorrere la lingua lungo il collo, baciandola a fil di labbra, donandole brividi dolcissimi.

< Ieri sera non c’era stato tutto questo…non ancora…non del tutto…>

Scully socchiuse le palpebre, incapace per qualche istante di connettere.
Rammentarono entrambi la passione che li aveva travolti, che la stava ancora travolgendo.

< Io….devo…andare….>, ansimò.

La lasciò andare, scompigliandole appena i capelli con una carezza, ma aggiunse:

< ….resta con me….cercheremo insieme Jeremiah Smith…>

Scosse il capo, sistemandosi il ricciolo ribelle dietro l’orecchio destro.

<..non è ciò che voglio….lo sai…>

Yvanov la guardò, minuta e infantile in quella vestaglia bianca, sulla soglia della camera.

< ..fammi vedere mentre ti vesti…non chiudermi qui fuori, come fossi un estraneo. >

Lei fece una smorfia di diniego, abbastanza divertita ed imbarazzata.

< E’ meglio di no….Sergej….dammi un ultimo bacio….uno solo….e poi… lasciamoci alle spalle ogni cosa…te né prego!>

Si era preparata quella frase da quando si era destata, e solo adesso aveva la forza per dirla. Per dire ciò che la sua anima voleva, ciò che il suo cuore le andava dicendo…. per combattere i propri sensi attivi, caldi, ricettivi.
Ma il dubbio, la volontà di rompere un giuramento mai pronunziato la avvinse, la tentò.
Era anche per questo che sentiva il bisogno di andare all’FBI.
Non gli spiegò nulla….non avrebbe capito.
Yvanov le baciò appena la fronte, poi la guardò svanire dietro la porta.

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Luogo sconosciuto, Ore 10.00 Pm,
Lunedì 24 Giugno 2002
La riunione era, apparentemente, simile a decine di altre, in passato.
I membri dell’Enclave rimasero in silenzio, mentre Smoking Man si accese l’ennesima Morley.
Una pendola d’oro massiccio, batteva i tocchi con lentezza estenuante.

<..allora…ci siamo….>, disse uno di loro.

< Sembra che ne abbia paura…>, osservò Smoking Man.

< E’ comprensibile…un Progetto durato cinquant’anni di lavoro, fatica e sacrifici è alle porte….e tutto corre sul filo del rasoio…>, osservò un altro, intento a sorbire del tè caldo.

< Non era così che avevamo programmato…Mulder e Scully avrebbero dovuto rimanere nelle nostre mani…fin da subito ! >

Il generale che aveva parlato, si rigirava, nervoso, il berretto fra le mani.

< Il destino di Mulder e Scully era segnato dal principio! Occorreva capire…lasciarli liberi di vivere la loro esistenza..altrimenti avremmo generato i soliti cloni, che tanto piacevano ad Ishimaru e Asaky…con gli stessi risultati ! >

< Sì ma…>

Smoking Man si voltò, indispettito per l’essere stato interrotto.

< Dica…>, buttò lì, aspirando una boccata di fumo.

< Mulder è fuggito….non sappiamo dove sia…potrebbe accadergli qualcosa e.. se dovesse essere ucciso ? Tutto il Progetto fallirebbe…>

Lui spense la Morley.

< Crede che…lo abbandoneranno ? I nostri alleati alieni vegliano su di lui! E’ bene che Mulder percorra la propria strada per il martirio.. Che concepisca da solo ciò che lo attende…E benedica chi lo ha reso parte del nuovo disegno di Dio ! >

Nathaniel Grey rabbrividì.
Ora che era ad un passo da ciò che aveva sempre creato, ne ebbe il terrore.
Rammentò le parole di Bill Mulder, nell’ultima occasione che ebbe di vederlo con i membri dell’Enclave, decenni prima.

< Capite ? Capite cosa vogliono da noi ? Cosa siamo disposti a dargli, in cambio di una mera illusione ? La fine, la distruzione di ogni forma di vita…>

Abbassò il capo, sussurrando:

< Perdonami, figlia mia…>

---

Chilmark, Stato del Massachusetts, Ore
08.08 Pm, Sabato 22 Giugno
Il camion rallentò, approssimandosi all’incrocio.
Fu allora che una sagoma debole e vacillante, balzò pesantemente a terra.
Mulder tossì un poco, sgattaiolando verso i margini della strada principale.
Il dolore al fianco era osceno, in certi momenti.
L’iniziale lucidità, avvenuta per decorso dei calmanti assunti in ospedale, aveva lasciato il posto al torpore provocato dalla stanchezza, e dall’apatia mentale che lo perseguitava.
La vista spesso si annebbiava e i colori divenivano opachi, come mescolati da un pittore confuso.
Inciampò in un ramo, barcollando e si resse a malapena, dirigendosi dove sapeva.
I fari di un auto, che svoltò alla curva, lo fecero abbassare dietro un cespuglio di pruni, fino a quando non scivolò del tutto.
La vista, tutto diventava nebbioso, contorto.
Lottò con la disperazione, per riprendere lucidità.
Era stata una fortuna che il fisico e soprattutto la mente, lo avessero aiutato nella fuga.
Prese fiato.
Pensare, analizzare…era tremendamente difficile, ma necessario.
Doveva…sì, doveva rimanere nascosto, per evitare che lo catturassero.
Erano trascorse molte ore dalla sua fuga, ed era logico ritenere che lo stessero cercando.
Avrebbe voluto avvisarla…dirle che stava bene…ma sapeva anche che si sarebbe precipitata da lui, a cercarlo…e non voleva accadesse.
Vide, nel buio fra il prato e la staccionata, una sagoma avanzare caracollando.
Si avvicinava, puntando verso di lui.
Un cane…un grosso cane, probabilmente un randagio.
Scosse la testa, cercando di riprendere del tutto il controllo dei propri sensi.
Il cane si bloccò, fiutandolo. Emise una sorta di verso gutturale, poi prese deciso a puntare verso di lui.
Agli occhi di Fox, pareva avanzare in una sorta di nebbia dolciastra, giallognola.
I suoni, ovattati e confusi, ed un ringhiare sommesso.
Il cane, un boxer, tese ogni muscolo, con la saliva che colava dai lati della mascella, appena aperta.
Era a pochi passi.
Fox fece per alzarsi, quando si trovò travolto da una massa pesante e calda.
Il cane gli era addosso, e gli aveva azzannato un braccio.
Il dolore per la ferita, gli riversò adrenalina nel sangue, scuotendolo.
Adesso vide nitidamente il muso del boxer sul suo braccio, gli occhi spiritati, il ringhiare famelico.
Cercò, urlando, qualcosa fra i rami e alla fine afferrò un grosso ramo.
Lo colpì con forza, alla schiena e alla testa, sin quando il cane mollò la presa.
Lui non lo comprese del tutto.
Si rese conto di essersi liberato del cane solo dopo pochi secondi che ciò avvenne, guardandosi il braccio sinistro, zuppo di sangue.
Il suo assalitore lo fissava con le gambe larghe, l’aria di sfida, proprio davanti a lui.
Abbaiò con forza.
Non era un randagio.
Comprese perché non si era buttato di nuovo contro di lui, spezzandogli il braccio e azzannandogli il collo….era legato.
Aveva una lunga catena, che si saldava ad un massiccio collare di pelle.
Dove si trovava adesso, ad appena due o tre passi dalla pozza di sangue che colava accanto al cespuglio, era irraggiungibile per il cane.
Il boxer balzò in avanti, inarcandosi, come se si preparasse a saltare un alto ostacolo invisibile, e il contraccolpo della catena, lo spinse di nuovo a terra.
Abbaiava inferocito, a meno di un palmo dalla faccia stravolta dell’agente dell’FBI.
Barcollò a terra, gettando il bastone, che pareva pesare tonnellate.
Vai via…scappa….lo sentiranno…scappa…

< Black…che cosa c’è ? Che cos’hai ? >

Una voce di donna….Dana ?
Samantha ? O "lei" ?
No…rifletti, pensa….è la proprietaria del cane….
Scivolò sul cancelletto aperto del cortile, nel quale era entrato senza nemmeno rendersene conto e prese a correre verso la direzione che sperava ricordare bene.
Casa sua…sapeva che era da quelle parti.
La donna…le sue grida si perdevano nella strada, nelle fioche luci dei lampioni.
Svoltò per uno stretto vicolo secondario, compresso fra due abitazioni, scivolando dietro un cassonetto per i rifiuti.
Le urla della donna non si sentivano più, ma ugualmente Mulder rimase nascosto.
Il braccio, adesso, pulsava impazzito.
Era caldo e bagnato.
Il morso del cane era stato profondo.
Ma Mulder lo benedisse. Con quel dolore, aggiunto a quello alle costole che pareva trapassargli i polmoni, sarebbe rimasto lucido.
Si orientò. Casa sua era vicina.

***

CAPITOLO TRE

 

J.Edgar Hoover Building, Sede dell’FBI
Washington, Ore 01.55 Am, Sabato 22 Giugno
Scully superò l’entrata riservata agli agenti, a prima vista senza alcuna espressione.
Aveva guidato nel traffico caotico del primo week-end, che si era finalmente diradato in direzione della capitale, contrariamente a quel che avveniva nei giorni feriali.
Il mondo continuava.
La gente si alzava presto per una gita fuori città, i ragazzini sciamavano dalle prime ore del mattino a quelle più limpide del pomeriggio, chi rimaneva a Washington ne approfittava per fare compere, starsene all’ombra di un albero nei parchi o visitare la Naturally Gallery of Art, o la Naturally Art & Space Museum della città.
Cose di tutti i week-end.
Lei esteriormente non sfuggiva a tale regola non scritta. Si era recata al lavoro, che naturalmente non conosceva orari né periodi festivi, ignorata dal resto degli agenti federali che, come uno sciame d’insetti operosi, entravano ed uscivano diligentemente dal loro formicaio.
Aveva salutato l’agente di guardia e si era sistemata lo stemma federale sul bavero della giacca grigio antracite che indossava…
Ma quella non era una tranquilla giornata di Sabato pomeriggio, uguale a tante altre.
Prima di tutto mancava Mulder.
Non era con lei, o non la stava aspettando alla sezione X-Files, seduto dietro la solita scrivania, o intento a preparare le diapositive.
Si sfiorò il collo, arrossato dai teneri baci di Yvanov.
Stranamente il calore di quel contatto non l’aveva abbandonata, ma quando varcò la sede del palazzo federale, esso parve disperdesi totalmente.
Il dottor Werber non si era fatto vivo, segno palese che Fox non era uscito dal limbo della sua mente.
Ma ugualmente rammentò ogni minuto della sua relazione con Fox, ogni contatto, dapprima involontario o forse prudentemente studiato, alla passione dei loro baci e delle loro carezze, come avvenisse in quell’istante.
Era in cerca di una certezza, di una meta, proprio adesso che stava abbandonando la propria vita, 10 anni di carriera e di sacrifici.
Se doveva farlo, e sentiva di doverlo, voleva capire a chi appartenesse, di chi era la sua anima, il suo cuore.
Aveva già tracciato, nel tragitto da casa a Washington, una certa strategia d’azione e pregò che l’unica persona della quale aveva fiducia, all’FBI, collaborasse pienamente con lei.
Sorrise, amara. In fondo si stava preoccupando di dettagli personali, che non valevano nulla, di fronte a quello che stava per accadere.
Incrociò quasi casualmente Danny Valodella, lungo il corridoio.

< Dana ! Finalmente sei arrivata…dovresti venire al laboratorio, immediatamente ! >

Scully annuì.
Una debole venatura di tristezza le annebbiò la vista, non appena rivide il proprio mondo, forse paludato e burocratico ma lo stesso suo fedele compagno per dieci anni, attraverso una lente lontana.
Arrivarono al quinto piano.
Lei e Mulder avevano visitato il "lab" di Danny chissà quante volte.
Era come il solito colmo d’ogni genere di fogli, appunti e oggetti, dal tramezzino che era stato il pranzo pomeridiano di Danny, al cellulare, alla pistola d’ordinanza, che l’agente Valodella posava sul bancone, infilata nella fondina, non appena arrivava al "lab".

< So quanto sei gelosa delle ricerche effettuate con Mulder…>

Dana lo fissò attenta, incrociando le braccia.

< Non vorrai espormi una nuova teoria biologica, vero ? Forse, solo Fox ti starebbe a sentire…>

Era una pessima battuta, che disorientò lei stessa, che l’aveva pronunziata.
Deglutì…Fox…Chissà se sarebbe mai più tornato al lavoro…se..

< Sono sicuro che apprezzerai molto ciò che ho scoperto ! >

Danny infilò un lucido nel proiettore, abbassando la luce.

< Dunque…durante una vostra missione in Texas a….>

<…Fort Worth…>

Tasselli, di un puzzle. Monica, Monkey, Jeremiah Smith…

< …Mulder aveva recuperato una piccola quantità di latte…che secondo la vostra teoria era, in qualche modo, portatore di un virus…>

Ora Dana si spostò il ricciolo di capelli dietro l’orecchio.

< Hai isolato quel virus ? E’ questo quel che hai scoperto ? >

Danny sorrise.

< Molto di più ! Ricordi quel liquido nero, vischioso, simile a petrolio che avevate prelevato in Alaska…>

Annuì.

< Bene, nel Dicembre dello scorso anno ti assicurai che si trattava con ogni probabilità di un virus sintetico, prodotto da un’equipe di medici del governo… Non esistono dubbi, circa questo…Ma ho fatto di più… Ho scomposto le sequenze del DNA di quel virus, con la speranza di capire come è stato prodotto e di trovarne una cura…>

Dana guardò la sequenza di DNA che appariva nella diapositiva, strizzando le palpebre per mettere a fuoco meglio i simboli chimici che la componevano.

< …non ci crederai, ma…Ho trovato analogie con quel campione di latte, e soprattutto con il misterioso virus che per poco non uccise il vice-direttore Grey ! Tutti e tre, hanno una base identica ! Questa ! >

Indicò una sequenza denominata B2.

< Sarebbe ? >

< Si tratta di un amminoacido sconosciuto, che si salda alla normale sequenza proteinica del DNA naturale, creando un terzo nucleotide…Insomma quei tre tipi di virus, hanno una sola origine. >

Scully ripensò al dialogo nell’ambasciata russa della notte precedente.
Era una conferma. Una drammatica conferma che non le erano state raccontate bugie.

< Direi che il virus presente nel latte, è lo stadio iniziale del processo. Il DNA comune è ancora semplice, l’elemento B2 appare come esterno. Credo che inizi il ciclo di mutazione solo durante la scissione dell’elica genetica.>

Scully sbuffò.

< Insomma quando è assorbito da un organismo vivente ! >

Altra conferma: avrebbero infettato migliaia, forse milioni di persone attraverso il latte e la carne.

< Non del tutto…sembra che si adatti meglio al DNA del patrimonio genetico XX Quello femminile ! Ho effettuato dieci prove di laboratorio e solo in un caso ha attecchito nel genoma XY, quello maschile ! >

Dana rabbrividì.
Mulder le aveva detto della sua scoperta: contenitori con decine di donne, sotto il Pentagono. Rapite. Per…diventare…

< Ciò che ha colpito Jean Grey, è invece un virus completo, allo stadio adulto, potremmo dire ! Infetta il sangue e porta alla morte….>

Le parole di Danny la sottrassero da quella riflessione grottesca.

< O alla creazione di qualcosa di peggiore, della morte…Una vita aliena ! >, sussurrò Scully.

Danny prese un ritaglio di giornale, facendo scorrere il lucido sul proiettore.

< Ed ora…Bingo! Ho anche capito da dove viene fuori questa benedetta pseudo proteina acida…Dal meteorite caduto da Marte ! >

Scully si sporse verso di lui, fissandolo.

< Ne sei sicuro ? >

< Secondo le fonti ufficiali della NASA, nessuno è mai giunto ad una conclusione affermativa, in tal senso, ma dai dati in possesso…sembra proprio che le sequenze di DNA siano identiche, guarda…>

Fece scorrere il lucido sul proiettore, sovrapponendolo a quello precedente.

< Vedi ? >

Dana si sfiorò le labbra con un dito.

< Identici…>, mormorò.

< Il processo è simile alla fotosintesi…Il calore attiva questo elemento B2 e lo fa interagire con il normale processo di scissione del DNA. In qualche modo questo amminoacido assume caratteristiche di una terza proteina di base, che rende mutageno il DNA naturale, creando il famoso terzo nucleotide ! >

Scully parlò con lentezza, quasi con dolore.

< Cosa credi accadrebbe se…quel virus, quello incompleto intendo…venisse a contatto con ovuli femminili…in un liquido amniotico comune ? >

Danny si grattò appena il mento, perplesso.

< Questo non lo so…Ma immagino che tu…voglia intendere che…possa generare una mitosi ? Una sconosciuta cellula mutagena….>

< Intendo dire che secondo me, quel virus è solo il pre-stadio ad una forma di vita aliena, Danny ! >

< Caspita ! Se così fosse…il nobel non me lo toglie nessuno ! >, disse sorridendo.

Scully accese la luce, tremando un poco.
Ora aveva tutte le conferme che si attendeva.
I due tipi di virus, quello nero modificato dall’uomo, quello verde, di tipo alieno, e quello originale, capace di creare..

< Ascoltami…so di chiederti molto…Tutto, forse per uno scienziato…Ma ti invito a darmi tutti i files e i documenti su quel che hai scoperto ! Ciò che non puoi fornirmi ora, distruggilo subito ! Mi hai capito ? >

Danny scosse appena il capo.

< Dana…sono mesi di lavoro…non capisco…>

Prese le sue mani, accarezzandole e sorprendendolo.

< Ti ucciderebbero. Senza pensarci un minuto ! Siamo ad un punto tale… Non posso spiegarti e anche se lo facessi, non arriveresti a credermi, Danny ! Abbi fiducia in me…e prega che sia nel giusto ! Solo questo…>

Lui allargò appena le braccia.

< E’ tutto in questo cd rom….le altre cose le posso recuperare dal pc di servizio e dal mio laboratorio privato…>

Si chinò su di lui, dandogli un bacio sulle labbra. Un bacio timido, appena accennato.

< Hey…>, sussurrò arrossendo, Valodella.

< …che direbbe mia moglie ? >, aggiunse, non appena Scully strinse fra le mani il cd rom.

< Che sei un amore di persona, Danny ! Sei un amico…e ti voglio un mondo di bene ! >

Calò un profondo silenzio, di rispetto e di commozione fra i due colleghi.
Si dissero tutto e nulla, senza parlare, con quelle strane pieghe della mente, che sa captare l’animo di ognuno di noi, di un nostro amico, quasi come se avesse l’abilità di leggerci dentro.
Danny Valodella la vide sulla soglia, intenta a rigirarsi fra le mani il cd rom e mormorò:

< Che cosa hai intenzione di fare, Dana ? Non ti ho mai vista così…>

Lei finse un imbarazzato sorriso.

< Addio, Danny ! >

Chiuse la porta alle proprie spalle, infilandosi il dischetto nella tasca interna della giacca, scendendo verso il seminterrato.

---

Palazzo del Pentagono, Livello di sicurezza 7,
Arlington, Stato della Virginia, Ore 01.10 Am,
Sabato 22 Giugno
Quello che Fox Mulder, sotto ipnosi, aveva riferito come " pozzo di luce", esisteva davvero.
Immaginate un immenso condotto conico, lungo almeno ottocento metri, largo sei.
Da cuore dell’astronave aliena, che rimaneva sospesa su un cuscinetto d’antimateria, esso penetrava nelle viscere della struttura militare, per una cinquantina di metri sotto terra.
Era brillante e luminoso come una stella.
Non aveva consistenza alcuna, se non al tocco. Sembrava composto di pura luce solida.
Una massa notevole di "grigi" vi si adunò attorno, in una posa apatica, priva d’espressione ma che tradiva ugualmente una sorta d’attesa.
La regina stava lì sotto.
Era calata dal cuore del pozzo, senza apparente peso, benché avesse una massa di quasi 5 tonnellate.
La grazia e l’alone di mistica vacuità che la circondava durante il "colloquio" con Smoking Man, era adesso assente.
Doveva mangiare.
Mosse le infinite dita rinsecchite, cadaveriche, sollevandole appena.
Il cono di luce emise una sorta di ronzio sommesso, un’attivazione sensoria.
Girò i grandi, impossibili occhi neri, e la bocca parve disegnarsi a sorriso.
Un sorriso agghiacciante, del tutto privo d’umanità.
La base del pozzo si aprì, con un’apertura scorrevole, circolare.
La regina si sistemò da un lato, le alte zampe pronte alla presa, alla stregua di una ributtante mantide religiosa pronta a colpire.
Il livello sottostante si alzò, sino a portare una decina di neonati al livello della base del pozzo.
Piangevano..piangevano tutti.
Mosse la testa triangolare un poco a destra ed un poco a sinistra, come per guardarli meglio.
L’artiglio scattò rapidissimo.
Ora, in quell’istante antico come l’universo stesso e forse di più, aveva perduto ogni maestosità aliena, mistica, divenendo una belva.
Prese a divorare il piccolo appena ghermito, fra urla raccapriccianti, tutte dominate dal suono più orrendo, che tanto aveva sconvolto la psiche di Mulder: il secco, ritmico timbro delle mandibole che spezzavano, masticavano, dilaniavano,
il tono impressionante degli schizzi di sangue che colpivano le pareti del pozzo di luce, assorbite all’istante dal cono d’energia.
Quel che era diventata Samantha Mulder, sollevò il viso esapode, emettendo una sorta d’ululato trionfale.

***

CAPITOLO QUATTRO

 

Chilmark, Stato del Massachusetts,
Ore 09.24 Pm, Sabato 22 Giugno 2002
Superò il cancelletto bianco, barcollando.
Le luci di casa erano spente.
Tutto era come lo avevano lasciato, lui e Scully.
Afferrò il pomo della porta principale, ruotandolo. Niente, era chiuso.
Il sangue della ferita al braccio, scendeva senza sosta.
Sarebbe svenuto di lì a poco, se non si fosse medicato.
Abbondò l’idea di rompere una finestra e decise allora, di passare dal retro.
La porta secondaria era più debole, avrebbe potuto forzarla con maggiore facilità, evitando anche occhi indiscreti.
Mulder arrivò all’uscio quasi incastrato fra la staccionata e l’esiguo spazio del giardino posteriore.
La zanzariera estiva, era aperta.
Vide impronte di fango sulla sommità dei gradini, quattro in tutto, che portavano all’uscio di legno leggero.
Qualcuno era a casa sua.
Afferrò il primo oggetto che la vista gli permise di focalizzare, un grosso rastrello da giardino incrostato di ruggine, e aprì.
Era difficile pensare che qualcuno lo stesse cercando proprio a Chilmark, proprio a casa sua, ma era meglio essere prudenti.
Fece qualche passo all’interno, macchiando i tappeti con grosse gocce di sangue denso e caldo.
Appoggiò il rastrello ad una parete, ed immediatamente la casa scatenò in lui una serie di ricordi dolorosi.
Ma non ebbe tempo di metterli a fuoco.

< Fox ! >

Sua madre apparve alla sommità della scala interna, portandosi le mani al viso.

< Fox ! >, ripetè, scendendo trafelata, mentre Mulder si appoggiava barcollante al divano.

< Stai lontana….non credevo…fossi qui…>

< Sono tornata questa sera…Mio Dio…sei ridotto…cosa ti è successo ? >

Era quasi accanto a lui, ma Mulder non provò alcun sollievo, nel vederla.

< Ti hanno ferito ? Hai bisogno di un medico..>

Le bloccò la mano, con durezza, abbandonandosi sul divano.

< Non chiamare nessuno ! Mi serve solo del disinfettante ed una garza sterile…>

< Che dici…Ti rendi conto in che condizioni sei ? In che stato…>

Fox chiuse appena le palpebre, parlando con difficoltà.

< Sono in….questo stato per colpa tua, mamma ! Tua e di mio padre ! Voi due…avete rovinato la mia vita ! >

Tea Mulder lo fissò, tremante.

< Stai vaneggiando ! >

< No..sono stanco ! Stanco di tutti i segreti che porti con te…delle cose che tu e papà avete fatto a me, a Dana e a colei che ritenevo mia sorella… so tutto ! >

Si portò i palmi al viso, parlando con difficoltà.

< …è emerso tutto…tutto quanto…e non avrò mai la forza di perdonarvi… Mai ! >

Tea Mulder indietreggiò.
Non avrebbe mai immaginato che sarebbe giunto il momento, nella vita, in cui avrebbe avuto paura del proprio figlio.
Non lo riteneva possibile.
Ma adesso era vero, era accaduto, stava accadendo.

< Credi di poter venire qui….ridotto come…uno straccio…ed accusarmi, Fox ? Credi questo ? >, urlò.

Le lacrime le rigarono le gote.

< Non sai nulla ! Nulla di tutto quello che tuo padre ed io abbiamo passato ! Come puoi capire quello che provammo, sapendo di aver..adottato un mostro ? Di avere fra noi…un qualcosa d’inconcepibile !…Come credi ci siamo sentiti, noi due, io ? Io ! Te n’è mai importato ? >

Mulder non rispose. Le forze venivano a mancare sempre più rapidamente.
La voce della madre era una sorta di sottofondo lontano, che stava per essere rimpiazzato da un qualcosa di più immenso e decisivo.

< No…a te non è mai importato nulla di noi ! Dei tuoi genitori ! Hai pensato solo al tuo maledetto lavoro…alle tue maledette risposte…>

Fox si stringeva la ferita a monte, sentendo acute fitte trapassargli lo sterno.

< …non hai…mai amato papà….era..era più affascinante quell’altro, vero ? Con la sua aria tenebrosa…quel bastardo…che odierò per sempre, solo per avermi messo al mondo….così come odio te…..>

Si trattenne con forza immensa dal colpirlo con uno schiaffo.
Piangendo, aprì la porta del bagno del primo piano, rovistando fra i medicinali.
Mulder la fissava, allo stesso modo in cui aveva fissato quel film, al cinema a Washington.
Lontano, distante, irraggiungibile ed in parte, incomprensibile.

< …tu hai ucciso tuo marito…ed insieme avete assassinato la mia vita ! Avete accettato un ricatto orrendo, che vi pone al medesimo livello di coloro che l’ordirono…>

Sua madre tornò con delle bende, del cotone, e dell’alcool sterile.
Li gettò accanto a lui, quasi senza guardarlo.

< Abbiamo dovuto agire così…>, disse con un fil di voce.

Fox serrò i denti, sino a farsi sanguinare le gengive.
Si strappò la manica della camicia, ed il dolore apparve raggelante, trapassandogli la carne.
La vista si annebbiava, ma lottò con forza disumana per non svenire.

< …perché…avete fatto questo….? >, sussurrò.

Lei si asciugò le lacrime con i palmi delle mani, divenendo d’improvviso, vecchia.
Era come se fosse invecchiata di cento anni in un istante.

<….per salvare…almeno te…>, disse, prima di scoppiare in un pianto singhiozzante, e correre al piano superiore, svanendo in una delle stanze.

Mulder terminò la medicazione, abbandonandosi sul divano.
La realtà svaniva, lentamente, ma inesorabile.
Ora la voce era nitida.

< Fox…Fox…vieni a me…>

---

J.Edgar Hoover Building, Sede dell’FBI,
Ore 03.45 Pm, Sabato 22 Giugno
Spalancò la porta e la polvere si sollevò in un turbinio vorticoso.
Era stata chiusa da poche ore, ma ugualmente la sezione Xfiles sembrava morta da anni.
La piccola stanza rettangolare, sapeva di stantio e di trapasso.
Non una morte fisica, intesa come fine della vita, ma piuttosto come epilogo di un conflitto, di una cruenta battaglia.
Era come se, in poche ore, si fosse assestato un colpo definitivo ad anni di speranze, di lotte e di delusioni, di piccole vittorie.
In quell’epitaffio, c’era anche lo scopo principe della sezione stessa, raggiunto quando ormai tutto era alla fine.
La luce proveniente dal corridoio, disegnò la sagoma della scrivania e la targhetta con la scritta: " FOX MULDER, SPECIAL AGENT ", sembrò illuminarsi.
Il poster, alle spalle della sedia imbottita, con la scritta azzurra " I WANT TO BELIVE", divenne parzialmente visibile.
Scully scorse l’UFO nitidamente corretto al laser, le fronde dei pini, l’azzurro del cielo stampato sopra la riproduzione.
Ai lati della scrivania, alla sinistra per chi entrava, quattro schedari, con dozzine di cassetti e centinaia di documenti.
Le si strinse il cuore, vedendoli chiusi dai piombi d’ordinanza.
Sequestrati.
Sfiorò il fil di ferro posto ai lucchetti e ne avvertì la durezza al tatto.
Il cuore…le doleva. Era un male fisico, come una puntura di spillo, che Dana aveva cercato quasi con masochismo.
Era la loro battaglia, la loro crociata, non più quella di Mulder soltanto.
Non sarebbe mai potuta andarsene da lì, senza passare per il loro ufficio.
Per il suo ufficio…ufficio…In quel silenzio quasi gelatinoso, quella buca posta nel seminterrato le rammentò ciò che era per Mulder: una casa.
Rammentò i tanti momenti gentili e dolci, abbozzi di un amore immenso, senza tempo, che aveva vissuto lì dentro.
Osservò gli inconcepibili reperti fotografici e calchi di chissà quale assurda creatura, sparsi in ogni posto libero: fra gli scaffali, sulla scrivania…
Si sfiorò il viso, percependo il gelo delle proprie mani.
Tremava.
In certi rari momenti d’entusiasmo, aveva sognato che fosse assegnato loro un ufficio più grande, con finestre ariose che dominavano il cortile interno, qualche pianta sempreverde…forse una segretaria..
Ma al tempo stesso, terminate quelle euforie fuori luogo, Scully sarebbe ritornata nella placida cripta catacombale degli Xfiles, rassegnata.
Respirò con forza, quasi fosse davanti ad una meravigliosa foresta di conifere.
Sentiva l’anima di Fox, del suo uomo, in quel buio seminterrato.
L’anima di Fox Mulder era in ogni oggetto, lì dentro.
Dal vecchio soprammobile a forma di telescopio copernicano, al fermacarte di pietra in pomice scura, presa da Fox in Arizona, ad infiniti altri…
Ora..era assente, quell’anima. Era imprigionata nella follia, in un corpo non più suo, ma di nessuno, forse senza speranza.
Tremò, pensando che i propri sensi quasi l’avevano tradita.
Stava dimenticando quell’anima, quell’essenza di Mulder che da quando era entrata nella sezione Xfiles, dieci anni prima, non l’aveva più lasciata.
Il cuore lottava contro i sensi, che desideravano una seconda stretta, un secondo corpo caldo ed appassionato, accanto al suo.
Sensi che avrebbero voluto, ansimato, bramato per fare l’amore con Yvanov.
Sperò, si convinse forse, che ritornando nella propria origine, le fosse possibile scacciare quella considerava una bestemmia.
Ma era forse anche il timido segnale di una speranza, un segnale che qualcosa di vivo esisteva, oltre l’Apocalisse, oltre il dolore che gli Xfiles sembravano solo in grado di darle.
Che Dana sapeva amare, che sapeva piacere, che era donna…
Ma lei lo era, lo era diventata con lui, grazie a lui, grazie a Mulder.
Rivide la scrivania e pensò a Clyde Koltz.
Un pensiero doloroso, come fosse stata costretta a rivedere il luogo del proprio stupro, che scacciò subito.
Quello non era il luogo del dolore alla testa, del suo cancro, del proprio cuore che andava in pezzi quando aveva creduto alla bugia di Fox circa la sua relazione con Diana Fowley, non era il posto nel quale si era inginocchiata implorando Smoking Man per la salvezza di Mulder…
Quello era solo il confine dei loro sguardi, delle loro carezze…del profumo di Mulder. Null’altro.
E pensare che aveva bollato quell’incarico, dieci anni prima, come una sorta di gavetta utile e dolorosa.
Spesso, nelle afose serate d’estate, discutendo con suo padre, avevano affrontato il tema del sacrificio. Per entrambi, era una leva decisiva, per arrivare al traguardo.
E a Dana, il sacrificio non aveva mai spaventato, mai.
Quella sensazione, però, durò in lei solo il tempo necessario per discutere con Fox del primo caso, dei ragazzi rapiti nell’Oregon.
Lì si era immediatamente accesa una scintilla, che non era amore…quanto uno stuzzicante impegno.
Dana avrebbe combattuto per far entrare la logica, la scienza in un luogo, la sezione Xfiles, che ne sembrava precluso.
Si disegnò un pallido sorriso, sul suo volto, pensando a Mulder, alle sue teorie..
Non si sarebbe potuto scommettere un penny su Mulder…lo spettrale, convinto che sua sorella Samantha fosse stata rapita dagli alieni, su un bel disco volante.
Fu proprio il modo aperto e sincero con cui le confidò quanto credeva essere accaduto nel proprio passato, a far breccia su di lei.
Gli occhi di Mulder s’illuminavano, quando la guardava.
E per molto tempo, si nascose la verità…cioè che anche i suoi assumevano quel medesimo brillare.
Adorava la capacità di Fox di sfidare le dettagliate ricostruzioni scientifiche che lei le presentava davanti, per smontare le sue idee.
Lo amava, quel gioco….Gesù…e lo stava capendo solo ora.
Mulder è il simbolo della verità, della fermezza nelle proprie idee.
S’innamorò subito di lui…subito.
E, come logico parto della sezione Xfiles, fu un amore difficile.
Ne sorrise, amara. Tanto tempo…tanti mesi, giorni, ore sprecate.
Sprecate senza frequentarsi, senza stare vicini, senza amarsi…
Non si sarebbe mai dichiarata a lui, mai…
Mulder era tutto per lei, ma Dana non voleva accettarlo.
Paura di ammettere ciò che sentiva.
Potrebbe essere difficile capire i motivi della sua freddezza, del suo guscio protettivo assoluto.
Dana provava ancora dei brividi d’imbarazzo, pensando che aveva pianto davanti a Yvanov, come li provò quando aveva pianse davanti a Mulder.
Orgogliosa. Tenace ed orgogliosa….questo era Dana Scully.
Era il suo io, raffinato da anni di trasferimenti nelle basi della marina per via del lavoro del padre, dell’emotività assoluta che la indeboliva.
Era la sua natura, figlia della paura d’innamorarsi della persona che l’avrebbe inevitabilmente abbandonata.
Era ciò che più temeva.
Essere sola, abbandonata, derisa.
Guardando gli schedari chiusi, provò rimorso.
Rimorso per quel che aveva quasi fatto poche ore prima, rimorso per ciò che l’istinto le chiedeva di fare, e nostalgia…
Nostalgia che tutto quel mondo assurdo, eppure meraviglioso, fosse giunto al termine.
Si sedette alla scrivania, fissando il vuoto.
Non avrebbe mai ceduto che le sarebbe costato tanto abbandonare gli Xfiles.
Spesso, anzi, li detestava, quando essi sembravano assorbire ogni interesse di Mulder, distraendolo dal vedere lei, i suoi sorrisi, i suoi occhi, le sue gambe, il suo profumo…
Ora tutto era chiaro: Mulder non aveva mai ignorato tutto questo.
Aveva semplicemente pensato di calarlo dentro di se, in profondità, come per aggrapparsi ad esso nei momenti in cui sentiva disperato il bisogno di fuggire dalla propria vita solitaria.
Mulder…Mulder…dolce, unico amore mio…come potrò mai esistere, pensare, respirare senza di te ? Come ?

< ..dove si è nascosta la tua mente…dove ? >, sussurrò.

Nei meandri della follia, che era la cosa che più Scully temeva, più della malattia e della morte.
Rammentò quel che Nessuno, il loro ultimo informatore, le aveva quasi ordinato:

" trovare la verità…per la salvezza del genere umano"

Si rigirò la targhetta fra le mani, inconscia del fatto che anche Skinner, tempo prima, aveva fatto altrettanto, nel vuoto doloroso della sezione Xfiles.

<…e come…come faccio…come posso fare…da sola ? >

L’oscurità accentuava i deboli scricchiolii dei mobili e delle scaffalature, cariche di documenti che presto sarebbero diventati carta straccia.
Le sembrò di udire dei passi, nel corridoio, che si persero poi del tutto.
Quantico…la relazione intensa, viscerale con Jack Willis…anche quello le ritornò alla mente.
Allora era giovane, attratta dalla maturità, dalla sicurezza di quel collega, esperto e deciso…Perché era finita ?
Forse per una ragione, forse per dieci, cento, mille, certamente per nessuna, come se fosse già tutto scritto e lei si preparasse a recitare un copione.

< Esistono mondi più grandi di quelli che crediamo di comprendere…>, si disse.

Era vero.
Entrando lì, aveva riepilogato tutta la sua vita, l’aveva rivista come da una lente dell’amato microscopio elettronico e l’aveva giudicata.
Nessun dubbio, nessun’esitazione, adesso.
Apparteneva a Mulder. Era sua.
E lui era suo, suo e basta !
Niente li avrebbe mai divisi, niente !
E la sua missione, le sue scelte, non la spaventarono più.
Pochi passi per arrivare alla Luna, passi che avrebbe percorso senza paura.

***

CAPITOLO CINQUE

 

Luogo sconosciuto, Ore 11.57 Pm,
Lunedì 24 Giugno 2002
Il silenzio umido della sera, lo raggiunse.
Spense la luce, immergendosi così totalmente nel buio.
Rimase seduto e si udì solo il "clic" dell’accendino.
Poi il buio fu rotto dal debole luccichio della Morley.
Assaporò il gusto forte del tabacco, come faceva da anni, tantissimi che improvvisamente gli pesarono come macigni.
Rammentò, come spesso avviene all’approssimarsi della vecchiaia, episodi della propria vita.
Le calde ed umide serate di Washington, in quei corridoi sempre uguali dei palazzi governativi, mentre fuori la vita di migliaia di donne, di bambini, continuava come sempre..
La solitudine, assoluta, che lo aveva accompagnato per tutta la vita.
Immerso in quei pensieri, non udì la porta aprirsi alle proprie spalle.
Si sarebbe portati e credere che un uomo come lui, fosse allertato da migliaia di pericoli, pronto a sentire ogni piccolo rumore sospetto come fosse l’ultimo, ma così non era.
Orami Smoking Man era avezzo a riconoscere chi poteva realmente minacciarlo e la morte era divenuto l’ultimo dei suoi pensieri.
L’uomo che entrava in casa sua, ad esempio, apparteneva certamente ad una di queste minacce, ma come per tutte, si sarebbe rivelata solo al momento stabilito.
Alex Krycek si schiarì la voce.

< Signore….>

Smoking Man si girò, senza dire nulla.

< ….ci stiamo muovendo per…scongiurare il lavoro di Nuchov…>

Lui guardò Krycek nella densa penombra che la fioca illuminazione lasciava nella stanza.

<…nulla potrà fermarli….nulla….nemmeno Dana Scully…né quel patetico Jeremiah Smith…>, aggiunse, come per ribadire quel che desiderava.

Il momento era vicino, annunziato dal più tetro dei silenzi.

< Posso confidarti una cosa, Alex ? >

Lui annuì.

< So che ci siamo…oggi, alla riunione, mi è stato detto se non provo…paura.. timore per tutto questo..>

Krycek lo ascoltò, mentre la luce brillante della follia animava le sue pupille.

< …tutta l’umanità…è pronta a seguire il più tremendo dei destini, la più assoluta delle catarsi…>

Krycek si spostò da un lato, come per sottrarsi a quello sguardo, che ancora aveva il potere di turbarlo.

< …una sorta….d’assoluta evoluzione naturale…>, mormorò.

Smoking Man sorrise.

<..già…solo che non sono le leggi di Dio a decidere, questa volta…ma le nostre..>

Krycek socchiuse le palpebre, mentre il cuore pulsava impazzito.
Avrebbe desiderato, voluto, ucciderlo.
Era così…indifeso ed onnipotente al medesimo tempo, come una sorta d’entità che fosse grottescamente sopravvissuta al proprio scopo.

<…posso…posso andare…? >, disse con un fil di voce.

Smoking Man aspirò dalla Morley.

<….tu sei..venuto qui…per uccidermi, vero ? >

La domanda sembrò produrre un’eco appena udibile, nell’appartamento.
Krycek tremò. Poteva…sembrava potesse leggergli la mente.

<…non..so di che parla….>

Sorrise.

< Non ti credevo capace di provare….simili emozioni, Alex…>

Lui scosse il capo.

< …non la capisco…>

< Desideri essere me…sapendo che non arriverai mai alla mia grandezza…>

Parlava con lentezza esasperante, turbandolo.

<…non arriverai mai al mio genio, Alex ! Esiste…esiste solo una persona, che può essere degna del mio immenso disegno….>

Non disse altro.
Krycek uscì, svuotato d’ogni energia, quasi fosse stato a colloquio con una sorta di vampiro spirituale, che gli avesse assorbito parte del cuore.
Lui spense la Morley e sorrise, pensando a Fox Mulder.

---

Chilmark, Stato del Massachusetts, Ore 08.09 Am
Domenica 23 Giugno

< Abbiamo così stabilito, che durante la registrazione avvenuta nello studio del presidente, siano stati effettivamente cancellati venti minuti di nastro… Ora, lei crede sia credibile affermare che tale cancellazione sia avvenuta per..distrazione ? >

La stanza era illuminata parzialmente dalla tv e dalla lampada fissa.
Lo Stratego sistemato fra lui e sua sorella.
Nessun altro in quella stanza, nessuno..
La voce della televisione, riecheggiava fra loro ed il silenzio.

< Avanti muovi che ti batto lo stesso…>

Ora la vedeva bene, come possedesse una sorta di lente particolare, in grado di mettere a fuoco tutto sotto un’altra luce.
Aliena, deforme, com’era realmente.
Mulder aprì gli occhi, di scatto, avvolto dal sudore.
Tutto appariva deforme, offuscato..
Si alzò pesantemente dal divano, nel quale era caduto in un sonno profondo.
Barcollando attraversò la sala, sino ad arrivare alla specchiera appesa all’ingresso.
Si vide a fatica….ma era reale quel che vedeva ?
Aveva una sorta di crosta grigia sulla tempia sinistra, e nel passarsi una mano sui capelli, se ne trovò una manciata fra le dita.
Era tutto confuso, distorto.
Ma arrivando a sfiorare il vetro con la punta delle dita, gli parve che le proprie pupille fossero enormemente dilatate, come per i gatti, durante la notte, per captare la maggior luce possibile.
Forse era a causa dei medicinali con cui l’avevano imbottito…
La pelle…sembrava secca, priva di liquidi, quasi incartapecorita.

< Fox…>

Si voltò di scatto.
Tremava, alla maniera di una crisi di febbre.

< Figliolo…come ti senti…? Sei ridotto…in nome di Dio, cosa ti sta accadendo ? >

Il dolore alla costola, era svanito.
Che si fosse…forse era solo un brutto ematoma…nulla di più.

<…mamma….ti ricordi della trottola….? >

Arrivò a sfiorargli il viso, ma Fox si ritrasse.

<…la trottola, mamma….>

Il viso di Tea Mulder si contrasse in una smorfia di dolore e di perplessità.

<…non capisco….>

< Da bambino….mi regalaste una…trottola colorata….di legno…avevo circa… otto, nove anni….non eravamo qui…a Chilmark…>

Fox sentiva vivo l’odore della foresta, della resina, dei pini penetranti…
Lui e sua sorella che scendevano le scale, andando verso l’albero addobbato per Natale.
E poi la luce e l’elfo…

< Stai male, Fox…>, sussurrò lei.

< …dove eravamo mamma….DOVE ? >, implorò.

Lei fece per allontanarsi, senza rispondere, ma Mulder le afferrò il braccio, stringendolo con forza, sino quasi a farle male.

< Basta bugie, basta ! Dimmi dove eravamo quel Natale…ricordo che prendemmo un treno….un treno alla stazione e che pioveva a dirotto ! >

La neve, la pioggia ad un certo punto si era mutata in neve.
Lui e la sua famiglia erano su di un pullman, perché il treno, lì sopra, non arrivava.
Erano in montagna.
C’era neve dappertutto.

< Andiamo..stasera c’è la finale d’andata del campionato di baseball…. Un evento unico per questo sport…>

< Lasciami stare Fox…! Mi fai male ! >

La voce di sua madre era reale quanto quella di papà, su quell’autobus.
La trottola….girava fortissimo, dopo il colpo di spago, con Dana e Samantha che guardavano divertite e felici.
Girava e girava, e si appiattiva, sino a diventare discoidale.
Un UFO…un grosso, enorme UFO che occupava il cielo, interamente.
E le urla.

< ..abbiamo preso il treno…c’era troppa pioggia e neve per partire in macchina… dove siamo andati…dove ? >

Tea Mulder chiuse le palpebre, mentre il dolore la colpiva come un oggetto solido.

< …andammo da un amico di tuo padre….alla catena di Blue Ridge…in un posto chiamato Darwin….c’era una magnifica pista di sci, lassù…>

Blue Ridge…il monte Skyland….dove Dana fu portata in occasione del suo rapimento, per opera di Duane Barry…ove era certo di essere stato anch’egli, durante la sua scomparsa durata un anno…
La nebbia, fitta fra i boschi, le conifere e l’odore penetrante della resina…quella "presenza" assoluta, dominante dei boschi…

<…devo andare…>

< Fox…che dici ? Non ti reggi nemmeno in piedi….ti uccideresti…>

Ma Fox non rispose.
Adesso aveva capito, trovato la meta.
Era lì che doveva andare, che sarebbe dovuto andare da subito, per capire tutto.
Si tolse la camicia zuppa di sangue e girandosi verso sua madre, ordinò:

< Dammi un vestito….basteranno dei jeans ed una maglietta….un paio di scarpe da tennis…da qualche parte dovrei avere ancora la mia….roba, no ? >

Lei annuì, conscia del fatto che Fox non si sarebbe fermato.
Come sempre, quando prendeva una decisione.
Si abbandonò di nuovo sul divano, passandosi la mano fra i capelli, che cadevano radi ma costanti.
Fissò avanti a se, ma la lucidità non arrivava.
Aveva difficoltà a percepire i colori.
Era possibile che il suo stato fosse conseguenza del morso del cane.
Se quel boxer aveva qualche strana malattia…
No…era passato troppo poco tempo da quel morso ai sintomi che avvertiva adesso.
Che cosa gli stava succedendo ?
Si alzò di nuovo, barcollando sino alla vecchia porta di legno della cantina.
Accese la fioca luce della lampadina, tirando una cordicella e scese le scale.
Miracolosamente si resse per tutto il percorso, arrivando sino in fondo.
Prese a rovistare fra i polverosi scatoloni dimenticati giù, in fondo, come in fondo, giù stava proseguendo il suo viaggio.
Trovò, chiusa in una scatoletta metallica, la calibro 38 del padre.
C’era anche una scatola nuova di proiettili, accanto.
Faticò quasi dieci minuti, per caricare i sei colpi della pistola a tamburo e rise.
Una pistola….Gesù, non era nemmeno in grado di puntarla in avanti senza tremare come una foglia.
Udì i passi della madre in salotto e prese a risalire, senza voltarsi, certo che la solita figura era alle sue spalle.
La porta si chiuse e tutto piombò nell’oscurità, nella cantina.
Come tutto cadeva nell’oblio, per Mulder.

***

CAPITOLO SEI

 

J.Edgar Hoover Building, Sede dell’FBI,
Ore 05.08 Pm, Sabato 22 Giugno 2002
Ora il tempo aveva decisamente svoltato al bello.
Erano le cinque ma il cielo era limpido e l’aria tersa, frizzante e meravigliosa.
Dana Scully uscì dalla sede dell’FBI senza alcun peso.
Con se aveva tutto quello che le sarebbe servito: l’anima di Mulder.
Arrivò all’auto, posteggiata nel parcheggio riservato agli agenti e lo vide.
Sergej Yvanov era appoggiato, con la sua stazza mastodontica, al cofano della Ford color verde smeraldo, con uno stecchino fra le labbra.
Dana esitò un istante, prima di farsi vedere.
Yvanov si staccò dall’auto, venendole incontro.

< Dana…>, disse con voce gentile.

< Saliamo…>, asserì lei.

Aprì, sedendosi alla guida, mentre il russo si accomodò alla sua sinistra.

< Tutto OK ? Hai sistemato quel che dovevi ? >

Lei annuì, muovendo appena la testa.
Oggi era vestita come in tutti gli altri giorni, giacca e gonna in tinta, camicetta aderente ma non eccessiva, profumo appena avvertibile…
Ma Yvanov ebbe modo di sentire il suo profumo di femmina ugualmente, nell’abitacolo dell’auto. Era semplicemente splendida, anche senza abito da sera, senza una pettinatura ricercata ed un rossetto audace, né trucco…
Comprese quel che aveva sempre provato Mulder, ogni giorno, ogni ora insieme con lei.

<..si…adesso dobbiamo andare da una persona…poi passeremo a cercare Jeremiah Smith….>

Fece manovra, uscendo dal parcheggio ed immettendo l’auto nel flusso del traffico.

< Ho controllato…pare che nessuno ci stia seguendo…>, disse, tanto per rompere il silenzio.

Aveva capito, dai suoi sguardi, dal suo viso, che Dana aveva rimosso del tutto la notte precedente.
Accese l’autoradio quando furono alla periferia della città.

"…notizie di politica estera. Ha suscitato molto scalpore, l’avvistamento di un sommergibile russo, di tipo nucleare, armato di testate offensive, nelle acque territoriali dello Stretto di Bering. L’avvistamento sarebbe stato effettuato da una nave di pattuglia statunitense nella mattinata d’oggi. Nonostante il sommergibile russo abbia immediatamente invertito la rotta, il ministro degli esteri Chenney, ha definito molto grave, l’episodio. E’ stata immediatamente aperta una linea diplomatica fra il presidente Walter 2W Bush e Wladimir Putin, attualmente impegnati nelle rispettive capitali per la vicenda irachena. Ulteriori notizie al giornale delle sette e trenta… Per lo sport: i Miami Dolphin, hanno annunziato l’acquisto di…"

Spense la radio, guardandola.
Scully deglutì, nervosa.
Mormorò, fermandosi ad un semaforo:

< Spero…spero che lei ed il suo misterioso amico siate solo dei…pazzi… e che io lo sia ancor di più, dandovi ascolto…>

Yvanov non rispose.

***

APOCALISSE - TERZO INTERLUDIO

Darwin, Stato della Virginia, Ore 03.00 Pm,
Lunedì 24 Giugno
 
L’aria era ancora tanto fresca da pungere la pelle e far desiderare un maglioncino di lana.
Lo sceriffo si sfiorò il pizzetto appena scolpito al mento, e la stella a dodici punte che aveva appesa al bavero della giacca, s’illuminò per uno strano riflesso.
L’odore del sangue era vomitevole.
Aveva impregnato le pareti, i mobili, le scale, l’aria….dappertutto.
Casa Weelock sembrava una macelleria.

< Cristo ! >, imprecò Truelove.

Era sceriffo da quasi diciassette anni, ed in quel piccolo angolo di paradiso fra le montagne, gli unici pericoli erano i cacciatori di frodo, che nel periodo autunnale facevano trabocchetti ad alci e cervi.
C’era stato qualche episodio di violenza, come quando una banda era stata accusata di un omicidio per rapina, ma non si trattava di persone del posto.
Dalla fine della primavera, i guai sembravano essersi moltiplicati: la misteriosa febbre che stava colpendo un po’ tutti, in città….due donne, Linda Rupert e Elena Simmons che erano svanite nei boschi, una settimana prima…e adesso questo !
In casa Weelock non c’era più nessuno.
Solo sangue, ed un corpo, quasi completamente divorato.
Era ridotto a brandelli, appena alla sommità della scala interna della casetta.
Scosse il capo.

< Avanti Greg…scatta le foto e copriamolo, una buona volta ! >

Greg Spencer, vice da circa sei anni, masticava una gomma molliccia, per trattenere il vomito.
Lo scheletro era coperto di sangue e di una sorta di bava appiccicosa, simile a silicone oltre a tessuti e brandelli di carne.
Puntò la macchina dal flash alogeno e scattò. Si udì un rumore acuto che si perdeva piano piano, come lasciando una scia pesante della propria presenza.
Truelove si grattò appena la fronte, sconcertato.
C’era troppo sangue, lì, in posti sbagliati, per così dire, perché appartenesse tutto alla povera vittima.
Non era possibile identificarla, ma era quasi banale affermare che fosse Buck, dato che il suo furgoncino era ancora fuori, con il motore acceso.
Era stato proprio questo ad attirare O’Sullivan, un agente di pattuglia, verso le due.
Si era avvicinato, stupito del fatto che il furgone fosse ancora in paese, visto che a lui il latte, quella mattina, non era stato recapitato.
Così era entrato nella casa degli Weelock, passando dal retro, e aveva visto…
Tremava e faticava a parlare con la centrale, anche nell’abitacolo della propria auto.
E c’era da capirlo.
Truelove pensò che con ogni probabilità, le altre due vittime fossero Jimmy e Virginia Weelock. Ma dove diavolo erano andati a finire i corpi ?
E poi c’era quella sorta di…coso, nella stanza di entrambi.
Un bozzolo, sventrato…grosso e ributtante….
Ma che cavolo era successo ?
C’erano segni anomali, come d’unghie su alcune pareti, e la finestra che dava sul cortile esterno, era sfondata.
Ma qualcuno era uscito, non entrato, dalla disposizione dei calcinacci e dei frammenti di vetri, tutti sparpagliati nel giardino.
Spencer terminò le foto, scendendo con la macchina appesa al collo.

< Seguiamo la…solita procedura ? >

Lui scosse la testa.
Ripensò al fatto che Jimmy Weelock aveva quella strana influenza….e che Kim, la sua nipotina di sei anni, era da un paio di giorni a letto con la febbre…
Rabbrividì, rimettendosi il cappello.

< Occorre ben altro…>, sussurrò, uscendo finalmente fuori da quella che non era più una casa, ma una sorta di tana orrenda, che gelava loro il sangue.

Al di là del giardino, nel tiepido chiarore del pomeriggio, sostavano alcuni curiosi.
Ragazzi tornati da scuola, qualche nullafacente, due vecchie comari.
Ognuno di quell’umanità varia eppure ugualmente curiosa, sbirciava appena al di là del cordone di polizia sistemato davanti alla staccionata di casa Weelock, tutti con il medesimo intento.
Vedere com’era un morto.
Non un morto in obitorio, sistemato alla bene e meglio dalle pompe funebri, o il morto nella cassa, che dava l’idea del concetto dell’estinto stesso, piuttosto che di un povero cristiano davvero cadavere.
Con gli occhi fuori dalle orbite, il sangue, il puzzo della decomposizione che chissà perché iniziava non appena uno aveva smesso di respirare..
Kim…la sua febbre…
Quei bozzi…duri come fossero di legno, il medesimo legno che ricopriva i tronchi della zona..
Quel liquido gelatinoso, appiccicoso, disgustante, che come una scia, dalla camera di Virginia e da quella di Jimmy, percorreva tutto il corridoio, fino alla scala.
E poi giù, sino alla finestra che dava all’esterno…
Jimmy….aveva circa la stessa età della sua nipotina…
Salì in auto, sospirando.
Rigirandosi fra le mani il microfono della radio di servizio, pensò a quello che il medico del paese, il dottor Stevens aveva diagnosticato: un virus…una nuova forma di influenza…
Influenza…sapeva di quella strana, anomala epidemia all’inizio del secolo scorso, la spagnola.
Erano morti in milioni per quell’influenza….ma adesso…adesso eravamo nel XXI° secolo…mica si poteva crepare di quelle robe lì, no ?
Ma che cosa diamine c’entrava un virus, con il macello lì dentro ?
Fonz, il cane degli Weelock, abbaiava senza tregua, da quando l’agente O’Sullivan era entrato…Ma perché era rimasto muto, precedentemente ?
Spencer entrò, gettandogli un’occhiata.

< Mi ci vorrà tempo per tutti i sigilli…intendi informare la polizia della contea e

il medico legale di Bristol ? >

< No…non solo, per lo meno…Ho sentito…ho sentito che esiste una sezione apposita, all’FBI…che si occupa di questo genere di cose ! >

Spencer annuì. Scese, iniziando a porre i sigilli, e al medesimo tempo, allontanando i curiosi.
Molti obbedirono con scarsa volontà, altri si spostarono di qualche centinaio di metri, rimettendosi a parlottare fra loro..
Del resto, i casi di influenza erano sempre più frequenti..

***

CAPITOLO SETTE

 

DESCRIZIONE

ENTOMOLOGIA: Ramo della zoologia, che studia la vita, la riproduzione e la classificazione degli insetti.
INSETTI. Gli insetti, o esapodi, costituiscono il gruppo più importante del regno animale, sia per la diversità della loro distribuzione nei più disparati ambienti dell’ecosistema, sia per l’incredibile numero dello loro specie.
Gli insetti, da soli, rappresentano 2/3 del regno animale e la loro cifra è così enorme che nessun numero potrebbe correntemente rappresentarlo.
Le sole specie possono esser catalogate come superiori al milione.
Ogni anno, entomologi di tutto il mondo, scoprono e catalogano centinaia o migliaia di specie ancora sconosciute.
Queste cifre sono vertiginose, se paragonate a quelle di altre specie animali.
Tutti i vertebrati, ad esempio, totalizzano 67.000 specie, di cui 4500 sono di mammiferi, 8500 specie degli uccelli e 20000 dei pesci.
Gli insetti sono incredibilmente antichi: i primi apterigoti, comparvero nell’era primaria, circa 410 milioni di anni fa.
Ecco la loro principale suddivisione:
SOTTOCLASSE APTERIGOTI: ( Insetti primitivi, sprovvisti di ali, senza alcuna metamorfosi ) 4 Ordini: Proturi, Dipluri, Tisanuri, Collemboli.
SOTTOCLASSE PTERIGOTI: ( Ali primitive che non possono ripiegarsi al riposo, metamorfosi parziale ) 2 Ordini: Odonati ( Libellule ), Efeminotteri ( Efemere ).
NEOTTERI: ( Ali complesse che si piegano al riposo )
ENIMETAMBOLI: ( Dalla metamorfosi incompleta, senza stadio ninfale ) 14 Ordini: Dittiotteri ( Blatte, Mantidi ), Plecotteri ( Perle, Nemure ) Isotteri ( Termiti ), Embiotteri ( Embie ), Dermatteri ( Forficule ) Nototteri (Grilloblatte), Fasmidotteri ( Fasmi, Filli ), Ortotteri ( Cavallette, Grilli ), Psocotteri ( Psochi ), Mallofagi ( Pidocchi trituratori ), Anopluri ( Pidocchi succhiatori ) Tisanotteri ( Tripidi ), Emitteri ( Cimici, cicale ), Zoratteri.
OLOMETAMBOLI: ( Dalla metamorfosi completa con stadio ninfale ). 9 Ordini: Neurotteri ( Crisiope, Formicaleoni), Mecotteri ( Panorpi ) Tricotteri ( Frigane ), Lepidotteri ( Farfalle ), Ditteri ( Mosche, Zanzare ) Sifonatteri ( Pulci ), Imenotteri ( Api, Vespe, Formiche ) Coleotteri ( Scarabei ), Sterpsitteri ( Stilopi ).

 

Ferrovia 2201, Chilmark-Bristol City,
Ore 01.00 Am, Lunedì 24 Giugno
Insetti.
Insetti dappertutto.
Il vagone ne brulicava, in ogni interstizio, in ogni spazio.
Era come una massa vivente, di colore grigio scuro, densa come la melassa che si appiccicava alle dita, dal sapore dolciastro e nauseabondo.
Fu quella nausea che gli ottenebrò la mente, inducendolo in uno stadio di parziale irrealtà, purtroppo frequente in quei giorni.
Ora aveva sette anni.
Il caldo afoso della costa Est, immobilizzava l’aria e soffocava piante ed animali.
Le nuvole, in cielo, erano lontane ed immobili, come animali dipinti.
Fox era disteso nel giardino di casa, intento a muovere il carro cingolato nello spiazzo che gli era costato un’ora di faticosi scavi, grazie alla paletta giallo rame.
Sua madre era a casa, indaffarata a preparare la torta di mele, mentre suo padre era al lavoro.
Samantha nella propria stanzetta, addormentata.
Spinse il cingolato sulla piccola collinetta di terra battuta: "Bruummm".
Superò non senza fatica, il dislivello, spalancandosi così la veduta su un campo di battaglia ricolmo di soldatini di plastica, colorati di grigioverde.
Nascosti in ogni buca del terreno, i soldatini erano pronti per la battaglia.
Fox ne captava la fantasiosa attesa, la tensione che andava aumentando e che aveva veduto nei film alla tv sul Vietnam.
La Jungla del suo curato prato regolare, gli sembrava impenetrabile alla stregua di quella pluviale.
Bang ! Esplose una granata a pochi passi dal carro, con il botto smorzato della michetta appena sepolta sotto un dito di terra.
La polvere sporcò il carro, mimetizzato con cura da Fox, e questo si mosse, imperterrito.
Ora la battaglia era cruenta. Mulder era intento ad immolare i soldatini sotto i cingoli del mezzo meccanico, quando un invisibile movimento della terra granulosa del giardino, gli distolse l’attenzione.
Nella parte che costituiva l’avamposto del proprio esercito di plastica acquistato all’emporio per 12 dollari e 50, c’era un movimento frenetico.
Fu percorso da un brivido innaturale, che proveniva dal più profondo della sua anima, come un rito atavico di cui si è persa ogni memoria, ma che si celebra quasi per forza d’inerzia, ignorandone il significato.
Quel brivido fu pauroso, terrorizzante, per lui.
Una miriade di formiche, destate dalla loro apparente metodica opera di lavoro, identica e senza mai fine, sbucò dal nido invadendo, quasi alla stregua d’aggressori alieni, il campo di battaglia.
Si riversarono sui soldatini, sotterrandoli con il loro immenso numero, poi su cingolato, percorrendone la superficie senza la minima esitazione.
Fox si mise in piedi di scatto, ritraendosi.
Una parte di lui, ardeva per salvare i soldatini da quella catastrofe.
Ma la paura, che aveva origine dal medesimo rito atavico precedente, lo paralizzava.
Non appena le formiche più grosse, che in futuro avrebbe conosciuto come sentinelle, inziarono a salirgli sulle gambe, fece un balzo ancor più deciso all’indietro, scrollandone con gesti nervosi e confusi.

< Mamma ! >, urlò.

Ora, strofinandosi gli occhi impastati dal sonno, la barba sfatta da tre giorni, notò che tutti quegli insetti, in realtà, non se n’erano mai andati.
Rannicchiato con le gambe raccolte e le ginocchia a pochi centimetri dal mento, Mulder cercava vacua protezione dal freddo, in quel carro merci.
Benché fosse estate, almeno così diceva il calendario, il vento teso e turbinoso che entrava dalla porta appena socchiusa, era umido e freddo.
Si era quasi ingobbito per nascondersi nel giubbotto di pelle nera, cercando protezione.
Fuori, il paesaggio era sconosciuto, immerso nel buio più assoluto della notte, così come doveva essere apparso ad Amstrong e ad Aldrin, nella missione Apollo 11.
Fox Mulder aveva trascorso ore, nel deposito merci della stazione, nascosto fra la spazzatura e i sorci, come un vagabondo.
Tutto era rallentato, nel suo stato mentale sempre più confuso e distorto, ma alla fine aveva letto le sigle ed aveva trovato un merci diretto verso Blue Ridge.
La propria esperienza, nel decifrare sigle e codici in quello che mille anni prima era stato il suo lavoro, lo aiutò molto.
Il resto lo aveva fatto una buona dose di fortuna…
Il merci trasportava sacchi di zucchero da barbabietola, per uso agricolo, e brulicava d’insetti, forse formiche.
Mulder ne sentiva il pizzicore ovunque.
Il proprio stato, da quando era salito lì, era peggiorato.
Forse era per questo ragione, gli fu difficile capire se quelle formiche, o termiti o che altro diavolo erano, esistessero realmente.
Se così fosse stato, le sentiva entrare nelle orecchie, nel naso, nella bocca…
Si mosse convulsamente.
Nel farlo, notò che la propria mano aveva qualcosa di strano.
Già da ore gli doleva muoverla, come se la fosse slogata, ma era una slogatura singolare, poiché l’avvertiva alle dita.
Più precisamente all’anulare e al mignolo delle due mani.
Spalancò le pupille, grosse come quelle di un gatto notturno, fissandosi le mani.
Vedeva tutto in bianco e nero….ma scorse una sorta d’appendice, di membrana, fra le ultime due dita delle mani.
Era semitrasparente, ma sentiva che andava ispessendosi ogni istante di più.
L’idea di "lei" si focalizzò lenta, ma purtroppo costante, nel suo animo.

< Fox….Fox…vieni a me…>

Gli occhi nerissimi, un oceano di profondità assoluta.
Si muoveva a scatti, come un ridicolo cyborg di certi studios Hollywoodiani, o…
Un insetto.
Il corpo, che altre volte aveva faticato a mettere a fuoco, focalizzando l’attenzione sul viso, era secco e magro, apparentemente incapace di reggerne il peso mastodontico.
Placche, su ciò che aveva l’aspetto di un seno stilizzato, nessun ombelico, arti che apparivano saldati al corpo, con articolazioni snodate, a se stanti…
Nuovamente gli sovvenne il paragone con gli insetti.
Aveva nitida l’immagine di "lei", con alle spalle una sorta d’appendice.
Non una coda, piuttosto…un lunghissimo e smisurato segmento dell’addome.
"Lei", chiunque fosse, era molto diversa dai grigi, come Mulder aveva veduto e sentito descrivere tante volte, negli Xfiles.
Era…emanava un’aura di superiorità assoluta, una beatitudine appagante, stordente.
I grigi, avevano invece un aspetto più fanciullesco, quasi si trattasse di bambini dispettosi ed in via di formazione, tranne la testa, ovale ed enorme.
Nulla a che vedere con "lei".
Era l’unica femmina che aveva a fuoco, ed era certo fosse un esemplare femminile della razza aliena. I grigi sembravano esterni ad essa, o forse si limitavano a compiti semplici, dalle ridotte capacità mentali. Ma lei…lei era la loro femmina…
Non svolgeva alcun compito…appariva raramente e spesso per calmare, blandire, incutere rispetto e sicurezza.
Era apparsa a pochi rapiti, sempre in modo materno e sensuale, quasi fosse dotata di una bellezza intrigante, mentre in realtà era orrenda.
Forse era alla sommità di una sorta di una piramide intellettuale di quella razza, dotata d’immensa intelligenza di gruppo potremmo dire, ma priva di fantasia.
Forse in questo risiedeva la spiegazione di tante regressioni ipnotiche, nelle quali i testimoni asserivano che gli alieni sembravano incapaci di rispondere a domande dirette con risposte dirette.
Un banale quesito come la data del calendario o la stagione nella quale si trovavano, li spiazzava.
Non era una forma d’ostracismo, ma un’evidente incapacità di ragionare secondo schemi…umanoidi.
Probabilmente, nella loro società complessa e in espansione continua, una singola domanda ed una singola risposta, non avevano alcun valore.
Come non pensare agli insetti…alle api e alle formiche ?
Incapaci di comprendere la loro stessa esistenza, non dotati d’autocoscienza, ma insieme in grado di edificare la più complessa forma di vita sociale del regno animale, uomo escluso.
Ricordò quello che gli aveva detto Smoking Man…insetti…
Insetti. Entomologia, studio delle varie forme e delle varie specie d’insetti…
Larve, pupe, crisalidi…Aveva letto che gli insetti sono fra gli animali più versatili, esistenti sulla Terra.
Possono sopravvivere alle radiazioni, senza acqua e anche senza ossigeno.
Sopportano i viaggi nello spazio, e quando la vita sulla Terra finirà, per un brutale atto di follia umana o per la sesta estinzione, non saranno forse gli insetti a dominarla di nuovo ? O forse….stanno solo attendendo forme a loro superiori, ma simili, che li generarono milioni di anni fa, per riprendere ciò che era già, numericamente e formalmente loro ?
Forse, in un mondo lontano, gli insetti si erano evoluti anche come intelligenza, una singola mente formata da milioni di piccole menti, piccoli neuroni viventi, che era pronta a migrare verso altri mondi.
Per occupare, colonizzare, distruggere ?
Per prendere con la forza, ciò che ai loro occhi era solo una massa cervellotica di creature singole, inadatte alla grazia universale ?
Non sapeva quanto aveva ragione. Non sapeva quale immensa bugia era stata raccontata a degli uomini, decenni prima, circa il valore di quell’armonia.
Non una concordanza, una simbiosi spirituale con l’universo, ma una sola mente pensante, formata da miliardi d’altre menti, spente di ogni singolarità ed umanità.
I mille pensieri di Mulder non lo abbandonarono per ore.
Poi, prima di addormentarsi, si chiese perché lui, solo lui, sembrava in grado di capire, di entrare dentro tutto questo.
Si guardò la mano e tossì, rabbrividendo.
Forse…c’era il motivo…

***

CAPITOLO OTTO

 

Appartamento di Jean Grey, 7741
New Hampshire avenue, Washington,
Ore 07.35 Pm, Sabato 22 Giugno 2002
Il vice-direttore federale infilò la chiave nella toppa ed improvvisamente una sensazione di sospetto s’impadronì di lei.
Aveva trascorso una mattinata ed un pomeriggio allucinanti, stressanti e sofferti.
Dalla visita al cimitero di Arlington di quella mattinata, alla telefonata poco prima di mezzogiorno, tutto era andato storto.
Jean sbuffò, lasciandosi scivolare la borsetta sul polso ed aprendo.
La soglia era aperta appena per metà, ma Jean aveva già gettato a terra, sullo zerbino, la borsetta, ed aveva afferrato la calibro nove, togliendo la sicura ed armandola.
C’era qualcuno a casa sua.
Aveva annusato un forte e buon odore di dopobarba, mescolato a del profumo di pesca.
Sgattaiolò all’interno, scivolando fra l’uscio e lo stipite.
Si appiattì alla parete, senza accendere la luce, sgranando le palpebre.
Con la gamba sinistra, socchiuse la porta, tenendo l’arma con entrambe le mani, ritta avanti a se, i sensi tesi…
La luce della lampada del soggiorno crepitò appena, diffondendo una tenue luce azzurra.

< E’ in ritardo…>

Jean Grey si voltò di scatto in direzione della voce, straniera, con decisione.

< Chi è lei ? Che ci fa in casa mia ? Alzi immediatamente le mani sopra la testa ! >

Alle spalle dell’uomo, che vedeva bene nel mirino della pistola, si materializzò una donna minuta.

< Ferma…! E’ tutto OK, vice-direttore ! >, mormorò Dana Scully.

Jean Grey abbassò appena le difese, sempre tenendo la pistola in avanti.

< Che cosa significa questa….pagliacciata ? Che fate nel mio appartamento…? >

Lanciò uno sguardo truce a Scully.

< Lei..? Agente Scully…Esigo delle spiegazioni ! >

< Se intanto, desidera abbassare la pistola…>, asserì Yvanov, con voce tranquilla.

Il vice-direttore federale abbassò il cane della Sig Sauer e inserì la sicura.
Il cuore le batteva forte e il collo pulsava, ancora sotto l’effetto dell’adrenalina.

< Non avevamo intenzione di…fare questo, ma non potevamo attendere in strada… Sarebbe stato troppo pericoloso…per noi e per lei…! >

La Grey infilò l’arma nella fondina, sempre guardando Scully.

< Agente…Scully…in nome di Dio….La sto cercando da questa mattina…! Mi vuol dire che…>

Dana posò sul divano, accanto a Jean, un dischetto di color verde acqua.
Yvanov intanto aveva abbassato le mani e, dopo aver ripreso la borsetta della donna,
si era premunito di chiudere la porta facendo girare due volte il pomo d’ottone.
Scully si spostò il ricciolo ribelle dietro l’orecchio destro.
Aveva guidato sino all’appartamento del vice-direttore Grey, senza dire più nulla, dopo le notizie udite alla radio.
Yvanov era rimasto anch’egli in silenzio, limitandosi a lanciarle occhiate furtive, alle quali, alla fine, lei aveva risposto con un tenue sorriso.
Aveva aperto la casa di Jean con una grazia naturale, usando una chiave e un piccolo coltello dalla lama finissima, che aveva riposto immediatamente in tasca.
Poi si erano seduti sul divano, e si erano guardati nuovamente.

< Hai deciso…di escludermi del tutto ? Non merito alcuna possibilità ? >

Parlavano tanto per dire qualcosa, con lei che provava la sensazione d’essere una ladra, un’intrusa in casa altrui.
Non credeva che l’appartamento di Jean potesse trasmettere tanto calore e dolcezza.
Gli arredi erano sobri e curati, forse anche sensuali e benedì che Mulder non si fosse mai recato a casa del vice-direttore.

< …ti darei volentieri una chance…se esistesse…Davvero…>

Si pentì di quella frase. Non era quel che voleva dire e in ogni caso significava tutto e niente allo stesso tempo.

< Se…se le cose dovessero andare come…immaginiamo…mi dirai addio ? >

Lei scosse la testa, fissando fuori. Si poteva vedere un bel giardino, e delle persone che portavano i figli a giocare su un’altalena ed un percorso di cubi in metallo.
Nonni, madri…non si sentiva nulla, ma ugualmente Dana captò le loro risate e le loro lacrime.

<…non amo dire addio ! E’…è capitato troppe volte…>

Sentì le sue dita accarezzarle il palmo ed intrecciarsi con le sue.

< C’è…esiste una casa, alla periferia di San Pietroburgo….è fuori città, in campagna…accanto ad un magnifico bosco di pini ed abeti…D’estate è immersa nel verde…si sente il rumore di un ruscello, il tiepido soffiare del vento.. In inverno il ruscello gela, i pini si piegano carichi di neve….>

Voltò appena la testa, guardandolo.
Il collo le pulsava, e deglutì di nuovo a fatica.
Immaginò per un istante quella casa, con lei sulla soglia e Yvanov che le veniva incontro, imbacuccato fra la neve.

<…e fa tanto freddo, fra quelle mura…Tanto…>, mormorò dolcissimo.

Dana abbassò la testa, per evitare di guardarlo di nuovo.

< ….occorre il calore di una donna, fra quelle mura…se….se le cose andassero male…vorrei che tu venissi lì…per il tempo che ci resta….Forse…forse il mondo lì, non finirebbe…perché non è mai iniziato…>

Dana strinse la mano, quella mano forte e ruvida, che le aveva dato brividi dolci, accarezzandole la pelle, poi ne portò il dorso alla bocca, baciandola.
Fu un bacio caldo, sentito, che non ebbe seguito.
Si alzò, e prese a camminare per l’appartamento senza dire nulla.
Solo dopo una buona mezz’ora, chiese:

< Sicuri che nessuno ci abbia seguito ? >

< E’ il mio lavoro….! Pare che nessuno s’interessi di noi…>

Il suo tono era mutato. Sapeva che lei stava lottando, ma ora lottava nuovamente ed era già un passo avanti.
Si alzò. La bloccò accanto alla spalliera del divano, vicino al muretto divisorio fra l’anticamera ed il salotto.

< Non piace nemmeno a me, dire addio a qualcuno…>

Lei abbassò il capo, appoggiandolo al suo petto enorme, disarmandolo.
Era così dolce e indifesa, in quel gesto.

< Mi hai detto una cosa bellissima, prima….io sento di appartenere a lui… ma….ma se il destino decidesse diversamente….quella casa mi aspetterebbe ? >

Yvanov le baciò il capo, fra i capelli profumati, annuendo.

< E’ per te….quella dimora sarà tua, se lo vorrai….>

Trattenne il fiato, mentre il collo le pulsava impazzito e si distaccò da quell’abbraccio a fatica.
Jean Grey prese il cd-rom, rigirandoselo fra le dita.

< Si tratta di tutto il lavoro di Mulder ed il mio…Files che l’agente Mulder aveva espressamente voluto occultare da me, nel mio pc e nel suo….Li affido a lei..>

Jean impallidì.

< Quell’uomo ? >, domandò, indicando Yvanov con il pollice della mano sinistra.

< E’ fidato….non posso dirle cosa abbia fatto, né con chi abbia parlato…ma mi aiuterà a salvare Mulder…se esiste una possibilità, sarà solo con lui che la troverò…Non consegni a nessuno quei files ! Nemmeno alla persona a lei più vicina…! La posta in gioco è enorme ! >

Jean s’infilò il cd rom nella tasca della giacca, e mormorò, nervosa:

< Io….come può fidarsi di un uomo che non conosce e dire a me di… Si può sapere perché ha tenuto il cellulare spento per tutto il giorno ? >

< Ha dovuto ! Le sue chiamate sono sotto controllo, vice-direttore Grey… Se Dana avesse risposto, ci avrebbero trovato ! >

Lei allargò le braccia.

< Trovato ? Ma chi vi cerca ? >

Fu Scully a rispondere, guardando il russo con un tenue brillare negli occhi verdi.
Decisamente quella fiamma languiva, ma non si spegneva del tutto.

< Le stesse persone che fanno parte del complotto che miriamo a distruggere ! CIA, FBI….sono tutti coinvolti…!! >

La meticcia scosse il capo. Si versò del brandy dal mobiletto, annegando nell’assurdo.

< Agente Scully….questa è una delle teorie tanto care…>

Non aggiunse altro.
Le spettava di dare a Dana la notizia, ma non vi riuscì subito.
Yvanov gettò un cip sul mobiletto, che produsse un suono metallico appena udibile.

< Sarebbe ? >

< Una microspia ! Ne aveva due, in casa ! Una nella presa del telefono, l’altra qui ! >

< Cosa ? >, sussurrò, sgomenta.

< Yvanov le ha trovate non appena entrato in casa sua…>, mormorò Dana.

< E’ pazzesco….>, disse a se stessa.

Poi li fissò entrambi, capendo…. Gli occhi verdi di Scully brillavano come carichi di febbre.

< Mi spiace….>

Ora l’espressione di Dana mutò, divenendo tesa. Impallidì.

< Mulder….? >, chiese, ansiosa.

< E’ fuggito dalla clinica questa mattina…L’FBI mi ha informato della cosa… questo pomeriggio….io…io ho tentato di trovarla, agente Scully ma…>

Dana tremò, per un istante.
Poi si diresse decisa verso l’uscio, ma Yvanov la bloccò.

< Lasciami ! Cristo….lasciami andare ! >, imprecò, decisa.

< Tu non vai ! Ti seguirebbero….se fosse una trappola li porteresti direttamente da lui….>

Dana si divincolò.

< Non mi importa di nulla ! Devo….devo trovarlo, capisci ? >

Lo fissò. Sarebbe stato lo stesso anche in circostanze normali, ma così, dopo quanto accaduto nell’appartamento di Scully, era anche peggio.
Doveva…voleva parlare con lui…

< Ascolta ! Se non è un trucco, diventa assolutamente vitale trovare Jeremiah Smith…lui può localizzare Mulder ovunque sia…e salvarlo…Cerca di capire..>

Lei si massaggiò la fronte, tremando.

< …io…e se fosse…nelle loro mani…? >

< Non ce lo farebbero sapere…a quale scopo dirci questo ? No…è fuggito… ma paradossalmente è più al sicuro così che in qualunque altra parte….>

< Come può dirlo ? Potrebbe accadergli qualcosa…finire sotto una macchina, essere ucciso…>, urlò Jean Grey.

< Lei non conosce quel che io e Dana sappiamo…E’ più difficile trovare un fuggiasco, che un uomo in una struttura ospedaliera ! >

La Grey si sporse verso di lui, mentre Dana fissava la porta e rimaneva immobile, spinta da chissà quale volontà. Forse, proprio quella di Mulder.

< A lei non importa nulla di Fox Mulder ! Vuole solo…perseguire i suoi scopi…! >

Si voltò verso Scully, quasi aggredendola.

< Possibile che non lo capisca ? Che le creda ? Che cosa prova per…quest’uomo..? >

Dana evitò di rispondere. Semplicemente non n’era in grado.
Mulder….era fuori, da solo….malato e sull’orlo della follia…
E lei…lei non aveva idea di cosa fare.
Jean Grey scosse il capo, sconsolata.

< Lo troverò io…>

<…no….>

La voce di Scully fu un fioco, un tenue sussurro di dolore.

< Che dice ? >

< Di no….se lo facesse…la userebbero…si esporrebbe…Jeremiah Smith è il solo.. in grado di….trovare Mulder…ne ha la capacità…>

Yvanov annuì, sfiorandole una guancia.

< Non resterò qui con le mani in mano ad…aspettare che lo ritrovino morto sul ciglio di una strada….un uomo delle sue condizioni non può…>

Yvanov la interruppe.

< Jean Grey, vero ? La conosco di fama…lei è impulsiva, abile ma ingenua… Nutre una cieca fiducia per le istituzioni…ciò su cui suo padre fa abilmente leva…! >

La meticcia serrò i pugni, attraversata da un’ondata d’odio.

< Mio padre è morto, brutto figlio di….>

< So per certo che è vivo ! Collabora con alcuni membri dell’Enclave e…>

Lo schiaffo lo raggiunse alla guancia, duro, cattivo.
Jean serrò le labbra, respirando con forza.
Scacciò le lacrime, d’ira.

< Posso parlare, vice-direttore ? >

Dana s’intromise fra i due, decisa e al tempo stesso sconvolta.
Ancora faticava ad accettare l’idea che Fox fosse fuggito, nel medesimo istante nel quale lei…stava…

< Vado di la….>, sussurrò Yvanov, abbandonando la sala e lasciandole sole.

< E’ inutile che mi racconti una fantasiosa storia su di un complotto globale! Ma come può lasciarlo solo, proprio adesso…>

< Amo Fox più che me stessa….ma cerchiamo di…riflettere…Se lei ha ragione, cerchi Fox da sola…senza implicare altri…Ne è in grado…! Io…mi fido di Yvanov, ma nel caso sbagliassi….lei ha i dati di Mulder…e forse lui stesso…faccia in modo che sia protetto…che non cada nelle loro mani…Posso dirle solo questo ! >

Si fissarono. Fu uno sguardo intenso e deciso.
Jean annuì, debolmente.

< Lei è…pazza…ed io lo sono di più, dandole ascolto…>

Strinse le mani di Scully, quasi con dolore.
Gli occhi verdi di Dana si riempirono di lacrime.

<…vada da sua madre…a Chilmark…forse è lì…Io…se non…non dovessi… se Fox non avesse modo di vedermi più io….io…le dica che l’amo… lo amo più del mio animo, del mio cuore…più di tutto….Che se respiro, respiro per lui, se vivo, vivo per lui…Gli dia un bacio sulla fronte…da parte mia…>

Jean trattenne le lacrime anch’essa, con forza.

< Lo ritroveremo tutti e due…lo ritroverà….è scritto…il vostro amore… sarà più forte di qualsiasi cosa…>

Dana si appoggiò alla spalla del vice-direttore, annuendo, mentre i singhiozzi le impedivano di respirare.
Non disse altro, perché avrebbe solo ansimato piangendo e non voleva farlo.
Ma si sentiva colpevole. Assolutamente colpevole.
Se non l’avesse lasciato solo…se fosse stata accanto a lui….il rimorso per ciò che aveva fatto le aggredì lo stomaco.
Il destino, Dio, che per esso, stava decidendo ?
In fondo non aveva detto addio…non questa volta…
Jean tornò in sala, mentre Dana rimase immobile, il capo chino, il fiato che non giungeva.
Serrò i pugni, i piccoli pugni da bimba, maledicendosi per quel pensiero.

***

CAPITOLO NOVE

 

Sede del Guerriero Solitario,
Washington, Ore 01.00 Am,
Domenica 23 Giugno 2002
Scese per prima dalla Ford verde smeraldo, dopo un’attesa sfibrante.
Yvanov aveva insistito affinché facessero dei giri astrusi, per recarsi alla sede, e percorsero per ben tre volte il ponte sopra il fiume Potomac, prima di arrivare a destinazione.
Poco dopo le undici, fingendo di recarsi ad un negozio per affittare delle videocassette, era sceso a dare un’occhiata.
Dana non aveva detto una sola parola, da quando aveva lasciato l’appartamento di Jean Grey.
Era rimasta rannicchiata nel posto del passeggero, fissando con assenza le vie della capitale.
Yvanov era tornato in auto ed aveva gettato sul sedile posteriore due film: " Man in Black " e " Magnolia " ed era partito.

< ….sembra che nessuno abbia tenuto d’occhio l’auto…Non so dire se si tratti di un bene o di un male…>

Lei aveva annuito. Era stanca e priva d’ogni energia.
L’idea di Mulder, più che altro della sua assenza adesso, la tormentava.
Quando finalmente le tortuose idee del russo ebbero termine, lei sussurrò:

< Vado da sola….>

Yvanov parlò, fissandosi le mani appena appoggiate al volante.

< Non ti fidi abbastanza di me ? >

Dana lo guardò, ancora con la vuota espressione di quella sera, appena velata da una sensazione di dolcezza.

<…affatto….lo sai…Ma i miei tre amici non mi direbbero mai nulla, con te presente ! Sono più paranoici di quanto non sia mai stato Mulder…>

Abbozzò un tenue sorriso, che mostrava in realtà quanto stesse soffrendo.
Yvanov annuì, conscio del fatto che lei intendeva condurre la partita da sola.
Scully camminò senza voltarsi, fingendo di guardare le grosse chiatte al largo del porto, ma in realtà cercava di mettere a fuoco ogni dettaglio.
Nessun’auto, almeno visibile.
Solo una sagoma di un grosso camion, probabilmente un TIR.
Cosa normale per un’area portuale come quella.
Era tranquillo, forse troppo…
Suonò due volte all’ingresso, mentre per fortuna il tempo aveva decisamente svoltato al bello.
La sera era meno umida della precedente e la temperatura era salita di quasi quattro gradi.
Adesso Scully poteva rimanere in camicia senza dover penare per il freddo.
Langly controllò nel monitor della telecamera esterna e disse a Frohike di aprire.
I tre amici di Fox stavano seduti ad un tavolo, con un quarto individuo, una donna, a Dana sconosciuta.
Carte da gioco e fiches.

< Agente federale…la bisca è chiusa….>, buttò lì Scully, con un umorismo.

Si trattava di una battuta istintiva, che le nacque dall’animo, certa che Fox l’avrebbe gradita, ed invece…
Invece era sola.

< Nessuna bisca…solo una partitella fra hacker….>, sorrise Frohike.

La donna aspirò una boccata da una sigaretta e commentò:

< Partitella un cavolo ! Mi dovete 150 $ ! >

Byers si schiarì energicamente la voce, sussurrando:

< Guarda che è davvero un agente federale…>

Ma nel frattempo Dana aveva già sistemato sulla scrivania, ingombra sino all’inverosimile, la foto del dossier datole all’ambasciata russa.
C’era Jeremiah Smith e gli altri cinque personaggi, quasi a semi cerchio.
Parevano parlottare di qualcosa.
La fotografia era stata scattata evidentemente con un obiettivo ad infrarossi, dato che tutto sembrava colorato di grigio.
Ma i visi erano a fuoco.

< Dove l’hai presa ? >, chiese Byers, curioso.

< …dal tipo di foto, è facile intuire che sia stata scattata da un satellite….! >, commentò Langly.

Dana si appoggiò alla scrivania, fissando con curiosità femminile la ragazza, che posò le carte da poker e si unì alla combriccola.

< Un bel satellite spia russo….>, disse alla fine Scully.

< Russo ? Caspita ! Ti dai allo spionaggio…? >

Lei annuì. Molto di più, in verità

< Non è cosa nuova, però…..Io e Langly non abbiamo notizie di Monkey e di Monica dal Dicembre scorso….dalla vostra missione in Texas, per l’esattezza ! >

< Non sapevamo nemmeno che Jeremiah Smith si fosse messo in contatto con il centro NUFOM di Fort Worth…>, disse Byers, sibillino.

Dana spostò nervosa i capelli dietro l’orecchio.

< Quindi…questa foto non vi dice nulla ? >

Frohike fece per dire qualcosa, ma la donna lo interruppe.

< Possiamo scoprirlo…Sappiamo che la sede "Loro sono qui" di Selemaya street è stata chiusa da…un’azione della polizia locale…Hanno trovato crack e cocaina a fiumi…>

Scully sgranò gli occhi verdi.

< Tutte balle….a parte qualche canna, Monkey e Monica non hanno mai avuto a che fare con la roba ! >, asserì Frohike, deciso.

< Quindi la messa in scena, avrebbe avuto lo scopo di isolare Jeremiah Smith dal centro NUFOM….e al tempo stesso di requisire ogni informazione che i vostri amici avevano fra le mani…>

Dana pensò ad alta voce, sorprendendoli.
Di solito, quel tipo di ragionamento era patrimonio di Fox Mulder.
Scully abbassò il viso, lasciando che i capelli rosso Tiziano scendessero liberi davanti al volto.
Sospirò, sentendo le forze abbandonarla.
Le mani, le gambe…tremavano scosse da un’emozione fortissima.

< Sì ma….che cosa credi volesse Smith da un centro ricerca sugli UFO ? >

La domanda di Byers non la sorprese; si limitò a sottrarla dal crollo, destando in lei la deduzione, che fu ancora una volta l’unica arma che le rimaneva.

< Da un centro qualunque nulla….da quello di Fort Worth…sapere dove si trovava Mulder…che cosa avevamo scoperto sull’epidemia…>, disse con un sussurro.

Guardò la donna.

< E’ fidata ? >, chiese, indicandola.

< Certo….ti presento Page….nome d’arte della migliore hacker della costa Est…>

< Degli States, amico…>, commentò lei, decisa.

Scully si scostò dalla scrivania, avvicinandosi all’uscio.

< Giacché siamo in vena di presentazioni…..vi farò vedere chi mi ha dato la fotografia…e vi spiegherà cosa stiamo cercando…>

Era l’ennesima mossa d’istinto di quei giorni, ma si sentì in dovere di farla.
Doveva concedere fiducia a Yvanov, senza contare il fatto che avrebbe potuto conoscere dei codici importanti, per la loro ricerca.

< Che stiamo cercando ? >, chiese Langly, spostandosi gli occhiali viola da sopra la punta del naso.

< La salvezza per Mulder….forse per tutti noi ! >, disse lei, aprendo i chiavistelli.

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Darwin, Stato della Virginia, Ore 06.00 Am,
Lunedì 24 Giugno
Nella setta si respirava una placida tranquillità.
Il sole stava per sorgere e Aquila nascente era ancora addormentata.
Il sonno era leggero, appena velato da una patina d’irrealtà, ma comunque friabile in qualsiasi istante.
Non aveva sogni sciamanici da giorni.
Da quando lui era partito…ma si sarebbero riproposti, inevitabilmente.
Jeremiah Smith aveva lasciato la missione il venerdì.
Da solo quarantotto, cinquanta ore…ma già sembrava che la piccola congrega indiana fosse sul punto di smembrarsi.
L’aura che quell’uomo aveva intorno a se, era palpabile.
Lei, Aquila nascente, vero nome Edith Koklus, aveva trentasette anni.
I sogni l’avevano sempre accompagnata, sin da piccola.
All’età di sei anni, aveva sognato un fiume di sangue che correva come indemoniato, travolgendo ogni cosa…
Sua madre, una nativa degli indiani Urone, le aveva impedito, la mattina successiva di recarsi con il resto della classe ad una gita a valle.
Edith c’era rimasta male, visto che sarebbero dovuti andare a vedere il grande parco naturale e il soffione del geyser.
Poi…si sa come accadono certe cose…forse per un motivo ( l’autista del pullman era
un immigrato ispanico di quaranta anni, Rodriguez De Pena, che aveva la cattiva abitudine di bere troppa tequila ) o forse per fatalità ( si era appena verificata una frana a monte così il pullman fu costretto a cambiare strada ) sta di fatto che il torpedone precipitò nel fiumiciattolo che correva come un indemoniato, appunto, a valle di uno strapiombo di settanta metri.
Morirono 22 dei venticinque ragazzi.
Da allora Edith fu colpita da una violenta depressione, che le impedì un’adolescenza normale.
Per anni fu costretta ad assumere calmanti e sedativi, e ricorrere alle cure di medici psicologi ed ipnoterapeuti di vario tipo, per convivere con la paura del sonno.
Se non sognava, quelle cose non sì vedevano…
Questo sino all’arrivo di Smith.
Smith l’aveva toccata, e lei era stata bene.
Era al fast food di Bristol, dove lavorava come cameriera.
Preparava le patatine e gli hamburger….schifo di lavoro, ma rendeva abbastanza da vivere.
Dunque, stava al fast food, quando non appena Jeremiah era entrato, le sovvenne una sorta di flash.
Quando questi flash la colpivano, Edith era incapace di reggersi in piedi, farfugliava qualcosa e si dimenava come fosse epilettica.
Per questo, il suo medico curante, Stevens, le aveva prescritto del Gardenale e visite periodiche.
Smith si era seduto al tavolo che dava sul giardino interno del fast food, quando Edith aveva smozzicato " Mu…der….voio…Hoo..ll..sten…" ed era caduta a terra.
Non vedeva Smith, ma un viso tranquillo, di donna.
Una donna dai capelli rossi e poi, subito dopo una scarica di colori, come attraverso uno di quei vecchi caleidoscopi da fiera, che per la propria malattia era sempre stata inabilitata a sbirciare.
Mentre Smith le toccava una spalla con la mano, aveva veduto anche un viso marcato, solenne, cupo.
Non sapeva chi fosse, ma era certo importante, perché da allora lo vide spesso, nei propri sogni. Sognava ugualmente, forse più spesso, ma non aveva più paura.
Insieme a quell’uomo, aveva scoperto le proprie radici indiane, il mutismo della voce delle montagne e degli animali, la forza del proprio io interiore.
Aquila nascente aveva capito il proprio vero nome, appena Jeremiah Smith si era recato con lei a vecchio villaggio Urone, che sorgeva nel punto medesimo della missione.
Lì, la visione dell’aquila e del sole, che nasceva insieme alle spalle delle montagne, era stata nitida.
Allora, aveva pregato Smith affinché restasse e da quel momento era come se una sorta di radio si fosse attivata in lei.
Riferiva quel che sognava, senz’altro dolore o spossatezza, e Smith n’assorbiva la potente, immensa spiritualità.
Si completavano a vicenda e Edith aveva anche interpretato con durezza la realtà del proprio dono, che l’accomunava ad un uomo che non conosceva, che non aveva mai veduto, ma che sentiva esserle famigliare.
Si sarebbe adoperata per avvicinare quanti più nativi americani della zona le fosse possibile, e in ogni caso in tanti rimasero sorpresi dalle doti taumaturgiche e spirituali di Jeremiah Smith e di Aquila nascente.
Ma la gioia per la propria assoluta coscienza interpretativa, emotiva, interna, stava, da settimane, cedendo il posto alla paura.
Ora non si trattava più di semplici cupi presagi, ma di…segnali.
Lettere e centinai di parole, come per comporre un inno sacro.
Sapeva che erano giunti.
Che era questione d’ore.
E per questo lui era partito. Per trovare Mulder, o la donna dai capelli rossi, forse più lei che Mulder…e farle capire…farle vedere il posto pieno di verde, il pascolo del cielo, ed il bisonte bianco, prima che tutto fosse distrutto.
Prima della fine del cerchio delle acque sulla Terra.
Ed era anche per questo che non appena alzata, da giorni, non faceva altro che scrivere su una pelle di daino, come avevano fatto i suoi antenati, appena una piega nella coscienza del tempo, pochi secoli prima.
Tracciava parole che non capiva che dopo averle vergate, e ad ogni passo, ad ogni riga coerente, era assalita dal terrore.
Ma sapeva, sentiva che sarebbe dovuta andare avanti.

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Abitazione di Anne Truelove, Darwin,
stessa ora, stesso giorno
Anne si destò, come spesso le stava capitando ormai, con la testa pesante come un macigno.
Avrebbe voluto alzarsi, ma le fu impossibile.
Rimase a letto, con la vista annebbiata e con i riflessi distorti.
La stanza era ancora immersa nel buio della notte, anche se le prime avvisaglie di luce, filtravano a fatica fra le tapparelle semi chiuse.
Era scossa da brividi violentissimi, quasi avesse la malaria.
Spesso gli attacchi erano tanto violenti e repentini, da costringerla ad afflosciarsi sulla sedia, sulla poltrona o a letto, mentre sua figlia Kim la chiamava piangendo.
Anche adesso la realtà vacillava, ed i colori svanivano, divenendo cupe macchie grigiastre.

<…Kim…>, chiamò, con un filo di voce.

Udì solo i rintocchi della pendola, nella sala grande, che echeggiavano fra le mura, quasi la casa si fosse trasformata in un castello disabitato.
Prese tutte le forze, alzandosi, barcollante come un’ubriaca.
S’infilò le ciabatte e si allacciò del tutto la vestaglia, sia per il freddo, che la scuoteva tutta, sia per coprire la propria nudità, diventata smunta e magra.
Aveva parlato con Bob e suo padre, giusto due giorni prima.
Kim aveva accusato l’influenza per prima e lei era stata contagiata solo la sera del Giovedì.
Sembrava che i sintomi stessero regredendo…ed invece…
La nausea la costrinse a correre in bagno, per vomitare.
Le sembrò che lo stomaco si ritorcesse su se stesso, che le budella avessero deciso di salirle per l’esofago.

<…Gesù…>, ansimò.

Gli antibiotici del dottor Stevens non avevano alcun effetto.
Un fiotto di vomito denso e solido, le uscì di getto, mentre fu colta da spasmi di dolore alla pancia.
Era evidente che il dottor Stevens non aveva idea di come districarsi in quella situazione…da giorni andava e veniva da Bristol con la stessa faccia stampata addosso..
Udì uno schiocco, secco ed innaturale, da far gelare il sangue.
Si passò la mano fra i capelli sudati ed appiccicosi, trovandosene qualcuno fra le mani.

< …Kim…tesoro…stai bene ? >

Ora il suono era divenuto più nitido…Sembrava che una sorta di guscio si stesse aprendo, piano piano.
Caracollò sino all’uscio, aprendo con due dita e sbirciando come fosse intimorita da ciò che si celava nel nulla di là dal corridoio.
Ebbe paura, davvero, a casa sua, e non le era mai capitato.
La sera precedente, Kim si era alzata. Aveva bevuto del latte caldo, aveva spizzicato della cioccolata, deglutendola a fatica.
Era una cosa strana, visto che la piccola Kimberly Truelove, andava matta per la cioccolata.
Tremava tutta e mamma decise di metterla a letto.
Le sembrò…Gesù era senza senso, assurdo…Ma era del tutto certa che Kim avesse degli occhi….come delle pupille più grandi….
Non vide niente, nel corridoio.
Si gettò a letto a corpo morto, quasi svenendovi.
Il sudore la copriva, con una patina fredda.
Prese a tremare non appena udì un suono…una sorta di graffiare sommesso all’uscio.
Se avessero avuto il gatto o il cane…ecco, come di un grosso cane che si fosse messo a grattare la porta con le zampe…. Il suono era il medesimo.
Tremava come una foglia e vomitò un poco, incapace di alzarsi.
Il sudore diventava, istante dopo istante, sempre più freddo e cristallino.
Presto il guscio l’avrebbe ricoperta.
Si mise in posizione fetale, dalla quale non si sarebbe mai più risvegliata, mentre grosse ciocche di capelli si depositarono sul cuscino.