CAPITOLO DIECI

 

Confine fra il New Mexico ed il Texas,
Ore 08.00 Pm, Domenica 23 Giugno 2002
Erano in viaggio da quasi una settimana.
Si trattava di un viaggio straordinariamente lento, nonostante il potente Cherokee guidato da Douglas Hoosteen.
Questo avveniva perché suo padre, Albert, doveva compiere quelli che chiamava "riti sciamanici" ogni sera e spesso duravano intere giornate.
Il rito consisteva in una sorta di preghiera sommessa e silenziosa, che Albert recitava in un’incomprensibile litania Navajo, sconosciuta anche al figlio.
Erano partiti il giorno di Lunedì 17, con il sole alto già di primo mattino.
Albert aveva insistito che il viaggio percorresse le mai tracciate strade delle migrazioni indiane, quindi Douglas dovette procurarsi una buona scorta d’acqua, dei cibi da consumare nel deserto, e le medicine per suo padre ( nonostante avesse ordinato che il suo corpo si sarebbe dovuto mantenere pulito da qualsiasi farmaco ) oltre a tutti gli spiccioli e alla carta di credito.
Essendo cieco, Albert non era in grado di guidare la direzione del figlio, quindi Douglas dovette anche impararsi a memoria un tortuoso tragitto, per lo più sterrato e zigzagante per il deserto del Nuovo Messico e del Texas, per giungere sino ad Amarillo.
La vecchia Morgie, Navajo di novantasei anni, aveva badato a segnare sulla mappa i punti del percorso.
In fondo si trattava di una sorta di processione, che Douglas non capiva ma rispettava.
Se suo padre era pazzo, e tutto sembrava andare in quella direzione, almeno sarebbe morto con la coscienza a posto.
Se invece aveva ragione….Invece cosa ?
Solo perché stava ore a pregare immerso nella propria cecità, questo faceva di lui uno stregone ?
No di certo ! Che credesse o meno, che rispettasse o no, le arcaiche tradizioni del suo popolo, sapeva che Albert non era un potente sciamano.
Non lo era mai stato. Sì….una volta aveva curato "l’uomo dell’FBI"…ma qualunque vecchio Navajo, sapeva come curare e curarsi, con le erbe.
Certo…c’era la faccenda delle voci…della cantilena che papà ripeteva da giorni, da settimane…
Non pensava che si stesse inventando tutto…perché certe parole le capiva.
Non arrivava a capirne il senso assoluto, un po’ come chi ascolta una lingua straniera che non conosce del tutto.
"Aquila scarlatta"…"Volpe argentata"…"Luogo d’inizio e della fine"
Scosse il capo.
Si appoggiò al volante del fuoristrada, certo che riflettere su quelle argomentazioni lo avrebbe fatto impazzire del tutto.
Albert aveva già srotolato la coperta, e si era seduto, con le gambe incrociate.
Dava l’impressione di vedere il manto di stelle magnifico che la sera regalava loro.
Prese a parlottare sommesso, e Doug reclinò il capo all’indietro, esausto.
C’era…sì, ammettiamolo, c’era anche il fatto che il vecchio non stava mangiando più nulla da una settimana.
Beveva pochissimo, poche sorsate al giorno.
Eppure non dava segni di crollo fisico, anzi sembrava che il suo corpo si stesse ritrasformando nella solida quercia che era stato durante la gioventù.
Era certo esistesse una spiegazione medica a tutto questo…..lui non era un dottore, ne sapeva molto della medicina in generale…
Aveva sempre sentito che una persona sana può resistere trenta giorni senza cibi solidi, con acqua e zuccheri.
Albert era anziano e malato, ma comunque ancora forte…
Di certo sarebbe crollato, ma non prima d’aver raggiunto Fort Worth.
Forse, senza che Doug lo sapesse, c’era un vecchio cimitero indiano, laggiù.
Egli non se la sentiva di impedire al vecchio di fare quel che voleva.
Lo guardò, accovacciandosi nella coperta, pronto per riposare qualche ora.
Di notte dormiva poco, spesso svegliandosi per vedere se suo padre non fosse congelato. Il deserto sapeva essere gelido, di notte.
Ma, immancabilmente, Albert era nella medesima, ascetica posizione delle ore precedenti e quando suo figlio faceva per andare da lui, udiva la litania.
Allora risaliva nel Cherokee e alzava le spalle.
Albert era lì, nel deserto, sempre più vicino al luogo della cerimonia.
E come lui altri indiani, altri uomini illuminati, si stavano recando dove era scritto.
Dove le forze della natura erano pronte ad agire.
Dove presto, si sarebbe trovata anche lei, anche Dana.
Solo che adesso, non aveva alcun modo di saperlo.

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Sede del Guerriero Solitario, Washington,
Ore 06.08 Am, Domenica 23 Giugno
Dana passeggiava lentamente, con le braccia incrociate al petto, fissandosi le scarpe dal tacco pronunziato, con una falcata lunga e metodica.
Le ore erano lentissime, quasi immobili, ogni qualvolta guardava l’Omega da polso.
Yvanov percepiva con palpabilità, la diffidenza che aleggiava nei suoi confronti, da parte dei tre amici di Mulder e dalla ragazza, in quel momento intenta a digitare al pc.
Frohike beveva un sorso dopo l’altro di scotch, in parte geloso, in parte stupefatto della visibile attrazione che Dana emanava, quando Yvanov le gettava rapide occhiate.
Lui si stiracchiò, tendendo le braccia sopra la testa, affiancandosi a lei.

< Sei stanca…..che ne dici di metterti sul divano e dormire ? >

Lei fece un debole sorriso, scuotendo il capo.

< …no…sto benone….la tensione mi tiene sveglia…>

Sergej si chinò, sfiorandole l’orecchio con le labbra, parlando piano.

< …credi davvero…che questa banda di….personaggi originali, sia in grado di aiutarci ? Francamente…non mi sembrano molto affidabili…>

Lei sollevò appena gli occhi appesantiti dal sonno.
Luccicavano ancora, guardandolo, ma senza quel calore di poche ore prima.
Adesso i sensi di Scully erano sopiti, quasi disattivati.
L’unico impulso carnale che l’animava, era il viscerale desiderio di trovare Jeremiah Smith, di sapere che cosa si potesse fare per salvare Fox…

< Bingo ! >, disse Langly, con un sorriso radioso fra la faccia magra e i capelli lunghi e selvaggi.

Dana parve animarsi, prendendo energie da chissà dove.
Sfiorò la mano di Sergej, che le stava stringendo un fianco, e si divincolò quasi, andando davanti al computer.
Page sollevò lo sguardo dal monitor, dietro le lenti spesse e tonde.

< Ti avevamo detto che l’altra donna della foto, quella accanto a Jeremiah

Smith è un viso conosciuto ? >, chiese la donna, rivolta a Scully, mentre Byers attivava un registratore tascabile, avvicinandolo al gruppo e soprattutto al russo.

Non provava alcuna fiducia per quell’orso, sempre appiccicato a Scully.

< …si…>, sussurrò lei.

< Bene…si tratta di Karen Rome, fondatrice del gruppo NUFOM di Fort Worth, amica di Monica….>

< Non avrete perso tutte queste ore, solo per darci il nome di una fanatica degli UFO, vero ? >

L’affermazione sagace di Yvanov, fece rabbrividire Frohike.
Si parò innanzi all’agente del KGB, ridicolo nella sua bassa statura, ancor più evidenziata dalla stazza dell’altro.

< Senti, amico….Se non ti piace il nostro modo di lavorare, puoi anche toglierti dalle scatole. Qui sei tollerato solo perché Dana ha parlato bene di te, ma..>

Yvanov sorrise.

Per la prima volta, Dana colse un sorriso cattivo, quasi certamente in grado di uccidere, in quell’espressione.

< Fate come vi pare…! Era solo per dire…>, aggiunse, serrando il pugno.

Scully parlò con lentezza, minata dalla fatica e dal sonno.

< Smettiamola di discutere…che volevi dire, Page ? >

La donna esitò un istante, come offesa e sulla difensiva, poi deglutì.
Non sapeva nulla delle motivazioni che la stavano spingendo a cercare via internet notizie su quella foto. Anarchica com’era, disapprovava Scully quanto il russo, e certo non si sarebbe mai abbassata ad aiutare dei governativi, di qualsiasi nazione essi fossero.
Ma si trattava di dare una mano a Langly, Byers e Frohike, cosa che per lei significava una sorta di giuramento di sangue, quindi…

<…si…dunque…ho cercato nei vari siti Internet informazioni sul gruppo NUFOM chiuso nel Gennaio di quest’anno…dopo l’azione farsa della polizia del Texas.. Con una password universale, sono entrata nei files della polizia…hanno arrestato tutti i membri, eccetto Monkey e di Karen…>

Langly si rivolse a Dana, ignorando Yvanov.

< Pare che la donna abbia proseguito la sua opera d’informazione su quello che il governo nasconde, attraverso Internet…ha pubblicato pagine Web sulle cospirazioni e su eventuali prove a sostegno di tutto questo…>

< Naturalmente ha utilizzato ogni sorta di protezione, per evitare che i G-men l’arrestassero…nomi in codice, password, e-mail bloccate e protette…>, aggiunse Byers.

Scully si sfiorò le labbra, respirando piano.

Certo questo non facilitava le cose…ma in fondo si stavano muovendo nel medesimo campo tanto caro ai Guerrieri Solitari.

< Sono riuscita ad accedere ad una di queste mail list clandestine, denominata ResistereOServire….pare che fra le centinaia di lettere d’amici e sostenitori, sia giunto un contatto di un certo J.Smith…>

< Dove ? >, chiese Scully, sporgendosi verso lo schermo, quasi potesse entrarvi.

Page indicò una e-mail, datata 15 Marzo 2002, inviata alla mail list.

< Vedi ? Dice…attendo sviluppi circa disponibilità contatto esterno…>

S’intrecciò le dita, facendole schioccare.

< Qui….c’è voluta tutta la mia abilità…>

< Grand’abilità ! >, commentò Langly, sorridendo.

Page sorrise anch’essa, annuendo.

< Sono riuscita a risalire all’indirizzo privato di Karen…sembra che dopo quello scambio su Web, i due si siano scambiati e-mail private…Debbo ammettere che la tipa ci sa fare…ho dovuto superare quattro bypass protettivi, prima di entrare nel suo pc…>

Scully sentiva il cuore battere forte.
Erano davvero ad un passo ? Forse no…ma per la prima volta, aveva fra le mani qualcosa di concreto.
Anche Yvanov abbandonò la caustica flemma precedente, avvicinandosi per sentire meglio.

< …ci sono stati quasi sette contatti fra i due, almeno visto il tono delle mail… ho violato due protezioni doppie e sono entrata nel testo…>

Premette "invio" e le email, apparvero sullo schermo.
" A 237xH.27k.00- T 567xT.59k.00- NM 45xF.330k 00"

< Sembra un codice…>, mormorò Scully.

< Già…purtroppo non so dirti a cosa corrisponda…l’email che probabilmente stabiliva la decifrazione, è stata cancellata….>

Yvanov si sfiorò le labbra.

< Forse sono posti….luoghi…>

Scully si massaggiò le palpebre, per un istante.
Poi si mordicchiò appena il labbro inferiore, rivolgendosi a Byers.

< Avete una cartina stradale…? >

Lui annuì.
Posizionarono la cartina nell’unico spazio libero: il pavimento.
Dana s’inginocchiò, con Yvanov alla propria destra, Langly e Byers di fronte, Frohike a sinistra, Page accovacciata a pochi passi dal bordo della mappa.

< Credo…forse le prime lettere sono sigle di stati dell’unione: A per Arizona, T per Texas…NM…>

< ..per Nuovo Messico….>, mormorò Yvanov, sfiorandole una guancia e provocandole un debole imbarazzo.

<…se così fosse, quei numeri….codici postali ? >

< No…237 non è il codice postale dell’Arizona…siamo fuori strada…>, commentò Byers.

Il dito indice di Scully corse rapido sulla cartina.

< …Guardate…la duecentotrentasette è una strada statale…parte da H. in altre parole da Holbrook in direzione Ovest…quindi la sigla sarebbe A.. Arizona, strada 237 x, cioè per Holbrook…mmm..>

Si sfiorò l’indice con le labbra, assumendo un’espressione interrogatoria.

< 27 e le altre due cifre…00….>, buttò lì, lasciando l’annotazione in sospeso.

< Forse le ultime due cifre corrispondono all’ora del ritrovo…la mezzanotte….>, mormorò Yvanov.

Langly posò una seconda mappa sul pavimento.
Chinato a terra, con il sedere all’insù, prese a consultarla.

< C’è un motel, al chilometro ventisette della 237 per Holbrook….>

< Perciò la sigla sarebbe, Arizona, strada statale 237, al chilometro 27 a mezzanotte…>, riepilogò Langly.

< Mi sembra plausibile…>

Dana si rimise in piedi, aiutata da Yvanov che l’afferrò per la mano quasi sollevandola.

< Page….puoi mandare una lettera al mittente…? >

Lei annuì.

< Si…il mittente è secretato, ma ho notato che Karen rispondeva sempre alle sigle con la risposta al mittente…che vuoi fare ? >

Scully guardò Yvanov, passandosi una mano fra i capelli.

< Fissare un appuntamento…dai luoghi, è certo che Jeremiah Smith incontrava Karen in una zona compresa fra l’Arizona, il Nuovo Messico ed il Texas… proviamo a gettare l’amo…sperando che abbocchi….>

Si sedette alla tastiera, mormorando:

< Posso ? >

Page annuì, mentre Langly ripiegava la cartina e mormorava:

< Codici….fatene di semplici e ne farete di geniali…>

Scully prese a scrivere con celerità.

< T 66 x A…..datemi un chilometro provvisto di motel…>

Byers lesse con attenzione, scandendo:

< 346…>

< Bene, dunque: T 66 x A 346 k.00….>

Premette invio.

< Nessuna data ? >

< Forse è nella risposta…tanto è vero che non n’abbiamo trovata traccia, nelle email inviate da Jeremiah Smith…La sola speranza è che non s’insospettisca, dato che fino ad ora, sembra lui quello che ha mandato appuntamenti per primo..>

Page si appoggiò alla scrivania, fissando Scully.

< C’e anche un altro rischio…agente federale…>

Dana sollevò il viso, guardandola.

< Quale ? >

< Stiamo usando il pc di Karen…se ci scoprisse….li perderemmo per sempre…>

Yvanov alzò le spalle.

< A questo punto possiamo solo sperare di avere un poco di fortuna…>

Gettò un’occhiata ai tre amici di Mulder, mormorando:

< Vi devo delle scuse…il vostro aiuto potrebbe essere fondamentale…>

Byers fece una smorfia di disgusto.

< Adesso sì, che siamo tranquilli…>

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Ferrovia 2201, Chilmark-Bristol City,
Ore 05.00 Am, Lunedì 24 Giugno
 
Era buio, nonostante si potesse scorgere attraverso le fessure del vagone merci, un pallido riverbero di luce biancastra.
Mulder era rannicchiato in posizione fetale, respirava a fatica.
I capelli cadevano a ciocche, depositandosi sulle spalle e sulla schiena, mentre la pelle diveniva, lentamente ma inesorabilmente, rugosa e grigiastra.
Per un periodo lunghissimo, rimase senza conoscenza e volontà, tanto che quando si ridestò da quella sorta di sonno onirico e doloroso, Mulder si trovò coperto dalle formiche che infestavano il vagone.
La sola consolazione era che in quello stato, non avvertiva il freddo, la fame e i dolori alla spalla, alle costole e al braccio.
Aprì appena le palpebre.
Le pupille erano grosse come noci, sgranate a tal punto da dolergli.
Le richiuse immediatamente. Il fascio di luce tenue del primo mattino era tanto forte da ferirlo.
Non percepiva più alcun colore…colori normali, almeno.
La cromatica visione della realtà, appariva deformata da una lente violacea che tramutava i colori in altre tonalità, a lui ancora indecifrabili.
Tossì, espellendo una sorta di muco appiccicoso, quasi nero.
Riaprì gli occhi, vincendo il dolore.
La mano…le ultime due dita d’ogni mano, si erano come saldate insieme, attraverso una sorta di membrana elastica…pelle ?
Era pelle…grigia…
Ora non poteva più muovere l’anulare in modo indipendente, ma se lo ritrovava saldato al mignolo.
Era come se avesse perso un dito per mano…
Anche i piedi dolevano.
In quei momenti, portare scarpe da tennis, era diventato scomodo come camminare su degli spilli.
Le slacciò, un poco goffamente, gettando le calzature in fondo, nella massa appiccicosa di zucchero da barbabietola e formiche.
I piedi…Cristo non gli erano svanite le ultime due dita ?
Rise.
Si appoggiò ad un sacco mezzo vuoto, che costituiva il suo comodo giaciglio e pensò a Dana…chissà che avrebbe detto, vedendolo.

" E’ una cosa impossibile, contro la scienza…quindi non esiste…non esisti Mulder "

Certo…! Non esisteva più, Fox Mulder…stava mutando…diventando un di "loro".
Ma Gesù…faceva un male del diavolo.
In certi momenti, se non fosse stato per la sua condizione d’assoluto intontimento mentale, avrebbe urlato dal dolore.
Le ossa sembravano rinsaldarsi in un nuovo processo, la testa scoppiava..
Rivide la solita, ormai persecutoria, figura femminile, che sorrideva.
Sorrise anch’egli, sperando che tutto passasse, o che finisse presto.
Il treno rallentò, bloccato nella campagna.
L’arrivo a Bristol era ancora lungo.

***

CAPITOLO UNDICI

 

Chilmark, Stato del Massachusetts,
Ore 09.00 Am, Lunedì 24 Giugno
Lo sfrecciare continuo delle automobili riempiva l’aria di un rumore sordo e fastidioso.
La Ford gialla del vice-direttore Grey, imboccò la deviazione per Chilmark, mentre la donna era immersa nei pensieri.
La domenica precedente, l’aveva trascorsa al bureau, cercando di giustificare la scomparsa dell’agente Scully al direttore esecutivo e a quello disciplinare.
Dana non aveva dato più alcuna notizia di se dal primo pomeriggio di Sabato, quando era entrata nella sede dell’FBI, com’era stato registrato dalle telecamere del servizio di sicurezza interno.
Aveva prelevato dei files coperti dal segreto investigativo, rimovendo dei sigilli federali e dileguandosi.
Senza troppi giri di parole, era indagata per atto illecito, allontanamento dal servizio e occultamento di prove.
Le sarebbe bastata l’ultima imputazione, per essere radiata dal servizio attivo ed incriminata.
Jean sostenne con debole enfasi la tesi che era anche possibile pensare che Scully stesse indagando per aiutare Mulder, o che fosse stata condotta via contro la propria volontà, sapendo bene che quegli uomini non avevano alcuna intenzione di crederle.
Si limitò a recitare la parte, come del resto era stato fatto molti anni prima, con la morte di suo padre.
Davvero quel russo poteva avere ragione ? Che fosse vivo ?
No…non…poteva essere vero…no…
Il bureau la diffidò dal cercare Mulder, e questo non fece altro che confermare i sospetti che Dana aveva esternato a casa sua.
Dapprima pensò che sarebbe stato opportuno cercare Fox dove Dana l’aveva consigliata, anche se riteneva difficile pensare che nel suo stato, egli fosse in grado di rammentare la casa dei propri genitori.
Non appena imboccò la strada secondaria, immersa in un piacevole paesaggio fatto di querce sempreverdi ed olmi, provò sollievo.
Il traffico era diminuito, si guidava meglio.
Controllò molte volte lo specchietto retrovisore…non sembrava che qualcuno la stesse seguendo.
Superò un magnifico albero di quercia rossa, e avvertì un tonfo al cuore.
Rammentò la giovinezza, trascorsa dai nonni, e la visione splendida degli alberi in primavera.
Essi emergevano sfidando la forza della natura, dei temporali e delle tempeste, senza spezzarsi.
Il verso, ora tenue, ora potente, del vento che stormiva fra i rami agitandoli e movendoli con grazia infinita, era una dolce melodia scolpita nella memoria dei popoli.
Non è forse la voce dell’albero che ci accompagna nella nostra infanzia, facendoci vivere avventure mai vissute ?
Non è forse l’albero con la sua voce silenziosa, che ci segue ogni mattina, dall’autunno dolce romantico all’estate afosa e vitale ?
Non sono forse le sue foglie, rosse e gialle in autunno, moltitudine colorata e tappeto sulla realtà delle stagioni, che ci accolgono quando da bambini ci rotoliamo su di esse, come nelle braccia di una madre affettuosa ?
E non è forse l’albero, che dalle fronde e dal tronco massiccio, osserva il nostro primo amore, rubato ad una ragazza dolce e timida, alla base delle radici forti ed umide ?
Non è sul suo tronco, che incidiamo il suo nome, come per scolpirlo nell’eternità delle memoria ?
E non è forse l’albero, che spia la nostra vecchiaia, invidiosi delle sua età infinita e del suo ciclico rinnovarsi ad ogni stagione, mentre la nostra, di stagione, volge al termine ?
E non forse l’albero, che veglia sul nostro sonno eterno senza più tempo, al quale nessuna forza potrà mai sottrarci ?
Ed è l’albero che accoglie le nostre ceneri, filtrandole dalla radici per ridarle al sole, al vento, alla pioggia, sino a quando anch’esso morirà, divenendo vuoto e scarno, quasi che con quelle forze, si distrugga anche l’eternità del creato, che si stemperi in un cielo privo di nuvole.
Jean Grey si passò la mano fra i corti capelli, più per abitudine che per altro.
Erano nerissimi e spuntavano irti e lisci com’era tipico degli indiani, mentre la pelle olivastra emanava un tenue profumo.
La sua bellezza vinceva i quarantatré anni, mentre le pupille parevano piccoli scoiattoli in perenne movimento.
Il naso, lievemente adunco, altro tratto caratteristico della sua gente, le conferiva un viso aristocratico e severo.
Le labbra, piccole disegnate con cura, erano di un color amaranto scurissimo.
Sedeva, composta, dinnanzi ad un tavolino da te in teak, in un salone ampio ed arioso.
La luce del mattino, filtrava dalle finestre e dalla porta della veranda, che dominava l’ampio giardino di casa Mulder.
La madre di Fox era seduta di fronte, con espressione assente.

< Mi spiace darle questa notizia, ma è necessario che sappia…>

Parla mentre la madre di Mulder agita lentamente il cucchiaio da te, facendolo tintinnare nella tazza. E’ una sorta di tintinnio nervoso, che spesso non si ode nemmeno, ma che in certe circostanze provoca fastidio ed irrita, come adesso, sta irritando il vice-direttore federale.

<…Le condizioni di suo figlio sono gravi….c’è impossibile sapere il suo stato di salute e crediamo che agisca in preda ad una sorta di delirio allucinatorio ! >

Sorseggiò un goccio di tè, carico, dolce.
La sensazione di fastidio non intende abbandonarla, anche adesso che Tea Mulder ha terminato di far girare quel cucchiaino, e la fissa con aria fredda.
E’ troppo gelida, eccessivamente fredda, tanto..
Troppo per una madre che scopre questo tipo di notizie, sul proprio figlio, soprattutto da un’estranea.
Che sia stata l’agente Scully, ad inculcarle quella sorta di paranoia strisciante ?
Forse adesso pensa a quello che Yvanov le ha detto, circa suo padre, circa il fatto che si sia rifiutato di darle altre informazioni, su quella sorta d’assurda rivelazione…
Forse è il fastidio che le provocava vedere Scully accanto a quell’uomo mastodontico, che la mangiava con gli occhi…Ma sente.
Sente che la madre di Fox sta nascondendo qualcosa.
Del resto, nel corso degli anni, Jean Grey aveva affilato enormemente il proprio istinto investigativo.
Prima come difesa, nei confronti dei colleghi e dei superiori che per molti motivi, non ultimo il passato di suo padre Nat, la tenevano d’occhio e solvendo mostrarle una finta espressione di facciata.
Espressione che era presente in Tea Mulder, e del tutto assente invece in Sergej Yvanov.
Diventando infine vice-direttore dell’FBI, era suo dovere comprendere e capire il carattere dei sottoposti e degli agenti che dipendevano da lei.
Quindi era pronta a scommettere che la mamma di Fox stesse mentendole.
Agiva con durezza plastificata, quasi meccanica..

<…Come capirà, sono interessata a qualsiasi informazione che possa riguardarlo. Anche una traccia apparentemente insignificante…>

Anche quello che non vuoi dirmi…pensò.

Lei posò il cucchiaio nel piattino, tremando un poco.
Jean colse subito quel particolare, vergognandosene.
Stava scrutando quella donna come se avesse davanti una pericolosa assassina e ciò non le piaceva. Questo, almeno in parte, dava credito al disagio di tutti coloro che si trovino davanti ad un agente federale.

< ..mi spiace…ma mio figlio non è proprio il tipo abituato a riferire a me i suoi spostamenti….le sue abitudini…>

Il vento, fuori, si alzò d’improvviso.
Non stava parlando…ma spiegando, giustificando il perché della sua risposta.

<..i miei rapporti con lui si sono interrotti da molto tempo….>

Ora la voce assunse i toni di un mal nascosto disgusto.
Jean socchiuse le palpebre.

< Trovo…difficile credere che lei non abbia alcun’idea di dove suo figlio possa essere…signora Mulder. Secondo l’agente Scully questa sarebbe stata addirittura la sua tappa principale, intento com’era ad una sorta di ricerca…>

< Non m’importa assolutamente nulla di quel che…quella Dana Scully può aver detto riguardo mio figlio ! >

La frase uscì cattiva.
Jean si sentiva estranea a quella sorta di dramma famigliare, nel quale era costretta a scavare.
Non riteneva che i rapporti fra Fox e sua madre, fra Tea e Dana, avessero ad interessarla.

< Se Fox sta male, mi posso solo augurare che guarisca…lui si limiterebbe a fare altrettanto, nei miei riguardi ! >

< Signora Mulder, io…>

Posò con decisione la tazzina sul tavolino da te.

< E la smetta anche di nascondere le sue reali motivazioni, vice-direttore… Se ha intenzione di accusarmi di qualcosa, lo faccia ! >

Ora era diventata acida, quasi si fosse toccato un nervo scoperto e la reazione fosse istintiva, impensabile.

< Mi fraintende…voglio solo cercare di trovare Fox Mulder…per la sua salute e la sua salvezza, null’altro…>

Jean mutò tono, comprendendo bene che era del tutto inutile stare sulla difensiva a quel punto.

<…posso avere tutta la comprensione di questo mondo, ma sono pur sempre un vice-direttore federale che sta indagando ! Se scoprissi che lei mi nasconde qualcosa…>

Tea Mulder si passò la mano fra i capelli, deglutendo.

< Anche se avessi informazioni su Fox, non gliele darei ! Mi sono spiegata ? Ora, se non ha altro da chiedere, la pregherei di andarsene da casa mia ! >

< Non può proteggerlo da se stesso…>, apostrofò Jean, serrando le labbra.

< Proteggere ! >

Tea si alzò di scatto, con una vitalità superiore ai propri anni.

< Proteggere ! Lei viene qua e….mi dice che intenderei proteggere mio figlio ! Lasci che le dica che mio figlio Fox, si è sempre preoccupato di proteggere se stesso..Non ha saputo nemmeno preoccuparsi di suo padre, oltre che di me ! >

Gli occhi si bagnarono di lacrime. Lacrime cattive, piene di rancore.

< Si alleva un figlio…gli sì da tutto quello che è giusto, tutto quello che si può dare…e lui come ti ripaga ? Uccidendoti…uccidendo suo padre…uccidendo me…solo per un avvenimento di decenni or sono….solo per questo!>

La Grey si alzò, posando anch’essa la tazzina sul tavolo da te.
Contenne a fatica il desiderio di rispondere con rabbia, di dire qualcosa.
Sapeva che era inutile.

< A questo punto….ritengo conclusa la nostra discussione, signora Mulder ! >

< Non si lasci corrompere dal fascino di Fox, com’è accaduto alla sua collega ! La trascinerà in un baratro senza fondo, dal quale non sarà più in grado di uscire..>

Jean si fermò sulla soglia, con le mani che tremavano appena.

< Mi spiace che lei stessa…sottovaluti la capacità ed il lavoro di Mulder ! Si merita molto più rispetto ! Ora, se permette….>

Uscì, senza voltarsi.
Tea Mulder rimase così sola nella casa.
Non si mosse, sino a quando il suono di passi pesanti riecheggiò nella stanza.
Uno dei killer alieni sbucò da dietro l’uscio, sorridendo.

< Così….abbiamo un ulteriore ostacolo….sul nostro cammino…>, mormorò a se stesso.

Alex Krycek uscì per secondo, regalando un gelido sorriso alla madre di Fox, che si limitò a fissare il vuoto, con gli occhi bagnati da lacrime gelide.
E le accadde qualcosa di curioso.
Per un istante, le apparve davanti un’immagine, come da una diapositiva stampata con troppa luce, che comunque permetteva ancora di scorgere i colori e i dettagli.
C’era Fox, bambino, che giocava con una trottola sotto una grande quercia.
Quell’immagine rapida, istantanea, si scolpì nella mente di Tea Mulder, come fosse l’ultimo ricordo di suo figlio vivo.

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Abitazione di Frank Black, Pittsburgh,
Stato della Pennsylvania, Ore 09.00 Am
Lunedì 24 Giugno 2002
Chaterine era seduta davanti al pc, passandosi nervosamente la mano sulla fronte.
Aveva da poco accompagnato Jordan a scuola ed aveva anche evitato, ormai penosamente, di guardare la sala, per scorgere la sagoma del fantasma di suo marito davanti alla TV.
Stava aspettando il collegamento on-line con l’ufficio.
Accampando scuse di salute, aveva infatti ottenuto che il suo lavoro le fosse mandato tramite e-mail a casa.
Non che amasse la solitudine tipica degli scrittori, davanti al monitor acceso, che emanava un costante rumore di fondo, ma doveva pur vivere e non se la sentiva di abbandonare il marito da solo in casa.
Digitò la propria password ed attese.
Si abbandonò sulla sedia, sbuffando, quando una mano fredda gli si posò sulla spalla, facendola trasalire.
Si voltò di scatto.

< Frank ! In nome di Dio…mi hai fatto quasi venire un infarto dalla paura cosa..? >

Le uscì tutto di un fiato e solo allora capì che lui non la stava veramente ascoltando.
Cioè era davanti a lei, la guardava, ma era altrove. Quell’altrove in cui, spesso la sua mente misteriosa, lo portava.

< Saluta Jordan…devo partire ! >

Si espresse con la solita voce lenta e solenne, che lo faceva assomigliare ad un monolite parlante.

< Cosa ? Frank…ma che dici ? Tu non stai bene..>

Sorrise. Frank sorrideva raramente, come se la propria espressione fosse scolpita nel monolite cui sopra.

< Occupati di Jordan…almeno sino a quando prenderai le tue decisioni, Chaterine ! Prenderò il fuoristrada….devo affrontare delle salite…>

Lo afferrò per un braccio.

< Adesso basta ! Non puoi…tu non puoi…>

La voce usciva tremante, gli occhi sgranati e colmi di lacrime.

<…farmi questo ! Io…credi di potertene andare via così, senza darmi alcuna spiegazione ? Sei..sei rimasto in uno stato…penoso per…>

Le diede un bacio.
L’afferrò con decisione, baciandola e zittendola.
Lei si scostò, tremando con una bambina sotto il temporale.

< E’..per via dei sogni che fai ? E’ per questo, Frank ? >

Lui annuì.

< Esistono mondi più grandi, di quelli che crediamo di comprendere ! >

Chaterine si abbandonò sul divano, piangendo copiosamente, sino a quando il rombare del Cherockee si dileguò lungo la strada.

***

CAPITOLO DODICI

 

Darwin, Stato della Virginia, Ore 11.35 Pm
Lunedì 24 Giugno
Camminava apparentemente senza meta, avanti ed indietro, guardando fuori della finestra.
Spostando le tendine bianche, poteva così osservare la piccola folla che si era asserragliata sotto casa sua.
Erano poco più di una decina, ed il dottor Stevens li conosceva tutti:
Matt Herksen, il meccanico che sapeva aggiustare ogni genere di trabiccolo agricolo della zona; Ed Morgan, operaio della segheria a valle di Darwin, con i suoi due figli appena nati e già contagiati, Edith Keelear, maestria forse lì per caso ma comunque con una brutta cera; Sharon Tate dagli occhioni scavati ed il tremito incontrollabile, abile nel dispensare caldi favori, data la lontananza del proprio ragazzo in Afghanistan; Linda Blair, divenuta famosa per via del cognome, grazie a quel film costato due lire e proprietaria di uno dei ristoranti più stuzzicanti della zona; Darrin Gillespie, proprietario della pompa di benzina che s’incontrava appena arrivati a Darwin, dopo lo scollinamento.
Un gruppo male assortito, senza dubbio…
Parlottavano piano, poi come se eseguissero una sorta d’ordine tacito fra loro, prendevano ad urlare a pieni polmoni, per lo più parolacce, verso di lui.
Ma che cazzo si erano messi in testa ?
In fondo lui era solo un dannato medico di campagna, e negli Stati Uniti medico di campagna significa proprio medico di campagna come da noi nei primi del novecento, abituato a curare orzaioli, infezioni da taglio e cose simili…
Quella maledetta cosa, influenza tanto per chiamarla così, sembrava sbattersene di tutte le medicine esistenti.
Non aveva senso che quei tipi si fossero asserragliati sotto casa sua alle undici e passa di notte, fracassandogli un paio di vetrate della veranda.
Sbirciò di nuovo dalla finestra, proprio mentre Ed urlava:

< Vieni fuori, brutto stronzo ! Hai finito di menarci per il naso… vogliamo la verità ! >

Si ritrasse solo quando udì la sirena dell’auto di servizio e prese un profondo respiro di sollievo.
Le luci blu e gialle dell’auto, forarono la tenue nebbiolina come un coltello bene affilato.
Truelove scese, calzandosi il cappellone sul davanti, e sbuffando.
Per tutto il giorno era stato a Bristol City.
Aveva parlato con la polizia della contea e faxato all’FBI.
Le risposte non gli erano poi piaciute molto, ma adesso non era il caso di parlarne.
Conosceva ogni abitante di Darwin, logicamente.
Si trattava di persone forti, con ideali tipici della Virginia: Dio, patria e famiglia, sesso solo fra le mura domestiche…
Li aveva veduti così solo una volta, quando il governo Reagan aveva aumentato la tassa sul raccolto del 17%.
Insistevano per protestare direttamente a Washington, ma non se ne fece più nulla.
Ecco, generalmente si alzava un gran polverone, come quando spirava il vento teso da Ovest, ma poi tutto si placava.
Truelove stava divorando un mostruoso hamburger preso proprio al ristorante di Linda, ed aveva intenzione di chiamare Anne o Bob, per sapere come stava sua nipote Kim, ma proprio appena aveva messo piede nell’ufficio, di ritorno dalla città, il vice l’aveva chiamato.
Aveva una nocetta stridula da panico, che lo divertì molto.
Non erano novità, cose del genere, intendo telefonate fuori orario.
Una volta l’avevano chiamato a mezzanotte i genitori di Amanda Parker, convinti che fosse fuggita da casa e finita nelle mani di Charles Manson.
Invece era nascosta dietro il fienile di Hill, fra le braccia di Tommy, intento a spiegarle perché il sesso era bello anche fuori delle mura di casa.
Allora ripensò con nostalgia al sesso fatto da lui stesso proprio fra quei covoni, almeno due o tre vite prima.
Si schiarì la voce, parlando fissandosi le scarpe.

< Allora…vi pare bello il casino che fate ? >

Tacquero tutti, d’improvviso.
Uno di loro, Matt, probabilmente delegato a rappresentare quel gruppetto, si fece avanti.
Brandiva una poco raccomandabile chiave inglese, una quarantadue che pareva aver l’unico scopo di spaccare una testa in due, come un melone.

< Siamo stanchi, sceriffo ! Questa storia va avanti da troppi giorni, ormai ! Vogliamo sapere cosa succede ! Avere delle risposte ! >

Parlava usando la chiave come una sorta di lunga bacchetta, tesa ad indicare l’oggetto della sua filippica.

< Spaccare la testa al povero dottore, non serve ad un accidente, lo sai !Sono stato a Bristol…mi hanno assicurato che l’istituto d’igiene e profilassi, manderà domani una squadra di soccorso ! Gli accessi al nostro paese sono bloccati e monitorati….>

Un brusio di sorpresa.

< Ma…come accidenti faccio ad andare alla segheria domattina ? >, tuonò Morgan.

< Non ci vai ! Siamo sotto quarantena…almeno così mi è stato detto ! Ho anche informato l’FBI dello stato, circa il fatto di Virginia Weelock… Di più non posso proprio fare ! >

Ora Matt agitava la chiave davanti al muso dello sceriffo, che sembrava nemmeno vederla.

< Nessuno mi chiude qui come un topo in gabbia ! Vado dove cazzo mi pare, sbirro ! >

Spencer era nel frattempo sceso dall’auto, con il fido fucile a pompa fra le mani.
Era tutta scena. Il fucile era scarico, non aveva nemmeno il caricatore inserito.

< Ed io faccio rispettare la legge, Matt ! Se forzi i blocchi, ti sbatteranno in galera, e sarai costretto a chiudere la tua officina per sempre ! >

Non mutò mai tono, mantenendo una freddezza incredibile.
Era l’esperienza, era sapere che non sarebbero mai andati oltre ciò che stavano minacciando…
Altro brusio.

< Ma…sceriffo…stiamo male…ci sono delle persone che…sembrano…> ansimò Sharon.

Truelove si avvicinò a lei, scostando Matt e la sua chiave inglese, e le cinse le spalle, sorridendo.

< Ragione di più per aspettare il servizio sanitario nazionale….ti pare ? >

Lei abbassò gli occhi, bagnati di febbre.
Scottava come una stufa.

< Non sarà qualche cosa che riguarda Bin Laden, vero ? >

Truelove scosse il cappellone, a diniego.

< Ti pare che venga qua, a rompere le scatole a noi ? >

Altro brusio, con qualcuno che si allontanava, mani nelle tasche, sguardo piantato a terra.

< So come andrà a finire…perderemo tutto il lavoro….non si comprerà niente da noi…>, imprecò Darrin.

Lo sceriffo alzò appena le spalle.

< La benzina non porta malattie…e poi ci sono sempre i sussidi statali….>

La piccola folla si era del tutto sciolta.
Matt aveva abbassato la chiave inglese, infilandosela nella salopette che indossava.

< Ci facciamo la birra, con quei soldi…>, commentò.

< E’ successo a noi…e dobbiamo accettarlo…andate a dormire, adesso…è tardi ! >

Truelove sapeva di mentire. Non piaceva nemmeno a lui l’idea che Darwin fosse isolata e separata dal mondo.
Ma non poteva farci nulla.
Greg Spencer ripose il fucile, attraversato da brividi d’ammirazione per Truelove.
Era il più bravo sceriffo che avesse mai incontrato ed era certo che sarebbe morto, il giorno in cui avrebbe dovuto abbandonare la stella.
Era come certi alberi, che restano in piedi durante gli uragani e che cedono di schianto solo quand’è la fine.
Il buio calò nuovamente fitto, come la calma del paese.
Una calma apparente. Perché Greg captò suoni nascosti, come di respiri rochi e gutturali, di gusci che si spezzavano, di cose che andavano strisciando sui pavimenti, di qualcosa di orrido che stava esplodendo.
Evitò di chiedere allo sceriffo se anche lui sentiva tutto questo.
Perché sapeva la risposta e di certo non gli sarebbe piaciuta.

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Presso Uelen, Penisola del
Kamciatka, Stretto di Bering,
Ore 09.00 Am, Martedì 25 Giugno
Spesso le cose enormi, che possono sconvolgere il mondo, partono con il movimento d’ingranaggi piccoli, appena percepibili dalle persone.
Ad esempio, il movimento di mezzi militari dell’Armata rossa, che sfreccia lungo un tortuoso sentiero di terra battuta fra le foreste di pini e larici, ai più può apparire un normale spostamento d’uomini e carri dalle gomme piene, per scopi logistici o noti solo al Cremlino.
Del resto, i rari abitanti di questa penisola dura e fredda come la roccia, che commerciano pelli e spaccano legna, sino al sabato, per poi andare a spendere i pochi rubli guadagnati ubriacandosi di wodka, hanno visto rombare i carri e i camion con la stella a cinque punte chissà per quante volte.
Tantissime a dire il vero, durante gli anni sessanta e settanta, con la guerra fredda ( e fredda come qui non lo sarà stata mai ) al culmine, gli arsenali carichi di bombe atomiche pronte a sbriciolare il pianeta Terra.
Dopo gli anni ottanta le cose si sono calmate, sono diventate più metodiche e…come dire…di routine.
I visi paffuti e floridi dei ragazzi sovietici, cresciuti a patate e soia, con l’elegante colbacco del CSKA, erano diventati ancor più delicati e rilassati con quell’ironia che sempre accompagna il rigido mondo militare quand’è impiegato nelle sue prassi formali senza senso in tempo di pace.
Ma per il colonnello Peskov, ventidue anni di servizio in questo deserto di ghiaccio e neve, fra gli orsi del Kamciatka, quel mare pescosissimo, e l’eterno rumore del pack che si sbriciola, per questo colonnello, il movimento di questi giorni è diverso.
Non ha ricevuto alcun ordine in proposito, ma lo sente a naso.
Lo capta dal debole tremare dei polsi del tenente colonnello, dagli sguardi grevi e dal muto silenzio che alberga in uomini sino a pochi giorni prima ridanciani e gioviali.
Dalla mensa, che sino ad un mese fa echeggiava di battute e risate fra un boccone e l’altro, e che ora è sprofondata nel cupo silenzio della paura.
Dalle licenze, negate e respinte, per non precisati "motivi logistici".
Ha chiamato sua moglie Ylliana, nel pomeriggio del giorno prima.
Lei è ad Uelen, a poco meno di venti chilometri dalla base, ma sembra sulla Luna.
Le ha parlato dell’arrivo dell’estate, del sole che finalmente sventra la coltre oscura dell’inverno boreale, del ghiaccio che si è liberato davanti a casa, permettendole di vedere il primo colore verde vivo della tundra.
Della stufa calda, su cui bolle del latte, del pane appena fresco, perché pane e latte ci sono dappertutto, qui come in America.
E lui….lui non le ha detto del puntamento dei missili, quelli a testata nucleare, quelli a raggio intercontinentale, dell’allarme giallo che ormai dura da giorni.
Non le ha parlato del sottomarino russo intercettato nelle stesse acque dove il padre di sua moglie, si reca a pesca nei periodi primaverili ed estivi, tornandone con il battello colmo d’aringhe e alici.
Ha preferito ascoltarla e quando lei, dai capelli rossi e dal viso pallido, dagli occhi azzurro cielo, come quello splendido della Siberia, le ha chiesto il perché della sua telefonata, si è limitato a biascicare, come un ragazzino intimidito:

< …ti amo…solo questo…>

Poi ha riappeso, scuotendo la testa rasata e calzandosi il cappello tondo dell’esercito.
Tante cose, troppe da poter spiegare.
Adesso quei piccoli, insignificanti ingranaggi, giravano senza tregua.

***

CAPITOLO TREDICI

 

Sede del Guerriero Solitario, Washington,
Ore 11.34 Pm, Domenica 23 Giugno
Dana era seduta sul divano, il capo reclinato all’indietro, fissando con espressione assente e colma di sonno, il soffitto.
Nessun’email di risposta, nonostante il collegamento fosse stato attivo per tutto il giorno.
Sergej si sedette al suo fianco, ed il divano parve affondare per via della sua stazza.

< Sei sveglia ? >

Lei annuì, voltandosi e sorridendo un poco.
Era un sorriso stanco, patito.

< Io e Langly abbiamo sentito il notiziario della CNN, poco fa….i voli per Mosca sono momentaneamente bloccati…almeno dalle principali città….e per i civili…>

Dana si limitò a socchiudere le palpebre, prendendo atto della cosa, senza alcuna paura.
L’orologio batteva inesorabile le ore…tictactictac…
Le afferrò la mano, quella mano piccola e fredda.

< Posso lo stesso farti giungere a Mosca….lo sai…! >

Sorrise. Fu un sorriso più spontaneo, questa volta.

< Devo trovare Mulder…salvarlo…>

< Credi che…insomma….è passata quasi tutta la giornata…magari Jeremiah Smith non ci risponderà mai….magari ci siamo sbagliati, circa quel codice…>

< E’ possibile, ma è anche la sola pista che abbiamo…tu…Sai qualcosa dal tuo centro d’informazioni ? >

Scosse il capo.

< Affatto…ho evitato qualsiasi contatto….temo d’essere intercettato… Non abbiamo idea di chi sia coinvolto e di quale potere possegga ! >

Scully abbassò il capo, sino a sfiorarsi il petto con il mento.
I capelli le caddero in avanti.

<…se solo…ci rispondesse….potremmo aggrapparci a qualcosa…>, sussurrò.

< Dana ! >

La voce di Frohike la fece scattare dal divano come una molla.
Prima che Yvanov potesse rendersene conto, era in piedi, davanti al pc, con il buffo omino seduto alla sua sinistra.

< Ha risposto…! C’è una email in risposta alla nostra ! >, disse con gioia quasi infantile, girandosi verso Yvanov.

Frohike lesse il contenuto.
L’avrebbero cancellata immediatamente, per non far insospettire Karen.

<…allora…27.00.00…T 66 x A 346 k….>

Dana si spostò i capelli dietro le orecchie, annuendo.

< Ha accettato l’incontro…e ci ha detto il giorno….Giovedì 27…a mezzanotte..>

Si voltò decisa.

< Partiamo…>

Yvanov annuì.

< Niente aereo…la carta di credito ed il biglietto sono rintracciabili…useremo l’auto…guido io per ora….Prendi quello che ti serve…>

Langly si tolse gli occhiali, rigirandoseli fra le dita, imbarazzato.

<…così..siamo tagliati fuori….>

Scully stava già sistemando qualcosa nella propria borsa scura, quando la frase la raggiunse, come colpendola con forza.

< Mi spiace….vi sono immensamente grata e giuro che se tutto andrà bene…non dimenticherò che Mulder è stato salvato per merito vostro…ma…Se ci muoviamo tutti, siamo sicuramente intercettabili…>

Non convinse nessuno, nemmeno se stessa.
Frohike le diede una pacca sulla spalla, mormorando:

< Sii prudente…non mi piace quella sorta di colosso che ti porti dietro…>

Lei sorrise.

Strinse la mano di Frohike e prese un bel respiro.

< Mi fido solo di voi e di Mulder…lo sapete…>

Langly smozzicò, quasi piangendo:

< Da come hai sempre valutato le nostre teorie, non sì direbbe…>

Ora anche gli occhi di Scully si bagnarono un poco.

< …ditemene una credibile…>, commentò, con la voce compressa dalla commozione.

Byers le baciò appena la guancia e lei annuì, accarezzandogli la barbetta rossa.

< …dotto…folle…unico Byers…>, smozzicò.

Frohike si appoggiò alla scrivania, fissando Scully come un’icona.

< Dì a Fox…che mi deve una collezione di video…e che non intendo finire all’altro mondo prima di riscuoterla ! >

Si avvicinò a lui, chinandosi per baciargli la fronte.

< ..spero la smetterai, adesso, di fare i tuoi soliti commenti su di me…>

Frohike abbassò appena gli occhi.
S’intrecciò le dita guantate e mormorò:

< …affatto…bocconcino…>

Il silenzio calò su tutti, sino a quando Dana non uscì, senza più voltarsi.

---

Stazione ferroviaria di Bristol City, scalo merci,
Ore 08.27 Pm, Lunedì 24 Giugno
Lo trovarono così, com’era rimasto quando aveva veduto il solito orrore, nella sua mente.
Mark Becker e Tom Cavanaugh, erano operai addetti alle ferrovie da dieci anni.
Fisico tozzo e panzuto, faccione florido e rubizzo, tipico di chi eccede in birra e alcool, in cibi carichi di grassi e patatine.
Nei loro continui lavori di pulizia e di sdoganamento delle merci, avevano veduto decine di barboni, pazzi, sognatori e drogati che si erano sbattuti sui quei vagoni, quasi fossero la stessa merce del treno.
Avessero posseduto un minimo di cultura generale, Mark e Tom avrebbero potuto scrivere un libro, circa gli incontri che quotidianamente o quasi, facevano sui carri merci.
Più realisticamente, essendo appena capaci di vergare il loro nome, ubriacarsi come scimmie e svolgere la loro attività, avevano pensato ad un altro tipo di lavoretto da fare con quei barboni.
La maggior parte delle volte prendevano quei rifiuti umani e li gettavamo giù dal vagone, alleggerendoli dei pochi spiccioli che avevano in tasca, in cambio di una mancata denunzia alle autorità ferroviarie.
Poi, se il rifiuto in questione era una bella puttana, poteva anche pagare in natura, che tanto nessuno se ne sarebbe mai lamentato.
Ovviamente certi lavoretti, Mark e Tom li svolgevano con il turno di notte, meno sorvegliato e più tranquillo.
Mark Becker era il più anziano ed aveva insegnato a Tom l’arte del "lavoretto".
Aveva spiegato come impaurire vecchi scemi che puzzavano come latrine, ragazzini fuggiti da casa, fighette mezze nude, venute da chissà dove.
L’ultima volta Mark si era limitato a guardarlo scopare una ragazzina di poco più di sedici anni, molto probabilmente fuggita da casa per un’avventura.
A dire il vero, la bimba non sembrava molto felice della cosa, poiché aveva strillato e pianto per tutto il tempo, ma tanto, nello scalo deserto della notte, nessuno poteva udirla.
Tom, in quell’occasione, pensò che Mark fosse un po’ frocio, giacché l’aveva visto menarselo con lui che si faceva la tipa. Ma aveva evitato di dirglielo, né tantomeno di scherzarci sopra.
Mark dava l’idea di una sorta d’avanzo di galera, con una ributtante cicatrice che gli attraversava il viso da destra a sinistra, retaggio di un incidente alla manovra che per un pelo non gli aveva portato via la faccia.
Quindi Tom pensava bene che fosse evitabile sfotterlo, per lo più visto il lungo periodo che i due trascorrevano lungo le traversine, in mezzo al buio fitto e gelido della sera.
Posarono le bottiglie di birra, una Bud gelata, ai piedi delle rotaie, fra la ghiaia bianca e fresca di calce.
Spiombarono il vagone, dal lato opposto a quello nel quale Fox Mulder era salito, notando così immediatamente che era stato forzato.
La porta d’acciaio e legno, scorreva bene sulla guida ributtante di grasso giallognolo.
Tom puntò la pila, verso i lati, certo che vi fosse qualcuno.
Orami, come Mark, sentiva il loro odore.
Una volta vi trovarono un rimasto secco, e dopo averlo frugato ed aver appurato che aveva indosso solo la sua fame, chiamarono la polizia.
Mark si chinò prendendo la birra, e sorbendone un gran sorso sbottò in una sghemba risata ubriaca. Era la quarta o quinta birra che si scolava.
Era l’unica cosa bella della vita, la birra…..Anzi due: la birra e le baldracche…
Il resto, come ad esempio il lavoro, erano uno schifo.
Alla fine Tom lo scovò.
Le mani a proteggersi il viso, tremante e scosso dalla febbre, e soprattutto un bel giubbotto di pelle, che poteva anche valere qualcosa o addirittura essere indossato.

< Vieni fuori, coglione ! >, urlò ridendo.

Mulder non si mosse. Sembrava non aver sentito, rimanendo immerso nella brulicante oscurità degli insetti.

< Hey Mark…c’è il solito clandestino…! >, urlò con voce ironica.

La porta fu aperta del tutto, con un rombante boato.
Fox emise un debole rantolio, quando le luci delle torce gli furono puntate addosso.
Mark si sporse all’interno, balzando goffamente nel carro merci e sotto le suole, lo zucchero di barbabietola produsse un graffiante suono fastidioso.

< Devi scendere da qui, capito, barbone ! >

Mulder tentò di alzarsi, e nel guardarli trovò le loro sagome deformi.

<…voi…non potete capire…quello che ho visto…>, smozzicò.

Lo guardarono bene. Quel giubbotto era davvero sprecato, su uno straccio simile.

< Frugalo, dai…! >, ordinò Mark.

Mulder vide Tom Cavanaugh avvicinarsi a passi decisi, con il martello della manovra ben serrato nella mano destra. Era un martello dal manico lungo, che sembrava una sorta di mazza medioevale in mano ad un brigante.
Allungò la mano, come per allontanarlo.

< …aspettate…io…>, sussurrò.

Non era in grado di riconoscere la propria voce, come chi si debba operare alle corde vocali e dopo un periodo di silenzio, senta la propria voce risuonare distorta e metallica.
D’un tratto fu come se gli si fosse abbattuto un treno in corsa, lo stesso che lo aveva scarrozzato sin lì in quel viaggio lento ed interminabile, sulla gamba.
Cadde, anzi crollò a terra, con la gamba sinistra che urlava dal dolore.
Emise un rantolo strozzato, tastandosi l’arto, che pulsava impazzito.
Il martello fendeva ancora l’aria, emettendo un sibilo fosco, coperto in parte dalle risate dei due.
Erano ad un paio di passi da lui.
Istintivamente, mise la mano sotto la maglietta, all’altezza del costato, dove avvertiva mordere il gelo della calibro nove.
La estrasse, puntandola avanti a se. Vedeva solo ombre confuse, distorte dal dolore e da quell’accidenti che gli stava cancellando la vista.
I due si bloccarono, come impietriti.

< Hey ! >, mormorò Tom, mentre Becker indietreggiò di un passo, asserendo:

< Cristo ! Dev’essere un ricercato ! Magari è fuggito da galera…filiamocela e chiamiamo la polizia ferroviaria ! >

< Lasciatemi in pace…bastardi…>

Ora che il dolore, misto alla rabbia gli pompava adrenalina nel sangue, andava prendendo lucidità.
La gamba pulsava impazzita, gonfiandosi come un melone.
Era stata colpita di striscio, altrimenti l’avrebbero spezzata in due, ma ugualmente era come fosse morta.

< Butta quel cazzo di martello….>, ordinò Mulder, e Cavanaugh eseguì di scatto.

L’altro era già saltato pesantemente giù dal vagone, esortandolo:

< Che cazzo aspetti ? Scappa ! >

Lui scivolò a terra, sporcandosi di zucchero e cadendo come un sacco di patate dal carro merci.
Fox strisciò verso il lato aperto, sia per uscire da quel lurido buco, sia per impedire che lo chiudessero all’interno.
Vide le due sagome allontanarsi e svanire nell’oscurità assoluta della sera.
Ripose la pistola.
Lottò con dolore, mordendosi le labbra sino a farle sanguinare, per scendere dal vagone.
Scivolò da un lato, aggrappandosi con le poche forze che gli restavano e quando toccò la ghiaia bianca e sporca di petrolio e grasso, emise un urlo lancinante.
La gamba…sembrava sul punto di esplodere.
La ruggine sospesa del metallo dei binari, l’odore acre del petrolio e del grasso, penetrarono nel suo corpo, stordendolo.
I binari erano decine, sparsi in un intreccio spesso e caotico.
Trappole pronte a ghermirlo, adesso che era sera e che avanzava claudicante.
La meta era vicinissima, lo sentiva.
Barcollò senza meta, con la sola idea di allontanarsi da quel vagone.
Se quei due avessero davvero chiamato le autorità…era braccato, in trappola, senza alcuna via d’uscita.
Inciampò su un binario, cadendo pesantemente a terra.
I sassi duri e spigolosi della ghiaia infierirono sulla sua ferita, costringendolo ad urlare.
Tossì, mentre la vista si annebbiava.
Pensò a lei….a Dana…Dana che probabilmente lo stava cercando, che penava per lui…

< ..amore….mio….>, sussurrò.

Vedeva un fitto groviglio di forme scure, e nonostante avesse l’impressione di essersi allontanato per chissà quanti chilometri, aveva percorso solo poche decine di metri.
Di fronte a lui, il deposito dei merci.
Serrò i denti, rimettendosi in piedi.
Papà sarebbe stato orgoglioso di lui, pensò, e l’ironia di quell’idea lo spinse in avanti.
Il fianco sinistro doleva, con fitte acute e bastarde, la gamba….la gamba sembrava un grosso cotechino bluastro, e la tela dei jeans stringeva impazzita.
Doveva trovare un posto dove star fermo, per tagliarsi i pantaloni e permettere alla gamba di gonfiarsi come doveva, o sarebbe andata in cancrena.
Non comprese dove la sua mente avesse ancora la forza di trovare pensieri coerenti, immersa in quel caos nel quale era affondata, ma la benedisse.
Pensare coerentemente significava vivere, capire, agire…
Lottare contro gli operai, gli insetti, i cani e tutto quel diavolo di casini che sembravano essergli appiccicati addosso.
Ora udì il rumore acuto di una sirena.
Treni in movimento…da qualche parte.
Sul lato della massicciata che delimitava la campagna dallo spiazzo di lavoro, vide una lunga fila di convogli color metallo, tutti con un’antenna parabolica montata in cima.
Sorrise. Di certo non erano vagoni d’elite, quelli..
Il treno era silenzioso. Nessuno di guardia, nessuno nei pressi.
Ciò voleva dire che era vuoto.
Che sarebbe stato riempito nella mattinata di domani, o che era pronto per partire appena fattosi chiaro.
La gamba era gonfia, più di quel che credeva fosse possibile, ma non era rotta…poteva muoverla, anche se accennarne un debole movimento gli causava lacrime di dolore.
In lontananza la sirena aveva preso a farsi sentire, ora accompagnata da un bagliore intermittente di colore giallo.
Un segnale…un segnale di qualcosa in movimento…qualcosa che si stava avvicinando.
Forse era una gru della ferrovia…stavano caricando qualcosa su quei vagoni.
Mulder si appoggiò ad un vagone, tastandone la superficie, sino a trovare una porta.
Il maniglione di chiusura era in posizione verticale.
Lo afferrò con entrambe le mani, e prese a spingere.
I tendini urlavano impazziti, ma Fox non ne captò alcun segnale.
Del resto aveva dolori dappertutto e certo quelli erano i meno preoccupanti.
La sirena si fece vicinissima.
Ora la luce illuminava i bordi della massicciata e le traversine e s’iniziavano ad udire le voci degli operai.
Il maniglione scattò improvviso e Fox n’accompagnò la corsa, quasi cadendo a terra.
Aiutandosi con la porta, si rimise eretto e si trascinò all’interno.
L’odore penetrante del disinfettante rendeva l’aria irrespirabile.
Tossì.
Con la gamba sana, chiuse lo sportello, che rimbombò metallico.
Strisciò sul pavimento, mentre la gru era accanto al suo vagone, e accompagnava il proprio procedere con una sorta di verso sinistro, animalesco.
Nel vagone dal quale la gru sporgeva, pronti per essere caricati più avanti, decine di contenitori sferici di plexiglass.
Eh sì…era proprio il treno giusto.

***

CAPITOLO QUATTORDICI

 

Strada statale 66 per Abilene, chilometro
346, Stato del Texas, Ore 01.00 Pm,
Mercoledì 26 Giugno 2002
L’insegna del motel, un motel piuttosto grande che era stato annunziato da cartelli lungo la 66 da quasi cinque chilometri, apparve all’orizzonte appena sotto la coltre spessa e solida delle nuvole da temporale.
Il maltempo che aveva investito Washington una decina di giorni prima, andava ad Ovest, scontrandosi con l’aria calda dell’america centrale, pronto a scatenare violenti temporali.
Una sensazione indecifrabile s’impadronì di Dana, non appena vide quel motel.
Era come se una meta agognata si materializzasse d’improvviso, e che sforzi e speranze prendessero forma.
Avevano cambiato auto appena fuori della capitale.
Yvanov aveva noleggiato, in contanti, una Toyota grigio cenere e una volta giunti nello stato della Virginia, la cosa si era ripetuta.
Calata la sera, avevano dormito in auto, Dana sul sedile posteriore, Yvanov davanti.
Si erano appartati in una stradina secondaria lungo l’interstatale, evitando di prendere le autostrade.
Ma nonostante tutta quella prudenza, Sergej aveva una sorta di timore che non accennava a diminuire.
Era convinto che qualcuno li stesse seguendo, ma non n’aveva la certezza.
Del resto, pensare il contrario, era pura utopia.
Avevano attraversato la North Carolina e South Carolina, allungando il percorso, ma evitando la ripida catena montuosa di Blue Ridge.
Nella South, Dana aveva dormito in un pulito motel dal costo basso, normalmente utilizzato dalle comitive per il carnevale e Yvanov aveva di nuovo cambiato auto, scegliendo per un Cherockee rosso granata.
Per non rimanere senza denaro liquido, lo conservarono sino in Texas.
Scully, man mano che la fuga dall’FBI e dal suo mondo diveniva sempre più nitida, provava una sorta d’impazienza di fondo, mista alla solita accesa attrazione fisica per quell’uomo, con il quale era costretta a dividere ore e spazi ristretti.
Il notiziario radio delle tre, mentre superavano la Georgia ed entravano in Alabama, la scosse profondamente.
Stava appena superando un pesante Tir carico di maiali, quando la radio gracchiò:
 
" L’incontro fra le delegazioni di Russia e Stati Uniti, circa l’episodio del sottomarino russo avvistato in acque territoriali nazionali, si è concluso con un fallimento. I rapporti fra Usa e Russia, per la prima volta dopo vent’anni di collaborazione, piombano così…sono parole del ministro degli esteri, < In un pozzo oscuro, del quale non vediamo la fine ! >
L’allarme circa il blocco dei voli civili per la Russia, ha scatenato reazioni negative su tutti i mercati borsistici del mondo ed oggi l’indice Down Jones è calato del 7 % !
Ulteriori sviluppi alla prossima edizione del giornale radio…"
 
Poi la voce, atona e senza alcuna emozione, era passata alle notizie interne, nelle quali si accennava ad un agente dell’FBI scomparso e ricercato per occultamento di prove, e a quello dello sport.
Scully avvertì un sudore freddo tagliarle la schiena, ma evitò qualsiasi commento.
Sfiorarono un incidente in Alabama, a causa di un sorpasso azzardato, ed alla fine giunsero nel Mississippi.
Mentre Dana era alla guida, Yvanov si era sbottonato la camicia, la giacca di entrambi era appesa sul retro, giusto un paio di bottoni al petto.
Nello stato del Mississippi faceva caldo, un’afosità fastidiosa.
Yvanov prese un bel respiro e mormorò:

< Sei stanca ? Hai guidato per ore…>

Aveva la barba sfatta e un cerchio alla testa omicida, ma avrebbe comunque guidato per ore, se fosse stato necessario.
Lei scosse appena il capo, gettandogli un’occhiata.
Vide le grosse gocce di sudore luccicare sul suo petto e rammentò, complice il caldo e quella forzata promiscuità, i propri baci su quel torso massiccio.
Sorrise, guardandolo ora concretamente.
Yvanov rovistò fra la borsa da viaggio acquistata a Washington e chiese:

< Hai sete ? >

Scully annuì.
Lo sbalzo fra l’aria umida e fresca dell’est e quella corrente afosa del sud era stato violento e poco sopportabile.
Le porse una lattina di Coca Cola, imboccandola lentamente.
Piccole gocce di cola le scesero davanti alla maglietta bianca e lei rise.
< Sarà meglio che mi fermi…! >, osservò.
Accostarono in un’area di servizio, piena di piante grasse ed erba medica negli spiazzi liberi.
Il sole picchiava senza pietà.
Dana scese per prima, sgranchendosi le gambe e terminò la cola.
Yvanov si allontanò un poco, per orinare e quando tornò, la trovò appoggiata al cofano del Cherokee, lo sguardo fisso verso la direzione da intraprendere.
Le si affiancò, guardandole le piccole macchie sulla camicetta.

<..scusa…>, disse in uno stentato Inglese.

Lei alzò le spalle.

< Tanto non macchia…>, buttò lì.

Le posò le mani sulle spalle, delicato ed improvviso e questa volta Scully non si ritrasse.
Prese a massaggiarla con forza e dolcezza insieme, e fu allora che lei mormorò:

< Che fai ? >

Rispose piano, sfiorandole la nuca con il mento, appoggiandosi fra i suoi capelli morbidi e profumati.

< Sciogli i muscoli delle spalle…o ti spezzi in due…amore…>

L’ultima parte della frase scivolò fuori appena udibile.
Dana avrebbe voluto dire qualcosa, o forse baciarlo, chissà…
Quando un enorme TIR sfrecciò accanto a loro, sollevando un cumulo di polvere e terra rossa, investendoli con una raffica d’aria bollente.
Dana tossì, ridendo, mentre Yvanov sbuffò, iniziando a pulirsi i pantaloni con grosse manate.

< Andiamo…>, ordinò lei. E tutta quell’armonia, improvvisa com’era giunta, svanì.

Dopo il Mississippi, la Louisiana, e lì il tempo divenne incerto.
Giunti finalmente nel Texas, il cielo apparve cupo e plumbeo.
Yvanov apostrofò:

< Credevo che ci fossero solo tori, cow boys e sole, in Texas…>

Scully sorrise.

< Veramente anche pozzi di petrolio….>

Aprì la mappa sulle cosce e prese a percorrere la strada 66 con l’unghia laccata di rosa pallido.

< Quasi ci siamo…inizio ad odiare le auto e le strade…>

Percorsero i chilometri della 66 in silenzio, come se parlare potesse rovinare quell’intesa che si era ristabilita fra loro.
Evitarono di accendere la radio, dato che i notiziari parlavano di riunioni diplomatiche affrettate, interventi dell’ONU caotici e del richiamo di quasi 3000 riservisti nelle basi strategiche.
Anche il comando NATO era stato allarmato da quel mercoledì.
La loro guida, ora lenta e prudente, ora rapida e avventurosa, li aveva portati lì, ma tutto sembrava andare contro di loro.
Trovare Jeremiah Smith…sperare potesse curare Mulder e soprattutto trovarlo…
Era un’impresa disperata.
Il motel era appena sotto il livello stradale, a circa settecento metri dalla 66.
Yvanov imboccò uno stretto, tortuoso sentiero di terra battuta, che procedeva a zigzag, per immettersi nel parcheggio.
Dana osservò subito che dal porticato del motel, un motel in pietra bianca e mattoni rossi in stile spagnolo, si poteva vedere bene l’arrivo di un’auto dalla strada, soprattutto se di notte, con i fari accesi.
Posteggiarono sul lato opposto a quello delle camere, poiché il parcheggio era pieno di macchine, camioncini e furgoni, oltre che Cherockee e moto di grossa cilindrata.
Dana si stiracchiò i tendini delle spalle, sollevando le braccia sopra la testa.
Un colpo di vento freddo e carico d’umidità, preannunziò il primo lampo all’orizzonte.

< Presto verrà giù il diluvio…>, disse lei, fissando verso Ovest.

Ritrovò le solite sensazioni che spesso provava con Fox, vale a dire l’arrivo nei motel, prima della pioggia o sotto un acquazzone, e la certezza che chiunque vedendoli insieme avrebbe pensato a due amanti.
Si scosse da quell’idea….chissà se Mulder aveva trovato riparo, in caso di pioggia.
Quel pensiero dolce e materno la spinse a tremare.
Entrarono nella hall del motel. Bello, pulito, sobrio.
Piante grasse e cactus in grandi fioriere.
Una donna di mezza età, di colore, magra come uno stoccafisso, era appoggiata dalla parte opposta al bancone, fumando una Morley.
Dana affiancò Yvanov, parlando per prima.

< Buongiorno…desidereremmo due camere singole…>

La donna aspirò, fissandola con aria interlocutoria.

< Non siete di qui, vero ? >

Scully alzò le spalle.

< Si…perché ? >

< C’è la fiera del bestiame, a nord di Abilene…ho solo una camera doppia, al primo piano…e costa novantasette dollari al giorno..>

Scully sbuffò.
Si trattava di un pomeriggio e di una sera…nemmeno sino a notte fonda…ma sapeva cosa avrebbe significato per lei, passare tutto quel tempo con Yvanov nella medesima camera.

<..Ok…la teniamo per un paio di giorni…paghiamo in contanti…>

Porse la carta d’identità e firmò il registro con il proprio nome.
Inutile fingere, del resto.
Lo stesso fece lui e si caricò sulle spalle mastodontiche la sacca da viaggio, la borsetta e il proprio zainetto.
Arrivarono alla camera 140.
Dana aprì con la scheda e vide un decoroso letto matrimoniale, delle buone sedie ed una poltrona.
La porta del bagno era socchiusa.

< Fatti una doccia…io…sistemo l’auto…ho visto una pompa di benzina…faccio il pieno e con questo chiudo anche con i miei soldi…preleverò qualcosa…>

Lei scosse il capo.

< E’ imprudente ! >

Yvanov annuì.

< Lo so…ma posso vedere di…nascondere il mio numero di bancomat… posso farlo con la mia scheda apposita…è rischioso ma è sempre meglio che dir loro dove siamo ! >

Lo vide uscire.
Avrebbe voluto dirgli di esser prudente, che temeva..ma cosa temeva davvero ?
Scosse il capo, buttandosi sul letto e sospirando.
Yvanov uscì, passando davanti alla hall, dove la donna proseguiva ad avvelenarsi i polmoni, imperterrita.
Quando fu a metà del tragitto fra il motel ed il parcheggio, le prime grosse gocce di pioggia iniziarono a cadere sulla terra secca, che le assorbì avide.
Presto l’odore di terra bagnata avrebbe impregnato l’aria, rendendola umida e profumata.
Salì a bordo del Cherokee e slacciandosi l’orologio controllò che la radio fosse attiva.
Lo era.
I suoi "compagni" del KGB li avrebbero rintracciati con un’approssimazione di cento metri.
Si sfiorò la fonte. Del resto le notizie della CNN e dei giornali radio le aveva sentite anche lui.
E quella casa…quella casa esisteva davvero…forse stava aspettando lui e una donna dai capelli rosso Tiziano, in una morsa di gelo e d’amore.
Mise in moto. Sapeva bene quali erano gli ordini. Trova Fox Mulder con Dana Scully ed uccidili tutti e due..
Era necessario…lo sarebbe stato se…se Jeremiah Smith non avesse collaborato.
E certo, quell’appuntamento avventuroso in un motel per coltivatori di mucche nel cuore del Texas, lasciava presagire poco di buono.
Avviò il fuoristrada, tenendo la destra.
Il distributore era a poche centinaia di metri, di fatto non mise mai nemmeno la terza marcia.
Scese, ed uno smilzo signore, scolpito dalla polvere del Texas e dalle sigarette sempre accese agli angoli della bocca magra e rugosa, si avvicinò.

< Il pieno ? >

Annuì. Dalla tasca interna dei pantaloni, appena sotto la cintura, estrasse gli ultimi soldi, millecinquecento dollari in contanti.
Guardò l’ora. L’accordo era che, se non fossero stati in viaggio, doveva mettersi in contatto con la base appena fattosi pomeriggio.
Ora le gocce cadevano fitte e il rumore dell’acqua divenne palpabile.
Sul lato opposto alla pompa che lo riforniva, con un tintinnio che contrassegnava ogni gallone che si depositava nel serbatoio, si fermò un camion.
Era colmo di sacchi di fertilizzante.
Era uno di quei camion grossi, con il cassone di legno.
Yvanov si slacciò l’Omega da polso, fischiettando.

In fondo, pensò, quando hai fatto sempre ciò che dovevi fare per tutta la vita, ti viene pur voglia di mandare tutti a fare in culo, no ?

La pioggia diveniva insistente, accompagnata da lampi e da un echeggiare lontano di tuoni.
Gettò l’orologio nel cassone, con un rapido movimento di polso e ritornò all’auto, osservando il vecchio con il cappello da cow boys sporco d’olio, che fischiettava, sempre con la sigaretta in bocca.
Si sentì per la prima volta leggero, come da ragazzo, quando osservava gli aironi posarsi in primavera accanto al laghetto della casa di campagna dei suoi.
E che piovesse pure, maledizione !

***

CAPITOLO QUINDICI

 

Darwin, Stato della Virginia, Ore 08.00 Am,
Martedì 25 Giugno
Lo sceriffo Truelove si accese una Morley e si calzò davanti il cappellone da sceriffo.
Mancavano ancora diverse ore alla scoperta che gli avrebbe fatto perdere del tutto il senno, quindi adesso era tranquillo.
Non era certo quella l’ora per fumarsi una sigaretta, di prima mattina, ma dato che la notte precedente non aveva chiuso occhio, si trattava per lui del prolungamento della giornata precedente, quindi..
Una giornata schifosa.
In fondo, andare a Bristol City non era certo la panacea d’ogni male, ma si sarebbe atteso risposte migliori.
E poi…
La signorina Witeker lo salutò, spostando appena gli occhiali da miope.
Era una zitella di 57 anni, filiforme come un’aringa, dai capelli grigio cenere e l’aria impettita, francamente antipatica.
Se Iddio, nella sua bonaria immensità, avesse destinato ad ognuno il mestiere adatto per ogni aspetto fisico, era chiaro che la Witeker non poteva che esser una bibliotecaria.
Le lunghe dita parevano adatte a sfilare i libri dagli scaffali, gli occhiali da tartaruga, erano avvezzi a leggere gli sbiaditi timbri rosa sulla terza di copertina, e pure quel fare altezzoso, serviva a tacitare studenti poco rispettosi del silenzio del luogo.
Truelove si appoggiò pesantemente al banco della biblioteca, proprio di fronte ad un curioso manifesto dell’igiene e profilassi pubblica, che esortava tutti a vaccinarsi contro la poliomielite.
"PROTEGGI IL TUO FUTURO", diceva.

< Non avevo idea che ci fossero ancora questi precetti…>, buttò lì.

< Oh..è vecchio..almeno del 1973…lo tengo come ricordo…è stata la medesima data nella quale ho preso servizio qui ! >

Fece un sorrisino incartapecorito e Truelove rispose togliendosi il cappello.

< Vuole vedere il reparto d’emeroteca ? >

Annuì.
In fondo, mentre s’incamminava lungo quegli stretti corridoi, con gli scaffali di legno rosso e carichi di polvere ed acari della carta che ti volavano nei polmoni, sapeva che uno deve accettarsi per ciò che Dio gli manda.
Né più, né meno.
Lui la città l’aveva vista crescere, come cresce un bambino piccolo, dapprima in modo difforme, nel senso che ha la testa grossa e gli occhi come biglie, poi in modo armonico e quindi fra tutti, eccezion fatta per Greg Spencer, era il più adatto a capire che stava per morire.
Lo sentiva dentro di se.
Truelove era abituato a sentire la solita voce scattare nello stomaco, identica a quella che animava Fox Mulder, né più né meno…
E adesso quella voce, quella sensazione, era partita.
Ricordava qualcosa di simile, accaduto chissà dove…ma lo ricordava.
Uno deve accettarsi per ciò che Dio gli manda…
Si sedette, prendendo il volume riservato agli avvenimenti nazionali.
Non era il suo ambiente, quello. Amava gli spazi liberi e leggeva poco e niente.
Ma aveva buona memoria.
Ricordava una faccia anche in mezzo a mille e una cosa come un’epidemia era un argomento che uno non dimentica poi facilmente.
Anno duemila e uno….no, troppo presto…
Anno duemila….
Anno 1999….1999…Dicembre 1999…
Prese a sfogliare alcuni quotidiani locali.
Poi lesse, sentendosi rabbrividire.
La sala dell’emeroteca era deserta, ormai tutti consultano le pagine web…
Ma forse è bene che di certi fatti, resti una memoria non catalogabile.
Bodega City…Dicembre 1999….paese isolato a causa di una violenta epidemia d’origine sconosciuta.

" Le autorità di igiene e profilassi, non intendono allarmare alcuno, asserendo che esistono pericoli su vasta scala. Ugualmente la sezione medico virologa del CNGE si è prontamente messa in moto per isolare e depennare quella che sembra un focolaio di virus Hanta ! "

Fece scorrere altre pagine, datate dodici, tredici e quindici di Dicembre.
Bodega City….si chiude alla fine il sipario sulla grave esposizione d’abitanti a scorie fuoriuscite da uno stabilimento chimico della zona, subito chiuso.

" Dopo una quindicina di giorni di bonifica, la zona intorno alla città di Bodega City, è stata dichiarata libera dalla contaminazione alle sostanze chimiche emesse da un incidente forse di matrice terroristica. Le autorità, hanno inoltre chiarito che l’area resterà chiusa per un periodo di quaranta giorni e che tutte le strade, statali e interstatali della zona, saranno interdette al traffico. Il bilancio, spaventoso di quasi ventisei morti, è un macigno d’accusa sulla multinazionale farmaceutica denominata Rauch…Saranno stabilite ulteriori indagini! "

Rauch…dove aveva già sentito questo nome ?
Tornò all’anno 2001.
Dicembre 2001…..Fort Worth…Texas.
Misteriosa epidemia miete vittime fra gli animali e alcuni abitanti della zona ad
Ovest del fiume Brazos.

" Una vasta zona agro-industriale degli Stati Uniti è sotto la morsa di quel che appare come una vera invasione d’api portatrici di un non meno identificato virus. Su queste voci ai confini della fantascienza, si è espresso così, il capo sezione del CNGE, Centro Nazionale Gestione Emergenze, intervistato dalla CNN: < Posso smentire con assoluta certezza, che esistano correlazioni fra avvistamenti d’api e l’epidemia di carbonchio che sta decimando le mandrie della zona di Fort Worth ! Si tratta di voci senza alcun senso né fondamento ! L’epidemia è sotto completo controllo della sezione d’igiene dello stato e contiamo di ripristinare la normalità  al più presto ! >

Api…più sotto il commento finale, datato 23 Gennaio 2002.
Debellata l’epidemia di carbonchio bovino.
Le autorità dello Stato del Texas, hanno stimato in 20 milioni di dollari i danni alle colture, all’allevamento bovino ed ovino della zona colpita.
Si registrano anche cinque casi accertati di vittime civili.
La Rauch, la multinazionale che ha fornito assistenza e collaborazione per l’isolamento e la profilassi della malattia, ha ribadito che dispenserà vaccino pubblico gratuitamente.
Rauch…?
Ma Gesù…non era stata messa al bando solo un anno prima ?
Api….c’erano tantissime api, in cima alla collina, ad est del paese.
Scosse il capo…

Dai i numeri, vecchio…si disse.

Ma poi…poi uno deve accettarsi per ciò che Dio gli manda…né più, né meno..

***

CAPITOLO SEDICI

 

Motel Crossword, chilometro 346,
Stato del Texas, Ore 02.35 Pm,
Mercoledì 26 Giugno 2002
La pioggia divenne insistente e non appena Yvanov uscì dalla doccia, con l’accappatoio annodato all’altezza dell’inguine, torrenziale.
Dana era seduta con la schiena appoggiata su un paio di cuscini, le gambe raccolte accanto al petto, avvolta in un accappatoio bianco.
Sergej si sedette ai bordi del letto, alla sua destra, mentre piccole gocce d’acqua scendevano dalle spalle al petto, conferendogli un’aria sensuale.
Dana osservò, con un debole sorriso, quel petto massiccio, possente.
Lo aveva sentito sotto la doccia, arrivando ad immaginarlo, coperto di sapone, sotto il getto dell’acqua calda.

< Ti va di mangiare qualcosa ? >, chiese.

Lei scosse il capo. Quel pensiero malizioso aumentò, vedendolo a torso nudo.

< Queste..ore…non passano mai…sembrano infinite…>, mormorò, guardando l’orologio al polso.

<…ti spiacciono ? >, domandò il russo, guardandole le gambe ancora lucide dai riflessi dell’acqua.

< ..no…affatto…>,

Era una voce calda, quasi non sua, ma esplicitamente dolce.
Piegò la testa in avanti, scuotendo i capelli bagnati, bagnandolo con piccole gocce fredde.
Yvanov non si mosse.
La guardava, intenso ed ammirato e quando lei sollevò il viso, i loro occhi si ritrovarono ed una splendida luce si accese in quelli di lei.

< ..ti ho bagnato ? >, sorrise.

Sergej si avvicinò lentamente, senza dire nulla.
Accarezzò con entrambe le mani uno dei suoi piedini, strappandole un sorriso.

< Hai i piedi freddi….>, mormorò.

Lei annuì, deglutendo confusa.
Il cuore batteva fortissimo, come quella sera a casa.
Non le era mai accaduto in modo così intenso, da quando erano partiti.
Sergej iniziò a massaggiarle le estremità, delicato, alitandovi sopra.
Dana socchiuse le palpebre, imbarazzata. Brividi caldi le arrivarono sino alla schiena.

< Ti piace ? >, chiese dolcissimo.

Scully emise un debole gemito, affermativo.
Pioveva fortissimo, fuori.
L’acqua colpiva le finestre con forza, producendo un suono fastidioso.
Sollevò appena la gamba, baciandole la pianta liscia e profumata, sfiorandole con la lingua l’interno delle dita, e lei fece per scostarsi, sussurrando:

<…che fai ? Dai non….>

Lui sorrise, senza guardarla.
La baciò con passione, adesso, prima fra le dita, poi all’altezza delle caviglie e Dana si sentì scivolare in una sorta di caldo abbraccio fra i cuscini e l’accappatoio.

<..bravo…non…smettere…>, sospirò con un filo di voce.

Proseguì lento e delicato, come piccoli e amorevoli erano i piedi di Scully.
Poi si spostò del tutto alla sua destra, iniziando a baciarle le gambe, chino sopra quel corpo minuto e sensuale.
Non appena la sua bocca si posò socchiusa sulla pelle delle cosce, Dana comprese ogni cosa. Comprese cosa voleva, intieramente e non lo rifiutò.
Non sarebbe servito.
Non avevano che loro stessi, adesso. Soli, in quella stanza di motel, poco prima della meta o della fine d’ogni speranza.
La baciò, focoso e dolce al medesimo istante, sino all’inguine.
Poi si arrestò, guardandola, guardando quei meravigliosi occhi verdi.

<…vuoi ?..mi vuoi ? >, chiese.

Lei non rispose. Si limitò a far scivolare l’accappatoio dalle spalle, aprendone la cintura sul davanti e mostrandosi così totalmente nuda.
Yvanov si mise gattoni, denudandosi.
Dana poteva vedere il suo pene, ritto e duro, che gli sfiorava il ventre.
La cosa la eccitò, imbarazzandola.
Rimase per un poco davanti a lei, avanzando sino a coprirla con il proprio corpo possente, quasi nascondendola sotto di se.
Poi prese a baciarle la pancia, l’ombelico, ascoltando la sua voce stordita dal piacere.

<…caro…dolce…sei dolcissimo…>, ansimò.

Dana non aveva alcun pensiero. Nessun ricordo di Mulder…niente….solo se stessa e lui.
Afferrò il suo capo, sfiorando i capelli corti e irti, guidandolo sino al proprio sesso, dove volevano entrambi.
Quando prese a baciarla, Dana gli accarezzò le spalle muscolose, graffiandole appena.
Yvanov sollevò il viso, nuovamente guardandola.
Adesso non piangeva più, non fingeva nulla…
La baciò ancora, e lei si piegò in avanti, serrando un grido di piacere infantile.

<…baciami…>, annaspò.

Chiuse le gambe intorno a quel corpo maschile, suo.
Era la fine degli Xfiles, delle infinite giornate pensando solo all’FBI, al lavoro…
Era libera, adesso.
Continuava a baciarla lì, sino a quando Dana non emise un sospiro profondo, caldo e allora Sergej si alzò, afferrandole la nuca con decisione e baciandola.
Le loro lingue si cercarono, si trovarono, si intrecciarono con passione.
Nuovamente aprì gli occhi e ne guardò il viso regolare, la piccola fossetta nel mento, le pupille come cristalli di ghiaccio e rise.
Fu un sorriso docile, assoluto.
Afferrò le sue spalle, spingendolo carponi sul letto.
Prese a baciare quel petto immenso, quei capezzoli piccoli ma che sentiva diventare rigidi, quei muscoli dorsali perfetti.

< …misha…>, sussurrò lui.

Dana si bloccò, fissandolo e sorridendo con aria interrogativa, chiese:

< Sarebbe ? >

Yvanov le accarezzò i capelli, sentendo quanto fossero soffici e bagnati fra le dita.

<..orsacchiotto…>, smozzicò.

Dana rise ancora.
Scese sino al suo inguine, sfiorandolo con la lingua.
Comprese, da un suo gemito, ciò che voleva e lo fece.
Baciò il suo membro, senza fretta, sentendolo indurirsi del tutto.
Poi scese ancora, baciando i testicoli con dolcezza assoluta sino a quando lui parve pregare:

< Ti..voglio…Dana ti voglio…>

Allora si staccò, sistemandosi sopra di lui, seduta sul ventre.
Yvanov le accarezzava il viso con la mano, una mano grande e forte, che lei sapeva esser in grado di proteggerla.
Sollevò le ginocchia, pronto a farla sistemare comoda su di se.
Dana appoggiò i palmi aperti su quel petto fantastico, mormorando:

< …caro…sono tua…adesso…>

Entrò in lei, e Dana lo accolse con un gemito sonoro.
S’inarcò in avanti, poi indietro, con i capelli che le scesero alla sommità delle spalle.
Yvanov le afferrò le natiche, accarezzandole e accompagnandola nel suo muoversi lento e metodico.

<…ah..si..si..siiii…>, urlò a pieni polmoni.

Fu una sorta di ruggito che si andava liberando dal suo cuore, dalle sue paure, in modo violento, totale.
Chiuse gli occhi, come per concentrare i propri sensi, per sentirlo meglio.
Percepiva le sue mani possenti, che l’aiutavano a spingere, i suoi gemiti strozzati, l’odore dei loro corpi sudati e caldi.
Si mossero all’unisono per molti minuti.
Lei gemette di nuovo, gridando adesso.
Yvanov le afferrò i fianchi, scivolando via, con sorprendente agilità e Scully si mise carponi, con il fiato rotto, il viso sudato e sconvolto dal piacere.
Lui le baciava la schiena, fra le scapole, sussurrandole parole dolcissime.

< Non muoverti…stai ferma così…>, disse deciso.

Lei annuì.
Strinse la spalliera del letto, allargando appena le gambe, con la testa che cadde fra le braccia tese non appena sentì che le stava baciando le natiche.
Poi affondò fra di esse, con un bacio caldo, assoluto, che la fece impazzire.
Scully aveva le palpebre chiuse, attenta a sentire ogni rumore, ogni contatto.
Le diede una pacca sonora sul culetto sodo e poi proseguì a baciarla, sino a quando non si staccò, guardandole le piccole labbra.
Le penetrò con illimitata dolcezza, timore quasi.
Dana urlò qualcosa, spalancando gli occhi verdi, mentre il letto vibrava sotto il loro impeto.
Sapeva che Sergej si era sistemato sopra di lei, lo sentiva da come si muoveva, dal tipo di penetrazione, profonda e assoluta, grazie ai sensi acuiti allo spasimo.
Quando le mani le ghermirono le spalle, si abbandonò del tutto, aiutandolo.
Sergej strozzò qualcosa in russo, e lei lo accompagnò con uno strillo sonoro, sino ad urlare:

<…ven…go…ven..>

Yvanov le morse appena il collo, ansimando:

< ..anch’io…tesoro…vengo…>

Poi rantolò sonoramente, baciandole la spalla.
Il piacere li travolse entrambi, impetuoso, trattenuto da troppo tempo, covato dalla cenere del desiderio per troppi giorni.
Il seme entrò di getto, un fiotto caldo e potente, per diverse volte.
Scully si afflosciò sulle gambe, mormorando qualcosa senza senso, con lui che la seguiva, per non staccarsi, attento a non farle male.
Rimasero abbracciati, girandosi appena da un lato, respirando insieme. <…grazie….grazie..amore…>, sillabò lui.
Dana rispose, lenta e materna:

< Non toglierti…resta in me….tesoro…>

< Mi ami…? >, chiese con voce sottile, solleticandole l’orecchio.

Annuì. Una parte di lei si stupì di ciò che andava affermando, ma non si trattava di una bugia.
Quel russo aveva scavato nel suo cuore, in modo differente da Fox, in maniera meno
profonda, ma con intensità forse superiore.
O era l’impeto della passione a farla ragionare così ?
Lo coglieva ingrossarsi di nuovo, in lei, abbracciati come fossero una persona sola, i corpi avvinghiati, il loro odore unito all’unisono, muovendosi piano.

<…ti amo…Dana io ti amo…>

Le baciava appena l’orecchio e lei serrò le sue mani al seno, stringendole in una carezza amorevole.

< …Dio mi perdoni…anch’io…>, sussurrò.

Baciò le sue dita, piccoli baci teneri e caldi, man mano che lo avvertiva ingrandirsi nel ventre.

<…ti amo…ti amo..>, andava ripetendo in una nenia ossessiva, muovendosi in sincronia con Scully.

Lei gemette ancora, serrando le labbra, che divennero biancastre.
La sollevò per la vita, come se non pesasse nulla, sistemandosi sotto di lei.
Dana si curvò indietro, adagiandosi sul quel petto enorme, godendo.

<…ah…caro…amore mio…>, ansimò.

Si mosse come lui le indicava, forte e decisa, mentre l’estasi la avvinghiava con decisione.
Cercò, tastando convulsa sul letto, le sue mani, sino a trovarle e serrarle con forza.
Si mise ritta, verticale al quel corpo possente, danzando con aggraziata agilità, leggera come una bambina, con passione focosa e selvaggia.
Mosse il bacino ora in avanti, ora indietro, per sentire del tutto la penetrazione.

< …Y..van…>.

Fece per parlare, ma la voce si strozzò in gola, annegata dal gutturale gemito di piacere che la stordì.
Lui prese allora a spingersi con passione, facendo forza sugli addominali, sui muscoli delle gambe e dei glutei, e Dana si abbandonò in un urlo prorompente.

<…amore…mio…amore….>, esplose Sergej.

Vedeva la sudata schiena di Scully muoversi, i muscoli contrarsi accompagnando il piacere, ed allora abbandonò la sua stretta, afferrandole i seni, guidandola completamente.
Le dita robuste del suo uomo le solleticavano i capezzoli irti e duri, mentre il
viso di Dana era contrito dell’estasi, gli occhi spalancati verso il nulla.
Si morse le labbra, per poi esplodere, di nuovo, in un gemito prepotente.

<…ci so…no…anco…ra…>, gridò.

L’orgasmo arrivò ad ondate, doloroso quasi.
Alla fine scivolò