PROLOGO

 

DESCRIZIONE

" …all’interno del nido, le formiche operaie sono addette alla nutrizione delle regine e delle pupe, là dove la temperatura e l’umidità sono più adatte. Le crisalidi sono contenute in bozzoli bianchicci di forma ovale e quando la crisalide deve nascere, le operaie la aiutano nel compito. "

Riserva Navajo, presso Farmington,
Stato del New Mexico, Aprile 1971
Il vento sollevò deboli cumuli di polvere rossastra, disegnando forme sconosciute, che tanto solleticarono la piccola Dana Scully.
La riserva era un gruppo di una cinquantina di casupole di sassi e mattoni in terracotta bianca, appena distante dalla strada statale.
In parte Dana né fu delusa, poiché riteneva di doversi immergere in un accampamento del tutto simile a quello visto in decine di western alla tv e al cinema.
Ma, non appena papà e mamma terminarono di chiacchierare con un gruppo di giovani Navajo, all’interno di una delle case a due piani, mentre lei giochicchiava fuori nello spiazzo reso bollente dal sole implacabile, il suo entusiasmo subì una nuova sferzata d’energia.
Si diressero verso una sontuosa montagna di colore rosso mattone, che Scully avrebbe rivisto solo molti anni dopo, incapace di ricordare quel che stava avvenendo ora, che dominava una vallata stretta e scoscesa.
Per quanto non avesse mai visto mamma e papà fare delle impegnative camminate in sentieri sassosi, essi la scortarono sino ad una bassa capanna tonda, dalle pareti di legno e mattoni in terracotta e dal tetto di frasche sempreverdi.
Ora il cuore le batté forte.
L’uomo che uscì dal piccolo tapee, era identico a certi indiani veduti nei film di John Wayne o Gregory Peck, e calzava una bandana di color bianco che reggeva una filiforme foresta di capelli scuri, corvini.
Fece dei gesti gentili, che Dana non comprese.
Seguì solo mamma e papà, quando si sedettero accanto all’indiano.
Ad un tratto, tutta quell’atmosfera western, smise di piacerle.
Si sentì a disagio, come fuori posto ed evitò di fissare l’indiano negli occhi.
Lui armeggiò con qualcosa, sistemandola sulla sabbia spianata, di fronte alla quale tutti erano seduti.
Sollevò appena gli occhioni verdi e vide una sorta di minuscola tombola dai colori sgargianti, formata da centinaia di sassolini colorati, disposti in un arcano ordine rituale.

<…è per me ? >

Albert Holsteen rise.

< ..Dana…fai la brava bambina…>, ammonì Margaret Scully.

Albert le accarezzò i capelli rossi, spostandole appena le trecce da un lato.

<…ho qualcosa per questa bella bambina…>, mormorò.

Si alzò, entrando nella tenda ed ora il cuore di Dana batteva per l’emozione.
Un giocattolo indiano !!! Non né aveva mai posseduto uno !
Chissà come sarebbe stata invidiosa, quella strega di Melissa !!
Albert uscì reggendo fra le mani un oggetto colorato.
Era semisferico, ricco di colori armoniosi e dipinti a mano.
Catturò subito il suo interesse.

< ….protegga la mia bambina…per favore…>

Le parole di Margaret Scully, il viso teso di papà, quello convinto di William Mulder….
Albert le accarezzò i capelli rossi, porgendole una trottola di legno, allora integra e nuova.
I colori, stampati su di essa, erano vivi. Una splendida trottola fatta a mano.

< Tienila sempre con te…Aquila Scarlatta…>

Lei aveva sorriso.
Poi aveva preso a tentare, allora inutilmente, di far roteare la trottola con il lungo spago avvolgendolo in cima, suscitando un debole sorriso sia in Bill sia ad Albert.

< E’ una splendida bambina…non le accadrà nulla…Aquila Scarlatta ha un destino radioso…che ora non siamo del tutto in grado di capire…ma che ci sarà svelato verso la fine del tempo…>

Quando, dopo un lungo parlottio, che Dana aveva captato solo in parte, lei e i genitori avevano fatto ritorno alla riserva, Scully aveva afferrato papà per un polso, asserendo decisa:

< Posso tenerla, vero papà ? Non è anche di Melissa…è solo mia, vero ? >

Bill la perse in braccio, dandole un bacio sulla fronte e sorridendole, rispose:

< Certo ! E’ per te…stella del mattino ! Potrai giocarci con chi vorrai…>

Lei sorrise, stringendo forte la trottola fra le mani.

< Ci giocherò con Fox…>, sussurrò, provocando nei genitori, un delicato sorriso d’affetto.

Ci avrebbe giocato….questo sì…
E sarebbero accadute molte altre cose…infinite cose…scritte già nelle pagine del tempo, per Fox e Dana.

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Livello di sicurezza 7, Palazzo del
Pentagono, Stato della Virginia,
Ore 11.44 Pm, Giovedì 27 Giugno 2002
Jean era sistemata, affossata potremmo dire, al centro della stanza.
La stanza era scura, immersa nel buio, tranne che per quella luce abbagliante che le era proiettata in faccia da una lampada.
Le pareti ed il pavimento erano di piastrelle bianche, adatte a lavare via il sangue con un getto d’acqua.
Jean era vestita con una maglietta blu, madida di sudore e pantaloni di tela pesante.
Non beveva da quasi dodici ore, non mangiava da chissà quanto, e la lampada le stava abbrustolendo la pelle olivastra.
La sedia nella quale era ammanettata, con i polsi alla base della vita, proprio all’inizio delle sue natiche, dietro i rozzi sostegni della spalliera, sembrava scolpita nella roccia.
Scomoda e dura, di legno massiccio, era bloccata a terra da quattro cerniere di acciaio che un solerte militare, adesso di piantone fuori della porta, aveva provveduto a bloccare.
Un rivolo di saliva bancastra le scese dall’angolo delle labbra, e sollevò appena il capo penzolante sul petto per tossire un poco.
Krycek era seduto ai bordi di quella che era una sorta di eufemismo definire, scrivania.
Si trattava di un’asse di legno piallata, poggiante su quattro gambe tozze, con la lampada cui sopra, un blocco, un registratore, ed un piccolo carrellino sul lato destro, una bottiglia di acqua ed un bicchiere sistemati alla rinfusa.
Alex fissava con occhi appuntiti quel carrellino e soprattutto il contenuto.
Un tirapugni di acciaio, un manganello, una pinza dal becco conico, un bisturi.
Si alzò, serrando le nocche sino a quando non produssero uno schiocco distinto e sorrise, guardandola.
I sorrisi di Krycek erano sibillini, delicati e appaganti, ma nascondevano una sottile arma affilata, come serpenti che celino ghiandole velenifere sotto il palato.

<…ho se…te…>, disse Grey, con la voce impastata dalle tossine e secca come un fiume nel deserto.

Era stata arrestata il giorno precedente, con la formale scusa di un’indagine non autorizzata dal Dipartimento di Giustizia, ma Jean non aveva mai messo piede all’FBI.
Una sorta di squadra speciale, composta di energumeni militari con tatuaggi sugli avambracci e capelli rasati alla Bruce Willis, l’aveva caricata su un cellulare della polizia militare e sbattuta lì.
Aveva ricevuto il primo colpo, una sberla a mano aperta sulla faccia, che ancora le lasciava il segno, proprio da Krycek.
Nel vederlo lei aveva serrato le labbra e i denti, sputandogli in viso ed urlando:

< Bastardo ! >

Krycek le aveva dato quello schiaffone e poi era sbottato a ridere.
Le luce la faceva sudare come stesse facendo all’amore con Fox Mulder, o Sergej Yvanov o forse tutti e due allo stesso tempo.
La lingua…le sembrava sul punto di staccarsi dalla gola e caderle in grembo.

< Nessuno intende negarti un bel sorso d’acqua, mezzo sangue…>, sussurrò Alex, sempre con quel sorriso omicida sul volto.

Afferrò la bottiglia con la mano sana, posizionandola in modo che Jean avesse a vederne i riflessi lucidi sotto la lampada.
Fece riempire il bicchiere, bevendolo con gusto. Poi ne versò ancora.
L’aria lì sotto era congestionata e la stanza puzzava di sudore e sangue.
Oltretutto non c’erano finestre né bocchette per l’aria condizionata e si toccavano già i trenta gradi.
Abbassò appena il capo, di nuovo, quando sentì le dita fredde di Krycek afferrarle il mento e sollevarlo all’altezza del bicchiere.

< Solo che devi collaborare, capito ? Dirci quello che ti ostini a far finta di non sapere da quasi…>

Ruotò il polso, per controllare l’orologio e nel farlo fece cadere l’acqua sul petto e sul ventre di lei, come in una comica di Laurel ed Hardy.
Jean serrò le labbra secche, tagliate, mentre un filo di sangue le scese dalla bocca, rigandole il mento.
Le gambe le inviavano scariche di dolore acutissimo, bloccate con lacci alle caviglie da ore.
Aveva anche un dolore, come un pugnale ficcato appena sopra le spalle, e avvertiva una sporgenza dura e tagliente lavorarle le carni alla base del collo.

< …non..so di..che…parli..>, smozzicò.

E qui le arrivò il secondo colpo.
Una seconda sberla, ma data con il dorso della mano, all’altezza del naso e delle gote, che le fece vibrare la testa, scagliandola nella direzione opposta al colpo.
Krycek respirò più forte, come se si accingesse a prepararsi ad una corsa spedita, nel guardarla.

< Sappiamo che sei stata a casa della madre di Mulder, puttana indiana ! Ti ci ha mandato certamente Scully….>

Disse il cognome di Dana con l’intonazione visibilmente eccitata.
Avrebbe voluto, sognato forse, che ci fosse lei lì…
Ma sapeva accontentarsi, e comunque quella puledra Navajo non era niente male.
Si chinò, sorridendole ed afferrandole le gote.
Sorrideva sempre, quando stava per spezzare in due qualcuno.
Jean lo vedeva a fatica, ancora stordita dalla violenza del colpo, girando le pupille, attraversate da macchie giallognole.
La sete..era peggio del dolore, almeno per adesso.

<…non vedo…Scully…ly…da giorni….>, mentì.

Lo si sentiva bene, in modo cristallino pur dalla voce impastata di sangue e saliva, ma non sarebbe cambiato niente, mentendo in modo convincente.
Krycek intendeva lavorarsela ben bene ed era inutile cercare scappatoie da film di serie B.
Si avvicinò al bancone, posando il bicchiere e calzandosi il tirapugni.
Presto il dolore sarebbe diventato peggio della sete.
Lo calzò sistemandoselo bene alle nocche, che divennero così guantate d’acciaio temperato.

<…sai che ti succede…se ti colpisco al faccino con questo ? >

Formulò la domanda con un tono da professore delle scuole medie, che si trova davanti un allievo poco dotato, forse deficiente e teme di urtare una qualche legge non scritta, dicendoglielo apertamente.
Jean aveva una paura del diavolo. Una paura fottuta.
Strinse i pugni, come se così potesse in qualche modo darle coraggio.
Non avrebbe parlato. Una volta sua nonna, le aveva detto che per farsi coraggio, occorre pensare sempre ad un’aquila che vola alta, nel deserto.
Fa ampi giri tondi e chi la vede da vicino, crede che stia come ferma ma non è vero.
Lo stesso deve fare il tuo cuore, quando hai paura…fallo battere ad ampi cerchi, quasi stesse fermo..
Facile a dirsi…Ma quel tirapugni luccicava metallico, sotto la luce di quella cazzo di lampada e Jean sentiva il cuore battere a mille nelle vene del collo.

<…mi fai uscire…la bua…? >

Krycek si accostò al viso del vice-direttore.
Era eccitato e si vedeva chiaramente, adesso.

< Spiritosa….una dote che certamente non apparteneva al signor Skinner…>

In realtà Jean era tutt’altro che spiritosa, soprattutto sul lavoro, ma spesso la paura causa questo tipo di reazioni.
C’è chi se la fa sotto, chi grida come un ossesso e chi snocciola freddure sperando di far vacillare del tutto la mente, annegandola nella follia.
La follia aiuta ad essere lucidi durante la paura.
Le accarezzò le labbra, con due dita.

< …e non è la sola qualità che ti separa da quel pelato arrogante…Jean…sei una gran bella donna, sai ? >

Socchiuse le palpebre, avvertendo un crampo allo stomaco.
Krycek si chinò sino a sfiorarle la bocca.

<…adesso mi baci….bene…facendomi sentire la lingua….come hai imparato a fare, bastarda…e forse posso evitare di spappolarti la faccia…>

Lei spalancò gli occhi nocciola, serrando con tutta la forza che le rimaneva, i pugni
e ferendosi i polsi con l’acciaio delle manette.
Gli sputò appena sotto il centro della bocca, e Krycek si ritrasse di scatto.
Per la prima volta gli scomparve quella sorta di sorriso ebete che da qualche minuto accompagnava la propria eccitazione da dominatore assoluto.
Sollevò repentino il braccio destro all’altezza della spalla, e la colpì.
Non fu un normale pugno, piuttosto una sorta d’urto doloroso, scagliato con tutta la forza e la rabbia che Alex aveva dentro di se….una rabbia infinita, folle.

< Cagna ! >, urlò.

Il dolore non la colse subito.
Dapprima la realtà sembrò spegnersi, come attraverso un televisore che si smorzi all’improvviso, per una caduta di corrente.
La stanza e soprattutto quella luce accecante e bollente, si disattivarono dalla realtà per poi riapparire in un caleidoscopio ondulante.
La luce, il muro di mattonelle bianche, Krycek stesso, apparivano oblunghi, in un miscuglio di colori impazziti.
Poi Jean avvertì una sorta di calore pulsante al centro della bocca.
Sputò un grosso grumo di sangue ed un dente, mentre faticava a respirare.
Era come se la faccia fosse esplosa ed adesso, quando Krycek le afferrò il mento stringendolo rabbiosamente, la prima fitta di dolore le trapassò il cranio, quasi esplodesse nella sua nuca.
Aveva la bocca piena di sangue.
Le lacrime le scesero fitte e gelide, mentre gli occhi si riversarono all’indietro.
Vedeva il tirapugni macchiato di rosso vivo, ancora vicino al suo viso.
Alex la baciò, sorbendo il suo sangue e lei si ritrasse con uno scatto che le provocò un dolore impossibile al collo.
La testa barcollava inebetita e non comprese quasi nulla delle prime frasi del suo aguzzino.

<…che bacio….sapete baciare così…voi mezze indiane ? >

Che aveva detto ? Le parole arrivavano distorte, e la bocca non si muoveva.
La testa le cadde in avanti, sino a sfiorare con il mento lo sterno.
Il sangue le scendeva quasi solido dai lati della bocca.

<….siamo… sempre… meglio di te….maiale russo…>

Rise. Rise con forza, sistemandosi ancora il tirapugni sulle nocche.
La colpì, a piena forza questa volta, spaccandole il naso e spostandolo dalla sede, e lo schizzo di sangue fu talmente violento, da colpire una delle pareti e disegnare una sorta di semicerchio rosso vivo.
Le afferrò la testa, mentre Jean vagava inebetita, udendo la voce della sua gente che cantava una sorta d’inno incomprensibile.

< Pregherai perché smetta….mi supplicherai…>

Ora era certa di morire…ma al tempo stesso non ne aveva paura.
Sarebbe stato un sollievo..una liberazione.

***

CAPITOLO UNO

 

Città di Darwin, Ore 11.06 Am,
Mercoledì 26 Giugno
I camion arrivarono da Bristol City quella mattina, qualche ora dopo che il treno era salito dalla ferrovia secondaria per fermarsi nella stazioncina della segheria.
Camion dell’esercito, quattro e carichi di soldati, e due della croce rossa.
Greg Spencer girovagava per la brulla spianata di fronte al treno, con le mani tremanti e lo sguardo fisso nel vuoto.
Lo sceriffo non si era più visto, dopo quel che era accaduto a casa sua.
La squadra dei militari era entrata in azione già dalla tarda serata di Martedì.
Aveva isolato le strade, chiuso la stazione non appena il convoglio era arrivato e sistemato delle guardie attorno, perché nessuno si avvicinasse ad esso.
Inutile chiedere la minima spiegazione.
I soldati affermavano che tutto era sotto segreto militare e che solo il dottor Kurtzweil avrebbe potuto dare delle risposte.
Quando si fosse presentato in paese.
Ciò che Spencer non aveva modo di immaginare, era che il destino di Darwin era già segnato.
I soldati, infatti, non avevano solo bloccato le strade, ma addirittura avevano sistemato posti di blocco sin di là dalla valle, e dalla parte del valico, cancellando la vallata di Darwin dalla catena di Blue Ridge.
Il treno era in stazione dalla notte di Martedì su Mercoledì, ma mancava del suo passeggero più importante.
Fox Mulder, infatti, era balzato giù dal vagone non appena le luci della fabbrica di legname, erano diventate punti fissi all’orizzonte.
Aveva aperto gli occhi alle due e cinque del mattino.
La mente vagava.
Come profiler dell’FBI, Fox sapeva bene che in certi casi, la mente scompone i ricordi traumatici, frammentandoli in puzzle di difficile ricostruzione.
Spesso i ricordi del passato, ritornavano senza alcuna sequenza cronologica, quindi faticò a capire da quanto fosse in viaggio e se era il caso di saltare giù da un treno che procedeva sì a rilento, ma pur sempre a settanta all’ora.
Udiva sempre le urla, adesso, ma non dalla sua mente..
Esse venivano dal bosco…com’era stata per la prima indagine compiuta con Scully, a Bellefleur nell’Oregon, la voce ti chiamava nel bosco…
Ora che le sentiva dalla natura, dal vivo respiro delle piante, quelle urla erano ancor più agghiaccianti, terrificanti, inumane.
Una sorta di bolgia dantesca, colma di resti umani, di corpi maciullati di bambini e fra essi, il muoversi a scatti di quella creatura oscena.
Quegli occhi immensi, nel quale sprofondare, sciogliersi, come miele nel latte.
Mamma e papà che piangevano, con lui che tentava di consolarla, dicendo:

< E’ aliena….lo sai anche tu ! >

Poi il viso fisso, scolpito in un’espressione demoniaca di Alice.
Lo fissava, i capelli mossi da una brezza leggera, con due occhi…occhi che penetravano dentro Mulder, crudeli, assassini.
Poi il vuoto della gravità, nell’UFO.
Dana stesa su una sorta di tavolo anatomico, e Smoking Man che parlava a lui, a Fox, con voce paterna.

< Cosa…sai degli insetti, Fox ? >

<…un cazzo…ecco cosa né so…>, disse, puntando i piedi contro il predellino del vagone.

C’era una curva stretta, una sorta di gomito prima dell’ennesimo tunnel.
Il treno avrebbe rallentato di brutto, ma le rotaie erano issate su una massicciata alta almeno tre metri.

Che volo ! Cazzo che volo…hai sempre sognato di volare, Fox…fin da quando costruivi quelle schifose astronavi e riempivi di colla tutta la scrivania della stanza…

Si chinò sulle gambe.
Adesso vedeva Dana con la testa aperta da una sorta di operazione effettuata al laser.
Il cranio era scoperchiato, quasi avessero tolto un cappuccio da uno di quei barattoli per la conserva…Solo che dentro c’era il suo cervello.
Dana fissava il vuoto e ripeteva una sorta di nenia:

<….dormidormibimbabella….dormidormistellastella…>

O una cosa così.
Si lanciò nel vuoto, mentre tutti i dolori erano passati.
Il braccio morso dal cane, la costola incrinata, la mazzata sulla gamba…tutto…
Tutto guarito miracolosamente…"alienamente" dovrei dire.
Atterrò sulle gambe, rimbalzando sul fianco destro, proteggendosi la testa quasi calva con entrambe le braccia.
Evitò, per grazia di Dio o per chissà quale altra misteriosa intercessione, un tronco spinoso, che minacciava d’infilzarlo come uno spiedo e terminò quella caduta in un cespuglio di salvia.
La maglietta era sporca di sangue e sudore, grasso del treno e zucchero di barbabietola. Non aveva nemmeno più colore.
I pantaloni erano stracciati, lisi, sporchi di fango.
Aveva ammaccature ovunque…
Sputò un grosso grumo di sangue, ma ciò non aveva nulla a che vedere con la caduta.
Da ore lo stava facendo ormai, e la cosa lo terrorizzava e al tempo stesso gli conferiva certezze.

<..sto facendo il tagliando…> si era detto quando questo era incominciato.

Vide il treno svanire nella galleria e l’oscurità, adesso, divenne assoluta.
Era un’oscurità pesante, umida della notte e del bosco.

Il bosco….ti chiama a se…porta lì i ragazzi…c’è una forza nel bosco, Scully !

Avesse avuto solo la metà di quella forza…adesso gli sarebbe servita eccome !
Nel mettersi in piedi e camminare nel sottobosco, si accorse di quant’era debole.
Se non fosse stato per la voce…sarebbe già morto da ore.
Si appoggiò ad una pianta e lì rimase, con il desiderio che sorgesse il sole e che avesse a muoversi alla luce.
Ora i colori apparivano del tutto diversi e rammentò quanto sentito in un documentario sugli animali: gli insetti percepiscono i colori in modo differente.
Anche i suoni…adesso sentiva bene la voce nella foresta….
Da dove provenisse, no…ma la voce c’era…e lo chiamava:
fox vieni a me fox vieni a me

***

CAPITOLO DUE

 
Motel Crossword, chilometro 346,
Stato del Texas, Ore 04.09 Am,
Giovedì 27 Giugno 2002
Dana Scully era raggomitolata sotto il piumone che le lambiva gli zigomi, con le ginocchia raccolte, le braccia strette accanto al petto.
I capelli erano ancora bagnati, non zuppi come quando Sergej Yvanov l’aveva trovata poco dopo la mezzanotte, ancora inginocchiata e in stato di chock.
Allora l’aveva sollevata, di peso e Dana aveva smozzicato piangente:

< Ho fallito…ho fallito…è finita…>

Yvanov le aveva dato una carezza, e una volta nella stanza numero 140 lei era diventata molle come una bambola di pezza.

< Spogliati…sei bagnata fradicia…ti ammalerai..>

Lei eseguiva come fosse priva d’ogni volontà.
I vestiti di Scully furono appallottolati in un angolo della camera, e una volta che fu nuda, la asciugò rapidamente, mettendola sotto il piumone.

< Tranquilla….>, disse con voce debole, vedendola tremare come una foglia.

Armeggiò con una boccetta color ambra e disse:

< Dana…scendo per una decina di minuti…devi bere qualcosa di caldo… Non muoverti, capito ? >

Nessuna risposta.
Yvanov uscì, chiudendola dentro e senza pensieri coerenti arrivò sino alla hall.
Suonò per un paio di volte al campanello da tavolo ed attese.
Quando tornò alla camera, Dana era ancora nella medesima posizione fetale di prima, tremante e infantile.

<…ho fallito….ho fallito…>, ripeteva inebetita.

Yvanov si sedette sul lato sinistro del letto, e abbracciandola versò parte del
contenuto di un termos verde in una tazza.

< Bevi…un goccio…solo uno…>

Eseguendo, per la prima volta diede segno di averlo veduto, girando appena gli occhioni verdi.
Era forte e i tremiti divennero minori.
Yvanov si tolse i vestiti, e si mise a letto con lei, stringendola forte.
Non disse nulla, limitandosi a cullarla e a darle piccoli baci sulla nuca.
Non appena lei accennava a tremare, la faceva bere con moderazione.
Verso le quattro e venti, lei sospirò, rifiutando l’ennesimo sorso.

<..cos’è…? >, chiese.

< Wodka e te caldo…>

Annuì.
Ora non tremava più.

< …ho fallito…è fuggito….io…se tu fossi stato con me…>

La abbracciò, cingendola anche con le gambe e le baciò il collo.

< Non sarebbe cambiato nulla….nessuno aveva il diritto di farti questo..di costringerti ad agire contro tutto e tutti! Nessuno ! >

I loro corpi formavano un cucchiaio fra le lenzuola calde e Dana provò un dolcissimo brivido d’amore.

<…morirà…morirà per colpa mia…non sono stata in grado di salvarlo…di salvarci tutti…>

Scully cercò lenta la sua mano, accarezzandola sino a guidarla all’altezza del ventre.

< Non tutto è morto…Noi siamo vivi…>

<…abbracciami così…ti prego…>, sibilò.

Lui annuì.

<…amore…domattina…farò delle telefonate…con il mio codice d’identificazione personale…posso ottenere due visti per Mosca nonostante il blocco dei voli civili…>

Scully si morse appena le labbra.

<..io…non posso fuggire…devo….devo trovare Fox…>

Yvanov le vezzeggiava la gamba, il fianco, la natica sinistra, la pancia calda e liscia, sfiorandole appena l’ombelico….

<…non esiste possibilità senza Smith…lo sai…Adesso…hai il dovere di pensare a te stessa…a salvare la tua vita…la nostra vita ! >

Fu lui a posare il palmo caldo sul delicato e sodo seno di Dana, accarezzandolo con amore infinito.

< …non esiste alcuno scampo…arriveranno…e sarà la fine di tutto…per colpa mia…>

< Non è così….forse..forse troveremo una cura…forse non è così impossibile fermarli…può essere che trascurino una casa fra i boschi..dove un uomo ed una donna vivono semplicemente… esiste una speranza…>

Dana non fece che annuire debolmente.

< Stringimi…fammi dormire così…io…ho tanta stanchezza in me…tanta..>

Lui le baciò ancora una volta la nuca, e mormorò:

< Chiudi gli occhi, amore…e riposa…riposa…>.

***

CAPITOLO TRE

 

Città di Darwin, Ore 06.06 Pm,
Mercoledì 26 Giugno 2002
L’auto sterzò per il sentiero, sporcandosi di terra scura sino ai finestrini.
Aveva piovuto appena, quella notte, una sorta di rugiada appena insistita ma comunque in grado di bagnare le foglie, rendere fangoso il terreno.
Truelove faticava a portare la propria Audi lungo quel percorso sconnesso ed irto d’insidie, ma certo non poteva usare il Cherockee di servizio.
Si accese nervoso una sigaretta, evitando di guardare quello che era avvolto nel sedile posteriore.
Non vi sarebbe riuscito.
La mente sembrava placarsi adesso da una sorta di febbre che lo aveva divorato non appena aveva messo piede nella casa della figlia.
Allora lo stomaco si era serrato, come per la morte del vecchio Ralph, anzi peggio.
In quell’avvenimento, veduto per la prima volta tanti anni prima, c’era un qualcosa d’austero, naturale e carismatico, benché nessuno si azzardi a chiamare così la morte.
Ma in quello che accadeva adesso…si respirava un terrore inumano, atavico, senza spiegazione.
Così com’era senza senso quello che Truelove aveva intenzione di fare.
Quando aveva visto quella sorta di….guscio…
Tremò, sbiancando in viso come una recluta di fronte alla prima autopsia.
Altro che virus ! Gesù del cielo, niente poteva ridurre due donne così !
Niente…non poteva essere vero.
Il dottor Stevens non aveva l’espressione di chi debba, mestamente, comunicare una morte a qualche amico…aveva perso il lume della ragione.
E lui…? Che cosa credeva di fare, fuggendo per i boschi ?
Dove pensava di portare Anne e Kimberly ? A Lourdes ?
Il tremore alle mani non diminuiva.
Doveva portare via quei corpi da Darwin…
No…non erano corpi…respiravano ancora…qualsiasi cosa fossero adesso.
Il viottolo divenne ripido, ma per fortuna il motore dell’Audi 4x4 non tradiva.
Dallo specchietto retrovisore, vedeva parte della coperta che avvolgeva i due bozzoli, in una sorta di realtà distorta che celava l’orrore.
La ferrovia correva a qualche decina di metri alla sua sinistra, ma l’auto dello sceriffo era invisibile, nella boscaglia fitta della foresta.
Il fiume non era infatti molto lontano, ed una serie di ruscelli pieni di sassi e trote salmonate, rendevano adatta alla vegetazione la zona.
Pensò a sua nipote…alla prima volta nella quale aveva pronunziato il suo nome, alle tante volte nelle quali aveva riso con lei, scompigliandole i capelli…
Ora il tremore si fece violento, accompagnato dalle lacrime.
Il solito rumore della crescita del bozzolo lo raggiunse all’interno dell’abitacolo, e si sentì agghiacciare dal terrore.
Nel bosco, alle sei di sera, era utile azionare le luci, almeno quelle di posizione.
Era rischioso, perché così la macchina sarebbe potuta esser visibile, ma a parte il fatto che dubitava che cercassero proprio lui, in mezzo al caos nel quale Darwin era piombata, era sempre meglio quello che finire contro uno spuntone d’albero o trovarsi intrappolati in una pozza di fango.
Ora il sentiero scartava a destra, accanto ad un maestoso pino definito "senatore Walter" per misteriosi percorsi della mente umana.
Il parabrezza era umido di gocce grosse come nocciole, e Truelove sforzò la vista un paio di volte, dubbioso per quel che aveva visto.
Esitò, se fermarsi o no…
Alla fine scalò le marce, frenò e lasciando in folle, azionò anche il freno a mano.
Era capitato troppe volte che qualcuno abbandonasse la macchina e che questa decidesse di farsi un giretto per conto proprio, finendo contro un albero o tirando sotto qualche cristiano.
Si sporse senza uscire del tutto, guardando con paura, terrore è più giusto dire, le masse sotto le coperte.
Ora la sua attenzione fu dirottata da un corpo che stava seduto sotto il " senatore Walter".
Scese, appoggiando la mano destra sull’impugnatura del revolver, come per una consolidata abitudine professionale.
Puntò la torcia, che stava appesa alla cintura di sceriffo e comprese che si trattava proprio di un uomo.
Aveva la testa china sul petto, e man mano che si avvicinava a lui, poteva scorgere una vasta macchia al centro dello sterno e sui pantaloni.
Adesso era ad un paio di passi, non di più.
Il tipo in questione era ridotto male in arnese.
Era calvo al centro, con pochi capelli radi ai lati della testa, ed aveva una faccia…
Sembrava ammalato di lebbra o di una qualche strana forma di tubercolosi.

"PROTEGGI IL TUO FUTURO", rammentò.

Il sangue….aveva una grossa macchia di sangue, non fresco a dire il vero, al centro del petto…ce n’era anche per terra, accanto alle gambe.
Si chinò, tastandogli appena i fianchi.
Captò la durezza di una pistola.
Fece per sfilarla, quando si accorse che il tipo in questione era vivo.
Rantolò un poco, sputando sangue e Truelove si ritrasse scivolando a terra.

<….a..iuto…>, smozzicò Fox Mulder.

Lo sceriffo lo guardò, con aria abbastanza spaventata.

< ..amico…ti sei scelto lo sceriffo sbagliato….non credo occorra essere un dottore per capire che sei allo stremo….mi sa che mi creperesti in macchina ed io…>

Fox aprì gli occhi. Profondi occhi neri, come il cielo senza stelle.

< Ma che cavolo ti sta succedendo ? >, chiese, esterrefatto.

<…non lasciarmi qui…io..devo andare in un posto…immediatamente…>

Scosse il capo.
Che farneticava ? Conciato a quel modo, poteva andare solo in un camposanto ed aspettare.
Fece per allontanarsi, quando Mulder sibilò.

< So….so quello che sta accadendo qui…l’ho già visto altre volte…>

Truelove s’irrigidì.
Una sorta d’istinto ( ognuno deve accettarsi per quel che Dio gli manda ) lo convinse che non stava raccontando cazzate.
Un testimone. Qualcuno che aveva forse già visto quella follia…era ciò di cui aveva bisogno, per sperare di curare sua figlia e sua nipote.
Tolse definitivamente la mano dall’impugnatura della pistola e si chinò, adagiandosi sulle spalle il corpo smagrito e tremante di Fox Mulder.
Puntò verso la macchina, con andatura decisa, posando i piedi sui punti stabili del terreno fangoso, aiutato dalla luce proiettata dalla torcia elettrica.
L’auto apparve dietro una fitta macchia di pruni e felci, all’altezza della curva, sul sentiero ridotto a fango appiccicoso.
Aprì la portiera dal lato del passeggero e lo fece adagiare, appoggiandogli il capo sul poggiatesta.
Qualcosa, all’interno della coperta si mosse, poco meno di uno scatto avvertibile, poi tacque.
L’Audi si mise di nuovo in moto, procedendo nella boscaglia.

***

Motel Crossword, chilometro 346,
Stato del Texas, Ore 08.09 Am,
Giovedì 27 Giugno 2002
Il bar della stazione di servizio era gremito da cow boys con il cappellone storto, camionisti dalle braccia da lottatore di sumo e una donna, alta, magra e dal naso adunco, per niente bella.
Era la moglie del proprietario del motel, che serviva dietro al bancone.
La pioggia quella mattina non era scemata per nulla e dalle nuvole, dava l’idea che avrebbe proseguito così per il resto della giornata.
Il bar era un rettangolo di venti metri per quindici, con un lato dominato dalla vetrata che dava sull’autopompa, e di conseguenza sulla statale 66, opposta al bancone di color rosso granata, laccato.
Un tempo doveva esser stato anche di un certo stile, ma ora oltre alle scritte e alle macchie di sugo e d’alone dei bicchieri, era anche segnato da bruciature di sigaretta, che qualche vaccaro aveva depositato fra una Bud e l’altra.
Alle spalle della donna, Edna Gillespie, una specchiera di lastra lavorata, con scaffali di vetro spesso, colmi d’ogni genere di bottiglie: bourbon, whisky, scotch, birre, wodka…
Sergej Yvanov trovò elettrizzante soprattutto l’ultima specialità.
Dato che la hall aveva il telefono guasto, occorreva recarsi al bar per fare una telefonata.
Probabilmente era un abile trucco del proprietario per raggranellare qualche spicciolo, poiché il telefono del locale era a pagamento.
Oltretutto fra un’attesa e l’altra poteva anche scapparci una birra.
Issata sopra una mensola di ferro, pericolosamente inclinata verso gli avventori, si trovava una tv a diciotto pollici, sintonizzata quella mattina sulla CNN.
Yvanov aveva lasciato Dana immersa in un sonno profondo e tranquillo.
Solo sentendolo vestirsi, verso le sette e tre quarti aveva accennato ad un risveglio, mormorando una frase impastata di torpore.

<..’ove…vai ? >

Allora lui si era avvicinato, dal suo lato, e le aveva baciato una guancia, spostandole appena i capelli dietro l’orecchio.

< ..sstt…>

Lei si era quietata subito, riassopendosi.
Yvanov era uscito alzandosi il bavero della giacca.
Dalle stanze alla pompa di benzina, c’erano due tragitti.
Il primo l’aveva sperimentato guidando il Cherockee sino al distributore, il secondo era una scalinata di marmo e sassi lisci e regolari, in parte sconnessi ma solo ai lati, che dal complesso, saliva sino al limite della strada.
Lo percorse con calma, nonostante la pioggia.
Segnalare una richiesta di visto per lui e Dana, avrebbe voluto dire farsi scoprire, inevitabilmente.
Ma non potevano certo aspettare la fine, o qualsiasi altra cosa dannata avesse ad accadere, in quel buco di motel.
Lei…doveva salvarsi. A qualsiasi costo.
Era entrato chiudendo la porta a vetri alle spalle.
Gli avventori continuarono a consumare pancetta e uova, succo d’arancia e birra, senza dare apparentemente l’idea di notarlo, ma così non era.
Sotto le falde dei loro cappelli texani, gli regalavano occhiate divertite o sospettose.
Un gigantesco camionista, il cui TIR era sistemato di traverso ai lati dell’autopompa, bevve d’un sorso un boccale di Bud gelata, asciugandosi con il dorso della mano.

< Devo telefonare…>, disse Yvanov.

La donna gli dava le spalle, fissando la TV.
L’inviata della CNN trasmetteva da Mosca.

"…le ultime notizie, purtroppo, sono improntate al pessimismo. Pare che ad ore si prospetti il richiamo degli ambasciatori nei rispettivi paesi e sarebbe la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale che ciò si verifica, fra USA e Russia ! Ora l’allarme su un possibile, terrificante conflitto nucleare, sta circolando non solo fra gli addetti ai lavori ma anche fra la popolazione ! A Mosca, ieri, si è sfiorata la guerra civile, quando un gruppo di persone ha cercato di forzare un cordone di polizia per accedere a generi di prima necessità…"

Parlava in modo professionale, come mille altre volte, ma aveva una faccia scavata nella paura.
Uno dei cow boys alzò le spalle, mormorando:

< Che la facciano sta guerra….spazziamoli via tutti, quei porci comunisti ! >

< Devo fare una telefonata ! >, disse adesso deciso, obbligando Edna a dargli retta.

< Un momento…il telefono è occupato…>, rispose acida, sistemandosi l’asciugamano sul braccio, segno inequivocabile che pretendeva anche la consumazione.

Yvanov si sedette sullo sgabello tondo, poggiandosi su un poggiapiedi d’acciaio e si sporse in avanti, con i gomiti sul bancone.

< Una wodka lime…>, disse, gettando lo sguardo sull’inconfondibile sagoma della Absolute.

La porta a vetri si aprì. Un uomo avvolto in una cerata nera, calata a cappuccio sulla faccia, appoggiò i palmi al centro della porta, proprio sullo stemma della Shell ed entrò.
Si scrollò dalla pioggia, abbassando il cappuccio.
Yvanov non si voltò, capendo che era entrato per via del refolo d’aria umida che lo accompagnava, eppure ebbe una sorta d’impressione curiosa.
I suoi sensi lo misero in allarme quasi subito, senza una ragione specifica.
Il bicchierino di wodka lime fu sistemato davanti a Sergej, che con la coda dell’occhio vide che lo sconosciuto si era seduto proprio al suo fianco.
Tamburellava sul banco con le dita.
Dita lisce e dalle unghie ben curate.

< Una wodka lime…>, disse con voce decisa.

Yvanov sentiva il parlottare della Tv, dell’individuo al telefono ( stava ordinando mangime per polli e cento scatole di chiodi da carpentiere per rifare la staccionata ), del masticare avido dei cow affamati…ma c’era sempre quel suono tamburellante che provocava i nervi.
Mosse appena gli occhi, senza alzare il viso.
Vide le mani, i polsini della camicia che spuntavano dalla cerata…
Terminò d’un sorso la wodka, gettando un biglietto da cinque sul banco e si alzò.

< Hey ! Il telefono è libero..! >, gracchiò Edna, senza apparentemente essere udita.

Yvanov si rigirò le chiavi del Cherockee fra le dita.
La valigetta con la calibro nove ed il silenziatore, era nel bagagliaio del fuoristrada.
Quei polsini…quel tipo che era appena entrato, aveva i polsini con lo stemma del KGB.
Ed era stato fatto di proposito.
Quel tipo aveva gettato l’amo, per vedere come si sarebbe comportato.
Nessun agente sarebbe stato tanto imprudente…
Udì dei passi tranquilli alle sue spalle, prima lungo lo spiazzo di cemento e ghiaia che separava il distributore dalla scalinata, poi sui primi gradini.
Lo seguiva…non si voltò né affrettò il passo.
Era la sola cosa da fare. Evitare di andare nel complesso delle camere, per non portarlo diritto da Scully, né rimanere in quel bar affollato.
Se doveva sparare, meglio uno spiazzo appena sotto il livello della strada, fra le tante auto, quasi inosservato.
Camminò con le mani nelle tasche dei pantaloni, sempre focalizzando i sensi sui passi di chi lo seguiva.
Era tranquillo, massiccio e tranquillo…ancor più pericoloso.
La pioggia scendeva fitta, cattiva. Lo spiazzo sarebbe stato deserto, di sicuro.
Si avvicinò al fuoristrada, premendo il telecomando.
Le luci si accesero e le chiusure si sbloccarono.
Si fermò, prendendo un bel respiro.
Anche lo sconosciuto si era bloccato.
Dal rumore dei passi, era a poco meno di sette od otto metri…
Aprì il bagagliaio e si curvò, afferrando la valigetta.
L’aprì, azionando la combinazione.

<…è buona la wodka, qui, vero ? >

La voce era alle sue spalle, ma Yvanov non rispose.
Prese a montare la mitraglietta con rapidità e sicurezza, poi innestò il caricatore.
Sergej non aveva detto a Dana che era armato, benché fosse certo che lei
lo sospettasse.
Tolse la sicura e s’infilò l’Uzi nella tasca interna della giacca.
Si girò, lentamente.

< Diceva ? >, mormorò.

Lo sconosciuto fece un paio di passi in avanti.

<…dico che…per quanto inospitale, questo paese cerca di mettere a suo agio tutti gli stranieri, Yvanov…>

Sergej estrasse l’arma, puntandola in avanti.

< Chi sei ? Come sai il mio nome ? >

Lui sorrise, per nulla intimorito.

< Vi ho seguito da quando siete partiti da Washington…siete stati abili… forse qualsiasi altro vi avrebbe perso di vista….Ma non io ! >

Dal suo polso destro, scivolò un cilindro d’acciaio, che impugnò agilmente.
Yvanov fece fuoco ed il suono sordo dei colpi si udì appena, sotto lo scroscio della pioggia.
Lo centrò al petto, all’altezza del cuore ed un sibilo acuto, accompagnò l’uscita di un getto di sangue verde.
Comprese tutto, all’istante.
Il killer alieno gli fu addosso nel breve lasso trascorso fra ciò che vide e il raggiungere lo stiletto appena sotto la giacca.
Lo gettò contro il Cherockee e poi a terra, nella pozzanghera fangosa ai piedi dei pneumatici.
Cercò di colpirlo, ma Yvanov afferrò il suo polso, spingendolo all’indietro.
Prese lo stiletto dalla tasca della giacca, e lo fece sibilare nell’aria.
Lo affondò nella schiena dell’avversario che si ritrasse, con una smorfia di dolore.
Il sangue acido era spezzato dalla pioggia.
Yvanov si mise in piedi, per primo.
Lo colpì con un calcio, facendolo rotolare contro un grosso furgone da trasporto.
L’alieno si mise in piedi, serrando il pugnale nella mano destra.

< Notevole….davvero…sono ammirato…>, disse sorridendo.

La ferita sanguinava copiosa, ma egli non sembrava rendersene conto.
Mosse la mano con un fendente improvviso, rapido e circolare, che centrò il braccio sinistro del russo, tagliandogli la giacca, la camicia e parte del muscolo.

< Notevole anche da parte tua…>, disse lui, serrando i denti e gettandosi in avanti.

Lo colpì sotto il collo, alla gola, e questa volta il sangue gli corrose i guanti neri, la mano, gli mozzò il respiro.
Ma non si sarebbe fermato. Scaricò tutti i trentadue colpi a distanza ravvicinata, crivellando senza tregua.
Dana…doveva salvarla…
Ma era inutile.
L’alieno spinse via, con una forza impossibile, come un carro armato.
Yvanov colpì la portiera del Cherockee, ammaccandola e cadendo a terra.
Aveva ancora il pugnale fra le mani.
Il killer lo trafisse con una stilettata alla spalla, per poi afferrarlo per il bavero della giacca e scaraventarlo dall’altra parte del mezzo, alla maniera di una bambola di pezza.

<…Dana….devo…fermarlo…>, si disse.

Si rialzò.
Il sangue gli imbrattava i vestiti, scendeva a fiotti dal braccio, dalla schiena.
Il rombo di un camion, in lontananza.
Si guardò attorno.
Inserì un nuovo caricatore e fece esplodere altri dieci colpi, sino a quando non lo vide scomparire dietro un furgone.
L’alieno sembrava svanito.
Si mise in ginocchio, nascosto dietro quel mezzo scoperto, annusando l’odore di benzina, dei pneumatici, della pioggia.
Udì un suono debole, come il roco respiro di un drago.
Poi notò appena la coda spuntare da sotto il camion, prima che una mano ossuta ma potentissima, gli afferrasse la caviglia, sbattendolo a terra e trascinandolo sotto.
La mitraglietta gli scivolò dalle mani, rotolando con un suono metallico.
Lottò, aggrappandosi ad una delle ruote posteriori.
Lo sentiva respirare con roca potenza, un verso osceno, bestiale.
Vibrò un colpo alla cieca, all’altezza della gamba sinistra, urtando una sorta di carapace.
Lo stiletto si spezzò in due, con un suono simile a quello di metallo caduto sul pavimento.
Serrò i denti. Avvertì una fitta assurda, assoluta al piede.
Un morso rapace, d’artigli e zanne, gli staccò la gamba di netto, trascinandolo del tutto sotto il camioncino.
L’alieno era un insetto appiattito, oscuro e vorace.

< La prossima a morire…sarà quella troia schifosa…Ricordatene ! >

Urlò con tutte le forze, quando la testa corazzata ed esapode dell’alieno gli affondò nel ventre, dilaniandolo vivo.
Poi si udì solo la pioggia.

***

CAPITOLO QUATTRO

 

Città di Darwin, Stato della Virginia,
Ore 03.00 Pm, Mercoledì 26 Giugno 2002
Adesso la cittadina aveva assunto del tutto le atmosfere di un film catastrofico degli anni settanta.
Camion militari che sfrecciavano sulle strade, posti di blocco in ogni punto d’accesso del paese, soldati che stavano appostati con finta noncuranza attorno agli edifici pubblici, alla biblioteca, e alle fattorie.
Greg Spencer si sporse verso il soldato, un tenente di appena ventisei anni, affrontandolo a muso duro.
Si trattava di un cadetto di Perry Islands, Marine, viso regolare e corpo magro.
Era seduto di spalle alla finestra, aperta, e da quasi cinque minuti stava parlottando al telefono con il Pentagono.
Riappese, alzando gli occhi grigi dalla scrivania, dandogli attenzione.

< Ora finalmente mi chiarirete per quale motivo avete trasformato l’ufficio dello sceriffo Truelove in una sorta….di quartier generale della Gestapo…>

Lui gli gettò davanti un foglio scritto in modo fitto e minuto, mentre un refolo d’aria carica di pioggia gli sollevò il codino del baschetto nero, calzato di sbieco sul cranio.

< Sarebbe ? >, disse evitando di leggerlo.

< E’ una direttiva del ministero della difesa e della contea, dello stato della Virginia. Il comando del settore Occidentale dell’esercito, mi ha autorizzato proprio ora a renderlo pubblico ! >

Assunse l’espressione di un oratore intento a proclamare un bando di concorso, austero ed impettito.

< Da oggi, Mercoledì 26 Giugno, l’area in questione diventa protettorato militare, sceriffo ! Siamo in una situazione d’allarme giallo ed è possibile che la contaminazione biologica che ha colpito questo paese, sia opera di un’arma chimica o batteriologica della Russia ! >

Spencer smise come di respirare, esterrefatto.
Nemmeno in un sogno, o in un incubo, avrebbe mai potuto immaginare niente di simile.

< Come addetto alla polizia della contea, lei risponde direttamente al comune di  Bristol City, che a sua volta è delegato a collaborare in totalità con le forze armate Americane, impiegate sul suolo patrio per impedire un’invasione ! Ha capito quello che le ho appena detto, sceriffo ? >

Si grattò la fronte, tremando.
Nessuno avrebbe mai saputo come affrontare una cosa del genere e lui, tranquillo vice di un piccolo paese sperduto nelle montagne, era certamente il meno indicato.

<….invasione ? Cristo…ma che cavolo mi sta raccontando ? Che avremo i Russi per cena, questa sera ? >

Lui lo fissò come se prima avesse detto una cosa normalissima, tipo che cosa c’era quella sera alla tv ed avesse avuto per risposta una scemata bella e buona.
Del resto era impossibile pretendere di scherzare con un cadetto dei Marine.
Magari il tenente Banks, quello era il suo nome o almeno così c’era scritto sulla strisciolina appesa alla mimetica, era un tipo ilare e bontempone, senza divisa.
Magari parlava di fica e di baseball, al circolo ufficiali.
Ma adesso, seduto davanti a lui, con quel baschetto calato in zucca nonostante fosse nel chiuso di un ufficio, gli dava l’impressione di un vero ufficiale nazista.
La luce che si accese nelle sue pupille, non lasciava presagire niente di buono.

< Noto che lei è un vice…>, mormorò caustico, aguzzando gli occhietti grigi, leggendo lo stemma impresso nella stella che Greg portava sul lato destro della camicia.

Noti bene testa di cazzo…sei nell’ufficio di Truelove…te l’ho anche detto…bella deduzione…è così che vi fanno ufficiali a Perry Islands o da dove cavolo vieni ?

Quel pensiero si bloccò appena alla soglia della bocca di Spencer, che evitò di pronunziarlo più per pudore che per altro.
Evitò qualsiasi risposta.

<…..dove si trova lo sceriffo di questa città…>

< Arold Truelove è in servizio…non mi riesce di trovarlo…>

< Sappia, allora, che se evitasse di fornirci informazioni o di collaborare con noi, sarebbe tacciato di spionaggio e di terrorismo ! Abbiamo poteri illimitati e li useremo nel modo che riteniamo maggiormente opportuno, sono stato chiaro ? >

Quello era davvero un fottuto arrogante pisciasotto di Perry Island, cazzo !
Greg s’infilò il cappello da sceriffo, e rispose serrando i denti, con rabbia.

<…lavorerei molto meglio se i suoi….Rambo si togliessero dalle scatole ! Con voi fra i piedi, è tutto più complicato!>

Il tenente Banks fece un debole sorriso ironico, abbastanza inquietante e tamburellò con la stilografica sul bordo della scrivania.

< Le sto ordinando di cercare il suo superiore e portarlo da me entro la fine di questa giornata al massimo…Se così non sarà, mi vedrò costretto ad assumere il comando della polizia del paese sino al cessare della situazione d’emergenza ! >

Greg serrò i pugni….in fondo stava già comandando a destra e a manca, che cosa sarebbe cambiato ? Eppure quella cosa gli dava ai nervi.
Prese con due dita il telefono di color verde, sistemato accanto all’interfono, sulla scrivania.

< Che cosa intende fare, scusi ? >, chiese il militare, sempre sibillino.

< Telefonare…o creda mi serva per giocare a golf ? >

< Le comunicazione con l’esterno sono bloccate…>

< Perché ? >, sbottò Spencer, ormai su tutte le furie.

< Siamo in preallarme di guerra ! Non permetterò che faccia telefonate che, se venissero intercettate…>

Buttò con rabbia il telefono sulla scrivania, alzando le spalle e bestemmiando.

< Esco ! >, imprecò.

< Dove va ? >

Evitò di girarsi e dargli un pugno sul muso, non tanto per il faccino, quanto per il basco che sarebbe caduto a terra.

< A cercare lo sceriffo…mi sembra palese….>

< Metterò a disposizione un paio d’uomini..li aspetti all’entrata della stazione…>

Non fu un semplice ordine, ne tantomeno un consiglio.
Fu…quasi una sorta d’avvertimento che Greg captò al volo, affinato da anni di servizio.
Pensò a cosa fare e a come farlo.Ora si trovava due "amici" con lui…
Il primo lampo attraversò il cielo plumbeo di Darwin, ma non avrebbe piovuto per il resto della giornata.

***

CAPITOLO CINQUE

 

Motel Crossword, chilometro 346,
Stato del Texas, Ore 10.59 Am,
Giovedì 27 Giugno 2002

 

Scully emerse dal sonno con estrema lentezza.
Senza aprire gli occhi, iniziò a percepire il calore protettivo del piumone, la morbidezza delle lenzuola, il comodo giaciglio del cuscino.
Allungò la gamba, producendo un delicato fruscio.
Poi si voltò parzialmente, cercando il suo uomo con la mano.
Niente.
Era sola. Sospirò, girandosi ancora in posizione fetale e sospirando.
L’alcool della wodka e lo stress la spinsero a dormire ancora.
Presto il buio del sonno divenne una nebbia giallognola.
Il calore era delicato. La solita landa verde, meravigliosa prateria a perdita d’occhio.
Udiva una sorta di suono ritmico, come un battere di tamburi, ossessivo, inesauribile.
D’un tratto provò una fitta lancinante al ventre.
Si tastò la pancia, trovandola allagata di sangue.
Fra le mani, un amuleto indiano, spezzato in due.
Era inginocchiata, seduta sui talloni, con Mulder appoggiato alle sue gambe.
Un denso rivolo di sangue usciva a fiotti dal suo stomaco e dalla bocca di Fox.
Era stata lei…lo comprese inconsciamente, ma non per questo il dolore le risultò minore.

<…addio…addio amore mio….divideremo l’eternità insieme….>, mormorò.

Lo baciò con dolcezza ed amore, poi si afflosciò come una bambola di pezza con lui fra le braccia.
Spalancò le palpebre.
Si ritrovò sudata, a letto, il cuore che batteva impazzito.
Si mise supina, le braccia larghe, con il petto che pompava aria in modo trafelato.

Un incubo…un incubo…un maledetto sogno…pensò.

Guardò l’orologio.
Le undici.
Dio…aveva dormito per tutta la mattina.

< Sergej ? >, chiamò.

Nessuno.
Si mise seduta, scuotendo il capo e grattandosi i capelli.
Stiracchiò le braccia, sollevandole alte sopra la testa e poi si alzò.
L’umidità dell’aria le aggredì la pelle, mentre nuda andava verso il bagno.
Si bagnò il viso e fece pipì.
La mente era una tavola vuota.
Non aveva pensieri coerenti, benché rammentasse tutto e soprattutto una parte del suo io desiderava sapere se andare in Russia, se fuggire oppure no.
Lei non era mai fuggita. Davanti a niente, nemmeno davanti al cancro.
Ma ora ? Aveva senso rimanere ? E, cosa ancor più grottesca, aveva senso fuggire ?
Si avvolse in un asciugamano e lo sguardo le cadde sulla plafoniera del bagno.
Era ovale, liscia e grezza.
Emanava luce non appena si apriva la porta….una luce che per una qualche ragione divenne adesso fredda, quasi solida.
Il freddo le serrava le costole, appena visibili sotto la pelle pallida, ma non ebbe quasi tempo di tremare.
Tutto era luce adesso…
Poi, quasi sbucasse da un recesso della sua anima, spaventandola, la vide.
Suoni confusi, innaturali….lei distesa su una sorta di tavola anatomica, di pura luce bianca.
Occhi grandi, dita ossute e lunghe…lunghe…lunghe..
Le aprirono il cranio, come fosse una sorta di coperchio di barattolo, e lei non sentiva alcun dolore.
Sorrideva, anzi.
Canticchiava qualcosa…dormi dormi bimba bella, dormi dormi bella stella…

< E dai…Mulder…sempre a giocare…>, pensò.

Era bambina, adesso.
Aveva la sensazione netta di viaggiare, nel tempo e nello spazio, in modo assoluto.
Tutto divenne buio, per poi essere pura luce.
Era andata indietro…oltre la nascita…oltre il concepimento…oltre tutto.
Lei e Fox erano pura luce.
Una luce meravigliosa, due forme gassose eppure distinguibili, che si mescolavano con delicatezza, in una sorta di armonia universale.

<..sei nel luogo dell’origine…>, disse una voce.

Una voce che Dana aveva sentito altre volte, sia in sogno che nella vita, ma che non rammentava…la voce di un vecchio indiano.
Spalancò le palpebre.
Era sveglia ma non del tutto lucida.
Si ritrovò seduta sul letto, come avesse percorso quei pochi metri in una sorta di sonnambulismo.
Una piccola goccia di sangue le scese dal sesso e se ne accorse sfiorandosi.
Barcollò sino al bagno, nonostante avvertisse una sorta di incomprensibile paura nel rifare quel percorso, quasi attendesse un’aggressione fisica.
Si tamponò il sangue, seduta sui bordi del water, assolutamente indifesa e tremante.

<..cosa…cosa mi è successo…? >

Non si era trattato di un semplice sogno o di un ricordo…
Per quanto fosse impossibile, assurdo dal punto di vista scientifico, era certa di aver realmente viaggiato in un altro tempo e luogo, di aver davvero sentito quella voce..
Si era alterata la percezione fisica della realtà, del tempo…come in un sonno ipnotico profondo.
Aquila scarlatta….il suo nome indiano le invadeva la testa, quasi come certe canzoni che senza motivo iniziano a rimbombarci nella testa.
Quella sorta di….viaggio, l’aveva scossa anche a livello ormonale e fisico.
Il suo periodo era passato da quasi dieci giorni…cos’era quell’emorragia ?
Udì bussare alla porta.
Fu il primo frammento di realtà che le sovvenne in quella stanza di motel, che ora appariva immensa e senza fine.
Uscì dal bagno, infilandosi la prima cosa che trovò: una camicia bianca di Yvanov, appoggiata ad una gruccia, nell’armadio.
Le copriva la metà delle cosce.
Nessun vestito suo… forse Yvanov li aveva gettati…erano sporchi di fango e stracciati…
Si sfiorò le palpebre, smozzicando:

<…si ? >

< Agente Scully ? Apra…sono Jeremiah Smith ! >

Deglutì, e per un attimo il cuore si bloccò.
Si mise in piedi, quasi scivolando di nuovo a terra.
Quello…quello alla porta…
Come poteva essere Smith ? Non era fuggito ?
Dov’era finito Yvanov ?

<….aspetti…mi vesto…>

Cercò la pistola, senza rammentare ove l’avesse messa.
Alla fine trovò la fondina sulla sedia ed estrasse la calibro nove, tenendola con la mano destra.
Nulla…
Guardò dallo spioncino.
Il volto, deformato dalla lente a grand’angolo dell’occhio magico di Jeremiah Smith, le apparve.
Esitò.
Se fosse stato….No…avrebbe aperto come avrebbe voluto…sfondando la porta…ma forse cercava discrezione…

< Mi apra ! Mi scusi per l’altra sera….le debbo delle spiegazioni…>

Questo la convinse del tutto… vinse anche la timidezza e l’imbarazzo di presentarsi mezza nuda di fronte ad un estraneo…
Ruotò il pomo della porta e non appena se lo trovò davanti, lo spinse all’interno con decisione.

< Venga dentro…brutto figlio di…>, disse serrando le labbra.

L’ira e l’impazienza la aggredirono. Poco prima era tremante ed indifesa, adesso era una tigre.
Tolse la sicura dall’arma, puntandola con le braccia tese in avanti, pronta a sparare.

< Capisco la sua reazione…ieri, sotto la pioggia, ho creduto ad una trappola… Ma questa mattina ho avuto una notizia…che mi ha fatto capire ogni cosa…>

Lei lo spinse sul letto.

< Si sieda e tenga le mani alzate ! Che cosa sarebbe, questa notizia miracolosa ? >

Jeremiah Smith deglutì, ed un’ombra di dolore si accese sul suo volto.

<…Karen Rome…la donna che collaborava con me…è stata trovata uccisa ieri sera…le hanno tagliato la gola…Sono stati loro….>

Scully impallidì.

< …temeva in imboscata…per questo non si è fermato..ma quando ha saputo della morte di quella donna…Ma cosa avete in mente…? >

Abbassò la pistola.

< Lei deve…sapere…tutto, per poter capire…almeno una parte di tutto… Hanno eliminato ogni mio clone….adesso sono solo….credono che uccidendomi faranno saltare il piano…E’ al corrente dello scopo del Progetto ? >

Annuì.

< In parte…lei…Non so come possa fare, né m’interessa…ma so che può trovare Mulder…salvarlo…è caduto in una specie di….catalessi mentale e…>

Smith abbassò le mani.
Dana stava sempre a distanza, come per sorvegliarlo ma senza alcuna aggressività, adesso.

< Le condizioni mentali e fisiche dell’agente Mulder mi sono note. Da mesi sapevo che questo momento sarebbe arrivato…>

Scully tremò, mentre la rabbia le pompava adrenalina nel sangue.

< Perché non lo ha curato prima ? Si rende conto che cosa c’è in gioco ? >

< Non potevo ! Posso curare solo il manifestarsi dei sintomi…della mutazione… Ma se andassi da lui adesso, con ogni probabilità mi eliminerebbero e se non lo facesse il killer, il soldato, ci penserebbe la regina…>

Lei sbarrò gli occhi verdi.

< Mutazione ? Che cosa sta dicendo?  Intende che…Mulder diventerà…qualcosa ? >

Smith scosse il capo.
Era bagnato dalla testa ai piedi e l’acqua formava una piccola pozza ai bordi del letto.

< Non conta ! Esiste un modo differente per salvare l’umanità dall’invasione ! Prima debbo curare anche lei…si avvicini…>

< Sto benissimo…! >

< Il gene alieno è presente nel suo sangue..posso eliminarlo, adesso che è stato attivato !  Quell’uomo la contagiò di proposito, proprio qui in Texas..…quello era il motivo….durante il coma da contagio le estrassero il DNA alieno che il virus aveva attivato…! Si lasci toccare la fronte ! >

Smith si alzò e per la prima volta le apparve come una sorta di figura mistica, aliena ad ogni logica.
Si tolse l’impermeabile bagnato e allungò la mano, sino a sfiorarle la fronte e i capelli rosso Tiziano.

<..io..>, biascicò lei, serrando sempre la pistola con la mano, ma lasciandola ora cadere su un fianco.

< Non sentirà dolore…solo…calma…pace…si rilassi…>

Fu così.
Avvertì il palmo della mano posarsi sulla fronte, le dita serrarsi delicate sui capelli e la realtà, per un istante divenne lontana.
Un fluido caldo prese a scorrerle per il corpo, dalla testa sino ai piedi.
Immediatamente dopo si sentì come uscita da un massaggio tonificante, con i muscoli sciolti, rilassati, la mente libera, in assoluta armonia con il proprio corpo.
Smith tolse la mano, guardandola.
Scully appariva fanciullesca, avvolta in quella camicia troppo grande, che la copriva appena sotto l’ombra scura del pube.

<…è…una sensazione….splendida…>, sussurrò.

Lui annuì.
Respirò lentamente, sbattendo le palpebre.

< Deve…farlo anche a Mulder…>

Avrebbe voluto chiedere com’era stato possibile, quale meccanismo medico o scientifico era alla base di tutto ciò, ma non le riuscì.
Jeremiah scosse appena il capo.

< Verrà con me…in auto è segnato il posto dove dovrà recarsi…ormai la cerimonia è in via d’inizio…Faccia ciò che deve e lo faccia senza esitare… per quanto incomprensibile possa essere..Solo così lo salverà…salverà tutti quanti!>

La voce le salì imbarazzata.

< Sono..sono con un’altra persona…un altro uomo….>

< Deve agire sola, quando sarà il momento..è scritto…! Non pretendo che capisca adesso, è troppo presto…solo all’ istante si renderà conto delle cose…ma….>

La porta si spalancò, con la serratura che esplose via, come l’individuo l’avesse forzata con un ariete.
Ciò che Dana vide, di per se, era assolutamente privo di qualsiasi logica, del tutto folle e sanguinario.
Un uomo, nudo, al centro della porta.
Aveva il viso completamente ricoperto di sangue.
Anche il torso, le braccia e le mani, erano una maschera rossa.
Ogni muscolo teso, il sudore che pompava adrenalina a mille, i denti come zanne affilate, taglienti come rasoi…dava l’idea di un guerriero del diavolo, un folle assassino, un mostro antidiluviano.
Aveva divorato Yvanov, il proprietario del motel, un camionista che stava parcheggiando…Era una maschera di furia omicida.
Smith la spinse contro il letto e Dana si sbilanciò, cadendo.
La camicia si sollevò, mostrandola nuda.

< Scappi…è l’eliminatore alieno..! >, gridò.

< Parli la lingua dei terresti, adesso, traditore ' >

Non fu un semplice grido, una frase. Sembrava una sorta d’ululato bestiale, di grido lancinante, proveniente dalla foresta dell’anima, del tempo.
Mutò, come per prepararsi alla battaglia, divenendo una sorta d’assurdo drago insettiforme, massiccio e ricoperto da una corazza chitinosa, durissima.
Parte del corpo era coperta da aculei e scaglie ossee, alla maniera di quei dinosauri corazzati della preistoria.
Dana fece fuoco, sparando quattro colpi in rapida successione, in ginocchio sul letto, le gambe strette come a proteggere la propria nudità.
I colpi lo scuotevano, senza però sbilanciarlo. Del sangue verde sgorgò, sibilando.
Da quelle zanne ributtanti una saliva densa e appiccicosa, si disegnò un sorriso allucinante.

< Non puoi ferirmi, donna ! Ti farò a pezzi, come ucciderò questo traditore ! >, grugnì adesso e parve impossibile che da quella creatura scaturisse una voce umana.

Smith si scagliò contro di lui, gettandolo contro la parete, armato della medesima arma acuminata che era stata inefficace per il povero Yvanov.
Scully si mise in piedi, balzando dal letto, cercando disperatamente di far fuoco.
Non poteva…temeva di colpire Smith…Lo avrebbe ferito, ucciso ?
O anche lui…era in grado di resistere ?
L’eliminatore fece leva con la zampa, sollevando Smith e gettandolo contro la spalliera del letto.
Era come se stesse sollevando un cuscino, un fuscello…aveva una forza enorme.
Voltò di scatto il viso esapode, vedendola accanto all’uscita, con la camicia slacciata sul seno, il viso rosso, gli occhi sgranati.
Utilizzando la coda, corta e massiccia, la colpì, gettandola a terra.

< La festa è appena cominciata….non vai da nessuna parte, cagna ! >

Si rovesciò addosso a Jeremiah, azzannandogli il braccio destro.
Lo strappò con uno scatto secco, inumano e terrificante, ed un getto impetuoso di sangue verde schizzò fuori, iniziando a corrodere il pavimento.
Dana non pensava. La mente si era chiusa, era precluso che lo facesse.
Riflettere, ragionare, avrebbe portato solo alla morte.
Puntò l’arma alla base di quello che sembrava un collo d’armatura, massiccia e taurina, ma Smith le tolse l’obiettivo, colpendo il killer con un fendente appena sotto la nuca.
Uno squarcio lungo e stretto si aprì, una sorta di labbro serrato, ed il solito sangue acido fischiò nell’aria.
Lui grunì qualcosa, un ululato di dolore, serrando la gola di Smith in una stretta possente.

< Muori ! >, abbaiò.

< No !! >, gridò Dana, colpendolo con tutto il proprio peso, senza nemmeno spostarlo di un millimetro.

< Ti strapperò la faccia dal cranio, donna ! Ti mangerò le viscere come ho fatto con quel ridicolo gorilla russo…! Urlerai dal dolore ! >

Comprese ogni cosa…il terrore per ciò che era accaduto a Yvanov la sconvolse.
Era certa che sarebbe stata uccisa, senza nemmeno potersi concretamente difendere.
Smith perdeva sangue a fiotti, con il braccio staccato, la gola sventrata da artigli affilati come rasoi.
Il killer alieno si voltò verso di lei, alla stregua di una tigre affamata, pronta a dilaniarti.
Scully si parò il viso con le braccia incrociate, tremando, mentre scivolava sul sedere nudo.
Faticava a respirare, con l’acido del sangue alieno che le corrodeva le narici e la gola.
Smith lasciò lo stiletto e con le poche forze rimaste, lo calciò verso di lei.
Dana n’avvertì il contatto sulla gamba e rapida, disperata, lo afferrò.
Il mostro rideva, si vedeva da sotto quelle zanne acuminate.
Guardava Scully, la sua mano piccola su quel pugnale luccicante…

< Colpiscimi, avanti…troia ! Vediamo se sei capace di farmi del male…! >

Fece per alzare il braccio, ultima difesa senza speranza di fronte a quel carro armato vivente, quando udì un suono disgustoso.
Era la corazza che si spaccava, centrata di netto dal pugnale di Jeremiah Smith, che penetrava alla base della nuca.
Un fiume di sangue verde sgorgò fluido come petrolio scoperchiato da una trivella, e l’eliminatore alieno urlò. Fu verso atavico, terrificante.
S’inarcò all’indietro, guardando con gli occhi neri, senza pupille, il proprio assalitore.
Jeremiah aveva ancora il secondo pugnale fra i denti, e l’acido sanguigno iniziava a corrodergli il viso.
L’alieno cadde supino, con un tonfo che fece vibrare la stanza.
Dana coglieva urla e voci di persone che andavano dicendo qualcosa, ma le parvero lontane chilometri.
Smith le aveva salvato la vita, con quella mossa furba e disperata.
Fece per accostarsi, sollevando da terra, sudata e tremante, ma si bloccò.
Quel sangue…le avrebbe corroso il corpo, solo avvicinandosi.

<…vada…scappi…il luogo…è segnato sulla cartina…>

Udì a fatica quelle parole, barcollando all’indietro, come inebetita.
Rimase appiattita allo stipite, mezza nuda e tremante, mentre le voci divennero lontane.
L’alieno, il killer alieno, a differenza di Smith, non si stava sciogliendo nell’acido, cosa che la allarmò ancora. Era immobile, non respirava…ma era morto realmente ?
Si avvicinò, per quanto la tossicità dell’acido le permetteva, al letto.
Ora, secondo dopo secondo, la lucidità della mente razionale andava prendendo il sopravvento.
Aveva sparato…diversi colpi…c’era stata una lotta tremenda….quanto sarebbe passato prima dell’arrivo della polizia?
Decise di non rimanere per scoprirlo.
Tremando, gettò sul letto la fondina, la pistola, i propri documenti ed annaspò sotto il letto, per trovare le scarpe, invano.
Cristo, era nuda ! Aveva indosso solo una camicia mezza strappata…

Al diavolo il pudore..fuggi….scappa…presto questo posto si riempirà di poliziotti, agenti federali…ti arresteranno e sarà finita…

Corse con la propria borsa, i pochi soldi all’interno e la pistola, sin quasi al parcheggio.
Lì rammentò le chiavi del Cherockee….
Imprecando tornò indietro, ferendosi un piede su una pietra del sentiero
e nel rientrare nella stanza, avvertì un nodo alla gola.
Anche l’alieno si andava corrodendo, e la stanza era satura di quell’acido corrosivo.
Si chiuse le narici con la manica della camicia, sino a trovarne una copia sul comodino.
Le afferrò, e nel girarsi vide una coppia di cow boys ritti sulla soglia, i loro sguardi allucinati, le mani tremanti.

<….hey pupa…che cazzo succede qui ? >

Dana sfoderò la Sig Sauer, tenendola con entrambe le mani.
Si chinò appena in avanti, come per coprirsi un poco.

< Via ! Andate via ! >, urlò.

Videro i due corpi bruciare nell’acido, con uno sfrigolio stomachevole e quasi all’unisono si allontanarono dalla porta, gridando:

< Madonna mia…>

Scully scappò fuori, senza voltarsi.
Pensò a Yvanov ed una lacrima le cadde dalla guancia.
Balzò sul Cherockee, ed una volta all’interno ingranò la marcia, grattando un paio di volte.
Fece manovra con difficoltà, tamponando un paio d’auto.

Fuggi…scappa…via da qui…via…

A tavoletta s’immise nella 66, senza meta.
Per un pelo non si scontrò con un grosso TIR che la superò, strombazzandole e forse il conducente le alzò il dito medio.
Faticò a guidare senza scarpe, con il sedere nudo sulla pelle dei sedili, gli occhi gonfi di pianto e di paura.
Guidava tesa, a folle velocità sulla corsia di sorpasso, come per mettere quanti più chilometri possibile fra lei e quella mattanza.
Poi…poi riprese a riflettere.
Doveva diminuire la velocità…rallentare anche se l’istinto, l’adrenalina le urlavano di correre, di scappare all’impazzata.
Quasi violentandosi, rallentò la sua corsa.
Era ridicolo farsi fermare per eccesso di velocità…
Alla prima piazzola, circa a venti chilometri di distanza, si fermò.
Si adagiò sul sedile, prendendo fiato.
Captò il profumo del dopobarba di Yvanov, delle lunghe ore trascorse con lui ed ebbe una crisi di pianto, violenta ma breve.
Era vero…era accaduto davvero…faticava a crederci ma era così…
Jeremiah Smith…l’alieno…la loro lotta…quella mano che la curava…
Si aggrappò all’assurdo…proprio lei che viveva per il razionale...doveva crederci, doveva prenderne atto…e adesso agire….agire come aveva fatto con rabbia sino ad ora…scortando tutto, superando ogni cosa, ogni principio.
Aprì il cruscotto, dopo una buona mezz’ora, trascorsa a tremare per via dell’umidità sulla pelle nuda.
All’interno una cartina. Delle località, segnate a matita ed una, con una biro rossa.
Fort Worth…Un foglio scritto a mano, un indirizzo…
Era lontana, non troppo ma ugualmente era un percorso irto d’insidie.
Per quanto fosse veramente difficile per dei poliziotti capire cosa era accaduto in quel motel, era evidente che l’avrebbero cercata.
Fra l’altro aveva anche firmato con il proprio nome…
Accese la radio. Se il notiziario avesse parlato di una strage, un omicidio o qualcosa, almeno n’avrebbe avuto notizia.
Tenne la cartina aperta sul cruscotto del fuoristrada, e mise in moto.
Rise, una risata nervosa e quasi isterica, con gli occhi gonfi di lacrime, pensando alla sua prima necessità…prendere un vestito, un paio di scarpe…
Le sovvenne di Yvanov…di quella casa in mezzo ai pini, in Russia…
Si…probabilmente vi sarebbe andata, comunque fosse finita.
Lei, quella casa piccola, quell’uomo possente che l’amava…
Scosse la testa, asciugandosi le lacrime con il dorso della mano, arrossando le palpebre e gli zigomi, sconvolta ma viva.
Se era sopravissuta in quella tragedia, doveva esserci una ragione.
Ripensò a lui.

<..addio…>, disse mettendo in moto.

***

CAPITOLO SEI

 

Città di Darwin, Stato della Virginia,
Mercoledì 26 Giugno, Ore 10.45 Pm
Edith Koklus emerse dalla capanna con le mani in grembo.
Nonostante fosse estate da poco più di cinque giorni ed il tempo sembrava minacciare il contrario, le zanzare e i tafani, rendevano la permanenza accanto al
torrente, fastidiosa.
Gli sciami si alzavano soprattutto con la notte, e i fuochi allestiti per la preghiera non aiutavano certo a tenerli lontani.
I membri della missione, silenziosi ed efficaci, si muovevano come formiche, sistemando gli oggetti, preparando il rituale.
Presto, molto presto secondo le visioni di Aquila nascente, sarebbe giunto l’uomo.
Adesso capiva che Mulder era vicino, vicinissimo.
Occorreva donargli l’amuleto ed aspettare.
Il tempo stava mutando al peggio.
Avrebbe piovuto, forse quella notte, forse la mattina successiva.
Le donne della missione si disposero intorno al grande fuoco e la attesero.
Lei giunse con la camminata sicura, tranquilla, distaccata di sempre.
Regalò sorrisi e strinse qualche mano che si alzava, cercandola.
Si sedette, incrociando le gambe e indicando colei che chiedeva parola:

<…Aquila nascente…la luna è allo zenit…dobbiamo preparare l’amuleto…>

Lei annuì.
Aprì una piccola sacca di pelle, legata con un cordoncino rosso, dalla quale sbucava una penna di falco.
Gettò con cura il contenuto in una sabbia rossastra, che lei stessa aveva raccolto ai lati del torrente, prima che questo si gettasse a valle, per passare accanto alla segheria.
Sapeva dei soldati giunti a Darwin e dei fatti misteriosi di certe abitazioni, di persone scomparse…Ma la realtà le giungeva ovattata e lontana, come appartenesse ad un mondo parallelo.
I membri della setta non correvano alcun rischio, essendo considerati né più né meno che poveri fissati paranoici.
Sulla sabbia si depositarono frammenti d’osso levigato e liscio.
Si trattava di scaglie magiche, che alcune voci dicevano provenire da Geronimo in persona.
Di certo, avevano in se i simboli del cielo e della terra, delle acque e del fuoco.
Il rollare dei tamburi diede inizio al rito.
Le donne cantavano la nenia, senza fermarsi, mentre gli uomini, che sbucarono alle loro spalle, presero a battere sui tamburi con due dita, fissando le fiaccole all’interno della grande capanna.
Aquila nascente mescolò la sabbia alle ossa, l’acqua presa da una ciotola di terracotta, sino a formarne un impasto fangoso.
Guardò la più giovane delle donne che annuì.
Si tolse la casacca color marrone scuro ed abbassò il capo, scoprendosi la nuca dal folto capello nero corvino. Aveva poco più di dodici anni.

<…sia come è sempre stato…dall’alba dei tempi sino alla notte dei tempi, come sempre sarà…che la forza primordiale della vita, della natura, del cerchio delle acque e del cielo, scorra in questo amuleto…che conferisca la forza e la consapevolezza per ciò che è giusto, per ciò che deve essere, per la grande magia del popolo degli uomini…>

Ripeté la formula rituale tre volte, in lingua Urone.
Poi sollevò un grande coltello, d’osso di bisonte scolpito.
Lo porse alla donna alla sua destra.
Lei annuì.
Lo appoggiò alla nuca della ragazza incidendo con fermezza.
Lei serrò i denti, per non gridare.
Il petto nudo mostrava i disegni rituali.
Un fiotto di sangue le colò dal collo, depositandosi in una piccola ciotola.
Il coltello fu gettato nel fuoco.
Prese a diventare nero, sino a sembrare cenere.
La ragazza sollevò il viso. Due righe di lacrime le rigarono le guance, ma ugualmente sorrideva.
Aquila nascente prese con la punta delle dita i resti solidi delle ossa, gettandoli nel sangue.
Produssero un piccolo suono denso e corposo.
Li rimescolò con la punta della penna del falco, e sollevò la ciotola in alto, con le braccia tese, mentre la cantilena ebbe termine e i tamburi tacquero.

<…che il sangue puro di una vergine, crei a ciò che n’è privo…conferisca poteri magici a ciò che è semplice immagine..>

La ciotola era attraversata dalla luce calda e giallastra del fuoco, e sembrava pulsare d’anima propria.
La posò a terra, accanto all’impasto di sabbia e frammenti di poco prima.
Verso la coppa colma di sangue in un’altra d’acqua fresca.
Il sangue prese a sciogliersi dapprima lentamente, poi con celerità.
Cercò sul fondo con le dita.
Mostrò alle donne un piccolo talismano, che si era come creato per magia.
Raffigurava un animale a quattro zampe, dalla coda folta, simile ad un procione.
Ma, guardandolo da vicino, si poteva capire subito che si trattava di una volpe.
Una volpe color cenere.

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Livello di sicurezza 7, Palazzo del
Pentagono, Stato della Virginia,
Ore 00.04 Am, Giovedì 27 Giugno 2002
Faticava a respirare e nel farlo, avvertiva fitte alla bocca e al naso.
Il sangue le scendeva a fiotti, quasi avesse un rubinetto aperto, dal setto nasale, che Krycek aveva ridotto in frantumi.
Jean era svenuta due volte. In entrambe le occasioni, un getto d’acqua fredda in viso l’aveva riportata alla realtà, ma ogni volta era come se fosse più lontana, più assente da quella cella immersa sotto metri di cemento armato.
Un dolore simile, così cattivo e penetrante, che le trapassava il cranio, l’addome, il petto, non l’aveva mai provato.
Non era mai stata ferita in servizio, e la sola frattura se l’era procurata cadendo da cavallo all’età di dodici anni.
Si era spezzata due costole e ogni colpo di tosse od ogni movimento azzardato, erano diventati una piaga.
Ma un dolore come quello….
Grey aveva il viso pieno di sangue. Il naso era ridotto ad una poltiglia sanguinolenta, le erano stati spezzati tre denti, la mandibola era slogata, uno zigomo frantumato..
Aprì appena le palpebre, vedendo Krycek sudato ed eccitato.
Anche le mani di lui, erano rosse di sangue.
Si avvicinò, iniziando ad accarezzarle le gambe, per poi dirigersi deciso in mezzo ad esse.
Lei mugolò qualcosa, che Alex scambiò per un atavico gemito di piacere e prese a serrare e rilasciare la mano

<…sai che ti dico….? Che…mi piace l’idea che tu non abbia collaborato subito.. anzi…non farlo…mi stai eccitando da morire, così…>

Lei colse solo in parte il senso della frase.
Era come se avesse il cervello sotto ovatta, e che le orecchie fischiassero come locomotive.

<…le prendi sempre così…le tue…donne…brutto bastardo…>, smozzicò Jean.

Krycek la palpeggiò di brutto, sino a quando non ne percepì l’inumidirsi.
Ma Jean non provava piacere.
Semplicemente si era pisciata addosso dal male.
Lui smise di sorridere.

<..è questo quello che sai darmi ? >, scandì.

Serrò il tirapugni, ormai incrostato di sangue e carne.
Le sferrò un pugno tremendo, al seno.
Un roco grido di dolore, lancinante, si strozzò in Jean che, sputando saliva e sangue, svenne.
Krycek si massaggiò il braccio artificiale con lentezza, spossato dal pestaggio, con i brividi che l’arto fittizio gli regalava.
Tante volte, nelle notti irrequiete, minate dalla follia, aveva sentito ancora il braccio muoversi, formicolare…quasi che il cervello non si rassegnasse a quella perdita violenta ed irreparabile, aveva pensato a quel nome: Fox Mulder.
Era quella la ragione della sua lucidità, della sua follia, del suo dolore.
Nemmeno la droga che s’iniettava quotidianamente, aveva la capacità di fermare il suo delirio.
Si curvò sul braccio sano, mentre il sudore colava dalle tempie al viso, dalla testa al collo, ed il respiro diveniva affannoso.

<…ti troverò…non importa a quale prezzo…ma sarai mio…>, imprecò.

Jean ansimava, una sorta di rantolo dolente, simile all’esalazione dell’ultimo respiro.
Fu quella sorta di rumore roco e insopportabile a destare Krycek dalla propria follia.
La porta blindata si aprì.
Una coppia di soldati, con lo sguardo dapprima senza espressione, poi sempre più sconvolto per le condizioni del vice-direttore federale, entrarono, sistemandosi sugli attenti.

<…che volete ? >, smozzicò.

Uno dei due deglutì a fatica, regalandogli uno sguardo disgustato.

<…aveva…detto d’informarla…riguardo ad alcuni…sviluppi…"signore"…>

Krycek si tolse il tirapugni, gettandolo sul carrellino.
Produsse un suono metallico, tintinnante.

<…allora ? >, disse dopo aver bevuto con avidità.

< Rammenta la contaminazione a Fort Worth…bhè…è emersa una….cosa che il dottor Gale intende sottoporle…>

Annuì.
Si asciugò la fronte con la mano, e sulla soglia disse:

< Portatela nella cella numero 6….non ho più tempo per lei, adesso… Ci sono altre priorità…>

< Avvertiamo un medico ? >

Krycek sorrise. Il solito, sibillino ghigno omicida.

< Ho forse parlato di un dottore ? >

Rabbrividirono entrambi, nello scioglierla dai lacci e dalle manette e nel sollevarla per le braccia.
Il rantolo di Jean non diminuiva.
Anzi, man mano che la conducevano alla cella di detenzione, andava assumendo la tonalità di un grugnito che scaturiva dal centro del torace.
Il sangue le colava dalla faccia macchiando il pavimento, con gocce grosse come noci.
Probabilmente stava perdendo anche materia cerebrale dal setto nasale.
Il dolore…non c’era più.
Jean era lontana, adesso…fuori da quelle pareti di pietra, in uno spazio immenso.
Una vastissima prateria verde, rigogliosa, spazzata da un vento teso ma non fastidioso.
Era vestita da Navajo.
Sorrideva ad un uomo anziano, Albert Holsteen, che non aveva mai veduto che le conferiva assoluta calma e pace.
Sulla collina, il bisonte bianco pascolava placidamente.

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Luogo sconosciuto, Ore 04.00 Pm, stesso giorno

Lui arrivò, come sempre, per ultimo.
Chiuse alle proprie spalle la pesante porta di legno massiccio e spense la Morley.
La sala era vasta, elegante e sfarzosa, cosa che provocava in Smoking Man una sorta di repulsione.
Si trattava di un mondo lontano e che presto non sarebbe più contato nulla.

< Signori…desidererei sapere i motivi di questa…riunione d’emergenza… A quanto so, il Progetto è alla fase finale…siamo pronti per il conto alla rovescia..>

Nathaniel Grey si fissò le scarpe.

< ..ci sono delle novità…novità…preoccupanti…>

< Quali ? >, disse, frugandosi le tasche per trovare il pacchetto di sigarette.

<…Sembra che Dana Scully sia stata messa sulle tracce di Jeremiah Smith…>

< Smith è morto ! E per quel che riguarda Dana…stiamo provvedendo.. anche se fosse in grado di sfuggirci…che potrebbe fare da sola ? La cattureremo e la assimileremo al progetto…>

Un brusio di commento nella sala.
Trovò il pacchetto ma non l’accendino.
Uno dei membri dei dodici, alzò le spalle, irritato.

<…come mai non siamo stati informati del rituale ? >

Si accese la sigaretta, sorridendo.

< Non mi direte che cinquant’anni di lavoro e di sacrifici, possono essere messi alle corde da una stupida leggenda indiana, vero ? Andiamo, signori…siate seri…>

< Nessuno ha detto questo…>, mormorò un terzo individuo, come punto nel vivo,

<..ma…non abbiamo idea di dove sia andato Mulder…è come svanito… Una volta ultimata la dichiarazione di guerra alla Russia, Mulder ci occorre nel punto stabilito, o…>

Smoking Man aspirò con gusto la sigaretta.

< Lo troveranno ovunque sia…la regina ha un contatto psichico assoluto con Fox Mulder…non gli è accaduto nulla di serio o lo avrebbe sentito……personalmente…posso anche intuire ove si è diretto…>

< Che ne dice di spiegarlo anche a noi ? >

La frase lo infastidì, sensibilmente.

< Noto la solita….aria spezzante da parte di certi…elementi datati del gruppo…! A Darwin, naturalmente…dove ebbe per la prima volta il segnale ! Il contatto con la regina è stato stabilito proprio lì….lei lo attende…Non c’è nulla cui spaventarsi…>

<…che mi dite del coinvolgimento dell’FBI…>, fece il terzo uomo.

< ..pare che sua figlia…si sia attivata per cercare Mulder…certo in collaborazione che l’agente Scully ! >

Nat scosse la testa.

< Non posso…che confermare quanto avete scoperto…ma in questo caso il nostro collega ha ragione: il piano è allo stadio finale…Anche se mia figlia riuscisse a trovare Mulder…non sarebbe in grado di fermarlo ! >

< Abbiamo già…provveduto a neutralizzare il problema Jean Grey ! >, disse sibillino, Smoking Man.

Nat rabbrividì.

< Di che cosa parli ? Non sapevo…di questo…sviluppo ! >

< Non ho fatto uccidere tua figlia, Nat ! Ti sono amico…>, posò la sua mano fredda sulla spalla destra del generale Grey, che per la prima volta dopo decenni, avvertì una indecifrabile sensazione.

La medesima sensazione che William Mulder e Bill Scully avevano captato molto prima.

<…è al sicuro…Al momento opportuno convertiremo anche lei.. >

Sorrise. Un sorriso nascosto dal fumo della sigaretta, acre e falso.
Nat s’irrigidì.

< Se scopro che le avete fatto del male….io…>

< Tu cosa ? >

La minaccia suonò cupa e solenne, con il potere di zittirlo.
Cercò le parole lentamente.

<…è mia figlia…la mia bambina…>

Non temette di diventare patetico o ridicolo.
Era quel che pensava.
Ciò che sentiva dentro di se.

< So come puoi sentirti…io stesso ho sacrificato mio figlio…per forgiarlo nell’essere più completo dell’universo…Credi che sia stato facile per me ? Ho basato…>

Si rivolse a tutti, guardandoli.

< ..Abbiamo basato decenni di speranze in lui…e ci sta ripagando…come a suo tempo ci ripagò Samantha…>

Nathaniel Grey socchiuse le palpebre.
Per la prima volta aveva capito…capito che William Mulder aveva ragione.
Ragione su tutto.

***

CAPITOLO SETTE

 

Strada statale 616, presso Fort Worth,
Stato del Texas, Ore 04.55 Am,
Venerdì 28 Giugno 2002
Il vento giungeva da Ovest.
Le folate spazzavano la desolata piana deserta, sollevando turbini di polvere rossastra, mentre la pioggia sferzava il terreno e rombava nell’aria.
Il deserto era gelido, quella mattina.
Ad est, la montagna erosa da millenni di vento e granelli di sabbia, sembrava scomparire fra la massa rotolante della pioggia fittissima.
La strada, sembrava un cicatrice profonda, che fendeva la vallata da Nord a Sud.
Sul lato destro della strada, un grosso TIR era parcheggiato con le ruote fuori della carreggiata, a cinquanta metri dalla ferrovia.
Si udiva il suono persistente del passaggio a livello incustodito, e l’uomo a bordo del camion, bevve un sorso abbondante di birra.
Si alzò il cappello grigio topo, da texano, e fissò l’orizzonte, carico di nuvole dense come melassa e scure come inchiostro di china.
Accanto a lui, quasi appiccicata allo sportello, una donna dai lunghi capelli castani.
Portava un paio d’occhiali spessi e dalla montatura chiara, mangiucchiando il cappuccio di una bic.
Un lampo irradiò la sua potenza nel cielo, e per un istante il deserto divenne splendido e lunare, sotto la luce violenta e spettrale della scarica.
Il camion aveva tutte le luci spente, e sembrava in attesa.

<..sono in ritardo…>, mormorò