PROLOGO

 

DESCRIZIONE

" …all’interno del nido, le formiche operaie sono addette alla nutrizione delle regine e delle pupe, là dove la temperatura e l’umidità sono più adatte. Le crisalidi sono contenute in bozzoli bianchicci di forma ovale e quando la crisalide deve nascere, le operaie la aiutano nel compito. "

Riserva Navajo, presso Farmington,
Stato del New Mexico, Aprile 1971
Il vento sollevò deboli cumuli di polvere rossastra, disegnando forme sconosciute, che tanto solleticarono la piccola Dana Scully.
La riserva era un gruppo di una cinquantina di casupole di sassi e mattoni in terracotta bianca, appena distante dalla strada statale.
In parte Dana né fu delusa, poiché riteneva di doversi immergere in un accampamento del tutto simile a quello visto in decine di western alla tv e al cinema.
Ma, non appena papà e mamma terminarono di chiacchierare con un gruppo di giovani Navajo, all’interno di una delle case a due piani, mentre lei giochicchiava fuori nello spiazzo reso bollente dal sole implacabile, il suo entusiasmo subì una nuova sferzata d’energia.
Si diressero verso una sontuosa montagna di colore rosso mattone, che Scully avrebbe rivisto solo molti anni dopo, incapace di ricordare quel che stava avvenendo ora, che dominava una vallata stretta e scoscesa.
Per quanto non avesse mai visto mamma e papà fare delle impegnative camminate in sentieri sassosi, essi la scortarono sino ad una bassa capanna tonda, dalle pareti di legno e mattoni in terracotta e dal tetto di frasche sempreverdi.
Ora il cuore le batté forte.
L’uomo che uscì dal piccolo tapee, era identico a certi indiani veduti nei film di John Wayne o Gregory Peck, e calzava una bandana di color bianco che reggeva una filiforme foresta di capelli scuri, corvini.
Fece dei gesti gentili, che Dana non comprese.
Seguì solo mamma e papà, quando si sedettero accanto all’indiano.
Ad un tratto, tutta quell’atmosfera western, smise di piacerle.
Si sentì a disagio, come fuori posto ed evitò di fissare l’indiano negli occhi.
Lui armeggiò con qualcosa, sistemandola sulla sabbia spianata, di fronte alla quale tutti erano seduti.
Sollevò appena gli occhioni verdi e vide una sorta di minuscola tombola dai colori sgargianti, formata da centinaia di sassolini colorati, disposti in un arcano ordine rituale.

<…è per me ? >

Albert Holsteen rise.

< ..Dana…fai la brava bambina…>, ammonì Margaret Scully.

Albert le accarezzò i capelli rossi, spostandole appena le trecce da un lato.

<…ho qualcosa per questa bella bambina…>, mormorò.

Si alzò, entrando nella tenda ed ora il cuore di Dana batteva per l’emozione.
Un giocattolo indiano !!! Non né aveva mai posseduto uno !
Chissà come sarebbe stata invidiosa, quella strega di Melissa !!
Albert uscì reggendo fra le mani un oggetto colorato.
Era semisferico, ricco di colori armoniosi e dipinti a mano.
Catturò subito il suo interesse.

< ….protegga la mia bambina…per favore…>

Le parole di Margaret Scully, il viso teso di papà, quello convinto di William Mulder….
Albert le accarezzò i capelli rossi, porgendole una trottola di legno, allora integra e nuova.
I colori, stampati su di essa, erano vivi. Una splendida trottola fatta a mano.

< Tienila sempre con te…Aquila Scarlatta…>

Lei aveva sorriso.
Poi aveva preso a tentare, allora inutilmente, di far roteare la trottola con il lungo spago avvolgendolo in cima, suscitando un debole sorriso sia in Bill sia ad Albert.

< E’ una splendida bambina…non le accadrà nulla…Aquila Scarlatta ha un destino radioso…che ora non siamo del tutto in grado di capire…ma che ci sarà svelato verso la fine del tempo…>

Quando, dopo un lungo parlottio, che Dana aveva captato solo in parte, lei e i genitori avevano fatto ritorno alla riserva, Scully aveva afferrato papà per un polso, asserendo decisa:

< Posso tenerla, vero papà ? Non è anche di Melissa…è solo mia, vero ? >

Bill la perse in braccio, dandole un bacio sulla fronte e sorridendole, rispose:

< Certo ! E’ per te…stella del mattino ! Potrai giocarci con chi vorrai…>

Lei sorrise, stringendo forte la trottola fra le mani.

< Ci giocherò con Fox…>, sussurrò, provocando nei genitori, un delicato sorriso d’affetto.

Ci avrebbe giocato….questo sì…
E sarebbero accadute molte altre cose…infinite cose…scritte già nelle pagine del tempo, per Fox e Dana.

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Livello di sicurezza 7, Palazzo del
Pentagono, Stato della Virginia,
Ore 11.44 Pm, Giovedì 27 Giugno 2002
Jean era sistemata, affossata potremmo dire, al centro della stanza.
La stanza era scura, immersa nel buio, tranne che per quella luce abbagliante che le era proiettata in faccia da una lampada.
Le pareti ed il pavimento erano di piastrelle bianche, adatte a lavare via il sangue con un getto d’acqua.
Jean era vestita con una maglietta blu, madida di sudore e pantaloni di tela pesante.
Non beveva da quasi dodici ore, non mangiava da chissà quanto, e la lampada le stava abbrustolendo la pelle olivastra.
La sedia nella quale era ammanettata, con i polsi alla base della vita, proprio all’inizio delle sue natiche, dietro i rozzi sostegni della spalliera, sembrava scolpita nella roccia.
Scomoda e dura, di legno massiccio, era bloccata a terra da quattro cerniere di acciaio che un solerte militare, adesso di piantone fuori della porta, aveva provveduto a bloccare.
Un rivolo di saliva bancastra le scese dall’angolo delle labbra, e sollevò appena il capo penzolante sul petto per tossire un poco.
Krycek era seduto ai bordi di quella che era una sorta di eufemismo definire, scrivania.
Si trattava di un’asse di legno piallata, poggiante su quattro gambe tozze, con la lampada cui sopra, un blocco, un registratore, ed un piccolo carrellino sul lato destro, una bottiglia di acqua ed un bicchiere sistemati alla rinfusa.
Alex fissava con occhi appuntiti quel carrellino e soprattutto il contenuto.
Un tirapugni di acciaio, un manganello, una pinza dal becco conico, un bisturi.
Si alzò, serrando le nocche sino a quando non produssero uno schiocco distinto e sorrise, guardandola.
I sorrisi di Krycek erano sibillini, delicati e appaganti, ma nascondevano una sottile arma affilata, come serpenti che celino ghiandole velenifere sotto il palato.

<…ho se…te…>, disse Grey, con la voce impastata dalle tossine e secca come un fiume nel deserto.

Era stata arrestata il giorno precedente, con la formale scusa di un’indagine non autorizzata dal Dipartimento di Giustizia, ma Jean non aveva mai messo piede all’FBI.
Una sorta di squadra speciale, composta di energumeni militari con tatuaggi sugli avambracci e capelli rasati alla Bruce Willis, l’aveva caricata su un cellulare della polizia militare e sbattuta lì.
Aveva ricevuto il primo colpo, una sberla a mano aperta sulla faccia, che ancora le lasciava il segno, proprio da Krycek.
Nel vederlo lei aveva serrato le labbra e i denti, sputandogli in viso ed urlando:

< Bastardo ! >

Krycek le aveva dato quello schiaffone e poi era sbottato a ridere.
Le luce la faceva sudare come stesse facendo all’amore con Fox Mulder, o Sergej Yvanov o forse tutti e due allo stesso tempo.
La lingua…le sembrava sul punto di staccarsi dalla gola e caderle in grembo.

< Nessuno intende negarti un bel sorso d’acqua, mezzo sangue…>, sussurrò Alex, sempre con quel sorriso omicida sul volto.

Afferrò la bottiglia con la mano sana, posizionandola in modo che Jean avesse a vederne i riflessi lucidi sotto la lampada.
Fece riempire il bicchiere, bevendolo con gusto. Poi ne versò ancora.
L’aria lì sotto era congestionata e la stanza puzzava di sudore e sangue.
Oltretutto non c’erano finestre né bocchette per l’aria condizionata e si toccavano già i trenta gradi.
Abbassò appena il capo, di nuovo, quando sentì le dita fredde di Krycek afferrarle il mento e sollevarlo all’altezza del bicchiere.

< Solo che devi collaborare, capito ? Dirci quello che ti ostini a far finta di non sapere da quasi…>

Ruotò il polso, per controllare l’orologio e nel farlo fece cadere l’acqua sul petto e sul ventre di lei, come in una comica di Laurel ed Hardy.
Jean serrò le labbra secche, tagliate, mentre un filo di sangue le scese dalla bocca, rigandole il mento.
Le gambe le inviavano scariche di dolore acutissimo, bloccate con lacci alle caviglie da ore.
Aveva anche un dolore, come un pugnale ficcato appena sopra le spalle, e avvertiva una sporgenza dura e tagliente lavorarle le carni alla base del collo.

< …non..so di..che…parli..>, smozzicò.

E qui le arrivò il secondo colpo.
Una seconda sberla, ma data con il dorso della mano, all’altezza del naso e delle gote, che le fece vibrare la testa, scagliandola nella direzione opposta al colpo.
Krycek respirò più forte, come se si accingesse a prepararsi ad una corsa spedita, nel guardarla.

< Sappiamo che sei stata a casa della madre di Mulder, puttana indiana ! Ti ci ha mandato certamente Scully….>

Disse il cognome di Dana con l’intonazione visibilmente eccitata.
Avrebbe voluto, sognato forse, che ci fosse lei lì…
Ma sapeva accontentarsi, e comunque quella puledra Navajo non era niente male.
Si chinò, sorridendole ed afferrandole le gote.
Sorrideva sempre, quando stava per spezzare in due qualcuno.
Jean lo vedeva a fatica, ancora stordita dalla violenza del colpo, girando le pupille, attraversate da macchie giallognole.
La sete..era peggio del dolore, almeno per adesso.

<…non vedo…Scully…ly…da giorni….>, mentì.

Lo si sentiva bene, in modo cristallino pur dalla voce impastata di sangue e saliva, ma non sarebbe cambiato niente, mentendo in modo convincente.
Krycek intendeva lavorarsela ben bene ed era inutile cercare scappatoie da film di serie B.
Si avvicinò al bancone, posando il bicchiere e calzandosi il tirapugni.
Presto il dolore sarebbe diventato peggio della sete.
Lo calzò sistemandoselo bene alle nocche, che divennero così guantate d’acciaio temperato.

<…sai che ti succede…se ti colpisco al faccino con questo ? >

Formulò la domanda con un tono da professore delle scuole medie, che si trova davanti un allievo poco dotato, forse deficiente e teme di urtare una qualche legge non scritta, dicendoglielo apertamente.
Jean aveva una paura del diavolo. Una paura fottuta.
Strinse i pugni, come se così potesse in qualche modo darle coraggio.
Non avrebbe parlato. Una volta sua nonna, le aveva detto che per farsi coraggio, occorre pensare sempre ad un’aquila che vola alta, nel deserto.
Fa ampi giri tondi e chi la vede da vicino, crede che stia come ferma ma non è vero.
Lo stesso deve fare il tuo cuore, quando hai paura…fallo battere ad ampi cerchi, quasi stesse fermo..
Facile a dirsi…Ma quel tirapugni luccicava metallico, sotto la luce di quella cazzo di lampada e Jean sentiva il cuore battere a mille nelle vene del collo.

<…mi fai uscire…la bua…? >

Krycek si accostò al viso del vice-direttore.
Era eccitato e si vedeva chiaramente, adesso.

< Spiritosa….una dote che certamente non apparteneva al signor Skinner…>

In realtà Jean era tutt’altro che spiritosa, soprattutto sul lavoro, ma spesso la paura causa questo tipo di reazioni.
C’è chi se la fa sotto, chi grida come un ossesso e chi snocciola freddure sperando di far vacillare del tutto la mente, annegandola nella follia.
La follia aiuta ad essere lucidi durante la paura.
Le accarezzò le labbra, con due dita.

< …e non è la sola qualità che ti separa da quel pelato arrogante…Jean…sei una gran bella donna, sai ? >

Socchiuse le palpebre, avvertendo un crampo allo stomaco.
Krycek si chinò sino a sfiorarle la bocca.

<…adesso mi baci….bene…facendomi sentire la lingua….come hai imparato a fare, bastarda…e forse posso evitare di spappolarti la faccia…>

Lei spalancò gli occhi nocciola, serrando con tutta la forza che le rimaneva, i pugni
e ferendosi i polsi con l’acciaio delle manette.
Gli sputò appena sotto il centro della bocca, e Krycek si ritrasse di scatto.
Per la prima volta gli scomparve quella sorta di sorriso ebete che da qualche minuto accompagnava la propria eccitazione da dominatore assoluto.
Sollevò repentino il braccio destro all’altezza della spalla, e la colpì.
Non fu un normale pugno, piuttosto una sorta d’urto doloroso, scagliato con tutta la forza e la rabbia che Alex aveva dentro di se….una rabbia infinita, folle.

< Cagna ! >, urlò.

Il dolore non la colse subito.
Dapprima la realtà sembrò spegnersi, come attraverso un televisore che si smorzi all’improvviso, per una caduta di corrente.
La stanza e soprattutto quella luce accecante e bollente, si disattivarono dalla realtà per poi riapparire in un caleidoscopio ondulante.
La luce, il muro di mattonelle bianche, Krycek stesso, apparivano oblunghi, in un miscuglio di colori impazziti.
Poi Jean avvertì una sorta di calore pulsante al centro della bocca.
Sputò un grosso grumo di sangue ed un dente, mentre faticava a respirare.
Era come se la faccia fosse esplosa ed adesso, quando Krycek le afferrò il mento stringendolo rabbiosamente, la prima fitta di dolore le trapassò il cranio, quasi esplodesse nella sua nuca.
Aveva la bocca piena di sangue.
Le lacrime le scesero fitte e gelide, mentre gli occhi si riversarono all’indietro.
Vedeva il tirapugni macchiato di rosso vivo, ancora vicino al suo viso.
Alex la baciò, sorbendo il suo sangue e lei si ritrasse con uno scatto che le provocò un dolore impossibile al collo.
La testa barcollava inebetita e non comprese quasi nulla delle prime frasi del suo aguzzino.

<…che bacio….sapete baciare così…voi mezze indiane ? >

Che aveva detto ? Le parole arrivavano distorte, e la bocca non si muoveva.
La testa le cadde in avanti, sino a sfiorare con il mento lo sterno.
Il sangue le scendeva quasi solido dai lati della bocca.

<….siamo… sempre… meglio di te….maiale russo…>

Rise. Rise con forza, sistemandosi ancora il tirapugni sulle nocche.
La colpì, a piena forza questa volta, spaccandole il naso e spostandolo dalla sede, e lo schizzo di sangue fu talmente violento, da colpire una delle pareti e disegnare una sorta di semicerchio rosso vivo.
Le afferrò la testa, mentre Jean vagava inebetita, udendo la voce della sua gente che cantava una sorta d’inno incomprensibile.

< Pregherai perché smetta….mi supplicherai…>

Ora era certa di morire…ma al tempo stesso non ne aveva paura.
Sarebbe stato un sollievo..una liberazione.

***

CAPITOLO UNO

 

Città di Darwin, Ore 11.06 Am,
Mercoledì 26 Giugno
I camion arrivarono da Bristol City quella mattina, qualche ora dopo che il treno era salito dalla ferrovia secondaria per fermarsi nella stazioncina della segheria.
Camion dell’esercito, quattro e carichi di soldati, e due della croce rossa.
Greg Spencer girovagava per la brulla spianata di fronte al treno, con le mani tremanti e lo sguardo fisso nel vuoto.
Lo sceriffo non si era più visto, dopo quel che era accaduto a casa sua.
La squadra dei militari era entrata in azione già dalla tarda serata di Martedì.
Aveva isolato le strade, chiuso la stazione non appena il convoglio era arrivato e sistemato delle guardie attorno, perché nessuno si avvicinasse ad esso.
Inutile chiedere la minima spiegazione.
I soldati affermavano che tutto era sotto segreto militare e che solo il dottor Kurtzweil avrebbe potuto dare delle risposte.
Quando si fosse presentato in paese.
Ciò che Spencer non aveva modo di immaginare, era che il destino di Darwin era già segnato.
I soldati, infatti, non avevano solo bloccato le strade, ma addirittura avevano sistemato posti di blocco sin di là dalla valle, e dalla parte del valico, cancellando la vallata di Darwin dalla catena di Blue Ridge.
Il treno era in stazione dalla notte di Martedì su Mercoledì, ma mancava del suo passeggero più importante.
Fox Mulder, infatti, era balzato giù dal vagone non appena le luci della fabbrica di legname, erano diventate punti fissi all’orizzonte.
Aveva aperto gli occhi alle due e cinque del mattino.
La mente vagava.
Come profiler dell’FBI, Fox sapeva bene che in certi casi, la mente scompone i ricordi traumatici, frammentandoli in puzzle di difficile ricostruzione.
Spesso i ricordi del passato, ritornavano senza alcuna sequenza cronologica, quindi faticò a capire da quanto fosse in viaggio e se era il caso di saltare giù da un treno che procedeva sì a rilento, ma pur sempre a settanta all’ora.
Udiva sempre le urla, adesso, ma non dalla sua mente..
Esse venivano dal bosco…com’era stata per la prima indagine compiuta con Scully, a Bellefleur nell’Oregon, la voce ti chiamava nel bosco…
Ora che le sentiva dalla natura, dal vivo respiro delle piante, quelle urla erano ancor più agghiaccianti, terrificanti, inumane.
Una sorta di bolgia dantesca, colma di resti umani, di corpi maciullati di bambini e fra essi, il muoversi a scatti di quella creatura oscena.
Quegli occhi immensi, nel quale sprofondare, sciogliersi, come miele nel latte.
Mamma e papà che piangevano, con lui che tentava di consolarla, dicendo:

< E’ aliena….lo sai anche tu ! >

Poi il viso fisso, scolpito in un’espressione demoniaca di Alice.
Lo fissava, i capelli mossi da una brezza leggera, con due occhi…occhi che penetravano dentro Mulder, crudeli, assassini.
Poi il vuoto della gravità, nell’UFO.
Dana stesa su una sorta di tavolo anatomico, e Smoking Man che parlava a lui, a Fox, con voce paterna.

< Cosa…sai degli insetti, Fox ? >

<…un cazzo…ecco cosa né so…>, disse, puntando i piedi contro il predellino del vagone.

C’era una curva stretta, una sorta di gomito prima dell’ennesimo tunnel.
Il treno avrebbe rallentato di brutto, ma le rotaie erano issate su una massicciata alta almeno tre metri.

Che volo ! Cazzo che volo…hai sempre sognato di volare, Fox…fin da quando costruivi quelle schifose astronavi e riempivi di colla tutta la scrivania della stanza…

Si chinò sulle gambe.
Adesso vedeva Dana con la testa aperta da una sorta di operazione effettuata al laser.
Il cranio era scoperchiato, quasi avessero tolto un cappuccio da uno di quei barattoli per la conserva…Solo che dentro c’era il suo cervello.
Dana fissava il vuoto e ripeteva una sorta di nenia:

<….dormidormibimbabella….dormidormistellastella…>

O una cosa così.
Si lanciò nel vuoto, mentre tutti i dolori erano passati.
Il braccio morso dal cane, la costola incrinata, la mazzata sulla gamba…tutto…
Tutto guarito miracolosamente…"alienamente" dovrei dire.
Atterrò sulle gambe, rimbalzando sul fianco destro, proteggendosi la testa quasi calva con entrambe le braccia.
Evitò, per grazia di Dio o per chissà quale altra misteriosa intercessione, un tronco spinoso, che minacciava d’infilzarlo come uno spiedo e terminò quella caduta in un cespuglio di salvia.
La maglietta era sporca di sangue e sudore, grasso del treno e zucchero di barbabietola. Non aveva nemmeno più colore.
I pantaloni erano stracciati, lisi, sporchi di fango.
Aveva ammaccature ovunque…
Sputò un grosso grumo di sangue, ma ciò non aveva nulla a che vedere con la caduta.
Da ore lo stava facendo ormai, e la cosa lo terrorizzava e al tempo stesso gli conferiva certezze.

<..sto facendo il tagliando…> si era detto quando questo era incominciato.

Vide il treno svanire nella galleria e l’oscurità, adesso, divenne assoluta.
Era un’oscurità pesante, umida della notte e del bosco.

Il bosco….ti chiama a se…porta lì i ragazzi…c’è una forza nel bosco, Scully !

Avesse avuto solo la metà di quella forza…adesso gli sarebbe servita eccome !
Nel mettersi in piedi e camminare nel sottobosco, si accorse di quant’era debole.
Se non fosse stato per la voce…sarebbe già morto da ore.
Si appoggiò ad una pianta e lì rimase, con il desiderio che sorgesse il sole e che avesse a muoversi alla luce.
Ora i colori apparivano del tutto diversi e rammentò quanto sentito in un documentario sugli animali: gli insetti percepiscono i colori in modo differente.
Anche i suoni…adesso sentiva bene la voce nella foresta….
Da dove provenisse, no…ma la voce c’era…e lo chiamava:
fox vieni a me fox vieni a me

***

CAPITOLO DUE

 
Motel Crossword, chilometro 346,
Stato del Texas, Ore 04.09 Am,
Giovedì 27 Giugno 2002
Dana Scully era raggomitolata sotto il piumone che le lambiva gli zigomi, con le ginocchia raccolte, le braccia strette accanto al petto.
I capelli erano ancora bagnati, non zuppi come quando Sergej Yvanov l’aveva trovata poco dopo la mezzanotte, ancora inginocchiata e in stato di chock.
Allora l’aveva sollevata, di peso e Dana aveva smozzicato piangente:

< Ho fallito…ho fallito…è finita…>

Yvanov le aveva dato una carezza, e una volta nella stanza numero 140 lei era diventata molle come una bambola di pezza.

< Spogliati…sei bagnata fradicia…ti ammalerai..>

Lei eseguiva come fosse priva d’ogni volontà.
I vestiti di Scully furono appallottolati in un angolo della camera, e una volta che fu nuda, la asciugò rapidamente, mettendola sotto il piumone.

< Tranquilla….>, disse con voce debole, vedendola tremare come una foglia.

Armeggiò con una boccetta color ambra e disse:

< Dana…scendo per una decina di minuti…devi bere qualcosa di caldo… Non muoverti, capito ? >

Nessuna risposta.
Yvanov uscì, chiudendola dentro e senza pensieri coerenti arrivò sino alla hall.
Suonò per un paio di volte al campanello da tavolo ed attese.
Quando tornò alla camera, Dana era ancora nella medesima posizione fetale di prima, tremante e infantile.

<…ho fallito….ho fallito…>, ripeteva inebetita.

Yvanov si sedette sul lato sinistro del letto, e abbracciandola versò parte del
contenuto di un termos verde in una tazza.

< Bevi…un goccio…solo uno…>

Eseguendo, per la prima volta diede segno di averlo veduto, girando appena gli occhioni verdi.
Era forte e i tremiti divennero minori.
Yvanov si tolse i vestiti, e si mise a letto con lei, stringendola forte.
Non disse nulla, limitandosi a cullarla e a darle piccoli baci sulla nuca.
Non appena lei accennava a tremare, la faceva bere con moderazione.
Verso le quattro e venti, lei sospirò, rifiutando l’ennesimo sorso.

<..cos’è…? >, chiese.

< Wodka e te caldo…>

Annuì.
Ora non tremava più.

< …ho fallito…è fuggito….io…se tu fossi stato con me…>

La abbracciò, cingendola anche con le gambe e le baciò il collo.

< Non sarebbe cambiato nulla….nessuno aveva il diritto di farti questo..di costringerti ad agire contro tutto e tutti! Nessuno ! >

I loro corpi formavano un cucchiaio fra le lenzuola calde e Dana provò un dolcissimo brivido d’amore.

<…morirà…morirà per colpa mia…non sono stata in grado di salvarlo…di salvarci tutti…>

Scully cercò lenta la sua mano, accarezzandola sino a guidarla all’altezza del ventre.

< Non tutto è morto…Noi siamo vivi…>

<…abbracciami così…ti prego…>, sibilò.

Lui annuì.

<…amore…domattina…farò delle telefonate…con il mio codice d’identificazione personale…posso ottenere due visti per Mosca nonostante il blocco dei voli civili…>

Scully si morse appena le labbra.

<..io…non posso fuggire…devo….devo trovare Fox…>

Yvanov le vezzeggiava la gamba, il fianco, la natica sinistra, la pancia calda e liscia, sfiorandole appena l’ombelico….

<…non esiste possibilità senza Smith…lo sai…Adesso…hai il dovere di pensare a te stessa…a salvare la tua vita…la nostra vita ! >

Fu lui a posare il palmo caldo sul delicato e sodo seno di Dana, accarezzandolo con amore infinito.

< …non esiste alcuno scampo…arriveranno…e sarà la fine di tutto…per colpa mia…>

< Non è così….forse..forse troveremo una cura…forse non è così impossibile fermarli…può essere che trascurino una casa fra i boschi..dove un uomo ed una donna vivono semplicemente… esiste una speranza…>

Dana non fece che annuire debolmente.

< Stringimi…fammi dormire così…io…ho tanta stanchezza in me…tanta..>

Lui le baciò ancora una volta la nuca, e mormorò:

< Chiudi gli occhi, amore…e riposa…riposa…>.

***

CAPITOLO TRE

 

Città di Darwin, Ore 06.06 Pm,
Mercoledì 26 Giugno 2002
L’auto sterzò per il sentiero, sporcandosi di terra scura sino ai finestrini.
Aveva piovuto appena, quella notte, una sorta di rugiada appena insistita ma comunque in grado di bagnare le foglie, rendere fangoso il terreno.
Truelove faticava a portare la propria Audi lungo quel percorso sconnesso ed irto d’insidie, ma certo non poteva usare il Cherockee di servizio.
Si accese nervoso una sigaretta, evitando di guardare quello che era avvolto nel sedile posteriore.
Non vi sarebbe riuscito.
La mente sembrava placarsi adesso da una sorta di febbre che lo aveva divorato non appena aveva messo piede nella casa della figlia.
Allora lo stomaco si era serrato, come per la morte del vecchio Ralph, anzi peggio.
In quell’avvenimento, veduto per la prima volta tanti anni prima, c’era un qualcosa d’austero, naturale e carismatico, benché nessuno si azzardi a chiamare così la morte.
Ma in quello che accadeva adesso…si respirava un terrore inumano, atavico, senza spiegazione.
Così com’era senza senso quello che Truelove aveva intenzione di fare.
Quando aveva visto quella sorta di….guscio…
Tremò, sbiancando in viso come una recluta di fronte alla prima autopsia.
Altro che virus ! Gesù del cielo, niente poteva ridurre due donne così !
Niente…non poteva essere vero.
Il dottor Stevens non aveva l’espressione di chi debba, mestamente, comunicare una morte a qualche amico…aveva perso il lume della ragione.
E lui…? Che cosa credeva di fare, fuggendo per i boschi ?
Dove pensava di portare Anne e Kimberly ? A Lourdes ?
Il tremore alle mani non diminuiva.
Doveva portare via quei corpi da Darwin…
No…non erano corpi…respiravano ancora…qualsiasi cosa fossero adesso.
Il viottolo divenne ripido, ma per fortuna il motore dell’Audi 4x4 non tradiva.
Dallo specchietto retrovisore, vedeva parte della coperta che avvolgeva i due bozzoli, in una sorta di realtà distorta che celava l’orrore.
La ferrovia correva a qualche decina di metri alla sua sinistra, ma l’auto dello sceriffo era invisibile, nella boscaglia fitta della foresta.
Il fiume non era infatti molto lontano, ed una serie di ruscelli pieni di sassi e trote salmonate, rendevano adatta alla vegetazione la zona.
Pensò a sua nipote…alla prima volta nella quale aveva pronunziato il suo nome, alle tante volte nelle quali aveva riso con lei, scompigliandole i capelli…
Ora il tremore si fece violento, accompagnato dalle lacrime.
Il solito rumore della crescita del bozzolo lo raggiunse all’interno dell’abitacolo, e si sentì agghiacciare dal terrore.
Nel bosco, alle sei di sera, era utile azionare le luci, almeno quelle di posizione.
Era rischioso, perché così la macchina sarebbe potuta esser visibile, ma a parte il fatto che dubitava che cercassero proprio lui, in mezzo al caos nel quale Darwin era piombata, era sempre meglio quello che finire contro uno spuntone d’albero o trovarsi intrappolati in una pozza di fango.
Ora il sentiero scartava a destra, accanto ad un maestoso pino definito "senatore Walter" per misteriosi percorsi della mente umana.
Il parabrezza era umido di gocce grosse come nocciole, e Truelove sforzò la vista un paio di volte, dubbioso per quel che aveva visto.
Esitò, se fermarsi o no…
Alla fine scalò le marce, frenò e lasciando in folle, azionò anche il freno a mano.
Era capitato troppe volte che qualcuno abbandonasse la macchina e che questa decidesse di farsi un giretto per conto proprio, finendo contro un albero o tirando sotto qualche cristiano.
Si sporse senza uscire del tutto, guardando con paura, terrore è più giusto dire, le masse sotto le coperte.
Ora la sua attenzione fu dirottata da un corpo che stava seduto sotto il " senatore Walter".
Scese, appoggiando la mano destra sull’impugnatura del revolver, come per una consolidata abitudine professionale.
Puntò la torcia, che stava appesa alla cintura di sceriffo e comprese che si trattava proprio di un uomo.
Aveva la testa china sul petto, e man mano che si avvicinava a lui, poteva scorgere una vasta macchia al centro dello sterno e sui pantaloni.
Adesso era ad un paio di passi, non di più.
Il tipo in questione era ridotto male in arnese.
Era calvo al centro, con pochi capelli radi ai lati della testa, ed aveva una faccia…
Sembrava ammalato di lebbra o di una qualche strana forma di tubercolosi.

"PROTEGGI IL TUO FUTURO", rammentò.

Il sangue….aveva una grossa macchia di sangue, non fresco a dire il vero, al centro del petto…ce n’era anche per terra, accanto alle gambe.
Si chinò, tastandogli appena i fianchi.
Captò la durezza di una pistola.
Fece per sfilarla, quando si accorse che il tipo in questione era vivo.
Rantolò un poco, sputando sangue e Truelove si ritrasse scivolando a terra.

<….a..iuto…>, smozzicò Fox Mulder.

Lo sceriffo lo guardò, con aria abbastanza spaventata.

< ..amico…ti sei scelto lo sceriffo sbagliato….non credo occorra essere un dottore per capire che sei allo stremo….mi sa che mi creperesti in macchina ed io…>

Fox aprì gli occhi. Profondi occhi neri, come il cielo senza stelle.

< Ma che cavolo ti sta succedendo ? >, chiese, esterrefatto.

<…non lasciarmi qui…io..devo andare in un posto…immediatamente…>

Scosse il capo.
Che farneticava ? Conciato a quel modo, poteva andare solo in un camposanto ed aspettare.
Fece per allontanarsi, quando Mulder sibilò.

< So….so quello che sta accadendo qui…l’ho già visto altre volte…>

Truelove s’irrigidì.
Una sorta d’istinto ( ognuno deve accettarsi per quel che Dio gli manda ) lo convinse che non stava raccontando cazzate.
Un testimone. Qualcuno che aveva forse già visto quella follia…era ciò di cui aveva bisogno, per sperare di curare sua figlia e sua nipote.
Tolse definitivamente la mano dall’impugnatura della pistola e si chinò, adagiandosi sulle spalle il corpo smagrito e tremante di Fox Mulder.
Puntò verso la macchina, con andatura decisa, posando i piedi sui punti stabili del terreno fangoso, aiutato dalla luce proiettata dalla torcia elettrica.
L’auto apparve dietro una fitta macchia di pruni e felci, all’altezza della curva, sul sentiero ridotto a fango appiccicoso.
Aprì la portiera dal lato del passeggero e lo fece adagiare, appoggiandogli il capo sul poggiatesta.
Qualcosa, all’interno della coperta si mosse, poco meno di uno scatto avvertibile, poi tacque.
L’Audi si mise di nuovo in moto, procedendo nella boscaglia.

***

Motel Crossword, chilometro 346,
Stato del Texas, Ore 08.09 Am,
Giovedì 27 Giugno 2002
Il bar della stazione di servizio era gremito da cow boys con il cappellone storto, camionisti dalle braccia da lottatore di sumo e una donna, alta, magra e dal naso adunco, per niente bella.
Era la moglie del proprietario del motel, che serviva dietro al bancone.
La pioggia quella mattina non era scemata per nulla e dalle nuvole, dava l’idea che avrebbe proseguito così per il resto della giornata.
Il bar era un rettangolo di venti metri per quindici, con un lato dominato dalla vetrata che dava sull’autopompa, e di conseguenza sulla statale 66, opposta al bancone di color rosso granata, laccato.
Un tempo doveva esser stato anche di un certo stile, ma ora oltre alle scritte e alle macchie di sugo e d’alone dei bicchieri, era anche segnato da bruciature di sigaretta, che qualche vaccaro aveva depositato fra una Bud e l’altra.
Alle spalle della donna, Edna Gillespie, una specchiera di lastra lavorata, con scaffali di vetro spesso, colmi d’ogni genere di bottiglie: bourbon, whisky, scotch, birre, wodka…
Sergej Yvanov trovò elettrizzante soprattutto l’ultima specialità.
Dato che la hall aveva il telefono guasto, occorreva recarsi al bar per fare una telefonata.
Probabilmente era un abile trucco del proprietario per raggranellare qualche spicciolo, poiché il telefono del locale era a pagamento.
Oltretutto fra un’attesa e l’altra poteva anche scapparci una birra.
Issata sopra una mensola di ferro, pericolosamente inclinata verso gli avventori, si trovava una tv a diciotto pollici, sintonizzata quella mattina sulla CNN.
Yvanov aveva lasciato Dana immersa in un sonno profondo e tranquillo.
Solo sentendolo vestirsi, verso le sette e tre quarti aveva accennato ad un risveglio, mormorando una frase impastata di torpore.

<..’ove…vai ? >

Allora lui si era avvicinato, dal suo lato, e le aveva baciato una guancia, spostandole appena i capelli dietro l’orecchio.

< ..sstt…>

Lei si era quietata subito, riassopendosi.
Yvanov era uscito alzandosi il bavero della giacca.
Dalle stanze alla pompa di benzina, c’erano due tragitti.
Il primo l’aveva sperimentato guidando il Cherockee sino al distributore, il secondo era una scalinata di marmo e sassi lisci e regolari, in parte sconnessi ma solo ai lati, che dal complesso, saliva sino al limite della strada.
Lo percorse con calma, nonostante la pioggia.
Segnalare una richiesta di visto per lui e Dana, avrebbe voluto dire farsi scoprire, inevitabilmente.
Ma non potevano certo aspettare la fine, o qualsiasi altra cosa dannata avesse ad accadere, in quel buco di motel.
Lei…doveva salvarsi. A qualsiasi costo.
Era entrato chiudendo la porta a vetri alle spalle.
Gli avventori continuarono a consumare pancetta e uova, succo d’arancia e birra, senza dare apparentemente l’idea di notarlo, ma così non era.
Sotto le falde dei loro cappelli texani, gli regalavano occhiate divertite o sospettose.
Un gigantesco camionista, il cui TIR era sistemato di traverso ai lati dell’autopompa, bevve d’un sorso un boccale di Bud gelata, asciugandosi con il dorso della mano.

< Devo telefonare…>, disse Yvanov.

La donna gli dava le spalle, fissando la TV.
L’inviata della CNN trasmetteva da Mosca.

"…le ultime notizie, purtroppo, sono improntate al pessimismo. Pare che ad ore si prospetti il richiamo degli ambasciatori nei rispettivi paesi e sarebbe la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale che ciò si verifica, fra USA e Russia ! Ora l’allarme su un possibile, terrificante conflitto nucleare, sta circolando non solo fra gli addetti ai lavori ma anche fra la popolazione ! A Mosca, ieri, si è sfiorata la guerra civile, quando un gruppo di persone ha cercato di forzare un cordone di polizia per accedere a generi di prima necessità…"

Parlava in modo professionale, come mille altre volte, ma aveva una faccia scavata nella paura.
Uno dei cow boys alzò le spalle, mormorando:

< Che la facciano sta guerra….spazziamoli via tutti, quei porci comunisti ! >

< Devo fare una telefonata ! >, disse adesso deciso, obbligando Edna a dargli retta.

< Un momento…il telefono è occupato…>, rispose acida, sistemandosi l’asciugamano sul braccio, segno inequivocabile che pretendeva anche la consumazione.

Yvanov si sedette sullo sgabello tondo, poggiandosi su un poggiapiedi d’acciaio e si sporse in avanti, con i gomiti sul bancone.

< Una wodka lime…>, disse, gettando lo sguardo sull’inconfondibile sagoma della Absolute.

La porta a vetri si aprì. Un uomo avvolto in una cerata nera, calata a cappuccio sulla faccia, appoggiò i palmi al centro della porta, proprio sullo stemma della Shell ed entrò.
Si scrollò dalla pioggia, abbassando il cappuccio.
Yvanov non si voltò, capendo che era entrato per via del refolo d’aria umida che lo accompagnava, eppure ebbe una sorta d’impressione curiosa.
I suoi sensi lo misero in allarme quasi subito, senza una ragione specifica.
Il bicchierino di wodka lime fu sistemato davanti a Sergej, che con la coda dell’occhio vide che lo sconosciuto si era seduto proprio al suo fianco.
Tamburellava sul banco con le dita.
Dita lisce e dalle unghie ben curate.

< Una wodka lime…>, disse con voce decisa.

Yvanov sentiva il parlottare della Tv, dell’individuo al telefono ( stava ordinando mangime per polli e cento scatole di chiodi da carpentiere per rifare la staccionata ), del masticare avido dei cow affamati…ma c’era sempre quel suono tamburellante che provocava i nervi.
Mosse appena gli occhi, senza alzare il viso.
Vide le mani, i polsini della camicia che spuntavano dalla cerata…
Terminò d’un sorso la wodka, gettando un biglietto da cinque sul banco e si alzò.

< Hey ! Il telefono è libero..! >, gracchiò Edna, senza apparentemente essere udita.

Yvanov si rigirò le chiavi del Cherockee fra le dita.
La valigetta con la calibro nove ed il silenziatore, era nel bagagliaio del fuoristrada.
Quei polsini…quel tipo che era appena entrato, aveva i polsini con lo stemma del KGB.
Ed era stato fatto di proposito.
Quel tipo aveva gettato l’amo, per vedere come si sarebbe comportato.
Nessun agente sarebbe stato tanto imprudente…
Udì dei passi tranquilli alle sue spalle, prima lungo lo spiazzo di cemento e ghiaia che separava il distributore dalla scalinata, poi sui primi gradini.
Lo seguiva…non si voltò né affrettò il passo.
Era la sola cosa da fare. Evitare di andare nel complesso delle camere, per non portarlo diritto da Scully, né rimanere in quel bar affollato.
Se doveva sparare, meglio uno spiazzo appena sotto il livello della strada, fra le tante auto, quasi inosservato.
Camminò con le mani nelle tasche dei pantaloni, sempre focalizzando i sensi sui passi di chi lo seguiva.
Era tranquillo, massiccio e tranquillo…ancor più pericoloso.
La pioggia scendeva fitta, cattiva. Lo spiazzo sarebbe stato deserto, di sicuro.
Si avvicinò al fuoristrada, premendo il telecomando.
Le luci si accesero e le chiusure si sbloccarono.
Si fermò, prendendo un bel respiro.
Anche lo sconosciuto si era bloccato.
Dal rumore dei passi, era a poco meno di sette od otto metri…
Aprì il bagagliaio e si curvò, afferrando la valigetta.
L’aprì, azionando la combinazione.

<…è buona la wodka, qui, vero ? >

La voce era alle sue spalle, ma Yvanov non rispose.
Prese a montare la mitraglietta con rapidità e sicurezza, poi innestò il caricatore.
Sergej non aveva detto a Dana che era armato, benché fosse certo che lei
lo sospettasse.
Tolse la sicura e s’infilò l’Uzi nella tasca interna della giacca.
Si girò, lentamente.

< Diceva ? >, mormorò.

Lo sconosciuto fece un paio di passi in avanti.

<…dico che…per quanto inospitale, questo paese cerca di mettere a suo agio tutti gli stranieri, Yvanov…>

Sergej estrasse l’arma, puntandola in avanti.

< Chi sei ? Come sai il mio nome ? >

Lui sorrise, per nulla intimorito.

< Vi ho seguito da quando siete partiti da Washington…siete stati abili… forse qualsiasi altro vi avrebbe perso di vista….Ma non io ! >

Dal suo polso destro, scivolò un cilindro d’acciaio, che impugnò agilmente.
Yvanov fece fuoco ed il suono sordo dei colpi si udì appena, sotto lo scroscio della pioggia.
Lo centrò al petto, all’altezza del cuore ed un sibilo acuto, accompagnò l’uscita di un getto di sangue verde.
Comprese tutto, all’istante.
Il killer alieno gli fu addosso nel breve lasso trascorso fra ciò che vide e il raggiungere lo stiletto appena sotto la giacca.
Lo gettò contro il Cherockee e poi a terra, nella pozzanghera fangosa ai piedi dei pneumatici.
Cercò di colpirlo, ma Yvanov afferrò il suo polso, spingendolo all’indietro.
Prese lo stiletto dalla tasca della giacca, e lo fece sibilare nell’aria.
Lo affondò nella schiena dell’avversario che si ritrasse, con una smorfia di dolore.
Il sangue acido era spezzato dalla pioggia.
Yvanov si mise in piedi, per primo.
Lo colpì con un calcio, facendolo rotolare contro un grosso furgone da trasporto.
L’alieno si mise in piedi, serrando il pugnale nella mano destra.

< Notevole….davvero…sono ammirato…>, disse sorridendo.

La ferita sanguinava copiosa, ma egli non sembrava rendersene conto.
Mosse la mano con un fendente improvviso, rapido e circolare, che centrò il braccio sinistro del russo, tagliandogli la giacca, la camicia e parte del muscolo.

< Notevole anche da parte tua…>, disse lui, serrando i denti e gettandosi in avanti.

Lo colpì sotto il collo, alla gola, e questa volta il sangue gli corrose i guanti neri, la mano, gli mozzò il respiro.
Ma non si sarebbe fermato. Scaricò tutti i trentadue colpi a distanza ravvicinata, crivellando senza tregua.
Dana…doveva salvarla…
Ma era inutile.
L’alieno spinse via, con una forza impossibile, come un carro armato.
Yvanov colpì la portiera del Cherockee, ammaccandola e cadendo a terra.
Aveva ancora il pugnale fra le mani.
Il killer lo trafisse con una stilettata alla spalla, per poi afferrarlo per il bavero della giacca e scaraventarlo dall’altra parte del mezzo, alla maniera di una bambola di pezza.

<…Dana….devo…fermarlo…>, si disse.

Si rialzò.
Il sangue gli imbrattava i vestiti, scendeva a fiotti dal braccio, dalla schiena.
Il rombo di un camion, in lontananza.
Si guardò attorno.
Inserì un nuovo caricatore e fece esplodere altri dieci colpi, sino a quando non lo vide scomparire dietro un furgone.
L’alieno sembrava svanito.
Si mise in ginocchio, nascosto dietro quel mezzo scoperto, annusando l’odore di benzina, dei pneumatici, della pioggia.
Udì un suono debole, come il roco respiro di un drago.
Poi notò appena la coda spuntare da sotto il camion, prima che una mano ossuta ma potentissima, gli afferrasse la caviglia, sbattendolo a terra e trascinandolo sotto.
La mitraglietta gli scivolò dalle mani, rotolando con un suono metallico.
Lottò, aggrappandosi ad una delle ruote posteriori.
Lo sentiva respirare con roca potenza, un verso osceno, bestiale.
Vibrò un colpo alla cieca, all’altezza della gamba sinistra, urtando una sorta di carapace.
Lo stiletto si spezzò in due, con un suono simile a quello di metallo caduto sul pavimento.
Serrò i denti. Avvertì una fitta assurda, assoluta al piede.
Un morso rapace, d’artigli e zanne, gli staccò la gamba di netto, trascinandolo del tutto sotto il camioncino.
L’alieno era un insetto appiattito, oscuro e vorace.

< La prossima a morire…sarà quella troia schifosa…Ricordatene ! >

Urlò con tutte le forze, quando la testa corazzata ed esapode dell’alieno gli affondò nel ventre, dilaniandolo vivo.
Poi si udì solo la pioggia.

***

CAPITOLO QUATTRO

 

Città di Darwin, Stato della Virginia,
Ore 03.00 Pm, Mercoledì 26 Giugno 2002
Adesso la cittadina aveva assunto del tutto le atmosfere di un film catastrofico degli anni settanta.
Camion militari che sfrecciavano sulle strade, posti di blocco in ogni punto d’accesso del paese, soldati che stavano appostati con finta noncuranza attorno agli edifici pubblici, alla biblioteca, e alle fattorie.
Greg Spencer si sporse verso il soldato, un tenente di appena ventisei anni, affrontandolo a muso duro.
Si trattava di un cadetto di Perry Islands, Marine, viso regolare e corpo magro.
Era seduto di spalle alla finestra, aperta, e da quasi cinque minuti stava parlottando al telefono con il Pentagono.
Riappese, alzando gli occhi grigi dalla scrivania, dandogli attenzione.

< Ora finalmente mi chiarirete per quale motivo avete trasformato l’ufficio dello sceriffo Truelove in una sorta….di quartier generale della Gestapo…>

Lui gli gettò davanti un foglio scritto in modo fitto e minuto, mentre un refolo d’aria carica di pioggia gli sollevò il codino del baschetto nero, calzato di sbieco sul cranio.

< Sarebbe ? >, disse evitando di leggerlo.

< E’ una direttiva del ministero della difesa e della contea, dello stato della Virginia. Il comando del settore Occidentale dell’esercito, mi ha autorizzato proprio ora a renderlo pubblico ! >

Assunse l’espressione di un oratore intento a proclamare un bando di concorso, austero ed impettito.

< Da oggi, Mercoledì 26 Giugno, l’area in questione diventa protettorato militare, sceriffo ! Siamo in una situazione d’allarme giallo ed è possibile che la contaminazione biologica che ha colpito questo paese, sia opera di un’arma chimica o batteriologica della Russia ! >

Spencer smise come di respirare, esterrefatto.
Nemmeno in un sogno, o in un incubo, avrebbe mai potuto immaginare niente di simile.

< Come addetto alla polizia della contea, lei risponde direttamente al comune di  Bristol City, che a sua volta è delegato a collaborare in totalità con le forze armate Americane, impiegate sul suolo patrio per impedire un’invasione ! Ha capito quello che le ho appena detto, sceriffo ? >

Si grattò la fronte, tremando.
Nessuno avrebbe mai saputo come affrontare una cosa del genere e lui, tranquillo vice di un piccolo paese sperduto nelle montagne, era certamente il meno indicato.

<….invasione ? Cristo…ma che cavolo mi sta raccontando ? Che avremo i Russi per cena, questa sera ? >

Lui lo fissò come se prima avesse detto una cosa normalissima, tipo che cosa c’era quella sera alla tv ed avesse avuto per risposta una scemata bella e buona.
Del resto era impossibile pretendere di scherzare con un cadetto dei Marine.
Magari il tenente Banks, quello era il suo nome o almeno così c’era scritto sulla strisciolina appesa alla mimetica, era un tipo ilare e bontempone, senza divisa.
Magari parlava di fica e di baseball, al circolo ufficiali.
Ma adesso, seduto davanti a lui, con quel baschetto calato in zucca nonostante fosse nel chiuso di un ufficio, gli dava l’impressione di un vero ufficiale nazista.
La luce che si accese nelle sue pupille, non lasciava presagire niente di buono.

< Noto che lei è un vice…>, mormorò caustico, aguzzando gli occhietti grigi, leggendo lo stemma impresso nella stella che Greg portava sul lato destro della camicia.

Noti bene testa di cazzo…sei nell’ufficio di Truelove…te l’ho anche detto…bella deduzione…è così che vi fanno ufficiali a Perry Islands o da dove cavolo vieni ?

Quel pensiero si bloccò appena alla soglia della bocca di Spencer, che evitò di pronunziarlo più per pudore che per altro.
Evitò qualsiasi risposta.

<…..dove si trova lo sceriffo di questa città…>

< Arold Truelove è in servizio…non mi riesce di trovarlo…>

< Sappia, allora, che se evitasse di fornirci informazioni o di collaborare con noi, sarebbe tacciato di spionaggio e di terrorismo ! Abbiamo poteri illimitati e li useremo nel modo che riteniamo maggiormente opportuno, sono stato chiaro ? >

Quello era davvero un fottuto arrogante pisciasotto di Perry Island, cazzo !
Greg s’infilò il cappello da sceriffo, e rispose serrando i denti, con rabbia.

<…lavorerei molto meglio se i suoi….Rambo si togliessero dalle scatole ! Con voi fra i piedi, è tutto più complicato!>

Il tenente Banks fece un debole sorriso ironico, abbastanza inquietante e tamburellò con la stilografica sul bordo della scrivania.

< Le sto ordinando di cercare il suo superiore e portarlo da me entro la fine di questa giornata al massimo…Se così non sarà, mi vedrò costretto ad assumere il comando della polizia del paese sino al cessare della situazione d’emergenza ! >

Greg serrò i pugni….in fondo stava già comandando a destra e a manca, che cosa sarebbe cambiato ? Eppure quella cosa gli dava ai nervi.
Prese con due dita il telefono di color verde, sistemato accanto all’interfono, sulla scrivania.

< Che cosa intende fare, scusi ? >, chiese il militare, sempre sibillino.

< Telefonare…o creda mi serva per giocare a golf ? >

< Le comunicazione con l’esterno sono bloccate…>

< Perché ? >, sbottò Spencer, ormai su tutte le furie.

< Siamo in preallarme di guerra ! Non permetterò che faccia telefonate che, se venissero intercettate…>

Buttò con rabbia il telefono sulla scrivania, alzando le spalle e bestemmiando.

< Esco ! >, imprecò.

< Dove va ? >

Evitò di girarsi e dargli un pugno sul muso, non tanto per il faccino, quanto per il basco che sarebbe caduto a terra.

< A cercare lo sceriffo…mi sembra palese….>

< Metterò a disposizione un paio d’uomini..li aspetti all’entrata della stazione…>

Non fu un semplice ordine, ne tantomeno un consiglio.
Fu…quasi una sorta d’avvertimento che Greg captò al volo, affinato da anni di servizio.
Pensò a cosa fare e a come farlo.Ora si trovava due "amici" con lui…
Il primo lampo attraversò il cielo plumbeo di Darwin, ma non avrebbe piovuto per il resto della giornata.

***

CAPITOLO CINQUE

 

Motel Crossword, chilometro 346,
Stato del Texas, Ore 10.59 Am,
Giovedì 27 Giugno 2002

 

Scully emerse dal sonno con estrema lentezza.
Senza aprire gli occhi, iniziò a percepire il calore protettivo del piumone, la morbidezza delle lenzuola, il comodo giaciglio del cuscino.
Allungò la gamba, producendo un delicato fruscio.
Poi si voltò parzialmente, cercando il suo uomo con la mano.
Niente.
Era sola. Sospirò, girandosi ancora in posizione fetale e sospirando.
L’alcool della wodka e lo stress la spinsero a dormire ancora.
Presto il buio del sonno divenne una nebbia giallognola.
Il calore era delicato. La solita landa verde, meravigliosa prateria a perdita d’occhio.
Udiva una sorta di suono ritmico, come un battere di tamburi, ossessivo, inesauribile.
D’un tratto provò una fitta lancinante al ventre.
Si tastò la pancia, trovandola allagata di sangue.
Fra le mani, un amuleto indiano, spezzato in due.
Era inginocchiata, seduta sui talloni, con Mulder appoggiato alle sue gambe.
Un denso rivolo di sangue usciva a fiotti dal suo stomaco e dalla bocca di Fox.
Era stata lei…lo comprese inconsciamente, ma non per questo il dolore le risultò minore.

<…addio…addio amore mio….divideremo l’eternità insieme….>, mormorò.

Lo baciò con dolcezza ed amore, poi si afflosciò come una bambola di pezza con lui fra le braccia.
Spalancò le palpebre.
Si ritrovò sudata, a letto, il cuore che batteva impazzito.
Si mise supina, le braccia larghe, con il petto che pompava aria in modo trafelato.

Un incubo…un incubo…un maledetto sogno…pensò.

Guardò l’orologio.
Le undici.
Dio…aveva dormito per tutta la mattina.

< Sergej ? >, chiamò.

Nessuno.
Si mise seduta, scuotendo il capo e grattandosi i capelli.
Stiracchiò le braccia, sollevandole alte sopra la testa e poi si alzò.
L’umidità dell’aria le aggredì la pelle, mentre nuda andava verso il bagno.
Si bagnò il viso e fece pipì.
La mente era una tavola vuota.
Non aveva pensieri coerenti, benché rammentasse tutto e soprattutto una parte del suo io desiderava sapere se andare in Russia, se fuggire oppure no.
Lei non era mai fuggita. Davanti a niente, nemmeno davanti al cancro.
Ma ora ? Aveva senso rimanere ? E, cosa ancor più grottesca, aveva senso fuggire ?
Si avvolse in un asciugamano e lo sguardo le cadde sulla plafoniera del bagno.
Era ovale, liscia e grezza.
Emanava luce non appena si apriva la porta….una luce che per una qualche ragione divenne adesso fredda, quasi solida.
Il freddo le serrava le costole, appena visibili sotto la pelle pallida, ma non ebbe quasi tempo di tremare.
Tutto era luce adesso…
Poi, quasi sbucasse da un recesso della sua anima, spaventandola, la vide.
Suoni confusi, innaturali….lei distesa su una sorta di tavola anatomica, di pura luce bianca.
Occhi grandi, dita ossute e lunghe…lunghe…lunghe..
Le aprirono il cranio, come fosse una sorta di coperchio di barattolo, e lei non sentiva alcun dolore.
Sorrideva, anzi.
Canticchiava qualcosa…dormi dormi bimba bella, dormi dormi bella stella…

< E dai…Mulder…sempre a giocare…>, pensò.

Era bambina, adesso.
Aveva la sensazione netta di viaggiare, nel tempo e nello spazio, in modo assoluto.
Tutto divenne buio, per poi essere pura luce.
Era andata indietro…oltre la nascita…oltre il concepimento…oltre tutto.
Lei e Fox erano pura luce.
Una luce meravigliosa, due forme gassose eppure distinguibili, che si mescolavano con delicatezza, in una sorta di armonia universale.

<..sei nel luogo dell’origine…>, disse una voce.

Una voce che Dana aveva sentito altre volte, sia in sogno che nella vita, ma che non rammentava…la voce di un vecchio indiano.
Spalancò le palpebre.
Era sveglia ma non del tutto lucida.
Si ritrovò seduta sul letto, come avesse percorso quei pochi metri in una sorta di sonnambulismo.
Una piccola goccia di sangue le scese dal sesso e se ne accorse sfiorandosi.
Barcollò sino al bagno, nonostante avvertisse una sorta di incomprensibile paura nel rifare quel percorso, quasi attendesse un’aggressione fisica.
Si tamponò il sangue, seduta sui bordi del water, assolutamente indifesa e tremante.

<..cosa…cosa mi è successo…? >

Non si era trattato di un semplice sogno o di un ricordo…
Per quanto fosse impossibile, assurdo dal punto di vista scientifico, era certa di aver realmente viaggiato in un altro tempo e luogo, di aver davvero sentito quella voce..
Si era alterata la percezione fisica della realtà, del tempo…come in un sonno ipnotico profondo.
Aquila scarlatta….il suo nome indiano le invadeva la testa, quasi come certe canzoni che senza motivo iniziano a rimbombarci nella testa.
Quella sorta di….viaggio, l’aveva scossa anche a livello ormonale e fisico.
Il suo periodo era passato da quasi dieci giorni…cos’era quell’emorragia ?
Udì bussare alla porta.
Fu il primo frammento di realtà che le sovvenne in quella stanza di motel, che ora appariva immensa e senza fine.
Uscì dal bagno, infilandosi la prima cosa che trovò: una camicia bianca di Yvanov, appoggiata ad una gruccia, nell’armadio.
Le copriva la metà delle cosce.
Nessun vestito suo… forse Yvanov li aveva gettati…erano sporchi di fango e stracciati…
Si sfiorò le palpebre, smozzicando:

<…si ? >

< Agente Scully ? Apra…sono Jeremiah Smith ! >

Deglutì, e per un attimo il cuore si bloccò.
Si mise in piedi, quasi scivolando di nuovo a terra.
Quello…quello alla porta…
Come poteva essere Smith ? Non era fuggito ?
Dov’era finito Yvanov ?

<….aspetti…mi vesto…>

Cercò la pistola, senza rammentare ove l’avesse messa.
Alla fine trovò la fondina sulla sedia ed estrasse la calibro nove, tenendola con la mano destra.
Nulla…
Guardò dallo spioncino.
Il volto, deformato dalla lente a grand’angolo dell’occhio magico di Jeremiah Smith, le apparve.
Esitò.
Se fosse stato….No…avrebbe aperto come avrebbe voluto…sfondando la porta…ma forse cercava discrezione…

< Mi apra ! Mi scusi per l’altra sera….le debbo delle spiegazioni…>

Questo la convinse del tutto… vinse anche la timidezza e l’imbarazzo di presentarsi mezza nuda di fronte ad un estraneo…
Ruotò il pomo della porta e non appena se lo trovò davanti, lo spinse all’interno con decisione.

< Venga dentro…brutto figlio di…>, disse serrando le labbra.

L’ira e l’impazienza la aggredirono. Poco prima era tremante ed indifesa, adesso era una tigre.
Tolse la sicura dall’arma, puntandola con le braccia tese in avanti, pronta a sparare.

< Capisco la sua reazione…ieri, sotto la pioggia, ho creduto ad una trappola… Ma questa mattina ho avuto una notizia…che mi ha fatto capire ogni cosa…>

Lei lo spinse sul letto.

< Si sieda e tenga le mani alzate ! Che cosa sarebbe, questa notizia miracolosa ? >

Jeremiah Smith deglutì, ed un’ombra di dolore si accese sul suo volto.

<…Karen Rome…la donna che collaborava con me…è stata trovata uccisa ieri sera…le hanno tagliato la gola…Sono stati loro….>

Scully impallidì.

< …temeva in imboscata…per questo non si è fermato..ma quando ha saputo della morte di quella donna…Ma cosa avete in mente…? >

Abbassò la pistola.

< Lei deve…sapere…tutto, per poter capire…almeno una parte di tutto… Hanno eliminato ogni mio clone….adesso sono solo….credono che uccidendomi faranno saltare il piano…E’ al corrente dello scopo del Progetto ? >

Annuì.

< In parte…lei…Non so come possa fare, né m’interessa…ma so che può trovare Mulder…salvarlo…è caduto in una specie di….catalessi mentale e…>

Smith abbassò le mani.
Dana stava sempre a distanza, come per sorvegliarlo ma senza alcuna aggressività, adesso.

< Le condizioni mentali e fisiche dell’agente Mulder mi sono note. Da mesi sapevo che questo momento sarebbe arrivato…>

Scully tremò, mentre la rabbia le pompava adrenalina nel sangue.

< Perché non lo ha curato prima ? Si rende conto che cosa c’è in gioco ? >

< Non potevo ! Posso curare solo il manifestarsi dei sintomi…della mutazione… Ma se andassi da lui adesso, con ogni probabilità mi eliminerebbero e se non lo facesse il killer, il soldato, ci penserebbe la regina…>

Lei sbarrò gli occhi verdi.

< Mutazione ? Che cosa sta dicendo?  Intende che…Mulder diventerà…qualcosa ? >

Smith scosse il capo.
Era bagnato dalla testa ai piedi e l’acqua formava una piccola pozza ai bordi del letto.

< Non conta ! Esiste un modo differente per salvare l’umanità dall’invasione ! Prima debbo curare anche lei…si avvicini…>

< Sto benissimo…! >

< Il gene alieno è presente nel suo sangue..posso eliminarlo, adesso che è stato attivato !  Quell’uomo la contagiò di proposito, proprio qui in Texas..…quello era il motivo….durante il coma da contagio le estrassero il DNA alieno che il virus aveva attivato…! Si lasci toccare la fronte ! >

Smith si alzò e per la prima volta le apparve come una sorta di figura mistica, aliena ad ogni logica.
Si tolse l’impermeabile bagnato e allungò la mano, sino a sfiorarle la fronte e i capelli rosso Tiziano.

<..io..>, biascicò lei, serrando sempre la pistola con la mano, ma lasciandola ora cadere su un fianco.

< Non sentirà dolore…solo…calma…pace…si rilassi…>

Fu così.
Avvertì il palmo della mano posarsi sulla fronte, le dita serrarsi delicate sui capelli e la realtà, per un istante divenne lontana.
Un fluido caldo prese a scorrerle per il corpo, dalla testa sino ai piedi.
Immediatamente dopo si sentì come uscita da un massaggio tonificante, con i muscoli sciolti, rilassati, la mente libera, in assoluta armonia con il proprio corpo.
Smith tolse la mano, guardandola.
Scully appariva fanciullesca, avvolta in quella camicia troppo grande, che la copriva appena sotto l’ombra scura del pube.

<…è…una sensazione….splendida…>, sussurrò.

Lui annuì.
Respirò lentamente, sbattendo le palpebre.

< Deve…farlo anche a Mulder…>

Avrebbe voluto chiedere com’era stato possibile, quale meccanismo medico o scientifico era alla base di tutto ciò, ma non le riuscì.
Jeremiah scosse appena il capo.

< Verrà con me…in auto è segnato il posto dove dovrà recarsi…ormai la cerimonia è in via d’inizio…Faccia ciò che deve e lo faccia senza esitare… per quanto incomprensibile possa essere..Solo così lo salverà…salverà tutti quanti!>

La voce le salì imbarazzata.

< Sono..sono con un’altra persona…un altro uomo….>

< Deve agire sola, quando sarà il momento..è scritto…! Non pretendo che capisca adesso, è troppo presto…solo all’ istante si renderà conto delle cose…ma….>

La porta si spalancò, con la serratura che esplose via, come l’individuo l’avesse forzata con un ariete.
Ciò che Dana vide, di per se, era assolutamente privo di qualsiasi logica, del tutto folle e sanguinario.
Un uomo, nudo, al centro della porta.
Aveva il viso completamente ricoperto di sangue.
Anche il torso, le braccia e le mani, erano una maschera rossa.
Ogni muscolo teso, il sudore che pompava adrenalina a mille, i denti come zanne affilate, taglienti come rasoi…dava l’idea di un guerriero del diavolo, un folle assassino, un mostro antidiluviano.
Aveva divorato Yvanov, il proprietario del motel, un camionista che stava parcheggiando…Era una maschera di furia omicida.
Smith la spinse contro il letto e Dana si sbilanciò, cadendo.
La camicia si sollevò, mostrandola nuda.

< Scappi…è l’eliminatore alieno..! >, gridò.

< Parli la lingua dei terresti, adesso, traditore ' >

Non fu un semplice grido, una frase. Sembrava una sorta d’ululato bestiale, di grido lancinante, proveniente dalla foresta dell’anima, del tempo.
Mutò, come per prepararsi alla battaglia, divenendo una sorta d’assurdo drago insettiforme, massiccio e ricoperto da una corazza chitinosa, durissima.
Parte del corpo era coperta da aculei e scaglie ossee, alla maniera di quei dinosauri corazzati della preistoria.
Dana fece fuoco, sparando quattro colpi in rapida successione, in ginocchio sul letto, le gambe strette come a proteggere la propria nudità.
I colpi lo scuotevano, senza però sbilanciarlo. Del sangue verde sgorgò, sibilando.
Da quelle zanne ributtanti una saliva densa e appiccicosa, si disegnò un sorriso allucinante.

< Non puoi ferirmi, donna ! Ti farò a pezzi, come ucciderò questo traditore ! >, grugnì adesso e parve impossibile che da quella creatura scaturisse una voce umana.

Smith si scagliò contro di lui, gettandolo contro la parete, armato della medesima arma acuminata che era stata inefficace per il povero Yvanov.
Scully si mise in piedi, balzando dal letto, cercando disperatamente di far fuoco.
Non poteva…temeva di colpire Smith…Lo avrebbe ferito, ucciso ?
O anche lui…era in grado di resistere ?
L’eliminatore fece leva con la zampa, sollevando Smith e gettandolo contro la spalliera del letto.
Era come se stesse sollevando un cuscino, un fuscello…aveva una forza enorme.
Voltò di scatto il viso esapode, vedendola accanto all’uscita, con la camicia slacciata sul seno, il viso rosso, gli occhi sgranati.
Utilizzando la coda, corta e massiccia, la colpì, gettandola a terra.

< La festa è appena cominciata….non vai da nessuna parte, cagna ! >

Si rovesciò addosso a Jeremiah, azzannandogli il braccio destro.
Lo strappò con uno scatto secco, inumano e terrificante, ed un getto impetuoso di sangue verde schizzò fuori, iniziando a corrodere il pavimento.
Dana non pensava. La mente si era chiusa, era precluso che lo facesse.
Riflettere, ragionare, avrebbe portato solo alla morte.
Puntò l’arma alla base di quello che sembrava un collo d’armatura, massiccia e taurina, ma Smith le tolse l’obiettivo, colpendo il killer con un fendente appena sotto la nuca.
Uno squarcio lungo e stretto si aprì, una sorta di labbro serrato, ed il solito sangue acido fischiò nell’aria.
Lui grunì qualcosa, un ululato di dolore, serrando la gola di Smith in una stretta possente.

< Muori ! >, abbaiò.

< No !! >, gridò Dana, colpendolo con tutto il proprio peso, senza nemmeno spostarlo di un millimetro.

< Ti strapperò la faccia dal cranio, donna ! Ti mangerò le viscere come ho fatto con quel ridicolo gorilla russo…! Urlerai dal dolore ! >

Comprese ogni cosa…il terrore per ciò che era accaduto a Yvanov la sconvolse.
Era certa che sarebbe stata uccisa, senza nemmeno potersi concretamente difendere.
Smith perdeva sangue a fiotti, con il braccio staccato, la gola sventrata da artigli affilati come rasoi.
Il killer alieno si voltò verso di lei, alla stregua di una tigre affamata, pronta a dilaniarti.
Scully si parò il viso con le braccia incrociate, tremando, mentre scivolava sul sedere nudo.
Faticava a respirare, con l’acido del sangue alieno che le corrodeva le narici e la gola.
Smith lasciò lo stiletto e con le poche forze rimaste, lo calciò verso di lei.
Dana n’avvertì il contatto sulla gamba e rapida, disperata, lo afferrò.
Il mostro rideva, si vedeva da sotto quelle zanne acuminate.
Guardava Scully, la sua mano piccola su quel pugnale luccicante…

< Colpiscimi, avanti…troia ! Vediamo se sei capace di farmi del male…! >

Fece per alzare il braccio, ultima difesa senza speranza di fronte a quel carro armato vivente, quando udì un suono disgustoso.
Era la corazza che si spaccava, centrata di netto dal pugnale di Jeremiah Smith, che penetrava alla base della nuca.
Un fiume di sangue verde sgorgò fluido come petrolio scoperchiato da una trivella, e l’eliminatore alieno urlò. Fu verso atavico, terrificante.
S’inarcò all’indietro, guardando con gli occhi neri, senza pupille, il proprio assalitore.
Jeremiah aveva ancora il secondo pugnale fra i denti, e l’acido sanguigno iniziava a corrodergli il viso.
L’alieno cadde supino, con un tonfo che fece vibrare la stanza.
Dana coglieva urla e voci di persone che andavano dicendo qualcosa, ma le parvero lontane chilometri.
Smith le aveva salvato la vita, con quella mossa furba e disperata.
Fece per accostarsi, sollevando da terra, sudata e tremante, ma si bloccò.
Quel sangue…le avrebbe corroso il corpo, solo avvicinandosi.

<…vada…scappi…il luogo…è segnato sulla cartina…>

Udì a fatica quelle parole, barcollando all’indietro, come inebetita.
Rimase appiattita allo stipite, mezza nuda e tremante, mentre le voci divennero lontane.
L’alieno, il killer alieno, a differenza di Smith, non si stava sciogliendo nell’acido, cosa che la allarmò ancora. Era immobile, non respirava…ma era morto realmente ?
Si avvicinò, per quanto la tossicità dell’acido le permetteva, al letto.
Ora, secondo dopo secondo, la lucidità della mente razionale andava prendendo il sopravvento.
Aveva sparato…diversi colpi…c’era stata una lotta tremenda….quanto sarebbe passato prima dell’arrivo della polizia?
Decise di non rimanere per scoprirlo.
Tremando, gettò sul letto la fondina, la pistola, i propri documenti ed annaspò sotto il letto, per trovare le scarpe, invano.
Cristo, era nuda ! Aveva indosso solo una camicia mezza strappata…

Al diavolo il pudore..fuggi….scappa…presto questo posto si riempirà di poliziotti, agenti federali…ti arresteranno e sarà finita…

Corse con la propria borsa, i pochi soldi all’interno e la pistola, sin quasi al parcheggio.
Lì rammentò le chiavi del Cherockee….
Imprecando tornò indietro, ferendosi un piede su una pietra del sentiero
e nel rientrare nella stanza, avvertì un nodo alla gola.
Anche l’alieno si andava corrodendo, e la stanza era satura di quell’acido corrosivo.
Si chiuse le narici con la manica della camicia, sino a trovarne una copia sul comodino.
Le afferrò, e nel girarsi vide una coppia di cow boys ritti sulla soglia, i loro sguardi allucinati, le mani tremanti.

<….hey pupa…che cazzo succede qui ? >

Dana sfoderò la Sig Sauer, tenendola con entrambe le mani.
Si chinò appena in avanti, come per coprirsi un poco.

< Via ! Andate via ! >, urlò.

Videro i due corpi bruciare nell’acido, con uno sfrigolio stomachevole e quasi all’unisono si allontanarono dalla porta, gridando:

< Madonna mia…>

Scully scappò fuori, senza voltarsi.
Pensò a Yvanov ed una lacrima le cadde dalla guancia.
Balzò sul Cherockee, ed una volta all’interno ingranò la marcia, grattando un paio di volte.
Fece manovra con difficoltà, tamponando un paio d’auto.

Fuggi…scappa…via da qui…via…

A tavoletta s’immise nella 66, senza meta.
Per un pelo non si scontrò con un grosso TIR che la superò, strombazzandole e forse il conducente le alzò il dito medio.
Faticò a guidare senza scarpe, con il sedere nudo sulla pelle dei sedili, gli occhi gonfi di pianto e di paura.
Guidava tesa, a folle velocità sulla corsia di sorpasso, come per mettere quanti più chilometri possibile fra lei e quella mattanza.
Poi…poi riprese a riflettere.
Doveva diminuire la velocità…rallentare anche se l’istinto, l’adrenalina le urlavano di correre, di scappare all’impazzata.
Quasi violentandosi, rallentò la sua corsa.
Era ridicolo farsi fermare per eccesso di velocità…
Alla prima piazzola, circa a venti chilometri di distanza, si fermò.
Si adagiò sul sedile, prendendo fiato.
Captò il profumo del dopobarba di Yvanov, delle lunghe ore trascorse con lui ed ebbe una crisi di pianto, violenta ma breve.
Era vero…era accaduto davvero…faticava a crederci ma era così…
Jeremiah Smith…l’alieno…la loro lotta…quella mano che la curava…
Si aggrappò all’assurdo…proprio lei che viveva per il razionale...doveva crederci, doveva prenderne atto…e adesso agire….agire come aveva fatto con rabbia sino ad ora…scortando tutto, superando ogni cosa, ogni principio.
Aprì il cruscotto, dopo una buona mezz’ora, trascorsa a tremare per via dell’umidità sulla pelle nuda.
All’interno una cartina. Delle località, segnate a matita ed una, con una biro rossa.
Fort Worth…Un foglio scritto a mano, un indirizzo…
Era lontana, non troppo ma ugualmente era un percorso irto d’insidie.
Per quanto fosse veramente difficile per dei poliziotti capire cosa era accaduto in quel motel, era evidente che l’avrebbero cercata.
Fra l’altro aveva anche firmato con il proprio nome…
Accese la radio. Se il notiziario avesse parlato di una strage, un omicidio o qualcosa, almeno n’avrebbe avuto notizia.
Tenne la cartina aperta sul cruscotto del fuoristrada, e mise in moto.
Rise, una risata nervosa e quasi isterica, con gli occhi gonfi di lacrime, pensando alla sua prima necessità…prendere un vestito, un paio di scarpe…
Le sovvenne di Yvanov…di quella casa in mezzo ai pini, in Russia…
Si…probabilmente vi sarebbe andata, comunque fosse finita.
Lei, quella casa piccola, quell’uomo possente che l’amava…
Scosse la testa, asciugandosi le lacrime con il dorso della mano, arrossando le palpebre e gli zigomi, sconvolta ma viva.
Se era sopravissuta in quella tragedia, doveva esserci una ragione.
Ripensò a lui.

<..addio…>, disse mettendo in moto.

***

CAPITOLO SEI

 

Città di Darwin, Stato della Virginia,
Mercoledì 26 Giugno, Ore 10.45 Pm
Edith Koklus emerse dalla capanna con le mani in grembo.
Nonostante fosse estate da poco più di cinque giorni ed il tempo sembrava minacciare il contrario, le zanzare e i tafani, rendevano la permanenza accanto al
torrente, fastidiosa.
Gli sciami si alzavano soprattutto con la notte, e i fuochi allestiti per la preghiera non aiutavano certo a tenerli lontani.
I membri della missione, silenziosi ed efficaci, si muovevano come formiche, sistemando gli oggetti, preparando il rituale.
Presto, molto presto secondo le visioni di Aquila nascente, sarebbe giunto l’uomo.
Adesso capiva che Mulder era vicino, vicinissimo.
Occorreva donargli l’amuleto ed aspettare.
Il tempo stava mutando al peggio.
Avrebbe piovuto, forse quella notte, forse la mattina successiva.
Le donne della missione si disposero intorno al grande fuoco e la attesero.
Lei giunse con la camminata sicura, tranquilla, distaccata di sempre.
Regalò sorrisi e strinse qualche mano che si alzava, cercandola.
Si sedette, incrociando le gambe e indicando colei che chiedeva parola:

<…Aquila nascente…la luna è allo zenit…dobbiamo preparare l’amuleto…>

Lei annuì.
Aprì una piccola sacca di pelle, legata con un cordoncino rosso, dalla quale sbucava una penna di falco.
Gettò con cura il contenuto in una sabbia rossastra, che lei stessa aveva raccolto ai lati del torrente, prima che questo si gettasse a valle, per passare accanto alla segheria.
Sapeva dei soldati giunti a Darwin e dei fatti misteriosi di certe abitazioni, di persone scomparse…Ma la realtà le giungeva ovattata e lontana, come appartenesse ad un mondo parallelo.
I membri della setta non correvano alcun rischio, essendo considerati né più né meno che poveri fissati paranoici.
Sulla sabbia si depositarono frammenti d’osso levigato e liscio.
Si trattava di scaglie magiche, che alcune voci dicevano provenire da Geronimo in persona.
Di certo, avevano in se i simboli del cielo e della terra, delle acque e del fuoco.
Il rollare dei tamburi diede inizio al rito.
Le donne cantavano la nenia, senza fermarsi, mentre gli uomini, che sbucarono alle loro spalle, presero a battere sui tamburi con due dita, fissando le fiaccole all’interno della grande capanna.
Aquila nascente mescolò la sabbia alle ossa, l’acqua presa da una ciotola di terracotta, sino a formarne un impasto fangoso.
Guardò la più giovane delle donne che annuì.
Si tolse la casacca color marrone scuro ed abbassò il capo, scoprendosi la nuca dal folto capello nero corvino. Aveva poco più di dodici anni.

<…sia come è sempre stato…dall’alba dei tempi sino alla notte dei tempi, come sempre sarà…che la forza primordiale della vita, della natura, del cerchio delle acque e del cielo, scorra in questo amuleto…che conferisca la forza e la consapevolezza per ciò che è giusto, per ciò che deve essere, per la grande magia del popolo degli uomini…>

Ripeté la formula rituale tre volte, in lingua Urone.
Poi sollevò un grande coltello, d’osso di bisonte scolpito.
Lo porse alla donna alla sua destra.
Lei annuì.
Lo appoggiò alla nuca della ragazza incidendo con fermezza.
Lei serrò i denti, per non gridare.
Il petto nudo mostrava i disegni rituali.
Un fiotto di sangue le colò dal collo, depositandosi in una piccola ciotola.
Il coltello fu gettato nel fuoco.
Prese a diventare nero, sino a sembrare cenere.
La ragazza sollevò il viso. Due righe di lacrime le rigarono le guance, ma ugualmente sorrideva.
Aquila nascente prese con la punta delle dita i resti solidi delle ossa, gettandoli nel sangue.
Produssero un piccolo suono denso e corposo.
Li rimescolò con la punta della penna del falco, e sollevò la ciotola in alto, con le braccia tese, mentre la cantilena ebbe termine e i tamburi tacquero.

<…che il sangue puro di una vergine, crei a ciò che n’è privo…conferisca poteri magici a ciò che è semplice immagine..>

La ciotola era attraversata dalla luce calda e giallastra del fuoco, e sembrava pulsare d’anima propria.
La posò a terra, accanto all’impasto di sabbia e frammenti di poco prima.
Verso la coppa colma di sangue in un’altra d’acqua fresca.
Il sangue prese a sciogliersi dapprima lentamente, poi con celerità.
Cercò sul fondo con le dita.
Mostrò alle donne un piccolo talismano, che si era come creato per magia.
Raffigurava un animale a quattro zampe, dalla coda folta, simile ad un procione.
Ma, guardandolo da vicino, si poteva capire subito che si trattava di una volpe.
Una volpe color cenere.

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Livello di sicurezza 7, Palazzo del
Pentagono, Stato della Virginia,
Ore 00.04 Am, Giovedì 27 Giugno 2002
Faticava a respirare e nel farlo, avvertiva fitte alla bocca e al naso.
Il sangue le scendeva a fiotti, quasi avesse un rubinetto aperto, dal setto nasale, che Krycek aveva ridotto in frantumi.
Jean era svenuta due volte. In entrambe le occasioni, un getto d’acqua fredda in viso l’aveva riportata alla realtà, ma ogni volta era come se fosse più lontana, più assente da quella cella immersa sotto metri di cemento armato.
Un dolore simile, così cattivo e penetrante, che le trapassava il cranio, l’addome, il petto, non l’aveva mai provato.
Non era mai stata ferita in servizio, e la sola frattura se l’era procurata cadendo da cavallo all’età di dodici anni.
Si era spezzata due costole e ogni colpo di tosse od ogni movimento azzardato, erano diventati una piaga.
Ma un dolore come quello….
Grey aveva il viso pieno di sangue. Il naso era ridotto ad una poltiglia sanguinolenta, le erano stati spezzati tre denti, la mandibola era slogata, uno zigomo frantumato..
Aprì appena le palpebre, vedendo Krycek sudato ed eccitato.
Anche le mani di lui, erano rosse di sangue.
Si avvicinò, iniziando ad accarezzarle le gambe, per poi dirigersi deciso in mezzo ad esse.
Lei mugolò qualcosa, che Alex scambiò per un atavico gemito di piacere e prese a serrare e rilasciare la mano

<…sai che ti dico….? Che…mi piace l’idea che tu non abbia collaborato subito.. anzi…non farlo…mi stai eccitando da morire, così…>

Lei colse solo in parte il senso della frase.
Era come se avesse il cervello sotto ovatta, e che le orecchie fischiassero come locomotive.

<…le prendi sempre così…le tue…donne…brutto bastardo…>, smozzicò Jean.

Krycek la palpeggiò di brutto, sino a quando non ne percepì l’inumidirsi.
Ma Jean non provava piacere.
Semplicemente si era pisciata addosso dal male.
Lui smise di sorridere.

<..è questo quello che sai darmi ? >, scandì.

Serrò il tirapugni, ormai incrostato di sangue e carne.
Le sferrò un pugno tremendo, al seno.
Un roco grido di dolore, lancinante, si strozzò in Jean che, sputando saliva e sangue, svenne.
Krycek si massaggiò il braccio artificiale con lentezza, spossato dal pestaggio, con i brividi che l’arto fittizio gli regalava.
Tante volte, nelle notti irrequiete, minate dalla follia, aveva sentito ancora il braccio muoversi, formicolare…quasi che il cervello non si rassegnasse a quella perdita violenta ed irreparabile, aveva pensato a quel nome: Fox Mulder.
Era quella la ragione della sua lucidità, della sua follia, del suo dolore.
Nemmeno la droga che s’iniettava quotidianamente, aveva la capacità di fermare il suo delirio.
Si curvò sul braccio sano, mentre il sudore colava dalle tempie al viso, dalla testa al collo, ed il respiro diveniva affannoso.

<…ti troverò…non importa a quale prezzo…ma sarai mio…>, imprecò.

Jean ansimava, una sorta di rantolo dolente, simile all’esalazione dell’ultimo respiro.
Fu quella sorta di rumore roco e insopportabile a destare Krycek dalla propria follia.
La porta blindata si aprì.
Una coppia di soldati, con lo sguardo dapprima senza espressione, poi sempre più sconvolto per le condizioni del vice-direttore federale, entrarono, sistemandosi sugli attenti.

<…che volete ? >, smozzicò.

Uno dei due deglutì a fatica, regalandogli uno sguardo disgustato.

<…aveva…detto d’informarla…riguardo ad alcuni…sviluppi…"signore"…>

Krycek si tolse il tirapugni, gettandolo sul carrellino.
Produsse un suono metallico, tintinnante.

<…allora ? >, disse dopo aver bevuto con avidità.

< Rammenta la contaminazione a Fort Worth…bhè…è emersa una….cosa che il dottor Gale intende sottoporle…>

Annuì.
Si asciugò la fronte con la mano, e sulla soglia disse:

< Portatela nella cella numero 6….non ho più tempo per lei, adesso… Ci sono altre priorità…>

< Avvertiamo un medico ? >

Krycek sorrise. Il solito, sibillino ghigno omicida.

< Ho forse parlato di un dottore ? >

Rabbrividirono entrambi, nello scioglierla dai lacci e dalle manette e nel sollevarla per le braccia.
Il rantolo di Jean non diminuiva.
Anzi, man mano che la conducevano alla cella di detenzione, andava assumendo la tonalità di un grugnito che scaturiva dal centro del torace.
Il sangue le colava dalla faccia macchiando il pavimento, con gocce grosse come noci.
Probabilmente stava perdendo anche materia cerebrale dal setto nasale.
Il dolore…non c’era più.
Jean era lontana, adesso…fuori da quelle pareti di pietra, in uno spazio immenso.
Una vastissima prateria verde, rigogliosa, spazzata da un vento teso ma non fastidioso.
Era vestita da Navajo.
Sorrideva ad un uomo anziano, Albert Holsteen, che non aveva mai veduto che le conferiva assoluta calma e pace.
Sulla collina, il bisonte bianco pascolava placidamente.

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Luogo sconosciuto, Ore 04.00 Pm, stesso giorno

Lui arrivò, come sempre, per ultimo.
Chiuse alle proprie spalle la pesante porta di legno massiccio e spense la Morley.
La sala era vasta, elegante e sfarzosa, cosa che provocava in Smoking Man una sorta di repulsione.
Si trattava di un mondo lontano e che presto non sarebbe più contato nulla.

< Signori…desidererei sapere i motivi di questa…riunione d’emergenza… A quanto so, il Progetto è alla fase finale…siamo pronti per il conto alla rovescia..>

Nathaniel Grey si fissò le scarpe.

< ..ci sono delle novità…novità…preoccupanti…>

< Quali ? >, disse, frugandosi le tasche per trovare il pacchetto di sigarette.

<…Sembra che Dana Scully sia stata messa sulle tracce di Jeremiah Smith…>

< Smith è morto ! E per quel che riguarda Dana…stiamo provvedendo.. anche se fosse in grado di sfuggirci…che potrebbe fare da sola ? La cattureremo e la assimileremo al progetto…>

Un brusio di commento nella sala.
Trovò il pacchetto ma non l’accendino.
Uno dei membri dei dodici, alzò le spalle, irritato.

<…come mai non siamo stati informati del rituale ? >

Si accese la sigaretta, sorridendo.

< Non mi direte che cinquant’anni di lavoro e di sacrifici, possono essere messi alle corde da una stupida leggenda indiana, vero ? Andiamo, signori…siate seri…>

< Nessuno ha detto questo…>, mormorò un terzo individuo, come punto nel vivo,

<..ma…non abbiamo idea di dove sia andato Mulder…è come svanito… Una volta ultimata la dichiarazione di guerra alla Russia, Mulder ci occorre nel punto stabilito, o…>

Smoking Man aspirò con gusto la sigaretta.

< Lo troveranno ovunque sia…la regina ha un contatto psichico assoluto con Fox Mulder…non gli è accaduto nulla di serio o lo avrebbe sentito……personalmente…posso anche intuire ove si è diretto…>

< Che ne dice di spiegarlo anche a noi ? >

La frase lo infastidì, sensibilmente.

< Noto la solita….aria spezzante da parte di certi…elementi datati del gruppo…! A Darwin, naturalmente…dove ebbe per la prima volta il segnale ! Il contatto con la regina è stato stabilito proprio lì….lei lo attende…Non c’è nulla cui spaventarsi…>

<…che mi dite del coinvolgimento dell’FBI…>, fece il terzo uomo.

< ..pare che sua figlia…si sia attivata per cercare Mulder…certo in collaborazione che l’agente Scully ! >

Nat scosse la testa.

< Non posso…che confermare quanto avete scoperto…ma in questo caso il nostro collega ha ragione: il piano è allo stadio finale…Anche se mia figlia riuscisse a trovare Mulder…non sarebbe in grado di fermarlo ! >

< Abbiamo già…provveduto a neutralizzare il problema Jean Grey ! >, disse sibillino, Smoking Man.

Nat rabbrividì.

< Di che cosa parli ? Non sapevo…di questo…sviluppo ! >

< Non ho fatto uccidere tua figlia, Nat ! Ti sono amico…>, posò la sua mano fredda sulla spalla destra del generale Grey, che per la prima volta dopo decenni, avvertì una indecifrabile sensazione.

La medesima sensazione che William Mulder e Bill Scully avevano captato molto prima.

<…è al sicuro…Al momento opportuno convertiremo anche lei.. >

Sorrise. Un sorriso nascosto dal fumo della sigaretta, acre e falso.
Nat s’irrigidì.

< Se scopro che le avete fatto del male….io…>

< Tu cosa ? >

La minaccia suonò cupa e solenne, con il potere di zittirlo.
Cercò le parole lentamente.

<…è mia figlia…la mia bambina…>

Non temette di diventare patetico o ridicolo.
Era quel che pensava.
Ciò che sentiva dentro di se.

< So come puoi sentirti…io stesso ho sacrificato mio figlio…per forgiarlo nell’essere più completo dell’universo…Credi che sia stato facile per me ? Ho basato…>

Si rivolse a tutti, guardandoli.

< ..Abbiamo basato decenni di speranze in lui…e ci sta ripagando…come a suo tempo ci ripagò Samantha…>

Nathaniel Grey socchiuse le palpebre.
Per la prima volta aveva capito…capito che William Mulder aveva ragione.
Ragione su tutto.

***

CAPITOLO SETTE

 

Strada statale 616, presso Fort Worth,
Stato del Texas, Ore 04.55 Am,
Venerdì 28 Giugno 2002
Il vento giungeva da Ovest.
Le folate spazzavano la desolata piana deserta, sollevando turbini di polvere rossastra, mentre la pioggia sferzava il terreno e rombava nell’aria.
Il deserto era gelido, quella mattina.
Ad est, la montagna erosa da millenni di vento e granelli di sabbia, sembrava scomparire fra la massa rotolante della pioggia fittissima.
La strada, sembrava un cicatrice profonda, che fendeva la vallata da Nord a Sud.
Sul lato destro della strada, un grosso TIR era parcheggiato con le ruote fuori della carreggiata, a cinquanta metri dalla ferrovia.
Si udiva il suono persistente del passaggio a livello incustodito, e l’uomo a bordo del camion, bevve un sorso abbondante di birra.
Si alzò il cappello grigio topo, da texano, e fissò l’orizzonte, carico di nuvole dense come melassa e scure come inchiostro di china.
Accanto a lui, quasi appiccicata allo sportello, una donna dai lunghi capelli castani.
Portava un paio d’occhiali spessi e dalla montatura chiara, mangiucchiando il cappuccio di una bic.
Un lampo irradiò la sua potenza nel cielo, e per un istante il deserto divenne splendido e lunare, sotto la luce violenta e spettrale della scarica.
Il camion aveva tutte le luci spente, e sembrava in attesa.

<..sono in ritardo…>, mormorò la dottoressa Gale, più a se stessa che al conducente.

Kathy Gale era impaziente, come sempre quando doveva aspettare.
Il suo lavoro di dottoressa biologo-genetica, la impegnava spesso nell’arte di attendere, ma ora quel silenzio, accanto a quell’uomo rozzo e tardo, nel nulla del deserto, le infondeva vacuità e paura.
Mordicchiò il tappo della biro, mentre l’uomo le regalava occhiate furtive e laide.
Puntò i piedi sul cruscotto, sbuffando.
Alla fine, dopo un tempo infinito, apparve all’orizzonte un piccolo punto luminoso.
Man mano che si avvicinava, la luce diventava crescente, divenendo alla fine una sequenza multicolore delle luci di un’autoambulanza.
Gale abbassò le gambe, si lisciò i pantaloni e deglutì, sentendo il cuore battere a mille.

<…svolti per il sentiero…presto…>, ordinò decisa.

Il TIR tossì qualcosa, rombando e mettendosi in moto.
Proseguì per qualche centinaio di metri, sino a svoltare da lato del segnale d’incrocio ferroviario, di fatto costeggiando la ferrovia.
L’autoambulanza alle loro spalle, le luci ora spente, il motore al minimo.
Il paesaggio mutò dopo una decina di minuti.
Alle spalle di una piccola collinetta di terra battuta, di colore rossastro, sopra la quale avevano iniziato a crescere piccoli ciuffi di gramigna, uno dei binari della ferrovia svoltava a destra, svanendo dietro ad essa.
Il TIR percorse il sentiero, divenuto solo un’esile traccia di terra battuta, costeggiando i binari.
Giunsero ad un cancello di rete metallica, con stampato sopra, su due cartelli rossi, la scritta: DANGER. RADIOACTIVE DEPOSIT. DO NOT CROSS.
Gale scese, anzi balzò lestamente dal cassone e infilò la propria scheda magnetica in un lettore sistemato su una colonnina che spuntava dal terreno fangoso.
La pioggia le sferzava i capelli, ma non ci badò.
Il cancello gemette sfrigolando sui cardini e si aprì.
Il TIR entrò a passo d’uomo, seguito dall’ambulanza.
Arrivarono in uno spiazzo dominato da un vagone senza insegne né scritte, con la portiera chiusa, ed un grande parabolone issato sul tetto.
Il TIR fece manovra, sistemandosi con il cassone verso il vagone, l’ambulanza al suo fianco, sul lato sinistro.
Gale non riusciva a deglutire. L’emozione, l’ansia, il desiderio di vedere la aggredivano.
Il camionista aprì il cassone, fece scendere la piattaforma metallica e scaricò due casse sigillate.

< Le carichi sul vagone…e faccia presto ! >

Parlò calzandosi la mascherina davanti al volto e dopo un cenno di saluto ai due infermieri, che per la verità erano due soldati in uniforme, indicò loro di aprire il portellone posteriore.
Salì, chiudendoselo alle spalle e fissando il corpo steso sulla barella speciale.
Era…enorme..
Più di due metri, senza dubbio.
Dita ossute, lunghe…Tolse con un gesto rapido e deciso il lenzuolo che lo copriva, attenta a non togliere il boccale d’ossigeno.
Gale non seppe trattenere le lacrime…le scesero luccicanti e spesse, mescolandosi con la pioggia che le aveva bagnato la faccia.
Si passò il palmo sul viso, sospirando.
Il corpo era immobilizzato da lacci possenti, cinghie strette e robuste, ancorate su quella sorta di barella enorme.
Arti piccoli, ma robusti, almeno quattro oltre alle braccia.
Il seno della donna era svanito, assorbito da una sorta di addome massiccio e corazzato.
Il cranio oblungo, glabro, occhi neri come la pece, di una profondità vacua e terrificante.
Le labbra erano appena carnose, velate da un tenue riflesso di sangue verdastro, tanto da sembrare ancora umane.
Ma gli occhi…Gale credette di annegare in quegli occhi, se si fosse fermata un istante in più a guardarci dentro.

< Sei…sei stupenda…meravigliosa…>, annaspò, chinandosi su di lei.

La regina, quella regina non programmata dall’Enclave, mosse appena il capo, guardandola.
L’ultimo ricordo coerente, fu quello della donna…la donna dai capelli rossi che si era recata a farle visita, con lei sulla sedia a rotelle…in quella che era la sua casa…quella donna era sua figlia…Dana…
Cassandra Spender emise una sorta di gorgoglio asmatico, e la dottoressa Gale si chinò per sentirla.

<…D…h…a..n…a…>, smozzicò.

Gale le accarezzò il viso, con le dita tremanti.
Intorno a lei le operazioni per custodire quell’ibrido alieno umano, procedevano celermente.

---

Motel Higway, Strada statale 257, Stato della Virginia, chilometro 201,
Ore 03.00 Am, Venerdì 24 Giugno
Accadeva spesso.
Ormai tanto frequentemente da non esser più nemmeno una sorpresa.
La realtà svaniva, quasi come un tratto di gesso su di una lavagna scura.
Ecco…una lavagna buia…questa era diventata la realtà per Frank Black.
Tecnicamente era definita massa estranea encefalica, di tipo tumorale.
Una bella parafrasi per definire un cancro al cervello.
L’aveva scoperto quel 15 Ottobre, due anni prima..al Medical Center di Scranton, nella Pennsylvania..
Le cose iniziano così…diceva sempre un suo collega d’accademia.
Uno è in un ospedale…coglie la palla al balzo perché da diverse settimane sente un cerchio alla testa…si fa una TAC…e salta fuori che ha poco da campare…
L’operazione era tecnicamente difficile, ma possibile, allora.
Ma Frank l’aveva sempre rifiutata.
Era certo, una parte di lui sapeva, che se si fosse fatto tagliare il tumore, avrebbe perduto per sempre…la propria "voce".
E da quando aveva conosciuto Mulder, Scully e Cassandra…
Inizialmente quella sorta di mosaico astratto, non si era ancora del tutto composto nella sua mente.
Ma giorno dopo giorno, tassello dopo tassello, ecco che prendeva forma, senso, acquisiva massa, potremmo dire.
Il rituale…Albert Holsteen che in qualche modo aveva chiamato sia lui che una donna, chiamata Aquila nascente..
Tasselli….tanti e troppi, che spesso rischiavano di fargli perdere la sanità mentale, che minavano il funzionare silenzioso e perfetto del cervello.
Si era chiesto quale santo protettore l’avesse scortato sino a li, nelle sue condizioni..
Guidare era pericoloso…avrebbe potuto fare un bel frontale con un TIR e buona notte alla salvezza del cerchio di acque sulla Terra…
Ma evidentemente.."qualcuno" non lo voleva.
"Qualcuno" lo guidava.
Il dono…il suo dono, la sua capacità…
Aveva letto decine di libri sull’argomento.
Psicologi, presunti veggenti con poteri E.S.P.
Tutti convinti della bellezza del dono.
Bugie, lo sapeva benissimo.
Come quelle balle scritte da Edith Homework, che aveva scritto due best sellers sull’argomento, ed aveva predetto la morte di J.J.Kennedy…
Cazzate…non sapeva come erano uscite, ma tali erano…solenni cazzate.
Nessuno che realmente possedesse quella facoltà del cazzo, poteva starsene con il culo sulla sedia a scrivere un libro.
Ora questo era diventato realtà anche per Frank.
Da quando Cassandra si era messa in contatto con lui, era come se fosse rinato, percependo per la prima volta le enormi, immense potenzialità che possedeva.
Forse erano viaggiate, su una sorta di autostrada invisibile, sino a fondersi con quelle di Albert, o forse…forse esisteva davvero un destino, un rituale scritto per ognuno di loro, da quando erano nati così..
Comunque sia, quelle voci, quei suoni che prima erano tiepidi bisbigli, adesso erano versi di tigre. Una tigre famelica, apparsa a Mulder in sogno anni prima, che spiccava il balzo.
Urla di bambini, lo strazio dell’umanità ridotta a merce, una mercanzia fagocitata da creature orrende.
Frank si girò nello scomodo letto del motel.
Presto sarebbe ripartito.
Altra strada, ma poca, adesso..
Aveva guidato con lentezza, poiché tutto doveva andare in un certo ordine…
Uno solo, solo quello. Non capiva il perché, ma sentiva che così era.
E che un solo gesto avrebbe potuto fermare l’Apocalisse.
L’Apocalisse, che il gruppo Millennium aveva predetto tante e tante volte…presto sarebbe arrivata…
O forse…forse in quelle strade del cielo, oscure e misteriose, era stato scritto qualcosa di diverso.

***

CAPITOLO OTTO

 

Città di Darwin, Stato della Virginia,
Ore 08.34 Pm, Mercoledì 26 Giugno 2002

<…ho sete…>

La voce impastata di sangue di Mulder, si udì appena, quasi coperta dal borbottio sommesso del motore Audi.
Si era appoggiato al finestrino, e la tosse, che gli faceva rigettare sangue, si era un poco calmata.
Truelove gli porse una borraccia colma d’acqua fresca, che Fox bevve avidamente.
La ripose accanto alla leva del cambio, deciso a non berci per nessuna ragione al mondo.
Ora che la strada proseguiva in discesa, lo sceriffo iniziò a domandarsi quanto fosse stato azzardato portare Mulder con lui.
Di certo quello sconosciuto aveva una qualche forma di malattia, magari era anche contagiosa e si stava scavando la fossa come uno scemo, solo per non averci riflettuto abbastanza.
Ma da quando aveva visto suo figlia e sua nipote ridotte così…pensare era difficile.
Pensare in modo razionale.

<…no sono contagioso…sceriffo…>, borbottò Mulder.

Truelove gli gettò un’occhiata.

< Lo dici tu..comunque…non appena arriveremo al capanno, ognuno per se e Dio per tutti…..ho già i miei problemi…>

Fox voltò appena la testa.
Sul retro dell’auto, una massa compatta, sotto le coperte, che si muoveva appena.

<…non avrà portato con se…i bozzoli, vero ? >

Lo sceriffo alzò le spalle.

< Riposi..stia tranquillo…Non ho alcun’intenzione di vederla crepare in macchina..>

Mulder tossì un poco, rigettando ancora un grumo di sangue.
Gli occhi erano completamente neri, e si stavano deformando, divenendo sempre più grandi ed allungati.

<…deve eliminarli adesso…subito….o la uccideranno…>

Truelove fermò la macchina.
Il ruscello in quel punto, formava una sorta d’isolotto naturale, piccolo, coperto dalla vegetazione.
Nascosto al centro di esso, un capanno per la caccia alle oche, mimetizzato fra i giunchi e l’erba alta, nel quale i cacciatori attendevano il momento propizio per sparare.

< Sloggi…! Signor…come cazzo si chiama ! Se dice un’altra parola, la getto nel fiume..>

Mulder barcollò giù dalla portiera.
Stava molto meglio, adesso, ma era pur sempre debolissimo e quasi sul punto di svenire.

<…non può farlo..! Niente può curarli…ho seguito decine di casi come questo… sono condannati…>

Truelove lo afferrò per la maglietta, gettandolo contro un vecchio tronco semi crollato, ad un paio di passi dall’auto.

< Zitto ! E’ di mia figlia e di mia nipote che stai parlando, stronzo ! Chi cazzo ti credi di essere per…>

Udirono una sorta di rumore secco, come di un guscio che andava rompendosi.
Truelove si voltò, puntando deciso verso la macchina.
Mulder gli afferrò una caviglia, stringendola e sbilanciandolo.

< Stia qui…fermo…>, implorò.

Truelove scalciò, colpendolo alla testa e spingendolo via.

< Ti ammazzo, maledetto…>, urlò, puntando la calibro nove verso Mulder.

< …stanno diventando alieni…larve…di un processo superiore…>

< Sei pazzo…solo un povero pazzo schifoso ! >

Il suono dello scatto dell’otturatore si udì per un istante.
Poi Truelove si girò, con gli occhi sbarrati, la bocca aperta, paralizzato dal terrore.
Vedeva bene l’abitacolo dell’Audi, che era illuminato dalla lucetta interna.
Due figure, quasi partorite dalla mente di un folle, si agitavano all’interno.
Assomigliavano ad insetti mal cresciuti, a draghi di certe favole fantasy, un misto di fantasia ed orrore…
Si dibattevano in una lotta inumana, mordendosi, divorandosi, spinte da una fame atavica, incontrollabile.
Truelove camminò loro incontro, la pistola sul fianco, gli occhi persi nel delirio della follia.

< ..sceriffo…no…>, implorò Mulder.

Truelove si fermò accanto al finestrino posteriore.
Vedeva la lotta animalesca delle due creature e mormorò:

<…figlia mia….Kim…>

Fox si rimise in piedi.
Vide il lunotto dell’Audi andare in frantumi ed una sorta di drago esapode, balzare fuori come spinto da una molla ed avventarsi sullo sceriffo.
Si guardò attorno.
Fra la boscaglia, un legno appuntito, acuminato come un paletto piantato all’inverso, che emergeva da un cespuglio.
Lo afferrò, serrando i denti.
Le ultime ciocche di capelli caddero, lasciandolo totalmente calvo.
Truelove urlava, mentre artigli possenti e acuminati, gli penetravano nel petto.
Utilizzando tutte le forze che possedeva, Mulder estrasse il legno appuntito, sollevandolo sopra il capo come una sorta di lancia medioevale.
San Giorgio ed il drago..
Avanzò sino a trovarsi sopra i corpi in lotta, l’alieno sopra Truelove, che resisteva sempre più debolmente.
Mirò al centro della nuca del mostro.
Lanciò un grido, espirando con tutti i polmoni, per dar forza maggiore al colpo.
Ugualmente risultò debole, quanto uno sferrato da Scully, ma ottenne lo scopo.
Gli perforò parte della corazza chitinosa che lo copriva, trapassandogli la nuca e fuoriuscendo dallo sterno.
L’alieno si voltò, colpendolo con una zampa sulla gamba, gettandolo a terra.
Mugolò qualcosa, una sorta di urlo, poi ricadde bocconi, muovendosi a scatti.
Nell’Audi, uno scatto secco. Una sagoma mostruosa scivolò fuori dell’abitacolo, svanendo nella boscaglia.
Truelove si alzò.
Il petto un lago di sangue, una ferita profonda, al centro dello sterno, che pulsava…
calore e un tremito alle mani…ma era vivo.
Quella sorta di manichino ossuto che era adesso Mulder, gli aveva salvato la vita.
Fox era nell’erba, respirava a fatica, con un rantolo profondo.
Truelove si chinò su di lui.

<…in nome di…Dio..ma cosa….>, smozzicò.

La voce di Fox uscì lenta come un sospiro.

< ..dobbiamo fuggire…andar via…prima che ci trovi…>

Truelove riprese di colpo la lucidità. Fu come un lampo.
Vide l’Audi con la coda dell’occhio e puntò deciso verso la vettura.
L’interno era devastato.
Il volante era sfondato, il cruscotto sventrato in due, la leva del cambio divelta.

< Cazzo…non andremo da nessuna parte con questa…>, mormorò esausto.

Udì il suono di qualcosa che si muoveva fra l’erba alta e un gelo di terrore s’impadronì di lui.
Tornò verso Mulder.
Lo sollevò come un padre alza un figlio malato, evitando di guardarsi alle spalle, udendo il suono agghiacciante dell’acido che corrodeva ciò che un tempo era sua figlia o sua nipote, chissà…
Sapeva il punto giusto del guado.
Con la luna alta, il fiume era attraversabile.
Anche da due che sembravano usciti da una battaglia medioevale.
Fox girò appena il capo, sussurrando:

<….adesso mi credi…Scully ? >

Lui annuì, senza capire.

---

Statale 66, presso Mineral Wells, Stato del Texas,
Ore 01.48 Pm, Giovedì 27 Giugno 2002
La pioggia calava d’intensità, man mano che il Cherockee condotto da Scully, si dirigeva verso Fort Worth.
Lei tremava da quando era fuggita, per via del freddo e dell’umidità.
Le dita dei piedi erano bluastre.
L’insegna illuminata di un grosso negozio sportivo brillava sulla carreggiata opposta alla sua, quella che ritornava verso Abilene, verso quel motel, verso il corpo maciullato di Yvanov e di Jeremiah Smith…
Socchiuse le palpebre.
Si fermò sul lato destro della strada, con le due ruote del fianco sinistro fuori della carreggiata e scese.
Le auto che sfrecciavano lungo la 66 sollevavano cumuli d’acqua nebulosa, polverizzata, che vorticava impazzita, bagnandola del tutto.
La camicia le aderiva addosso come un indumento sexy e stuzzicante, ma in Dana tutto ciò provocava solo freddo ed imbarazzo.
Aveva spento la radio, circa dieci minuti prima.
Il notiziario era stato occupato quasi intieramente da interviste ad uomini politici americani, da Carter a Kissinger, sino a misconosciuti senatori dei vari stati, circa quanto si stava profilando.
Le truppe americane erano state mosse verso il confine dell’Alaska, quelle in Europa, nella vari basi NATO dislocate sul confine con l’ex cortina di ferro, pronte all’azione…Ma nonostante tutto, la gente faticava a crederci.
Sembrava che tutto sarebbe rientrato, magari un istante prima dell’ultimo codice di lancio …
Certo. Certo che tutto sarebbe rientrato. Ma l’umanità non ne avrebbe tratto un sospiro di sollievo.
Si sarebbe svegliata con un cerchio alla testa, ed una nuova forma di vita dominante.
Solo in coda al notiziario, aveva sentito lo speaker affermare:

"..notizie dall’interno, ora…presso Abilene, nello stato del Texas, sembra essersi consumata una sorta di massacro. In un motel lungo la 66, sono stati rinvenuti un numero imprecisato di cadaveri. Alcune fonti parlano di tre, forse cinque vittime, ridotto in modo orrendo. Pare che la polizia dello stato stia ricercando un agente federale, che avrebbe pernottato nel motel in questione. L’FBI ha immediatamente diffuso un comunicato, secondo il quale non esistono collegamenti diretti fra questo agente, una donna, ed il massacro effettuato nel motel…"

Aveva sorriso. Per fortuna non la incolpavano anche di questo, pensò.
Ma le ricerche erano blande. Aveva visto poche auto della polizia sfrecciare lungo la 66, e ritenne che fosse per via dello stato d’emergenza nazionale, che collocava le forze dell’ordine dei vari stati, sotto altra giurisdizione.
Non sapeva cosa era accaduto al motel.
Le forze della polizia arrivarono intorno alle ore undici e quaranta.
Isolarono le stanze e la hall con del nastro giallo, e si dispersero per allontanare i curiosi.
Quando entrarono nella stanza numero 140, il sangue di molti poliziotti si gelò.
A terra delle chiazze di un denso liquido verde, quasi del tutto coagulato.
Segni di bossoli e di colluttazione.
Un acuminato pugnale dal manico cilindrico al centro di una pozza, un secondo che era rotolato sotto il letto.
Nella hall, lo sceriffo di Abilene, era entrato e per poco non si era sentito male.
Il corpo di quello che era il proprietario del motel, era ridotto ad uno scheletro semi divorato.
Gli mancava parte del torso, e gli arti erano strappati dallo scheletro.
Nel parcheggio, una buona mezz’ora dopo l’arrivo delle forze di polizia e durante le ispezioni alle auto in sosta, era stato trovato un altro cadavere.
Era un corpo massiccio, privo di braccia e gambe, con il torso dilaniato e in parte divorato.

< Gesù santissimo…> aveva biascicato lo sceriffo.

Lo sciamare degli uomini in divisa aveva attirato i camionisti, la povera Edna che era ancora all’oscuro della sorte del marito, ma che iniziava a preoccuparsi, il vecchio con il cappello texano sporco di grasso ed olio, che era il padre di Edna…
L’auto blu arrivò verso le dodici e un quarto, quando il lavoro degli agenti si era fatto meno caotico, e la lista dei testimoni era stata redatta e trascritta.
Scese un sobrio personaggio robusto, che si sistemò il nodo della cravatta e mostrò ad un paio di agenti il distintivo dell’FBI.

< Debbo parlare con lo sceriffo…..>, mormorò tranquillo.

Gli fu indicato dove, e si fece largo fra la folla immersa in commenti sottili e disparati, Edna che era in lacrime, appoggiata alla pompa uno del distributore, percorrendo il sentiero di sassi bianchi, sino ad arrivare al motel.
Lo sceriffo scribacchiava qualcosa sul notes, e si voltò, guardando l’agente federale con aria neutra.

< Sceriffo ? Mi chiamo Fox Mulder….sono un agente dell’FBI…>, disse lo sconosciuto, mostrando un tesserino federale.

Lo sceriffo chiuse il notes e lo ripose nella tasca interna della giacca.
Porse la mano e la ritrasse, dato che "Fox Mulder" non lo aveva degnato di uno sguardo.

< Da quanto sono qui i suoi uomini ? >

< Da circa una quarantina di minuti…L’FBI è al corrente di qualcosa che ci è precluso, agente Mulder ? >

Lui s’infilò le mani nelle tasche, appoggiandosi ad una delle pareti esterne del motel, mentre la pioggia cadeva battente e lavava via ogni traccia di sangue.
Dal parcheggio esso sembrava un fiumiciattolo rosso che scendeva placido nello scarico.

< Sicurezza nazionale ! Voglio tutti i dati che i suoi uomini potranno raccogliere, ogni prova, ogni testimonianza…>

Lo sceriffo aggrottò la fronte, perplesso.

< ….intende dire che devo lavorare come una sorta di…galoppino per l’FBI… Passarvi ogni risultato d’indagine, per…>

< Stiamo cercando dei nemici ! Russi che testano un’arma biochimica… di più non posso dirle…>

Lo sceriffo scosse la testa.
Faceva quel lavoro da quasi venticinque anni. E qualsiasi cosa le stesse raccontando quell’agente "Mulder", si vedeva lontano un miglio fottuto, che era falsa.
Lui lo guardò, sorridente.

< Vuole telefonare all’FBI di Dallas, per avere chiarimenti, sceriffo ? >, disse sarcastico.

< Ci può scommettere, damerino da strapazzo ! Lei sarà anche un agente speciale dell’FBI, ma non è il Padreterno…>

Si allontanò, bestemmiando.
"Fox Mulder" si sollevò il bavero della giacca, allontanandosi un poco, arrivando al limite della tettoia che lo proteggeva appena dal diluvio.
Prese il cellulare e digitò il numero, aspettando.

<…signore…>, disse con lentezza.

< Si…>

< Ci sono degli sviluppi nuovi…Jeremiah Smith è stato eliminato da uno di noi.. Sono al motel…evidentemente era uno dei luoghi dell’incontro…>

Smoking Man spense la Morley.

< E Dana Scully ? E’ stata uccisa…? Vi avevo pregato di lasciarla incolume..>

< L’agente Scully non è qui….non sento il suo odore…credo sia..fuggita… forse è al luogo convenuto per quella sorta di..astruso rituale indiano…>

< Trovatela…e cercate di catturarla viva…Non voglio le sia fatto del male… a meno che non sia in pericolo il Progetto….capito ? >

< Sì signore ! La troveremo…piuttosto dovrebbe intercedere per me qui all’FBI di Dallas…debbo cancellare ogni prova ed occuparmi personalmente del problema Scully ! >

< Considera la cosa già fatta…attendo notizie ! >

Richiuse il cellulare e fece un debole sorriso.
Aveva già sentito l’odore di Scully…sapeva dove era diretta.
E Scully, adesso, era diretta all’emporio sportivo.
Aveva la carta di credito, che non aveva usato per tutto il viaggio, nel portafogli.
Era imprudente, ma era anche il solo modo per non andarsene in giro mezza nuda sotto la pioggia.
Aprì la porta dopo aver preso fiato.
L’emporio era carino e colmo d’oggetti sportivi, sistemati con cura.
Al banco, un anziano e smilzo personaggio, chiamato Barney Wilcocx.
Barney ha settantuno anni.
Ha sempre fatto il negoziante, e credeva di averne vedute di cose strambe e curiose nella vita.
Una volta aveva veduto una suora cattolica comperare delle calze a rete e una guepiere…
Ma adesso il fiato gli si blocca in gola e per un pelo non gli viene un infarto.
Vede quella donna bagnata, nuda, con indosso solo una camicia larga e mezza strappata, sporca, che entra nel suo negozio a piedi nudi, i capelli bagnati ed il viso sofferente e spiritato.
Stava provando un guanto da baseball, che secondo Teddy Smith, ragazzo di quattordici anni, era scucito sul lato destro…
La madre di Teddy si voltò, non appena sentì il campanello dell’ingresso trillare.
E’ una donna sui quarantacinque, bisbetica e pettegola.
Barney la stava sopportando da quando era entrata, dato che non ha fatto altro che lamentarsi in continuazione per il guanto e giacché l’emporio dovrebbe sincerarsi della qualità di ciò che vende.
Ha parlato e parlato, senza fermarsi un istante…ma adesso si zittisce.
Dana tentò una smorfia sorridente, ma riuscì solo a strappare un commento entusiasta a Teddy:

< Cazzo che schianto ! >, disse il ragazzino, voltandosi e sorridendo.

Joenne, la madre di Teddy, rabbrividì.
Afferrò il ragazzino per le spalle e con una rapidità sensazionale, le posò la mano aperta sul viso, coprendogli gli occhi e privandolo così dello spettacolo del seno bagnato e visibile di Scully, della sua ombra scura fra le gambe e del suo viso, comico e tremante.

< E’ una vergogna…! >

La frase le uscì di botto, nitida come una sentenza, e prelevando il guanto da baseball dalle mani del vecchio Barney, spinse il ragazzino verso l’uscita.

< Che schifo ! Chissà dove andremo a finire, se continuiamo così ! >, commentò, quasi urlando nelle orecchie della povera Scully.

Dana si appiattì contro un manichino che indossava un completo da football, e tentò di schiarirsi la voce.
Joenne aprì la porta, e Teddy, riuscendo finalmente a liberarsi della stretta materna, gettò uno sguardo sul culetto bagnato di Scully, dipinto sotto la camicia come un’opera d’arte.

<…una tuta…>

Le parole per Scully uscirono tremanti e imbarazzate, evitando di voltarsi a guardare il ragazzo che sorrideva beato alle sue spalle.
Barney le indicò la sinistra con la mano, sempre senza parole, evitando di guardarle le forme e quando questo divenne inevitabile, un timido sorriso si disegnò sul suo volto.
Dana porse la carta di credito con la punta delle dita, desiderando di scomparire sotto il bancone.

< …non poteva proprio aspettare, vero ? >, mormorò divertito.

Lei annuì, serrando le gambe con un istinto di difesa infantile.

<..bhè…direi di si…>, smozzicò.

***

CAPITOLO NOVE

 

Città di Darwin, Stato della Virginia,
Ore 10.34 Pm, Mercoledì 26 Giugno 2002
Il capanno era immerso nella vegetazione alta e fitta del fiume.
Vi si accedeva da una minuscola stradina in terra battuta, appena visibile, spostando canneti e alte frasche di pruni, rami ed erbaccia incolta.
Mulder ansimava ritmicamente.
Al pari di Truelove era bagnato da capo a piedi, essendo il guado piuttosto impegnativo per entrambi, date le loro condizioni.
Truelove avvertiva il sangue scorrere lentamente, in parte cicatrizzato dall’acqua gelida, ma ad ogni movimento sapeva che la ferita si sarebbe riaperta.
Arrivarono all’isolotto come Robinson Crusoe era giunto all’isola dell’esilio.
Alle loro spalle, un verso gutturale, appena udibile, che svanì del tutto.
Per una qualche ragione, Fox era convinto che il posto che tanto lo chiamava a se, fosse lì vicino, forse proprio in quel capanno di legno, da tetto inclinato per resistere alle piogge autunnali..
Rammentò già quel capanno.
Probabilmente papà lo aveva portato lì da bambino, per vedere le oche alzarsi in volo..
Poi il ricordo arrivò, di nuovo.
Crebbe dentro Fox Mulder come il chiarore intenso dell’alba, la mattina.
Nacque da un punto indefinito posto al centro di quello che è il nostro universo interiore, il nostro io..
Un luogo vitale ed indefinito, senza dimensioni né spazio, che la nostra mente concepisce di rado, al primo risveglio.
Non c’è possibile focalizzarlo, spiegarlo correttamente.
Non possiede alcuna dimensione reale, definita, logica.
Eppure contempla tutto ciò che siamo: il nostro carattere, la nostra esistenza, la percezione degli altri e dei nostri sentimenti…
Scorre lento e placido, come un fiume perenne, scavando ed erodendo le fondamenta di ciò che siamo, di ciò che diventeremo.
Fu una luce fioca, azzurra, come una tremante fiammella nel vuoto cupo del nulla.
Poi alimentata da se stessa, crebbe, sino a divenire un chiarore palpabile.
La sua mente eccezionale, la percepiva.
Era la luce della ragione, che solo apparentemente contrastava con la propria ricerca, con le verità disperatamente inseguite da Mulder.
Eccola la verità che aveva sempre inseguito, che lo aveva spinto oltre il ciglio della follia, nel baratro del nulla..
Spesso aveva camminato sull’orlo di quel precipizio, e solo lei, solo Dana era riuscita ad impedire la sua caduta…ma adesso il destino si era compiuto.
Era precipitato in quel nero, vuoto baratro, nel quale più d’ogni altro temeva di cadere, certo che avrebbe perduto ogni possibilità di trovare Samantha, di capire la verità….ed invece…
Invece dal fondo di quella follia che gli allagava la mente, dal quel nulla fatto d’idee caotiche e pensieri sconnessi, l’aveva ritrovata.
Era lei l’alieno femminile che lo chiamava, continuamente…
Rammentò il gusto del bacio dato a Scully quand’erano bambini, l’inseguire Samantha sotto la quercia di casa, lei che cadeva e si feriva ad un braccio…quel sangue alieno, verde e sibilante…
Lui e Dana che spiavano sulla veranda, in equilibrio precario, i dottori armeggiare attorno a Samantha.
L’uomo che fuma che li aveva visti spiare…
E poi c’era il lago…c’era la casa a Quonochountag.
Dana arrabbiata con lui.. Era sbucato da dietro una siepe, spaventandola, e lei era caduta con il sedere per terra..
Non l’avrebbe più rivista sino a quando non si sarebbe presentata a lui come "l’agente speciale Dana Scully ", tanti anni dopo.
Ma allora lui rideva, le mani sulle gambe, piegato in due, lei a terra, gli occhi accesi dalla sfida, il rossore imbarazzato sul viso.
Si era alzato per colpirlo. Ne era capace, sempre in grado di dar testa ai maschi…perciò l’amava, no ?

< Lascia stare Fox …Dana …e non gridare…papà sta discutendo di cose importanti..fai solo chiasso e basta…>

Era la voce di Margaret Scully…la voce della mamma di Dana.
Si sarebbero inseguiti per un po’, poi sarebbero rientrati nella casa di Quonochountag, e sotto lo sguardo allucinato di mamma e della signora Scully, li avrebbero portati via.
Così, con aria amichevole, come se stessero portandoli a prendere un gelato, o al Luna Park…Sì…un bel Luna Park, con le giostre e le montagne russe..
Montagne russe dalla luce intensa, che feriva le pupille. Via…
Via sotto quella luce intensa, su quel tavolo scomodo, con quegli elettrodi nel cervello...elettrodi appiccicati alle tempie con una disgustosa sostanza densa…

< ….cancelleremo la loro memoria….a questo punto dell’esperimento diventa inevitabile…>

<…no…non fate male a Dana…per favore…>, pianse

<…non fate del male a Dana….>, ripeteva.

Poi la luce azzurra, l’odore acre e tremendo di bruciato nel palato…era il suo cervello che bruciava, maledizione…il tuo e quello di Dana…il cervello di due bambini
d’undici anni…solo perché a quel punto l’esperimento, il "progetto" lo richiedeva.
Il loro corpi che tremavano, scossi da una sferzata dolorosa d’elettricità, un dolore orrendo, con i dottori che li guardavano con occhi vitrei, pupille fisse, piene d’indifferenza.
( Ma come possono essere indifferenti, con due bambini percorsi da elettricità nella testa ? )
Occhi non diversi da quelli che tanto ti hanno spaventato, le tante e troppe volte nelle quali sono venuti da te…da Samantha.
Ora rammenti tutto, con il dolore che ti spacca la testa, ma che fa riemergere l’ultimo dei ricordi. Il processo si ripete ma all’inverso…adesso ricordi, prendi a ricordare ogni cosa, ogni particolare.
L’alieno accanto all’albero di Natale.
Fra le mani una luce…una pallina.
Una palla da baseball…ecco cosa aveva fra le mani…
Ecco cosa devi trovare.
DEVI.
La troverai…e quando la troverai, Fox, troverai il contatto con lei.
Con tua sorella.
Capisci questo e mille altre cose non dette.
Capisci che quando ti risvegliavi dalle sedute di ipnosi dal dottor Werber, c’era un acre odore di tabacco nello studio…l’odore delle sigarette, delle Morley.
Capisci che lui ti aveva guidato, aveva fatto di te il brillante agente speciale Fox Mulder, aiutandoti a rimuovere quel blocco e spingendoti verso gli Xfiles.
E che ti disse la verità…la verità, asserendo che furono loro, gli alieni a portar via Samantha, per far sì che la tua ricerca iniziasse.
Che aveva innescato una miccia apparentemente senza fine, per far sì che tutto iniziasse.
Che se dovessi morire, prima di trovare quella insignificante palla da baseball, la verità morirebbe e che solo le menzogne ti sopravviverebbero.
Così aveva detto Deep…
Così aveva detto Dana…
Così aveva detto lui stesso.
Aprì gli occhi.
Lo sceriffo era accanto a lui, ferito e appoggiato ad una delle pareti di legno del capanno.
Il dolore alle costole era lancinante.
Si toccò, con le quattro dita della mano, il mignolo ormai era sparito, e trattenne un urlo di dolore.
Si sfilò la giacca, fradicia.
Protuberanze, escrescenze carnose, come masse tumorali, ai lati del costato.
Assomigliavano a….ganci….ganci di carne.

< Che Cristo mi sta accadendo ? >, si domandò, pur sapendolo benissimo.

Stava cambiando…cambiando per lei..
Rise. Una risata soffocata e dolorosa, che si dipinse appena sul suo viso divenuto simmetrico.
Mulder stava diventando ciò che avrebbe contribuito a distruggere il genere umano.
Adesso mancava solo la palla da baseball.
Poi il "progetto" sarebbe stato compiuto.

***

CAPITOLO DIECI

 

Selemaya Street, Fort Worth, Stato del Texas,
Ore 05.00 Pm, Giovedì 27 Giugno
L’autobus si fermò e le porte si aprirono con uno sbuffo d’aria compressa.
Pioveva a tratti, sempre in modo fastidioso ma comunque lontano dall’acquazzone violento di quella mattina.
Dana balzò giù dai gradini, con la sacca sportiva tracolla, prima che l’autobus la scaricasse a Waco.
Con i capelli raccolti a coda, la tuta da ginnastica e il lieve pallore che le disegnava il viso, sembrava una ragazzina di diciotto anni.
Aveva abbandonato il Cherockee, una volta lette le corse delle corriere verso Waco, e Fort Worth.
Per tutto il viaggio aveva evitato di parlare, sedendosi nel posti in coda, fissando fisso fuori della finestra.
Aveva parcheggiato il fuoristrada in un ampio parcheggio di un supermercato e nel farlo aveva sentito per l’ultima volta l’odore del dopobarba di Yvanov.
Una riga di lacrime fredde era scesa dalle gote, e dopo essersi raccolta i capelli con la coda che andava a sfiorarle la nuca, si era allontanata, senza più voltarsi.
Durante il lento ma apparentemente tranquillo viaggio dell’autobus verso Fort Worth, le era riapparso, nitido e cristallino, il ricordo di Mulder.
Era vivo ? Stava bene ? Si era perduto nella sua follia ?
Serrò le labbra…non poteva aiutarlo.
Non poteva fare niente, tranne sperare che Smith le avesse dato una pista concreta…
Agiva contro ogni buonsenso e logica, da giorni ormai…
Che altro sarebbe cambiato, con un passo in più ?
La via era deserta. Per via della pioggia e dell’orario.
Controllò l’indirizzo scritto da Smith sul foglietto e sgranò gli occhi, non appena arrivò al numero 5 della via.
Il caseggiato era un rudere.
Il muro, la porta d’ingresso ed il tetto della costruzione, recavano visibili tracce d’incendio.
La scritta " Centro NUFOM loro sono qui" era stata cancellata.
Anche il pupazzo dell’alieno posto all’entrata, che aveva fatto sorridere Mulder tempo prima, era stato rimosso.
Notò un cartello di pericolo sistemato accanto al cavalletto nero e giallo che impediva l’accesso all’entrata principale e vi sbirciò all’interno.
Il soffitto era crollato, qualche trave color cenere, stava ancora per traverso sul pavimento.
Tutto era carbonizzato, e nell’appoggiarsi allo stipite, si tinse le dita di cenere.
Udì un rumore provenire dal vicolo alle spalle dell’entrata e vi s’inoltrò.
Il vicolo era allagato. Una fetida pozza d’acqua stagnante era al centro e Dana camminò in punta dei piedi, per evitare di inzupparsi le Nike.

<…c’è nessuno ? >, domandò con voce esile.

Apparve un operaio vestito di bianco, con la maschera di protezione sul viso, un casco giallo in testa, guanti scuri, stivali in gomma.

< Non può stare qui ! La zona è chiusa ! Stiamo sgombrando le macerie ! >

Dana evitò di avanzare oltre la pozza, osservando la struttura del palazzo, sul punto di piegarsi in due e cader loro addosso.
L’incendio l’aveva devastato.
Ripensò a quanto Langly, Byers e Frohike avevano scoperto e rabbrividì.

<…mi scusi…ma sto cercando dei responsabili del centro NUFOM che era in questo stabile ! >

L’operaio era a pochi passi da lei, adesso.
La guardò un poco perplesso, poi mormorò:

< E’ tutto chiuso, qui ! Non troverà nessuno..Posso dirle che uno dei proprietari di questo buco si è fatto vivo poche settimane fa…voleva prendere gli oggetti che si erano salvati, ma è tutto posto sotto sequestro da parte dell’assicurazione ! Vuole che le dica dove trovarlo ? >

Annuì.

< E’ una di quelle fanatiche UFO, vero ? >

Annuì di nuovo, trattenendo una smorfia d’imbarazzo.
L’operaio sorrise.

< Bhè…io ci credo…Per me ci sono…Comunque…vede quella via, proprio alle sue spalle ? >

Si voltò, fissando con occhi sottili un viottolo compresso fra due alti palazzi.

< ..si…>

< La percorra tutta…arriverà ad uno scantinato…magari ci trova qualcuno..>

Dana ringraziò e balzò oltre la pozza, incamminandosi.
Superò cumuli d’immondizia abbandonata da giorni, lavata dalla pioggia e dall’odore insopportabile, sino ad arrivare allo scantinato.
Aveva un corrimano costituito da un tubo cilindrico di metallo, eroso dalla ruggine ed una porta di legno.
I muri erano colmi di scritte, ora oscene, ora spiritose, ora senza senso.
Arrivò alla porta e bussò, con due dita.
Ora stava maturando l’idea che Smith l’avesse presa in giro, male indirizzata o che lei non avesse capito nulla di quello che c’era scritto in quel biglietto.
Quella era una sorta di catapecchia in piena regola.

< Chi cerca ? >

La voce grassoccia della donna la fece voltare di scatto.
Un donnone obeso, dall’aspetto malsano, stava pesantemente appoggiata al corrimano, guardandola e picchiettando sul tubo con due dita.
Dana si scostò dalla porta e fissò in alto.

< Whitley…Whitley Donner…>, mormorò, dopo aver dato un’occhiata al foglietto.

Quel nome era scritto in rosso, accanto all’indirizzo.
Il donnone si ritrasse, facendole cenno di salire.
Dana arrivò al livello della strada, sgusciando sotto il corrimano con agilità.

< Non sarà una di quelle del centro sociale, vero ? >

< Questo posto…è un centro sociale ? >, domandò con curiosità infantile.

< Non finga di esserne all’oscuro…tutti quelli che cercano Whitley sono del centro…siete tutti dei rompiscatole….non avrei mai dovuto affittarvi lo scantinato…>

Scully deglutì.

<….è la sola entrata ? >

< Se la cerchi da sola….>, commentò la donna, allontanandosi e borbottando qualcosa.

Scully ridiscese le scale e provò a ruotare il pomo della porta, macchiato di ruggine rossastra.
La porta cigolò, aprendosi.
Tastò il muro, cercando un interruttore e scandendo a voce alta:

< C’è nessuno ? Cerco Whitley…>

Niente.
Udiva solo il gocciolio dei tubi che perdevano al centro dello scantinato, e finalmente trovò un pulsante esterno, che attivò cinque tubi al neon, collegati al soffitto.
Entrò chiudendo la porta alle proprie spalle.
Il puzzo di rancido e d’umidità, le punse le narici.
Vide scritte, murales, lattine di birra e bibite ammonticchiate da un lato, un cumulo di spezzatura e calcinacci alto quanto lei, un lungo tavolo di legno, cassette sistemate a mo di sedie un po’ dappertutto.
Grosse casse e un sintetizzatore, qualche altoparlante, cavi elettrici che correvano nella pozza d’acqua provocata dalla perdita e terminavano la corsa in un foro nel muro, fatto di mattoni forati e intonacato alla meno peggio.
Sfiorò con la testa dei tubi grossi e bassi, probabilmente della fogna, e arrivò nella parte vasta della cantina.
Vide una sagoma raggomitolata in un angolo scuro, e si avvicinò.

< Hey ! >, disse, picchiettando con due dita sulla spalla destra dell’uomo.

Lui si mosse di scatto, spaventato.

< Cazzo…mi fai prendere un colpo…chi diavolo sei ? >

La voce era disturbata dall’alcool.
Quel tipo era sbronzo dalla testa ai piedi, lo sentiva benissimo.

< ..Mi chiamo Dana Scully…cerco Whitley Donner…sei forse tu ? >

< Dana…Dana Scully ? Gesù santo…allora non sono il solo ad essermi bevuto il cervello, ultimamente…>

Monkey uscì, barcollante, con la barba sfatta, una bottiglia di whisky fra le mani, i vestiti laceri e sporchi.
Lei faticò, inizialmente a riconoscerlo.

< Tu…? Saresti tu Whitley Donner ? >

Rammentò Monkey che nuotava per salvarla, che la portava a quel bar…l’invasione delle api…la loro prigionia sotto terra….quel che era accaduto a Monica..

< Accomodati…Dana….questa è la mia reggia…>

Scully lo fissava, sorpresa e sconvolta.
Pensava…aveva creduto che fosse morto, sotto quelle macerie, tempo prima..
Barcollò verso un enorme tavolaccio colmo d’ogni oggetto, facendo cenno a Dana di sedersi su una sedia imbottita.
Lei vi si appoggiò, senza togliergli gli occhi di dosso.
Lo vide bere un sorso di whisky, lungo ed avido e rabbrividì.

< Ti ricordi di me ? >, aggiunse.

< Quelli sì che erano bei tempi….allora avevo ancora…Monica con me…>

Scully fece per togliere la bottiglia, ma lui scostò la mano.

< …sei a casa mia…le regole le stabilisco io….come va…come ti butta, agente federale ? >

Dana abbozzò un sorriso.

< Non troppo bene…io e Mulder…ti credevamo morto…come te la sei cavata ? >

Lui fece una smorfia dolorosa, simile ad un sorriso cadaverico, innaturale.

< Ti pare che me la sia cavata ? Sono diventato…un fanatico di zio Jack Daniel’s non ti pare…? >

Si passò una mano fra i capelli, sporchi e spettinati.

< …non guardarmi così…di solito siamo in tanti qui….compagni di ventura.. fra qualche ora vedrai…>

Lei si massaggiò le palpebre.
Come potergli spiegare ?

< Ascolta…sono stata mandata qui da un uomo…forse sai di chi parlo… Io lo conosco come Jeremiah Smith…>

Perse il sorriso, divenendo di colpo teso e gelido.

< Non voglio saperne niente…Niente capito ? >

Si alzò gridando, spaventandola un poco.
Dana fece un paio di passi indietro, sentendosi improvvisamente sola in una cantina, con un ubriacone alcolizzato…
Fece scivolare la sacca ai propri piedi.
La pistola era lì dentro.
Sapeva di non doverla usare…sperava di non doverla usare, a dire bene…
La sacca era appena aperta, ma il calcio della calibro nove si vedeva distintamente.

<…capisco come puoi sentirti, Monkey…Sta capitando la stessa cosa anche a me.. Mulder…>

Le parole uscirono a fatica, mentre gli occhi s’inumidirono.
Solo adesso, che ne parlava con un estraneo, pareva rendersi completamente conto di quello che stava accadendo a Mulder, dopo tante ore.
Era come se la sua mente si fosse chiusa, per tutta la durata di quel viaggio carico di chissà quale speranza e finito in uno squallido scantinato invaso dalla muffa e dagli scarafaggi, in compagnia di un ubriaco, rifiutando di ammettere che aveva fallito.
Che Fox era perduto, e che nulla le importava.
Né il destino del mondo, né quello del "Progetto"…nulla.
Se ne rese conto mentre pronunziava quelle poche parole, con lo stomaco serrato ed attraversato da una fitta lancinante.

<…l’uomo che amo…sta morendo…forse è già morto…ed io sono qui…. per inseguire una speranza, forse un sogno, certo un’illusione…>

Avrebbe voluto piangere, se le fosse stato possibile.
Lo aveva tradito…aveva tradito l’uomo che amava più che se stessa e quel pensiero non si riferiva, paradossalmente, al tradimento fisico.
Fare all’amore con Yvanov era stato splendido, appagante, una sorta di sensazione di donna, di femmina che sentiva viva dentro di se, che non avrebbe rinnegato.
Era piuttosto l’aver mancato ogni promessa, non essere stata in grado di accudirlo, di essere accanto a Mulder quando la sua luce, quando la ragione della sua mente si era pian piano spenta, perdendosi nel buio della follia.

<…dev’essere un’illusione bella grossa… se ti spinge da un alcolizzato come me…>

bofonchiò lui, serrando la bottiglia di Jack fra le dita tremanti.

<…non bere…Monkey ti prego…>, mormorò lei, dolce ed apprensiva.

< Ti importa ? >

< Sei mio amico…mi hai salvato la vita…certo che mi importa di te ! Non so cosa possa averti fatto Jeremiah Smith, né cosa tu possa darmi…>

Si sporse verso di lui. La tuta era parzialmente aperta e Monkey le vide il dolce incavo dei seni, caldi e materni.

<…ma se quell’uomo ha fatto il tuo nome…tu devi sapere qualcosa ! Non posso…spiegarti quello che c’è in gioco…perché parte di me stenta a crederci e dubito che ci crederesti tu stesso…ma…>

Assaporò un fiotto di whisky, sentendolo scorrere lungo la schiena, sino ad esplodergli fra le spalle come una coltellata.
Era sempre così. Poi iniziava a dolere anche il fegato, con fitte insopportabili.
Ma era sempre meglio che ricordare…ricordare le lunghe ore prigioniero fra i detriti, come un topo in trappola, con Monica che urlava qualcosa, e lui che non poteva aiutarla.

<…sono state tutte le vostre….cazzate…le vostre maledette cazzate a portarmela via ! E’ colpa vostra…>

Urlò, gettando la bottiglia a terra.
Si ruppe, con un rumore secco, disperdendo sul pavimento polveroso il poco liquore che ancora conteneva.
Afferrò Scully per un braccio, spingendola a se.
Poi la gettò contro il tavolaccio, al quale Dana si resse, con i palmi delle mani, afferrando il bordo scheggiato e marcito, che gemette scricchiolando.

<…tutte le vostre fottute storie di UFO, della fine del mondo, della posta che c’era in gioco….tutte stramaledette cazzate ! >

Era fuori di se, la rabbia pompava adrenalina, aiutata dall’alcool.
Si strinse a Scully, sentendo il calore del suo ventre, le delicate e morbide forme del suo corpo.
Lei sembrava una preda docile, domata fra le sue mani…e forse fu così, per un solo istante.

< …cosa vuoi farmi ? Violentarmi ? E’ questo ciò che sei diventato, Monkey? E’ così che intendi onorare Monica?>

Le parole dure di Scully lo trafissero.
La lasciò, improvviso, quasi si fosse reso conto solo ora, guardandosi le mani tremanti, di ciò che stava per fare.

<…io…Dio mio perdonami…non so cosa…>

Lei si chinò, di scatto.
Aprì del tutto il borsone e impugnò decisa la pistola, puntandola verso di lui, facendo scattare l’otturatore.
Il luccichio dell’arma si disegnò nella fioca luce dell’illuminazione precaria.

< Provaci di nuovo…prova di nuovo a mettermi una mano addosso…e ti faccio saltare la testa ! Capito ? >

Lui annuì, tremante.

< …non me ne frega niente di quello che sai, Monkey ! Se ti azzardi a sfiorarmi ancora…>

Abbassò la pistola accanto al fianco destro, il dito ancora accanto al grilletto, mentre sul suo viso si disegnò una smorfia di disgusto e di rabbia.

<..non capiterà più…mai più….>, smozzicò piangendo.

Solo allora Scully si decise a rimettere la sicura, deglutendo nervosamente.
Era stata sul punto di sparare…
Di far fuoco, senza esitazione..
Si appoggiò alla parete, scandendo decisa:

< Dimmi quel che sai e dimmelo in fretta…Non ho tempo da perdere io.. e questa specie di tana di topi mi fa schifo!>

Monkey si alzò barcollando, con la classica e dolorosa andatura tipica degli ubriaconi. si asciugò le lacrime e sospirò.
Monica…tutto in Dana ricordava lei…
Si frugò nelle tasche e le gettò fra le mani un mazzo di chiavi con una targhetta verde.

< …non so nulla…L’unica cosa che posso darti sono queste chiavi… Ricordi la vecchia centrale elettrica, giù al fiume ? >

Dana annuì.

< Dopo che i militari la fecero saltare, Smith e una donna di nome Karen Rome, decisero di nascondere laggiù delle cartine…rilevamenti o chissà quali altre cazzate sugli UFO e cose del genere…Tutto quello che posso dirti…>

Si sedette sulla brandina, affondandovi come pesasse tonnellate.
Il dolore alla testa era insopportabile.

<…è che era attesa una persona particolare…una sorta di messia per quegli svitati…>

Lei deglutì. Era certo Mulder, la persona speciale…

< Vado…>, disse abbassando appena il capo.

< Non vai da nessuna parte…aspetta che arrivi qua qualche amico…conosco qualcuno che può accompagnarti laggiù…>

< Faccio da sola ! >, asserì, decisa.

Monkey sbottò in una risata sofferta, malsana.

< Ci metteresti giorni per trovare quello che cerchi…e quei ruderi sono pericolosi… dammi retta…agente Scully..>

Lei s’infilò le chiavi nella tasca della tuta e socchiuse le palpebre.
Rispose con lentezza.

< Ok..ma aspetto fuori …>

Non appena uscì, sotto la pioggia appena avvertibile ma lo stesso fastidiosa, alzò lo sguardo al cielo, con le lacrime che le rigavano il viso.

<…Mulder….dimmi cosa debbo fare….fammi capire se quel che sto facendo è giusto….>, sussurrò.

Ma non le arrivò alcun segno, alcun’intuizione.
Si appoggiò al corrimano arrugginito, senza pensieri.

***

CAPITOLO UNDICI

 

Città di Darwin, Stato della Virginia,
Ore 05.00 Am, Giovedì 27 Giugno
La ferita nel petto di Truelove quasi non sanguinava più.
Lo sceriffo era appoggiato all’entrata del capanno ed aveva smesso di guardare l’ora.
Presto sarebbe sorto il sole, si sarebbe fatto giorno.
E la sola speranza di poter salvare almeno quel povero disgraziato, che stava davanti a lui, con il corpo deforme e la pelle cadaverica, poteva concretizzarsi.
Il pensiero tornò alla sua bambina…a sua nipote…
A quel che erano diventate tutte e due…a quello che stava diventando quell’uomo.
Pensieri assurdi, certo…aumentati dal fatto che la ferita si era infettata, complice l’acqua stagnante attorno all’isolotto…
Comprese che sarebbe morto molto prima del suo scalcinato compagno d’avventura.
E che quella cosa…qualunque cosa fosse, era ancora attorno a loro.
Spesso si era alzato, durante la notte, per sbirciare fuori del rifugio, ed aveva visto muoversi qualcosa fra i rami.
Quella sorta d’insetto mal cresciuto, aveva captato l’odore del suo sangue…Non li avrebbe mollati per niente al mondo.
Era fuggito senza meta ed aveva ottenuto solo di rimanere bloccato in quella catapecchia per la caccia alle oche, con un moribondo ed una sorta di Predator fuori, nella boscaglia.
Udì un movimento confuso, come di qualcosa che si muovesse adesso nel pelo dell’acqua, dirigendosi verso riva, come per allontanarsi da loro.
Notò, alla tenue luce del mattino, la superficie del fiume incresparsi appena.
Qualsiasi cosa fosse quella, nuotava a pelo dell’acqua come un coccodrillo.
Mulder riposava appoggiato alla parete, sotto la finestra chiusa.
Era sbarrata da un legno che si poteva sollevare tramite uno spago, in modo da permettere al cacciatore di puntare il fucile all’esterno e mirare agli uccelli.
Fox era lì ed al tempo stesso non lo era.
Vedeva il medesimo posto, solo che l’erba era più verde, essendo estate inoltrata, forse il principio di un autunno.
Quel ricordo non generò in lui la solita ora di caotici sentimenti, né alcun dolore fisico.
Fu, anzi, piacevole.
Era seduto con le gambe raccolte al petto, stringendo una palla da baseball nelle mani.
Fissava il placido scorrere del fiume, in quell’ansa tranquilla che strideva con il vorticoso rimescolamento di poche centinaia di metri prima.
Il bosco emanava un denso profumo di resina.
Suo padre spuntò dal capanno.
Era molto giovane, più di quanto Fox avesse mai ricordato.
Camminò deciso verso di lui. Indossava una camicia di flanella rosso granata, pantaloni pesanti, anfibi allacciati di tutto punto.
Sulla destra, un paio di canne da pesca, con mulinello.

< Allora Fox…ti dai una mossa ? >

Si voltò.

Fece saltellare la palla fra le mani, con aria interrogativa.

< ..pà…>

William si sedette accanto a lui, posando le canne da un lato, mentre il gracchiare deciso di un corvo si perse nel cielo.

< Che c’è ? >

Alzò appena le spalle, posando la pallina accanto alla scarpa.

< E’ che….insomma pensavo andassimo a caccia, quest’oggi…>

Lo disse con voce risentita, come gli fosse stato tolto qualcosa dalle mani e trattenesse una delusione palpabile.

< Figliolo…non possiamo..c’è il divieto di caccia alle oche, adesso…>

Fissò papà come se l’avesse veduto per la prima volta nella vita.
Era un ricordo abbastanza recente, che forse Mulder non aveva mai rammentato prima, almeno con quella chiarezza.
Ma ugualmente gli fece piacere. Era un lato della sua giovinezza, della sua vita di bimbo, che credeva di aver perduto ed invece il cervello l’aveva immagazzinata con gelosa sapienza.

<…ci sono periodi per le oche, pà ? >

William sorrise.

< Si…veramente…si potrebbe andare a caccia d’oche, adesso, Fox…ma vedi… non ho più tanta voglia di sparare a quei poveri uccelli, sai ? >

Lui si grattò la fronte, perplesso.

< Lo hai sempre fatto…>

Smise di sorridere.

< Appunto…il fatto è che lo faccio da anni…e mi sono reso conto, un giorno, che non andava più fatto…riesci a capire quello che voglio dirti, figliolo ? >

Mulder trattenne il fiato, nella curiosa espressione dei bambini quando pensano intensamente, poi mormorò:

<..si..forse…è come quando ti alzi e scopri che il giocattolo che tanto ti piaceva non ti va più, vero ? >

< Esattamente….è una cosa così…te ne spiace in parte, ma scopri che è la cosa più giusta da fare. Insomma esistono cose importanti come dar la caccia alle oche per dieci e più anni, ma poi perdono d’interesse, all’improvviso ! >

Il gracidare di una rana, si quietò di colpo.
Fu come se la foresta stessa stesse ad ascoltarli.

<…perché succede una cosa così, pà ? >

William si stese a terra, incrociando le braccia dietro la testa, abbandonando l’idea di pescare. Fox lo imitò, gettandogli occhiate furtive, di tanto in tanto.

<…Credo sia la vita. Credo che ad un certo punto le cose cambino, diventino diverse da ciò che erano pochi mesi, poche settimane prima e che si possa vederle attraverso una luce diversa ! >

Fox osservò il lento galoppare di una nuvola, nel cielo azzurro.

< …è un bene o un male ? Cioè…magari poi uno si accorge che ha sbagliato tutto prima…Voglio dire, pà…metti che dare la caccia alle oche sia una grande stupidata, la più grande di sempre…Uno lo scopre e…>

William gli arruffò i capelli, con un gesto infantile, che da allora non ripetè mai più.
Quello non era un semplice giorno di fine estate, inizio inverno.
Era anche l’inizio della maturità per Fox Mulder, il giorno nel quale non era più un ragazzo, ma s’incamminava a diventare uomo.
Per le donne è diverso. Esse hanno un fenomeno fisico, che segna quel passaggio…
Per gli uomini è costituito da una frase, da un ricordo, dal primo bacio o dalla fine della prima scazzottata fra compagni di scuola.

<..preferiresti non sapere…rimanere nel buio delle cose, Fox ? Non sapere sarebbe semplice, non rendersi conto mai più, se è il tempo o meno della caccia alle oche... se quella stagione è passata ! >

Fox incrociò le mani al petto.

< No…penso…sia giusto sapere…capire se è il momento o no…>

Udirono il cupo crepitare di una doppietta, in fondo, dalla parte ovest del bosco.
Videro delle macchie sollevarsi a V, e procedere in linea alle fronde degli alberi.

< …comunque c’è sempre qualcun altro che caccia le oche…nella vita ! >, mormorò William Mulder.

Fox tastò un paio di volte l’erba alta, alla ricerca della palla da baseball.
Nulla. Forse era rotolata in acqua quando aveva steso le gambe e si era seduto.
O forse era a pochi centimetri da lui, ma invisibile, sotto la monocromia del verde.
Da giorni aveva una sorta di fastidio, nel prendere fra le mani quella pallina.
Prima se la portava appresso in ogni posto, tranne che a letto e a scuola, per esplicito ordine della mamma.
Ma da quando erano andati a Darwin, molti anni dopo quello strano Natale piovoso, la pallina aveva d’incanto perduto ogni attrazione, quasi come se l’incantesimo che l’avesse legata a Fox, si fosse disgiunto.
Non era riuscito del tutto a gettarla via o a lasciarla nella borsa insieme agli altri giochi, ma adesso…adesso era caduta ed era nel verde o nel fondo fangoso del fiume, dove sarebbe marcita o sarebbe stata trascinata chissà dove dal corso della corrente.
Quindi era così che doveva andare.
La luce si era accesa anche per lui.
Presto sarebbe iniziato del tutto l’autunno…l’autunno di un anno particolare…il 1973.
Fox e William non andarono a pesca, per quel pomeriggio.

***

CAPITOLO DODICI

 

Selemaya Street, Fort Worth, Stato del Texas,
Ore 08.20 Pm, Giovedì 27 Giugno
La moto, una grossa Harley Davidson, era appoggiata al cavalletto, sul lato destro del cortile interno del centro sociale.
Vi si accedeva da una porta di ferro, sita di fronte all’entrata, nello scantinato.
Scully aveva passeggiato senza meta per ore, avvertendo i morsi della fame e della sete.
Controllava l’orologio con nervosismo, e di tanto in tanto regalava occhiate d’impazienza a Monkey, che scuoteva il capo.
Verso le sette e mezzo, i primi componenti del centro sociale erano arrivati.
Chi a cavallo di moto di grossa cilindrata, chi a piedi, chi con auto elaborate.
Molti ragazzi, molte ragazze…Scully si sentiva a disagio.
Non aveva mai frequentato centri sociali, ad eccezione dell’università, dove aveva bazzicato con quello contro il nucleare per poco tempo.
Non era un ambiente che le aggradava, totalmente.
Osservava incuriosita, decine di ragazzi nel cortile esterno, intenti a srotolare striscioni e a pitturarli con slogan contro la guerra.
Anche lì, in quell’angolo di mondo apparentemente lontano da tutto, si sentiva l’atmosfera pesante degli ultimi giorni.
Le si affiancò un riccioluto ragazzo sui vent’anni.
Le porse uno spinello e al cenno di diniego, sbottò in una risata esagerata.

< …da dove vieni, rossa ? Non ti ho mai visto qui…? >

Dana alzò le spalle, evitando ogni risposta.
Più il tempo passava, più si sentiva inutile.
Inutile starsene lì, inutile aspettare, inutile quel che avrebbe dovuto fare…
Ma fare cosa, dopo tutto ?
Si spostò i capelli dietro le orecchie, guardandoli indaffarati con spray colorati.
Da ragazza era fermamente convinta che l’impegno contro il nucleare, con l’atomica, avrebbe sortito effetti certi.
L’opinione pubblica aveva paura del nucleare, nessuna persona di buon senso si sarebbe opposta allo smantellamento delle armi al plutonio.
Ed invece…tutto era affondato nelle chiacchiere, nell’immobilismo dei discorsi politici…e anche lei stessa, alla fine, aveva capito che lo stato andava avanti per la sua strada, che forse non era del tutto sbagliata, che…
Che cosa ? Che la tranquilla routine d’ogni giorno ti porta a dimenticare che eri seduta sopra un arsenale in grado di polverizzare ogni forma di vita sulla Terra per quasi cinque volte.
Che per i Russi era altrettanto se non peggio…
Così l’idea dell’atomica ti passava accanto, sino a superarti indenne, come un’auto che ti sfrecci vicino senza investirti…te la cavavi con un bello spavento e nulla più…
E alla fine quel giorno…Gesù, quel giorno stava arrivando davvero.
Certamente nessuno di quei ragazzi poteva immaginarlo, ma così era.
Nessuna manifestazione, nessun sit-in, nessuno slogan avrebbe potuto farci niente.
E tu ? Tu nemmeno…pensò.
Cosa poteva fare lei ? Ripensò a Monkey, alle sue parole ebbre di alcool ma veritiere.
" Dev’essere un’illusione bella grossa per portati da me.."
Cosa poteva fare ? Premere un bottone e fermare tutto..?
E poi…poi c’era davvero qualcosa da fermare ?
Abbassò appena il capo, fissandosi le scarpe da tennis.
La sera stava calando ed avvertiva il freddo ai piedi. Era senza calze e con le scarpe da tennis…
Pensò a delicate carezze su quei piedi piccoli, a baci carichi di passione fra le dita minute…

A cosa penso…a cosa ? Penso a me stessa…ma lui…lui dov’è ora ?

Mulder… Era ancora in vita ?
Tremò. Adesso, proprio in quel cortile carico di scritte, lamiere accartocciate, ragazzi urlanti, spinelli e birra, le sovvenne che fosse morto.
S’immaginò sul ciglio di una fossa, una fossa comune, profonda e sommaria, stretta a se stessa, le mani in grembo, tremante come una rana d’inverno.
Grosse lacrime che scendevano dalle gote.
Le esplose nella mente, un’idea netta e decisa, che la fece tremare.

< Dana…? >

La voce le scivolò addosso come pioggia.
In fondo quella convinzione non era più assurda del sogno dell’aquila o di quello nel quale vedeva Fox stretto al ventre, pallido e ceruleo, morto.
Pioveva appena, quasi come una debole rugiada fastidiosa.

< Dana…stai bene ? >

Due dita le toccarono appena la spalla e si girò di scatto.
Quel tocco la rapì del mondo di fantasia, d’orrore e di paura, nel quale era precipitata.
Insieme a Monkey, una ragazza bassa, capelli lunghi e biondi, vestita con un giubbotto di pelle, irto di borchie.
Sollevò appena la mano guantata a mo di saluto.

< Lei è Ashley….ti porterà sino alla centrale elettrica…tutto bene ? >

Annuì.
Sarebbe parso ridicolo che un alcolizzato come Monkey le chiedesse se stava bene, ma in fondo…in fondo era messo meglio lui di quanto non lo fosse l’agente speciale dell’FBI…ex agente, più precisamente.

< Prendo la borsa…>, smozzicò.

La ragazza sorrise.
Era bella, minuta ma carina.

< Ti aspetto fuori dall’uscita del cortile…>

Dana sgattaiolò di nuovo nel seminterrato, prese lo zaino, dopo aver controllato che la pistola e le poche cose all’interno fossero in ordine, e lo richiuse.
S’infilò nella tasca della tuta, la chiave, chiudendo la cerniera.
I primi suoni della musica, diffusa da un rudimentale impianto stereo, la raggiunsero.
Aerosmith…
Sostò per un istante in quello scantinato, mentre andava affiorando l’idea che avrebbe potuto essere l’ultimo posto al mondo nel quale rifugiarsi.
Una cantina buia e sporca, sola contro i mostri…
Si mise la borsa sulla spalla, apparendo ancora una volta infantile e indifesa.
Monkey mangiucchiava qualcosa.
Dana si affiancò a lui, dandogli una pacca sulla spalla.

<…ti conviene partire subito…non ti preoccupare…sei in buone mani…Ashley è una provetta centaura…>

Scully scacciò il disagio che l’idea di viaggiare dietro ad una moto le provocava, e sorrise.

< …io…grazie…..spero…spero di poterti vedere…ancora…se così non fosse…>

Monkey annuì.

<….dimenticavo…>

Si tolse un fiore dalla tasca interna del giubbotto, avvolta in carta stagnola color argento. Una rosa rossa.

<..è per Monica….io…non ho mai avuto il coraggio di tornare laggiù…lasciala per me…>

Dana abbozzò un debole sorriso.

<…ricordati che ti voglio bene, Monkey…>, sillabò.

Gli porse un bacio sulla guancia, e nell’allontanarsi, guardò carica di nostalgia e apprensione, tutti quei ragazzi.
Pregò che nessuno di coloro che la stavano cercando, arrivasse lì.
Uscì dal cancello di ferro, con la rosa nella mano, lo zainetto in spalla, i capelli bagnati dalla pioggia, il freddo che le divorava le ossa.
Vinse la tentazione di fuggire, abbandonando tutto, dalla rosa allo zaino, dalla speranza alla concretezza dell’assurdo, con una forza interiore immensa.
S’immise in un vicolo stretto e sporco.
Montagne di sacchi neri e bidoni, compressi sulla destra, dove il vicolo diventava cieco.
Il rombo metallico della moto, un borbottio costante e caldo, echeggiava appena.
In sella all’Harley, la ragazza.
Il vento, proveniente da Sud, alzò una fitta nuvola di gocce d’acqua.
Accese il faro circolare posto davanti e le fece cenno di salire.
La moto era un duemila, potente e pesante, ricca d’orpelli in cuoio e pelle, un lungo sedile imbottito, anatomico.
Il volante era alto e la forcella, smisuratamente lunga, terminava con un ruotino di dimensioni minuscole.

< Ti piace il mio chopper ? >

Annuì, senza alcuna reale convinzione.
Notò un teschio d’avorio, sistemato davanti, accanto al contachilometri..

< Metti lo zainetto nella borsa…quella sulla destra …>

Scully aprì le fibbie infilò lo zainetto.
Per fargli posto, tolse un giubbotto di pelle, piegato con cura.

<… e questo ? >, disse con un filo di voce.

< Te lo metti addosso, FBI….o muori di freddo….>, sorrise Ashley.

Dana esitò per un istante poi rammentando com’era vestita, eseguì.
Il giubbotto era nero, con un gran disegno di un’aquila sulle spalle.
Montò in sella e mormorò:

<…conosci la strada ? Io…ho una cartina se…>

Nuovo sorriso.

< La cartina ce l’ho qui…>, disse, indicandosi la testa con un dito.

Tolse il cavalletto e la moto schizzò nel vicolo, sfiorando il muro di mattoni rossi del centro sociale.

<….yahhhhhhh!!!! >, gridò Ashley, bucando lo stop e svicolando fra le auto.

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Statale 66, presso Mineral Wells, Stato del Texas,
Ore 06.48 Pm, Giovedì 27 Giugno 2002
Barney Wilcocx controllò l’orologio appeso alla parete, sul lato destro dell’emporio.
Era stata un giornata curiosa, quella.
La ragazza mezza nuda che era entrata nel suo negozio, aveva ravvivato tutte le discussioni della giornata, fra Barney e i vecchi del paese.
Adesso era giunta la sera, c’era la Tv che lo stava aspettando, con le micidiali zuppe della moglie.
Sorrise. La buona, vecchia Margaret, lo sopportava da quasi quarant’anni…
Si meritava una medaglia al valore per questo.
Tamburellò sul banco pensando a lei.
Alle sette avrebbe chiuso.
Si sarebbe infilato il vecchio e consunto impermeabile, logoro e attempato come lui stesso in fondo, e con passi brevi e rapidi, sarebbe rincasato.
La vita è spesso scandita dalle cose metodiche, senza dubbio.
Una metodicità che tanto piacerebbe a Scully, detestata da Mulder.
Barney Wilcocx accettava questa regola con placida sottomissione.
Certo…passatempi come quello di quel pomeriggio di pioggia, erano bene accetti.
Sorrise di nuovo, mentre il campanello dell’ingresso trillò.
Margaret…chissà che avrebbe detto…

<…i giovani…>, pensò sorridendo.

L’uomo si accomodò al banco, senza mutare espressione.
Aprì la giacca, mostrandogli un tesserino federale.

< Sono l’agente speciale dell’FBI Fox Mulder…>

Barney annuì, divenendo serio e attento.
Solo una volta gli era capitato di vedere un agente federale nel suo negozio.
Dodici anni prima, un detenuto era fuggito dal carcere di Dallas. Si trattava di un ispanico, accusato d’omicidio.
Aveva strangolato la moglie davanti alla Tv, perché ( così dicevano i giornali ) lei non voleva vedere il football americano.
I federali avevano sfoderato la cavalleria, per cercare quell’evaso e si erano presentati anche da lui. Il suo emporio, che dava sulla mitica 66, era in una zona battutissima, quindi…
Naturalmente lì, il detenuto non si era mai visto.
L’agente federale "Mulder" posò sul banco una foto a colori di Dana Scully.

< Ha visto questa donna ? E’ una psicopatica omicida….>

Barney si sfregò il mento.

<…accidenti..sì…è entrata nel mio negozio questo pomeriggio…era mezza nuda..>

Osservò la foto. Non era certo una foto segnaletica della polizia o di qualche istituto per le malattie mentali. La donna della foto era ordinata e professionale, decisamente bella.

<…ha pagato con una carta di credito…>

< Si…l’ha rubata all’agente federale che ha ucciso per fuggire…>, disse "Fox Mulder", sistemando la tessera federale nella tasca interna della giacca.

Barney appariva perplesso.

< Agente, non ho sentito alcun appello…alla radio, quest’oggi…>

Lo fissò con finta circospezione.
Quel vecchio faceva troppe domande, era troppo sospettoso…

<….abbiamo altro cui pensare…non trova ? >

< Sì ma… quella donna, abbigliamento a parte, era….calma, tranquilla…non mi sembrava proprio una malata di mente…>

Il killer alieno sorrise.
Un sorriso delicato e sinuoso.
Si rigirò fra le dita il cilindro metallico, mormorando:

< Mi può mostrare la ricevuta della carta di credito, per favore ? Devo controllare se corrisponde…>

Barney annuì.
Aprì il divisorio del banco, dandogli le spalle.
Scartabellò fra le ricevute, e quando trovò quella di quel pomeriggio, si voltò appena, mormorando:

< …è solo…? Strano…so che gli agenti federali sono sempre in coppia…>

Lo stiletto sibilò improvviso.

< Non sì preoccupi…fra poco capirà tutto…>

Barney Wilcocx non sarebbe rientrato quella sera, per la Tv…niente zuppe schifose di Margaret.
Lo avrebbero trovato con la nuca trapassata da uno stiletto, quella sera stessa.