CAPITOLO DICIASSETTE

 

Palazzo del Pentagono, Stato della
Virginia, Ore 06.32 Pm,
Domenica 16 Dicembre
Una debole luce, che proveniva dal fondo di quel lunghissimo corridoio, illuminava parzialmente Fox Mulder.
La porta d’entrata era normale, ma superatola gli parve d’entrare in un infinito tunnel dalle pareti convesse, che sfociava in una struttura dall’architettura scavata nella pietra pura.
Era come se si fosse immesso direttamente in una gigantesca caverna naturale.
Solo i propri passi, che risuonavano metallici su di un’intelaiatura d’acciaio temperato, gli dicevano il contrario.
Le luci erano basse, appena sufficienti a permettergli di vedere qualcosa.
Il colore giallognolo che i neon diffondevano, offuscava la mente, immergendo il tutto in una sorta di torpore ipnotico.
Superò una fila di cento scaffali, ognuno alto almeno sette metri, con decine di scomparti.
Gli scaffali erano in metallo, in stile militare, con migliaia di scatole numerate.
Ne prese una, sfilandola fuori del proprio posto.
Conteneva frammenti d’un metallo lucente, quasi vivo nonostante la bassa luce emanata dai neon.
Poi, dopo una camminata senza meta, la sua attenzione fu colpita da un comparto diverso.
Era curato maggiormente, con vetri ed un sistema refrigerante il cui ronzio faceva da fastidioso sottofondo.
Aprì una delle celle di plexiglas, e una tremolante luce bluastra si attivò.
All’interno un contenitore cilindrico, dalle bordature metalliche, che conteneva una feto, un embrione mai formato del tutto.
Vincendo la naturale repulsione che tutto questo scatenava in lui, Fox ne sbrinò l’etichetta.
Una sigla: Mn 1068-06 DKS.
Si sfiorò le labbra, pensieroso.

< DKS….Dana Katherine Scully…>, pensò.

Scribacchiò nervoso quelle lettere e quei numeri, certo d’essere scoperto da un momento all’altro.
Embrioni…prelevati da Scully ?
Ma quando….com’era possibile e perché ?
Udì un tonfo sordo, come un’enorme porta d’acciaio che si apra di colpo e comprese che proveniva da sotto i suoi piedi.
Si chinò sino ad appoggiare l’orecchio sulla grata che faceva da pavimento.
Ronzio….strani suoni….
Camminò allora accanto ad una delle pareti che procedevano infinte in avanti, per chilometri sotto terra, fino a giungere davanti ad un ennesimo ascensore cilindrico.
Infilò al tessera ed una volta entrato, vide che aveva solo due tasti, uno con una freccia rivolta verso l’alto, l’altra verso il basso.
Scese, d’almeno una quindicina di metri.
Le orecchie dolevano….era centinaia di metri sotto terra…chiuso in un’enorme sala grande quanto l’intero Pentagono e forse più.
Nemmeno in Antartide aveva mai veduto nulla di simile.
La prima cosa che notò, fu un gigantesco binario sopra al quale si muovevano lenti dei contenitori cilindrici, del tutto simili a quelli che contenevano gli embrioni, ma più grandi. Vuoti.
Percorse quel corridoio appiattito alla parete, mentre il calore, esagerato lì sotto, lo faceva soffocare.
Quel che vide poi, rimase per sempre nella sua memoria.

***

Centro studi militari di Fort Marlene,
Stato del Maryland, Ore 01.27 AM, Lunedì 17 Dicembre
La porta d’acciaio si aprì, una volta sbloccato il codice di sicurezza.
Scully, che non aveva chiuso occhio per tutta la notte, balzò in piedi, appoggiando le mani al bordo della scomoda branda.
L’uomo misterioso, un medico giapponese ed una donna, entrarono.
La donna posò sullo scarno tavolino della cella, una valigetta metallica, aprendola,
mentre Smoking Man aspirò la propria Morley, con l’espressione di sempre.
Scully faticò ad abituare gli occhi alla luce, che filtrava feroce dall’esterno.

< Che volete, da me ? >

Il medico giapponese si limitò ad un debole cenno con due dita.
La donna, probabilmente un’infermiera, aspirò in una grossa siringa l’intero contenuto da una fiala di color ambra.
Fece uscire un piccolo zampillo di quel liquido denso e gelatinoso, controllando che non vi fosse aria all’interno.

< Si distenda e si rilassi…Sarà più semplice, così ! >

Dana si appiattì contro le pareti di mattone scuro, attraversata dalla paura.

< E’…è una specie di siero della verità ? Io non ho…nulla da dire….davvero ! >

Smoking Man sorrise, vedendola così….debolmente femminile.

< Lo stabiliremo noi ! >

< Non potete ! Sono un agente federale ! >

Comprese solo dopo, quanto inutile fosse quella difesa.
Era sola…inerme contro quei….
Strinse i pugni serrando i muscoli, pronta a colpire.
Si sarebbe difesa, a costo di farsi pestare a sangue !! Non le avrebbero iniettato nulla !
Smoking Man picchiettò sulla porta, con le nocche e due robusti infermieri entrarono.
I loro sguardi erano fissi, su di lei, anzi dentro di lei.
La guardarono come si guarda ad una cagna, da immobilizzare con le buone o meglio ancora, con le cattive.
Carcerieri…forse infermieri di qualche manicomio….dall’aria ebete e dai corpi di pietra massiccia. Forse, anzi certamente, neppure un uomo avrebbe potuto arrestarli, bloccarli…
Dana non disse nulla.
Balzò, improvvisa, verso l’uscita, colpendo con un calcio in avanti uno dei due energumeni, che fece un debole sorriso.
Sentì quelle dita dure come tondini di ferro, afferrarle le braccia e gettarla di peso a bocconi sulla brandina.

< No…vi prego ! >, urlò Scully.

Scalciava, colpendo quei corpi duri e caldi, e ad ogni colpo che andava a segno, maggiore era la stretta sulle braccia e sul collo.
Alla fine fu tanto decisa, da paralizzarle le braccia e le gambe.
Le fu girata la testa da un lato e con la coda dell’occhio, vide il medico giapponese chino su di lei, con quella siringa che sembrava brillare di luce propria, nel buio umido di quella cella.
Fu allora che morse, con rabbia, le dita di uno dei due infermieri, sino a sentire il sangue bagnarle la bocca.
Lui tolse la mano, mugolando qualcosa, per poi grugnire:

< Cagna ! >

Il pugno, duro e cattivo come un colpo di mazza, le arrivò al centro della schiena, e Scully si morse le labbra per non gridare, mentre il dolore le paralizzava i nervi.

< No ! Niente violenza….Non voglio che le facciate del male ! >, ordinò Smoking Man.

La piccola testa di Scully, fu girata verso sinistra, mentre delle mani, di donna…così le parve, le massaggiarono la nuca.

< E’ rigida..sentirà dolore…>, disse una voce femminile.

< Figlio di puttana….Mulder la ucciderà per questo ! >, minacciò, quasi piangendo, mentre al centro della schiena avvertiva un pulsare doloroso, acuto come una stilettata.

Poi quel dolore scomparve, sostituito da quello penetrante e fitto dell’ago che le trapassò la parte alta della scapola sinistra, appena sotto la nuca.
Urlò, mentre il liquido le penetrava dentro, doloroso.
Perse del tutto il respiro, mentre l’infermiera le massaggiava il collo, all’altezza della cicatrice a forma di stella.
I due gorilla ridevano, guardandole la schiena ed il sedere, o almeno così le parve.
Tutto sembrava muoversi a scatti, avvolto in una nebbia biancastra, adesso…
L’ultima cosa che vide, fu Smoking Man che si sedette accanto a lei.

< Buona….accolga questo dono….senza lottare…. Dormirà quanto basta al composto di fare effetto….almeno è quanto si deve augurare, Dana ! >

Scivolò nell’oblio, senza poter far nulla.

***

Palazzo del Pentagono, Stato della Virginia
Ore 06.47 Pm, Domenica 16 Dicembre
 
Man mano che Fox s’inoltrava in quel budello sotterraneo, i contenitori andavano infittendosi.
Ora contenevano esseri umani.
Raggomitolati in posizione fetale, immersi in un denso liquido verde.
Quando giunse ad una stretta strozzatura nel corridoio, che voltava a destra, la grata sotto i suoi piedi s’illuminò.
Era una luce verdastra, densa e gelatinosa, che pulsava di vita propria.
Dapprima non mise a fuoco i caratteri che si stampavano ritmicamente….
Poi comprese.
Erano cip…densità di memoria.
Miliardi di gigabit.
Provò un senso di nausea assoluta, causata dalla pressione per la profondità.
Fece per tornare sui propri passi, quando vide in fondo a quello che credeva essere un corridoio senza fine, una luce.
Era azzurrognola e bianca al centro, pulsante come un cuore vivo.
Proseguì verso di essa, certo di ciò che avrebbe veduto, ma al tempo stesso incredulo.
L’UFO era immenso.
Fox vide solo i contorni del disco, levigato e lucente come il sole, sul bordo della passerella che terminava in una balaustra metallica, al di sopra dello strapiombo che lo conteneva.
Grande quanto il Pentagono….forse molto di più…
I cilindri sbucavano da una fessura scavata nella roccia, passandogli a pochi centimetri dal viso.
Ne sfiorò la superficie gelida, coperta da una brina raggelante.
Vide un numero: MI 1069-08 FCJ…
Numeri d’identificazione…qualcosa di molto più complesso, ma di simile ai tatuaggi nazisti sulle braccia degli Ebrei, nei campi di sterminio.
Un alveare…
Quella similitudine gli apparve immediata, senza che se ne rendesse conto.
Barcollò all’indietro, ripercorrendo quel tunnel alla disperata ricerca dell’uscita.
Comprese quanto Scully poteva aver veduto…
Era stata portata lì ? Da "loro" ?
E "loro", quanti e cosa davvero volevano ?
Avrebbe tremato ancor più, se avesse solo intuito la risposta.